LA POESIA IRONICA VA DI FESA… DI TACCHINO! – a cura di Roberto Marzano 

LA POESIA IRONICA VA DI FESA… DI TACCHINO!

Talvolta, i poeti ironici e/o divertenti sono relegati – da taluni presunti tali colti sul fatto a storcere il nasino all’accenno di un sorriso o un battimani da parte di un pubblico complice del misfatto – a poeti di serie B. Quasi che l’essere ironici fosse solo una posa di convenienza, e non un semplice aspetto di animi poetici differenti che, anzi, proprio a causa di ciò si complicano non poco la vita. E’ risaputo e ripetuto da secoli quanto sia molto più difficile far ridere che, invece, far piangere… farlo in versi lo è sicuramente di più. Per cui sarebbe oltremodo giusto dare ulteriore rispetto a chi sceglie i sentieri più impervi! Altro che poesia minore o di serie B.

Poesia e ironia. A prescindere che le due parole incontrandosi in una rima baciata che più baciata non si può, sono di per sé un fatto già abbastanza ironico, al punto che il discorso potrebbe chiudersi qui: punto. Ciò sarebbe di sicuro irriverente, forse poco poetico, ma indubbiamente beffardo, perché ironia è anche sorpresa e lo spiazzamento un ingrediente basilare per condurre l’incauto lettore in meandri imprevisti, quasi metafisici, dove ci si fa allegramente un baffo di stereotipi e luoghi comuni. 

E allora, una melanzana trova voce per dichiarare il proprio amore al cuoco che la riduce in cubetti, gli ubriachi sono ascoltati come guru dispensatori di saggezze, le capre decidono di testa loro se stare sopra o sotto la panca, senza paura di crepare e i tacchini formano un’estemporanea sezione fiati d’incommensurabile bravura. Si gioca, si cazzeggia, destreggiandosi disinvolti tra le regole implacabili dettate da non si sa chi… anzi proprio questi dogmi e il gusto perverso di infrangerli rendono il tutto ancora più intrigante. Versi come archibugi carichi a teste di carciofo pungenti e sottili, per dissacrare perbenismi e consuetudini, frantumare le ragnatele di schiavitù a conformismi triti e avvilenti e, non ultimo, bombardare l’arroganza del potere e i suoi orrori quotidiani. Insomma, se nelle poesie devono esserci  per forza gabbiani, tramonti, fringuelletti, luna e lacrime, che almeno se ne trovi uno spunto originale e autentico, che non dia l’impressione di aver già letto la cosa da qualche parte, cosa che non ci stupirebbe affatto. E, soprattutto, ironici e taglienti bisogna esserlo per davvero anche nella vita, e non depredare atteggiamenti o pose già prese, altrimenti il gioco si fa debole, e i dotti critici coi denti affilati che affollano blog e riviste letterarie lo smaschererebbero piuttosto facilmente. Fare a pezzi le regole (che bisogna conoscere!) per trasformarle in uno spasso che avvince il poeta quanto il lettore. 

Anni addietro visitai lo studio di un pittore il quale, sebbene la sue opere fossero in quel momento alquanto astratte e fuori dagli schemi, ci tenne molto a mostrarmi i suoi studi giovanili di anatomia. Come avesse voluto dire: ” Frantumo, contorco, gioco con le forme e la materia ma, all’occorrenza, sono in grado di fare le cose come vanno fatte”. Mi trovo molto d’accordo con il vecchio pittore. E penso addirittura che un rockettaro debba assolutamente saper suonare una beguine o un jazzista rockeggiare allegramente, perché l’Arte presume padronanza dei mezzi espressivi senza preclusione alcuna.

Ora, l’ironia è sì una “freccia aguzza che trafigge le banalità e genera stupore” ma, importante, per non ridurla a semplice sberleffo teso a sbalordire a tutti i costi, aldilà dei contenuti occorre che sia anche “bellezza”, “ritmo” e “suono”. Deve, io credo, – oltre ad attingere liberamente a metafore, ossimori, sinestesie, calembour e paradossi, in endecasillabi come settenari o versi liberi – essere frutto maturo di visioni e fantasie, di un saper abbandonarsi a immagini inconsce e oniriche, accarezzando così i cuoricini palpitanti di affamati fruitori di versi, generando bocche spalancate al sorriso, in un sottofondo d’irrequieta dolcezza… altrimenti gli eruditi poetoni di cui all’inizio si troverebbero ad aver ragione… e non ne saremmo per niente contenti!

Roberto Marzano


BIO – BIBLIOGRAFIA dell’autore:


ROBERTO MARZANO, Genova 7 marzo 1959, poeta e narratore “senza cravatta”, chitarrista, cantautore naif e bidello giulivo. 

Barcollando tra sentimento e visioni, verseggia di vagabondi e di prostitute, di amori folli, di ubriachi e dei quartieri ultrapopolari dov’è vissuto. Meditabondo, si arrabatta tra città arrugginite, bar chiusi, televisori diabolici, supermercati metafisici, operai, nottambuli… e oggetti inanimati ai quali dà viva voce. Una poetare pregno di originalità e dell’ironia pungente che lo ha  già contraddistinto nel campo della canzone d’autore. Come musicista (Roberto Marzano & gli “Ugolotti” e “Small Fair Band”) si è esibito in centinaia di concerti. Molto applaudite le sue performance poetiche: variopinti quadretti dove versi e gag vanno a incastrarsi nelle corde della chitarra, in un divertente e originale collage di endecasillabi, sberleffi e canzoni scoppiettanti che suscitano, volutamente, sorpresa e ilarità. Notevoli successi ottenuti a Roma, Torino, Milano, Napoli, Bari, Trieste, Modena, Crema, Sanremo, Savona e nella sua Genova… Sue poesie sono state tradotte in spagnolo da Carlos Vitale e in tedesco da Günter Melle.
Ha pubblicato: “Extracomunicante. Dov’è finita la poesia?”- De Ferrari (2012); “Senza Orto né Porto”- Edizioni di Cantarena – QP (2013);  “Senza Orto né Porto”- Bel-Ami Edizioni (2013); L’Ultimo Tortellino… e altre storie” (racconti) – Matisklo Edizioni (2013); “Dialoghi Scaleni” – Matisklo Edizioni (2014); “Come un Pandoro a Ferragosto” (romanzo) – Rogas Edizioni (2015); M’illumino di mensole” – Matisklo Edizioni (2016). 


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