L’AMORE E LE BOTTE DI SYLVIA PLATH a cura di LUIGI BALOCCHI 

L’amore e le botte di Sylvia Plath di – Luigi Balocchi –

Dalle fetide luminose cantine dell’ars poetica ne vien fuori un’altra. Sylvia Plath che confessa di essere stata picchiata e in ogni modo umiliata dal marito Ted Hughes. Lo scrive, solo ora lo si scopre, alla sua psichiatra. Carte rimaste segrete per mezzo secolo, solo ora balzate all’occhio di un giornalista in servizio al Guardian londinese. Chi sia Sylvia Plath è inutile ribadirlo per chi, di poesia, ne mastica un po’. Di suo marito Ted Hughes, stimato tra i grandi inglesi del novecento, pochi tra i masticanti di poesia sanno. La differenza c’è tutta. Quanto geniale la Plath, così claudicante d’ispirazione, l’amato Ted. Alcuni avranno di che dire. Per quanto mi riguarda, sulla grandezza poetica di Hughes ho sempre nutrito dubbi. A decenni, dalla morte suicida di Sylvia, avvenuta nel 1963, e un bel pezzo dopo da quella, naturale, di Ted, ritiratosi da questo mondo nel 1998, i loro destini, questa volta postumi, nuovamente si incrociano, gettando squassati relitti sulle spiagge di un amore tra i più deliranti della storia letteraria del novecento. Sylvia aveva trovato in Ted un amore grande. Quando si conobbero, lei era ancora nessuno, lui una concreta promessa della poesia britannica. Amore a prima vista. Amore sanguigno, totale. Amore malato. Sylvia scrive, ma stenta a farsi conoscere al di là di un ristretto e amichevole giro di amici. Ted in ciò è furbo, intellettualmente organizzato. E un poeta, questo sì, ma più che altro sa far la giusta cera, il debito inchino, nei confronti di chi conta. E questo conta assai. Sylvia fa figli; fa figli e dà fuori di testa. La luna nera ha in lei il sopravvento. Si veste di bianco, non mangia, si annulla. Così, per Ted, l’amore passa. La passione di un tempo, si trasforma in un orco. Ted si innamora di un’altra, una modella, tale Assia Wevill. Se diam retta a tette e culo, Sylvia non può reggerne il confronto. E così che Ted la lascia. Senza soldi, con due figli da tirar su. E un giorno piovoso, freddo, poca luce, amore zero. Sylvia, apre il gas, infila la testa nel forno. Muore così. 

Come la Cvetaeva, la Pozzi, la Sexton, la Rosselli, la Pizarnik, la Kane, Sylvia Plath ha scelto l’uscita ad effetto. Non l’ha salvata la poesia; l’amore, le ha dato l’ultima spinta nel fosso. La poesia e l’amore son delle brutte bestie. Intrattabili, più che altro. Solo l’ispirazione geniale sa bene accoppiarli. Sì, l’ispirazione geniale. L’ha ben raggiunta Sylvia Plath, nelle sue ultime; quelle del furente abbandono, dell’ombra nera, un passo indietro dalla morte. C’ha tentato Ted Hughes, il maschio poeta. Che, in fine vita, ha scritto di quel suo amore, di quella donna, quattro spanne insù, superba poetessa. Lui, poverino, l’ha appena sfiorata.

Tutti i diritti riservati all’autore    

 

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