“IL TESTAMOUR O DEI RIMEDI ALLA MALINCONIA” di MARC SORIANO. Recensione a cura di SABRINA SANTAMARIA 

Recensione “Il testamour o dei rimedi alla malinconia” di Marc Soriano.

Quest’opera racconta un grosso dramma; l’autore, Marc Soriano, soffre di una malattia incurabile, la miastenia; con gli anni non riesce a deglutire il cibo, infatti si alimenterà grazie al sondino naso-gastrico. Tutti i medici all’inizio della sua sventura gli diagnosticavano una semplice depressione, ma in effetti vomita il cibo e grazie all’ausilio di determinati controlli riesce a comprendere che è affetto da un tumore incurabile.

La narrazione dell’opera non è continua, ma spezzettata, fatta da componimenti lirici scritti non solo da Soriano, ma anche dalle figlie Véronique e Isabelle le quali esprimono tutto il dolore di vedere un padre che diventa un vegetale. Di origine francese, il grande Soriano, é un brillante insegnante, i suoi alunni lo ricordano come un uomo dalle ampie prospettive, comprensivo, capace di esprimere il vero senso dell’insegnamento, cioè trasmettere ai ragazzi lezioni di vita attraverso l’esemplarità, come afferma la pedagogista Nosari. 

L’esperienza di Soriano insegna al lettore che bisogna amare la vita anche quando la morte ci attraversa. Quest’opera ha vinto la morte perché il suo autore è rimasto vivo nel cuore di tutti. 

Ecco alcune parti del testo che a mio giudizio meritano di essere attenzionate:

“Trascinato via da un cavallo pazzo attraverso foreste e colline.

Respiro ansimando al ritmo di zoccoli incerti e potenti.

Gli alberi si diradano, vomiti di vulcani, zolfatare, discese improvvise a rotto di collo, poi la caduta ed un calore intenso.

Allora affiorano alcune parole  che mi sono state dette e ripetute.

Tieni duro, non mollare, ti pensiamo sempre, siamo con te, fatti coraggio. E il mio respiro diventa più regolare, il mio cuore ritrova piano piano il suo ritmo quasi normale. Ancora una volta loro mi hanno salvato, il cavallo marcia al piccolo trotto,al passo.

Quante volte ancora riusciremo a controllarlo?”;

“Non sopporto più il rumore del mio cuore, non va più bene, si arresta di colpo, sembra una mantice di fucina, mi sveglia: sono io, mi dice, l’avresti mai creduto che ero tuono ed orchestra? 

Ascolto é vero non é più un cuore, ma chiasso e furore, una campana a martello. 

Gli chiedo cosa vuole, lui raddoppia i colpi senza rispondere. Allora sento l’abbaiare dei cani il suono del corno il galoppo dei cavalli é la preda in pasto ai cani la condanna a morte. Di chi? Per chi? Ma non mi risponde e raddoppia il suo baccano. Non sopporto più il rumore del mio cuore.” 

Ho trovato molto commovente questo scritto di Isabelle che si intitola “Libertà”:

“Libertà provvisoria 
improvvisata

Libertà 

io ti addomestico

con le mie mani

serrate su di te

sono la tua più dolce prigione improvvisata e imprevedibile

Se un giorno mi rinserro nel tepore

delle tue notti

se somiglio 

a una parure

preziosa perché

piccola

e fragile, ricordati 

se ritorno 

non ci sarà nulla da dire

che non somigli a questa sofferenza

neppure scambiare il mio posto con il suo

oh come vorrei con i denti e con le unghie

strappando al suo corpo

Uomo e donna a un tempo

non mi ha affatto concepita normale 

è vero, all’inizio,

né uomo né donna,

umana, semplicemente,

e così tenera

sentirti

le parole furono per me il latte paterno 

E così cos’altro

se oggi, in questo stesso istante,

ti raccontassi questa storia

forse appena abbozzata 

al momento 

del mio ultimo minuto 

Libertà 

ma la storia non é finita 

perché il “tuo nome”

perché no?

mi ricordo

nascosta a metri  sottoterra

in quest’altra vita

che non risale se non a pochi giorni

Avevo, ingannata forse,

avevo in me, scintillante come neve sotto la luna,

come le tue pupille a volte,alla luce,

questo sentimento di 

Libertà 

la tua fronte é liscia

non una ruga

e tuttavia hai l’età 

del tempo che resta

é certamente per questo 

vedi

anche per questo 

che passo tanto spesso

la mia mano nei tuoi capelli 

Omaggio 

Oh disperazione.”

Véronique, a sua volta, si é impegnata a scrivere questa fantastica poesia:

“Cos’è morire?”

Morire, 

cos’è

quest’acino d’uva che cresce

che cresce 

e che si raggrinza fino a diventare

vinacciolo?

Marcire, morire,

é quando ti lascio

il mio corpo si tende,

ho male, ho freddo

tu mi uccidi a distanza

la tua tenerezza en rasoir

morire per tutte le parole,

morire senza le tue carezze,

e i tuoi occhi a specchio.

Morire disperata

Questa camera d’albergo,

Un letto, un copriletto

Un tavolo, e io

in un angolo

che traccio  febbrilmente

Il nostro antro sigillato

Queste gocce di pioggia

che stillano a una a una

tristezza alla mia finestra

rivivo tutte le nostre confidenze

la tua vita,soprattutto la tua vita

io non esisto più 

ti ascoltavo

memoria automatica

fra l’incudine 

e il martello

fra l’ombra

e il doppio 

soffrire 

la prigione

l’umiliazione

l’odio ingiustificato

il sorriso innocente

beffardo

soffrire per te

il soffrire al tuo posto

filantropia esacerbata

semplicemente

forse 

la paura di vivere.
Isabelle: “Se te ne vai”

in questo incubo no decido più su nulla

sono loro

con lui

l’unico, l’ insostituibile.

Se te ne vai

ancora una volta non avrò deciso su nulla 

non scelto di vivere

non scelto di vederti morire

Se te ne vai

mi sgualcisci, ti riprendi, mi laceri

mi getti

mi scavi mi àncori

mi metti in delirio 

mi dispensi

mi muri

mi chiudi e perdi la chiave 

mi rinserri 

mi org-asma-tichi,

le grandi, quelle di San Marco

Sono loro

tue

le tue parole.

Sabrina Santamaria 
Foto dal web

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