LA POESIA EROICA – SENTIMENTALE DI SILVANO BORTOLAZZI a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“La poesia eroica-sentimentale” di Silvano Bortolazzi

“Comunicare”, “Dialogare”, “Conversare” sono verbi che ho sempre preferito considerare sinonimi con altri termini molto diffusi della lingua italiana come “Narrare”, “Scrivere”, “Raccontare”; sono tutti aspetti diversi per esprimere l’esigenza più profonda dell’uomo: “Conoscere per amare”. La conoscenza non si esplica solo mediante i nostri astrusi processi mentali o attraverso i nostri neuroni, fra l’altro stanchi di un mondo “ipertecnologizzato”, “ipermacchinizzato” per dirla come i sociologi della comunicazione e con gli studiosi del MiT (Massachuttes Istitute of Tecnology), ma la vera conoscenza è ben altra cosa. “Conoscere” significa scavare dentro se stessi, essere consapevoli dei propri ricordi e dei propri sentimenti ed emozioni. Goleman, colui che ha coniato il termine “intelligenza emotiva” e ne ha posto le basi teoriche, sostiene che le giovani generazioni sono “analfabete” delle proprie emozioni cioè sono incapaci di leggere tra le righe di ciò che vivono, sentono, amano. Lo studioso Lowen stesso afferma che “sentire profondamente è respirare profondamente”, io aggiungerei, ciò che la vita ci offre di più stupefacente. Ultimamente ho avuto modo di immergermi nel piccolo-grande mondo della poetica del Cavaliere della Poesia Italiana Silvano Bortolazzi, cinque volte candidato al premio Nobel per la letteratura da parte di 68 università straniere e fondatore dell’ U.m.p (Unione Mondiale dei Poeti), ho avuto l’impressione di carpire, di “toccare con mano” il suo “respirare la vita” che ha suscitato in me molte riflessioni per prendere con noi almeno una infinitesima parte della sensibilità del Nostro Cavaliere. Il Nostro poeta sa cogliere le sue emozioni perché sa riconoscerle come sue e sa trasporle su carta e penna. Il Nostro imprime ed esprime con versi aulici, sublimi, talvolta quasi aspri e severi i suoi ricordi, la sua storia di vita, ciò che gli appartiene, come se in quel atto di comporre una poesia immortalasse un pezzo infinitesimo del suo vissuto per regalarlo a chiunque, non solo al fantomatico “lettore di poesia”, ma anche a colui che il genere letterario “Poesia” gli è stato spiegato solo a scuola, poi per problemi di povertà, disuguaglianze sociali ha smesso di appassionarsi alla lettura. Il Nostro ha il desiderio vivo ed acceso di dare uno Status nuovo alla Poesia perché vorrebbe renderla patrimonio dell’umanità affinché sia un mezzo salvifico per portare “dialogo”, “intesa” nel mondo, tra culture diverse. Il suo profondo sentimento è: “Elevare la Poesia per renderlo strumento salvifico tra popoli, culture, nazioni, religioni, paesi diversi” affinché essa non sia solo un hobby o un vezzo fra una ristretta cerchia di letterati, professori di lingua italiana o uomini colti in genere. Le poesie “A Sabrina”, “ A Marina”, “A Nonna Angela” aprono le porte ad un mondo trascorso di Silvano Bortolazzi, i versi di queste poesie trasmettono una lieve malinconia di affetti vissuti, di amori “perduti” che non tornano indietro, temi molto analoghi si percepiscono nella poesia “Settembre” in cui ho colto un parallelismo tra la crescita mentale, anagrafica del Nostro, ma anche dell’uomo in generale che si affaccia all’età adulta e la stagione autunnale; infatti nell’autunno le foglie “cadono dagli alberi” e i “capelli diventano grigi” segno, appunto, di una maturità nascente che conserva come un fiore all’occhiello tutte le “gioie” e i “drammi” di una giovinezza che è volata via come una rondine dopo i tre mesi estivi brevi, ma intensi come il cielo azzurro e il calore del sole caldo che brucia. Mi ha ricordato molto la poetica di Eugenio Montale che attraversa tutte le tendenze letterarie, ma non ne abbraccia mai nessuna totalmente, in particolare la poesia “Il mio piccolo mondo” mi ha molto ricordato il Montale della raccolta “Ossi di Seppia” per la descrizione viva ed attenta del paesaggio, della giovinezza narrata attraverso la descrizione fervida e pittorica dei territori italici. “A Sabrina”, “A Marina” mi hanno fatta tornare ai miei esami di maturità quando ebbi il piacere, invece, di discutere dell’altra raccolta montaliana “Le Occasioni” in cui la protagonista principale è Irma Braidese donna amata da Montale, ma costantemente questa donna gli sfuggiva, ovviamente con analogie e differenze, perché Silvano Bortolazzi al di là della sua vasta conoscenza letteraria, ha creato uno stile poetico che appartiene al Suo autore, usando espressioni di grandi poeti come Ungaretti, nella poesia “A Nonna Angela” lo cita anche, Quasimodo ed altri grandi autori che hanno fatto la storia della letteratura italiana. Le loro espressioni le custodisce dentro, le ha metabolizzate da parecchi anni, le ha plasmate, le ha “Impastate” per creare un nuovo stile letterario che si impone non solo nel panorama italico, ma in tutto il mondo, come sentire universale. Il suo stile poetico mi ha ricondotta ad un’ermeneutica che il Nostro poeta vorrebbe creare. Giambattista Vico nell’opera “ Scienza Nuova” divise la storia dell’Umanità in tre fasi: età degli dei, età degli eroi ed età degli uomini; Il Cavaliere Silvano Bortolazzi vorrebbe reclutare degli “eroi” con la sua poesia per formare un’era degli uomini. La poesia “Gerusalemme” è stata scritta proprio con questo obiettivo.

“Gerusalemme”

Lo hai mai sentito l’odore della neve nell’aria quando sta per nevicare Gerusalemme?

È un odore che sa di eterno e di giusto.
È l’odore della pace ed aulisce l’anima.

Attutisce i rumori
ed il male della Terra,
mentre incessantemente copre
il creato d’amore.

Guarda il cielo, o Palestina,
e cerca la neve
quando la tua anima è ferita e piange,
poiché dal caldo nascono i fiori
ma dal gelo nasce l’aurora.

Non odiare fratello tuo fratello
e impara a librarti nell’azzurro col pensiero,
lassù,
dove non esistono confini.

Non invidiare sorella tua sorella
poichè chi sa amare le piccole cose
è più ricco del ricco
e chi è povero, ma colto,
sa capire.

Un giorno la guerra finirà
e tutti potranno vedere
cadere la neve
dove v’è solo sabbia e nulla più.

Saggio è colui che perdona e che ama
dove non v’è nulla da perdonare e da amare.

Dalla nuda roccia può nascere un germoglio
e dalla pioggia può sorgere l’arcobaleno.

Verrà la pace e sarà eterna
ed avrà il nome di chi l’ha cercata.

CAVALIERE AL MERITO DELLA REPUBBLICA ITALIANA, PER LA POESIA, SILVANO BORTOLAZZI – PRESIDENTE FONDATORE E PRESIDENTE MONDIALE DELL’UNIONE MONDIALE DEI POETI

Sabrina Santamaria

Advertisements

“CONCHIGLIE CAURIES POETI AFRICANI” DI ABDEL KADER KONATE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Conchiglie Cauries Poeti Africani” di Abdel Kader Konate

“Io non sono nero/ io non sono rosso/ io non sono giallo/ io non sono bianco/ non sono altro che un uomo. Aprimi fratello! Aprimi la porta/ aprimi il tuo cuore/ perché sono un uomo/ l’uomo di tutti i cieli/ l’uomo che ti somiglia!” cit. della poesia “Aprimi fratello!” di Rene Philombe.

Spesso immaginiamo l’Africa come un continente molto lontano da noi, lo pensiamo come un territorio poco fertile, come colonia, come terra assoggettata alle grandi potenze europee, ebbene, questo è in parte vero perché questi assunti la storia ci ha insegnato, sappiamo che i confini dell’Africa non sono geografici, ma politici, cioè divisi a “tavolino” duranti i trattati di pace dalle grandi potenze europee, avvenimenti politici davvero accaduti, basti pensare alle vicende sociopolitiche del novecento. La lettura di questa raccolta poetica ha suscitato in me diverse riflessioni che, a mio modesto parere, potrebbero essere una chiave di volta per comprendere almeno in superfice l’opera di un autore africano. Il titolo “Conchiglie Cauries Poeti africani” mi fa pensare ad una personificazione di un elemento naturale quale è la conchiglia, essa può stare in mare, come in spiaggia, può essere bagnata, oppure esposta continuamente al sole, quindi rimanere anni nella siccità, questa condizione è quella simile al poeta africano; per certi versi può trovarsi in un mare di emozioni, travolto dalla musicalità, dai colori, dai sapori della sua terra, quindi ispirato dalla bellezza del suo continente ha possibilità di salvezza, può emergere ed allo stesso tempo immergersi eterogeneità del bello, ma un uomo sensibile come un poeta può sentirsi travolto dall’immensità delle problematiche sociali, politiche, storiche del continente in cui vive, quindi restare anni in una condizione di aridità sul piano delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti. I nostri poeti africani sono appunto “conchiglie” scagliate nell’immensità dell’universo della loro vita, si precipitano come uomini pieni di umanità e di coraggio, scrutando la “bellezza” laddove un uomo qualunque vedrebbe solo il deserto più assoluto, il silenzio che sgomenta, che percuote gli stati d’animo più fragili, invece i Nostri poeti hanno la forza di prendere la loro penna e narrare, non solo se stessi, ma anche tutti i protagonisti delle loro storie, i posti dove sono vissuti come sono, senza remore o nascondimenti. Le loro poesie sono inviti alla solidarietà, al vero senso di “umanità”, spesso sono dei veri e propri Inni alle loro terre. Nella raccolta poetica sono stati accostati testi di Nelson Mandela e Senghor, autori che conosce anche il mondo letterario occidentale, questa scelta non é solo stilistica, ma ha un profondo significato, perché essa è la volontà piena ed incondizionata di voler creare una linea tra passato, presente e futuro. La storia dell’Africa come continente non è mai affrontata in modo approfondito nelle scuole europee, spesso si fa solo cenno alla segregazione razziale del Sudafrica, ai ku klux klan, agli anni di prigionia dell’ex Presidente del Sudafrica e alla sua lotta non-violenta per l’ indipendenza, tutti avvenimenti pedagogicamente e fenomenologicamente validi da affrontare, ma andrebbero accompagnati da premesse storiche più approfondite e spesso meno etnocentriche. Sarebbe necessario trattare aspetti legati alle loro culture, ai significati più nascosti e misteriosi delle loro culture, un insegnate dovrebbe partire da concetti antropologici sull’eziologia delle parole “mito”, “tribù”, “rito di iniziazione”, “magia”, “religione” e “dono”. L’antropologo Claude Levì-Strauss in “Tristi Tropici” ha sottolineato due modi del mondo occidentale di rapportarsi alla diversità: l’antropoemia e l’ antropofagia. Nel primo caso la diversità non viene accettata, non viene tollerata, le conseguenze di questo atteggiamento conducono a comportamenti xenofobici. Nel secondo caso, invece, l’altro concepito come diverso verrebbe completamente inghiottito, assorbito cultura altrui senza margine di possibilità di conservare nella quotidianità se stesso, il “Diverso” sarebbe quasi “costretto” inconsciamente ad un cambio di “rotta” rendendo ancora di più “inconsistente” la sua storia di vita in cui nell’oblio vi sono usi, costumi, affetti, sentimenti, riti che non può e non deve dimenticare. Proprio per quest’ ultima ragione i nostri poeti africani nei loro scritti hanno inciso musicalmente i loro versi attraverso varie figure retoriche quali anafore, allitterazioni (figure retoriche legate al suono), ma anche sinestesie (figura retorica che consiste nell’accostamento di oggetti, figure, immagini che si ricollegano a sensi percettivi diversi), non mancano in questa raccolta poetica figure retoriche del significato come metafore, similitudini, iperboli e qualche sineddoche. Per quanto riguarda le figure retoriche che riguardano la metrica il lettore più appassionato di una critica attenta della struttura dei versi può individuare il chiasmo, l’anastrofe e l’iperbato. È forte l’esigenza di questi autori di essere riconosciuti come persone al di là dell’appartenenza culturale e geografica, tanto che nelle loro espressioni ho sempre riscontrato la “Personificazione” non solo come figura retorica, ma come slancio vitale che ci conduce all’infinito.

“Dietro ogni sguardo
un infinito
un nome indefinito
un sogno predefinito
un universo, un’illusione, un infinito”.

Ultima strofa della poesia “Illusione” di Abdel Kader Konate.

Sabrina Santamaria
Foto dal web