DOMENICO GAROFALO: IL NEOCREPUSCOLARE PER ANTONOMASIA a cura di SABRINA SANTAMARIA

IL NEOCREPUSCOLARE PER ANTONOMASIA a cura di SABRINA SANTAMARIA

Lo stile di Garofalo è semplice e chiaro. La sua poetica è lineare, il suo linguaggio non è elitario. L’intento di questo autore è raggiungere un vasto numero di lettori, i termini che il Nostro usa appartengono al gergo quotidiano, le sue poesie non hanno versi imperniati da preziosismi sintattici. Egli non è il letterato che si rinchiude in una metrica classicheggiante, i suoi versi non sono imbevuti di numerose figure retoriche, Garofalo getta via lo stile metrico delle rime. Le sue opere non si possono catalogare in un genere letterario ben preciso e specifico, la sua non è esclusivamente poetica, ma è qualcosa di indefinito che si mischia alla prosa, quasi azzarderei definirla prosa-poetica, un genere nuovo, sui generis, il Nostro è come se avesse creato una cesura netta con gli stili poetici della tradizione per creare una maieutica nuova, le sue opere mi sembrano un tentativo nobile ed elegante di mettere nero su bianco i propri vissuti, quasi una prosa intimistica che si scaglia nella banalità della vita reale, ma non resta inerte la trascende, la sublima generando uno stile inedito, libera espressione del “Flusso di coscienza” Jamesiano. Garofalo fa propri i miti della letteratura mittleuropea, infatti egli afferma nell’intervista: “I miei miti non sono italiani”, il lettore già dalle prima lettura di “Acquerelli” lo percepisce, lo respira. La sua prosa-poetica è intrisa di spirito sabiano, molto mi ricorda il “Canzoniere” di Saba, anche egli poeta della chiarezza come sostiene nella sua poesia “Amai”: “Amai trite parole che non uno osava(…)”. D’altronde il letterato non è solo colui che canta o racconta dell’amore, dei sogni e dei sentimenti, ma come sostiene il Nostro chi scrive lo fa perché coglie gli attimi della vita quotidiana con occhi “vigili”, “attenti”, “vispi” e non può permettersi il lusso di rimanere staccato, scisso, avulso dal mondo, dalle problematiche sociali, anzi lo scrittore ha una responsabilità sociale maggiore, un compito superiore rispetto al lettore, il poeta, in generale l’artista ha il compito di esprimere il proprio disappunto, di denunciare le problematiche sociali. Garofalo è molto più in sintonia con scrittori come Emile Zola e la corrente francese del naturalismo ed anche Dickens con il suo “Social Commitment” infatti in romanzi come “Hard Times” e “Oliver Twist” il romanziere inglese denunciava talvolta con qualche punta di ironia le ingiustizie dell’Inghilterra Vittoriana come ad esempio i Parish Workhouses e le “Pour Laws”. In “Cambio matita” l’intenzione di Garofalo è proprio questa, egli passa dalla penna dei sentimenti alla “penna pensante” che non si rassegna, che non tollera il “massacro” dei diritti umani, il nostro autore trova illegittima ed aberrante la pena di morte, la considera contro ogni principio eticamente accettato. I suoi testi mi hanno ricordata ad un’espressione del poeta Sergio Corazzini: “Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non che un piccolo fanciullo che piange. Vedi: non ho che le lacrime da offrire al Silenzio. Perché tu mi dici: poeta? Le mie tristezze sono povere tristezze comuni. Le mie gioie furono semplici, semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei. Oggi io penso a morire.(…)”. Con “Caffè schiumato” mi ha ricondotta immediatamente alla poetica delle piccole cose, delle “cose quotidiane” di Guido Gozzano con la sua signora Felicita (“In me rivive l’animo di Pinocchio forse?”), il nostro si mostra come un sapiente saltimbanco che fornisce al lettore la chiave di volta per gioire delle piccolezze di ogni giorno che arriva, lo salva la sua spiccata spontaneità unita alla sua genuina reattività, caparbietà che si mischia alla vera classe dell’artista col suo spirito che tramuta il tedio giornaliero in qualcosa di veramente unico e speciale: “Forse un caffè schiumato, un caffè schiumato per tutti i cuori del mondo!”. Se dovessi dare un epiteto a Domenico Garofalo lo designerei come un neocrepuscolarista perché scava la felicità, la inventa quasi nell’apparente banalità del reale, così sorridiamo davanti ad un caffè schiumato “ridendo di gusto” vivendo nella pienezza dell’attimo appena vissuto! Sento una vera freschezza d’animo in Garofalo, uomo che con i suoi versi accetta la vita quotidiana e attraverso i suoi versi arricchisce quella dei suoi lettori.

Sabrina Santamaria

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