I MALEODORANTI VERSI DI VINCENZO CALÒ “STORIA DI UN ALITO DI PUZZOLA” a cura di SABRINA SANTAMARIA.

I Maleodoranti versi di Vincenzo Calò “Storia di un alito di puzzola”.

Marcel Duchamp nel 1917 creò un’opera che si intitolava “Fontana”, ma altro non era che un orinatoio, d’altronde l’arte Dada era un’avanguardia che creava volutamente queste “opere d’arte” in forma di protesta contro la guerra e le ingiustizie sociali. “Arte” non è solamente il gusto per il sublime o per la bellezza come hanno sostenuto i massimi teorici del Naturalismo francese il cui principale esponente era Emile Zola l’”Arte” principalmente deve avere un utile, deve denunciare le problematiche sociali, Zola stesso denunciò il caso Dreyfus in un suo articolo in cui denunciava l’accusa di un uomo ebreo arrestato per spionaggio, in realtà l’uomo era stato messo in carcere solo perché era ebreo e in questo vediamo come i miti dell’antisemitismo si propagavano in Europa prima dell’avvento del Nazismo. Ma i poeti in tutta questa storia che ruolo hanno? Possono abdicare al loro sublime, al loro cantuccio per venire fuori e urlare con i loro versi le perversioni sociali? Spesso mi chiedo chi è davvero il poeta? Chi può essere considerato tale? Chi scrive bene l’italiano? Chi usa molte rime e figure retoriche? Chi sa rispettare pause, accenti e la lunghezza del verso? Forse queste sono ottime qualità che si addicono ad un poeta, è indubbio che è meglio che questi le abbia, ma gli danno in sé l’essenza della poesia. Spesso autori che hanno ricevuto molti Premi, riconoscimenti hanno utilizzato delle espressioni tutt’altro che sublimi o auliche. È il caso di Vincenzo Calò, giovane autore, molto in gamba, ma che respira poesia; un ragazzo capace di formulare un verso in un attimo, anche quando nel quotidiano si esprime, ho avuto modo di scambiare vari e frequenti dialoghi con lui e una qualità che ho apprezzato molto è stata proprio questa tuttavia nelle sue raccolte è stato spesso aspro e duro usando un linguaggio che dai perbenisti potrebbe essere definito non consono per una raccolta poetica come nel caso di “Minacce di Morte”: “Quel tuo essere da curare facendo scodinzolare cuccioli di burla” oppure in “Per reagire”: “Fai luce per questo Novembre bruciato da forti venti di scirocco che provoca furti di droga a metà”. Spesso il Nostro senza mezze misure esprime la verità senza celare nulla al lettore anzi portandolo a riflettere su alcuni perbenismi sociali finti sbattendoci in faccia la verità che non sono i miserabili a distruggere l’economia, ma gli uomini in giacca e cravatta (i politici) apparentemente perfetti come esprime ironicamente in “Quando le ferie son volute”: “La montagna democratica ci suggerisce di dar retta ai direttori artistici a quelli che studiano ancora caratteristiche e qualità dei rocciosi custodi della crisi economica” per certi aspetti anche la poesia “Quand’è molto che non ci si vede” sfiora la stessa tematica: “Per imparare che la povertà non va temuta (…). Ti ferisci accorrendo alla finestra per un mio grido di allarme, nato e vissuto tra le stagioni truccate come le gare d’appalto”. Calò getta anche dei sassolini spigolosi per quanto riguarda il consumismo come in “Maleducazione”: “Spendo lacrime di mucca per sapere cosa vuoi dalla gente bella quanto la vita che guarda da lontano in mezzo ai maiali che si intendono di commercio lanciando clessidre nella fronte spaziosa del cliente che osa consigliare sul diversivo della sera quando il cuore ci spezza le ossa”. Non è nell’acquisto di un bene di consumo che copriamo il vuoto che abbiamo nel cuore, i giovani di oggi i propri disagi acquistando capi di abbigliamento seguendo la logica dell’apparire piuttosto di quella dell’essere e proprio su questo il Nostro lancia il sasso per poi nascondere la mano. “Storia di un alito di puzzola” è un titolo che non avevo immaginato mai potesse esistere per una raccolta poetica al massimo lo avrei pensato per una storia comica, invece questo autore mi ha lasciata piacevolmente sorpresa in quanto ha completamente fuorviato con le regole che secondo il senso comune dovrebbero appartenere al “Bravo poeta” di turno, in molte poesie ho avuto l’impressione che il Nostro lanciasse moltissimi sassi per poi ritrarre la mano esprimendo se stesso con moltissima originalità e stile quasi ricercato direi. La puzzola è quell’animale che puzza nel momento in cui si sente minacciato da qualcosa o qualcuno oppure perché avverte un pericolo, appunto Calò quanto percepisce con tatto fine e sguardo attento realtà sbagliate comincia ad emanare un cattivo odore per la società, deleterio perché “puzza” di sincerità, di lealtà, di genuinità, tutte qualità che non piacciono a chi vorrebbe giocare sporco. Ha, infatti, un “alito” di puzzola perché racconta tanti problemi che molti vorrebbero rimanessero celati. Il suo alito, la sua bocca puzzano al naso di chi vuole continuare a fingere che in fondo il mondo funziona bene, è colpa di alcuni individui che non si sono saputi impegnare ed integrare come alcune correnti di pensiero sostengono in cui vi sono dei soggetti che devono necessariamente soccombere a favore di alcuni membri alfa eletti destinati a conquistare il mondo. Non è così che funziona! Dietro questi deleteri meccanismi sociali vi sono logiche politiche, economiche, di potere che vogliono farci credere che noi siamo “imprenditori di noi stessi” quando invece dipendiamo da un grosso mercato globale in cui non ci sono né vincitori né vinti, ma se ancora continuiamo su questa scia usciremo tutti sconfitti, questo Calò lo sa proprio bene, ecco perché la sua poesia è maleodorante fin dentro il midollo anzi si scaglia contro il vero sudiciume della società. Il Nostro si inserisce nella categoria di molti giovani che si sono distinti dalla massa per essersi espressi a gran voce rischiarando anche verità intime dell’uomo che difficilmente confessiamo appunto nella poesia “Sconfessati” scrive: “Come dei giovani pazzi sprovvisti di commenti tecnici (…). Siamo esperti del tutto per niente”.
“Perché i progetti puzzano di burocrazia per fare colore e togliersi una vita, ma sempre allerta” cit. tratta da “Una struttura che crollerà” di Vincenzo Calò.

Sabrina Santamaria

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