“UNICA MADRE” di MARIA ROSA ONETO

Poesia: “Unica madre”

Non siamo
che tremuli
fili di seta
allo scalpiccio
del vento.
Accorati
spargiamo unguenti
sulle ferite.
Risate
squilibrate
dietro
maschere di cera.
Lacrime di cristallo
nelle notti
abbandonate.
Siamo
tessere di ragno
in cui si specchia
il tramonto.
Follie
da cinemascope
coccolano mimi
persi per strada.
Enigmi
occupano il sereno
e avventure
prive di sonoro
dentro mura
abbacinante d’amore.
Siamo
fili spezzati
da una nota sola.
Rinchiusi
in simulacri
di grettezza e malore.
Moriamo
al cinguettio
di un attimo sospeso.
Ancora figli
di un’unica madre.

Maria Rosa Oneto

Diritti riservati all’autrice

Foto Pixabay

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UNO SGUARDO CAPOVOLTO CHE APRE PROSPETTIVE SCONOSCIUTE “CONFUSIONE ILLUMINANTE” DI SERGIO RUSSO a cura di SABRINA SANTAMARIA

Uno sguardo capovolto che apre prospettive sconosciute
“Confusione illuminante” di Sergio Russo.

È possibile rendere concreta la bellezza? I giovani potrebbero farsi portavoce del bello? Autori come Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio, Baudelaire appartengono a quella schiera di letterati che i critici hanno catalogato nell’ampia schiera degli “Esteti”, dei “dandy” con personalità eccentrica. Nella società contemporanea è plausibile poetare sulla bellezza? Si può trasporre in un concetto? A mio giudizio essa è qualcosa di indefinito, di infinito, di inquantificabile, ad oggi possiamo tranquillamente affermare che non esiste una definizione univoca della bellezza perché racchiude diversi aspetti e significati, oso dire che con le nostre opere d’arte la possono sfiorare a mala pena, ma non viene mai raggiunta completamente è inafferrabile e irraggiungibile. La bellezza la possiamo trovare e scrutare nel caos del mondo, non nell’ordine e nella ponderatezza. È questa l’idea che ci vuole dare Sergio Russo, autore giovanissimo, nel suo itinerario mai scandito da ritmi perfetti, la sua è una ricerca di significato che non parte mai da uno sguardo logico, egli trasmuta la realtà che ci circonda, cambia l’usuale in inusuale. È un poeta che ama capovolgere la vita e osservarla con i piedi in aria e la mani per terra, guarda il mondo da un’angolazione nuova, che non esiste, fuori da ogni pensiero umano o da ogni logica, è così che il nostro giovane poeta scandaglia la bellezza del reale scrutandola da un punto di vista che non esisterebbe senza la sua invenzione e la sua penna, è un punto di vista che per certi versi apre varchi di luce ove prima vi era oscurità. Il Nostro è come se prendesse il mondo nelle sue mani lo mescolasse e cambiando l’ordine precostituito delle mode, degli usi e costumi crea una nuova prospettiva che prima era impensabile, ma che adesso crea luce, da qui anche il titolo della raccolta “Confusione illuminante”, infatti in “Così per dire” scrive: “Ti applaudirebbe il pubblico, in una muta esibizione?” e in “Fare e lasciar fare” così il poeta si esprime: “Serve morire per tornare a capire”. “Confusione illuminante” è l’espressione della penna di chi capovolge il consueto, il conosciuto, l’usuale, è come se il poeta ci invitasse a osservare la realtà in modo diverso, in modo capovolto, solo cambiando i nostri scontati punti di vista possiamo scoprire nuove verità su noi stessi e sugli altri, solo così si può fare più luce e chiarezza nei meandri più oscuri di una vita che a volte sembra sfuggirci di mano: “Sii più uomo di chi predica umanità” anche in “Mi chiedevo se sai tenere un segreto” vi è la tendenza al capovolgimento del reale anche nei suoi piccoli aspetti: “Ritrovarla vorrei, vagabondo tra il nero giorno e la bionda notte.” Sergio Russo ha il coraggio di mostrarsi non come il poeta con funzione di mentore per la società che regala al pubblico l’immagine del saggio consigliere, ma egli si mostra come un pagliaccio, un mimo, un saltimbanco, colui il quale con la sua satira crea un modo inedito di vita e ce lo mostra con tutta la sua sincerità senza finzioni o maschere, elimina la distanza anche impercettibile che fra scrittore e lettore mettendosi nella prospettiva di chi legge e non di chi scrive sconvolgendo i piani di osservazioni e come se creasse un “cubismo poetico” catturando tutti i possibili punti di vista, forse anche quelli inesistenti come in “Pagliaccio”: “Sei un comico dalla triste battuta, una risata di disperazione” oppure in “Quell’altra angolazione” ci svela le fragilità più intrinseche di appartenere al genere umano: “Perché non siamo saggi, perché siamo codardi”. “Confusione illuminante” è il tentativo, a mio giudizio, azzeccato di rendere nero su bianco l’immagine di noi stessi e degli altri che costantemente non realizziamo e ci sfugge come un sogno che non sappiamo mai raccontare, Sergio Russo “vola sul nido del cuculo” e ci prova a tessere versi che apparentemente potrebbero sembrare confusi, ma che in realtà aprono varchi in un mondo ancora inesplorato.
“Un’ultima cosa mi resta da dire… con me all’inferno ci vorreste venire?” (cit. “On the highway” S.Russo).

Sabrina Santamaria

● BIOGRAFIA DI SERGIO RUSSO

Sergio Russo, nato a Messina nel 1994, sta concludendo gli studi presso la facoltà di scienze politiche della sua città. Si interessa di scrittura e poesia già dall’età di 16 anni, anche grazie all’influenza del poeta e amico siciliano Filippo Faillaci. Vincitore di vari premi a livello cittadino e regionale, dalle sue poesie lascia spesso emergere passioni diverse come il cinema e la musica. Tra gli altri, cita spesso con profonda ammirazione e gratitudine, l’influenza indiretta di autori come Ungaretti, Pavese, Pasolini. Nel 2014, ha pubblicato per Armando Siciliano Editore la raccolta poetica “Confusione Illuminante”.

● INTERVISTA ALL’AUTORE

S.S.: Il titolo della tua raccolta “Confusione illuminante” è la volontà di voler mettere nero su bianco diverse emozioni apparentemente confuse per “illuminare il lettore”?

S.R.: La confusione dà l’idea di un lavoro da perfezionare. È nella confusione del proprio essere che l’io ritrova se stesso. Anche quando si tocca il fondo si può risalire perché non bisogna mai fermarsi.

S.S.: Quali sono i tuoi miti letterari contemporanei?

S.R.: Non voglio risponderti con la solita retorica, ma dopo autori come Pavese e altri come lui che sono riusciti a mettere a nudo la loro anima non ci sono stati in ambito letterario molti esempi da seguire come miti (mi riferisco ad autori molto conosciuti, non a quelli emergenti) questo è dovuto al fatto che i giovani si mantengono piuttosto defilati da certi ambiti come la letteratura o l’arte.

S.S.: La poesia deve necessariamente seguire uno stile , una metrica?

S.R.: La poesia deve apparire “naturale” come le foglie che crescono sugli alberi. Non ha uno stile preciso il poeta. Egli scopre se stesso e si racconta al lettore.

S.S.: La tua poetica ha un target di riferimento?

S.R.: Sì, penso che potrebbe far riflettere molti giovani della mia generazione per scuoterli dall’apatia per entrare in empatia con loro.

S.S.: Esiste una tua poesia che rispecchi la tua poetica?

S.R.: Il termine poetica è limitativo. Quando ci si esprime non si può sempre seguire un canone. I momenti della vita sono diversi come anche le mie poesie sono differenti e rispecchiano tutte molti significati, non c’è una poesia che possa racchiudere il mio stile perché cambia secondo il mio sentire.

S.S.: Quale compito ha la poesia per te?

S.R.: Non è compito dell’artista soccombere come disse un regista molto famoso come Woody Allen. La poesia può fungere da terapia per scavarsi dentro senza gravare sugli altri.

S.S.: Quando un poeta può sentirsi realizzato?

S.R.: La realizzazione non può arrivare al culmine, mai pienamente. Sentirsi realizzati è un processo in fieri.

S.S.: Da dove viene la tua ispirazione poetica?

S.R.: Il mio rapporto con la poesia è molto intimo. L’ispirazione per certi versi potrebbe definirsi “banale”. Non ha una sintonia con il paesaggio, ma è una ricerca profonda nel mio essere.

S.S.: Quali sensazioni ha suscitato in te la stesura di questa raccolta poetica vista la tua giovane età?

S.R.: Per me scrivere è colmare un vuoto, un bisogno esistenziale del poeta che scandaglia la sua vita con dei versi. È stato come riempire la mia anima.

S.S.: La pubblicazione è una scelta che rifaresti?

S.R.: Pubblicare la mia opera è stato un processo in evoluzione. Quando si scrive i primi tempi è un’esperienza intimistica poi però nasce l’esigenza di rendere noti i propri componimenti, credo sia automatico.