“L’UMANITÀ IN DECLINO” di Maria Rosa Oneto

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“L’Umanità in declino” di Maria Rosa Oneto

L’Uomo, venuto al Mondo da un gesto d’amore, nel corso della sua vita terrena, ricercherà di continuo, sino all’ultimo giorno, il senso stesso dell’esistenza.
Essere felici vivendo, è un connubio agognato da molti e forse mai raggiunto.
L’insoddisfazione, il mancato appagamento di taluni sogni o desideri, il venir meno di un adeguato patrimonio o al contrario, un esubero di ricchezza, possono generare: depressione, bulimia e tristezza. Non si è mai contenti di nulla e sempre pronti a desiderare altro; a salire sulle vette più ardite in corsa con il tempo.
Da sempre, l’Umanità, pervasa da smanie di grandezza, ha disseminato: guerre, ruberie, schiavizzato e martirizzato interi popoli allo scopo di accrescere il proprio tornaconto. Ogni scusa era buona per inscenare un conflitto e ammazzare altri fratelli: un confine che andava esteso, una razza che non era degna di esistere, una popolazione indigena da convertire e rendere così misera da non poter più reagire. Molti soprusi, sono stati commessi in nome di un Dio benevolo e misericordioso. Per portare più adepti alla Chiesa, per oltraggiare le tradizioni di antiche civiltà piene di riconoscenza e lode verso il Creato.
L’Uomo, da peccatore congenito qual è, anche in epoca recente, non ha abbandonato il suo concetto di violenza e di supremazia sugli altri. Nuove insoddisfazioni sono sorte, più attuali e moderne. Oggi, è la società stessa, o meglio una certa “branca” del potere che ti dirige, riducendoti a brandelli, affiancata dai mass media e dalla pubblicità.
Droga, alcool, abuso di psicofarmaci, chirurgia estetica sfrenata, bullismo, violenza trasmessa in rete, aberrazioni sessuali di ogni genere stanno portando l’Umanità allo sfacelo. Si vive da dannati, pervasi da istinti omicidi, pronti al ladrocinio anche da benestanti; assatanati e blasfemi in casa e fuori, tra la gente. L’amore! L’amore ti può strangolare, gettare dalle scale oppure darti fuoco come ad una bambola di pezza. Genitorialità in declino che perdona ai figli ogni omissione, anche la più cruenta, perché loro stessi non sono mai stati veri genitori, capaci di assumersi doveri e responsabilità che tale condizione comporta.
Un quadro disastroso, dunque, a guardarlo da ogni angolatura.
Verrebbe da pensare “È
finita” se nel cuore non brillasse l’ennesima fiammella di speranza che ti fa dire: “Presto tutto cambierà!”

Maria Rosa Oneto

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NON SONO MAI STATA BAMBINA di Maria Rosa Oneto

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“Non sono mai stata bambina” di Maria Rosa Oneto

Non sono mai stata bambina, pur vivendo d’allegria e di faccia tosta.
Cantavo già da piccolina e avevo l’impressione che bastasse quello a togliere dal corpo l’idea del male. Nulla di più falso. Non sono mai stata desiderosa di giochi (sempre solitari e all’epoca assai deludenti e sgangherati). Amavo la lettura e ancor più ascoltare mia Madre, raccontare sempre le solite fiabe, sino allo sfinimento. “Ancora, ancora” – testarda imploravo – benché lei già stanca dal lavoro, oltre le forze non avesse più neppure la voce. Quando imparai a leggere, fu tutta un’altra cosa e tra quelle pagine divertenti e colorate, il tempo dell’infanzia si smarriva, si modellava liberandosi dalle catene che il corpo avvinghiava in una spirale di “diversità” e di ore pensierose.
Capivo le mie difficoltà, le accettavo, le nascondevo agli altri in un continuo batticuore. Mai una volta ho chiesto a mia Madre o a mio Padre: “Perché a me?!” Come se fosse già tutto spiegato. Rivelato. O non ci fosse bisogno di ulteriori chiarimenti. Essendo figlia unica, a quei tempi, c’era una certa deferenza nei confronti dei Genitori e quasi un tacito accordo tra il dire e il non dire; il fare e il non fare. Sapevo che non avrei mai camminato (se non per pochissimi anni) nonostante le ripetute visite da illustri professori e numerose operazioni chirurgiche che con il tempo avrebbero aggravato la mia condizione. Uno spreco di lacrime e soldi che ci ha resi soltanto tristi e poveri; derelitti per un’intera esistenza. Allora, non c’era la Mutua, l’ASL (Assistenza Sanitaria Nazionale) come ai giorni nostri e farsi curare, significava: morire di fame, di stenti o di prestiti finanziari non facili da estinguere per un umile artigiano.
Si andava avanti di speranza e di miracoli divini che non sarebbero mai arrivati.
Era il tempo della ricostruzione, delle macerie per strada dopo la Seconda Guerra Mondiale, della cordialità fraterna e condivisa, di essere ancora vivi, nonostante tutto.
Crescevo con un cervello che già ragionava e con un’arguzia sagace ed esplosiva. Allora, nascere con qualche imperfezione visibile, consentiva di essere derisa, additata, schernita e persino salutata con un segno di Croce! La “figlia del castigo, del peccato mortale, erede diretta del Diavolo” ero proprio io, venuta alla luce, senza colpa alcuna.
L’ignoranza e quella sorta di religiosità becera e contadina, ancora imperavano come un antico retaggio, che si trascinava appresso: maldicenze, dicerie da quattro soldi, paure e colpe mai del tutto scomparse.
Bastava poco per essere considerati: anormali, deficienti, buoni a nulla. Creati per disgrazia o in espiazione di una “pecca” familiare. Nessuno, pensava al caso, alla fatalità, all’incastro incomprensibile del destino. Alla fame, alle privazioni patite durante la prigionia (mio Padre), alla carenza di cure e di attenzioni per una donna in stato interessante. Si incolpavano il Cielo, quel Dio tanto pregato eppur sempre assente; le variazioni lunari, le maree e i venti che soffiavano con voci di uccelli dallo strano presagio.
Ogni aspetto era buono per trovare una motivazione alle disgrazie, al male, al sacrificio dipinto sulla pelle. In pochi, potevamo godere dell’abbraccio del sole, della danza degli alberi in giardino. Quasi sempre, vegetavamo nascosti in casa o negli ospedali: lontani da sguardi indiscreti e da quella libertà, fatta di scherzi, risate, dispetti, scoperte sessuali e marachelle. L’unica parola che non conosceva tregua e frantumava il costato era questa:” Ricordati che non sei come gli altri!” E ciò che più si desiderava gioiosamente e tenacemente veniva ammazzato in un solo istante, in modo tremendo e definitivo.
Si compiva così la “morte spirituale” della “povera creatura” pur lasciandola in vita a marcire nell’indifferenza di ogni giorno!

Maria Rosa Oneto

LA POESIA DALL’ HABITUS EMOTIVO: “PAROLE SPORCHE” di DOMENICO GAROFALO a cura di Sabrina Santamaria

La poesia dall’habitus emotivo: “Parole sporche” di Domenico Garofalo a cura di Sabrina Santamaria

Quanti modi conosciamo per purificarci il nostro stato d’animo triste e pessimo? A volte una condizione depressiva potrebbe impadronirsi di noi fino ad atrofizzare il nostro essere, spesso a causa di un lutto, di una delusione o di una perdita non riusciamo a rielaborare il lutto e rimaniamo ingarbugliati dentro la gabbia dei nostri pensieri negativi. Comunemente sappiamo che facendo emergere le motivazioni del nostro malessere o raccontando a qualcuno dei nostri drammi potremo probabilmente sentirci risollevati e, sicuramente, ci farà l’effetto di sentirci meno soli. Dopo la lettura di “Parole sporche” scritto da Domenico Garofalo ho traslato il mio punto di vista, in quanto, senza rendercene conto, l’arte, la poesia, la musica possono fungere, alle volte, come catarsi dell’anima, come strumenti per far fuoriuscire lo sgomento che ci tiene legati alla rabbia o alla tristezza. Davanti ad un foglio bianco possiamo comporre poesie o qualsiasi testo narrativo che potrebbero salvare il loro stesso autore. Oggi ci troviamo sempre dinnanzi la solita retorica se la poesia possa salvare il mondo, le nuove generazioni, ma, in realtà, la poesia coadiuva a far emergere il poeta stesso affossato nelle sabbie mobili della sua stessa esistenza, da questa angolatura ci rendiamo conto che la poesia, forse in genere la letteratura, si tramutano in una mano invisibile tesa verso il suo stesso autore. La poesia, come il nostro Domenico Garofalo, ci dimostra è una catarsi dell’anima umana, poco importa se il poeta usi un linguaggio aulico, semplici, complesso, in vernacolo o se il testo poetico sia in rima o in stile libero, in questa sede chi scrive accompagna con la sua mano i tormentati strepiti del suo cuore che non osa indugiare a rimirar su stesso in un viaggio interiore che poeticamente viene codificato su carta. È come se il testo poetico non fosse più arazionale o senza emozioni, ma è come se i versi poetici indossassero l’habitus di un’emozione: la rabbia, la gioia, la tristezza, la malinconia. “Parole sporche” è una raccolta poetica che profuma da rito di purificazione, dai riti orgiastici o dionisiaci; l’autore anche nel momento peggiore, nel momento in cui tocca il fondo con le mani non si rassegna e trova una scorciatoia per riemergere. È probabile che molti critici letterari non definiscano la poesia del Nostro degna di essere definita tale, perché alcuni lettori potrebbero definirla scarna di contenuti e povera anche dal punto di vista stilistico. In realtà sforzandosi a leggerla tra le righe la poetica di Garofalo è tutt’altro che vuota di contenuti; sono innumerevoli i testi in cui leggiamo una profonda critica alla società come “Baracche, baraccopoli e baldracche” oppure in cui percepiamo un senso profondo di malinconia lieve che ondeggia a ticchettii fra i versi di alcune poesie. Non sono poesiole i testi di Domenico Garofalo per molteplici motivi; intanto perché questo libro è la sua quinta pubblicazione e il nostro autore ha già dimostrato in altri lavori la sua capacità di saper spaziare da un argomento all’altro, come nel caso di “Cambio matita”, ma adesso il Nostro esige uno scarto linguistico diverso perché è giunto ad una fase stilistico-letteraria che è mutata, vuoi perché un poeta si evolve durante il percorso del suo cammino e i suoi versi possono assumere tinte più accese o più atone. Mi sono piacevolmente immersa in “Parole sporche” perché ho costatato un tentativo da parte del suo autore di mostrarsi per quello che si è, senza timore del giudizio altrui. Una delle prime raccolte poetiche che io abbia letto in cui il lettore non troverà: il mare, l’aurora, le ali, il cielo, le stelle, il sole, la luna o l’amore. Per quanto possano emozionare le tematiche poc’anzi citate, ma, spesso, mi sono resa conto che molti testi poetici mancano di originalità stilistica e pur non volendo alcune espressioni diventano ripetitive, bacate e usurate. Nel libro di Garofalo si impone la quotidianità che, spesso, ci mette sotto scacco e ci domina. La rinuncia all’amore come atto supremo e la rievocazione della fisicità, traspare quasi un antiromanticismo per antonomasia, un tema ormai che tracciato il suo percorso in poesia e non ha più nulla di nuovo da dirci. Garofalo ricerca un nuovo campo tematico su cui comporre i suoi testi, un campo minato direi in cui nessun artista vorrebbe metterci piede. Il Nostro potrebbe catalogarsi fra gli indici dei poeti maledetti, forse il suo testo potrebbe trovarsi fra i libri proibiti però l’autore ha il coraggio di oggettivizzare l’Es freudiano che vive dentro di noi, ma che molti non vorrebbero riconoscere come facente parte perché ci inselvatichisce, tuttavia è proprio fra i “civilizzati” che accadono le peggiori cattiverie dell’umanità in cui a causa di molti cinici muoiono milioni di bambini nel mondo a causa delle guerre, delle pestilenze e della fame. Il Nostro a questa riflessione vuole indurci: dalla critica ai colletti bianchi alla povertà indotta, dal rimpianto di un’epoca che è stata alla macchinizzazione tecnomorfa dell’umanità che svilisce la sensibilità dell’uomo. Nello spazio creato da Garofalo la letteratura è un momento terapeutico in cui ogni attimo di vita deve necessariamente essere immortalato a prescindere se esso sia piacevole o sgradevole quel che conta in guisa è narrare e narrarsi, mi ha ricondotta alla sofferta Alda Merini che divenne poetessa dopo l’internamento in manicomio oppure a Virginia Woolf che frequentò dei corsi per la scrittura terapeutica o al tormentato Van Gogh il quale anelava ad un posto sociale negato infine al poeta Hölderlin. Il nostro autore decide di tendere la mano al sostegno dell’arte che talvolta può essere una valvola di sfogo e non motivo di sfoggio della propria bravura o talento, il Nostro apre una sfida che tanti autori hanno temuto di lanciare: la libertà di esprimersi come atto di purificazione dello spirito, infatti la poesia imprime su carta gli stati d’animo mentre il suo autore esprime il suo mondo interiore apparentemente illeggibile. Possiamo concludere che Domenico Garofalo abbia vinto la sfida? Sarebbe una conclusione affrettata rispondere che l’abbia vinta, sicuramente ha giocato ogni ultimo granello poetico nell’impari sfida dei versi amati ed usurati.

Sabrina Santamaria

IN SOLITUDINE di Maria Rosa Oneto

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“In Solitudine” di Maria Rosa Oneto

In solitudine, l’anima respira, cercando silenzio. Non invita al canto, al dialogo superfluo. Ti ascolta e talvolta risponde. Si affligge del tuo stesso dolore e ride senza senso a ciò che ti fa piacere e ti diverte.
L’anima in espansione perpetua, addolcisce la mente, crea vortici di luce dove il cuore trasfigura. Palpita in coesione con il Mondo. Tutto cambia, si modella e si rinnova, se la sappiamo percepire come una dolce sinfonia di sottofondo. Spesso, regala all’intelletto estasi dove sprofondare risulta benefico, ludico, accattivante.
L’anima è l’alter ego, che non conosce: finzioni, spudoratezze, bugie vergognose.
Si svela sovente, quando meno te lo aspetti e ti indica la strada da seguire in maniera: bonaria, dolce, persuasiva. Non ti obbliga a colpi di testa, a strane megalomanie o a sentirti superiore, rispetto agli altri. Nel caso, avviene il contrario e salta fuori quella fragilità, quell’umiltà di fondo che sin dalla nascita ha pervaso l’Umanità, l’essere creato dal fango e da un soffio di spirito divino.
L’anima, non ti permette di fingere, mentire, indossare panni diversi da quelli che metti tutti i giorni. Non accetta: maschere né trucchi permanenti; non ostenta falsa intelligenza e caparbietà. Sa essere se stessa,
pietosamente relegata al reale, inchiodata in trame perfide e volgari; impiastrata di sangue, di violenza e di pentimento.
Amo la mia anima, per quanto modesta e di poco conto. Mi resta accanto, sempre e non mi giudica. Non mi accusa, non punta mai il dito contro. La sento sussultare nelle notti più stellate, quando anche il mare dorme e nessuno sembra ricordare che anche tu esisti da tempo.
L’avverto più presente al cadere della pioggia o nei momenti in cui vivere diventa una condanna. Lei è lì nuda, pura, come ti è stata data.
Un sogno mai perduto. Forse, un’illusione che ancora appaga!

Maria Rosa Oneto, 2019

Tutti i diritti riservati all’autrice

UNA BOTTIGLIA DI VINO di Maria Rosa Oneto

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“Una bottiglia di vino”

La bottiglia di vino rosso frizzante, scagliata contro il muro, disegnò una scia di “sangue”;
che correva e sfrigolava come un’auto in corsa.
Era Giovedì Santo e in strada il rumore aumentava, fatto di suoni e di parole vane.
Sulla parete, andava formandosi una specie di strano sepolcro con fiori scarmigliati e candele che non si sarebbero mai accese.
Un Cristo in Croce, restava appeso, appena abbozzato, con il viso scarno e sulla testa, una Corona di Spine.
I miei occhi, annebbiati dall’alcool, rigettavano lacrime e visioni irreali. Avrei voluto parlargli, ma non avevo più fiato.
Lo guardavo, distendersi e quasi rasserenarsi, in quella posa un po’ sgangherata che io stesso avevo creato.
Mi gettai sul letto, ormai disfatto da settimane, con lo stomaco in subbuglio e le tempie che pulsavano.
Di colpo, mi addormentai, farfugliando qualcosa. Un sonno profondo, tenace, mi fece scivolare altrove.
Eppure Cristo, era ancora sulla Croce, imbrattato di vino su quel muro oltre confine.
Il sangue era sparito, le ferite del costato rimarginate.
Nel cuore, sentii nascere l’amore e quella forma di rispetto umano, che da troppo tempo avevo dimenticato. Ne ero certo, non avrei più bevuto e dormendo placidamente, raggiunsi il Cielo, dove ogni cosa mi fu rivelata.
Il mattino dopo, al risveglio, Cristo se n’era andato e sulla parete della stanza, tinteggiata di fresco, aleggiava una candida piuma: simbolo di Pace e Resurrezione.
Avevo vinto la Morte e mi ero liberato da ogni peccato!

Maria Rosa Oneto

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SCAPPO VIA di Maria Rosa Oneto

“Scappo via”

Ci sarà un cielo da dipingere a nuovo. Porte sfondate ad accogliere il sole. Cocci di esperienza gettati in strada. Rivoluzioni ad issare bandiere e finestre spalancate per far volare i pensieri.
Ci sono anch’io in questo lembo di terra salata. Un miscuglio di odori e spezie che imbalsamano il cuore. La tavola imbandita senza pretese, diventa un altare anche senza candele. È un giorno qualunque, di un anno imprecisato. Corre il tempo su binari affollati.
Ore calde di caffè, consumate in piedi, piene di malanni e filosofia. Escono le parole come nuvole di fumo. Le emozioni divagano e partoriscono alla spinta del vento. Mi vedo bella, senza guardarmi allo specchio. Fuori, passano i pendolari camminando come automi, caricati a molla. I visi già stanchi, le mani al ritmo di samba. I bambini sfrecciano a scuola, usciti dal pulmino, con la voglia di scappare e gettare via i libri. Il Mondo si muove ed io sto ferma. Guardo trasognata l’albero carico di mele e quello strano volatile dispettoso che ripete sino allo sfinito:” Dai che è giorno!” Potessi gli tirerei una scarpa e con un click spegnerei la luce sul “palcoscenico dei burattini”. “Tutti a dormire, un’altra volta!’
La vita aspetta, nascosta in agguato dietro ricordi edulcorati. Mi faccio forza, scendo dal letto, lasciandolo sfatto. Apro il rubinetto e inizia a piovere, quasi per dispetto. Nuvole passeggere rovesciano: risate, dolori, pentole sbattute, tocchi da un pianoforte a coda.
Eccomi, son pronta! Chiudo a doppia mandata la porta e scappo via ad inseguire la gioia di essere viva.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

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Intervista a Carmine Laurendi: Quando il pathos diventa talento a cura di Sabrina Santamaria.

Intervista a Carmine Laurendi: Quando il pathos diventa talento a cura di Sabrina Santamaria.

• Alcuni cenni su Carmine Laurendi

Carmine Laurendi è un giovane poeta che in questi ultimi anni ha pubblicato due raccolte poetiche: “Ti pensu notti e ghiornu Bagnara” e “Ogni cosa cu so tempo”, spesso nelle sue liriche esalta l’amore per il suo paese natio, Bagnara oppure snocciola con grande stile spunti e riflessioni attuali e di carattere sociale.

S.S: Quando è stato il tuo primo incontro con la poesia?

C.L: Mi sono avvicinato alla poesia subito dopo la morte di mio padre. Grazie ad essa sono riuscito a liberarmi del peso che mi portavo dentro.

S.S: A quale poeta della letteratura ti sei ispirato maggiormente? Sempre se c’è uno stile che più di tutti ti ha affascinato…

C.L: Non mi ispiro a un poeta o a uno stile in particolare. La mia poesia nasce spontaneamente, da un attimo, da un pensiero o da una riflessione. Apprezzo tuttavia l’ermetismo di Salvatore Quasimodo, e recentemente ho iniziato a leggere con passione le opere di un poeta originario della mia terra, Vincenzo Spinoso.

S.S: Cosa ti ha particolarmente spinto a pubblicare due raccolte poetiche?

C.L: L’idea di pubblicare le mie raccolte poetiche è nata dai commenti, dai suggerimenti e dalle critiche costruttive dei miei amici e dei miei compaesani. Dal loro interesse sono scaturiti i miei libri.

S.S: Secondo te cosa la poesia può ancora trasmettere alle nuove generazioni?

C.L: Alle nuove generazioni la poesia può ancora trasmettere un’idea di bellezza, di purezza, di spontaneità, valori quanto mai necessari in questo mondo confuso.

S.S: Quale potrebbe essere il suo messaggio?

C.L: La mia vena poetica ha origine dal luogo in cui sono nato, dalle mie origini e dallo studio costante. Contestualmente cerco sempre di essere aperto verso altre culture e nuovi orizzonti.

S.S: Le poesie, spesso, hanno risvolti dal punto di vista sociale… Per quali fenomeni sociali pensi che la poesia possa essere incisiva?

C.L: La poesia è una forma d’arte, e come tutte le arti potrebbe allontanare i giovani dalla strada, attirando la loro attenzione e offrendogli una speranza. In questo senso, mi sento di poter affermare che la poesia ha un ruolo salvifico.

S.S: Al centro delle tue liriche metti sempre il tuo paese natio, Bagnara, pensi che lo spirito del poeta sia quello di mettere al centro i luoghi in cui viviamo? Oppure bisogna essere “cittadini del mondo”?

C.L: Io parlo del mio paese non perché sia speciale, ma perché lo amo. Questo amore lo rende unico. Allo stesso modo chi legge le mie poesie, attraverso le mie parole rivive l’amore per il proprio paese e le proprie origini.

S.S: Secondo te la poesia è il sentimento più profondo dell’essere umano? Oppure è il frutto di un’erudizione attenta e continua?

C.L: Sono due espressioni simbiotiche, nel senso che la poesia nasce spontaneamente come espressione profonda dell’anima, ma poi si evolve in erudizione, come allenamento costante.

S.S: Qual è il ruolo del poeta nella società attuale? E rivestendo questo ruolo come potrebbe agire?

C.L: Il poeta non deve ergersi a giudice, né pontificare. Nella società odierna il poeta deve essere soprattutto una persona umile che cerca di far riflettere il pubblico attraverso i suoi pensieri e le sue emozioni.

S.S: Per esprimere con i colori o con la musica la tua poetica a quale quadro o composizione musicale ti riferiresti?

C.L: Le opere di Renato Guttuso esprimono al meglio il mio modo di fare poesia. Vi ringrazio per questa opportunità che mi avete regalato, mi avete reso ospite su questo blog stupendo. Alla prossima.

RITRATTI: UMBERTO BARBERA – il connubio perfetto tra la fotografia e la poesia

Umberto Barbera, Atelier Spazio Galleria dell’architetto Giovanni Ronzoni, Verseggiando sotto gli astri di… Lissone

(by I.T.Kostka)

L’arte ha mille volti e sfumature, spesso impregna l’anima di un uomo fino all’ultimo neurone. Umberto Barbera convive da anni con le sue due amate Muse: quella della fotografia e quella della poesia. Umberto è un artista generoso e umile, sempre gentile e disponibile verso il prossimo, ricco di elevata empatia e sensibilità. Ironico e sorprendente, innamorato della natura ma, allo stesso tempo, aperto alle nuove tendenze stilistiche e alle sfide. Da menzionare soprattutto quella nata dall’incontro con la corrente del Realismo Terminale, alla quale si è avvicinato partecipando al programma “Verseggiando sotto gli astri di Milano” e alle puntate con il M° Guido Oldani. La sua crescita espressiva non si ferma, il Nostro si fa apprezzare come un buon vino: la sua scrittura mette in evidenza sempre più originale e ricca creatività artistica. Chissà quante sorprese ci regalerà nel prossimo futuro!

Izabella Teresa Kostka, Milano

• NOTA BIOGRAFICA

Umberto Barbera, nato a Sandigliano, in provincia di Biella . Sognatore e amante della libertà. Il viaggiare, la fotografia e la poesia sono espressione di continua ricerca e sfogo di emozioni.
Alcune sue opere sono presenti in alcune antologie: “Bugella’S Heart”, “Il fruscio delle parole mai dette”, “Tra le braccia di Turan”, “Per non dimenticare” e “Le maree della vita”.
Nella Collana Orizzonti Aletti editore:
“Verrà il mattino e avrà un tuo verso” vol.XII, “Tra un fiore colto e l’altro donato”.
Poeta Federiciano nelle edizioni 2016 e 2018 di Rocca Imperiale “Il Paese della poesia”.
Dal 2016 fa parte dei Poeti Verseggiatori di Milano – Serate cicliche di poesie con il patrocinio del Cerifos a cura di Izabella Teresa Kostka.

• ALCUNE POESIE SCELTE

FIAMMIFERI

Erano fiammiferi,
semplici fiammiferi dalla punta rossa
colpo in testa ed il fuoco innescava

Petardi impazziti nel silenzio della notte
Mortai pronti per la battaglia
Anonime opere d’arte su quadri di tela dipinte
come i sogni dei giovani dai mille volti
dal futuro in salita verso mete ambite
Lento e faticoso il cammino al buio
tortuose e tormentate le strade

Ultimo cerino ribelle
su di un piano grezzo striscia
nuova luce infiamma
nuova marcia nel motore al minimo
pronto a risalire la china

IL POLITICHESE

Ammasso di filo spinato arrugginito
Contorto ed annerito
Strade strette, tornanti infiniti
Teatrino di luci e sfondi
Plasmato con ciprie e costumi
in ambienti ovattati
Fattucchiera attenta nel leggerti la mano
Intento primario ed assoluto
creare ingorghi sullautostrada dei pensieri
far ingoiare il dolce di cioccolato
su di un panino salato

L’AMORE MATTUTINO

Appena sveglio già mi manchi
Sotto lenzuola ancora calde
il profumo attira prepotente
il desiderio assale la mente

Labbra desiderose affondano su di te

Calda, morbida e vellutata
schiuma dal sapore dolce amaro

Con le mani a coppa ti accolgo
Il biscotto inzuppo delicatamente
il tuo calore lo fonde velocemente

Sei il primo amore del mattino
Caro schiumato… cappuccino.

RISVEGLIO QUOTIDIANO

O mio Dio è tardi!
Ma nooo…
La notte prepara ancora la valigia
alla porta il giorno suonerà

Il gallo già canta!
la sveglia ancor non l’ho udita

Suonaaa!
Anch’essa impettita,
come una sirena impazzita

Sul filo di lana l’aurora si è vestita
All’ordine il sole richiama
ancor non risponde,
assonnato… nel letto si rigira

Nascosto dal piumone
stanco per la notte di passione
le ciabatte ancor non trova

Sbiancata la luna… scivola via…
tra lenzuola stropicciate e coperte vellutate
con l’occhiolino sottovoce lo saluta

Rosso come un semaforo infuocato
del palcoscenico pian piano le scale sale
sornione teatrante
di primo attore…
la parte!

Umberto Barbera

Tutti i diritti riservati all’autore

“Amore a prima vista” foto: Umberto Barbera