DONNA PACE, DIRITTI UMANI ED EQUITÀ DI GENERE (di Eduardo Terrana)

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DONNA PACE, DIRITTI UMANI ED EQUITÀ DI GENERE di Eduardo Terrana

La Pace, intesa come verità, giustizia e libertà, costituisce l’espressione più alta dell’aspirazione e dell’impegno di ogni essere umano e dei popoli del mondo. Per la donna rappresenta ancora la speranza più grande di crescita, di progresso, di sviluppo, perché ancora non si è giunti al traguardo dell’affermazione su scala mondiale di tali diritti.
La realtà della donna, come persona, presenta nel mondo contemporaneo ancora aspetti e situazioni di grande criticità e contraddizione, tanto che si può affermare che il processo di maturazione e di realizzazione della donna, libera di godere e di esercitare uguali diritti civili, politici e sociali, appare un obiettivo ancora non realizzato, perché molti diritti ed aspettative delle donne vengono ancora disattesi.
La realtà delle cifre, secondo i dati aggiornati dall’ONU, rileva su scala mondiale che la povertà femminile è sempre più in aumento e la condizione femminile è contrassegnata da violenze, abusi, soprusi, stupri, rapimenti, umiliazioni, negazioni, discriminazioni, che vengono ancora inflitte alla donna e le vietano il valore della dignità e il possesso e l’esercizio dei diritti.
I dati evidenziano, dal 2005 al 2016, che: il 19% delle donne tra i 15 e i 49 anni di età ha sperimentato violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner intimo; i matrimoni precoci non diminuiscono, con una età media che si attesta sui 15 anni; la pratica delle mutilazioni dei genitali femminili rimane molto diffusa e interessa una ragazza su tre tra i 15 e i 19 anni di età. Le donne risultano sempre più impegnate nel lavoro agricolo, domestico e di assistenza con retribuzioni più basse rispetto agli uomini, con scarse opportunità di accesso alla carriera e alla vita pubblica, politica e manageriale. La gestione del potere registra prevalentemente la presenza dell’uomo e non della donna.
Le cifre dicono ancora: che in tanti Paesi del mondo, le bambine e le ragazze ancora incontrano ostacoli e subiscono forti discriminazioni nell’accesso alla scuola primaria e secondaria, in particolare nell’Africa sub sahariana, in Australia e in Asia occidentale; che in Nord Africa, una donna su cinque occupa un posto di lavoro retribuito in settori non agricoli; che solo in 46 paesi le donne sono presenti nei parlamenti nazionali.
I dati dicono, pertanto: quanto la condizione della donna ancora contrasti con le affermazioni dello Statuto dell’ONU che dichiara sia la uguaglianza dei diritti tra uomini e donne, sia la dignità e il valore della persona umana; quanto la disuguaglianza di genere persista e impedisca alle donne di accedere in modo paritario a diritti di base ed opportunità ; quanto ancora freni il contributo delle donne allo sviluppo sociale ed economico dei singoli territori; quanto rilevi, altresì, la quasi totale assenza di una volontà comune e di una legislazione sovranazionale che sostenga con forza l’uguaglianza tra gli esseri umani ed individui il genere femminile come elemento non discriminatorio. I dati ci dicono però anche quanto è ancora lunga la strada che le donne devono percorrere per affermare “ l’equità di genere”, dopo 44 anni dalla Prima Conferenza mondiale dell’ONU sulle donne, tenutasi, nel 1975 a Città del Messico, a cui seguirono poi quelle di Copenaghen (1980), Nairobi (1985), Pechino (1995), New York (2000) e Milano (2015). La condizione della Donna evidenzia, pertanto, una situazione per niente positiva e confortante se vista in prospettiva, verso l’appuntamento prossimo del 2030 quando si terrà la prossima Conferenza Mondiale sulle donne. Tale realtà mette in risalto: da un lato, che resta ancora non attuato il pieno rispetto e la piena realizzazione della donna nella sua persona, nella sua dignità, nella sua specificità e nella sua diversità di essere donna, e dall’altro, che resta soprattutto ancora da realizzare il riconoscimento della donna come soggetto Giuridico Internazionale. A fronte di tale situazione va rilevato che la parità di genere, però, non è solo un diritto umano fondamentale, ma la condizione necessaria per un mondo prospero, sostenibile e in pace. Garantire alle donne e alle ragazze parità di accesso all’istruzione, alle cure mediche, a un lavoro dignitoso, così come la rappresentanza nei processi decisionali, politici ed economici, costituisce la base imprescindibile per promuovere economie sostenibili, di cui potranno beneficiare le società e l’umanità intera.
La necessità che vengano individuati dei modi per attribuire potere, responsabilità, rappresentatività alle donne, tale che esse possano introdurre le proprie priorità e i propri valori nei processi decisionali a tutti i livelli, in condizione di pari dignità con gli uomini, era già stata evidenziata nel 1995 dalla Conferenza delle donne di Pechino, che aveva riconosciuto il diritto delle donne ad essere coinvolte nel processo decisionale su vari aspetti dello sviluppo quali: l’ambiente, i diritti umani, la popolazione e lo sviluppo sociale, riconoscendo al contempo sul fronte della uguaglianza dei sessi, la necessità di spostare l’accento dalla donna al concetto di genere: riconoscendo che l’intera struttura della società e tutte le relazioni fra uomini e donne all’interno di essa, devono essere rivalutate ; e affermando che solo una simile fondamentale ristrutturazione della società e delle sue istituzioni potrebbe consentire alle donne la piena attribuzione del potere e delle responsabilità necessarie ad assumere il loro giusto posto come partner paritarie degli uomini in tutti gli aspetti dell’esistenza.
Questo cambiamento costituisce una forte riaffermazione del fatto che i diritti delle donne sono da considerare diritti umani nel loro significato più pieno e che l’uguaglianza dei sessi rappresenta un tema di interesse universale, di cui beneficiano tutti.
Pechino afferma, pertanto, che non può esserci progresso di diritti umani senza progresso dei diritti delle donne, perché questa è una condizione imprescindibile per la giustizia sociale e costituisce il solo modo per costruire una società sostenibile, giusta e sviluppata.
L’obiettivo, pertanto, per la donna di essere riconosciuta in modo pieno come soggetto politico, nazionale ed internazionale, e quindi acquisire potere, insieme all’obiettivo di raggiungere l’uguaglianza tra donne ed uomini, sono condizioni necessarie per raggiungere la sicurezza politica, sociale, economica, culturale , ed ambientale.
In tale ottica la Piattaforma per l’Azione scaturita dalla Conferenza di Pechino individua dodici aree di crisi che vengono viste come i principali ostacoli al progresso femminile e che richiedono quindi l’adozione di iniziative concrete da parte dei governi e della società civile, nonché l’impegno delle donne perché vengano rimossi .
Queste aree di crisi sono : la povertà, l’istruzione e la formazione, la salute, la violenza , i conflitti armati e altri tipi di conflitti , la partecipazione economica, la partecipazione al potere e ai processi decisionali, i meccanismi istituzionali, nazionali ed internazionali; i diritti umani; i mezzi di comunicazione; l’ambiente e lo sviluppo; le bambine.
La Conferenza di Pechino segna pertanto più di un punto a favore della causa della donna perché assicura , da un lato, “ il rispetto dei diversi valori religiosi, etici, culturali , degli individui e dei loro paesi “; e afferma, dall’altro, in maniera esauriente, la globalità delle questioni delle donne all’interno di un approccio generale ai diritti, riconoscendo , in particolare, che i diritti umani delle donne sono “ una parte inalienabile, integrante ed indivisibile dei diritti umani “, e confermando, al contempo, l’impegno di affrontare direttamente la questione centrale della violenza contro le donne.
La Conferenza di Pechino quindi : ha raccolto le novità più significative delle istanze delle donne incentrate per lo più sulla valorizzazione della differenza di genere come stimolo per una critica alle forme attuali dello sviluppo e della convivenza sociale, ed ha, conseguentemente, elaborato un programma coerente che ruota attorno a tre parole chiavi: Genere e differenza – Empowerment – Mainstraming. Genere e differenza, nel senso che per costruire una parità di opportunità ed uno sviluppo equo e sostenibile, è necessario mettere al centro delle politiche la reale condizione di vita delle donne e degli uomini, che è diseguale e diversa.
In tale accezione bisogna allora valutare l’impatto delle politiche sulle reali condizioni di vita di donne ed uomini, sapendo che esse sono tra loro disuguali e diversi.
Empowerment, nel senso di attribuire potere e responsabilità alle donne attraverso il perseguimento delle condizioni per una loro presenza diffusa nelle sedi in cui si assumono decisioni rilevanti per la vita della collettività.
Mainstraming, nel senso di una prospettiva fortemente innovativa per quanto attiene la politica istituzionale e di governo. Essa tende ad inserire una prospettiva di genere : e cioè il punto di vista delle donne, in ogni scelta politica, in ogni programmazione, in ogni azione di governo. Tutto ciò nell’ottica: che il rafforzamento del potere di azione delle donne e la loro piena partecipazione su basi paritarie a tutti i settori della vita sociale, inclusa la partecipazione ai processi decisionali, sono fondamentali per il raggiungimento dell’uguaglianza, dello sviluppo e della pace; che i diritti delle donne sono diritti fondamentali della persona; che la parità di diritti, di opportunità e di accesso alle risorse, l’uguale condivisione di responsabilità nella famiglia tra uomini e donne ed una armoniosa collaborazione tra essi, sono essenziali per il benessere loro e delle loro famiglie;
che l’eliminazione delle povertà, per mezzo di una crescita economica sostenuta, dello sviluppo sociale, della protezione dell’ambiente e della giustizia sociale, richiede la partecipazione delle donne allo sviluppo economico e sociale, la parità delle opportunità e la piena ed uguale partecipazione delle donne e degli uomini in qualità di protagonisti e beneficiari di uno sviluppo sostenibile avente al centro l’Essere Umano; che la pace a livello locale, regionale, nazionale e mondiale può essere raggiunta ed è strettamente legata al progresso delle donne, perché esse sono un motore fondamentale di iniziative per la soluzione di conflitti e per la promozione di una pace durevole.
Tutto ciò costituisce un ulteriore largo fronte di rivendicazione e di impegno per le donne del terzo millennio!
L’UNICEF, peraltro, ha sempre affermato : che le donne hanno un ruolo centrale nella comunità; che per aiutare i bambini e le bambine è necessario sostenere le loro madri; che investire nelle bambine vuol dire contribuire a cambiare il futuro delle nuove generazioni . Affermazioni queste che ribadiscono: che i diritti delle donne sono diritti umani e che la prospettiva di genere, ( inteso come sesso femminile , quindi differente , biologicamente, dal genere maschile), va applicata a tutte le politiche di sviluppo. L’uguaglianza di genere, facendo un ulteriore passo avanti, deve diventare , pertanto, il fine dello sviluppo , in quanto la donna, non più solo beneficiaria dell’aiuto, diventi parte integrante dei progetti di sviluppo, nei quali può finalmente portare il suo particolare contributo. La speranza futura per togliere dalla dipendenza maschile, dalla discriminazione, dalla violenza, dal fango in cui l’uomo da sempre ha collocato la donna, è riposta nella prossima “ Conferenza mondiale sulle donne ” , che mira a promuovere “Le donne in un mondo del lavoro in evoluzione “ attraverso il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e nello specifico : l’obiettivo che si incentra sull’accesso globale alla formazione di qualità e all’apprendimento continuo, ( obiettivo n.4); e l’obiettivo che si focalizza sull’uguaglianza di genere e sull’empowerment, ( maggior potere ), delle donne e delle ragazze, ( obiettivo n.5). In tal modo si spera che il progresso verso l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne, ancora molto lento, possa avere una concreta accelerazione verso i traguardi da raggiungere.
Traguardi che si riassumono brevemente nella realizzazione dei seguenti punti: Eliminare ovunque ogni forma di discriminazione, di violenza, compreso il traffico di donne e lo sfruttamento sessuale nei confronti di donne e ragazze; Eliminare ogni pratica abusiva come il matrimonio combinato, il fenomeno delle spose bambine e le mutilazioni genitali femminili; Riconoscere e valorizzare la cura e il lavoro domestico non retribuito, fornendo un servizio pubblico, infrastrutture e politiche di protezione sociale e la promozione di responsabilità condivise all’interno delle famiglie, conformemente agli standard nazionali; Garantire piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership ad ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica; Garantire accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti in ambito riproduttivo; Avviare riforme per dare alle donne uguali diritti di accesso alle risorse economiche così come alla titolarità e al controllo della terra e altre forme di proprietà, ai servizi finanziari, eredità e risorse naturali, in conformità con le leggi nazionali; Rafforzare l’utilizzo di tecnologie abilitanti, in particolare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per promuovere l’emancipazione della donna; Adottare e intensificare una politica sana ed una legislazione applicabile per la promozione della parità di genere e l’emancipazione di tutte le donne e bambine, a tutti i livelli.
Bisogna prendere atto che le donne hanno molto da offrire alla famiglia, alla società, all’umanità e possono essere le promotrici di un nuovo codice etico per un millennio di pace, che si fondi sulla giustizia, sull’equità, sullo sviluppo, sulla democrazia, sul rispetto della identità e della dignità della persona e dei popoli.
Le donne, però, possono essere altresì i costruttori di una nuova società che affondi le sue radici in una cultura di pace e contribuire così , d’intesa donne ed uomini, alla realizzazione del rispetto delle diversità, che oggi riveste una vitale importanza. Solo comprendendo e stabilendo nuove relazioni tra gli esseri umani, infatti, sarà possibile costruire società nelle quali la diversità linguistica e culturale sia rispettata.
Oggi purtroppo non diventa ancora possibile che la normativa relativa ai diritti della donna conosca, in un futuro non lontano, delle evoluzioni e delle trasformazioni che riflettano più da vicino lo sforzo di ricerca e l’esigenza verso una “ Identità culturale” che la donna incomincia appena a precisare.
Considero, infatti, che il discorso sulla “identità culturale della Donna” non ha ancora trovato la sua sede di formulazione come “diritto” da riconoscersi. E ciò costituisce, a mio avviso, un altro obiettivo importante di rivendicazione e d’impegno per le donne.
Premesso che il primo diritto della donna resta ancora oggi quello di essere se stessa, va evidenziato che l’attuale fase corrisponde al momento dello sviluppo pieno della personalità femminile, in quanto si delinea l’eventualità di un ulteriore riconoscimento, quello del diritto alla diversità.
Il discorso sui diritti della donna e quindi anche quello relativo alla identità culturale, deve dunque prendere avvio dall’analisi della personalità femminile e tenere presente da un lato i tratti fondamentali che la Donna, in quanto Essere Umano, ha in comune con l’uomo e dall’altro la ricchezza delle caratteristiche peculiari che la rendono distinta.
Uguaglianza di condizioni e possibilità di sviluppo diversi sono quindi i due termini entro cui necessariamente si svolge ancora il discorso sui diritti della donna che, a distanza di circa 50 anni dalla costituzione delle Nazioni Unite e a dispetto dei numerosi impegni presi dagli Stati membri, ancora non vede appieno rispettati, difesi e definiti come universali, inalienabili, indivisibili, i propri diritti umani.
Il significato dei termini: Universali, inalienabili, indivisibili, sono di rilevante importanza per affrontare la tematica della Donna ed Equità di Genere, perché:
Corrispondono alla sostanza della dignità dell’Essere Umano e quindi anche della donna, in quanto si riferiscono alla soddisfazione dei bisogni essenziali, all’esercizio della libertà, alle sue relazioni con altre persone: e quindi sempre o dovunque alla Persona ed alla sua piena dimensione umana, intesa universalmente, nell’unità di corpo e di anima, di cuore e di coscienza, di intelletto e di volontà;
Delineano la tutela e la valorizzazione della Persona Umana e quindi anche della Persona Donna, in quelle che sono le sue prerogative anche spirituali e le sue potenzialità globalmente intese nel rispetto di quella “universalità” che è la caratteristica peculiare dei diritti umani e del loro radicarsi;
e Rappresentano la realtà universale di un’idea di Persona Umana , e quindi anche di Persona Donna, che è portatrice di una sua originale impronta e di elementi costitutivi e distintivi propri, ma che ancora, in quanto tale, non è dato universalmente riscontrare.
E’ in tale contesto che va cercata , ritengo, la risposta al tema “ Donna: Pace, diritti Umani ed Equità di genere”.
Perché sta in questo il cogliere da un lato il senso della pace e dello sviluppo come opportunità di crescita della donna, e dall’altro la base d’impegno da parte delle Donne di essere capaci: di suscitare occasioni di dialogo e di confronto; di aiutare a praticare la cultura della tolleranza e della solidarietà per chi si differenzia da noi per razza, cultura, credenze religiose, ma, soprattutto, di contribuire allo sviluppo della civiltà e della cultura dell’amore, alla vita, alla non violenza, alla tenerezza, che ripudia l’egoismo, lo spreco, lo sfruttamento e l’amoralità e consente di guardare, con gli occhi di Donna, alla tematica, ancora oggi in primo piano, dei diritti umani e delle loro violazioni.
Tutto ciò però potrà effettivamente realizzarsi se l’Uomo sarà capace di apportare un sostanziale cambiamento nel suo modo di pensare e di agire nel senso di considerare la Donna una Persona, titolare di diritti oltre che di doveri, diversa solo nel genere rispetto all’uomo, ma per il resto in tutto e per tutto uguale a lui. L’Uomo, pertanto, non ha il diritto di vantare nessuna superiorità sulla donna o, ancora peggio, di considerarla una sua proprietà.
Eduardo Terrana

“SINO ALL’ ULTIMO” di MARIA ROSA ONETO

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“Sino all’ultimo” di Maria Rosa Oneto

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Forse per apprezzare ancora l’esistenza, ci vorrebbe una canzone, scritta a quattro mani. Una sera d’agosto con stelle e lucciole in volo, nel “soffitto” del cielo. Per ritrovare la pace perduta, occorrerebbe farsi accarezzare il cuore, in un giardino pieno di fiori; dove le acque timidamente gorgheggiano, parlandosi d’amore.
Per mettere a tacere il male, bisognerebbe osare vestirsi da bambini. Rompere di colpo il salvadanaio per correre dietro al carrettino dei gelati ( ?). Riuscire ancora a prendere a fiondate le finestre e poi fuggire in fretta, a schiacciare tutti i campanelli della strada.
Andrebbe bene anche una falsa febbricciola, per restare a letto come facevano i malandrini di una volta. Mettere il termometro accanto al fuoco e aspettare che l’asticella del mercurio (quello che più non si usa!) si innalzi sino a sentire il botto.
O saltare di notte nell’orto del vicino (ma chi ce l’ha più l’orto!) e mangiare a crepapelle tutti i frutti di stagione; prima che costui se ne accorga e prenda in mano la scacciacani.
Per essere felici, bisognerebbe svegliarsi presto la mattina e a gambe levate raggiungere il mare e guardare con stupore l’alba alzarsi, vestita di luci e splendidi colori. L’armonia della natura, che mai abbandona, racchiude bellezze infinite, palpiti di stagione che leniscono la tristezza; essenze divine che scivolano nell’anima come una dolce litania da conservare.
La serenità, che tutti ricerchiamo, è una pozione di gioia e di piaceri quotidiani, che crescono spontaneamente accanto a noi e che con indifferenza lasciamo andare.
Ore d’inguaribile sospensione temporale, quando ci aggiriamo stressati, pieni di rabbia e rancore. Tormenti di spiriti inquieti, i cui bisogni e desideri non hanno più limiti per sentirsi appagati. Ricchezza, sperpero e denaro sono le componenti principali di una superficiale beatitudine che in verità mal ci sostiene. La perfezione fisica e l’eterna giovinezza, comprate a colpi di bisturi, con sedute massacranti in palestra e abiti di marca, non risparmia l’essere umano da incidenti di percorso, depressioni, stati d’ansia e patologie psico-fisiche. Nulla ci preserva dalla “sventura” di vivere, dal desiderio di farla finita, dalla voglia di stordirci con droghe e alcolici.
Questo nei confronti di giovani e giovanissimi, come nei riguardi di anziani, portati al vizio e alla ricerca del piacere smodato ad ogni costo.
Oggi, il peso dell’essere al mondo, è causa di deterioramento mentale, violenza domestica, bullismo, separazioni familiari, prepotenza ed egotismo. Pensare a noi stessi senza guardare all’altro, a chi sta peggio in tutti i sensi, è una mostruosa mancanza di compassione e umanità. La perdita del lavoro o la sua totale assenza, rappresentano uno smembramento di dignità e un venir meno degli equilibri interiori. Vivere tanto per farlo, come animali da circo tirati per la catena, è una condizione deplorevole e meschina. “Nutrirsi del proprio pane” è un merito e un appagamento che a tutti dovrebbe toccare.
Nessuno escluso!
Guardiamo, comunque, a ciò che gratuitamente ci è stato donato e che abbiamo preso in prestito per un tempo imprecisato. Godiamo così della carezza del vento, della pioggia che scivola lieve sulle foglie, delle nubi simili a pecorelle smarrite; sentendoci liberi di ridere, sperare e gioire sino all’ultimo istante in cui ci è dato sognare!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

ANGOSCIA, DECLINO, RIPIEGAMENTO e SOFFI DI SPERANZA NEL “DITTICO POETICO” LEOPARDI – MARCUCCIO (di Lucia Bonanni)

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ANGOSCIA, DECLINO, RIPIEGAMENTO e SOFFI DI SPERANZA NEL “DITTICO POETICO” LEOPARDI – MARCUCCIO (di Lucia Bonanni)

“A se stesso” (Giacomo Leopardi)
“A Giacomo Leopardi” (Emanuele Marcuccio)

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Nato il 29 giugno del 1798 a Recanati, un piccolo borgo dell’entroterra marchigiano, Giacomo Leopardi è il primo di cinque figli. Suo padre, il conte Monaldo, lo asseconda negli studi, ma dopo aver sperperato gran parte del patrimonio di famiglia, è la madre ad occuparsi dell’amministrazione domestica. A soli dieci anni Giacomo inizia a comporre i primi testi poetici e le prime prose, traduce le Odi di Orazio e la precocità del suo ingegno conferma il cimento e l’armonia nel cimentarsi nei vari campi del sapere. Quelli che trascorre il giovane Leopardi sono anni di studio matto e disperatissimo, che sotto alcuni aspetti compromettono sia la salute sia l’aspetto fisico del poeta che, secondo alcuni critici, non rimasero come rapporto tra vita strozzata e pessimismo, ma divennero strumento conoscitivo del condizionamento che la natura può esercitare sull’uomo. Da autodidatta il Nostro studia il greco, l’ebraico, le lingue moderne ed inizia a scrivere un diario, lo Zibaldone di pensieri in cui raccoglie riflessioni, appunti e speculazioni filosofiche e più tardi dà avvio alle Operette morali, stampate a Milano nel 1827.
Il mese di novembre del 1822 segna la data della prima partenza da Recanati verso Roma, Milano, Bologna, e Firenze dove il poeta interviene nel dibattito culturale che gli offre anche la possibilità di prendere le distanze da un certo tipo di intellettuali che riservano pareri incompatibili con le sue idee e le sue convinzioni. A Firenze stipula contratti con l’editore Stella, come accade tempo dopo con l’editore Starita di Napoli dove scrive “La ginestra”, che gli garantiscono una rendita mensile ed una certa autonomia dalle sovvenzioni paterne.
Il 1828 è l’anno dei grandi idilli, a Pisa compone “Risorgimento” e “A Silvia”, ma nel mese di novembre è costretto a far ritorno a Recanati a causa della morte del fratello Luigi e di altre incombenze familiari. Nel ritrovare i luoghi e gli oggetti dell’età giovanile, nell’animo del poeta si genera un moto di emozioni e ricordi che lo portano a vedere con sguardo diverso quella che egli aveva sempre considerato la prigionia giovanile. Da tale esperienza derivano i Canti maggiori quali “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, mentre la lirica “A se stesso” è ispirata dall’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, incontrata nel capoluogo toscano.
Leopardi muore a Napoli nel 1836 e finì di XXXIX anni la vita/ per continue malattie miserrima, come lo ricorda l’iscrizione sulla lapide, dettata da Pietro Giordani che nell’epitaffio ne esalta anche la grandezza di filologo ammirato fuori d’Italia/ [e] scrittore di filosofia e di poesie altissimo. Un poeta immenso e sublime, come immenso può essere “L’Infinito” in cui la parola idillio assume significato di visione più che di veduta, infatti il paesaggio, il colle è visto nella sua essenzialità, uno spazio solitario dove il poeta siede in stato contemplativo, e la siepe che limita la visuale, dà luogo all’immaginazione. Spazi, silenzi, quiete con la vastità senza confini che si fingono nel pensiero del poeta in opposizione con ciò che è indefinito e finito come poesia del vero e dell’eternità, determinata dall’infinito temporale ([…] mi sovvien l’eterno) con l’anima che cerca un senso di meraviglia in cui si smarrisce la mente e la voce misteriosa e immateriale del vento ([…] e la presente/ e viva, e il suon di lei) evoca l’estensione del tempo, un topos dove il poeta crea una specie di alterità, anche a livello lessicale con parole indefinite, equilibrate, timbriche e piacevoli.
Da evidenziare in Leopardi è l’uso degli endecasillabi sciolti ed una certa avversione verso la forma chiusa del sonetto, ritenuta priva di novità e su cui sembra ritornare in modo del tutto originale attraverso un modello celato che conferisce senso di compiutezza enunciativa all’idillio de “L’Infinito”. E nell’espressione figurata del naufragar è doveroso annoverare un pensiero idilliaco di Emanuele Marcuccio: «Che meraviglia! È la mia poesia preferita, di tutte quelle mai scritte. Ogni volta che la rileggo, mi perdo in quel mare di Infinito».
E quel suo perdersi nell’immensità del sentire, del silenzio e della quiete, crea una poesia cosmica che si realizza sulla percezione e si risolve in esiti di elevata dialettica e singolare dolcezza.

Il canto XXVIII A se stesso appartiene al Ciclo di Aspasia”, una serie di poesie ispirate all’amore non corrisposto per la suddetta Targioni Tozzetti, conosciuta durante il suo ultimo viaggio a Firenze e alla quale il poeta aveva attribuito lo pseudonimo di Aspasia. Il componimento si colloca nel punto più alto dell’intero ciclo e rappresenta angoscia, declino e ripiegamento su se stesso e soltanto con “La ginestra” a questo atto di rinuncia ad essere nel mondo si opporrà il senso della dignità umana come risposta al dolore, al cedimento e alla morte. Pur nel cupo risentimento verso se stesso, il poeta sente la necessità di guardarsi intorno e mescolarsi tra gli uomini onde ritrovare quella speranza e quel desiderio ormai spenti nel cuore, luogo principe di turbamenti e illusioni.
Nella lirica la percezione dell’esistenza non è altro che noia e dolore e il mondo è soltanto fango e niente è degno di appartenere alle vibrazioni dell’animo: «Tacqueta omai. Dispera/ l’ultima volta». Il climax discendente di questi versi è voce di annullamento di sentimenti e quel disperare per un’ultima volta si avvicina al mito della speranza come ultima dea che Foscolo enuncia ne “I Sepolcri”. Pertanto l’unica cosa lecita e positiva che resta, è la morte perché di nascosto la Natura tesse insidie, disinganni, e disperazione.
I versi frammentati, a volte aspri, spezzati e quasi scarni del componimento non formano una partizione in strofe, ma un’unica strofa, articolata in tre parti simmetriche, diversamente dalla strofa, o lassa, della canzone libera leopardiana. I sedici versi della lirica si dividono in dieci endecasillabi e sei settenari e sono disposti in gruppi di cinque e sei versi e soltanto per l’infinita vanità del tutto è concesso l’endecasillabo, derogando dallo schema normativo per conferire valore al significato intrinseco del verso.
Con l’uso di tale architettura Leopardi intende celare la struttura equilibrata della lirica in modo che siano l’orecchio e l’animo e non l’occhio a cogliere il messaggio compositivo. Con la sintassi spezzata e il frantumarsi della metrica mediante l’uso frequente dell’enjambement Leopardi crea un tipo di misura per l’occhio e un’altra per l’orecchio e nell’opposizione tra unità metriche e frasi sintattiche il tessuto ritmico si rivela e si nasconde, affidando al lettore la chiave interpretativa dei singoli versi.
La lirica A Giacomo Leopardi di Emanuele Marcuccio, qui in dittico con quella del poeta di Recanati, trova ispirazione, come ci avverte l’autore in nota, dall’incipit (“Or poserai per sempre,/ stanco mio cor”) e si enuncia quale richiamo all “eterno illuminator affinché continui a posare uno sguardo benevolo sugli spiriti vaganti e dolenti. Il componimento marcucciano, come nei poemi classici, assume valore di invocazione alla musa quale guida alla ragione e al fuoco dell’ispirazione e il costrutto sintattico e quello metrico rivelano il mondo interiore del poeta e soggettiva diviene la visione del tempo e dello spazio in cui il Nostro rivive sentimenti e stati d’animo.
L’anello di congiunzione tra i due testi poetici è la dimensione del pessimismo, in Leopardi, ma anche in Marcuccio, definito cosmico perché tipico dell’uomo e contrapposto a quello storico. Lo stile dell “infaticabile poeta palermitano è molto ricercato sia a livello lessicale, sintattico e retorico sia nella ricerca attenta di un contesto linguistico, che si colloca tra la tradizione classica e quella volgare e che il Nostro usa come strumento di conoscenza. Nei suoi anni di studi, scrittura, valutazione e revisione dei suoi elaborati Marcuccio mostra curiosità nuova e consapevolezza per l’evoluzione del proprio pensiero; così dalla prima stagione della sua poesia, con diversa coscienza e immutata passione giunge a rinnovare stile e linguaggio di scrittura.
La scansione in endecasillabi, novenari e settenari degli otto versi che formano il componimento si dispone in una partizione di due strofe di cinque e tre versi, ambedue terminanti con i puntini di sospensione ([S]pirto errante…// […] spira…), qui non usati come reticenza, bensì nel significato di un finale aperto che lascia maggior spazio interpretativo. Il sostantivo spirto, variante poetica di “spirito”, accostato all’aggettivo flebil e al participio errante, mutando l’interpretazione di senso, diviene linea guida per l’intero componimento, mentre il movente interpretativo dell’aggettivo flebil, dal latino “flēbĭlis”, nell’accezione lessicale di “commovente”, “infelice”, “triste”, “dolente”, “piangente”, “degno di essere compianto”, forma una locuzione illustrativa dell’ingegno e della fisionomia della vita del poeta di Recanati, per la maggior parte trascorsa nella dimora del natio borgo selvaggio, mentre i suoi versi imperituri saranno guida all’animo errante ovvero inappagato, dell’uomo che, a causa della sua cecità culturale si sposta di qua e di là senza alcuna capacità di poter gustare la bellezza dell’arte poetica.
Il participio errante non può non richiamare il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” la cui stesura si impernia su due entità, l’una inanimata e lontana, la luna, e l’altra animata e vicina, il gregge, entrambi compagni del pastore che trascorre la notte seduto su un sasso ad ammirare la luna, cercando di interpretare misteri e trovare il perché della solitudine e della noia.
Nella seconda strofa del componimento Marcuccio pone in analogia Leopardi con la vergine luna, pura e intatta come la dea Diana, che circonda gli esseri umani di un alone luminoso, di un aura divina, equilibrata di meraviglia nel vasto mare delle illusioni. A chiusura del verso e a conclusione del componimento la dicitura … spira…, formula alchemica dal senso allargato di “soffiare”, “respirare”, “emanare” in modo favorevole e propizio frasi e parole poetiche da pronunciare con soffio leggero. Ma in tale espressione si annida anche il desiderio di vedere nuove realtà, incontrare persone e conversare con l’ambiente circostante, come succede nel tumulto dei sentimenti che agitano l’animo dei due poeti, l’uno costretto e isolato nel borgo recanatese e l’altro immerso nella salsa bellezza marina della sua Palermo.
Il componimento di Marcuccio, plasmato su un tipo di poesia immaginativa e sentimentale, rinnova le tematiche care a Leopardi, a sostegno di una morale volta alla riflessione filosofica, che insegna a saper distinguere la sofferenza dalla convinzione del dolore, il giudizio dalla verità, la natura delle illusioni dai disincanti annunciati dal destino, condizione ineludibile a cui l’uomo deve sottostare nel suo iter umano. E anche Marcuccio come Leopardi per mezzo della misura metrica e sintattica vuol celare quel male di vivere di impronta montaliana che gli deriva dal suo modo di essere e da quel senso di malinconica appartenenza alle cose della natura. Il suo canto è formato da un’alternanza di versi brevi e versi lunghi, ritmati da un tipo di musicalità appoggiata su forme allitteranti e assonanze e consonanze, anche tra parole gestite attraverso quel moto interiore che si converte in invocazione per Giacomo Leopardi, che il Nostro definisce “il [suo] grande maestro di Poesia” e che, oltre al suo modo di poetare gli ha mostrato la via per nuove scritture, sempre degne di attenzione e apprezzato valore poetico.

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Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 8 dicembre 2017

* Il dittico poetico, rivisitato in una accezione a due voci dal poeta Emanuele Marcuccio e da lui definito come una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. Il presente saggio è in pubblicazione, in Dipthycha 4. Corrispondenze sonore, emozionali, empatiche… si intessono su quel foglio di vetro impazzito…, quarto volume del progetto poetico-antologico Dipthycha (2013; 2015; 2016) su idea e cura di Emanuele Marcuccio a scopo benefico.

• Bibliografia

AA.VV., Storia intertestuale della letteratura italiana, a cura di Angelo Marchese, DAnna, 1990.
AA.VV., Testi nella storia, a cura di Cesare Segre e Clelia Martignoni, Mondadori, 1992.

~

A SE STESSO *

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
cheterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanità del tutto.

Giacomo Leopardi
(1798 – 1837)

* Giacomo Leopardi, Canti, Laterza, 1917, p. 106. Il presente dittico poetico è proposto da Emanuele Marcuccio.

A GIACOMO LEOPARDI *

Or posa, stanca mano,
e il flebil spirto ancor risuona…
riluce ancora il verso tuo immortale…
o eterno illuminator dell’uman cieco
spirto errante…
Infondi ancor, su noi mortali,
aura divina del meraviglioso
mare di mille illusioni… spira…

Emanuele Marcuccio

* Ispirato dall’incipit di “A se stesso” di Giacomo Leopardi: «Or poserai per sempre,/ stanco mio cor.» [N.d.A.]

NON TEMERE di Maria Rosa Oneto

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“NON TEMERE” di Maria Rosa Oneto

Sono nata sulle sponde del Torrente Boate (Rapallo – Genova), in quel liquido chiaro, percorso da anatroccoli e oche. La vegetazione, allora, cresceva sana e aggrovigliata, così come voleva la natura. Un rigagnolo d’acqua, dove allora, le donne facevano il bucato, cantavano d’amore, spettegolando sul vicinato.
Sulla riva più a ridosso della collina, stazionavano due trasandate roulotte di nomadi, che accoglievano adulti e bambini. Tra le finestrelle dell’una e dell’altra, sventolavano panni messi ad asciugare. Indumenti bucati o mal cuciti che sapevano di miseria e stantio.
Spesso, li vedevo colorirsi il volto con una strana mistura, celata in un vasetto di vetro.
Facevano una vita “serena”, appartata senza mai dare fastidio a nessuno. Sovente, mia nonna materna, detta Marinin, regalava loro: verdure, uva, qualche cosciotto di maiale che lei stessa allevava, sino al fatidico giorno della morte assicurata. Li chiamavo: “ghingheri” e questo modo di dire, mi è rimasto appiccicato addosso anche da ragazza, quando gli adulti volevano sfottermi.
Per me bambina, quel luogo, un po’ selvaggio e primitivo, circondato da un magnifico campo da golf, rappresentava: la magia, il senso del fiabesco e della fantasia.
Quelle acque cristalline e sonore, che saltavano sui sassi levigandoli; scorrendo senza tregua sino al mare, erano l’inconscio che non mi era dato percepire. Le vivevo con l’ingenuità infantile, con lo stupore di una meraviglia mai esaurita, con l’orgoglio di possedere un tesoro al quale affidavo: sogni e pensieri troppo grandi per una semplice donnina di pochi anni. Ricordo come fosse ieri: le lucciole in giardino, il gattino bianco che per regalo mi portava tra la bocca un uccellino (con grida a non finire da parte mia); l’orchestrina che nelle sere d’estate richiamava i ballerini in quella piazzola lastricata, dirimpetto a dove abitavo. Le bibite scorrevano a fiumi e il divertimento era assicurato. Qualche volta, anch’io mi sono esibita, cantando al microfono, rossa di vergogna per gli applausi ricevuti. Se già il dolore, mi era amico, il periodo attorno agli anni ’50/60 un po’ lo alleviava, circondata dall’affetto di parenti ed amici e dal bene incondizionato di Tai: meticcio di cane dalla dubbia provenienza. Io e lui, eravamo un’anima sola, una coppia modello anche nell’organizzare baruffe con i gatti randagi o con altri sprovveduti cani. Pareva che lui sapesse che non potevo camminare come gli altri e quando stanca mi sedevo sui gradini, veniva a posare il musetto sulle mie scarpine ortopediche, come a dire:” Non temere, ci sono io, sorellina!”
Bei tempi che porto nel cuore, come una perla dalla preziosità rara.

~

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

POESIA POLACCA: SEI LIRICHE SCELTE di MARIAN JEDLECKI / SZEŚĆ POEZJI WYBRANYCH MARIANA JEDLECKIEGO

(di Izabella Teresa Kostka)

La poesia contemporanea polacca ha tanti volti e sfumature che come le onde del Mar Baltico lambiscono gli abissi della sensibilità umana. Proprio dalla bellissima città di Kołobrzeg, situata sulle sponde del mare, giungono i versi del poeta Marian Jedlecki conosciuto anche come “Marcin Jodłowski”.

La sua poetica è contenuta nelle poche ma essenziali parole scelte sempre con cura ed attenzione ai minimi dettagli, priva di interpunzione scorre interrottamente come le maree. Lascia tanto spazio all’immaginazione, all’interpretazione libera e “non forzata” di ogni singolo verso. Ogni strofa mette in evidenza la profonda riflessione esistenziale e la malinconia nordica. L’eterno dilemma del senso della vita e dell’umano pellegrinare, le domande senza risposta in dialogo / monologo con Dio e la spiritualità intensa di ogni parola arrivano direttamente al cuore, diventando parte integra di ciascuno di noi.

In seguito pubblico alcune sue poesie scelte nella mia traduzione.

Izabella Teresa Kostka, Milano giugno 2019

~

Polska poezja współczesna ma wiele oblicz i odcieni, które jak fale Morza Bałtyckiego obmywają głębiny ludzkiej wrażliwości. To właśnie z pięknego miasta Kołobrzeg, położonego nad brzegiem morza, docierają do nas wersy poety Mariana Jedleckiego, znanego także jako “Marcin Jodłowski”.

Wiersze zawarte w niewielu esencjalnych słowach, dobranych zawsze z uwagą i dbałością o każdy szczegół, pozbawione interpunkcji falują nieprzerwanie jak morskie przypływy. Pozostawiają wiele miejsca na wyobraźnię i wolną interpretację każdego zdania. Każda fraza uzewnętrznia głęboką, egzystencjalną refleksję i północną melancholię. Wieczny dylemat o sensie życia i ludzkiej pielgrzymki, pytanie bez odpowiedzi w dialogu / monologu z Bogiem i intensywna duchowość każdego słowa docierają bezpośrednio do serca, stając się stałą częścią każdego z nas.

Izabella Teresa Kostka, Mediolan 2019

Załączam sześć poezji wybranych Mariana Jedleckiego w moim tłumaczeniu.

GŁUCHOTA

Głucha jest noc mrok mgła
głuchy krzemień i drut kolczasty
głuche morze i puchacz
noc zbędna z nieobecności i pytań

ślepa jest noc i kamienie
ślepy kret co w ziemi ryje
ślepe są twoje włosy

niema jest nędza
pieśń świerszczy na łące
niema przędza i powietrze

kaleka tu cała natura
kalekie wołanie o pomoc
kaleki ten co tworzy krzyk

więc kto widzi?
kto słyszy?
kto woła?
chyba nie Bóg
a to też moja wina?

SORDITÀ

Sorda è la notte il buio la nebbia
sorda la selce e il filo spinato
sordo il mare e il gufo
la notte superflua di assenze e domande

cieca è la notte e le pietre
cieca la talpa che nella terra scava
ciechi sono i tuoi capelli

muta è la miseria
il canto delle cicale nel campo
muto il filato e l’aria

disabile tutta la natura
disabile un grido d’aiuto
disabile chi genera l’urlo

allora chi vede?
chi sente?
chi chiama?
forse non l’Iddio
anche questa è colpa mia?

WIRUS

Wyłączam telefon
juz nic nie chcę wiedzieć
przykre zdarzenia
zniekształcone prawdy
przeżute poglądy i odczucia
suponowane przez retuszerów
wypowiedziane myśli
przetransponowane słowa
zamieniane beznadziejnie
bezwiednie?
na swój obraz podobieństwo?
świadome nienawiści?
ze strachu?
przed czym?
bo nienawiść to dżuma
którą stworzyliście i rodzi strach określony
który teraz ma naszą twarz
a to wirus osobowości
na czas niepojęty
na wynos
na wprost na wszelki wypadek

VIRUS

Spengo il telefono
non voglio sapere più niente di
spiacevoli avvenimenti
verità contorte
masticati punti di vista e sentimenti
suggeriti dagli opinionisti
pronunciati pensieri
trasportate parole
scambiate senza speranza
all’insaputa?
alla propria immagine?
gli odi voluti?
della paura?
di cosa?
perché l’odio è peste
che avete generato e crea una paura ben definita
che ora ha il nostro volto
è il virus della personalità
al tempo inconcepibile
da asporto
dritto per ogni evenienza

PRZEMYŚLENIE 6

Każdego nowego dnia
wracamy do tej samej codzienności
tylko podświadomość jej zmienna
dopełniamy obrazy
naszego widzenia
naszych odczuć
naszej ułudy

wszystko co odchodzi ginie w wieczności
staje się tym samym szczególnie drogie
przez sekundę momentu wszechświata
wszystko co stworzył człowiek
jest dyskusyjne
jakie to nieszczęście
że człowiek umie niszczyć
afirmuje i odchodzi
święty zbrodniarz –
ecco homo

RIFLESSIONE 6

Ogni nuovo giorno
torniamo alla stessa quotidianità
soltanto il suo subconscio è mutevole
completiamo le immagini
della nostra percezione
del nostro sentire
della nostra illusione

tutto ciò che se ne va sparisce nell’eternità
diventa allo stesso tempo estremamente caro
per un secondo del momento dell’universo
tutto quello ch’è stato creato dall’uomo
è discutibile
peccato
che l’uomo sappia distruggere
ammira e si allontana
il sacro delinquente –
ecco homo

W PIJANEJ DRODZE DO EDENU

Ileż to razy śmiałem się pijany
aby ukryć łzy
ileż już masz róż
które wkładałem ci w dłonie
by nie pokazać ci miła
żem w potyczce z życiem
a mój powóz stacza się
w koleiny czasu aż po osie

kiedy słyszę jak wokół mnie
chce runąć świat
i widzę jak przyszłość
w którą wiarę kładłem
spada jak liść w jesiennej szarudze
ech kelner –
proszę podaj mi spokoju w dużej szklance
pomiędzy linią napięć
a roztrzepotaniem skrzydeł
w drodze do Edenu

SUL SENTIERO EBBRO VERSO L’EDEN

Quante volte ho riso ebbro
per nascondere le lacrime
quante sono le rose
che ti abbia messo nelle mani
per non farti vedere Cara
che sono in battaglia con la vita
e la mia carozza scivola
nei solchi del tempo fino all’asse

quando sento come intorno a me
vuole crollare il Mondo
e vedo come il futuro
nel quale ho posto la fede
cade come una foglia nella pioggia autunnale
eh cameriere –
portami per favore la tranquillità in un bicchiere
tra la linea delle tensioni
e lo svolazzare delle ali
sul sentiero verso l’Eden

TAK NA MARGINESIE

Nie jestem prochem
nie obrócę się w niego
w proch –
nie jestem niebem z nieba
jestem sam dla siebie niebem
i mój szklisty strop
jestem sam dla siebie ziemią
tak jak gleba z gliny
nie uciekłam znikąd do znikąd
i nie wrócę tam

oprócz samego siebie nie znam innej doli
w wzdętym nadmuchu wiatru
i w spękaniu skał
muszę siebie tutaj i tam
siebie rozproszonego
znaleźć

COSÌ A MARGINE

Non sono cenere
non ritornerò ad essa
alla cenere –
non sono cielo del cielo
sono cielo per me stesso
e il mio soffitto vitreo
sono terra per me stesso
come il suolo dal fango
non sono fuggito dal nulla al nulla
e non ci tornerò

a parte me stesso non conosco un altro destino
in un soffio gonfio del vento
e nelle crepe delle rocce
devo me stesso qui e ora
disperso
ritrovare

DZIADEK

Tkwił całe życie w Życiu
najpierw w łonie parę miesięcy
potem ssał pierś
komunia wojsko obłuda
kartki żywnościowe
był dziadkiem z obowiązku
uczciwość
ostatnich dziesięć lat konania
był sobą
i już go nie ma

NONNO

Esisteva tutta la vita nella Vita
all’inizio nel grembo per parecchi mesi
poi ciucciava il seno
la prima comunione il servizio militare la falsità
la regolamentazione del cibo
faceva il nonno per dovere
onestà
gli ultimi dieci anni di agonia
era se stesso
e già non c’è più

Marian Jedlecki

Poesie scelte dalla raccolta in lingua polacca “Ingrediencje / Ingredienti”

Traduzione: Izabella Teresa Kostka, Milano / Mediolan 2019

Tutti i diritti riservati all’autore

Prawa autorskie zastrzeżone

NOTA BIOGRAFICA

MARIAN JEDLECKI nato a Wieluń (Polonia), animatore culturale, ex marinaio. Scrive saggi, racconti, poesie. Sta per pubblicare il suo prossimo libro dedicato ai tempi delle avventure da marinaio, una raccolta di saggi “Myśli niepokorne / Pensieri ribelli” e tra sillogi poetiche “Sklejone marzenia / Sogni incollati”, “Alienacje / Solitudini” e “Półprawdy / Le mezze verità”. Risiede a Kołobrzeg, la città marittima in cui è il Presidente della filiale dell’Associazione degli Autori Polacchi.

Ha pubblicato nei seguenti almanacchi: “Dźwirzyńskie Lato Literackie / Estate Letteraria di Dźwirzyno”, “Świętokrzyski kwartalnik literacki / Il trimestrale letterario di Świętokrzyce”, sulle riviste “Nieznany świat / Mondo sconosciuto”, “Flesz / Flash”, “Kulisy Kołobrzeskie / Le quinte di Kołobrzeg” e anche durante la “Hybertiada” a Kołobrzeg nel 2009.

Le sue poesie troverete sul blog:

https://marcin50.wordpress.com

MARIAN JEDLECKI urodzony w Wieluniu, wieloletni animator kultury, przez wiele lat był marynarzem. Ten okres swojego życia – przygodę z morzem – wspomina ze szczególnym sentymentem.
Pisze opowiadania, felietony, poezję. Przygotowuje do wydania kolejną powieść z okresu marynarskiej przygody, zbiór esejów “Myśli Niepokorne” oraz trzy tomiki wierszy – ” Sklejone Marzenia”, „Alienacje” i “Półprawdy”. Mieszka w Kołobrzegu. Jest prezesem Stowarzyszenia Autorów Polskich o/Kołobrzeg.

Dotychczas publikował w almanachach – “Dźwirzyńskie Lato Literackie”, w „Literackim Kwartalniku Świętokrzyskim”, w czasopismach “Nieznany Świat”, “Flesz”, w “Kulisach Kołobrzeskich”, a także we wrześniu, w czasie Herbertiady w Kołobrzegu w 2009 roku.
Jego utwory znajdują się także na blogu:

https://marcin50.wordpress.com

Marian Jedlecki

IL XXI SECOLO COME IL MEDIOEVO È ANCORA TORTURA di Eduardo Terrana

Foto: Pixabay

26-6-19- Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime della Tortura

IL XXI SECOLO COME IL MEDIOEVO
È ANCORA TORTURA

Quella confessione estorta con la violenza è una ferita per la democrazia, una sconfitta per il diritto.

(di Eduardo Terrana)

Sembra inverosimile che ancora oggi, a 19 anni dall’inizio del terzo millennio, si debba parlare ancora di tortura. Invece è proprio così. La tortura, come altri trattamenti inumani o degradanti, è una pratica reale del nostro tempo con una diffusione che abbraccia i cinque continenti.
Il fine è sempre lo stesso praticare la violenza o il terrore psicologico per estorcere informazioni o far confessare gravi crimini.
La tortura incute terrore, annienta il fisico e la psiche, estorce senza tenere in alcuna considerazione la dignità e la libertà della persona e lo fa con violenza.
Le tecniche di tortura sono varie e sono state impiegate in tutte le epoche con sistemi e strumenti degni della peggiore mente criminale che si possa concepire.
I sistemi di tortura medioevali, come le macchine del dolore, oggi non si usano più, ma la ferocia degli aguzzini specializzati nell’infliggere il maggior dolore possibile è rimasta e si è anche affinata perché alla tortura fisica ha abbinato la tortura psicologica che fa uso di nuove tecniche molto sofisticate.
Le modalità del supplizio oggi prevedono duri pestaggi, fustigazioni, accecamenti e amputazioni, ma anche l’applicazione di scosse elettriche, anche nelle parti intime, e la rottura di arti. Il torturatore picchia, strangola, stupra e si serve di vari attrezzi, bastoni, stracci imbevuti di sostanze chimiche, congegni elettrici, materiali arroventati, per infliggere il massimo della sofferenza possibile.
Accanto alla tortura prevalentemente fisica, si registra anche la tortura psichica che devasta la mente.
Sono a tutti noti le immagini raccapriccianti dei sistemi di tortura praticati nel centro di detenzione statunitense della Base di Guantánamo dove i prigionieri venivano sottoposti: a luci accecanti, a temperature gelide, o a restare incappucciati per mesi o costretti all’isolamento visivo ed acustico per lunghi periodi, o a essere costretti a rimanere in posizioni di stress per vari giorni, o a essere privati del cibo o costretti a stare svegli.
Diversi Stati poi sottopongono i detenuti a prolungati periodi di isolamento, ignorando agli stessi il diritto ad accedere a un legale o a ricevere cure mediche.
Amnesty International redige ogni anno un rapporto che dà il quadro generale della situazione dell’applicazione della tortura nel mondo. Risulta che sono tante le realtà in cui la dignità umana non viene rispettata. Citiamo, in particolare, tra i Paesi che fanno pesante ricorso alla tortura: Turchia, Russia, Iran, Egitto, Israele, Palestina, Siria, Stati Uniti, Filippine, rilevando, tra l’altro, l’aberrante situazione esistente in Siria, dove il detenuto può essere sottoposto a oltre 30 possibili metodi di tortura, dai pestaggi su ogni parte del corpo e sui piedi, spesso con spranghe di silicone o di metallo e cavi elettrici, all’uso di varie altre tecniche dolorosissime.
Si dibatte sulla opportunità della tortura quale efficace strumento d’indagine. Al di là di ogni opinione umana valga, comunque, la considerazione che l’individuo sottoposto a tortura, pur di evitare la sofferenza e il dolore, si dichiara disposto a dire tutto, ad ammettere qualunque colpa e a giurare anche il falso.
Resta il dubbio, pertanto, che l’obiettivo della tortura più che la ricerca della verità, estorta con la violenza, sia la distruzione della persona e di ogni sua motivazione politica o legame affettivo per cancellare ogni forma di opposizione o di dissidenza.
È a questo fine che viene praticata dai governi contro ipotetici nemici armati o in dubbio di colpevolezza.
Per motivi di sicurezza interna o di difesa dal terrorismo, gli Stati, anche i più virtuosi, possono in qualsiasi momento varare provvedimenti restrittivi e detentivi e sistemi repressivi, operando nel silenzio e tenendone all’oscuro l’opinione pubblica.
In nome della lotta al terrorismo e col pretesto della sicurezza la tortura ha ottenuto una certa riabilitazione perché ritenuta utile per ottenere informazioni.
Negli Stati Uniti, ad esempio, sin dagli anni Ottanta, la Corte Suprema americana ha stabilito che la tortura è contro la legge in base all’ottavo emendamento della Costituzione americana. Quindi è vietata ogni forma di pena crudele. La norma però non trova più applicazione in quanto il dipartimento di Giustizia americano, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, ha inteso introdurre la sospensione del divieto quando si tratta di ottenere “informazione di intelligence da parte di combattenti catturati.”
Si consideri ancora che la tortura è anche un prodotto altamente tecnologico, un business che garantisce ottimi affari. Nel mondo attualmente operano oltre 100 aziende specializzate nella produzione di strumenti di tortura.
Nel 1997 le Nazioni Unite hanno designato il 26 giugno come “Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime della Tortura”, dopo che il 26 giugno 1987 era entrata in vigore la “ Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura”. Questo documento internazionale, che ha ribadito il divieto all’utilizzo della tortura come un diritto inderogabile, è stato ratificato da 146 dei 193 paesi membri dell’ONU.
Il 60% dei paesi democratici che hanno firmato la convenzione ONU contro la tortura del 1984 continuano, però, ad applicarla.
Circa metà della popolazione mondiale vive sotto governi che praticano la tortura.
In conclusione non si può non considerare che sono trascorsi 35 anni dall’adozione dell’Assemblea generale dell’ONU, nel 1984, della “Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura”, ma il testo, di fatto, è rimasto una mera enunciazione di principio. Il numero dei paesi che l’hanno ratificato, impegnandosi a prevenire e punire la tortura, è solo di poco superiore a quello dei paesi in cui la tortura viene applicata sempre nel silenzio più assoluto, lontano da occhi ed orecchie indiscreti. È difficile definire, pertanto, realmente i contorni del fenomeno e farne un identikit preciso. Resta il fatto che la tortura è una realtà del nostro tempo inumana, degradante, vergognosa, comunque la più crudele violazione dei diritti umani.
Anche quest’anno, pertanto, la Giornata Internazionale della celebrazione del 26 giugno sia un’opportunità per esprimere solidarietà alle vittime della tortura e alle loro famiglie, ma sia occasione anche per riaffermare i diritti inalienabili e la dignità di ciascun uomo e ciascuna donna; e altresì occasione per riaffermare, da un lato, l’impegno, che si progredisca nella lotta contro la tortura e il trattamento crudele, degradante e inumano, ovunque si verifichino e , dall’altro, l’impegno che l’Umanità voglia progredire nel suo cammino di civiltà nel rispetto dei diritti dell’Uomo e dei Popoli.

~
Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Paci

Tutti i diritti riservati all’autore

SEZIONE POLACCA: RECENZJA ZBIORU WIERSZY p.t. “ZEGAR MELODII” MONIKI KNAPCZYK (autor: Izabella Teresa Kostka)

RECENZJA ZBIORU WIERSZY p.t. “ZEGAR MELODII” MONIKI KNAPCZYK (autor: Izabella Teresa Kostka)

Pisanie recenzji do tomiku poetyckiego nie należy do łatwych zadań, gdyż jak można oceniać uczucia? Właśnie wiersze, w przeciwieństwie do opowiadań, odzwierciedlają najskrytsze refleksje i odkrywają najgłębsze zakamarki ludzkiej wrażliwości, są jak spowiedź w konfesjonale, przy którym stajemy bezbronni i duchowo “nadzy”.

“Zegar melodii” pióra Moniki Knapczyk wydany został w 2018 roku przez założone przez nią wydawnictwo “Inspiracje” i dedykowany jest dwojgu dzieciom autorki. Nie spodziewajcie się jednak, mimo tej dość tradycyjnej dedykacji, tomiku wierszy przeznaczonych dla młodego pokolenia. To tylko pozory! Monika Knapczyk zabiera czytelnika w poetycką podróż zwaną “Życiem”, w którym to jak w kalejdoskopie przeplatają się godziny szczęścia, momenty rozgoryczenia, chwile zwątpienia i refleksji nad ludzką egzystencją, poranki matczynej miłości i noce ukrywanych często obaw. “Zegar melodii” zaskakuje różnorodnością tematyki i emocji, mimo przewagi poezji utrzymanych w klasycznej i rymowanej stylistyce, pojawiają się również wiersze białe, które osobiście uważam za najbardziej interesujące i godne uwagi, gdyż uzewnętrzniają lepiej życiową mądrość i spostrzeżenia autorki.
Zagłębiając się w lekturze tekstów przemierzamy sielankowy i bardzo łagodny wstęp będący w pewnym sensie odą do piękna natury ( “Miałam dziś sen”, “Pieśń poranka”), wraz z wierszami “Przed zachodem” i “Rzeki, które nie płyną” przywołani zostajemy do refleksji nad ludzkim “trwaniem” i przemijaniem, doznajemy gwałtownego przebudzenia czytając pełne żarliwości, gwałtowności i skargi strofy w zaskakującym swym przekazem “A tym, którzy błagają o litość”:

A tym, którzy błagają o litość
Kopniak w twarz
Niech nie żebrzą
Psy przeklęte

… A tym, którzy czekają na świt
Noc wieczna
Słońce ich nie obroni
Świat jest nasz

… A tym, którzy proszą zmiłowania
Męka wiecznego strachu
Tym jest piekło
Więc wyślijmy ich do wszystkich diabłów

… A tym, którzy utracili nadzieję
Wzgarda
Byliście moimi przyjaciółmi
Czeluść was pochłonie, druhowie

… A tym, którzy piszą takie wiersze
Męka wiecznego niespełnienia
Tym jest piekło
Tym jest piekło poetów


Wstrząsający i niespodziewany wiersz, nawiązujący wydźwiękiem i swą siłą werbalną do egzystencjalizmu i “poetów przeklętych”. Bezpośredni i nieupstrzony pustymi retorycznymi ozdobnikami język, który wyprowadza czytelnika z raczej “sielankowatego” i pastelowego początku książki, zapowiadając częste zmiany akcji i nastroju. Po kolejnych bardziej klasycznych lirykach utrzymanych w charakterze ballady i tradycyjnych refleksji o upływającym czasie, ludzkiej egzystencji i śmierci (czyli tzw. Kronos, Kairos i Thanatos), pojawia się kolejny przykłuwajacy mą uwagę tekst “Po powrocie z Warszawy”:

Mój świat jest zielono – złocisto – błękitny
I nie obchodzi mnie wcale
Że tam biurowce
Że dynamiczny rozwój
Że miejsca pracy
Że cudzoziemcy
Że ulice szerokie

Moje miasto jest zielono – złocisto – błękitne
Takie jak lubię
I chociaż pewnie za małe
Za ciche
Za spokojne
Dla tych, co życie nawlekają jak koralik
Na sznury pędzących aut
Chociaż bez szans dla ambitnych
Tych, co wciąż – więcej, wyżej
Kocham je dziką
Irracjonalną miłością

Mój świat jest zielono – złocisto – błękitny
I takim chcę go znać
Już zawsze

W tym utworze przychodzą mi na myśl bezpośrednie analogie z twórczością Wisławy Szymborskiej: pozorna prostota i współczesność języka, tematyka związana z codziennym życiem, przejrzystość lingwistyczna zawarta w białym wierszu o dość zwartej budowie i, w pewnym sensie, lekkie poczucie humoru. Czystość i oszczędność w użyciu przymiotników, dobrze otrzymany rytm i struktura nadają tekstowi zdecydowany charakter, bez nadmuchanego sztucznego pathosu i zbędnego “potoku słów”.
Kolejnymi utworami wartymi zauważenia są z pewnością dwa wiersze, w których znakomicie odczytać można wewnętrzny bunt Autorki. Mam na myśli liryki ” W mojej głowie myśli” i “Pytanie”. Pierwsza z nich zaskoczyła mnie wyjątkowo, gdyż z przyjemnością dopatrzyłam się w niej elementów w zgodzie z Realizmem Terminalnym – włoskim nurtem, o którym często wypowiadam się na łamach polskich czasopism literackich. Z pewnością zbieżność ta była przez Monikę Knapczyk całkowicie niezamierzona, ale nie można ignorować jej istnienia. To przecież czyste “similitudini rovesciate / odwrócone podobieństwa”:

W MOJEJ GŁOWIE MYŚLI

(…) Słowa-klucze
Odmykają znów drzwi
Które chciałam
Zatrzasnąć na zawsze (…)

(…) Plamki pod powiekami
W kolorach dopełniających
Pasma mroku w świetlanej kuli
Wszystkie barwy razem dają światło białe
Ta biel ostra jak skalpel
Kaleczy (…)

Do przytoczenia także tnący jak nóż język wiersza “Pytanie”:

Drę w strzępy gazety
Depczę z pasją książki
Wrzeszczę na przyjaciół
Niszczę telewizor
Wreszcie się przechylam
Przez otwarte okno
Jestem na krawędzi
I tylko patrzę…
Czy lepiej żyć w realnym świecie
Czy nie żyć wcale?

Te dwa utwory, jak i poprzednio przytoczone, wyłamują się całkowicie z całego cyklu i życzyłabym sobie, aby Autorka poświęciła więcej uwagi takiemu agresywniejszemu i bardziej drapieżnemu wyrażaniu myśli. Właśnie w białych wierszach Monika Knapczyk potrafi zaskoczyć bogactwem odczuć, głębią i trafnością metafor oraz analogii, oryginalnością oksymoronów i interesujących figur stylistycznych. Oczywiście nie zamierzam odbierać wartości poezjom utrzymanym w rymach, w formie płynnych tradycyjnych ballad o określonym rytmie i budowie. Doceniam zawsze znajomość kunsztu i zasad klasycznej poetyki, lecz faworyzuję szczególnie mocno poszukiwanie nowej ekspresji artystycznej, indywidualność i bezpośredni, współczesny impakt tekstu. “De gustibus” czyli są gusty i guściki, ale śledząc od lat światowe tendencje, uczestnicząc w wielu sympozjach i międzynarodowych targach wydawniczych, mogę śmiało potwierdzić, iż nastąpił całkowity odwrót od poezji rymowanej na rzecz oszczędności słowa, hermetyzmu, zwartej budowy tekstu i dbałości o czystość formy “białej strofy”. Nie chodzi tu bynajmniej o udziwnienie i sztuczność, ale o rewolucyjne podejście do samego merytorycznego znaczenia słowa. To taka dygresja na marginesie, która nie zamierza krytykować, lecz zasygnalizować bardziej poszukiwane i doceniane elementy we współczesnej poezji.
W wielu zręcznie napisanych balladach i rymowanych poezjach docenić należy z pewnością duży liryzm, naturalność strof i płynność poetyckiej narracji, hedonizm i pewną dozę miłości do ojczystego kraju. Wiersze stwarzają wrażenie konsekwentnych zmian pór roku czyli upływu godzin ludzkiego życia (świt – dzieciństwo, południe – młodość, popołudnie – wiek dojrzały, zmrok – starość). Pięknie obrazują to liryki “Sierpień”, “Zima”, “Ona”, “Zegary”, “Realizm”, “Tak wiele już przeżyć i poznać zdołałam” oraz “Sen”:

Niebo rozbrzmiewa śpiewem aniołów
Na ziemi
Zapada wreszcie latarniana cisza
Gdzieś daleko huczy
Ostatni spóźniony pociąg
Gdzieś blisko ciebie
Cichnie bezsilny
Szloch odrzuconej miłości

Czemu płaczesz, dziecinko?
To jeszcze nie twój czas

Patrz!
Gwiazdy gubią łzy
W kryształowych sadzawkach rozpaczy
Dziś jeszcze nie płacz
Kiedyś umrzeć nie starczy ci sił
A dziś śnij gwiazdy, anioły, pociągi
Dziś śpij

We wszystkich utworach Moniki Knapczyk odczuwamy głęboką wrażliwość, człowieczeństwo, miłość uniwersalną i tę matczyną, refleksyjny stoicyzm na przemian z gwałtownym buntem i oskarżeniem często kapryśnego ziemskiego przeznaczenia.

“Zegar życia” jest z pewnością interesującym i wartym lektury zbiorem poezji, wśród których na uprzywilejowanym miejscu znajdzie się z czytelnik o bardziej tradycyjnym guście, ale i wielbiciele poezji współczesnej wyszukają w nim godne pochwały wiersze. To wielki kalejdoskop uczuć i przeżyć, dziennik podróży i dojrzewania, patchwork o różnorodnych barwach i nastrojach. To karuzela emocji wirujących w rytm bicia zegara, którego nikt z nas nigdy nie będzie potrafił zatrzymać.

Izabella Teresa Kostka
Mediolan, 25.06.2019

Monika Knapczyk podczas jednego z licznych spotkań autorskich

ARCHITETTURA E REALISMO TERMINALE di Tania Di Malta

ARCHITETTURA E REALISMO TERMINALE di Tania Di Malta

Nel mondo esistono diversi fenomeni di architettura spontanea che caratterizzano i territori. Sono l’espressione della vita e della cultura dei vari popoli, che pure in stili e modi di costruire differenti, hanno in comune il legame con i contesti ambientali e le loro risorse naturali, ognuno nella sua tipicità e in stretta continuità con il luogo di appartenenza. Anche qui in Italia abbiamo esempi eccellenti, come i sassi di Matera, i Nuraghe in Sardegna, i Trulli di Alberobello, i Dammusi di Lampedusa e Pantelleria ecc.
Purtroppo negli ultimi decenni si è assistito a un progressivo cambio di scenario. Dagli insediamenti spontanei della tradizione si e passati verso quelli che vengono definiti: insediamenti spontanei del disagio. Baraccopoli, favelas, bidonville. Accomunate dalla mancanza di infrastrutture e programmazione urbanistica, hanno comunque anche loro collocazione geografica, ambientale, comunità di appartenenza e materiale di scarti industriali del luogo, utilizzati per le costruzioni di fortuna. Se da una parte tutto questo viene visto come fenomeno difficilmente governabile, dove i rifiuti vengono riutilizzati per abitazioni/rifugio, ultimamente gli esperti del settore guardano con attenzioni le soluzioni architettoniche provvisorie ricavate dagli scarti metropolitani, accatastati in zone pericolose, dove comunque la gente vive e si ingegna per trovare soluzioni sostenibili anche in luoghi dove il degrado urbano diventa una delle ferite più drammatiche di questo millennio. Paradossalmente, mentre prima i modelli di riferimento erano portatori di una sorta di bello ideale delle varie epoche, oggi e domani, saranno le bidonville a indicarci le soluzioni più sostenibili per non soccombere. Probabilmente tutto ripartirà da lì, dal disagio umano più profondo.
Il Realismo Terminale punta le sue ”Luci di posizione” proprio verso questi profondi e complessi cambiamenti del mondo.

“La gente si accatasta nelle metropoli come le abitazioni nelle favelas”.

Guido Oldani

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Per avere l’opinione di un professionista del settore, sul rapporto fra architettura e realismo terminale, ho voluto interpellare l’architetto Paolo Provasi. Solitamente siamo abituati a vederlo nelle vesti di raffinato musicista con la bravissima Roberta Turconi, nel duo “I Poeticanti”, questa volta ho voluto consultarlo in funzione alla sua professione di architetto e conoscitore del realismo terminale.

Ecco la sua analisi:

ARCHITETTURA e REALISMO TERMINALE – BREVE RIFLESSIONE

Essendo l’attenzione del Realismo Terminale rivolta verso l’evoluzione del rapporto tra società e ambiente, è inevitabile che i riferimenti all’urbanistica e all’architettura siano molto pertinenti. Se poi consideriamo le case, o meglio i palazzi e i grattacieli, come gli “oggetti” dell’architettura, innumerevoli sarebbero le riflessioni in merito. L’architettura che si sviluppa in verticale per sottrarre meno suolo alla natura, in realtà ha sempre favorito l’accatastamento delle persone, in questo caso una sopra l’altra. Inoltre, la stessa, assume una valenza positiva di primato dell’oggetto sulla natura: si pensi allo “skyline” che viene cercato dagli amministratori delle città come modello di progresso e di evoluzione urbanistica da ammirare e contemplare. Come scrive Giuseppina Biondo nella sua tesi di laurea da Italo Calvino al Realismo Terminale, passando per il Mitomodernismo (relatore il Prof Giuseppe Langella) già lo scrittore, in una Cosmicomica, fa questa similitudine rovesciata: “…una New York con una sua Manhattan che s’allunga fitta di grattacieli lucidi come setole di nylon d’uno spazzolino da denti nuovo nuovo”. Il “verde “ viene confinato, confezionato, come un accessorio da esibire. Qualche architetto pensa di posare qualche pianta sui terrazzi e/o sulla sommità del palazzo/grattacielo con il risultato di rendere la natura oggetto. Sembra quasi un inconscio tentativo di espiare un peccato, la colpa di aver trasformato l’ambiente, di aver sottratto natura in favore dell’oggetto. Anche all’interno di queste strutture possiamo trovare elementi di riflessione e riferimento alle tematiche del Realismo Terminale come, ad esempio, la domotica che rende “intelligenti” apparecchi ed impianti a tal punto che sono essi stessi a dialogare con l’uomo e non viceversa. Come già detto, innumerevoli sarebbero gli spunti che ognuno può elaborare su questo rapporto tra architettura e Realismo Terminale. Una riflessione può essere quella che, come osserva Anthony Reid nella prefazione del libro “Architettura senza architetti” di John May, quando l’uomo ha dovuto misurarsi con la necessità di crearsi da solo un riparo, la natura aveva il primato sia in termini di forme che di materiali utilizzati; l’architettura spontanea ha sviluppato la creatività umana attraverso uno stretto rapporto con la natura con “un impatto più lieve sui nostri fragili ecosistemi”. Studiare questa architettura “ci aiuta a ripercorrere le origini degli edifici contemporanei, e a capire perché spesso non rispondono alle nostre esigenze umane fondamentali”. E in riferimento al concetto di “terminale”, forse è il momento, ormai non più procrastinabile per l’architettura, di sviluppare e applicare in modo davvero incisivo l’idea di sostenibilità, tanto sbandierata ma in realtà attuata in modo superficiale e strumentale.

(Paolo Provasi, architetto)

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Ispirata dalle considerazioni di Paolo Provasi, sugli architetti che posano qualche pianta sui terrazzi e sulle sommità dei grattacieli, per espiare il senso di colpa di avere sottratto dignità alla natura in favore all’oggetto, propongo la visione ironica di una giovane artista vegana, che ci dimostra come anche in cucina, in un piatto vegano, uno sguardo lucido e ironico, possa racchiudere in una sola immagine un’infinità di significati. L’esagerazione della frutta sui palazzi al posto delle piante, mi sembra molto in linea con la visione ironica che contraddistingue il R.T. Anche il piatto, in riferimento a chi continua a credere che la terra sia… piatta, indica una nuova realtà di accatastamento di idee e concetti rimessi in discussione, con cui questo secolo dovrà confrontarsi, spesso senza rete, in un paesaggio sempre in cambiamento. La ricerca della sostenibilità è un problema globale, i giovani ne sono coscienti. Il realismo terminale include tutti questi processi e se ne fa portavoce.

Taniuska / Tania Di Malta

25.06.2019

Tutti i diritti riservati all’autrice

TRE PENSIERI POETICI di MARIA ROSA ONETO

Foto: Pixabay

NON CI SARÀ

Non ci sarà che cielo
nei romanzi vergati
ad occhi bendati,
nel silenzio d’edera
di una giostra smontata,
all’odore di morte
al chiuso di un obitorio.
Ci sarà soltanto cielo
nella minestra riscaldata
dell’altro ieri,
in quel tugurio di casa
che il libeccio frenava
per non spaventare
i bambini.
Scarpe messe ad asciugare,
stracci sporchi di sugo
che le galline beccavano
al posto del grano.
Non ci sarà che cielo
sui davanzali anneriti
di fuliggine.
Corde stese
a richiamare il mare.
Lenzuola come vele
strappate e il senso del nulla
fissato ad un orologio
a pendolo che non batteva
più rintocchi da circa
trent’anni!

SE QUALCUNO

Se qualcuno mi portasse
a casa il mare
dentro una tinozza
color vermiglio
per immergervi le mani
e bere il sale della vita,
potrei giocare,
costruendo barchette
di carta di giornale
e vedere le parole liquefarsi
tra sangue, coltelli
e morte.
Se qualcuno raccogliesse
il vento, umido di rabbia e rugiada
dentro un fiasco di vetro
intrecciato alla paglia,
farei grandi feste
come per un addio
al nubilato.
Se qualcuno mi portasse
sulle vette dell’Himalaya
a respirare il Creato,
resterei seduta in eterno
senza più temere gli affanni.
Gli occhi attoniti d’amore,
l’Anima leggiadra di farfalla!

NON BASTA

Non basta vivere
di pane e poesia.
Celati dietro maschere
di cera.
Non basta cantare
l’ultimo sonetto
in un’aria di armonia
per nascondere le lacrime
che non vogliono uscire.
Non basta saper sognare
senza soldi in tasca
e un curriculum
più volte ricopiato.
L’attesa si fa angoscia,
delusione, follia cupa.
Non basta
dipingere il peccato
con la fantasia
del perdono e ruggini
di asprezza stese al sole.
Non basta cibarsi
di fede e filosofia
quando nulla si compie
nel breve viaggio della vita!

~

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

VERSO CONSIGLIA: EVENTI – “Sogno di una notte di giugno” il 29.06. a Milano – teatro, musica, fiabe, racconti e poesia.

(di Izabella Teresa Kostka)

Sabato 29 giugno dalle ore 20.00 alle 23.00, nel pittoresco cortile della suggestiva Cascina Linterno in via Fratelli Zoia 194 a Milano, avrà luogo il 29° Verseggiando sotto gli astri di Milano dal titolo “Sogno di una notte di giugno”. Evento ricco di musica, teatro, fiabe, racconti e poesia, sazio di numerosi Ospiti Speciali di grande spessore artistico e di valenti poeti e scrittori contemporanei. Ingresso con il ticket di 5 euro (consumazione in loco inclusa: panino e bibite a scelta) a favore dell’Associazione Amici Cascina Linterno.

Ecco tutte le informazioni:

DETTAGLI

Nel programma:

– la performance teatrale dell’attrice DOMITILLA COLOMBO (omaggio a SHAKESPEARE)

Domitilla Colombo, foto: Umberto Barbera

– recital del cantautore milanese CORRADO COCCIA

Corrado Coccia, foto: Umberto Barbera

– OSPITE A SORPRESA: l’attore teatrale ENZO BRASOLIN (omaggio a LEOPARDI e non solo)

Enzo Brasolin, foto: Umberto Barbera

– OSPITE A SORPRESA: VITO SILVESTRO al sassofono

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