ERA IL TEMPO di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

ERA IL TEMPO di Maria Rosa Oneto

Era il tempo dell’aurora e di fragole, umide di rugiada. Nel parco, ancora assonnato, camminavo scalza, facendo salire al cuore l’essenza vera della natura.
Nella chiara luce dell’alba, intrisa in una girandola di colori, leggevo il libro della vita. Le lacrime, i sorrisi, concimati di dolore e passione.
Stranamente, mi sentivo ancora bambina, nonostante qualche capello grigio e la pelle del viso a ragnatela.
Nella mia congenita solitudine, che nessuna genitorialità avrebbe potuto compensare, restavano Pinocchio e Geppetto; la Fata Turchina, la povera Cenerentola e la Carrozza a forma di zucca, variegata d’oro e d’argento.
La fantasia al potere, anche in età adulta, mi portava a sognare, a vedere nell’invisibile una realtà immaginaria, multi uso, modellabile come creta.
L’anima, alla quale spesso mi aggrappavo, restava: pulita, serafica, innocente. Non importava che fosse in un corpo imperfetto, disfatto, tradito da anni di brutture e maldicenze. Covavo dentro: la bellezza del creare e di quel sogno ideale, composto da tasselli cromatici, da suoni e parole, da
giochi d’allegoria e illusione. Il “Lupo cattivo”, “Cappuccetto Rosso”, erano personaggi che mettevano in rilievo il bene dal male. La “Principessa prigioniera in un castello fatato”, lo sforzo umano per raggiungere la meta agognata e godere di serenità e pace interiore.
Quante storie in un’unica storia, più volte riscritta e ripetuta. La bellezza della magia pulita, della vittoria dopo una sconfitta, del riscatto finale, intriso con briciole di pane. Luoghi dell’immaginazione e del non senso, che venivano percepiti e assaporati con infinito amore e con il piacere di dar sollievo alla mente. “Biancaneve e i Sette Nani”,dove compaiono l’invidia, la superbia e il concetto di sopraffazione. Il “Gatto con gli Stivali”, scritto con un linguaggio tipicamente romantico, si prendeva gioco della letteratura del tempo. La sua caratteristica, era quella di nascondere l’orrore, attraverso la comicità e l’ironia.
Al pari di “Barbablù”, che ritrae la vicenda del sanguinario uxoricida nell’immaginario collettivo e finì per essere associata alla figura del serial killer; quanto mai attuale ai nostri giorni. La morale, è quella di non disobbedire mai agli ordini del marito; se non vuoi ritrovarti in mille pezzi in una stanza segregata della casa, insieme alle altre ex consorti.
Il linguaggio metaforico, prettamente ludico, sociale o pedagogico, s’innesta nelle fiabe, dando una svolta anche alla vita reale.
Non a tutte le favole, però, era riservato il lieto fine del “vissero tutti, felici e contenti”; essendo quest’ultime, tratte da vecchi racconti popolari, dove primeggiavano: omicidi, infanticidi, situazioni di cannibalismo e abusi sessuali. In alcune versioni di “Cappuccetto Rosso”, essa, viene raccontata nell’atto di togliersi i vestiti, prima di essere mangiata dal Lupo. Un gesto che è stato metaforicamente associato allo strupro e alla violenza sessuale, come in “Hansel e Gretel”; dove la strega viene bruciata viva nel forno.
Nella dolcissima “Cenerentola”, le due sorellastre, pur di calzare la “scarpetta di vetro”, si tagliano – su consiglio della madre – un dito del piede. A svelare l’inganno, due colombelle che fanno notare al Principe, la copiosa fuoriuscita di sangue dalla scarpina.
La fiaba danese de “Il brutto anatroccolo”, viene spesso considerata un’allegoria delle difficoltà che sperimentano bambini e adolescenti durante la loro crescita. Serve a rinforzare l’autostima dei fanciulli, facendo loro accettare eventuali differenze che li dividono dal “gruppo” o, addirittura, ad essere fieri di tali “diversità” che potrebbero in realtà rivelarsi un dono. Se ne conclude che, nessuno mai dovrebbe essere rifiutato o emarginato come “diverso”. In quanto, a ben guardare, nessuno lo è.
Da questa vicenda, empatica e bene augurale, potrebbero ancor oggi, rinascere aspetti di solidarietà, comprensione e di uguaglianza reciproche. Senza classicismi, disparità ed inutili stereotipi che, appartengono al lato retrogrado dell’utopia e della malvagità umana.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

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