NON TEMERE di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

“NON TEMERE” di Maria Rosa Oneto

Sono nata sulle sponde del Torrente Boate (Rapallo – Genova), in quel liquido chiaro, percorso da anatroccoli e oche. La vegetazione, allora, cresceva sana e aggrovigliata, così come voleva la natura. Un rigagnolo d’acqua, dove allora, le donne facevano il bucato, cantavano d’amore, spettegolando sul vicinato.
Sulla riva più a ridosso della collina, stazionavano due trasandate roulotte di nomadi, che accoglievano adulti e bambini. Tra le finestrelle dell’una e dell’altra, sventolavano panni messi ad asciugare. Indumenti bucati o mal cuciti che sapevano di miseria e stantio.
Spesso, li vedevo colorirsi il volto con una strana mistura, celata in un vasetto di vetro.
Facevano una vita “serena”, appartata senza mai dare fastidio a nessuno. Sovente, mia nonna materna, detta Marinin, regalava loro: verdure, uva, qualche cosciotto di maiale che lei stessa allevava, sino al fatidico giorno della morte assicurata. Li chiamavo: “ghingheri” e questo modo di dire, mi è rimasto appiccicato addosso anche da ragazza, quando gli adulti volevano sfottermi.
Per me bambina, quel luogo, un po’ selvaggio e primitivo, circondato da un magnifico campo da golf, rappresentava: la magia, il senso del fiabesco e della fantasia.
Quelle acque cristalline e sonore, che saltavano sui sassi levigandoli; scorrendo senza tregua sino al mare, erano l’inconscio che non mi era dato percepire. Le vivevo con l’ingenuità infantile, con lo stupore di una meraviglia mai esaurita, con l’orgoglio di possedere un tesoro al quale affidavo: sogni e pensieri troppo grandi per una semplice donnina di pochi anni. Ricordo come fosse ieri: le lucciole in giardino, il gattino bianco che per regalo mi portava tra la bocca un uccellino (con grida a non finire da parte mia); l’orchestrina che nelle sere d’estate richiamava i ballerini in quella piazzola lastricata, dirimpetto a dove abitavo. Le bibite scorrevano a fiumi e il divertimento era assicurato. Qualche volta, anch’io mi sono esibita, cantando al microfono, rossa di vergogna per gli applausi ricevuti. Se già il dolore, mi era amico, il periodo attorno agli anni ’50/60 un po’ lo alleviava, circondata dall’affetto di parenti ed amici e dal bene incondizionato di Tai: meticcio di cane dalla dubbia provenienza. Io e lui, eravamo un’anima sola, una coppia modello anche nell’organizzare baruffe con i gatti randagi o con altri sprovveduti cani. Pareva che lui sapesse che non potevo camminare come gli altri e quando stanca mi sedevo sui gradini, veniva a posare il musetto sulle mie scarpine ortopediche, come a dire:” Non temere, ci sono io, sorellina!”
Bei tempi che porto nel cuore, come una perla dalla preziosità rara.

~

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

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