Il mosaico screziato di “I Cannibali di Mao” di Marco Lupis (di Sabrina Santamaria)

Il mosaico screziato di “I Cannibali di Mao” di Marco Lupis (di Sabrina Santamaria)

Ricomporre i pezzi di un puzzle vissuto, ricco di esperienze, è una missione tortuosa e allo stesso tempo impegnata in quanto il lavoro che vi è nascosto impone sempre un coinvolgimento non solo personale, ma, anche, familiare, sociale e politico. Costruire un diario di bordo, apparentemente, potrebbe sembrare un’operazione semplice e banale, invece richiede molta dedizione e obiettività soprattutto nel momento in cui il nostro mestiere si intreccia fortemente con le nostre passioni e ambizioni. “I Cannibali di Mao, la nuova Cina alla conquista del mondo” di Marco Lupis è un testo autorevole perché interseca diverse sfere della vita del suo autore, approcciarsi a un’opera a trecentosessanta gradi non accade sempre, ma quelle rare volte in cui ciò avviene il lettore rimane sorpreso positivamente; la profondità di questo romanzo mi ha accompagnata elegantemente per tutto il percorso di questa splendida scoperta. Lo stile è molto sui generis in quando non si colloca come un semplice reportage e non lo si può annoverare solamente tra i saggi di stampo giornalistico, “I Cannibali di Mao” non ha solo queste qualità, ma incarna in sé anche un surplus, una marcia ulteriore che è determinata principalmente dalla passione che Lupis ha profuso scrivendo questo libro. Tra le righe del testo si respira la sua vocazione per il giornalismo in quanto è ben diverso “fare il giornalista” dall’ “essere giornalista” inoltre il filo conduttore fra i capitoli è costituito dalla storia familiare e personale del nostro autore il quale armoniosamente unisce fattori socio-politici della Cina ed eventi personali di Lupis come la nascita di sua figlia, proprio per questo taglio autobiografico l’impressione suscitatami dal libro è stata quella di avere tra le mani un mosaico screziato. È preponderante già dai primi capitoli la curiosità del Nostro il quale con il suo sguardo investiga e indaga ogni aspetto della realtà anche quello, forse ritenuto più insignificante. Il taglio autobiografico presente nel romanzo impreziosisce l’andamento narrativo e non lo cristallizza in un genere letterario ben preciso e definito. L’analisi accurata e dettagliata dei fatti storico-sociali apre uno spiraglio a dei brandelli di luce in una mentalità occidentale ed eurocentrica che pretende di mettere al centro la cultura occidentale ed europea, una prova è data dalla nostra conoscenza filosofica che si focalizza solamente sui filosofi occidentali, ma poco sappiamo della filosofia orientale. Lo sguardo del nostro autore non è giudicante e non si erge a stabilire quale sia la cultura ideale e perfetta anzi l’interesse per l’orientalismo emerge in Lupis negli anni novanta quando, ancora, la Cina ci sembrava un mondo lontano e sconosciuto, nel 1995 la sua collaborazione con la rivista “Panorama” sarà l’input che lo condurrà in questo rapporto frontale con la Cina, un viaggio che comincerà in quell’anno e che sarà l’opportunità per costatare con i propri occhi la crescita e il cambiamento di un paese che tuttora si sta evolvendo però se adesso noi stiamo assistendo a questa “impennata” della Cina, ormai evidente, Lupis ne aveva predetto la salita ancora agli antipodi prima del nuovo millennio, in quegli anni quando l’entrata della Cina nel mondo dell’economia internazionale ci sembrava solo fantascienza, il titolo “I Cannibali di Mao” deriva da questa evidente ragione, infatti se un tempo i comunisti di Mao, a causa di una carestia mangiarono i bambini adesso la famelicità della Cina assume connotati metaforici, nel XXI secolo l’appetenza cinese è figurata, in particolare l’ascesa cinese è come se volesse ingoiare l’economia e la cultura occidentale, essa si manifesta come un voler riprendere “terreno” e questa rivendicazione cinese a volte si scontra con la visione occidentale che stenta a percepire come un buon auspicio la crescita della Cina quindi questa sensazione di essere “divorati” il Nostro la identifica come una “paura dell’orientale” e avverte l’esigenza di tramutarla in un testo in cui egli si limita a darci le chiavi per prendere coscienza, ma si guarda bene dall’esprimere giudizi di valore. Forse in parte è vera questa rapace evoluzione della Cina? Oppure é il nostro sguardo che ci porta a puntare il dito e farcela giudicare come “divoratrice”? Il viaggio del Nostro diventa, allora, lo spunto primordiale per ripercorrere con ardore le tappe che hanno segnato non solo il cammino della Cina, ma anche il suo coinvolgimento nell’ambito mondiale. Da giornalista ambizioso e caparbio il Nostro scruta e investiga tutte le componenti del territorio cinese dal cinema alla politica, dalla moda all’arte, dall’economia all’istruzione mettendo al vaglio anche la legislazione che regolamenta il tasso di natalità del paese. Uno degli episodi presenti nel testo che più incide, come una lama a doppio taglio nel ritmo narrativo, è sicuramente la manifestazione di Tienanmen; Deng Xiaoping si scagliò con forza contro alcuni dimostranti nel giugno del 1989 usando duramente la violenza contro la propria gente per paura che il regime crollasse a favore della democrazia. L’espediente letterario del Nostro è la prolessi, alla fine di ogni paragrafo viene brevemente anticipato l’argomento della parte successiva, in questo modo l’attenzione del lettore non viene mai smorzata. La bramosia conoscitiva di Lupis, attraverso gli artifici letterari che ho menzionato, si impossessa pagina dopo pagina di chi si approccia all’opera, è indubbio il ruolo super partes dell’autore il quale mette in luce vizi e virtù della Cina, segreti e complotti diplomatici senza minimizzare o amplificare gli eventi storici paragonandoli, per quanto possibile, a quelli occidentali mettendoli sullo stesso piano con un sano comparativismo storico e alla luce dell’engagement frenetico del nostro giornalista “I Cannibali di Mao” è impregnato di disquisizioni riflessive di supremo valore.

Sabrina Santamaria

Tutti i diritti riservati

Foto: Giorgio Perottino

UMBERTO SABA, LA POESIA COME SCRUPOLOSA RICERCA DEL VERO (di Eduardo Terrana)

UMBERTO SABA
LA POESIA COME SCRUPOLOSA RICERCA DEL VERO (di Eduardo Terrana)

Umberto Saba. Foto: Wikipedia

Umberto Saba nasce a Trieste il 9 marzo del 1883. Sua madre Felicita Rachele Cohen, di nazionalità ebrea, viene abbandonata prestissimo dal marito Ugo Edoardo Poli, giovane gaio e leggero ed insofferente dei legami familiari.
La donna vive già sola quando mette al mondo il figlio Umberto e non potendo accudirlo lo mette a balia da una contadina slovena, tale Peppa Sabaz, che avendo perso il suo figliolo, riversa su di lui ogni amore e tenerezza. Sarà per questa ragione che Umberto Saba rifiuterà il cognome del padre Poli e, in omaggio alla nutrice, prenderà lo pseudonimo di Saba, che in ebraico, peraltro, vuol dire “pane”.
Saba vive un’infanzia difficile, segnata dalla condizione di figlio che ha lontano il padre e dalle ristrettezze economiche che non gli consentiranno di compiere studi regolari. Si forma pertanto una cultura da autodidatta.
Un anno importante della sua vita è il 1909 quando finito il militare fa ritorno a Trieste e sposa Carolina Wolfer, la “Lina” de “Il Canzoniere”. Nel 1910 nasce la figlia Linuccia e scrive le poesie della raccolta “Casa e campagna” alle quali faranno seguito quelle della raccolta “Trieste e una donna”. Nel 1911 esordisce con il volume “Poesie”, che, però, viene drasticamente stroncato dal critico Slataper, collaboratore a Firenze della rivista “La Voce”. Nel 1912 si stabilisce a Bologna dove collabora con “Il Resto Del Carlino”. Nel 1915 partecipa alla prima guerra mondiale. A guerra conclusa rientra nella sua Trieste dove acquista una libreria antiquaria. Ciò gli consente finalmente una certa agiatezza e libertà e di dedicarsi quasi completamente alla poesia. Nel 1921 pubblica a Trieste la prima edizione de “Il Canzoniere”, che raccoglie le sue precedenti pubblicazioni. La sua poesia comincia ad essere apprezzata e nel 1928 registra l’attenzione e l’interesse della rivista “Solaria” che gli dedica un intero numero unico. Nel 1929 cominciano a manifestarsi le prime crisi depressive con momenti di insostenibilità tali che gli fanno desiderare la necessità del suicidio e che in seguito si faranno sempre più intense e pesanti e lo costringeranno a intense cure psicoanalitiche. Nel 1941 le leggi razziali del regime fascista lo costringono a lasciare Trieste e a trovare rifugio presso amici dapprima a Parigi e poi a Roma. Nel 1945 pubblica la seconda edizione de “Il Canzoniere” con l’aggiunta di nuove poesie, scritte posteriormente al 1921. Nel 1946 arriva con l’assegnazione del Premio Viareggio il riconoscimento alla sua statura di poeta. Nel 1948 pubblica “Storia e Cronistoria del Canzoniere”, un saggio critico del poeta verso se stesso e la sua poesia. Nel 1950 i suoi disturbi nervosi si aggravano e subisce numerosi ricoveri clinici. Per lenire il dolore è costretto al ricorso della morfina. Nel 1953 ottiene la laurea honoris causa in letteratura dall’Università di Roma e il Premio dell’Accademia dei Lincei per la sua opera “Ernesto”. Muore d’infarto a Gorizia il 5 agosto del 1957.
La cultura di Umberto Saba ha fonti diverse. Petrarca, Metastasio, Parini, Foscolo Leopardi, Baudelaire, Haine, il filosofo Nietzsche e Freud sono i suoi maestri.
Il suo linguaggio poetico si connota di aulicità, chiaro l’influsso della tradizione classica in particolare di Petrarca e Leopardi, e di quotidianità.
E’ però quella del Saba una quotidianità diversa da quella che si riscontra nei poeti crepuscolari. Questi infatti guardano, sì!, al quotidiano , alle cose di tutti i giorni ma con distacco, mentre Saba si immerge nel quotidiano per trovarvi la via che concili “la fatica di vivere e il doloroso amore per la vita”.
Si suole affermare che Saba è un decadente. Forse certe intuizioni, tipo quelle che lo portano ad identificare gli uomini con gli animali, possono essere viste in chiave decadente, ma di certo non lo sono il suo senso della vita come flusso unitario e il modo di intendere e di vivere il legame tra la sua vita privata e, per dirla con le sue parole, “il popolo in cui vivo ; onde son nato.”
La poesia di Saba è semplice e chiara. E’ una poesia che adopera le parole d’uso quotidiano e che ritrae aspetti della vita di tutti i giorni, anche i più umili e più dimessi; che ritrae luoghi, persone, paesaggi, animali, che coglie dagli avvenimenti e ritrae la città al poeta tanto cara: Trieste, con le sue strade, i suoi angoli, il suo mare.
Una vera dichiarazione di poetica la si può cogliere nella lirica “Il Borgo”, dove si legge: “La fede avere di tutti, dire parole, fare cose che poi ciascuno intende e sono, come i bimbi e le donne, valori di tutti. “
E’ quella del Saba una poesia che ha una funzione liberatoria, la forma poetica gli consente di rivelare quella verità istintuale che l’uomo civile altrimenti censura e reprime.
L’opera principale di Umberto Saba è “Il Canzoniere”, da lui concepito come opera autobiografica, edito per ben cinque volte, la prima nel 1921 e poi, sempre con nuove raccolte, nel 1945, nel 1948, nel 1951 e nel 1961.
Progettato secondo il disegno di un itinerario poetico che segue fedelmente quello della vita dell’autore, “Il Canzoniere” è per Saba “Il libro nato dal romanzo della sua vita”, per cui , come egli stesso scrive “Bastava lasciare alle poesie il loro ordine cronologico; non disturbare con importune trasposizioni, lo spontaneo fluire e trasfigurarsi in poesia della vita”.
“Il Canzoniere” è, pertanto, la rappresentazione totale dell’uomo Saba, della sua vicenda esteriore ed interiore, e della sua poesia, come scrupolosa ricerca del vero, connessa alla sua biografia.
In un linguaggio semplice e quotidiano, che ricalca il modello classico, il Saba esprime ne “ Il Canzoniere” tanto la celebrazione della quotidianità in tutti i suoi aspetti, anche quella più nascosta e più dimessa, ed in particolare gli affetti personali e familiari dedicati alla moglie Lina e alla figlia Linuccia, quanto il tema amoroso che si realizza nella rappresentazione del rapporto con la moglie Lina e con altre giovani donne vagheggiate con i toni di una naturale e candida carica erotica; si sofferma, altresì: sul tema dell’accettazione della vita, con il suo perenne oscillare di sogni ed illusioni e deludenti esperienze; sulla sua città natale, Trieste; sul mare, simbolo di fuga e di avventure spirituali; sulle memorie dell’infanzia, del rapporto con la natura e delle riflessioni sull’attualità.
Da ricordare sono anche i 16 sonetti della “Autobiografia”, pubblicati nel 1923 su un numero della rivista “Primo Tempo”, dove Saba ripercorre, dall’infanzia, le tappe essenziali della sua vita: il servizio militare, i contatti difficili con gli intellettuali de “La Voce”, l’amore per Lina e per Trieste e il suo giornaliero lavoro: “Una strana bottega d’antiquario / s’apre a Trieste , in una via secreta…/ vive in quell’aria tranquillo un poeta “.
Due sonetti, però, su tutti rivestono un’importanza significativa perché evidenziano aspetti particolari della personalità e della poesia di Saba: “Quando nacque mia madre “ e “ Mio padre è stato per me”, che rappresentano le conseguenze che il rapporto difficile con la madre e l’assenza del padre hanno avuto sul poeta.
Scriverà lo stesso Saba all’amico Giacomo De Benedetti “Un mondo nuovo apparve davanti al mio spirito … Devi sapere che alla radice della mia malattia stava la mancanza del padre: ma come, in qual senso e con quali conseguenze è cosa incredibile e vera”.
Tutti i poeti, scrive De Benedetti, chiedono alla poesia compensazioni e risarcimenti ma Saba le attribuisce una funzione ed una bontà materni.
E infatti la poesia prende il posto della madre troppo severa e dei tanti “ perdoni materni non concessi”, a cui il poeta fa cenno nelle prime poesie .
In questi sonetti dunque sono compresenti le voci discordi che Saba avverte nel suo intimo , quella leggera, gaia, disponibile alla vita, che gli deriva dal padre, e quella severa, austera, che gli viene dall’educazione limitante, costrittiva e rigida, della madre.
Sono varie le raccolte di poesie de “Il Canzoniere”: “casa e campagna; “Trieste e una donna”; “mediterranee”; “ultime cose”; “cose leggere e vaganti”; “uccelli”; “quasi un racconto”. Di qualcuna ne tratteggiamo gli aspetti più significativi e ne cogliamo il significato.
Nelle poesie della raccolta “casa e campagna”, è svolto il tema della identificazione uomo-animale, scoperta di una legge di dolore che accomuna tutte le creature; ne sono espressione le liriche “A mia moglie” e “La Capra”. Nella prima Saba celebra la moglie paragonandola alle femmine di varie animali , di cui mette in luce, francescanamente, le qualità e la colloca in un gioco di contrasti al centro del quale campeggia ed acquista spessore la figura di Lina, la moglie che , attraverso le varie metamorfosi, diviene lentamente se stessa.
Così la pollastra, la giovenca, la cagna, la coniglia, la formica, la pecchia, sono “tutte le femmine di tutti i sereni animali, che avvicinano a Dio”, che realizzano il miracolo della mutevole identità di Lina, che costituisce in assoluto il perno della poesia.
La lirica “La capra” è invece un’altra testimonianza della capacità del poeta di discendere o di innalzarsi a quella misteriosa dimensione in cui la vita degli uomini si incontra e si identifica con la vita degli animali. In questa lirica, però, l’adesione al mondo animale è esclusivamente in una dimensione dolorosa, il poeta vede nel viso della capra i tratti semitici dell’ebreo perseguitato e la poesia diventa, pertanto, simbolo lirico della condizione umana di dolore e di pianto universale.
Nelle poesie della raccolta “Trieste e una donna”, il poeta ricerca l’armonia con tutte le creature per realizzare l’aspirazione ad immettere la sua vita nella calda vita di tutti e ad essere come tutti gli uomini di tutti i giorni.
Saba esprime con questi temi una sorta di vitalismo erotico sentito come immersione nel flusso della vita e quindi come innocenza. Ne sono espressione le poesie: il torrente, Trieste, città vecchia.
“Il torrente”, che appariva al poeta fanciullo pieno di fascinosa avventura, ora gli si rivela nell’età matura senza più particolari significati. E’ solo un esile filo d’acqua che bagna appena i piedi nudi ad una lavandaia.
Ma il torrente riavvia la memoria, srotola la matassa dei ricordi e attraverso il filo della memoria rende possibile il recupero dell’infanzia e consente al poeta di cogliere ancora la realtà, come fosse ancora presente, dell’erba che cresceva sulle sue sponde, e che ancora cresce nel suo ricordo, e le vive passeggiate serali con la madre che le faceva incomprese similitudini, a quel tempo, tra quell’acqua fuggitiva e la vita degli uomini che se ne fugge sempre tanto velocemente.
“Trieste è la città, la donna è Lina!”, dirà lo stesso Saba in “Autobiografia” sintetizzando così in un sol fiato i suoi due amori: Trieste e la moglie Lina.
La città e la donna assumono per la prima volta le loro specifiche identità e sono amate appunto per quello che hanno di proprio e di inconfondibile, ma con un qualcosa di aggiunto,Trieste non è vista e cantata con l’occhio del visitatore, bensì con l’animo di chi ci vive e l’ama di un affetto unico e smisurato, e la sente sua con una intensità tale da sublimare in essa l’espressione e la proiezione del suo stesso animo.
“ Essere uomo fra gli umani / io non so più dolce cosa “. Questi versi sintetizzano lo spirito che anima la lirica “Città vecchia”,considerata come un’esemplare realizzazione di una costante di Saba , e cioè : di cercare riparo nella “calda vita di tutti gli uomini e di tutti i giorni“. Il poeta si sente parte del tutto, si sente immerso nella città, che sente come un mondo popolato da creature simili a lui, nelle quali come in lui “si agita il Signore“ , si sente immerso “nella folla rigurgitante nei vicoli e vicoletti della città vecchia”, che gli ispira pensieri di religiosa adesione.
La lirica “Ultimi versi a Lina”, fa parte della raccolta “ Ultime cose”, pubblicata a Lugano nel 1944 in un tempo cupamente tragico per l’intera umanità e particolarmente angoscioso per il poeta. E’ l’ultimo pensiero poetico espresso in versi che il poeta dedica alla moglie Lina in ricordo dei giorni della loro giovinezza.
Due momenti diversi animano la poesia. Il primo ricostruisce, attraverso una serie di immagini, una sera trascorsa con la moglie e con le amiche ad ascoltare la banda musicale che suonava e richiamava gente. La memoria zumma sulle immagini al poeta ancora tanto care: le luci che oscillano sui porta spartiti quando la banda marciava guidata dal maestro che batteva il tempo alzando e abbassando il bastone; le amiche della moglie, con i loro pregi e difetti:quella buona, quell’astuta, quella infedele; i prati verdi fuori e dentro la città; il suono lacerante delle sirene delle navi a vapore che lasciavano il porto; le osterie chiassose sparse per le campagne .
Il secondo momento è quello della dolorosa ma calma accettazione: quelle cose ormai appartengono al passato, e sono via via svanite ad una ad una col trascorrere del tempo, ed il poeta adesso ormai avanti negli anni, ama ritrovare quelle immagini, quei frammenti di vita trascorsa, nella meditazione, e quei momenti, restituiti dalla memoria, sono un dono prezioso.
La lirica “Ritratto della mia bambina” fa parte della raccolta “Cose leggere e vaganti”. E’ un giorno estivo di festa e la figlia del poeta Linuccia , interrompendo il gioco della palla, gli chiede di uscire con lui. Indossa la bambina un leggero vestitino azzurro, lo stesso colore dei suoi occhi, lo stesso colore del cielo. Il poeta si sofferma a pensare a quali immagini della natura accostare la bellezza, la dolcezza della bambina. Nella schiuma marina, nelle nubi che si formano e si dissolvono nel cielo, nella scia di fumo che esce dai tetti e sembra azzurra al dissolversi dell’aria, trova gli accostamenti adatti ad esprimere quella leggerezza e quella mutevolezza infantile così dolce e sorprendente.
La Lirica “ Il fanciullo e l’averla”, fa parte della raccolta “Uccelli”. Saba ci rappresenta la curiosità dei fanciulli , che si esprime in modi sempre insaziabili di tutto, in particolare di conoscenze e di possesso di specie del mondo animale, esprimendo, appena raggiunto l’oggetto del loro desiderio, immensa gioia, con l’immediata però conseguente noia e disinteresse che accompagna la caduta del desiderio non appena soddisfatto. Un fanciullo giunge a possedere un’averla che poi dimentica. Si ricorda di lei solamente un giorno in cui, per noia o per cattiveria, vuole stringerla in pugno, ma l’averla lo becca e gli scivola dalla mano volandosene via lontano. La condizione dell’averla in gabbia, che soffre, in solitudine ed silenzio, le da dimensioni quasi umane, e diventa simbolo di quella condizione umana che soffre in solitudine ed in silenzio chiusa nella gabbia della vita.
“ Fui sempre un povero cane randagio” è il verso che chiude “Il Canzoniere” postumo, edito nel 1961, e chiude anche l’autobiografia del poeta, delineandone però una raffigurazione angosciata, in cui si compendiano la lacerazione tra l’orgoglio ed il rimpianto della propria difficile individualità ed il bisogno di immersione nell’esistenza, nonché l’opzione per una poesia di sentimento e di riflessione, comunque espressa sempre con toni di affabile colloquialità.
Ciò che fa di Umberto Saba un poeta dalla grazia scontrosa ma propria ed inconfondibile.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e Pace
Tutti i diritti riservati all’autore

21 SETTEMBRE 2019 – GIORNATA MONDIALE DELLA PACE. MIGRANTI UN PROBLEMA MONDIALE DI DIFFICILE SOLUZIONE (di Eduardo Terrana)

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21 SETTEMBRE 2019 – GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

MIGRANTI UN PROBLEMA MONDIALE DI DIFFICILE SOLUZIONE (di Eduardo Terrana)

Il simbolo con cui viene rappresentata la pace è una colomba che tiene nel becco un ramoscello di ulivo.
Sono ancora tanti gli esseri umani che sperano che quel simbolo si trasformi in realtà di vita umana e civile.
Hanno volti e storie diverse e diverse etnie ma tutti sono accomunati da una speranza di pace.
Generalmente chiamati “Migrante” o “Rifugiato”, questi esseri senza nome, ma comunque Persone, perché fin dalla nascita in possesso delle specificità dell’essere umano, vengono dall’anonimo mondo della miseria e della sofferenza dove hanno vissuto le atrocità più terribili, dalla guerra alla tortura, dalla fame allo stupro.
I migranti sono i forzati costretti a lasciare la propria terra a causa di conflitti armati, attacchi terroristici, regimi oppressivi, discriminazioni, persecuzioni, carestie, povertà e degrado ambientale, e non solo, ma anche da motivazioni religiose ed etniche, che sempre più spesso sfociano in conflitti o in guerre aperte.
Ed è un numero di persone in movimento impressionante. I dati rilevano oltre 250 milioni di migranti nel mondo.
La pressione migratoria è forte e crescente verso l’Italia e l’Europa, ma anche in altri continenti si registrano spostamenti significativi.
Quelli che si presentano alle porte del mondo civilizzato e chiedono accoglienza, provengono per lo più dalla Nigeria, dalla Somalia, dal Sudan, dall’Afganistan. Un fenomeno destinato purtroppo a crescere in modo significativo nel prossimo futuro, con migrazioni provenienti dai Paesi poveri del sud del mondo verso i Paesi ricchi del nord . Pochissimi di questi, meno dell’l1%, faranno ritorno un giorno nei loro Paesi di origine.
Dramma nel dramma è quello dei bambini. Secondo le Nazioni Unite, il 51% dei rifugiati nel mondo sono bambini, spesso soli e abbandonati dalle rispettive famiglie.
La tragedia della loro vita è tutta espressa dalla magrezza dei loro corpi e dal terrore che si legge nei loro occhi.
Muoiono in tanti lungo il cammino sulla strada o sul mare della speranza ma i più approdano e si rivolgono alla carità del mondo per vivere una vita dignitosa.
Sono persone che non arrivano a mani vuote afferma Papa Francesco, rilevando che portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono, e invitando governanti e governati a respingere la retorica che con la logica dei rischi per la sicurezza nazionale e della non accoglienza manifesta disprezzo per la dignità umana, che invece va riconosciuta a tutti.
La Pace, ricorda il Pontefice è “un’aspirazione profonda di tutte le persone e di tutti i popoli, soprattutto di quanti più duramente ne patiscono la mancanza”.
Raccomanda, pertanto, Papa Bergoglio l’accoglienza dei migranti e di non rimandarli nei paesi d’origine dove li aspettano persecuzioni e violenze; di tutelarne l’inviolabile dignità e di promuoverne uno sviluppo umano integrale, che consenta la loro piena partecipazione alla vita della società che li accoglie e assicuri , al contempo, ai bambini e agli adolescenti l’accesso all’istruzione.
Nessun Paese può gestire da solo il fenomeno della migrazione umana, ma necessita che le Nazioni guida del mondo provvedano ad assicurare alle Nazioni meno evolute giusti diritti e una crescita armonica a misura d’uomo e ad impegnarsi politicamente e moralmente in tal senso, anche nell’ottica di dare concreta attuazione alla Dichiarazione di New York per rifugiati e migranti, del 19 settembre 2016, che esprime la volontà politica dei leader mondiali di salvare vite, proteggere diritti umani e condividere responsabilità su scala globale.
All’intero mondo civilizzato s’impone pertanto la scelta se arricchire il proprio cuore di una nuova solidale umanità o se impoverirlo della miseria di un nuovo egoismo.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

DIRITTI UMANI E GLOBALIZZAZIONE L’ILLUSIONE DI UNA CRESCITA (di Eduardo Terrana)

DIRITTI UMANI E GLOBALIZZAZIONE L’ILLUSIONE DI UNA CRESCITA

Di Eduardo Terrana

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Non tutto il mondo si muove all’unisono verso i traguardi del benessere e del miglioramento diffuso, ciò perché la globalizzazione più che includere esclude dal benessere individui e popoli; trasferisce la ricchezza dai poveri ai ricchi; si diffonde un modello unico di sviluppo che prescinde da tutti i valori locali e distrugge le diversità.
Insomma la globalizzazione genera più vinti che vincitori e dà solo l’illusione di una crescita e di un benessere generalizzato e globale. In tale ottica si preclude ogni auspicato avanzamento su fronte dei diritti umani e di miglioramento delle condizioni dei popoli meno abbienti del Pianeta. Le statistiche sembrano avallare queste paure. Nel XVII° secolo la differenza di ricchezza tra nord e sud del mondo era di 2 a 1, nel 1965 era di 30 a 1, oggi è di 70 a 1.
Oggi la ricchezza è più grande che in qualsiasi altro periodo della storia umana ma la miseria colpisce quasi la metà della popolazione mondiale.
Il 20% dell’umanità possiede l’86% di tutta la ricchezza del mondo. L’80% più povero dispone appena dell’1,3% delle ricchezze del mondo.
Un miliardo e 500.000 persone vivono con meno di un dollaro al giorno, arriveranno a due dollari, e sarà una conquista!, entro il 2025.
Il patrimonio delle 200 persone più ricche del mondo è passato da 440 miliardi di dollari a più di mille miliardi di dollari in soli quattro anni. Tre multimiliardari, gli uomini più ricchi del Pianeta, hanno un reddito che equivale al prodotto interno lordo di 49 paesi sottosviluppati, dove vivono 600 milioni di individui.
L’indebitamento dei paesi sottosviluppati negli ultimi anni è raddoppiato.Le disuguaglianze vanno crescendo. Negli ultimi 25 anni circa 200 milioni di persone sono morte per fame; un miliardo 300 milioni di persone non ha acqua da bere e non solo potabile!
Nell’anno 2050 mancherà acqua potabile per il 40% della popolazione mondiale. La carenza di acqua potrebbe generare dispute che potrebbero sfociare in conflitti e guerre. Il fenomeno peraltro è reso sempre più grave dalla scarsità delle precipitazioni.
Il processo di globalizzazione sta concentrando il potere e le ricchezze sempre più nelle mani di pochi. Circolano i capitali, ma non la forza lavoro.
I Paesi in via di sviluppo hanno l’obbligo di aprire i propri mercati ma non hanno accesso alla tecnologia.
Il divario aumenta anche all’interno dei singoli Stati. In Russia, adempio, il 20% più ricco dispone di un reddito 11 volte superiore a quello del 20% più povero.
Insomma il globale dà, il globale toglie. Prende la nostra vita, cambia le nostre abitudini e le nostre relazioni, modifica i nostri rapporti familiari e sociali. Cambia il nostro lavoro per effetto dell’inarrestabile tecnologia in un mondo sempre più interdipendente e ci impone le multinazionali.
Saltano così le vecchie e sane tradizioni. Mangiamo nei ristoranti delle multinazionali, facciamo la spesa nei loro supermercati, depositiamo i nostri risparmi nelle loro banche, almeno chi se lo può permettere, vestiamo i loro vestiti, alla cui confezione magari hanno lavorato bambini al di sotto dei 12 anni.
Fenomeno veramente incivile quello del lavoro minorile! Sono oltre 250 milioni i bambini al lavoro nel mondo di cui oltre la metà impiegati a tempo pieno. Per loro non c’è infanzia e adolescenza. Per loro non ci sono carezze genitoriali e prospettive di istruzione e di crescita. Per loro non c’è riconoscimento di diritti come non c’è spazio in cui possano trascorrere un momento di allegria magari correndo dietro una palla fatta di stracci o di carta.
E nel mondo le multinazionali prosperano. Sono oltre 60.000 ma quelle che contano sono poco più di 600.
La globalizzazione così, anche se resta un fenomeno che non si può fermare, disorienta e fa paura, perché non ha un volto umano.
Andrebbe allora valutata e guidata meglio anche in un’ottica di crescita e di sviluppo della Persona umana, mentre così come viene concepita e realizzata proietta in una dimensione lontana la speranza di una umanità di uguali anche in senso economico.
Eppure si pensi che per garantire l’istruzione di base a tutti i bambini poveri del mondo basterebbero 6 miliardi di dollari che è meno di quanto si spende solamente negli stati Uniti per cosmetici in un anno; e per garantire l’acqua e le infrastrutture igieniche per tutti i meno abbienti del mondo basterebbero 9 miliardi di dollari che è meno di quanto si spende in Europa in un anno per gelati; per garantire, infine, una adeguata assistenza sanitaria alle donne in gravidanza basterebbero 12 miliardi di dollari equivalente a quanto si spende negli USA e in Europa per profumi.
Tutto ciò mette in risalto da un lato l’ambivalenza della mondializzazione e dall’altro evidenzia che il profitto non è l’unico né il principale indice perché scopo dell’impresa è l’esistenza di una comunità di esseri umani, che viva possibilmente i benefici della Pace.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani
Tutti i diritti riservati all’autore

EUGENIO MONTALE E IL MALE DI VIVERE (di Eduardo Terrana)

EUGENIO MONTALE E IL MALE DI VIVERE

Eugenio Montale, foto: Wikipedia

La poesia del Poeta interprete della crisi spirituale dell’uomo moderno e della visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo.

Di Eduardo Terrana

Ricorre oggi, 12 settembre, l’anniversario di morte di un grande poeta e scrittore tra i più rappresentativi del novecento letterario italiano, Eugenio Montale. Nato a Genova il 12 ottobre 1896 e morto a Milano il 12 settembre 1981, Montale ha svolto la professione di giornalista. Nel 1967 è nominato a senatore a vita e nel 1975 arriva il riconoscimento alla sua statura di poeta con il conferimento del premio Nobel per la letteratura, dopo che le Università di Milano e di Torino gli avevano conferito, per meriti letterari, la “laurea honoris causa”. È stato, tra l’altro, insignito delle onorificenze di Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, nel 1961, e di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, nel 1965.
Montale Inizia nel 1925 la sua attività di critico artistico e letterario. La sua prima raccolta di poesie “ Ossi di seppia“ è del 1926, un anno che rappresenta un momento importante nella vita del Poeta perché lo vede collaboratore de “ Il Baretti “, la rivista di Piero Gobetti, e firmatario de” Il Manifesto degli intellettuali antifascisti” di Giovanni Amendola e Benedetto Croce.
Conosce anche il letterato triestino Roberto Bazlen che lo introduce alla lettura e conoscenza delle opere dello scrittore Italo Svevo, del quale Montale approfondirà la conoscenza letteraria e sul quale scriverà numerosi articoli, così scoprendone, da critico, il valore letterario e diffondendone l’opera .
Altro momento importante della vita del Montale sono gli anni tra il 1927 ed il 1937 e la sua permanenza a Firenze caratterizzati da una straordinaria intensità di rapporti umani e culturali. A Firenze conosce tra gli altri Elio Vittorini, Carlo Emilio Gadda, Salvatore Quasimodo, Guido Piovene e i critici Giuseppe De Robertis e Gianfranco Contini, che si radunano tutti al caffè “ Le Giubbe Rosse “.
Nel periodo collabora alle riviste “ Solaria “ di Carocci, Ferrara e Bonsanti, e “Pegaso” di Ojetti, Pancrazi e De Robertis.
“I vent’anni vissuti a Firenze”, scriverà Montale: “ sono stati i più importanti della mia vita. Lì ho scoperto che non c’è soltanto il mare ma anche la terraferma; la terraferma della cultura, delle idee, della tradizione, dell’umanesimo. Vi ho trovato una natura diversa, compenetrata nel lavoro e nel pensiero dell’uomo. Vi ho compreso che cosa è stata, che cosa può essere una civiltà.”
Firenze segna una svolta anche nella vita sentimentale del poeta. Vi conosce infatti Drusilla Tanzi, moglie del critico d’arte Matteo Marangoni, che corteggia, ricambiato, e che diverrà in seguito sua moglie. Drusilla sarà la moglie, ma altra donna sarà la sua vera musa ispiratrice , una donna sulla quale Montale per l’intero arco della sua vita manterrà il più stretto riserbo ed il cui nome sarà rivelato un anno dopo la morte del poeta dal critico Luciano Rebay . Si tratta di Irma Brandeis , appartenente ad una delle famiglie più illustri di ebrei mitteleuropei emigrati in America, che il poeta canterà nelle sue liriche col nome poetico di “Clizia”.
Quella di Montale è’ una poesia che, nel solco della letteratura decadente, ricerca: il senso della vita e un rapporto razionale tra le cose e gli eventi , che trova però solo “una muraglia”, come dice il poeta, ”irta di cocci aguzzi di bottiglia”, che impedisce la conoscenza della realtà.
Una poesia che ricerca: il vuoto, che è intorno ad ogni individuo e la solitudine, compagna inseparabile, che ne caratterizza l’esistenza: l’alienazione, l’impossibilità di comunicare, l’indecifrabilità del reale.
Sono questi i contrassegni della crisi dell’uomo moderno, del suo male di vivere, della sua totale negatività di essere, di cui Montale è interamente e drammaticamente interprete partecipe. Tale visione radicalmente negativa dell’essere domina in Montale sin dalle più antiche poesie degli “Ossi.”
Una visione negativa, tutta interiore e capace , tuttavia, di proiettare anche al di fuori, sul mondo dei fenomeni e delle apparenze, i sintomi di uno strisciante male e di un’intima, struggente, non-voglia di vivere.
È una poesia che si alimenta della scoperta dell’assurdità del reale e del rovesciamento delle certezze e che vuole essere una risposta tipicamente borghese al malessere dei tempi. Una poesia lontana dall’idea dannunziana del poeta-vate, che non ha quindi messaggi-verità da comunicare e che parte dall’intuizione della fondamentale insussistenza del mondo; un’insussistenza che è innanzitutto ontologica, che coinvolge anche l’io, e che nasce dalla constatazione che le cose non hanno consistenza ed il tutto è solo rappresentazione.
E la mancata scoperta del significato delle cose porta il poeta a negarle. Ecco allora che inizialmente domina in Montale quella che lui stesso ha definito “la poetica del non“. Perciò egli scrive “non domandarci la formula che mondi possa aprirti”, ossia la parola magica e chiarificatrice, che possa dare delle certezze.” L’unica cosa certa che egli si sente di dire si legge nei versi: “codesto solo oggi possiamo dirti – Ciò che non siamo – ciò che non vogliamo”, ossia gli aspetti negativi della vita.
Montale non è disponibile ad illusioni idealistiche, ossia a vedere il mondo come rappresentazione dell’io, e non crede neppure all’oggettività naturalistica del mondo.
Nella poesia di Montale il “Vero Assoluto”, rappresentato da Dio oppure, per l’agnostico, dal “Nulla”, resta lontano ed inimitabile.
Rispetto ad esso l’uomo resta in una condizione di fondamentale ignoranza, perciò Montale si serve di un linguaggio anche modesto per esprimere la sua poesia sentita come acquisizione di uno spazio di silenzio e di libertà, come condizione al manifestarsi miracoloso di un improvviso “varco” verso il significato del tutto.
E il varco, che il poeta non rinuncia a ricercare, attraverso cui giungere a comprendere il senso della vita individuale e cosmica, è rappresentato dall’inaspettata possibilità di essere posti oltre l’apparenza, verso quel quid definitivo che rappresenta l’approdo a qualcosa di più vero e duraturo dell’apparenza. Perciò la poesia del Montale esprime la possibilità del miracolo, l’attesa di una epifania del senso ultimo delle cose.
In tale visione, Il male ed il dolore, (vedi poesia: Felicità raggiunta, si cammina), hanno per Montale un’incidenza sulle vicende umane che rimane irredenta se non avviene il miracolo di un fatto veramente positivo. La felicità è uno stato assolutamente precario sempre sul punto di dissolversi. E quand’anche l’individuo riesca a raggiungerla, essa non ha la facoltà di redimere ed annullare il passato.
Non c’è nella poesia di Montale sfogo sentimentale; non ricorre in essa la protesta , la polemica e gli accenti, ma c’è il male di vivere, oltre il quale s’intravede l’anelito alla libertà; come c’è un’irruzione della storia, nella quale il poeta cerca “ Il varco “ per sé e per gli altri.
C’è il coraggio morale di guardare le cose “a ciglio asciutto”, come scrive il poeta, cioè senza speranze, né illusioni; di porsi contro il mito del poeta-vate: D’Annunzio, ma anche Carducci ed in parte Pascoli; di porsi, come una bandiera, alla faciloneria, alla retorica e soprattutto all’ottimismo idiota del regime fascista , che si manifesta contro l’uomo e contro la cultura.
Montale non è un creatore di parole che non hanno senso e quindi non comunicano altro che il nulla, ma è l’interprete dei dati reali considerati segnali-simbolo per decifrare la realtà.
Ogni paesaggio ed ogni oggetto è visto da Montale contemporaneamente nel suo aspetto fisico e nel suo aspetto metafisico, nel suo essere cosa ed insieme simbolo della condizione umana di dolore e di ansia. L’originalità perciò del suo poetare sta proprio nell’uso della tecnica del correlativo – oggettivo, consistente nell’intuizione di un rapporto tra situazioni ed oggetti esterni ed il mondo interiore, che domina la sua poesia, nel senso che una serie di oggetti , di situazioni, di occasioni, diventano la formula di determinati stati emotivi, della cui più intima ratio solo il poeta ne ha perfetta consapevolezza.
In tal modo il sentimento non è espresso ma rappresentato da un oggetto ad esso correlato.
In tale accezione la poesia è idea, memoria, e l’essenza delle cose è colta in negativo; e l’uomo è come smarrito nel caos del mondo dove cerca se stesso.
Tale consapevolezza dà al poeta il coraggio di rinunziare ad ogni illusione, di ripiegarsi su se stesso e di accettare il male di vivere e la sua condizione di uomo isolato che vive la sua solitudine.
Sono questi, in breve, gli aspetti significativi della poesia di Montale, dove la negatività domina, oscillando tra la constatazione del male di vivere e la speranza, vana, ma sempre presente e risorgente, del suo superamento, e di cui è una prima testimonianza la lirica “Non chiederci la parola” nella quale Montale precisa le motivazioni morali della sua poetica che non evade dalla realtà storica del momento, caratterizzata da un profondo vuoto morale e spirituale, ed invita pertanto a guardare alla realtà senza chiedere parole consolatorie alla poesia, che altro non può dare se non, come recita il verso, “qualche storta sillaba e secca come un ramo”, ovvero che la realtà va detta e rappresentata senza infingimenti.
La lirica testimonia la crisi spirituale dell’uomo moderno, povero di un fondamento solido su cui edificare la vita di un senso trascendente.
La negatività vi è rappresentata in termini dialettici e non assoluti, tesa al positivo e non nichilista, anzi aperta a possibilità di soluzioni positive per il domani.
Nella lirica Montale esprime l’affermazione della propria indipendenza morale nonché l’accettazione del male di vivere.
Montale ha lasciato l’eredità della sua produzione lirica in varie raccolte poetiche, ricordiamo in particolare, “ Ossi di seppia” del 1926, “ Le occasioni” del 1939, “ La Bufera e altro” del 1956, Satura del 1971.
Negli “Ossi di Seppia” Montale evidenzia la volontà di staccarsi dalla precedente tradizione aulica-accademica, carica di toni retorici, per affermare una poesia di timbro familiare.
Dice lo stesso Montale, “Scrivendo il mio primo libro …volevo che la mia parola fosse più aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto. Più aderente a che? Mi pareva di vivere sotto una campana di vetro, eppure sentivo di essere vicino a qualcosa di essenziale. Un velo sottile, un filo appena mi separava dal quid definitivo. L’espressione assoluta sarebbe stata la rottura di quel velo, di quel filo: un’esplosione, la fine dell’inganno del mondo come rappresentazione”.
La coscienza, umile e saggia del proprio limite umano e poetico apre però alla speranza di incontrare “ qualcosa “ che dia senso al tutto.
Negli Ossi di Seppia è centrale la riflessione su di sé, l’autobiografismo, la proiezione di sé in un simbolo naturale, che fosse “il mare-fermentante” o “l’ombra” stampata sul muro. Vi si ritrovano i temi della constatazione della solitudine dell’uomo, dell’inconoscibilità del reale, dell’aridità della vita, ed in tal senso è già una dichiarazione di poetica.
Vi si ritrova anche il paesaggio ligure aspro, dissecato, impervio, dove, alle Cinque Terre di Monterosso, il Poeta trascorse, nell’infanzia e nell’adolescenza, le vacanze estive, in mezzo a quella natura, di fronte a quel mare , che si configurano come i luoghi della sua prima poesia e per cui scriverà il poeta: “Mi affascinava la solitudine di certe ore, di certi paesaggi.”
Il motivo di fondo della poesia di Montale è la visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, che vede il crollo degli ideali, per cui tutto appare oscuro, vuoto e senza senso. Di tanto è testimonianza la lirica “Meriggiare pallido e assorto”, dove il poeta ci conduce alla cosmica rappresentazione della vita come sofferenza, correlando a questa visione-rappresentazione emblematica del limite umano tutto l’esteriore panorama naturale.
La vita si configura così in Montale come una prigione rovesciata, che condanna all’esclusione di un “paradiso”. Vivere è per lui, come andare lungo una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia così impedendo di vedere cosa c’è al di là, ossia lo scopo ed il significato della vita. Si colgono nella lirica i temi: del senso del mistero della vita, della solitudine esistenziale, del dolore per un destino privo di felicità.
Nella raccolta “Le Occasioni” , si avverte la stessa visione tragica della vita de “Gli Ossi”, ma vi si coglie anche il senso del colloquio a distanza con la salvifica ispiratrice, Clizia; dirà il poeta: “sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione, mi sono affidato a lei, donna o nube, angelo o procellaria”.
Nelle poesie della raccolta Montale rievoca le “occasioni” della sua vita passata, amori, incontri, riflessioni su avvenimenti, paesaggi, ricordati non per nostalgia ma per analizzarle e capirle nel loro valore simbolico.
Il poeta sente il bisogno insistente , ma deluso, di trovare il senso delle cose e della vita cercando nel mondo della memoria quella salvezza che la cieca negatività dell’esistenza vieta, ma scopre che: una nebbia vela la memoria, ( lirica: “non recidere forbice quel volto”); il passato è irrevocabile, ( lirica: “la casa dei doganieri”); tutto è determinato dal caso; manca un filo logico nel rapporto tra le cose; il tempo scorre impietoso; e la ricerca di un varco è vana.
Domina nella raccolta la tematica esistenziale anche se già s’intravede la bufera, la minaccia prossima della guerra, che si avvicina.
Montale però, estraneo sempre alle mode, procede dritto per la sua strada.
Scriverà: “L’argomento della mia poesia , e credo di ogni possibile poesia, è la condizione umana in sé considerata, non questo o quell’avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio … Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circonda, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia. Non nego che il fascismo dapprima, la guerra più tardi, e la guerra civile più tardi ancora mi abbiano reso infelice; tuttavia esistevano in me le ragioni dell’infelicità che andavano molto di là e al di fuori di questi fenomeni.” Si comprende già da ciò come il tema del male di vivere influenza anche la raccolta “La Bufera ed Altro” ed influenzerà anche la raccolta “Satura”. Ciò delinea una caratteristica che è prettamente del Montale: quello di essere e di rimanere sempre e solo “Un uomo di pena”.
Il suo pessimismo assume in queste raccolte i connotati tragici della violenza, della follia, dell’atrocità, che sono purtroppo le caratteristiche costanti della storia.
Dunque il male di vivere dell’uomo è perpetuo, e la sua condizione è destinata a non mutare col trascorrere del tempo.
La memoria di Irma Brandeis, la poetica Clizia, l’angelica ispiratrice, illumina la saggia ed amara ironia degli ultimi scritti del Poeta, che, nelle sue ultime raccolte si rivela un vecchio saggio malinconico che rifiuta i miti della società del benessere , e, mentre riflette con ironica pacatezza sulla insensatezza del mondo moderno, s’intrattiene, con tono colloquiale, con la moglie da poco perduta.
Per la sua tensione continua verso l’essenziale e l’assoluto, per la sua ontologica disarmonia, l’opera poetica di Eugenio Montale, vista in retrospettiva, non può, che essere collocata nel solco di una corrente di poesia non realistica, non romantica, e nemmeno strettamente decadente, accostabile solo al metafisico. Montale ci lascia in eredità la sua coerenza e la sua poesia.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale sui Diritti Umani
Tutti i diritti riservati all’autore

IL FUTURO E LA GRANDE SFIDA SUI DIRITTI UMANI (di Eduardo Terrana)

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IL FUTURO E LA GRANDE SFIDA SUI DIRITTI UMANI

(di Eduardo Terrana)

La promozione integrale di tutte le categorie dei diritti umani è la vera garanzia del pieno rispetto di ogni singolo diritto. La difesa dell’universalità e della indivisibilità dei diritti umani, altresì, è essenziale per la costruzione di una società pacifica e per lo sviluppo integrale di individui, popoli e Nazioni.
La realtà del mondo però sempre più evidenzia che queste affermazioni sono rimasti meri principi e che la loro realizzazione è ferma davanti al deserto degli egoismi che ne ostacola il diritto di esistere.
Parliamo allora di crisi dei diritti umani, che è, al fondo, una crisi di diritti esasperati e dissociati dai valori e quindi dissociati dai doveri, che sempre corrispondono ai diritti.
È la crisi di una cultura che ha vivissima la consapevolezza dei diritti dell’uomo, che è più che mai decisa rivendicarli, ma che ha represso la verità fondamentale che la società, la quale dovrebbe godere dei diritti è “Una e La Stessa” con la società che deve realizzare i medesimi diritti. Ora se questa seconda società non esiste, in quanto i suoi membri non sono disposti a investire il quantitativo necessario di energie fisiche, intellettuali, morali, neanche la prima può esistere.
Libertà e sicurezza sociale sono solo per quelle società le quali riconoscono che la “Libertà da “, sulla quale insisteva l’Illuminismo, ha senso e reca frutto solo se congiunta con la “ Libertà per”, cioè per i valori che fanno umana, nelle sue varie dimensioni, la convivenza degli uomini al di dentro dei confini di uno Stato.
Ora l’imperativo morale è precisamente il vincolo che congiunge la libertà al mondo dei valori. Senza il diritto non può esistere una società fatta a misura della dignità dell’essere umano. Prima del diritto, però, e a garanzia di esso sta la legge morale, cioè sta la Persona nel suo statuto ontologico di essere morale. La Persona che fonda lo Stato è anche l’operatore insostituibile di un ordinamento, di cui, come recita l’ Enciclica Pacem in Terris: “ fondamento è la verità, misura e obiettivo la giustizia, forza propulsiva l’amore, metodo di attuazione la libertà”. Ciò che vale a dire: lo stato dei diritti umani nel significato più vero del termine.
La tensione ideale di ogni coscienza dei diritti e della dignità umana deve pertanto tornare ad avere ed a trovare un approdo: i valori.
Il futuro deve percorrere questa strada. Una strada in cui alle parole ed alle dichiarazioni corrisponda il riconoscimento del primato ontologico della Persona sulla Società, dei doveri sui diritti. Una strada in cui si affermi il principio della non violenza e della non discriminazione, che significa rispetto della Persona e della sua personalità, significa uguaglianza di opportunità, significa accettazione delle diversità, nel senso e nel rispetto del primo paragrafo della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, che afferma “ il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia e dei loro diritti uguali ed inalienabili”; dell’articolo tre della stessa Dichiarazione sui diritti dei portatori di handicap che sancisce “ il portatore di handicap ha un diritto connaturato al rispetto della sua dignità umana. Il portatore di handicap, quali che siano l’origine, la natura e la gravità delle sue difficoltà e deficienze, ha gli stessi diritti fondamentali dei suoi concittadini di pari età, il che comporta come primo e principale diritto quello di fruire, nella maggiore misura possibile, di un’esistenza dignitosa altrettanto ricca e normale”; dell’articolo ventitre della Convenzione internazionale su diritti del Fanciullo che afferma che “ i fanciulli mentalmente o fisicamente handicappati devono condurre una vita piena e decente, in condizioni che garantiscano la loro dignità, favoriscano la loro autonomia e agevolino una loro attiva partecipazione alla vita della comunità.”
Questa dignità va riaffermata come fondamentale della Persona ma con il rifiuto e la messa al bando di tutte quelle situazioni negative che non prevedono la tutela della Persona umana nelle sue condizioni materiali, nelle sue condizioni morali nonché nel processo di integrazione dell’individuo nella società propria ed altrui. Va riaffermata con la messa bando e la repressione, altresì, di tutte quelle situazioni di tensione di varia natura: politica, sociale, religiosa, ancora esistenti in singoli paesi o in determinate aree geografiche che attentano ai fondamentali diritti umani aggredendo la vita, l’integrità fisica e la libertà di Persone pacifiche ed inermi, in modo indiscriminato ed in diverse forme: stragi, esecuzioni sommarie, ferimenti, cattura e detenzione di ostaggi, dirottamenti di aerei civili. Va ricercata ed attuata la protezione giuridica della persona sempre con la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, con la lotta alla tortura, con l’abolizione ed il divieto della schiavitù e della tratta, con la repressione del terrorismo, con il rifiuto di tutte le discriminazioni tra i popoli.
Il futuro dell’impegno internazionale sui diritti umani ci si presenta dunque davanti come una “grande sfida”, perché i diritti umani costituiscono ancora oggi il paradigma mediante il quale verificare d’ora in avanti la qualità dei sistemi sociali, politici, economici, all’interno ed all’esterno degli Stati nazionali.
Si impone, pertanto, urgente riattualizzare il dibattito sul tema, al quale la “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo”, documento di eccezionale valore intellettuale e morale, ha dato un apporto fondamentale.
Il processo che è stato messo in moto non può e non deve avere sosta. Si stanno facendo strada nuove generazioni di diritti umani. Dopo quelli ricordati, detti della prima e della seconda generazione, ci troviamo ormai di fronte a quella che viene indicata come la terza generazione dei diritti umani. Si tratta dei cosidetti “ diritti di solidarietà”, che pongono accanto al diritto della Persona il diritto dei popoli. E’ questa una materia ancora giuridicamente controversa, ma non tanto da negare evoluzioni e progressive affermazioni che si sono ormai saldamente consolidate. Nessuno pone oggi in discussione il diritto dei popoli all’autodeterminazione, mentre tra le altre categorie: il diritto alla pace, il diritto all’ambiente, il diritto allo sviluppo, ricche di contenuto e di carica propulsiva, si stanno gradualmente aprendo un varco ed appaiono come le novità emergenti.
Diritti umani e pace sono inscindibili, come lo sono pace e sviluppo. Il diritto alla vita postula la pace. Se non c’è vita non c’è neppure il presupposto per la realizzazione di alcun altro diritto umano. Ma la pace non è ancora un diritto formalmente riconosciuto all’interno di una norma giuridica. È, come dire, un diritto in cantiere la cui costruzione dipende dalla ricerca e dalla educazione alla pace.
Un altro diritto va rilevato, quello della Umanità alla conservazione della specie. Diritto che mette in risalto la figura e la funzione della Donna, genitrice per antonomasia, che è sempre un valore. Basti in proposito pensare a quanto la scienza oggi è in grado di operare sullo stesso concepimento dell’uomo per darsi conto delle nuove problematiche, per taluni aspetti sconvolgenti, vedi la clonazione, che si impongono e rendono necessaria la ricerca di un nuovo equilibrio con il rispetto dei valori fondamentali della Persona umana.
La tutela dei diritti dell’uomo e dei popoli non può avere ulteriori ristretti e/o sfumati confini. La sfida che ne discende deve pertanto caricarsi di una assiologia umano centrica sulla base di un paradigma universale, interrogarsi sulle sue finalità, rivisitarsi nei suoi programmi, per la promozione della Persona e lo sviluppo di tutti i popoli, nel rispetto delle specifiche identità culturali e deve essere sorretto da un intendimento morale per realizzare il vero bene del genere umano.
Bisogna allora uscire dal deserto degli egoismi e della schiavitù del male perché queste affermazioni possano effettivamente realizzarsi, perché si possa edificare la dignità umana, a cominciare dai più poveri e dai più deboli, fornendo ad ogni abitante della terra quel minimo benessere che consenta di vivere in libertà, non mancando dell’indispensabile per sostenere la famiglia, educare i figli e sviluppare le proprie capacità umane.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale sui diritti umani

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ALFABETIZZAZIONE UNA SFIDA ANCORA DA VINCERE! (di Eduardo Terrana)

ALFABETIZZAZIONE UNA SFIDA ANCORA DA VINCERE! (di Eduardo Terrana)

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Incredibile a dirsi, ancor più incredibile a credersi, ma ancora oggi, agli inizi del terzo millennio, l’alfabetizzazione continua ad essere una sfida da vincere.
Sono infatti ancora milioni gli adulti, le donne e, in particolare, i minori di ambo i sessi che non sono capaci di leggere, di scrivere e far di conto. Una spina nel fianco per molti Paesi e Governi che non riescono ad affrontare in modo adeguato e risolutivo il grave problema.
Si contano oggi nel mondo circa 800 milioni di analfabeti, esclusi dal diritto all’’istruzione, di cui oltre 550 milioni sono donne e 250 milioni bambini e adolescenti.
La Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione, che s celebra ogni anno l’8 settembre, offre l’occasione di un incontro per esaminare e dibattere l’annoso grave problema e rappresenta, soprattutto, una grande opportunità per riaffermare l’impegno e la volontà comune per il conseguimento dell’obiettivo che a tutti gli esclusi sia assicurato il diritto di accesso all’istruzione.
Obiettivo estremamente importante perché offrirebbe opportunità di crescita individuale, di inserimento sociale e di partecipazione alla vita economica e politica del proprio Paese.
Partecipare , peraltro, oggi comporta conoscenze tecniche e specialistiche senza le quali si rischia di restare fuori dal sistema civile ed essere degli emarginati ed alle quali è impossibile l’accesso senza una adeguata istruzione di base..
Ciò in quanto le società odierne, tecnologicamente evolute e progredite, richiedono oltre alle competenze di base necessarie anche competenze digitali avanzate e linguistiche per stare in modo pienamente professionale nelle variegate realtà di lavoro.
Ridurre il divario di conoscenze e di competenze che separa tanti esclusi dal partecipare attivamente alla vita civile, sociale, economica e politica che ruota intorno a loro è , pertanto, un imperativo primario sia sul piano educativo che sul piano della crescita e dello sviluppo individuale e collettivo.
In un mondo sempre più tecnologico e in società sempre più digitalizzate, continuare a precludere l’accesso a bambini, adolescenti, donne e adulti perché non adeguatamente alfabetizzati al progresso della informazione tecnologica e della comunicazione vorrebbe dire tarpare loro le ali per sempre e ghettizzarli come essere umani senza dignità civile.
E’ necessario allora promuovere l’interesse, l’azione ed il sostegno attivo dell’ intera comunità internazionale nei confronti delle attività di alfabetizzazione perché si esca dalla indifferenza o dalle inconcludenti progettazioni e si avvii l’attuazione di progettualità mirate ad affrontare e risolvere il problema.
La Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione, istituita dall’UNESCO nel 1966 si connota, pertanto, della particolare doppia valenza di focalizzare, da un lato, l’attenzione mondiale sui milioni di bambini e adulti che non hanno accesso ai programmi di istruzione e di promuovere, dall’altro, l’alfabetizzazione come strumento per rafforzare gli individui e le comunità, sia nazionali che internazionale.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale sui diritti umani

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“SCATTI QUOTIDIANI” nella PROSA POETICA di DAVIDE MORELLI

(by I.T.K.)

Sono scatti quotidiani ripresi con una penna per diventare immortali: prosa poetica oppure acquerelli contemporanei nati da uno spiccato senso di appartenenza ai luoghi della vita di ogni giorno. Una specie di diario informale in cui Davide Morelli raccoglie gli istanti dell’umano vissuto così familiare a ciascuno di noi.

Sembra il ragazzo della porta accanto e i suoi “schizzi letterari” rispecchiano la sua / nostra realtà senza pretese, le immagini verbali vengono trasmesse con semplicità e naturalezza.

Si sfogliano con piacere le parole di Morelli, ci si ritrova facilmente coi piedi per terra senza sentirsi diversi. Tutto diventa ARTE, merita di essere raccontato, ricordato, assaporato come una focaccia in un giorno qualsiasi.

Ci piace questa scrittura diretta senza trucco, distante da ogni pathos e retorica artificiale. Davide Morelli non spiazza ma accoglie, offre “da bere” come un amico e questa purezza d’espressione diventa irresistibile.

Izabella Teresa Kostka, 2019

TRE TESTI SCELTI

Stanziale:

Non andrò mai ad Alassio. Non tornerò a Follonica. Nessuno mi invierà cartoline da là. Non idealizzo più paesi e città lontane. Mi basta questo entroterra, questa pianura. Non ho bisogno di andare lontano per sentirmi solo, nuovo o assurdo. Mi basta la mia cittadina. Mi dicono ancora qualcosa le sue strade, i suoi cortili, i suoi sottopassaggi, i suoi ponti. Mi dice ancora qualcosa la mia cittadina, anche se so a memoria i suoi posti e i suoi luoghi di ritrovo. Tutti i posti in cui sono stato non rappresentano più desideri e neanche causano nostalgia. Questa cittadina ha già visto abbattere tutti i miei sogni. Non prendo più treni. Mi limito ad osservare la gente che vi scende e vi sale. Un tempo il predellino era sinonimo di libertà. I viaggi non mi appassionano più. Sono molto più abitudinario e stanziale. Un tempo per me Pontedera era solo un dormitorio. La mia cittadina non è più paese e non è ancora città. Qui si conosce tante persone di vista e per sentito dire. È difficile fare amicizia. Ci si tiene stretti gli amici di infanzia, gli amici di una vita. Qui le persone si incontrano spesso sul corso. Io di tanto in tanto passo davanti all’ospedale o davanti al cimitero e ringrazio Dio di essere lì senza un motivo particolare, solo per sgranchirmi le gambe. Ogni tanto chiedo se ci sono novità. Raramente succede qualcosa. Qui la vita scorre a rilento rispetto alle grandi città. Pontedera è baricentrica. È vicina a Firenze, Livorno, Pisa, Lucca, il mare. Ora c’è anche la circonvallazione e tante rotonde hanno sostituito i vecchi semafori. Ad una certa ora però il centro è quasi deserto. C’è una sorta di coprifuoco. Starò qui forse fino a che la morte non verrà a prendermi. Ho sempre pensato che Dio o chi per lui accende e spegne le vite con la stessa facilità con cui noi accendiamo o spegniamo la luce nelle nostre stanze. Per il resto si invecchia o si muore. Terzo escluso. Forse qui la vita continuerà ad essere sempre uguale.

Lettera durante un microrisveglio:

– Mi sono svegliato da poco. Ho già dormito diverse ore. Mi sono svegliato di soprassalto. Ho fatto un incubo ma non mi ricordo niente al risveglio. Alle otto ero già a letto, anche se sai che ho dei microrisvegli. Ho mangiato una sfoglia comprata alla Coop. Ho bevuto un poco di acqua. Mi sono fatto la barba. È una sensazione molto piacevole farsi la barba dopo che il barbiere ti ha fatto le basette. Ho usato la matita emostatica. Niente di che. Per farmi i capelli ho speso quindici euro. Sono andato da un barbiere nuovo, abbastanza vicino a casa. Gli ho detto di farmi i capelli molto corti ma non come un naziskin. Ha riso. I miei capelli prima erano una massa informe. A volte penso di essere troppo trasandato. Il vecchio barbiere forse è morto. Aveva ottantacinque anni circa ad occhio e croce. Ora c’è questo che ha aperto bottega da poco tempo a poche decine di metri da dove aveva il negozio il vecchio. Il barbiere è un tipo sulla quarantina. Per fortuna non si è messo a chiacchierare. Era tutto concentrato sul suo lavoro o forse più semplicemente si sapeva fare gli affari suoi. Non ha ancora mobili e neanche aria condizionata. Teneva la porta aperta; mi è sembrato un tipo tranquillo e simpatico. Sai che prima di me c’era un novantenne a farsi i capelli? Ma anche dopo di me c’era un altro novantenne. L’età media si è allungata. Si conoscevano tra di loro. Erano tutti e due ancora autonomi e in buona salute. Si sono messi a parlare. Entrambi c’erano ancora con la testa e ad entrambi era stata rinnovata la patente. In sottofondo alla radio passavano Azzurro cantata da Adriano Celentano e scritta da Paolo Conte. Alle nove di mattina di un giorno feriale dal barbiere vanno soprattutto pensionati e disoccupati. Azzurro era una canzone del 1968: l’anno della contestazione giovanile, l’anno del parricidio. Quella canzone invece rammentava perfino di un prete all’oratorio. I sessantottini forse l’avranno definita piccolo-borghese. Chissà se aveva significato qualcosa quella canzone per i due vecchietti? Chissà che aveva significato per loro? Chissà come erano e cosa facevano loro nel 1968? Ogni tanto mi vengono questi pensieri metafisici quando ascolto una bella canzone o guardo un quadro. Era venuto il mio turno. Guardavo allo specchio come mi tagliava i capelli. Procedeva speditamente. Usava la macchinetta. Ho pagato il conto. Mi sono catapultato fuori. Era una nuova giornata afosa. Aria bassa. Il sole spioveva giù dai tetti. Guardavo vetri, finestre, tapparelle dei palazzi. Poco distante c’era l’ospedale. Poi più in là la ferrovia. Ieri sera mi ha telefonato il mio unico amico qui a Pontedera. Andremo a prendere un gelato insieme prossimamente. Gli ho detto che non trovavo nessun lavoro: cercano persone in età di apprendistato o persone con esperienza pluriennale. Qui è crisi. Così pensavo, mentre guardavo dal finestrino i campi di grano di cui piccioni si cibano in abbondanza. Non sopporto l’estate perché è caldo e ci sono i forasacchi pericolosi per il mio lagotto. Già una volta è stato operato. Non farò vacanze. Neanche un giorno. Non andrò da nessuna parte. Per ora è tutto. Vado a farmi un caffè.

Con mio padre:

È sabato. Dobbiamo fare rifornimento di GPL. Fermiamoci al distributore. Speriamo che sia aperto. Prendiamo quella strada che porta alle colline. Quella strada tortuosa da cui si vedono i calanchi, una serie di agriturismi e le macchine parcheggiate di chi caccia i cinghiali. Tu vai sempre avanti, anche se ci sono molti bivi. Non ti distrarre a guardare gli aerei. Per questo motivo ci sono stati diversi incidenti. Non prendere per la discarica. Questa strada fatta di saliscendi continui. Questa strada trafficata da turisti stranieri. Ogni tanto si vede passare dei pullman di altre nazionalità. Queste colline in fiore che viste da lontano si stagliano contro il cielo terso. Queste colline inondate da raggi di sole obliqui a questa ora del giorno. Alla fine troveremo un borgo con un hotel di lusso e una casa colonica in fase di ristrutturazione. Non è assolutamente detto che un volto simmetrico sia più bello degli altri. Scusatemi se salto di palo in frasca. Sono solo libere associazioni nelle ore di libera uscita. Io stesso mi sono condannato alla prigionia. Deve essere divertente annodare dei fili di aquilone. Deve essere divertente calpestare castelli di sabbia prima che ci pensino le onde del mare. Giorno dopo giorno mi sono costruito la mia cella. Stai attento quando arrivi a Montaione perché ci sono degli anziani che passeggiano al bordo della strada. Un tempo stringevo i pugni nelle tasche dalla rabbia, mentre camminavo nella nebbia. Ora è scomparsa la rabbia ed è sopraggiunta la rassegnazione. Guarda le case, le strade. Pensa a quanta gente c’è al mondo ma pensa anche a quanta solitudine c’è al mondo. Ognuno ha avuto i suoi cortili, le sue balere, i suoi istanti che voleva fermare. Tra me e te ventisei anni di differenza. Tu sei della prima generazione che non ha visto la guerra. Io figlio del benessere, poi impoverito. Forse tra pochi anni sarò povero. Tra pochi anni non ci saremo più e saranno poche le persone che ci ricorderanno. Forse dei parenti molto lontani. La mano di Dio ci schiaccerà come degli insetti. Ma ora babbo, è sabato. Andiamo in quelle colline che sanno di sangue e di morte. Poi ritorneremo a casa come se niente fosse.

NOTA BIOGRAFICA

Davide Morelli è nato a Pontedera nel 1972. Si è laureato in psicologia con una tesi sul mobbing. Alcuni suoi testi sono apparsi su “Nazione indiana”, “La mosca”, “Iris news”, “Poetarum silva”, “Il filo rosso”, “Poesia ultracontemporanea”, “Scuola di poesia”(rubrica del quotidiano “La stampa”), “Il segnale”, “Cartesensibili”, “Poesia da fare”, “La clessidra”, “L’ombra delle parole Rivista letteraria internazionale”, “Il sasso nello stagno”, “Yawp” (giornale di letterature e filosofie), “L’altrove-appunti di poesia”, “Larosainpiu”(blog letterario di Salvatore Sblando), “L’ottavo”, “Limina mundi”, “Scrittinediti”, “Osservatorio letterario”, “Poliscritture.it”, “Pi-greco trimestrale di conversazioni poetiche”, “L’archetipo”, “Erbafoglio”, “Il paradiso degli orchi”, “Segreti di Pulcinella”, “Ammirazioni” (di Roberto Corsi), “Oggifuturo”, “Inverso”, “Poiein”, “Sesto senso poesia”(a cura di Felice Serino). Un suo saggio breve intitolato “Scrivere” è stato pubblicato su Vicoacitillo. Il suo “Manifesto dell’impoesia” è stato pubblicato su “Yale Italian Poetry” per un’inchiesta internazionale sulla prosa poetica. 48 sue quartine sono state pubblicate su “Italian poetry review” x(rivista di poesia italiana della Columbia University). Ha pubblicato due ebook su LaRecherche.it: “Dalla finestra” e “Varie ed eventuali”. Ha pubblicato l’ebook “Cuore improduttivo” su Le stanze di carta. Collabora con il blog letterario Le stanze di carta(lestanzedicarta.blogspot.com). È un ex commerciante. Attualmente è disoccupato.

L’articolo pubblicato anche sul blog giornalistico “Alessandria Today”:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2019/09/09/scatti-quotidiani-nella-prosa-poetica-di-davide-morelli/?preview=true

Un’ambasciatrice di versi: Il recital di Clara Russo (a cura di Sabrina Santamaria ed Eduardo Terrana)

Un’ambasciatrice di versi: Il recital di Clara Russo

BIOGRAFIA di RUSSO CLARA

Clara Russo è nata a Messina il 17/10/1962. Vive, lavora e risiede a Messina.
Fin dall’età giovanile è attratta dalla letteratura , per la quale sempre nutrirà grande interesse.
Nell’età matura sviluppa una forte passione per la poesia. Per puro caso approda alla declamazione. Un poeta l’ascolta come declamatrice e ne resta affascinato. Da lì è stato tutto un susseguirsi di incontri di poesia che hanno consentito a Clara Russo di dimostrare le sue notevoli qualità recitative ed espressive e farsi apprezzare come interprete di indiscusso valore non solamente nella sua meravigliosa terra di Sicilia ma anche al di qua dello stretto.
Clara Russo è un’ Artista che rivela grande professionalità. Possiede la grande dote di una voce che riesce a modulare con bravura ed una timbrica che si distingue per espressività.
È la sua una voce che sa interpretare il sentire del poeta, che trasmette emozioni, stupisce, incanta ed arriva all’anima di chi l’ascolta.
Clara Russo sa declamare in modo pregevole e , con voce virtuosa, sa rendere il verso armonioso, come un canto, che affascina l’orecchio e fa sognare.
Le declamazioni poetiche di Clara Russo sono autentici profumi di vita, che la sua voce dolce, cadenzata, suadente, aspirata, armonica, vellutata, rende piacevoli, come le note di una dolce sinfonia. Sono un invito alla fantasia a muovere nel giardino della memoria alla ricerca di ricordi sopiti sotto una spessa coltre di polvere accumulata dal tempo dell’indifferenza. Come un lento procedere lungo i binari della vita accompagnano la memoria in un viaggio dell’anima riscoprendo dolci sensazioni, vibranti emozioni, già vissute ma che tornano a far pulsare il cuore di nuovo entusiasmo di vivere.

Eduardo Terrana

• Nota critica alla video poesia “ A te dolce creatura” di Carmelo Cossa- voce di Clara Russo-

È la tua video poesia: Una radiografia osannante i pregi del tuo saper declamare con voce virtuosa e sapiente delizia che “trasforma la musica dei versi in un canto” che affascina l’orecchio di chi ascolta e fa sognare l’amore vissuto o desiderato se non mai vissuto . “ Sarà ascoltando questa voce che sogneremo l’amore di un verso e lo vivremo! “, recita la poesia, un verso che è un invito all’amore che non è mai peccato sia che ognuno lo sogni sia che lo viva nella realtà sentimentale della propria esistenza. Sogno e amore… Poesia e sogno… Amore e poesia, ecco la triade esistenziale in cui perdersi non per sprofondare nell’abisso ma per elevare l’animo verso la più alta cima del sentimento.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=KvZG0QIyAcQ

Eduardo Terrana

• L’ascesi nel mondo della poesia
Clara Russo è una declamatrice molto ricercata e amata da molti poeti, ultimamente ha donato la sua voce in moltissimi recital poetici, premiazioni dei concorsi, reading poetici e soprattutto nelle video poesie. La sua fama è dovuta alla sua capacità innata di sapersi “tuffare” con eleganza fra i versi dei poeti dando corpus e anima ai testi. La delicatezza della sua voce penetra nella sensibilità di chi la ascolta, la nostra Clara Russo riesce ad attirare l’attenzione nel momento in cui interpreta un’opera, vivifica un testo che si trova nero su bianco, la sua lettura è come un soffio che riesce a risuscitare ogni silloge, anche, magari, quelle definite “obsolete” perché sa decantare versi in modo soave con limpidezza, spesso “ammorbidisce” gli enunciati rendendoli magnificamente gradevoli anche ad un orecchio profano. La Nostra attraverso la sua declamazione conduce l’ascoltatore nel mondo incantato della poesia e gli regala un’immagine scandita dello scavo interiore degli autori conducendolo per mano nell’impenetrabile sentiero dei foschi giardini di chi, con coraggio, decide di scrivere. Ella, allora, diventa la portavoce, il crocevia che consente allo scrittore di entrare passando fra le corde dell’anima dei lettori, Clara Russo scolpisce nella mente dell’ascoltatore le descrizioni delle opere che declama, siano esse poesie o romanzi, poco cambia, oltre al contenuto delle opere lascia un solco profondo la sua interpretazione che sa entrare empaticamente nei vissuti di chi scrive e di chi legge. Declamare non è un compito per nulla semplice in quanto necessita di un’immersione nell’ “essere l’altro” per esprimere la giusta carica emotiva nascosta tra le righe di un componimento, proprio in questa ardua missione si cimenta Clara Russo e visti i risultati direi che osa con successo.

Sabrina Santamaria

• Nota critica alla video-poesia “Brivido di donna” di Nadia Pascucci -Voce di Clara Russo

In questo componimento l’interpretazione delicata e sensuale della voce di Clara Russo si unisce armonicamente con lo stile dei versi che mettono a nudo la sensibilità dell’essere donna. L’andamento crescente della passione che emerge passo dopo passo viene accompagnato da una punta di eleganza e la ritmicità travolgente che risveglia i sensi si abbraccia con un trait d’union alla declamazione della Nostra che coinvolge l’ascoltatore fra i meandri del mondo femminile scoprendo frammento dopo frammento la genuinità del messaggio poetico in cui una donna, Nadia Pascucci, decide di mettersi a nudo, facendo scivolare delicatamente tutti i veli lasciando che l’anima si esprima e si narri per questa ragione questa poesia ha ottenuto una segnalazione di merito al “Premio Internazionale Poesia e Racconti Pina Alessio”. In questa frenesia fatta di versi e pause trova un porto sicuro e meritato l’impegno della nostra declamatrice la quale, imperterrita, non si dà per vinta, ma entra nel vivo della video-poesia strappando ogni traccia di incertezza ed accendendo tutti i barlumi amorosi disseminati nel testo, la sua voce si amalgama per accendere la scintilla focosa descritta ardentemente da Nadia Pascucci, un melange perfetto che trasforma questa video-poesia in un capolavoro.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=9CtovCKNdKY

Sabrina Santamaria

• Nota critica alla video-poesia “Passaporto per il cielo” di Giovanni Malambrì -Voce di Clara Russo

Lo spirito religioso di questa poesia racchiude un grande messaggio cristiano, molto profonda l’espressione finale dei versi che comunicano la chiave per andare al cielo: l’amore, la speranza, la carità. Il pathos del poeta per il sacrificio di Cristo brucia consumandosi fra gli enunciati, in questa circostanza la nostra declamatrice si veste di sacralità e muta il suo stile, qui il suo declamare diviene un sussurro elegiaco, mettendo insieme il sentimento sacro con la tristezza per il sacrificio di Cristo. La forza del componimento è racchiusa nell’inventario fornito ad ogni credente per aver salva la propria anima, c’è un solo modo per arrivare in cielo: seguire il cammino tracciato da Cristo, l’espressione risoluta della Nostra svela il mistero della beatitudine ben delineata da Giovanni Malambrì il quale si è classificato al primo posto al Concorso internazionale di poesia “Sant’Antonio Abate”. Questa video-poesia l’ho associata alle laudi di San Francesco d’Assisi, in cui l’autore narra dell’immortalità dell’anima e di una morte nello spirito, il tema, infatti, per certi aspetti è medievale e scolastico, ma la chiusa finale del testo lo rende biblico, la voce di Clara Russo si innesta autorevolmente, se all’inizio la poesia potrebbe apparire elegiaca la conclusione è pleonastica, la nostra fine dicitrice incorpora all’unisono la fede del poeta il quale crede nel Figliuolo di Dio che ha dato la vista ai ciechi. La Nostra diviene ambasciatrice di questa devotio Deus che Giovanni Malambrì infonde tra le sue righe con ardore. La dedizione di Clara Russo è non indifferente tanto da far innamorare ogni persona della sua candida esposizione.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=mfRGmma8Dy0

Sabrina Santamaria

La riflessione trasposta in disegno: Le doti di Naomi Cerra (a cura di Sabrina Santamaria)

“La riflessione trasposta in disegno: Le doti di Naomi Cerra” a cura di Sabrina Santamaria

• Cenni biografici di Naomi Cerra

Naomi Cerra è nata il 27 Novembre del 1987 a Messina. Da sempre innamorata dell’arte in tutte le sue forme, stili e particolarità espressive ha deciso di frequentare l’Istituto d’arte Basile di Messina accostandosi all’arte con dedizione e voglia di apprendere. Approfondisce il suo percorso artistico studiando da autodidatta creando disegni davvero impeccabili. Il suo talento é davvero notevole e mostra una spiccata dote espressiva.

• Nota critica al disegno “Il tempo astratto di Bergson” di Naomi Cerra

Non è mai esistita una tematica tanto più discussa di quella del tempo perché essa si estende a diversi significati, plurimi, molteplici tanto che ancora oggi filosofi, fisici e scienziati non si danno posa per approfondire sempre di più le loro conoscenze. Il tempo dà un senso di incommensurabilità all’essere umano in quanto è astratto non si vede, non si può toccare, forse a mala pena lo si può solo immaginare, ma, a mio modesto parere la mente umana si incontra con i suoi limiti quando cerca di lambire tutte le dimensioni temporali. Nonostante ciò la tematica della temporalità è stata protagonista di molte opere d’arte e di molte speculazioni filosofiche, basti pensare a Salvador Dalì il quale nel suo fatidico dipinto che rappresenta degli orologi che si sciolgono ha voluto trasmettere ai suoi contemporanei l’idea di un tempo degli orologi che non esiste contrapponendo l’immagine di un tempo dell’io, dell’anima molto dilatato e complesso. La nostra Naomi Cerra con semplicità ed essenzialismo ci ripropone lo stessa tema e ci dà uno spunto per poter riflettere su come il nostro essere si proietta o nell’eterna passeità ( termine molto caro ad Heidegger) o in un futuro a volte prossimo a volte troppo lontano. Il disegno di Naomi Cerra, apparentemente un banale orologio da tasca, mi ha ricondotta ad una riflessione sulla rapacità dell’uomo rispetto agli attimi temporali, è come se l’uomo fosse sempre più avido del suo stesso tempo, è come se lo maltrattasse trattandolo come una cosa banale mettendoselo in tasca, invece il nostro tempo andrebbe preservato, curato come una pianta, invece la voracità dell’essere umano comporta uno spreco disimpegnato come se tutto appartenesse all’uomo e fosse un suo diritto a prescindere. L’essenzialità espressiva della Nostra disegnatrice conduce l’osservatore ad una presa di coscienza del suo tempo per considerarlo un “dono” e non sciuparlo ante litteram senza ragione, il tempo è ciò che abbiamo di più prezioso, basterebbe a volte accarezzarlo e imparare dalle lezioni che ci impartisce senza asservirlo.

Sabrina Santamaria

• Note critiche al disegno “Culture allo specchio” di Naomi Cerra

Uno sguardo rivolto all’altra faccia della medaglia? Due mondi che si incontrano anche solo un istante e si guardano? Colpisce immediatamente lo sguardo delle due donne che appaiono nel disegno. Naomi Cerra usa una metafora molto profonda per rappresentare le due culture: La donna. Quest’ultimo aspetto è molto incisivo perché gli uomini difendono e proteggono la loro cultura come se fosse una donna che a loro appartenesse. La tanto agognata cultura diventa, purtroppo, una sorta di marchio di fabbrica che avvinghia il genere umano in una stupida etichetta. Questo disegno può essere analizzato attraverso due chiavi argomentative ambe due valide: ad una prima osservazione del disegno si coglie subito la sensazione di pregiudizio che emerge, le figure che appaiono nell’opera si specchiano, si guardano, ma con sospetto. La seconda chiave per interpretare il messaggio che la Nostra ci comunica è che le donne si proiettano l’una verso l’altra nel senso che nell’una, in realtà si vede l’altra, non c’è in fondo alcuna diversità sostanziale, prima di essere una donna africana ed una occidentale, sono due donne a prescindere! L’uomo prima di appartenere ad una cultura è un essere umano e come tale appartiene in toto a tutta l’umanità. Queste due figure riflettono gli occhi dell’altra, è come se avessero rispettivamente uno specchio in cui vedere la propria medesima figura, pertanto credere di scrutare le differenze è solo una banale illusione costruita ne i secoli dai teorici delle “razze” e del darwinismo sociale di Spencer. Molto profondo lo scarto artistico di Naomi Cerra che riesce con alcuni tocchi di matita a rendere concreti in un disegno le realtà più crude e crudeli del nostro genere. L’abilità stilistica della Nostra si interseca con la sua sensibilità, con la sua volontà a voler rappresentare in un foglio bianco l’intimo dell’animo umano, i suoi disegni( questi tre qui che proposto non sono gli unici) sono impregnati dalla volontà della loro autrice di voler preservare i valori dell’uomo ecco perché spesso i suoi disegni hanno un unico soggetto, sono essenziali, non presentano particolarismi o molti dettagli che potrebbero distrarre l’osservatore dal messaggio principale delle opere. Se potessi sintetizzare il lavoro artistico di Naomi Cerra direi che la sua è un’abnegazione artistica contro la banalità che vorrebbe soffocare l’uomo nel non-senso e nel nulla.

Sabrina Santamaria

• Note critiche al disegno “Il pianto dell’anima” di Naomi Cerra

Cosa rappresenta una lacrima? Qual è il leit motiv che porta una persona a piangere per qualcuno o per qualcosa? Le lacrime sfiorano la punta infinitesimale della sofferenza? Si può davvero rendere concreto il dolore? È frase comune e conosciuta che gli occhi comunicano tutti gli stati d’animo, possono brillare dalla gioia o spegnersi per la tristezza. L’occhio del disegno della nostra Naomi é acceso ed è ricco di molti dettagli, è stato raffigurato con dovizia di particolari: la pupilla, la retina, le ciglia. Ogni piccolo aspetto coglie l’attenzione dell’osservatore che non può che riconoscere il talento della sua autrice. I disegni di Naomi Cerra sono molto tridimensionali perché attraverso l’uso della tecnica del monocromatico emergono i gradi di profondità, non sono disegni piani, piatti, ma si ha la sensazione di poter toccare con le proprie mani i soggetti raffigurati soprattutto nel caso dell’occhio questa esigenza si fa più forte e sentita perché con quale artificio artistico si può trasmettere la sofferenza? Solamente rendendola il più concreta possibile. Un’altra caratteristica di questo disegno é la libertà interpretativa che gli si può attribuire, l’occhio piange è vero, ma i motivi potrebbero essere molteplici e su questo aspetto Naomi Cerra lascia tutto all’immaginazione dell’osservatore. Crea un bel gioco artistico per sviluppare le capacità empatiche degli osservatori dimostrando ai “profani dell’arte” che la cultura, l’educazione alla bellezza non è “quella cosa per la quale il mondo resta tale e quale” proprio per questa ragione bisogna diseducare l’uomo all’atonicità in cui è abituato a vivere nel quotidiano per uscire dalla cappa in cui è incatenato, legami insignificanti che egli stesso ha creato, ma attraverso l’arte, la bellezza, la letteratura si può tornare a “sentire” le corrispondenze baudelairiane per avere l’ essenza dell’ essere e non vivere nei meandri di un’assenza di un essere.

Sabrina Santamaria