MARINO MORETTI LA POESIA DELLA NON POESIA (di Eduardo Terrana)

Marino Moretti, foto: Wikipedia

MARINO MORETTI LA POESIA DELLA NON POESIA

di Eduardo Terrana

Marino Moretti nasce il 18 luglio del 1885 a Cesenatico, in prov. di Forlì. Inizia gli studi classici a Ravenna, studi che continua a Bologna, ma li interrompe molto presto per frequentare a Firenze la Scuola di recitazione diretta da Luigi Rasi.
Interrompe anche la Scuola di Firenze per dedicarsi esclusivamente alla poesia e alla attività di scrittore. Una vita sostanzialmente tranquilla, senza grossi colpi di scena la sua, vissuta prevalentemente nella città natale, in modo piuttosto appartato, coltivando poche ma solide amicizie letterarie, come quella col poeta Aldo Palazzeschi, conosciuto a Firenze nel 1901 al tempo della frequenza alla Scuola di recitazione. Attivo giornalista collabora per oltre 30 anni col Corriere della Sera; scrive in poesia e in prosa con operosità.
La sua produzione di poeta e di scrittore inizia : nel 1905 con “ Fraternità “, dove rappresenta aspetti familiari e del natio paese di mare, su cui aleggia il dramma del suicidio , misterioso quanto improvviso , del primogenito Olindo; seguono: nel 1907 la raccolta di racconti giovanili “Il Paese degli equivoci”; nel 1910 “Poesie scritte col lapis” e “I Lestofanti”, raccolta di novelle di ambiente paesano-romagnolo;
nel 1911 “Poesie di Tutti i giorni”; nel 1916 il primo romanzo “Il Sole del sabato”; nel 1919 “Antologia”, raccolta delle poesie dal 1905 al 1916; nel 1929 “Il tempo felice”; nel 1931 “Via Laura”; nel 1935 “L’Andreana”; nel 1941 “La Vedova Fioravanti”; nel 1951 ”I grilli di Pazzo Pazzi “; nel 1958 “La Camera degli sposi”.
L’ultima stagione della sua vita, all’età di 80 anni, vede un felice ritorno alla poesia:
nel 1969 “L’ultima estate”; nel 1971 “Tre anni e un giorno”; nel 1973 “Le poverazze”; e nel 1974 “Diario senza date”.
Muore a Cesenatico il 6 luglio del 1979, novantaquattrenne, dopo avere vissuto una esistenza schiva ma laboriosa e con frequenti soggiorni a Firenze, in Olanda, nelle Fiandre ed a Parigi.
Nelle poesie di Marino Moretti traspare forte il legame con la sua terra, Cesenatico e la Romagna, ma anche Firenze e le Fiandre , dove egli soggiornò più volte, vi occupano un posto di primo piano.
“ Non c’è luogo per me che sia lontano , scriverà in “Andar Lontano”, della raccolta “Le Poverazze”, raccolta nella quale Moretti ripropone anche i temi della casa protettiva e degli oggetti quotidiani, idealizzati e trasfigurati però in atmosfere che sottolineano uno stato di malinconia, di noia esistenziale, di nostalgia del non vissuto, di malessere.
Luogo prediletto dell’interiorità è il giardino della sua casa, che è anche il giardino della memoria familiare e del ricordo.
Fra gli spazi familiari un posto privilegiato occupa la cucina, in cui il poeta vede la figura materna in un ruolo casalingo e rassicurante.
Ma volge lo sguardo, con bonaria ironica comprensione, anche ai luoghi della quotidianità quali sono, ad esempio la locanda e il salone del parrucchiere.
Tema ricorrente della sua poesia è la domenica, concepito come spazio tempo del grigiore e della noia, nei quali è immersa la provincia.
In Marino Moretti immagini, figure ed oggetti ambientano paesaggi rievocativi di struggenti ricordi, che producono una forte risonanza interiore.
Sono evasioni pervasi da malinconia, percorsi da una concezione del tempo inteso quale tempo dell’anima, disgiunto dunque dal tempo storico, inteso come vuoto, noia esistenziale, che scandisce la monotonia della vita di provincia, ripetitività e non senso, che portano ad un solo traguardo quello della morte, psichica e fisica.
Moretti è consapevole dell’esaurimento di uno stile poetico che nella nuova realtà ha perso ogni funzione di messaggio.
La poesia è poesia della non poesia, della sua impossibilità. Costruisce, pertanto, la sua poesia su una sorta di vuoto totale, sull’abbandono di qualunque valore, sull’accettazione incondizionata della normalità più dimessa.
Una poesia estranea ai modelli culturali vigenti ed indifferente alla modernità.
Rifiuterà infatti il termine crepuscolare alla sua poesia non accettando i limiti di tale appartenenza.
Agli esordi piuttosto pascoliani, tesi alla ricerca di un linguaggio dell’intimità, non fa seguito alcuna idealizzazione delle piccole cose, così come viene escluso ogni richiamo del classicismo.
La sua prima produzione poetica che va dal 1911 al 1915, si caratterizza per una condizione particolare segnata: dal non avere, dal non sapere, dal non essere.
Moretti si vuole poeta proprio perché non partecipa al dibattito culturale, non possiede mezzi tecnici, né capacità di vita, non ha letteralmente “ niente da dire”.
Su questo vuoto totale si svolge il filo esilissimo di una malinconia dolce e rassegnata.
In questo leggerissimo nulla, vibra una minima dimensione vitale in cui si affacciano le figure, i luoghi tipici e soprattutto i motivi del repertorio crepuscolare, in particolare : il senso di evasione, di rinunzia, di indifferenza.
Il componimento “Io non ho nulla da dire”, ci offre un quadro significativo, tra l’ironico e l’affettuoso, di Marino Moretti, uomo e poeta.
Lo stesso atteggiamento si ritrova nelle raccolte poetiche della vecchiaia, in cui Moretti sembra emergere miracolosamente fuori dal tempo e sembra scoprire se stesso proprio grazie alla sua condizione marginale ed appartata, “ Grande scoperta: io sono quel che sono “, recita testualmente un suo verso. E Moretti è un poeta!
“ Moretti è poeta”, osserva Pampaloni, “ quando la malinconia arriva nei suoi versi al termine di un itinerario scavato tra le contraddizioni, le impennate, gli atti di accusa e gli accenti masochistici di cui il suo temperamento è così fittamente tramato: quando ha bruciato la sua debole impostazione culturale, la sua maniera “.
E la malinconia, come la sofferenza e la solitudine , che tanto dominano la produzione poetica del Moretti, trovano un puntuale aperto riscontro nel breve ma significativo componimento “ Il vaso”.
Il Poeta ormai ha la piena consapevolezza del suo io; ha annullato ogni spessore ideologico e si sente dentro ogni cosa ed ogni parola; ha visto che il tempo ha smentito programmi, progetti, illusioni, finendo col dare ragione a chi “ non aveva niente da dire “, da ciò ricava una poesia serena, a tratti quasi gioiosa, che lascia trasparire una sottile ironia, sapendo che “ il nuovo non esiste “ e che vani erano i clamori della modernità. Può permettersi pertanto di poetare in assoluta libertà, seguendo il motto “ in casa mia scrivo come mi pare”.
Nella lirica “La Signora Lalla”, ricordando la omonima vecchia maestra, il poeta vuole offrire al lettore l’esempio di un mondo lontano in cui l’uomo era più felice ed il mondo migliore di quello a lui presente. E’ un viaggio nella memoria di un uomo solo, che si sente stanco e vecchio e che ritorna al tempo dell’infanzia in cui scolaretto faceva il discolo ed il bricconcello con i suoi compagni. Nella poesia il poeta ricorda non solo le persone ma anche gli oggetti di quel tempo, la cartella, il calamaio, i pennini, la gomma, la cannetta, che costituiscono un esempio di quelle “piccole cose”, che caratterizzano la poesia crepuscolare. A quel tempo appartiene la maestra Lalla, che il poeta ancora ricorda e tiene in vita con il suo amore. Essa infatti è là, nella stanza del poeta , muta immagine che guarda i suoi quaderni . Ma i compiti ora sono diversi, sono vani, ma non perché la poesia espressa sia vuota, ma perché lo è il tempo presente rispetto a quel lontano passato, al quale il poeta ritorna volentieri, come ad una scelta di vita felicemente vissuta. Una scelta che si fa evidente nella conclusione, quando il poeta sembra voler esprimere alla vecchia maestra le sue capacità, invitandola a riguardare ancora i suoi compiti che oggi “ son tutti in versi”.
Tra memoria e confessione la lirica “Le prime tristezze ” nella quale il Moretti, malinconico poeta, rievoca i ricordi di scuola e le tristezze dell’infanzia. E’ un ritorno al remoto passato, ad un mondo angusto e lontano, fatto con spirito meramente crepuscolare. Nella lirica “Non come gli altri” il poeta si autoanalizza nel rapporto tra sé e gli altri, tra la sua condizione di uomo integro, incapace di compromessi, e la società che lo circonda.
Ne scaturisce un contrasto insanabile e una contestazione decisa. Una immagine di sé che il poeta dà in modo fermo e disincantato.
Ritenuto dalla critica come un poeta che non ha nulla dire e che non raggiunge elevati livelli poetici va rilevato in realtà che Marino Moretti esprime nella sua poesia una sintesi della poesia crepuscolare che è insieme umile come la poesia di Govoni e ironica come la poesia di Gozzano.
Una poesia, che meriterebbe una maggiore attenzione ed una rivalutazione , proprio per la forza nella sua inattualità e nella sua indifferenza al divenire, come osserva Giulio Ferroni, che rende Marino Moretti unico superstite di un movimento crepuscolare, che pur tra l’ironico e l’affettuoso, esprime una suggestiva sbiaditezza nella forma e nel contenuto.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

“I pennelli della speranza: I soggetti artistici arpeggiano nelle tele” (a cura di Sabrina Santamaria)

Carmen Crisafulli

I pennelli della speranza: l soggetti artistici arpeggiano nelle tele

L’amore per l’arte della nostra pittrice e poetessa orchestra un coro solenne naturale e luminoso allo stesso tempo; è come se la nostra con i suoi pennelli arpeggiasse agli inni di essenze spirituali. L’accostamento di colori caldi e freddi e di quelli primari con i secondari creano delle melodie accese, ambrate da bagliori di serenità e di speranza e, solo, così, l’osservatore sente dentro di sé una squisita arpa che si unisce all’unisono all’orchestra dei pennelli “accordati” dalla nostra Carmen Crisafulli.

Sabrina Santamaria

Cenni biografici di Carmen Crisafulli

Vive e opera a Messina. In più di trent’anni di attività ha prodotto opere di rilevante successo artistico. Nel 1983 è stata ospita all’Expo mostra d’arte Internazionale di Bari. Molte sue tele si trovano al “Museo Internazionale dei Pittori Nails” di Cesare Zavattini. Ha partecipato alle Fiere Internazionali d’Arte di Palermo e Padova. Essendo, anche, una muralista ha dipinto circa 300 murales in tutta Italia. Nell’ambito delle manifestazioni “Città Spettacolo di Benevento” ha realizzato un importante murales e ha esposto per “Telethon” alla BNL di Messina. Con i suoi dipinti sono state realizzate copertine di riviste come: “Giovani Amici” dell’Università Cattolica di Milano e il “Messaggero” dei ragazzi di Padova. Negli ultimi anni, Carmen Crisafulli, ha attribuito alla sua estrosa tecnica pittorica una “evoluzione” che conferisce alle sue opere una conferma ulteriore di luce, brillantezza, vivacità e corposità dei soggetti raffigurati.

Note critiche al dipinto “La mia Messina”

Lo Stretto di Messina è ammantato da foglie e piante stilizzate rese vivide da colori accesi che sottolineano la naturalezza genuina e spontanea della pittrice Carmen Crisafulli; il crepuscolo-aurora, nel cielo variopinto, si dirama e si riflette nell’infinito del mare, il nostro mare che con la sua lieve brezza allieta l’animo di ogni messinese. La nostra Carmen Crisafulli tinteggia con fantasia ed estrosità il panorama della nostra terra mediante un’osservazione scandita da sinfonie melodiose ambrate che si impadroniscono soavemente del talento pittorico della nostra artista. La tela fortemente “imbevuta” del blu (nuance che infonde il senso dell’imponderabile e dell’infinito) pulsa con spasmi lucenti caratterizzati dai colori caldi come giallo e arancio (sfumature che trasmettono positività e voglia di rinascere). Il messaggio che si diffonde nella tela racchiude molteplici armonie melodiose che ricordano i canti omerici rivolti alla sua agognata patria Itaca; questo dipinto è impregnato dalle speranze che nutre Carmen Crisafulli per la rinascita di Messina tanto è vero che le pennellate vivide navigano tra un’ambivalenza importante: l’aurora-crepuscolo. Messina rinasce o tramonta? La risposta dipende dall’occhio “indagatore” del quadro giacché la nostra artista regala ai suoi ammiratori libero arbitrio, ma, allo stesso tempo, li richiama all’attenzione affinché possano, nonostante le varie problematiche economiche e sociali, amare la città di Messina.

Critica artistica al dipinto “L’ultimo sbarco a Lampedusa”

La corposità animosa dei soggetti è tridimensionale, lo sguardo della donna “profuga”, considerata dall’opinione pubblica come reietta sociale, trasuda un travaglio tortuoso e angoscioso che è stato patito nel tragitto dall’Africa del Nord al Sud Italia; la sofferenza nei volti delle figure protagoniste del dipinto rappresenta la carica espressiva della tela infatti la vittoria su una morte quasi certa funge da contrasto ai colori accesi e fulgidi che si impadroniscono della madre e della bimba. La prima, però, è personificazione di uno struggimento e di un “reo” destino che ha riservato delle battaglie alla donna-madre, la quale, nonostante tutto, non si dà per vinta e non si rassegna alle incombenze del suo esistere, la bimba, invece, sublima il dolore e dona porti inconsueti di nuova vita affinché ogni uomo non rimanga vittima delle prigioni politiche imposte dai colletti bianchi e dai regimi dittatoriali che affliggono ancora alcuni paesi africani e asiatici. Di rilevante importanza è la scelta del genere femminile; sono due donne quelle raffigurate coraggiose e forti che si sostentano l’una con l’altra, oltre lo sfacelo morale e materiale, la mamma e la bimba si protendono verso un avvenire sognato e meritato. La realizzazione dell’opera si pone lo scopo di sfatare i miti dell’uomo eurocentrico e occidentale il quale si mostra come modello inimitabile invece l’artista si impegna a fare a brandelli le discriminazioni di genere(in quanto è una donna che salva se stessa e la sua bimba) e gli stereotipi culturali che fanno indossare una corazza di un ego smisurato. Il dolore è l’altra metà della gioia? Dopo la tristezza si potrebbero aprire i cancelli di un avvenire pacifico? Forse sì, la nostra Carmen Crisafulli ci invita ad abbracciare i nostri sogni e solo questi ci doneranno le chiavi per immaginare orizzonti rosei di serenità infatti l’atmosfera di “quiete dopo la tempesta” coccola lievemente l’animo di chi osserva il dipinto “L’ultimo sbarco a Lampedusa”.

Critica al dipinto “Maternità”

Siamo di fronte alla pietà di Michelangelo tramutata in dipinto? Per certi aspetti sì, in quanto è una madre che piange per la morte del suo bambino però in questo caso siamo di fronte a una figura comune, una donna in “carne e ossa”, tanto è vero che sono esaltati la fisicità e lo sconvolgimento umano che stritolano il cuore per la perdita subita. La fisicità del soggetto artistico è quasi manieristica e mi ricorda l’arte datata tra il tramontato umanesimo e le prime aurore del Barocco (come ad esempio il “Tondo Doni” di Michelangelo), ovviamente nel caso della nostra Carmen non si tratta di un’esagerazione stilistica o di una raffigurazione pacchiana, come spesso hanno lasciato intendere i critici riferendosi a questo movimento artistico. L’umanità e l’espressività della madre raffigurata nel dipinto è caravaggesca proprio il talento di Carmen Crisafulli la quale ha immortalato l’affetto, l’emotività della madre che versa lacrime di sangue, ciò che l’osservatore sente davanti al dipinto è l’impunibile naturalezza del dolore umano che si identifica col pianto che non deve assolutamente incontrare il biasimo altrui. Le lacrime usurate dal tormento materno potrebbero anche ricordare i patimenti della Madre Maria per il suo figliolo Gesù, ma la madre dipinta dalla nostra poetessa e pittrice è umana a trecento sessanta gradi; l’aura mistica e divina nell’opera aleggia esaltando l’essere umano in quanto creato da Dio tanto è vero che la madre non ha aureola e non si fregia di santità perché non le appartiene del tutto però ella è il riflesso dell’atto creatore del Santo Padre.

Sabrina Santamaria

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Le prigioni dell’ignoranza:“…E adesso parlo!” di Maria Teresa Liuzzo (a cura di Sabrina Santamaria)

Maria Teresa Liuzzo

Le prigioni dell’ignoranza:“…E adesso parlo!” di Maria Teresa Liuzzo (a cura di Sabrina Santamaria)

Il sangue di Caino grida rabbia e furore in un’ecatombe macchiata da un’eutanasia tritata che si mostra all’anima innocente di Mary e quest’ultima viene portata al mattatoio come carne da macello. Il corpo di bimba legato al muro con le spalle verso la luce(simile al “mito della caverna” di Platone) è barcamenato fra i gioghi familiari che pesano tonnellate di sadismo e di gratuito cinismo. Spirano fra i sussurri delle pagine i singhiozzi soffocati della pargoletta Mary, la candida martire del romanzo “… E adesso parlo!”.

I dolori fisici e morali della nostra protagonista trasmettono al lettore un imperativo e un assertivo pathos infatti nel momento in cui ci accostiamo al romanzo di Maria Teresa Liuzzo sentiamo un dovere morale che si concretizza nella completa presa di coscienza delle gravi condizioni sociali e familiari di Mary. I capitoli dell’opera fungono da monito perentorio a difendere ad ogni costo la verità anche quando questa si palesa come rude da accettare. Il padre di Mary, uomo spietato e senza scrupoli, mortifica con ogni tipo di violenza la nostra protagonista la quale custodisce come stigmate le sanguinanti cicatrici nel suo corpo e nel suo cuore; la madre, senza pietà e senza ripensamenti, svilisce la piccola al patibolo come vittima sacrificale di un reo antefatto di cui il nostro angelo non ha colpe, infatti Mary è reificata e ridotta fra i ranghi di un banale oggetto fra gli oggetti come se non avesse emozioni e sentimenti, primogenita di una famiglia numerosa sarà costretta (anche a schiaffi, pugni e vergate) a badare alla pulizia della casa e ai suoi fratellini neonati tanto è vero che l’idea secondo la quale una bimba di cinque anni possa fare il bagnetto a un neonato è semplicemente orribile e inaccettabile. A questo contesto cataclismatico si aggiungono l’insensibilità dei nonni paterni e la perversione sessuale di uno degli zii paterni che ha palpato il corpo di Mary quando aveva nove anni e di Fiamma (sorella della nostra protagonista) quando ne aveva sette, tuttavia una cappa di omertà ottunde non solo la famiglia della nostra protagonista, ma anche quasi tutti gli abitanti del paesino dell’Italia meridionale dove è ambientata la vicenda. Quasi ogni personaggio della storia è lontano anni luce dai gridi, a volte muti a volte assordanti, della nostra Mary benché quest’ultima sia un essere innocente e senza macchia nessuno difende la sua causa lasciandola sola e spoglia di speranza; ella appare condannata a indossare il saio della mestizia per espiare inganni altrui. Maria Teresa Liuzzo tesse la trama di un palcoscenico dell’assurdo in cui i diritti dell’infanzia e delle donne sembrano non aver ragione di esistere, sulla stessa stregua di un inutile orpello che impedisce all’economia di quel lager, del quale tutti fingevano di non esserne a conoscenza per i propri torna conti personali. Combattere contro il mostro-padre (assecondato dalla madre) diviene per la nostra Mary la croce gigantesca che lei porta alle spalle verso un sentiero di immotivata redenzione giacché l’unica sua responsabilità è quella, purtroppo, di essere venuta al mondo. Le vergate del padre sono come dardi infuocati nel corpicino della pargoletta la quale, spesso, abdica a se stessa per proteggere i suoi fratellini e le sue sorelline, fra l’altro sacrificio, alla fine della vicenda, non ricambiato da costoro che continuano a percepire la nostra protagonista come un’intrusa davanti alla quale recitare nel teatro delle “pupare” (marionette) nei momenti dei bisogni economici ai fini di sfruttarla al proprio tornaconto; la sorella Fiamma si rivelerà una delle più perfide e invidiose sprovvista di qualsivoglia ombra di misericordia verso la sorella maggiore. Come si può amare in queste fiamme che inaridiscono e corrodono fino al midollo la vita di Mary? Come non resistere alla tentazione di non restituire il male al proprio male? In questo secco limbo dove possiamo scrutare la parvenza del bene? Qual è la fonte in cui Mary nutre e abbevera la sua esistenza disidrata e arsa al gelo dell’infamia? La nostra protagonista fa germogliare dentro di sé la fede in Dio come un fiore di loto che è nato nella melma, nel fango e nel lerciume morale, infatti il coraggio che le dà linfa vitale è animato dal sacrificio di Cristo che si è sacrificato per i peccati dell’intera umanità, sulle orme tracciate da Gesù (il rabbì-maestro) Mary fortifica i suoi meandri stracciati nella sua mansuetudine umiliata identificandosi nel redento travaglio patito dal Figliol di Dio ella abbraccia, con innegabile sofferenza, il suo martirio; gli unici amori che la consolano sono il Signore e Raf (il Daimon), quest’ultimo un angelo custode, un amico immaginario, un cherubino dai capelli biondi che le scalda il cuore, questi è anche metafora dell’arte e della poesia che si materializza nelle lettere della nostra; proprio dell’oscurità dell’oblio in cui è emarginata dal mondo (durante il sequestro di persona a sedici anni) Raf la prende per mano e le mostra un regno sublime, alto, un cielo oltre il cementificato muro che la segrega nell’afflizione di ogni forma di sopraffazione. Solo grazie ai prati verdeggianti e alle cascate di acqua limpida che il Daimon mostra a Mary che quest’ultima si innamora del suo esistere come essere innestato al ramo della purezza nella sua vita activa harendtiana. Davanti al volto dell’altro, quell’altro che martirizza e sminuisce Mary sa bene che grava dentro di sé il peso della sua responsabilità, da questo punto di vista la sua condizione è in sintonia con l’agire ebraico del filosofo Lèvinas, il quale non trova alcuna giustificazione all’Io egoistico dell’uomo a prescindere dal pessimo agire umano; alle volte l’altruismo di Mary verso i suoi familiari appare ingiustificato, ma solo alla luce di questa interpretazione giudaico-cristiana la mitezza della nostra trova la sua ovvia collocazione. “… E adesso parlo!” di Maria Teresa Liuzzo è un impegno letterario di grande spessore che veicola la grande lezione del perdono, ciò non significa insabbiare i torti subiti, perché il perdono della nostra autrice è inteso come insegnamento cristiano e ricoeuriano poiché nel bagaglio della memoria ogni essere umano ha il diritto e il dovere di denunciare le ingiustizie umane per evitare i supplizi inflitti ad anime innocenti quindi nell’onesto riconoscimento della bassezza morale del peccato commesso (corrispondente alla verità oggettiva dei fatti) e alla rielaborazione dello stesso, al pari di un’ azione ascetica dell’estasi mistica; l’oblio come tabula rasa non innalza l’uomo all’Essere supremo. Alberga in tutto il romanzo la ricerca socratica dell’aletheìa (dal greco=verità) e da questa incessante maturazione dei segreti nascosti ognuno di noi può pur percorrere la valle di Baca provando, nonostante tutto, una pace spirituale profonda. Dulcis in fundo la nostra protagonista risorge dalle sue stesse ceneri perché il riscatto invocato non tarda a materializzarsi difatti allo stesso modi di un crisalide che si trasforma in farfalla adora svolazzare nelle aurore plumbee della sua amata poesia. Alcuni spiragli luminosi si affacciano nell’oscura prigione? Forse sì, perché la chiave interpretativa del lieto fine dipende dallo sguardo critico di ogni lettore che sarà inorridito da questa macabra storia, provando, però, stima e compassione per l’indomabile protagonista la quale alla fine trionferà annegando ogni malvagità nel battesimo dell’amore oltre ogni logico confine.

Sabrina Santamaria

Maria Teresa Liuzzo

GUIDO GOZZANO UN POETA DAL CUORE BAMBINO (di Eduardo Terrana)

Guido Gozzano, foto: Wikipedia

GUIDO GOZZANO UN POETA DAL CUORE BAMBINO

Di Eduardo Terrana

Guido Gozzano nasce il 19 dicembre del 1883 ad Agliè Canavese ( provincia di Torino) in una famiglia ricca e borghese.
Conseguita la maturità classica, si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, ma è maggiormente attratto dalle lezioni del critico e poeta Arturo Graf, che segue volentieri. Non completerà mai gli studi universitari intrapresi
A Torino stringe amicizia con diversi altri letterati con i quali costituisce il gruppo dei poeti crepuscolari torinesi.
Partecipa attivamente alla vita culturale e mondana della Torino d’inizio secolo. E’fervido ammiratore dell’attrice Emma Gramatica e di Lydia Borrelli.
Nel 1907 pubblica la sua prima raccolta di poesie “La via del rifugio” e
inizia una intensa relazione culturale e sentimentale con la poetessa Amalia Guglielminetti; si manifestano, però, i primi gravi sintomi della tubercolosi, per cui soggiorna in vari luoghi di cura.
Nel 1909 la madre viene colpita da paralisi. La malattia accentua le preoccupazioni economiche aperte dalla morte precoce del padre e il poeta è costretto a vendere la villa di Agliè, in cui era nato.
Nel 1910 pubblica la seconda raccolta di poesie “I colloqui”, che è considerata la sua opera maggiore. La raccolta rappresenta l’autobiografia sentimentale ed ideologica del poeta.
Nel 1912 effettua un viaggio in India, sperando di trovare in quella lontana terra rimedi miracolosi alla sua malattia.
Ritorna deluso a Torino dove tra il 1914 e il 1916 pubblica su “La Stampa”: “Le Lettere dall’India.” Inizia a lavorare al poemetto “Le Farfalle”, che però non riuscirà a portare a compimento, sopraggiunge, infatti, il 9 agosto del 1916, la morte che lo coglie, ancora giovanissimo, a Torino, all’età di 32 anni.
Tra i crepuscolari Gozzano è il più significativo. E’ la sua una poesia schietta, nella quale si ritrovano molte immagini simboliche del poeta crepuscolare in genere: gli ospedali, gli organetti, le belle solitarie, i giardini chiusi, i conventi, tutte venate però di una soave ironia che lo distingue, in modo rimarchevole e che è espressione della sua mancata adesione al mondo rappresentato dalla poesia crepuscolare ritenuta, ingenuamente, provinciale.
Perciò quelle immagini e quelle situazioni piccolo-borghese dei poeti crepuscolari , che definirà: “buone cose di pessimo gusto”, Gozzano li accetta in parte e se ne serve poeticamente, in un difficile equilibrio, tra affetto ed ironia, rievocazione e sorriso.
Amante della letteratura e della vita elegante, Gozzano aspira ad una vita semplice, in grado di sottrarlo alle complicazioni intellettualistiche ed estetizzanti, ma ha consapevolezza di non poter realizzare questa sua aspirazione, da ciò ne deriva : il vagheggiamento del passato ; il rifugiarsi nel sogno; il rimpianto delle cose non godute a suo tempo; l’amore per le piccole cose domestiche; il desiderio di spazi limitati, familiari; la paura del tempo che tutto travolge.
Ma il poeta sa anche contemplare con distacco questo suo fallimento, sorridendone, da qui l’ironia che avvolge la sua poesia migliore.
Gli esordi poetici di Gozzano sono dannunziani, ma presto il poeta se ne distaccherà alla ricerca di toni e moduli poetici più originali.
Nella figura di Totò Merùmeni, omonima poesia della raccolta “I Colloqui “, Gozzano tratteggia un ironico autoritratto, sotto un nome ricavato dal titolo di una commedia di Terenzio “Heautòntimorùmenos = il punitore di se stesso”, che risulta essere l’esatto opposto dell’eroe dannunziano perché incapace di aderire al ritmo dell’esistenza, disilluso e scettico, consapevole dell’inutilità della vita.
Nel sonetto “La morte del cardellino” il poeta ci offre un saggio della delicatezza e dell’umanità della sua poesia.
Il poeta manifesta il desiderio che sulla sua tomba, “fossa della sua pace”,
potesse non mancare il pianto sincero del piccolo nipotino “Tita”, diminutivo di Battista; l’affetto puro e innocente del nipotino sarebbe l’estrema suprema consolazione. Il rimpianto per una vita che poteva essere gioiosa e serena e non lo è stata è il motivo della lirica “I Colloqui”, come della raccolta omonima. Il poeta ha solo venticinque anni ma sente su di sé il peso dell’età della “orrida vecchiezza “spaventosa. La realtà lo tormenta e riempie di tragicità la sua già dolorosa esistenza.
Ma per quanto avverta ripulsa per tale odiosa realtà, egli non trova la capacità di ribellarsi, anzi prova a trovare rifugio in un mondo virtuale in cui ricrea, dalle sue memorie, il fantasma di quella vita serena che gli è stata negata.
Bisogna attendere sereni la morte. Evento questo al quale il poeta si prepara con animo tranquillo, conscio che il male che lo affligge, la tisi, non gli lascia altro scampo. Il poeta, allora, canta l’attesa della fine senza rimpianti e senza lacrime e si rivolge al suo “cuore bambino”, ancora aggrappato ai rapiti sogni della vita, perché abbandoni quelle illusioni e non si arrenda alla disperazione.
Nell’animo del poeta c’è tutto l’amaro rimpianto di una età giovane tanto desiderata quanto mai goduta, di una mai vissuta ed ormai
irrecuperabile felicità, che il poeta rappresenta nel poemetto “La Signora Felicita ovvero la Felicità “, tutta racchiusa in un ideale di vita semplice, patriarcale, con una donna a fianco, in una villa di campagna, dove la sera giocare a carte con le autorità del paese.
Trova comunque, nei versi che chiudono il componimento “Salvezza” il modo di una ironica rassegnata accettazione, che maschera l’angoscia dell’anima.
Per quanto sin qui detto, si può, in conclusione, affermare che Guido Gozzano apre un nuovo capitolo nella poesia italiana perché attua un processo di demitizzazione della stessa facendo piazza pulita di tutte le concezioni preesistenti e dichiara, primo fra tutti, la precarietà della poesia e la sua incapacità di comunicare messaggi definitivi.
Gozzano, però, è importante non solo per la sua concezione, nuova e demistificante della poesia, ma anche per le novità ad essa apportate anche sul piano formale, realizzando moduli stilistici , colloquiali e prosastici, ma solo in apparenza, perché in realtà oltremodo raffinati.
E la sua tecnica di fare prosa in versi aprirà la strada a toni e moduli assolutamente innovativi che avranno poi notevole influenza sulla poesia contemporanea e sviluppo nel corso del novecento.
Da qui il giudizio positivo unanime della critica che vede in Gozzano, oltre che un testimone fedele, seppur ironico, della crisi del suo tempo, soprattutto un novatore della poesia e della funzione stessa del poetare.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace
Tutti i diritti riservati all’autore.

STIAMO DALLA PARTE DEI DIRITTI E DELLE PERSONE. Recuperiamo Solidarietà Umanità e Valori (di Eduardo Terrana)

Foto Pixabay

10-12-2019 Celebriamo degnamente i 71 anni della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani”

STIAMO DALLA PARTE DEI DIRITTI E DELLE PERSONE

Recuperiamo Solidarietà Umanità e Valori

di Eduardo Terrana

Il 10 dicembre 1948 l’ Assemblea delle Nazioni Unite proclamò la “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” della quale ricorre quest’anno il 70° anniversario.
Pace e sicurezza, sviluppo socio-economico, diritti umani , lotta contro la discriminazione nei confronti delle donne, erano i pilastri su cui si voleva ricostruire il mondo distrutto dalla seconda guerra mondiale. L’umanità intera ha vissuto in questi 70 anni la grande speranza del cambiamento e del rinnovamento su scala mondiale che realizzasse per tutti gli esseri umani e per tutti i popoli della terra i principi e i valori sanciti dalla Dichiarazione. Anno dopo anno purtroppo, da quel lontano 10.12.1948, le illusioni e le speranze hanno lasciato sempre più il posto alla delusione non essendosi realizzati i contenuti e i valori della “Dichiarazione Universale “, che mai come in questo momento sono necessari per riuscire a costruire una società più giusta, basata sui principi dell’uguaglianza e della solidarietà.
La realtà del mondo di oggi è purtroppo ancora quella di ” un mondo senza diritti.” Una realtà in cui per tanti bambini il regalo di Natale sarà il nugolo di bombe che sarà sganciato sulla loro testa e sui loro sogni; per tante donne le carezze di Natale saranno le mani sporche di sangue di chi li frugherà senza rispetto e senza ritegno anche nella loro più intima dignità; per tante famiglie il pranzo di Natale sarà la polvere che saranno costrette a ingoiare nel loro cammino alla ricerca di un approdo in una terra che li accolga e dia loro e ai loro figli la possibilità di un futuro , se e quando non saranno le onde del mare a seppellire i loro corpi per sempre.
Una realtà in cui le cicatrici dei diritti violati si fanno sempre più gravi e più profonde: per la negazione dei diritti economici, sociali, politici e civili; per la presenza ancora massiccia di arresti arbitrari, torture, pena di morte, apartheid, razzismo, attentati alla vita ed alla integrità fisica, internamenti psichiatrici.
Una realtà in cui non mancano: i Genocidi, le pulizie etniche, le esecuzioni sommarie, le scomparse di persone, gli stupri e i massacri di vecchi,donne e bambini, e la fame.
Una realtà in cui si diffondono sempre più nuove forme di razzismo, l’odio per il diverso prevale sullo spirito di fratellanza e la solidarietà viene sempre meno.
Per celebrare degnamente il 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani oggi più che mai urge riscoprire il senso della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo” nei suoi valori e nei suoi principi di umanità e di convivenza civile che interessi economici, mire espansionistiche e il diffuso egoismo di certe minoranze che hanno, però, il potere di decidere delle sorti politiche, economiche e sociali, del mondo, sta cercando di smantellare.
Non si può non rilevare che quando si parla di diritti umani di norma ci si riferisce a diritti che sono basilari per vivere in pace e in armonia, quali il diritto alla pace, il diritto all’uguaglianza, il diritto alla libertà, il diritto alla vita, e la “Dichiarazione Universale” ne cita altre 26, tutti a fondamento del rispetto che sempre va portato alla Persona Umana, senza nessuna discriminazione di razza, di genere, di ideologia, di religione.
La “Dichiarazione Universale dei diritti umani “, pertanto, rappresenta ancora, un traguardo raggiungibile di crescita e di miglioramento della propria condizione e situazione di vita per tanti popoli e persone. Una speranza fondata che non può andare delusa e che impegna tutti i popoli e tutti i governi del mondo ad adoperarsi perché si realizzi, “ considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore.

RITRATTI POETICI: CARLA ABENANTE

Carla Abenante, foto Umberto Barbera “Verseggiando sotto gli astri di Milano”

Carla Abenante nasce a Napoli a novembre del 1961. Ha trascorso i suoi anni a Pompei e a Milano. Inizia a scrivere da piccola. Ha ricevuto molti riconoscimenti, menzioni e premi sia come poetessa che come autrice e scrittrice. Partecipa a corsi di formazione di scrittura sia creativa che teatrale, per migliorare l’arte dello scrivere, organizza eventi culturali come il Poetry Slam, partecipa da anni ad eventi culturali come il “Verseggiando sotto gli astri di Milano”. Un suo racconto è stato pubblicato sul volume della Rai Eri legato al concorso radiofonico Rai Radio Uno Plot Machine. Ha pubblicato racconti e poesie in varie antologie.

Tre poesie scelte tratte dalla silloge “Ombre di pensieri”.

LEGGERAI DI ME

Leggerai le mie lacrime
nei versi scritti dal dolore.
Leggerai i miei sorrisi
sulle foto dei miei viaggi
Leggerai la mia vita
nelle pieghe delle rughe.
Leggerai nei racconti,
se vorrai sapere di me.
Leggerai di me
sulle pagine del libro
scritto dal destino,
quando i miei passi
saranno finiti,
quando il volto sorridente
sarà un ricordo,
quando gli occhi
abbasseranno le palpebre.
quando la mia vita
sarà spenta.

SBARRE INVISIBILI

Circondata da sbarre invisibili
file in cerchio di umani,
soffoco nella gabbia dell’indifferenza,
non una mano tesa all’affetto
né un aiuto concreto nel peregrinare.
Sguardi di pietra distratti,
rivolti dove giace l’effimero,
vuoto indegno nella sofferenza
affamata del calore familiare d’amore.
Tagliare le sbarre è l’obiettivo,
camminare stringendo i denti
incontro alla pala raccattatrice,
rattoppando i cocci delle ferite,
accogliendo la mano tesa dell’amore.

NUTRIMENTO VITALE DELLA TERRA

Lungo la vita camminiamo
sulle sabbie mobili dell’incognita,
rapiti da eventi diversi
consapevoli ma ignari del momento,
sperato lontano nel tempo,
dopo lungo calvario, improvvisamente,
o per sopraggiunta età avanzata,
saremo inghiottiti negli abissi profondi
diventando corpo rigido o cenere,
saremo in eterno
nutrimento vitale della terra.

Tutti i diritti riservati all’autrice

Lo “scrittore delle piccole cose” e la sua Silloge “Frutti misti…” Edizioni Billeci (a cura di Sabrina Santamaria).

Lo “scrittore delle piccole cose” e la sua Silloge “Frutti misti…” Edizioni Billeci
(a cura di Sabrina Santamaria).

Sugnari
‘U suli calava,
e ‘a luna vaddava.
‘U mari cantava…
e ‘u ventu cuntava…
(Il sole calava,/ e la luna guardava/ il mare cantava…/ Ed il vento raccontava…)

Poesia Sugnari- Sognare di Giovanni Malambrì, Silloge Frutti misti…pag 29

La poesia è la porta, l’unica possibilità che ha il lettore per varcare la soglia della casa, metafora dell’anima, del poeta. Creare una fusione ellittica tra chi scrive e chi legge, spesse volte, non è un’operazione scontata perché, appunto, quando argomentiamo sui versi che le nostre muse ci ispirano scolpiamo nero su bianco le nostre emozioni e i nostri sentimenti; di certo non si tratta di trovare la soluzione a un’equazione logico-matematica. Le rime baciate della Silloge poetica “Frutti misti…” (edita da Billeci edizioni) trasportano gli animi sensibili verso l’imperscrutabile limbo dei ricordi e delle sensazioni del loro autore Giovanni Malambrì; certamente ha un animo semplice e genuino tanto è vero che per certi aspetti gli ho attribuito l’epiteto “scrittore delle piccole cose” ad esempio l’attenzione che mostra verso i dettagli che apparentemente potrebbero sembrarci insignificanti come il cappero, il presepe, il crisalide e una perla che nasce. Poeta pluripremiato in Sicilia e in diverse regioni italiane nei suoi versi dona se stesso ai lettori senza veli o fronzoli nella speranza che questi ultimi possano tentare di trovare la chiave per aprire i cancelli del suo andirivieni emotivo; sicuramente una delle ricette dei lettori, più attenti e innamorati della poesia, è l’empatia. Il titolo dell’opera è metaforico e tra le righe possiamo intravedere una sinestesia, in quanto accosta il senso del gusto( mangiare la frutta) al senso visivo (la lettura delle poesie e le immagini colorate vivacemente a esse accostate); metaforico perché la varietà dello stile poetico malambriano si innesta con l’eterogeneità dei temi affrontati: l’incanto del panorama dello Stretto di Messina e delle Isole Eolie, il femminicidio, le stragi terroristiche, la Fede in Dio e il dolore umano. L’attaccamento del nostro poeta alle nostre radici messinesi è preponderante riuscendo a trasferire la medesima passione per il passato al lettore che si impegna a tamburellare gli strumenti a percussione fra gli accordi musicali nel pentagramma sinfonico orchestrato dal nostro Giovanni Malambrì. Nella Silloge, tuttavia, guizza un unico fil rouge che si amplifica nell’amore, è un leitmotiv che armoniosamente si lega a ciascun testo poetico presente in “Frutti misti…”: amore per il creato: “Si picciriddu, ma donu da natura, chi a nostra terra ci fai fari figura/ Sei piccolino, ma dono della natura, che alla nostra terra fa fare figura.” ( poesia ‘U ghiappuru- Il Cappero pag 8) , amore per l’essere umano: “ ‘Sti morti a tutt’i parti ann’a finiri, ‘u munnu voli ‘a paci e l’am’a diri. A tutti i populi dignità s’ava dari, picchì ‘a genti voli sulu amari/ Questi morti da tutte le parti devono finire, il mondo vuole pace e lo dobbiamo dire. A tutti i popoli dignità si deve dare, perché la gente vuole solo amore.” (poesia Né banneri né culuri-Né bandiere né colore pag 17), amore per il genere femminile e per i piccoli fanciulli: “La pietà non giudica, è un attimo di misericordia, senza condizioni, non vuole essere ricambiata. Il volto dei bimbi di Nizza, vittime innocenti di un mostro, dobbiamo solo immaginarlo” (poesia Il volto dell’innocenza pag 45), “Un bimbo con il viso dal mare appena carezzato, le braccia abbandonate, immobile nella morte.” (poesia Involontario attore pag 21) “Dai fiato alla tua voce, non stare nel dolore, fai saper la verità, devi farlo per te ed anche per i tuoi figli” (poesia Essenza negata pag 31), amore per il nostro dialetto messinese e, infine, amore per Cristo che ha dato la sua vita per noi infatti in “Non smettere di amarmi” tesse le sue lodi: “E tu Gesù, in quel momento, offrivi al Padre il tuo patimento e col sangue che versavi, con misericordia l’umanità salvavi.” (poesia Non smettere di amarmi pag 57), “Mi dugni ristoru e cunfortu, mi pruteggi a tutti l’uri, Tu si ‘u me Signori…/ Mi dai ristoro e conforto, mi proteggi a tutte le ore, tu sei il mio Signore.” (poesia Tu ci si sempri-Tu ci sei sempre pag 41). L’obiettivo ante litteram del nostro poeta Giovanni Malambrì è stimolare le nuove generazioni affinché possano innamorarsi della poesia, come valore supremo di espressione, e, soprattutto, del nostro dialetto messinese.

Sabrina Santamaria

Il 13 dicembre ci sarà l’incontro con l’autore, tra i relatori Sabrina Santamaria.

SERGIO CORAZZINI UN POETA PRECOCE DALLA VITA PRECOCE di Eduardo Terrana

SERGIO CORAZZINI
UN POETA PRECOCE DALLA VITA PRECOCE

di Eduardo Terrana

Sergio Corazzini nasce a Roma nel 1887. Vive una infanzia triste e povera a causa del fallimento del padre.
Giovanissimo è costretto dalla grave situazione economica familiare ad abbandonare gli studi ed a trovare lavoro presso una compagnia di assicurazione.
Il fatto segna la fine dei sogni coltivati nell’infanzia e intacca fortemente le sue aspirazioni.
Si ammala di tisi e la malattia lo porta alla morte a soli 20 anni. Muore, infatti, nel 1907.
Sergio Corazzini scrive precocemente di poesia. La sua prima raccolta,“ Dolcezze”, è del 1904; seguono, nel 1905, “L’Amaro Calice” e “Le Aureole; del 1906 sono: “Piccolo Libro Inutile”, “Elegia” e “Libro per la sera della domenica.”
Si coglie nella poesia di Sergio Corazzini la desolazione del poeta sentimentale che con accenti vittimistici parla della propria tristezza, del proprio dolore e indulge alle lacrime ed al pianto.
Egli afferma di “ non essere un poeta, ma un piccolo fanciullo che piange, perché per esser detti poeti, conviene viver ben altra vita”, ce lo dice nella sua poesia più celebre “Desolazione del povero poeta sentimentale”, che è una vera e propria dichiarazione di poetica.
Qui il Corazzini, si negai una propria identità di poeta in un’immagine che poggia su un compiaciuto desiderio di annullamento e di autocommiserazione e ricerca nel silenzio, in una dimensione intimistica del proprio percorso esistenziale, contrassegnato da una forte spiritualità, il mezzo per comunicare e trovare Dio, nell’attesa che la morte lo liberi dai suoi patimenti. Si coglie nella lirica, per la prima volta, come osserva il Sanguineti, “il nodo della moderna poetica crepuscolare, che è il rifiuto stesso della poesia, proclamato, in modi patetici e dolenti.”
Ciò nonostante Corazzini vive la poesia come un grande amore, intensamente, e si rivela poeta originale , dalla ispirazione schietta e sofferta, tanto da rappresentare, per la critica, anche se il riconoscimento arriverà postumo, una voce di modernità, viva e fresca, che contribuirà allo svecchiamento della poesia italiana tanto sul piano della tematica intimistico – esistenziale quanto sul piano del rinnovamento del linguaggio poetico.
Sergio Corazzini è considerato il caposcuola del crepuscolarismo e la sua poesia, che si connota per la modernità stilistica, sia per la frantumazione cui sottopone il verso sia per le nuove soluzioni formali, come osserva il Guglielmino, si distingue per il tono di una dolente malinconia intesa come incapacità di aderire alla vita, ma che rivela i turbamenti dell’adolescenza nelle sue acerbità e nei suoi languori.
Il dimesso, il provinciale, ma anche oggetti, luoghi, paesaggi comuni, sono i temi crepuscolari che Corazzini contrappone polemicamente al lusso dannunziano e al mondo campagnolo del Pascoli.
Ma non manca il simbolismo, come si nota nella lirica “Toblack” in cui un luogo di cura per malati di tisi viene trasfigurato dal poeta in un luogo astratto, anticamera luminosa della morte, la cui attesa è considerata dal poeta un rifiuto della vita nella contemplazione delle “povere piccole cose “ di cui è fatta la trama della realtà “immagine terribilmente perfetta del Nulla”.
Nella poesia del Corazzini la natura rivive quasi sempre in termini di desolazione e di sgomento.
Ne è un esempio “Sonetto d’Autunno“ tutto giocato sul contrasto delle foglie ingiallite che in autunno si staccano dai rami degli alberi, come dall’animo del poeta cadono sogni e incanti giovanili.
Le foglie rinasceranno in primavera, ma le speranze del poeta non rinasceranno più, perché il suo cuore è morto per sempre ad ogni terrena illusione.

Eduardo Terrana
Saggjsta e Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace
Tutti i diritti riservati all’autore

Sergio Corazzini, foto: web

Wiersze Realizmu Terminalnego: GIUSEPPE LANGELLA

PODTEKST KULTURALNY

Wiersze Realizmu Terminalnego – GIUSEPPE LANGELLA (autor: Izabella Teresa Kostka)

Giuseppe Langella

Giuseppe Langella urodził się 11 września 1952 w Loreto (Ancona). Jest profesorem zwyczajnym współczesnej literatury włoskiej na fakultecie Literatury i Filozofii Katolickiego Uniwersytetu im. Świętego Serca w Mediolanie, gdzie prowadzi także centrum badań ” Literatura i kultura zjednoczonych Włoch”, z załączonym “Archiwum literatury katolickiej i pisarzy w badaniach”. Jest członkiem zarządu “Włoskiego stowarzyszenia d/s studiów nad nowoczesnością literatury” (MOD) i współredaguje ” Czasopismo studiów manzoniańskich”. Znawca twórczości Alessandro Manzoni’ego i Italo Svevo, specjalista z zakresu poezji, prozy i kultury od Odrodzenia do lat 2000.
Publikacje naukowe: ” Il secolo delle riviste. Dal “Baretti” a “Primato” / Wiek czasopism. Od “Baretti” do “Prymatu” (Vita e Pensiero / Życie i myśl Mediolan 1982); Da Firenze all’Europa. Studi sul Novecento letterario / Z Florencji do Europy. Studium dziewiętnastego wieku literackiego (Ibid, 1989); Italo Svevo (Morano, Neapol 1992); Il tempo cristallizzato. Introduzione…

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IL CREPUSCOLARISMO; Le inquietudini, lo smarrimento, la crisi del poeta sentimentale nella poesia del primo novecento. di Eduardo Terrana

Eduardo Terrana

IL CREPUSCOLARISMO

Le inquietudini, lo smarrimento, la crisi del poeta sentimentale nella poesia del primo novecento.

di Eduardo Terrana

Il Crepuscolarismo, più che un vero e proprio movimento culturale,è una tendenza letteraria, che si sviluppa in Italia nel primo ventennio del 1900, in una prospettiva di polemica antidannunziana che si manifesta con il rifiuto del mito dannunziano del superuomo e dell’attivismo, del mito del vitalismo e dei sogni di vita inimitabile, del mito della donna fatale e di ogni forma di poesia eroica e sublime, ai quali contrappone la consapevolezza della propria fragilità, la banale ovvietà della vita quotidiana, l’ideale di una bellezza femminile semplice e dimessa.
È un critico letterario di quel tempo, Giuseppe Antonio Borgese, che nel 1910, in un articolo sul quotidiano “La Stampa” di Torino, parla di “poesia di penombra crepuscolare” che definisce la collocazione di questa poesia, che si svolgeva ai margini della grande stagione della tradizione poetica dell’800, quella del Carducci, del D’Annunzio e del Pascoli, e Crepuscolari saranno definiti i poeti che aderirono alla nuova espressione letteraria , che pertanto sarà detta Crepuscolarismo.
I Crepuscolari avvertono la crisi spirituale del loro tempo come un crepuscolo nell’imminenza del tramonto.
Rifiutano ogni aggancio con la tradizione culturale e si mostrano incapaci e refrattari a stabilire rapporti costruttivi con la realtà sociale; manifestano sofferenza e stanchezza del vivere; ripiegano più volentieri su se stessi, compiangendosi d’essere nati; rifugiano la loro malinconia in una poesia dai toni languidi che coglie gli aspetti più banali ed insignificanti del quotidiano e registra il grigiore delle cose comuni.
Quasi col pudore di chi vuole nascondersi agli occhi degli altri per non farsi vedere piangere, i crepuscolari sembrano adagiarsi nel sogno consolatorio di una vita semplice e tranquilla.
Privi di fede e di speranza, amano gli aspetti più grigi e meno solari dell’esistenza;
privi di slancio e di passione, non si impegnano nella realtà sociale e si limitano a cantare le piccole cose di ogni giorno, gli ambienti e gli aspetti più banali, le abitudini, gli affetti e l’intimità di una vita senza ideali.
I temi dominanti che si ritrovano nella poesia crepuscolare sono: gli amori adolescenziali, le case e le cose vecchie, le suppellettili del salotto buono,
gli animali imbalsamati, le musiche stanche, i giardini abbandonati,i fiori appassiti,
le corsie degli ospedali, cioè povere piccole cose, come le chiamò il Corazzini, ovvero una poesia piena di buone cose di pessimo gusto, come si espresse il Gozzano.

Altri temi sono ancora: i viali solitari, i giardini incolti e polverosi, le cianfrusaglie delle soffitte, le piazze vuote, i luoghi, cioè, in cui si celebrava il rito della noia domenicale, sempre uguale, nel suo squallore monotono ed inconcludente.
E’ una poesia, quella crepuscolare, che esprime lo stato di abbandono e di smarrimento del poeta che rimane, per sua scelta, un isolato, chiuso nella propria individualità.
Gli stati d’animo sono pertanto quelli della tradizione decadente ed in particolare
la frattura fra individuo e società, l’angoscioso senso della solitudine, la noia e la stanchezza della vita, la crisi di certezze, il senso di sfiducia e la rinuncia alla lotta.
Un atteggiamento spirituale che rifiuta la vita come spettacolo e si riempie delle povere piccole cose di cui è fatta l’esistenza, che ama osservare il lento inseguirsi dei giorni tutti uguali e vuoti di senso, che invoca un ritorno ai buoni sentimenti del passato e sogna il ritorno all’infanzia, ma che al contempo ha consapevolezza della vanità di quel sogno e dell’inutilità delle proprie nostalgie, per cui ironizza sull’ideale di una vita semplice e di una felicità modesta.
In tale contesto cambia anche il paesaggio che nei crepuscolari non è più quello solare del Carducci, nella lirica “Mezzogiorno”, o quello silvestre dannunziano de “La pioggia nel pineto”, in cui l’artista vive, in senso panico, le suggestive seduzioni della natura, ma è un paesaggio autunnale, che si smorza nei toni e nei colori, che si restringe in spazi limitati che chiudono al poeta la visione di orizzonti aperti e luminosi.
Così l’orto di casa diventa un deposito di cari ricordi in Moretti, mentre il piccolo giardino è per Corazzini il custode di teneri amori, di sogni e desideri puri e di grandi malinconie.
Sono poesie, quelle dei crepuscolari, in cui la tristezza per le cose perdute e le aspirazioni nostalgiche, sono espresse con un atteggiamento stanco di abbandono e di smarrimento.
I crepuscolari negano alla poesia ogni ruolo sociale e civile, rifiutano il concetto dannunziano di poeta vate, promotore del progresso della storia e considerano la tradizione ed il classicismo, cui si ispirano Carducci, Pascoli e D’annunzio, una esperienza completamente conclusa.
I poeti crepuscolari sono accomunati da una malinconica inquietudine che nasce dalla totale sfiducia in ogni ideale religioso, politico e sociale.
I maggiori esponenti del crepuscolarismo sono Sergio Corazzini , Guido Gozzano e Marino Moretti, per i quali il crepuscolarismo costituisce una esperienza di vita totale e non una mera esperienza letteraria, diversamente dalla maggior parte dei poeti crepuscolari, che presto tenteranno di definire meglio in altre correnti e movimenti il loro mondo spirituale ed artistico.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace.
Tutti i diritti riservati all’autore