L’anticamera di un amore: “Incontrasti il mio sguardo” di Fabio Adso Da Melk (a cura di Sabrina Santamaria)

L’anticamera di un amore: “Incontrasti il mio sguardo” di Fabio Adso Da Melk
(a cura di Sabrina Santamaria)

Lo sfavillante luccichio degli occhi, spesso, è l’anticamera dell’innamoramento infatti l’attrazione fisica è scaturita dalla chimica degli sguardi. Nel momento in cui la freccia di cupido si scaglia l’essere umano, proprio perché prova sentimenti ed emozioni, non ne rimane illeso, ma saturo di infatuazione comincia a far scoccare la piccola scintilla che nel suo cuore scatenerà un passionale incendio: “ Scoprire l’amore/ vedere il tuo viso/ Restare accecati/ Dal tuo bel sorriso/ Un fulgido sguardo/ Risale dall’anima”( Scoprire l’amore, poesia di Fabio Adso Da Melk). L’accecante desiderio voluttuoso avvolge e ammanta candidamente la raccolta poetica Incontrasti il mio sguardo di Fabio Adso Da Melk; l’amore passionale che sfiora e investiga il contatto fisico è il leit motiv che accompagna il tema di quasi tutte le poesie presenti nell’opera. Lo stile di questo autore è avulso e scisso da ogni scevro e mero spiritualismo che annichilisce e svilisce l’essere umano a un comportamento castigato e bigotto pertanto il nostro poeta parte dall’inevitabile premessa che l’uomo è l’addictio di spirito, corpo, anima, mente e psiche. I versi di Fabio Adso Da Melk proseguono il fil rouge letterario dei fatidici romanzi in cui i protagonisti sono Tristano e Isotta, Lancillotto e Ginevra e del V Canto dell’Inferno in cui Paolo e Francesca nella Divina Commedia Dantesca raccontavano a Dante e Virgilio del loro tormentato e contrastato amore; anche i sentimenti del nostro autore toccano, tantissime volte, delle vette esasperate che si fondono a momenti di estasi o ad attimi in cui la follia amorosa si quieta in una pace dei sensi seppur per pochi e brevi istanti perché l’uomo innamorato avverte dentro di sé un’esigenza che lo induce a desiderare famelicamente la donna come soggetto privilegiato nella quale si concentrano le pulsioni primordiali e la libidine: “ Prima abbracci coccole/ strusciare di indumenti,/ sventolare di capelli/ e sussurro e parole proibite/ Poi svolazzare di vestiti/ opprimenti le libertà della passione,/ contatti ed esplorazioni,/ penetrazioni, fusioni e gemiti soffocati( Le tre fasi, poesia di Fabio Adso Da Melk). Lo struggimento dell’autore per la propria lady assomiglia molto alla follia del famoso Orlando di Ariosto il quale divenne furioso per il sentimento che provò per Angelica, principessa del Catai, quest’ultima, però, ella amava Medoro e nel suo cuore non c’era spazio per lui. Lo stile poetico racchiuso in Incontrasti il mio sguardo si dinoccola fra il desiderio passionale (direi anche carnale) e il legame che si consolida nel tempo infatti benché la tematica si incentri molto sull’erotismo questa impronta non esclude del tutto l’humus spirituale e sentimentale tanto è vero che serpeggia in ogni componimento della raccolta il timore del distacco eterno dalla lady decantata perché l’attrazione provata non è solo fisica bensì, fra i vari enjambement, vi è pur sempre un viaggio trascendentale e mentale che l’Io compie in relazione al Tu dell’amata: “Portasti le tue coppe rigogliose/ dove mescemmo il vino/ inebriante per i nostri corpi/ collante per le nostre anime/ già intrecciate e vicine”(Incontro di Fabio Adso Da Melk). Il titolo Incontrasti il mio sguardo segna il crocevia di un cambiamento esistenziale dei due innamorati giacché l’uso del passato remoto marca la locuzione di un tempo che non è solo esatto grammaticalmente perché il folgorante momento in cui i due sguardi si incontrano traccia e funge da rito di iniziazione per riscrivere enunciati nuovi della loro vita; quello spasmodico e idilliaco attimo in cui gli innamorati sentono di poter toccare il cielo con la punta delle dita avviene, appunto, solo quando i propri occhi si incontrano con quelli altrui e ciò costituisce l’antefatto di una storia di vita che si trasforma mediante la forza propulsiva dell’amore quindi questa raccolta scandisce e narra in versi l’istante fulmineo che ha reso memorabile l’innamoramento del poeta il quale adora la sua musa ispiratrice; è una raccolta poetica che immortala l’attrazione di pochi secondi altresì quest’opera potrebbe suggerire che tutte le sensazioni corporee provate dal poeta siano solo frutto dell’immaginazione scaturita dagli occhi della sua lady. Le sensazioni fisiche davvero vissute sono estensione delle riflessioni passionali? Oppure uno sguardo può generare in un uomo dei pensieri appassionati che trovano luogo nell’ispirazione poetica? Sicuramente, a prescindere da questi interrogativi, l’antefatto di una storia d’amore è l’incontro degli occhi vicendevolmente puntati, l’ante-litteram che apre le danze al vortice della passione è lo sguardo, linguaggio non verbale che si eleva al di sopra del verbo( la parola) che non fa altro che catalogare le emozioni in grafemi e fonemi ecco la ragione per la quale Incontrasti il mio sguardo non poteva essere più azzeccato per una raccolta sagace e saccente come quella del nostro stimabile autore Fabio Adso Da Melk il quale continuerà ancora a stupirci.

Sabrina Santamaria

VERSO CONSIGLIA: Uno sguardo sulla poesia contemporanea tra echi, ibridismi, nuovi linguaggi e forme multidisciplinari. Inchiesta a cura del critico letterario Lorenzo Spurio.

Uno sguardo sulla poesia contemporanea tra echi, ibridismi, nuovi linguaggi e forme multidisciplinari. Inchiesta a cura del critico letterario Lorenzo Spurio.

L’idea di un’ inchiesta sulla poesia – curata dal poeta e critico letterario marchigiano Lorenzo Spurio – è stata proposta in rete prima delle scorse vacanze natalizie e ha trovato i suoi contorni all’interno di due articoli dello stesso Spurio diffusi in rete: “Inchiesta sulla poesia. Forme, contaminazioni e codici linguistici, tra atrofia della critica e pressappochismo versificatorio” pubblicato su “Alla volta di Leucade” del prof. Nazario Pardini il 23-12-2019 (dal quale si cita a continuazione) e “La poesia come mezzo di resistenza contro le difficoltà e l’indifferenza generale” pubblicato sulla rivista “Culturelite” diretta da prof. Tommaso Romano il 02-01-2020.

Partendo dall’assunto che «La letteratura è dappertutto», come sostenuto da Giulio Ferroni* in una recente pubblicazione, nel sondaggio ci si è posti lo stratificato e mutabile universo poetico come elemento d’indagine da una serie di punti di vista differenti. Il sondaggio si costituisce di ventuno domande pensate come possibili input, tracce da poter investigare in maniera libera, senza un particolare limite di estensione in relazione ad aspetti quali la poesia civile, l’importanza della musicalità e della componente orale della poesia con annesse domande in relazione alla lingua e alla traduzione, ma anche al dialetto.

Sui rapporti tra scienza e poesia, va segnalato il pamphlet di Roberto Maggiani dal titolo Poesia e scienza: una relazione necessaria? (2019) dove il tema nevralgico delle interrelazioni e intersezioni tra i due campi vengono presi in considerazione con acume da vari punti di vista. Sui rapporti tra poesia e astrofisica mi sento di fare senz’altro il nome del poeta Corrado Calabrò che con Quinta dimensione (2018) ha spalancato le porte della poesia a una dimensione altra, che s’interroga sull’uomo e ammicca alla scienza e ai suoi traguardi.

Non solo attenzione verso il poeta in quanto fautore della creazione e custode di sapienza (finanche affabulatore, quando non stratega e utilizzatore di codici avulsi dalla praticità spicciola della vita) ma anche verso il critico la cui funzione, negli ultimi anni, sembra essersi un po’ svuotata o semplicemente dissipata in questa variegata schiera di tuttologi e di informatori che fanno cronaca e spesso travalicano la critica propriamente detta, agghindata di indecorose banalità o gossip senz’altro a latere l’oggetto libro. Colui che si colloca in mezzo tra l’autore e il pubblico, una volta inteso come interprete del testo e per questo spesso associato a una sapere tecnico, accademico e pedante, quale estrattore di significati nascosti. Semmai un commentatore in grado di contestualizzare contenuti, analizzare forme, ampliando aspetti, trovando rimandi, ascoltando echi, sapendo cogliere la centralità delle immagini, le correlazioni spesso non così manifeste, ma plausibili secondo un dato tipo di avvicinamento al testo.

Nel corso del sondaggio si forniscono anche domande atte a chiedere gli autori – sempre in fatto di poesia – tanto italiani che stranieri che si reputano, per ragioni proprie, i più importanti per la poesia, che vanno senz’altro letti e studiati e tenuti a mente. Questo consentirà di poter avere dati attendibili in merito alla poesia che realmente si legge (e dunque si ama) che non ha da essere valutata meramente con ciò che nelle librerie viene comprato, spesso in maniera semplicistica, sulla scorta di una suggestione avuta magari dalla semplice copertina o da un lontano consiglio di qualcuno che non di rado non ha come epilogo che quello di lasciar depositare polvere su quel libro acquistato.

Hanno dato spazio a questo progetto, segnalandone l’iniziativa e contribuendo a diffonderla, numerosi spazi culturali online tra i quali le riviste “Poetarum Silva”, “Culturelite” e “Diwali”, i blog “Fara-Poesia”, “Alla volta di Leucade”, “Poetry Dream”, “Scribere Artem”.

Vi hanno già aderito più di 150 poeti della scena letteraria nazionale e si potrà contribuire fornendo le proprie risposte fino al 29 febbraio 2020.

Link diretto all’Inchiesta sulla poesia:

https://docs.google.com/forms/d/1rhr2V9AP9izISobfN0BIlzEj7Csyga-_AqfUy9Ib_Zo/viewform?fbclid=IwAR1pny78yfTEv6ZivB2V_cnTYz7fl7VHKUkz1BnND4NjdIDMdawqDDOUJw8&edit_requested=true

*Giulio Ferroni, La solitudine del critico. Leggere, riflettere, resistere, Salerno Editrice, Roma, 2019. Tutte le citazioni di Ferroni sono tratte dal medesimo libro.

FILIPPO TOMMASO MARINETTI, I CANONI DELLA NUOVA POETICA FUTURISTA – PAROLE IN LIBERTÀ (di Eduardo Terrana)

Filippo Tommaso Marinetti, foto Wikipedia

FILIPPO TOMMASO MARINETTI

I CANONI DELLA NUOVA POETICA FUTURISTA – PAROLE IN LIBERTÀ

di Eduardo Terrana

Nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1876. Compie gli studi superiori a Parigi ma si laurea a Genova in Giurisprudenza. A Parigi entra in contatto con Guillaume Apollinaire e con il simbolismo francese. In Francese scrive e pubblica le sue prime opere di poesia : Les vieux marins , del 1897 ; La conquête des étoiles, del 1902 ; Destruction, del 1904. Fonda a Milano nel 1905 la rivista Poesia , con l’intento di far conoscere le voci dei nuovi scrittori italiani ed esteri, di cui però inizia la pubblicazione nel 1909, anno in cui lancia, su Le Figaro, il Manifesto del Futurismo, nel quale espone i principi ispiratori del nuovo movimento. Nel 1910 pubblica il romanzo Mafarka il futurista, per il quale viene accusato di oltraggio al pudore, processato e condannato dal Tribunale di Milano. Nell’occasione lo difende Luigi Capuana in veste di perito. Già nel 1904 aveva scritto e pubblicato la commedia Le roi Bombance , satirica rappresentazione della democrazia. Nel 1912 pubblica il Manifesto tecnico della letteratura futurista e La battaglia di Tripoli. Pubblica anche le raccolte poetiche Zang – Tumb –Tumb, Adrianopoli ottobre 1912. Nel 1914 pubblica Dune.. Grande organizzatore di cultura, Marinetti favorisce il successo del suo movimento utilizzando le tecniche della rèclame, della diffusione editoriale, della ricerca del consenso. È il primo in assoluto a sfruttare queste moderne tecniche di diffusione, accentuandone la portata divulgativa attraverso l’uso della provocazione e dello scandalo. Una ideologia individualista ed antidemocratica condiziona le sue scelte politiche, idee che esprime chiaramente nel suo Manifesto ed in altri scritti politici, in cui espone la sua concezione nazionalista ed interventista prima e l’adesione al fascismo poi. Ricordiamo: Guerra sola igiene del mondo del 1915 e Democrazia futurista del 1919. Partecipa nel 1914 alle dimostrazioni interventiste che si verificano a Milano, per cui viene arrestato e rinchiuso per cinque giorni nel carcere di S. Vittore. L’anno dopo, 1915, viene ancora arrestato per aver preso parte ad una manifestazione interventista con Mussolini e Balla . Acceso interventista partecipa alla prima guerra mondiale, con grande ardimento e valore. Favorevole al fascismo , nel quale si illude di vedere realizzate le sue idee rivoluzionarie, pubblica nel 1924 Futurismo e Fascismo , trasformandosi in un intellettuale del regime. Nel 1929 viene nominato Accademico d’Italia. Nel 1944 pubblica Canto eroi e macchine della guerra mussoliniana, poi parte per il fronte russo. Rientra dopo pochi mesi e il 2 dicembre del 1944 muore d’infarto a Bellagio, sotto la Repubblica di Salò.
Marinetti è preso dalla rapida industrializzazione, che caratterizza il sorgere del XX° secolo, e ne è attratto al punto che il suo interesse , più che per i dati naturalistici, è tutto per i nuovi componenti della realtà moderna, le macchine, le modernità che ormai fanno le città diverse dal passato e soprattutto l’automobile, il nuovo mito nascente. Una pura fisicità metallica sembra così sostituirsi ai sentimenti. Nel poema L’Automobile di corsa, Marinetti divinizza quasi l’automobile da corsa, emblema-mostro rombante della velocità: “… Più veloce! … ancora più veloce … E senza sosta, e senza riposo! Lasciate i freni! … non potete? … Rompeteli allora! Che il polso del motore centuplichi i suoi slanci. Hourrah! Più contatto con la terra immonda!… io mi distacco, alfine, e volo in agilità sulla inebriante pienezza degli Astri che scorrono nel grande letto del cielo!”
Testimonianza di tale esaltazione del mezzo e con esso della velocità e del vitalismo è il componimento Alla figlia, che si chiama Luce, in cui il poeta descrive , nel giorno del suo ventesimo compleanno, la sua nascita e la sua culla che “corre come un automobile verso la luce”, simbolo , par di capire , di un futuro luminoso e di un avvenire radioso che aspetta la piccola.
L’ accostamento culla- automobile è un chiaro esempio di cosa Marinetti intendesse quando parlava di analogie senza fili, cioè di legami associativi tra due concetti o due oggetti, che, se sono chiari al poeta, però si rivelano spesso di difficile comprensione per il lettore.
Nell’immaginario poetico il paesaggio pare perdere la sua connotazione naturalistica e farsi paesaggio tecnologico, dove l’automobile simboleggia l’idea di bellezza del movimento futurista e cioè la bellezza della velocità, e dove l’accenno alle armi ed alle mitragliatrici vuole essere l’immagine della esaltazione futurista dell’ardimento individuale, della guerra e del militarismo.
L’adesione esaltante ai nuovi principi chiave della vita moderna: la dinamica della violenza e del rischio, la bellezza della velocità, la volontà di contestazione globale nei confronti di un inerte passato, ispira ed anima la poesia di Marinetti ed ecco le liriche dedicate alle grandi città, all’elettricità, al carbone, alla guerra come esplicazione dell’energia vitale dell’uomo potenziata dalle macchine.
Marinetti pone così le basi di quel Manifesto tecnico della letteratura futurista che fissa le nuove regole a cui la poesia è ormai chiamata ad adeguarsi: la distruzione della sintassi, il verbo all’infinito, l’abolizione dell’aggettivo e della punteggiatura, il potenziamento massimo della rete analogica, volta a cogliere la realtà degli oggetti e dei fenomeni, e a tradurre nei fulminei trapassi della immaginazione senza fili non più la ormai ritenuta antiquata psicologia dell’io, quanto l’ossessione della materia.
Nel Manifesto La poesia dei tecnicismi Marinetti scrive: “ compito della poesia e delle arti è sempre quello di idealizzare l’universo, verbalizzandone, riplasmandone, e sonorizzandone i pensieri, le forme, i colori, i suoni, i rumori, i profumi e i tattilismi”. E più dettagliatamente scrive: “ Vogliamo direttamente scavare ogni lavoro nella sua tipica tecnica e nella sua tipica produttività, per estrarne i brividi della poesia”.
Sono affermazioni che se da un lato rendono evidente che l’elemento fondamentale della esperienza estetica creativa è la trasfigurazione, dall’altro mettono in risalto che sfugge a Marinetti che la creazione poetica e il rinnovamento dell’arte non possono venire dall’esterno, bensì dall’interno, nell’ordine dello spirito.
E’ di tutta evidenza che in Marinetti l’ideologia sovrasta l’esemplare umano, che è negato alla virtù, alla carità, alla pietà.
E seppure ha slanci di ardore patriottico , di tenerezza paterna, di cortesia e di generosità umana, è però sempre prevalente l’esaltazione delle energie creatrici dell’uomo più che la morale evangelica dell’amore.
Si legge nell’opera del 1940 Il poema non umano dei tecnicismi, che raccoglie una serie di componimenti che si ispirano a forme ed innovazioni della scienza e della tecnica più moderne: “ mentre tutti i poeti della terra continuano più o meno a tornire e impreziosire nostalgie e disperazioni sui versi di Leopardi, Baudelaire o Mallarmé da molti anni il Movimento Futurista Italiano esalta nei suoi poeti e nei suoi artisti la speranza di creare una poesia e delle arti Non Umane, cioè estranee alla umanità mediante una sistematica estrazione di nuovi splendori e nuove musiche dai tecnicismi della civiltà meccanica”.
Il contenuto del componimento L’Aviatore futurista parla con suo padre, il Vulcano rivela il pensiero del Fondatore del movimento futurista ed esprime appieno l’ansia dell’uomo nuovo di liberarsi dal contesto, dalla prigionia terrestre, unitamente all’ardimento festoso della liberazione.
Non si può da tutto ciò, non dire, allora, che Marinetti, nell’esprimere l’ansia dell’uomo nuovo, del futurista, ardimentoso, invincibile, portato in alto, fuori dall’ordine costituito, dal suo animo forte, che non conosce rischi, è l’espressione per antonomasia del suo tempo, rappresentante l’immagine – simbolo della crisi spirituale del mondo contemporaneo.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

POESIA FRA DUE SECOLI TRA INNOVAZIONE E TRADIZIONE (di Eduardo Terrana)

Foto Pixabay

POESIA FRA DUE SECOLI TRA INNOVAZIONE E TRADIZIONE

di Eduardo Terrana

La ribalta poetica tra il finire dell’800 e l’inizio del ‘900, spesso ingiustamente poco considerata, presenta diversi poeti, relativamente definibili minori, che si muovono liricamente tra innovazione e tradizione.
La poesia fra i due secoli, avverte, infatti, da un lato la suggestione del decadentismo, lasciandosi prendere dalla folgorante capacità simbolista dell’intuizione di cogliere l’essenza delle cose in cui l’intera realtà si configura: è il caso di Giovanni Bertacchi, Enrico Thovez, Pietro Mastri, ma dall’altro l’apertura al nuovo non viene avvertita da tutti, come esigenza e come stimolo, anzi si registra in qualcuno un persistere neoclassico-parnassiano: Francesco Pastonghi , ed in qualcun altro addirittura l’ispirazione poetica si connota di un delicato neoromanticismo: Luisa Giaconi. In altri ancora la poesia è vissuta contemporaneamente con la sensibilità della tradizione e la curiosità del rinnovamento: Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Gian Pietro Lucini.
Tra i poeti più significativi di questo periodo ricordiamo Domenico Gnoli, Angiolo Silvio Novaro, Giovanni Cena, Luisa Giaconi, Ada Negri, Carlo Michelstaedter, Francesco Pastonghi.
Sono liriche, freschissime e modernissime di forme e di spirito, quelle del romano Domenico Gnoli, nato nel 1838 e vissuto a Roma, dove muore nel 1915.
Fervido e ardito, Gnoli è un innovatore che avverte forte il bisogno di aprirsi al nuovo e di reagire ad una tradizione poetica , a suo avviso, stanca ed inaridita.
La sua poesia è un incitamento “ ad aprire i vetri “ e a rinnovare “l’aria chiusa “, come egli scrive, con la chiara allusione al rinnovo della poesia sia sul piano dei contenuti che delle strutture metriche e ritmiche, ormai antiquate e non più rispondenti alle istanze ed alle esigenze dell’uomo che pone il nuovo secolo, il XX °, che va a cominciare la sua avventura storica ed umana. L’ansia del nuovo è tutta espressa nella poesia “Apriamo i vetri”, in cui lo Gnoli, accennando alla “Musa” che “giace anemica sul giaciglio dei vecchi metri”, evidenzia la nuova poetica che chiedeva “ la condanna assoluta, implacabile, di ogni forma di arte esteriore, premeditata, voluta”, e “una nuova poesia più consentanea al presente suo essere”, capace dunque “ di esprimere una nuova coscienza”, più aderente alle esigenze del presente e più rispondente alla nuova situazione umana.
Persona discreta, poeta sensibile, Gnoli non rinuncia ad esprimere nella poesia il suo mondo più intimo e sofferto, ma lo fa con estrema riservatezza, tentando di nascondere il suo io più nascosto e segreto, perciò pubblica le sue creazioni non con il proprio nome, ma servendosi di pseudonimi . Così sarà Dario Gaddi nella pubblicazione della prima silloge “ Versi”, del 1871, e Giulio Orsini nella raccolta “ Fra terre ed astri”, del 1904, in cui si nota una lontana eco tardo romantica, accostabile agli influssi del nuovo decadentismo pascoliano e dannunziano, che a tratti assume connotazioni crepuscolari.
Angiolo Silvio Novaro, nato a Diano Marina in Liguria nel 1866 e morto nel 1938.
Scrive di lui il Pellizzi, un critico contemporaneo, dopo la lettura dei versi delle sue raccolte “La casa del Signore” e ”Il cestello” , del 1905: ” anche quando con intenzione candidissima Egli dice di poetare per i fanciulli, l’animo suo si aggira in una atmosfera solenne e dolce insieme: senti in lui un’anima che si invigila, una coscienza morale occhiuta, non mai distratta, assieme all’amore per la limpida espressione, per la rima tersa…Anche in lui c’è un poco del Fanciullino del Pascoli ma gli manca quell’alone epico e passionale, quella piena atmosfera musicale, che fanno del Pascoli un poeta di insopprimibile evidenza ”. La prima produzione poetica di Angiolo Silvio Novaro risente di una forte influenza dannunziana, di cui però presto se ne libera per dare sfogo ad una sensibilità orientata già in senso spiritualistico- decadente, presente nella raccolta poetica: “Il cuore nascosto”, del 1920 . Il fatto che più incise nella vita dell’uomo e del poeta Angiolo Silvio Novaro fu la perdita, nella prima guerra mondiale, dell’unico figlio Jacopo, per il quale nel 1919 scriverà le prose de “Il fabbro armonioso”, pagine toccanti di rievocazione e di memoria del figlio perduto. Le poesie più fresche, genuine, toccanti, di Angiolo Silvio Novaro sono comunque da ricercare nella silloge “ Il cuore nascosto” dove il canto risorge dal nostalgico vagheggiamento di occasioni felici ormai lontane nel tempo ma non nel ricordo e nel cuore del poeta.
Nella lirica “La casa delle farfalle”, la presenza delle farfalle, nella trama rievocativa, assume una intensità simbolica che ne accresce la tensione.
Nella poesia “Quando il sole va sotto” il poeta ci offre l’immagine incantata di un crepuscolo che ha una levità di fiaba. L’ora lo persuade alla meditazione sul valore delle fatiche e degli affetti umani e riaffiora il ricordo delle persone care che non sono più. Si fa allora pesante l’angoscia della solitudine, che prende inesorabile, annienta il fisico e lo spirito e muove al pianto.
Giovanni Cena, nato a Montanaro Canavese, Torino, nel 1870 e morto a Roma nel 1917, si rivelò col poemetto “ Madre”, 1892, in cui le lacrime si sciolgono in un rivolo di vera e umana poesia , che nel dolore degli umili troverà momenti di ispirazione sincera, di cui è testimonianza la sua seconda raccolta “In Umbria”.
Scrittore e poeta Cena fu anche un promotore instancabile di istituzioni volte all’educazione degli umili, dei più miseri braccianti di campagna, soprattutto in quelle realtà paludose in cui si tentava di vincere le ostilità della natura con la paziente bonifica .Svolse pertanto la sua benemerita opera contro l’analfabetismo nell’Agro Romano e nelle Paludi Pontine, aprendo scuole, asili e promuovendo l’assistenza dei fanciulli.
Col trascorrere degli anni l’opera di educatore e l’impegno sociale di riscattare il bracciantato delle campagne ad un livello di umana coscienza e dignità, presero il sopravvento sull’amore per la poesia.
Espressione di un pathos intrinseco di una sofferta esperienza umana è la lirica “Piccola bara” dal contenuto semplice ma comunque toccante.
Un marinaio, in riva al mare, porta verso il cimitero , sotto il braccio sinistro , pietosamente ,una piccola bara .
Il silenzio che accompagna il momento è rotto dal frangersi monotono delle onde del mare che suonano una triste musicale nenia d’addio.
Luisa Giaconi , nata a Firenze nel 1870 e morta, giovanissima, nel 1908 . La sua poesia rappresenta un momento elevato della letteratura italiana sviluppatasi nei primissimi anni del ‘900. Il suo nome si lega a un esile volume di versi la “Tebaide” pubblicato postumo in due edizioni nel 1909 e nel 1912. Sono in tutto 44 poesie che collocano la Giaconi tra le più significative ed originali espressioni del simbolismo italiano in ambito femminile. Tra le sue opere anche “Dalla mia notte lontana”, del 2001 e “Le poesie, le lettere, gli inediti”, del 2009.
La poesia della Giaconi esprime una sensibilità tormentosa, resa con eleganza e musicalità, i cui punti di riferimento sono Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio e, in ambito internazionale, i poeti preraffaelliti, parnassiani e decadenti. Sono poesie da cui emergono, come scrive Dino Campana: “sogni meravigliosi”, “scorci di terra”, “oasi immense”, le cui tematiche sono costituite, dalla contrapposizione fra realtà e sogno, dal desiderio di infinito, dalla trasformazione misterica degli elementi naturali come il vento, dalla presenza della morte quale suggestione inquietante nel quotidiano, oltre che passaggio verso una realtà superiore.
Una delle sue liriche più belle è senza dubbio “ Il Vento” in cui la notte è immagine di quel “nulla eterno” in cui si dissolve la realtà, poiché tutto è sogno, tutto è “sconfinata vanità che illude”.
ADA NEGRI, nata a Lodi nel 1870 e morta a Milano nel 1945.
La sua è una poesia che rispecchia le sue origini travagliate e lascia trasparire una ispirazione dolorosa.
Di intensa femminilità, vigorosa e combattiva, Ada Negri tenta , con slancio generoso e con fermi propositi ,la poesia sociale ed umanitaria, ma riesce assai meglio quando canta le intense vigilie, le angosce e le audaci speranze della giovinezza: “Fatalità” (1892), “Tempeste” (1894), o quando si culla e si chiude nel suo sogno di madre: “Maternità “ (1904).
La sua ispirazione attinge quasi sempre a profondi lieviti spirituali e morali, a sollecitazioni concrete della natura e della realtà.
Così in “Vertigine” la poetessa si immagina mentre scende da una strada scoscesa di Napoli. Ad un tratto è colta da vertigine ed ha l’impressione che tutto intorno si muova con lei, quando all’improvviso si aprono delle voragini e lei vi precipita dentro.
Grida, ma il suo non è un grido di disperazione bensì di gioia, perché nel fondo dell’abisso l’attende l’abbraccio pietoso di Dio.
Nella lirica “Ritorno per il dolce Natale”, che, come “Vertigine”, fa parte anch’essa dei “Carmi dell’isola”, si rileva un pathos delicato,intenso, incisivo.
E’ natale, la festa più bella, più sagra della cristianità. Una madre si appresta all’intimità della festa familiare che però registra l’assenza del figlio morto in guerra. Ma il soldato morto è comunque presente nella memoria della madre che , lasciato socchiusa la porta “ Del ricordo, del cuore” è l’ unica a vederlo presente, “ nel cerchio della famiglia pallida e muta “, e avvia con lui un umanissimo dialogo sul calvario della guerra che tutti subiscono e soffrono in silenzio.
La componente d’ordine spirituale e cristiano emerge nella raccolta “Pensiero d’autunno ( in Vespertina )” in cui, secondo Frattini-Tuscano, “ nella trasparente naturalezza della immedesimazione analogica s’incarna il più genuino anelito a una comunione trasfigurante in quel DIO che, padre di tutte le creature, le si rivela come nuovo sicuro approdo alla sua inesausta ansia d’amore e di luce “.
L’esperienza poetica di Carlo Michelstaedter, nato a Gorizia nel 1887 e morto a soli 23 anni nel 1910, è di brevissima durata.
La sua è una poesia di pensiero che spicca per profondità ed intensità . Una poesia che nasce da una lacerante inquietudine interiore per il senso della vita che è sempre sfuggente e per quel senso dell’uomo sempre votato alla rinuncia.
Nella lirica “Risveglio” emerge il senso disperato dell’esistenza di questo giovanissimo poeta-filosofo suicida.
Il desiderio di verità, il senso della morte come liberazione , ricercate e vissute in una equilibrata evocazione idilliaca e sofferta meditazione, fanno di Michelstaedter , poeta, un antesignano dell’esistenzialismo novecentesco.
Concludiamo questa rassegna sui poeti fra i due secoli, con Francesco Pastonghi,
nato nel 1877 e morto nel 1953, del quale Frattini-Tuscano evidenzia la “ figura di poeta-artista in cui si registra il lento moto di trapasso fra la tradizione tardo-ottocentesca e la più sottile e raffinata sensibilità che caratterizza la nuova letteratura fra gusto liberty ed estetismo dannunziano, eleganze parnassiane ed intimismo decadente.”
Pastonghi oltre che poeta fu scrittore assai fecondo e si cimentò con la narrativa e col teatro.
In poesia ricordiamo la silloge di sonetti “Belfonte”, di ispirazione amorosa, e le odi e canzoni raccolte in “Italiche”, entrambe del 1903.
Un’aura di serena malinconia, coerente con la sua visione di una poesia come dono di bellezza, virtù e grazia necessaria alla vocazione civile dell’uomo, aleggia nelle ultime composizioni della raccolta “Endecasillabi ” del 1949, dove sono estranei le inquietudini più drammatiche dell’umanità da poco uscita dall’immane tragedia di una guerra mondiale.
La poesia per Pastonghi è umiltà , bontà, amore. Il poeta deve sapere essere un “mendico più di ogni altro mendico”, e non possedere altro che amore e soprattutto deve saper far tenere sempre viva nell’animo la fede nei propri ideali.
Il suo canto deve essere puro e semplice, come il canto dell’usignolo nel mese di maggio. E’ bello gustare l’ultimo Pastonghi, quello degli Endecasillabi, nella lirica “Abbiamo staccato i cavalli” dove l’ansia di evasione, soffusa di una virile malinconia, si incarna in accese figurazioni simboliche.
Ma ormai avanza il nuovo espresso dalla poetica riformatrice del futurismo, il movimento di avanguardia letteraria e artistica di Filippo Tommasi Marinetti, che lentamente prenderà il campo.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere Internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

Il poeta Giovanni Malambrì e le sue radici unite alla irrinunciabile “messinesità” (a cura di Sabrina Santamaria)

Il poeta Giovanni Malambrì e le sue radici unite alla irrinunciabile “messinesità”
(a cura di Sabrina Santamaria)

Giovanni Malambrì

Note biografiche di Giovanni Malambrì

Giovanni Malambrì è ragioniere, funzionario di banca in quiescenza. Ha ripreso a scrivere poesie, in dialetto messinese e in lingua italiana, dal Novembre 2013 ha ottenuto numerosi ottenuti tra i quali: 1 Posto vincitore Medaglia d’Oro alla XXXVI ed. Premio Int. Le di Poesia per la Pace Universale “Frate Ilaro del Corvo” nella Sez. Poesia in Lingua Italiana; 4 posto alla X Ed del Premio letterario Int. Le Città di Cattolica “Pegasus Cattolica Oscar della Letteratura Italiana” nella Sez. Opere inedite di poesia in lingua italiana; Vincitore Assoluto del II Memorial GP Accardo-Partanna (TP) ottenendo il primo posto in lingua, secondo posto in Vernacolo, primo Posto alla III Ed. Concorso di Poesia “Una lirica per l’anima”- Caiazzo-Caserta e II Posto al Concorso Int. le di Poesia e Letteratura “De Finibus Terrae”. Nell’arco del 2019 ha vinto più di duecento premi in Sicilia e in diverse regioni italiane. “Accademico” dell’Accademia di Sicilia, per meriti artistici-letterari e accademico dell’ “Accademia Int. Il Convivio”, per meriti artistici. “Pioniere della Cultura” per la Sezione Lettere dalla International Vesuvian Accademy Napoli-Palermo. Nominato Socio Onorario del Versilia Club e l’Accademia Mediterranea Mare Nostrum Roma- Messina gli ha conferito il Premio Speciale per la Salvaguardia e la Valorizzazione della Lingua Dialettale Siciliana. Insignito del titolo: “Poeta della Città Ideale” dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi” – Ameglia (SP).

Uno stile unico conforme al sentire del poeta
Giovanni Malambrì è un poeta messinese innamorato delle sue radici e della sua città, si esprime con genuinità e spontaneità. Egli adopera uno stile eterogeneo sia per quanto riguardano le tematiche trattate sia per il suo genere poetico, infatti ogni suo testo sprigiona unicità e originalità perché i suoi versi sono intimamente consoni al suo sentire; la sua ultima pubblicazione “Frutti misti…” (Billeci edizioni) è il crogiolo in divenire che marca il percorso in fieri della precoce e rapida crescita letteraria del poeta Giovanni Malambrì.

Sabrina Santamaria

Intervista a Giovanni Malambrì

S.S: L’ispirazione del titolo “Frutti misti…” da quale spunto ti è sorta?

G.M: Nasce letteralmente, dal susseguirsi delle opere “miste”, scritte in dialetto messinese e in lingua italiana, pubblicate.
Poi è chiaramente metaforico, associo spesso espressioni tra parole riferite a sfere sensoriali diverse.
L’immagine in copertina è un quadro (opera del bravissimo “Maestro” Tanino Bruschetta), che mostra in bella evidenza arance, limoni e fichidindia, prodotti della nostra terra incastonati sullo sfondo del panorama dello stretto, macchie di colori ed immagini che fanno compagnia sempre, a tutte le mie opere.
L’attaccamento alle mie radici, alla mia terra , la mia “messinesità” non è un mistero per alcuno, l’ho sempre portata nel mondo, in ogni occasione della mia vita.

S.S: Nel momento in cui i tuoi versi divengono poesia quale sentiero nascosto percorre la tua mente?

G.M: Premetto che non ho uno stile poetico di riferimento infatti “ Io, sono io. ” e credetemi non è un narcisismo, ma è il mio modo di essere sempre stato, uno spirito libero, libero da tutto, lacci, laccioli o dipendenze non mi sono mai appartenuti. Nel rispetto di tutti e ci mancherebbe, io do rispetto, ma lo pretendo, l’ho sempre fatto nella mia vita. Scrivo di tutto, nel modo più semplice e diretto possibile, dei ricordi di una vita del cappero, il presepe, farfalle, una perla che nasce, i panorami della mia terra, del mio mare, della mia città della mia vita, di amore, di violenza di genere e anche di fatti di cronaca. Mi esalto nella immediatezza dei sentimenti semplici e penso di essere riuscito a conseguire una felice osmosi tra parola scritta ed elaborazione grafica.
Il mio desiderio è che i miei versi raggiungano l’animo del lettore, ma soprattutto i giovani, che sono “distanti” da quest’arte, vorrei farli innamorare della poesia, come valore aggiunto alle loro forme di espressione, in modo particolare, della nostra lingua, la parlata dialettale messinese.

S.S: Ami definirti “poeta”?

G.M: Assolutamente, NO ! Sono gli altri che mi hanno definito tale, certo sentirmi considerare “sinceramente” un Poeta, mi inorgoglisce, ma non mi sentirete dire mai nel presentarmi: “io sono il poeta…” come qualcuno, purtroppo “ a p p a n n a to ”, (da intendersi, come poco lucido o come prodotto di pasticceria), suole fare.

S.S: Secondo te dove si interseca l’apice dell’unione poetica con la musicalità?

G.M: Ritengo sia il crocevia tra la mente ed il cuore, da cui nascono la musicalità e l’emozione e trovano terreno di espressione, molto fertile nella poesia.
Parole e musica per me sono un connubio indissolubile del mio poetare, ovviamente questo esplode in maniera esponenziale, nel mio dire poetico nella parlata dialettale messinese, che è musicale e francesizzante, così come il leccese, un linguaggio unico, infatti, nascono entrambi dalla cultura di quella che fu la felice occupazione di Federico II°.
Questo trasforma tutto in amore, immagini e profumi della mia terra in una bellissima ed esclusiva musicalità da toccare nel profondo chi si accosta con “animo puro” alla lettura delle rime , questo in ogni parte del mondo, lo dico, perché mi leggono con la nostalgia per la loro SICILIA gli emigranti, che ringrazio, che coinvolgono le sei generazioni già passate dalla fuga per fame, dalla loro amata terra, che hanno portato nel cuore ed è diventata la terra di tutti i loro discendenti.

S.S: Se dovessi tinteggiare con degli acquerelli i chiaroscuri delle tue rime che genere di schizzo verrebbe alla luce?

G.M: Di tutto, basta leggermi, i miei versi si tingono di una messinesità dalle tinte forti, dalla sinfonia dolce che mi riferiscono, sia i critici e sia i lettori, si sentono trasportare da rime coinvolgenti e ispirate ed è facilissimo capire il messaggio che trasuda dalle mie liriche, e cerco di essere comunicativo al massimo. I miei scritti nascono come espressione libera di sentimenti e stati d’animo vissuti. La nostra vita è costellata da momenti particolari in cui si crede di perdersi e di non ritrovarsi, altri in cui si rinasce di nuovo, riscoprendo ciò che i nostri occhi non erano riusciti a vedere, ad andare oltre. L’amore è la tematica dominante, la ricerca di risposte, di se stessi, l’allontanamento di ciò che si teme e il desiderio di ciò che si brama. Le poesie sono specchi della mia anima, frammenti di vita che mostro. Ad affermare che la poesia è il respiro dell’anima non ci si sbaglia.

S.S: Dopo aver declamato una tua poesia ti è mai capitato sentirti pienamente realizzato?

G.M: Realizzato mai. Però onestamente, quando le declamo cerco di dare il massimo per trasmettere il mio pensiero. Invece, quando sento degli attori e/o declamatori, che recitano le mie Poesie, resto incantato e spesso mi commuovo per quello che mi arriva dentro e ciò mi dà una ulteriore spinta a proseguire e dare sempre il meglio possibile della mia espressione in versi.

S.S: Quante essenze spirituali attribuisci alla letteratura?

G.M: Poesia è commozione, che a mio avviso, nasce da riflessione, da aspirazioni, da sofferenza interiore da esplosioni d’amore sia spirituale che materiale, e poi per me anche dalla fede. Tutto questo, mi fa sentire, sensibilmente, il ritmo del Creato e gli impulsi di una Essenza che non è fisica ma mistica. La mia poetica, specie quella a tema religioso, ma anche tutti gli altri temi, è sempre alimentata dalla visione di cose semplici, al di là delle quali sento la presenza del divino, e cerco di trasmetterla.

S.S: La poesia in vernacolo quante potenzialità possiede?

G.M: Ne ha illimitate, ma deve tornare ad essere insegnato nelle scuole per come hanno detto che sarebbe stato, è necessaria istituzionalmente la “ riabilitazione letteraria ” del dialetto. In quanto è cultura è arte e soprattutto “radici”, non bisogna vergognarsi di parlarlo, io mi diverto ad utilizzarlo nella mia parlata o ad intercalarne i termini nell’italiano, ti assicuro che il discorso spesso arriva in modo semplice, diretto e quando serve anche efficace. Dante venne in Sicilia per studiare il nostro linguaggio, per cercare di capire i nostri termini, e molte delle nostre frasi idiomatiche, che con una sola parola sintetizzano un discorso, non riuscì manco a tradurli in toscano. Oggi il dialetto lo si usa scritto solamente in poesia o nei racconti, lo si parla sempre meno e soprattutto lo si italianizza. Tanti che dicono di scrivere in dialetto, non ne conoscono né la grammatica né i veri lemmi del dialetto, e questo è gravissimo, ma anche molti di quelli che chi giudicano, nei tanti concorsi non sono esenti da queste carenze…e sai come giudicano? leggendo la traduzione in italiano, siamo al Top.

S.S: Quali sono i tuoi futuri progetti letterari e artistici?

G.M: Mi stai chiedendo cosa voglio fare da grande? Ma io sono già grande, per l’età. Passami la battuta.
Ti rispondo che quello che faccio nell’immediato, per come ho già detto prima lo porto avanti per il piacere di farlo e perché mi viene spontaneo eseguirlo. Poi sai, l’ho sempre detto, per me la poesia è una scala senza fine, quando pensi di arrivare, trovi altre scale davanti, e che fai? Ti fermi? Mai guardare indietro e allora bisogna proseguire nel cammino.
Mi domandi di futuri progetti letterari e artistici, ecco posso dirti con sincerità, che una cosa veramente importante a cui sto lavorando da mesi, c’è. Ci vorrà ancora tempo per finirla, ma con la grazia di Dio arriverò a completarla, i critici e gli esperti del settore mi spingono e mi confortano dicendomi di andare avanti nel progetto, in quanto di una bellezza unica, valido e di grande interesse.
Ritengo, che bisogna avere il cuore pieno di gioia per poter donare agli altri “bellezza”. Se non si è in pace con se stessi, non si può dare nulla a nessuno. Se doni il bello, il buono, questo resiste ad ogni tempesta, perché resta per sempre nell’animo di chi li riceve, ed il bello, il bene, il buono che si fa e si dona nella vita, posso garantirlo, ha sempre un ” effetto domino”, tende ad unire e non a disgregare e distruggere.

Ti ringrazio di cuore per le domande che mi hai posto, da brava giornalista e critica letteraria quale tu sei e che sinceramente apprezzo;
Spero di essere stato capace di esprimere bene, ciò che volevi sapere. Ti garantisco che quanto dichiarato corrisponde al mio “pensiero” in tutto e che non cambierei una virgola di quanto detto, in quanto dichiarato con tutta la mia “Onestà Intellettuale”.

Messina, 20 Dicembre 2019
Giovanni Malambrì
Intervista rilasciata dal poeta Giovanni Malambrì a Sabrina Santamaria

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