POETI E SCRITTORI DELLA GRANDE GUERRA (di Eduardo Terrana)

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POETI E SCRITTORI DELLA GRANDE GUERRA
(di Eduardo Terrana)

È tema di dibattito se la letteratura negli anni della grande guerra abbia espresso poeti di qualità e capolavori di valore. Basterebbe citare un nome su tutti: Gabriele d’Annunzio, per sfatare ogni dubbio e tacitare ogni scetticismo.
Tratteremo della poesia del “Vate d’Italia” in altra sede con l’attenzione ed il riguardo che merita.
Qui ci soffermeremo a ricordare i poeti e gli scrittori della grande guerra, che indubbiamente subirono il fascino letterario del poeta soldato d’Annunzio, del quale furono grandi estimatori, ma che seppero, comunque, esprimere una poesia ed una prosa originale di non secondaria importanza.
Contrariamente a quanto si possa pensare non sono pochi e tutti impegnati a tradurre l’esperienza morale e politica della guerra in un sentimento cosciente e deciso di “nazione”, da interpretare nell’accezione più solidale e responsabile verso il passato e l’avvenire del loro Paese.
Un filo comune intreccia le opere letterarie di questi autori, da vedere non come mere espressioni personalistiche o semplici diari narrativi o meditativi sugli avvenimenti bellici, ma come opere intessute di un sentire nazionale, avvertito come sacro patrimonio comune.
Soffermiamo, allora, la nostra attenzione sulle identità letterarie di: Vittorio Locchi, Renato Serra, Giosuè Borsi, Scipio Slataper, i poeti e scrittori che lasciarono la loro giovane vita nelle trincee e sui campi di battaglia, affidando alla memoria dei posteri l’immortalità dei loro versi e dei loro scritti di esaltazione o di condanna della guerra. Ricordiamo anche Arturo Stanghellini, sopravvissuto alla guerra, di cui, però, fu un apprezzato diarista, attento e fedele.
Vittorio Locchi nasce l’8 marzo 1889 a Figline Valdarno, vicino a Firenze. Muore il 15 febbraio 1919 nel naufragio del piroscafo italiano “Minas”, al largo del capo Matapan.
Cresciuto di fatto senza padre, morto in una rissa tre mesi prima della sua nascita, cresce con la madre Maria e il fratello. Si merita la stima del suo professore di italiano delle medie, che lo indirizza alla frequenza del liceo classico e a continuare gli studi, ma la madre lo obbliga a intraprendere gli studi tecnici. Da studente di ragioneria entra in contatto con gli ideali nazionalisti dell’epoca e lavora come giornalista presso la redazione de “L’Idea studentesca”.
Frequenta a Venezia, all’Università Ca’ Foscari, i corsi di lingua e letteratura straniera. Nel periodo è cofondatore de “La Tavolissima”, un cenacolo di amanti di arti figurative e letteratura.
A Venezia compone moltissime opere drammatiche come la commedia “La notte di Natale”, il dramma medievale “L’uragano”, la sua prima raccolta in versi intitolata “Le canzoni del Giacchio” e “La sveglia” di intonazione carducciana, che ottennero tutte un’ottima critica. Il suo nome resta legato però a “La sagra di Santa Gorizia”, scritta in trincea il 9 agosto 1916, dopo la conquista della città, dove celebra il valore e la morte dei Fanti italiani, che conquistarono Gorizia in nome dell’Unità d’Italia, e il sacrificio e la gloria del popolo italiano, visto come l’eroe senza nome né volto che avrebbe portato l’Italia alla Vittoria. Opera che gli valse gli elogi della critica del tempo, ma che non ebbe poi, col trascorrere degli anni, l’attenzione celebrativa che meritava, nonostante la pubblicazione di Ettore Gozzani nella collana “I Gioielli dell’Eroica”.
Parole semplici, scritte senza enfasi, intrise di umiltà, ma colme di grande fervore patriottico, quelle de “La Sagra di Santa Gorizia”, stimata una delle più belle opere poetiche del Novecento, in cui l’Autore rivela il senso buono, mite, infantile della sua anima, come di chi rimane estasiato di fronte alla verità del miracolo della avvenuta conquista di Gorizia.
Renato Serra, nasce a Cesena, il 5 dicembre 1884, muore al fronte, nella trincea del Podgora, il 20 luglio del 1915.
Scrittore e critico eccellente delle lettere moderne, sa avvertire la bellezza di un verso, di un suono, di una rima, che lo lasciano estasiato quando non gli suggeriscono la creazione di nuove parole e pagine di bellezza.
Si ritrova traccia della sua cultura e della sensibilità poetica del suo animo e del suo garbato pensiero nelle opere: “Scritti critici”, del 1910; “Le lettere”, del 1914.
Serra lascia però memoria della sua erudizione anche in volumi di saggi da cui traspare, in tutta la sua freschezza, lo stato d’animo della sua generazione, che senza remora alcuna si gettò nel conflitto mondiale, sostenuta dalla convinzione di una giusta causa e di un sacro impegno. Per averne il senso basti la citazione di questa riflessione: “ Hanno detto che l’Italia può riparare, se anche manchi questa occasione che le è data, la potrà ritrovare. Ma noi, come ripareremo? Invecchieremo falliti. Saremo la gente che ha fallito il suo destino.. Nessuno ce lo dirà, e noi lo sapremo; ci parrà d’averlo scordato, e lo sentiremo sempre; non si scorda il destino.”
Rivelatore di questo stato d’animo è in particolare il testo del 1915: “L’Esame di coscienza di un letterato”, pubblicato su “La Voce”, dove Serra sfoga il sentimento di frustrazione della sua generazione, restia ad accettare l’idea di una partecipazione più attiva alla vita ed alla guerra, e chiusa invece in un mondo di pura bellezza fine a se stessa. Serra però, in controtendenza, sente di dovere aderire all’evento bellico per ritrovarsi immerso, tra tanti altri in trincea, nell’umanità dei propri simili.
Giosuè Borsi, nasce a Livorno il 1º giugno 1888, muore al fronte il 10 novembre 1915. Si dedicò giovanissimo al culto delle lettere. Ci restano le sue opere: “I colloqui scritti al fronte”, e “ Lettere dal fronte “ , entrambe del 1915, che sono palpitanti testimonianze della sua fede sincera, del suo misticismo, delle sue nobilissime idealità.
In un articolo d’archivio il saggista Francesco Lamendola scrive di questo giovane poeta : “… morire a 20 anni con il libro di Dante nella tasca davanti al cielo azzurro! Il grande dimenticato della letteratura italiana meglio: il grande assente perché più che dimenticato in effetti non è mai stato presente.”
Proprio così! Borsi non è stato per la critica un poeta da stimare tra le figure più rappresentative della letteratura contemporanea, non almeno nella misura in cui è possibile vedere i sogni e le illusioni, le speranze e gli ideali di una intera generazione di intellettuali, alla ricerca di un significato nobile ed elevato da attribuire alla vita e di una ragione per cui valesse degnamente la pena di morire, che egli, mirabilmente, interpreta e rappresenta.
Da giovane irreligioso ed anticlericale, qual era, si converte al cattolicesimo e diventa terziario francescano, mutando anche atteggiamento nei confronti della donna, la cui immagine ideale trasfigurò di luce e di bellezza i suoi ultimi anni. Testimonianza di questa conversione sarà il suo libro “ Confessioni a Giulia”, che dedica alla sua ideale Beatrice, in cui, stilnovisticamente, esprime rispetto e ammirazione per la donna e consapevolezza della serietà della vita, rivelando una sensibilità genuina e cristiana aperta al mistero e all’incanto dell’esistenza.
Un libro che commuove e che, per freschezza e sensibilità poetica, merita la lettura.
Borsi non ha paura della morte. Forte della sua fede pensa che se questa gli venisse incontro sarebbe il suo un bel morire e un ben concludere la sua vita.
Un credo che attesta lo spessore umano di questo giovane poeta, amante della poesia di Dante ed appassionato del Manzoni, del quale la breve meteora della poesia si spegne nel cielo infuocato della Prima guerra mondiale, nella dolina carsica che ne conserva la memoria.
Scipio Slataper, nasce a Trieste il 4 luglio 1888 , muore a Gorizia, sul Podgora, il 3 dicembre del 1915. Comincia giovanissimo a collaborare con assiduità alla rivista “La Voce”, fondata da Giuseppe Prezzolini, pubblicando numerosi articoli, poi raccolti sotto il titolo “ Le Lettere triestine”, dove analizza, molto criticamente, la situazione culturale della Trieste dell’epoca. La sua opera più rappresentativa però resta “ Il mio Carso”, del 1912, che è da apprezzare come sua autobiografia in cui lo scrittore ci da testimonianza del cammino percorso, dalla esaltazione dell’io alla crisi vissuta per il suicidio della donna amata, Anna Pulitzer, rivelandoci gli impeti lirici e i bruschi passaggi della sua coscienza in travaglio, rivolta ad affrontare e risolvere, con un rigore morale più profondo, i problemi della vita.
Arturo Stanghellini, nasce a Pistoia il 2 marzo 1887, e muore nella sua città natia il 28 giugno 1948. E’ uno scrittore che si è guadagnato un posto singolare nella nostra letteratura contemporanea con il suo diario di guerra “ Introduzione alla vita mediocre”, del 1921.
Il libro di Stanghellini è la confessione autobiografica da un lato della tragica esperienza bellica vissuta dallo scrittore tra il 1916 e il 1918, sul Carso, tra il fango e il fetore dei cadaveri, e dall’altro delle amare riflessioni di avere bruciato in quella terribile, seppure eroica, esperienza tutte le migliori attese e speranze dell’esistenza.
Un libro stimato tra i più importanti nati dall’esperienza della guerra perché liricamente racconta della vita e delle vicende umane degli uomini in trincea, ma anche descrive il ritorno a casa del reduce, tutt’altro che sereno per l’impossibilità di riprendere la vita di sempre e di riallacciare vecchi e nuovi legami.
Le pagine del libro lasciano emergere l’amarezza provata dal reduce che ha riposto le migliori aspettative nella ritrovata pace e che invece, precocemente invecchiato nel morale e nel fisico, si ritrova a vivere una vita niente altro che mediocre, che, più che proiettare verso un futuro di rinascita, spinge a ricercare l’orgoglio eroico del passato, nel vano tentativo di non ripiegare sulla propria interiorità e di convivere con le proprie fragilità.
In tal modo Stanghellini si fa portavoce , apprezzato dalla critica contemporanea, delle istanze di una intera generazione di reduci.
I nomi che abbiamo trattato non meritano di finire nel dimenticatoio, perché nei versi e nelle pagine da loro scritte si ritrova l’anima nobile e l’eroico coraggio di quelli che seppero, nell’ora più atroce della battaglia, dare tutto di sé per la gloria della vittoria finale da dedicare alla Patria. Sono questi poeti e diaristi, eroi dimenticati, che hanno scritto pagine letterarie che meritano l’attenzione e la rivalutazione della storia e della critica.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

21-2-2020 – Giornata Mondiale del Braille. QUEI PUNTINI IN EVIDENZA CHE DIVENNERO PAROLE E NOTE (di Eduardo Terrana)

21-2-2020 – Giornata Mondiale del Braille.
QUEI PUNTINI IN EVIDENZA CHE DIVENNERO PAROLE E NOTE (di Eduardo Terrana)

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Un’idea fantastica! Sei puntini in evidenza, posti su tre linee di due punti ciascuna compresi in rettangoli di quattro millimetri per sette, e Louis Braille, non vedente, inventò il suo speciale alfabeto per ciechi, che prese il suo nome.
Grazie al nuovo metodo si apriva una nuova era per tutti i non vedenti che finalmente potevano oltre che leggere anche scrivere. Andava così definitivamente in pensione il “metodo Valentin Haüy”, sino a quel momento in uso, che consentiva al non vedente di leggere, muovendo le dita su un filo di rame posto sulle lettere, ma non di scrivere.
Il metodo Braille introduceva una novità sostanziale e rivoluzionaria con i suoi “sei puntini in evidenza” che, diversamente posizionati, consentivano di ottenere 64 combinazioni sufficienti a rappresentare lettere, segni ortografici, segni matematici e note musicali.
Per il cieco è la luce che gli consente di guadagnare spazi di autonomia ed indipendenza.
La tecnologia moderna ha poi consentito, per mezzo dei sistemi informatici e dei lettori vocali, uno sviluppo applicativo del Braille impensabile, facendo comparire i “puntini in evidenza” sulle confezioni dei medicinali, sulle monete e perfino nelle ascensori.
Il cieco finalmente può vivere una vita più normale. L’importanza dell’utilità del metodo Braille è evidente se si considera che la cecità ed i disturbi visivi sono oggi ampiamente diffusi nel mondo, soprattutto nei paesi più poveri e in via di sviluppo. Secondo l’OMS i ciechi nel mondo sono oggi 39,8 milioni mentre i soggetti affetti da deficit visivi sono 285,3 milioni.
Inoltre almeno 2,2 miliardi di persone hanno problemi alla vista o di cecità o per cause connesse alla miopia, al glaucoma, alla cataratta. Di questi almeno un miliardo presenta problemi che potrebbero essere curati, ma i soggetti hanno difficoltà finanziarie che non consentono loro l’accesso a interventi specialistici .
Tra le cause di cecità si rilevano: la cataratta per un 53% dei casi, il glaucoma per un 9%, la degenerazione maculare legata all’età per un 6%, il tracoma per un 4%, la cecità infantile per un 4% e la retinopatia diabetica per il 2%. Altre patologie oculari causano affezioni presenti per un 22%, la cui casistica evidenzia, in particolare, le patologie della trombosi venosa della retina, che può colpire un solo occhio, il diabete mellito, che può colpire entrambi gli occhi, la miopia ed il rilevamento tardivo delle patologie oculari.
La prima causa di cecità nei paesi economicamente più sviluppati risulta essere la degenerazione maculare legata all’età, seguita dal glaucoma, mentre nei paesi più poveri o ad economia arretrata e/o poco sviluppata, sono la cataratta e i vizi refrattivi non corretti, le principali cause di cecità o di affezioni visive.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, (OMS), richiama all’importanza della prevenzione in materia. Qui il discorso si fa dolente, perché le persone fanno ancora poco per proteggere la propria vista. Pertanto c’è ancora molto da fare sul piano della sensibilizzazione e della educazione visiva. La prevenzione, però, va sostenuta e raccomandata perché consente sia di trattare e bloccare prima molte cause di cecità, sia perché consente di ridurre i costi.
La cecità infatti è un onere notevole sia per chi la vive, sia per la società che ne sostiene i costi. Alle persone comporta una invalidità che impone pesanti limiti fisici, sociali, finanziari e di qualità della vita. Alla società impone pesanti oneri economici.
Preoccupa in prospettiva la previsione di crescita del fenomeno. Si stima che entro il 2050 il dato relativo ai ciechi lieviterà di tre volte tanto passando dagli attuali 39,8 milioni a 115 milioni di casi, per effetto dell’invecchiamento della popolazione, del cambiamento degli stili di vita e per l’accesso limitato alla cura degli occhi, che sono ritenute le cause di compromissione della vista più rilevanti. Analogamente è previsto un peggioramento del numero degli ipovedenti dagli attuali 285,3 milioni a 550 milioni di persone colpite.
Un dato questo non di scarso rilievo se si considera che il difetto visivo, anche se meno grave della cecità, determina comunque un peggioramento della qualità della vita. L’incidenza maggiore del fenomeno si registrerà in Asia e nell’Africa sub-sahariana, che presentano già tassi di cecità 8 volte superiori rispetto a tutti i paesi ad alto reddito.
Non è solo l’invecchiamento della popolazione, però, la causa prima della cecità. Influiscono notevolmente anche l’insufficienza degli investimenti nella terapie per prevenire l’aggravarsi del problema.
Maggiori risorse garantirebbero non solo a livello nazionale ma soprattutto internazionale, in particolare nei paesi sottosviluppati, un generale miglioramento della situazione, perché concorrerebbero a ridurre le cause della cecità e faciliterebbero l’accesso dei soggetti interessati a interventi mirati come la chirurgia della cataratta o della correzione di piccoli difetti della vista, o il semplice accesso a strumenti come gli occhiali da vista, che potrebbe ridurre una delle principali cause di problemi della vista: l’errore refrattivo non corretto.
La prevenzione, inoltre, deve essere finalizzata anche a migliorare le condizioni igieniche delle popolazioni, che da sola ridurrebbe del 4% i casi di tracoma, patologia che provoca la cicatrizzazione della cornea e che è iper endemica in molte zone rurali e povere dell’Africa, dell’Asia, dell’America latina ed endemica in altri 44 paesi.
Va comunque rilevato che passi avanti sono stati compiuti nella cura di questa patologia, che ha reso ciechi o ipovedenti un miliardo e 900 milioni di persone. Oggi il rischio di contrarre il tracoma si è notevolmente ridotto. Solo nel 2018 sono stati trattati 146.000 casi e quasi 90 milioni di persone sono state curate con antibiotici specifici.
Per arginare l’aumento della cecità nel mondo necessitano finanziamenti adeguati e interventi mirati, da destinare a un maggior accesso alle cure delle popolazioni interessate ma anche alla formazione di equipe mediche specializzate.
Almeno 14,3 miliardi di dollari necessiterebbero per la copertura degli errori di rifrazione non curati e della cataratta a livello mondiale, mentre altri sei miliardi di dollari servirebbero per la prevenzione delle menomazioni della vista.
Queste somme andrebbero rese disponibili subito per fronteggiare le emergenze in atto.
Un invito pertanto va fatto alle istituzioni nazionali ed internazionali a dare più spazio a prevenzione e riabilitazione visiva, per garantire l’accesso a cure tempestive e di qualità ai circa tre miliardi di persone afflitte da gravi problemi oculari, dei quali otto su dieci potrebbero essere evitate. Una sfida di civiltà per vederci chiaro.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

CORRADO GOVONI, UNA OSTINATA VOCAZIONE ALLA POESIA (di Eduardo Terrana)

CORRADO GOVONI, UNA OSTINATA VOCAZIONE ALLA POESIA

(di Eduardo Terrana)

Corrado Govoni nasce a Tamàra, in provincia di Ferrara, il 29 ottobre del 1884.
Vive i suoi primi anni nella sua città natale senza compiere però studi regolari.
All’età di undici anni, nel 1895, entra nel collegio dei Salesiani di Ferrara, dove però rimane pochi anni. Continuerà infatti gli studi per proprio conto da autodidatta.
Nel 1903 si trasferisce a Firenze. Conosce Papini e pubblica la sua prima raccolta di versi “Le Fiale”, d’ispirazione dannunziana. Nello stesso anno pubblica la raccolta “Armonie in grigio et in silenzio”. Nel 1905 pubblica “Fuochi d’artifizio” e nel 1907 “ Gli Aborti”. Nel 1914 decide di trasferirsi a Milano, vende quindi il mulino e la campagna paterna. A Milano, centro in quegli anni del Futurismo, rinsalda i suoi legami con la rivista fiorentina “ Lacerba”. Continua intanto a scrivere poesie e prose su “Riviera Ligure”. Nel 1915 dà alle stampe “Poesie Elettriche”, che segnano la partecipazione di Govoni al movimento futurista, pubblica anche “ Rarefazioni e parole in libertà” e “ Inaugurazione della primavera”.
Dura appena due anni il suo soggiorno milanese, infatti nel 1916 rientra a Ferrara ed inizia la collaborazione con la rivista “Diana” che si stampa a Napoli e che è tra le prime ad aprirsi all’esperienza pre ermetica.
Nel 1917 è richiamato alle armi e parte per il fronte allo scoppio della prima guerra mondiale. Finita la guerra nel 1919 si stabilisce a Roma. Non ha un mestiere fisso, vive di fatto alla giornata adattandosi alle varie circostanze, tenta anche la via del commercio come allevatore di polli. Nel 1943 diviene segretario nazionale degli scrittori ed autori.
Di questi anni sono le raccolte poetiche “Quaderno dei sogni e delle stelle”, del 1924, e le opere di narrativa migliori: il poemetto in prosa “ La Santa verde” ed il romanzo “Anche all’ombra è il sole”, entrambi del 1920; il romanzo “ La strada sull’acqua”, del 1923; “Misirizzi” , del 1930; le raccolte di novelle e prose liriche “I Racconti della ghiandaia”,del 1932, dello stesso anno sono anche “Il flauto magico” e “Govonigiotto”.
Nel 1937 dà alle stampe “Splendore della poesia italiana”. Del 1938 è “Canzoni a bocca chiusa”; del 1940 “Le rovine del paradiso” e del 1941 “Pellegrino d’amore”.
Nel 1944 vive una tremenda tragedia familiare, il figlio Aladino viene fucilato dai nazisti alle Fosse Ardeatine. La sciagura segna il suo animo in modo indelebile e profondo. Ne è testimonianza l’opera “Aladino” del 1946, ispirata appunto alla morte del figlio e carica di dolore e di lamento. Govoni è solo infatti a reggere il peso dell’immane fardello, non può essergli d’aiuto neanche la moglie che, rimasta stravolta dalla tragedia, cade in un profondo stato di depressione.
Si fanno intanto difficili e pesanti nel dopoguerra le sue condizioni economiche, tant’è che è costretto ad accettare un impiego di protocollista ministeriale.
Nel 1950 pubblica “L’Italia odia i poeti” ed “Elegia romana”. Nel 1953 pubblica “Preghiera al trifoglio” e “Patria d’alto volo”. Nello stesso anno arriva la soddisfazione del “Premio Marzotto”. Nel 1954 pubblica “Manoscritto nella bottiglia”.
Nel 1958, ottiene il “Premio Chianciano”, e pubblica “Stradario della primavera e altre poesie”. Nel 1959 pubblica la seconda edizione di “Splendore della poesia italiana”. Muore povero e solo il 21 ottobre del 1965 in una modesta casetta al Lido dei Pini vicino Roma. Nel 1966 e nel 1981 usciranno postumi i suoi ultimi due lavori, rispettivamente : “La Ronda di notte” e “I Govonilampi”.
Una concezione animistica della natura ed una forte ispirazione immaginativa caratterizzano una collocazione in ambito futurista di Corrado Govoni , che approda al movimento di Filippo Tommaso Marinetti con la raccolta “Poesie elettriche” del 1911, con “Inaugurazione della primavera” e con “Rarefazioni e parole in libertà” del 1915”. Govoni sperimenta i cardini della poetica futurista ed in particolare la “Poesia Visiva”, finalizzata a trasmettere i contenuti tramite le parole e i disegni che sono tra loro complementari, ed il “Paroliberismo”, cioè l’uso di parole in libertà, non vincolate dalle tradizionali norme della grammatica e della sintassi, al fine di costruire un intreccio di sensazioni, incitazioni, eccitazioni, all’insegna della velocità e della sinteticità.
Govoni mostra di condividere in proposito le affermazioni di Marinetti, che entusiasticamente sulle parole in libertà aveva scritto:
“ Le parole in libertà sono un nuovo modo di vedere l’universo, una valutazione essenziale dell’universo come somma di forze in moto che s’intersecano al traguardo cosciente del nostro io creatore, e vengono simultaneamente notate con tutti i mezzi espressivi che sono a nostra disposizione”; ed ancora sulla sinteticità aveva detto: “ è stupido scrivere cento pagine dove ne basterebbe una “.
Nelle tre opere citate ritroviamo i due ingrediendi della “Poesia Visiva” e del “Paroliberismo”, ovvero l’immaginazione senza fili, le immagini espresse con parole povere di fili conduttori sintattici, senza punteggiatura alcuna e con una aggettivazione copiosa, secondo i canoni della nuova sensibilità futurista.
In tal modo Govoni ci introduce nell’essenza della materia, assecondando le novità e le suggestioni del movimento futurista, anche al fine di creare attraverso un flusso ininterrotto di immagini, che sarà una caratteristica costante della sua poesia, forti vibrazioni nella fantasia del lettore o dell’ascoltatore.
In lui però non si è del tutto spenta quella connotazione crepuscolare che ha ispirato le prime opere e raccolte poetiche.
Alla esplorazione del mondo industriale e all’audace sperimentalismo formale, si accompagna infatti ancora l’ingenuità e lo stupore della rappresentazione della pianura emiliana e degli oggetti e delle immagini vive che la animano.
Sono comunque diversi gli elementi della formazione poetica di Govoni che si ritrovano nelle sue liriche e nelle sue opere di narrativa, sapientemente dosati da una straordinaria sensibilità: il crepuscolare, il barocco, il metafisico, il bucolico, il mitico tendente al simbolismo, la creazione di immagini di sapore surrealistico.
Di ciò è espressione tutta la produzione letteraria che va dal 1923 al 1940, ed in particolare i libri di narrativa “La Strada sull’acqua”, “Misirizzi”, “I Racconti delle ghiandaie”, e le raccolte poetiche “Quaderno dei sogni e delle stelle” e, soprattutto, “Canzoni a bocca chiusa”.
Le vicende tristi però connesse alla seconda guerra mondiale e soprattutto la morte del figlio Aladino influiranno in modo determinante sul suo modo di comporre, ispirando atmosfere poetiche più tenui, pregne di una più intima affettuosità, di una sensibilità romantica più accesa e più manifesta, ma anche intrise di un nuovo impegno civile .
Nascono così opere come “Aladino”, in cui il poeta dà sfogo al suo dolore di padre con una forte e vibrante intensità di accenti lirici , o come “Preghiera al trifoglio”, e “Stradario della primavera”, che ci presentano un Govoni poeta e narratore sempre pronto a nuove esperienze di fronte ad una realtà multiforme e cangiante, che egli ama osservare, quasi inventariare in ogni particolare, e comunque fare propria e cantare, creando suggestioni nuove e seducenti, da offrire alla sensibilità di chi sa intendere ed alle quali i poeti delle nuove avanguardie non resteranno insensibili.
In sintesi si può dire di Corrado Govoni che tutta la sua esistenza trova ragione nella sua appassionata ed ostinata vocazione alla poesia, esplicata nell’arco di un sessantennio, che ha prodotto un vitale contributo all’invenzione di un nuovo linguaggio poetico del novecento. Ne sono testimonianza in particolare alcune liriche.
La lirica “Noia”, di tono crepuscolare, colpisce in particolare per l’iterazione dell’avverbio “sempre “, che suggerisce il senso di una realtà perpetuamente rifluente e identica a se stessa, esasperante nella sua monotonia, che suggerisce al poeta un’immagine scoraggiante della vita.
La lirica “Rondini d’Italia” è espressione di un certo virtuosismo analogico-simbolico .
All’occhio incantato del poeta le rondini che sfrecciano nel cielo sembrano ritagliare solo per lui, negli incantevoli aspetti della natura, il volto soave della donna amata.
Il poeta allora vorrebbe che la pioggia d’aprile diventasse un salice di vischio per catturare quelle rondini ed impedire loro di portare per il mondo, quasi sciupandolo,
il loro festoso canto d’amore.
Espressione poetica del miglior Govoni è la lirica “Un vento freddo sui lungarni ferma”.
Sullo sfondo dei lungarni fiorentini riaffiorano nella quiete trasfigurazione della memoria le belle passanti. L’animo del poeta, teso alla gioia di una rasserenante catarsi, coglie le bellezze del paesaggio e ne chiarisce il segreto alla sua anima accostandone aspetti naturali e motivi di umana creazione.
Nella lirica “La fiera” il poeta ricorda una serata trascorsa alla fiera con una ragazza e rivive i diversi aspetti e momenti di una giornata felice che raggiunge il suo apice alla sera quando i baci della donna lo infiammano d’amore, dandogli dei dolci sussulti al cuore, che sono come i colpi di carabina che avevano sparato insieme al tiro a segno.
Govoni porta sempre nel cuore il ricordo, i suoni, i colori, i profumi, della sua terra padana e le esperienze vissute, che nella trasfigurazione della memoria erompono in sensazioni che alimentano la fantasia e si materializzano in figure e colori come mossi dal pennello dell’artista sulla tela.
L’angoscia inconsolabile del poeta per l’assassinio del figlio traspare dalla lirica
“Questi giorni invernali così chiari”.
Per il cuore straziato del poeta tutto è gelo, dalla limpidezza dei giorni e delle notti invernali al sangue che gli scorre nelle vene e che pare serbi il rigore del freddo dei sessanta inverni ormai vissuti.
Il dolore straziante della perdita del figlio si estende ormai su tutto l’arco di una vita resa arida dal gelo della morte che solo il pianto disperato del padre può sciogliere.
La tragedia umana della morte del figlio matura in Govoni un poetare nuovo, diverso, delle cui caratteristiche è significativa testimonianza la lirica “Quanto potè durare”, così semplice e spoglia ma al contempo così immensamente disperata.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore






Eduardo Terrana

Il poeta-eroe contemporaneo in “Un dove di trasparenze” di Felice Serino (a cura di Sabrina Santamaria)

Felice Serino

Il poeta-eroe contemporaneo in “Un dove di trasparenze” di Felice Serino
(a cura di Sabrina Santamaria)

La ricerca spasmodica della luce è una costante di Felice Serino; il panteismo è un afflato che lo rende originale come se la seconda variabile (panteismo) fosse direttamente proporzionale alla variabile indipendente (la luce). L’effabile “volo di Ulisse” tra gli amabili versi di Serino solleticano il desiderio di evasione di ogni comune mortale che percepisce dentro di sé un macigno piuttosto del cuore, infatti affrontando le problematiche quotidiane un uomo o una donna si trasforma in un eroe/eroina della contemporaneità. Il nostro poeta si esprime in modo chiaro, non si avvale di uno stile ricercato, questa credo sia una sua caratteristica poetica infatti questa è una delle motivazioni del titolo di questa raccolta poetica. Un aggeggio trasparente ci dà la possibilità di guardare il mondo esistente al di là della trasparenza, ma ciò costituisce un punto di forza o debolezza? Forse un orpello trasparente non è appunto inutile? Oppure ciò che traspare suggerisce anche una certa idea di limpidezza che un medium troppo artefatto non può fornire in quanto illusorio? I testi poetici del nostro autore mettono insieme l’utopia della chiarezza; i sentimenti e le emozioni pullulano fra le sue riflessioni, a volte tristi, a volte malinconiche o ironiche. Le espressioni racchiuse in “Un dove di trasparenze” si accordano con tonalità pacate che donano ai lettori sensazioni serafiche di estasi mistiche, l’attaccamento di Serino alla vita è a dir poco profondo giacché l’amore per la luce si estrinseca nell’imprescindibile culto divino in nome delle istanze vitali che il nostro autore venera al canto delle sue Muse ispiratrici: “La morte ti cerca? /Uscito dal guscio tu sarai altro”, << mi “nascondo” nel corpo/ da me emergono alfabeti afflati/ enunciate sillabe>> questi versi costituiscono un lodevole canto alla speranza di una rinascita, badi bene il lettore che sperare un’alba non equivale a illudersi come un prigioniero che agogna la sua libertà, in guisa della tempra coraggiosa del nostro autore possiamo sostenere che egli è un Ulisse dei nostri tempi perché sa, nonostante tutto, ben sperare quindi la sua armatura è composta da una spada, uno scudo e un elmo ossia metaforicamente: la speranza, il coraggio e la poesia. Gioviali canti sono accostati a inni malinconici però Felice Serino non si abbandona mai a sproloqui laconici ovviamente chi si appresta a leggere le sue poetiche riflessioni potrà schiettamente valutare che egli non è un letterato spartano dai toni rudi o aspri altresì il suo stile poetico non può definirsi del tutto classico o classicista; i suoi versi hanno un patrimonio lessicale colto, ma, allo stesso tempo, il nostro autore serba nell’animo la lodevole premura di farsi comprendere da un target di lettori ampio e questo impegno che il poeta manifesta dovrebbe essere inteso come un potenziale intrinseco che nel corso delle sue pubblicazioni l’autore ha certamente concretizzato con grandi risultati e apportando un profitto umano e di notevole spessore culturale. Felice Serino è un eroe del nostro periodo storico perché si protende verso sentieri che altri intellettuali, per pigrizia o per inerzia, non attraversano più, forse per timore di essere incompresi dalla massa uniformante che dirige l’uomo verso un’unica dimensione (vedi “L’uomo a una dimensione” di Marcuse) tanto è vero che l’umanità contemporanea è plasmata in un’amorfa intelligenza emotiva che la disorienta fossilizzandola in un’esistenza sempre più reietta; “Un dove di trasparenze” è il topos in versi in cui le insufficienze umane divengono palesi suggerendo l’idea di una libertà di espressione ancora oggi carente cioè la possibilità di poter raccontare i drammi, i dubbi, le angosce e le perplessità che pesano come carichi insormontabili nella mente umana soprattutto se non impariamo a saper comunicare e a saper dialogare condividendo con l’altro le nostre paure e anche in questa nuova chiave interpretativa l’eroe-poeta(in questo caso il nostro Felice Serino) assume connotati di una persona che tenta di elevarsi con l’ausilio della forza del grafema-fonema che rende liberi. L’eroe contemporaneo non rimane scevro dalle problematiche quotidiane, ma è colui che le vive metabolizzandole e affrontando le paure di ogni giorno quindi attraverso la presa di coscienza delle proprie debolezze ogni uomo può fortificarsi rigettando l’idea pietistica che causerebbe il nichilismo dell’Io purtroppo già reso vulnerabile da alcuni contemporanei fattori etico-sociali. L’Ulisse dell’Odissea di “Un dove di trasparenze” vuole tornare a un’Itaca interiore, senza confini, ecco la ragion per cui il “dove” del nostro poeta è utopia e allo stesso tempo ucronia perché il naufrago interiore cerca la regione o il porto (definizione di Kurt Lewin) sicuro nelle sfere più recondite di un Io che troppo spesso si smarrisce e brancola nell’oscurità; per venir fuori da questo tunnel la poetica di Felice Serino verseggia fra i fotoni di una luce ontologica e teleologica che ha un grande impatto in ogni lettore assetato di una via che possa donare le coordinate per un’isola ancora da scoprire, individuare i significati nascosti in “Un dove di trasparenze” ci farà valutare la sua fatica letteraria come un’ opera molto attuale e giammai obsoleta.

Sabrina Santamaria

6-2-2020, GIORNATA MONDIALE CONTRO LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI. BAMBINE NESSUN TAGLIO AL LORO FUTURO (di Eduardo Terrana)

Foto dal Web, Amando.it

6-2-2020, GIORNATA MONDIALE CONTRO LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

BAMBINE NESSUN TAGLIO AL LORO FUTURO

di Eduardo Terrana

È un affronto grave alla dignità della persona, una violazione intollerabile e inaccettabile al diritto di essere donna, la pratica della mutilazione genitale che viene praticata sul corpo delle bambine e delle adolescenti, in molti Paesi del mondo. Una pratica violenta che causa conseguenze fisiche, psicologiche e sociali, immediate e di lungo periodo, a milioni di bambine e adolescenti che, vittime indifese, le subiscono.
Una pratica che poggia, secondo quanto commenta l’Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo, su false credenze e riti arcaici che vengono imposte con l’inganno e/o la violenza fisica e psichica, giustificate in vario modo. Alle ragazze ed alle bambine viene, infatti, detto che quelle pratiche sono da accettare passivamente, senza ribellione, perché sono una tradizione culturale e si sono sempre fatte; perché rendono le donne più fertili; perché le prescrive la religione, in particolare l’ISLAM; perché sono, una garanzia di verginità e di fedeltà come di purezza, di pulizia e di buona salute, tutte virtù e doti molto apprezzate dalle società tribali e dai maschi, che facilitano il matrimonio; perché migliorano le prestazioni sessuali e prevengono le morti prenatali. Tutte giustificazioni che non trovano, però, veridico riscontro nella realtà. L’origine delle mutilazioni genitali sulle donne rimane ancora oggi sconosciuta. Si praticava, già, pare, nell’antico Egitto, come misura per controllare la sessualità delle schiave. Una pratica quindi che è antecedente all’avvento dell’islam e non prescritta da nessuna religione. Una pratica, però, che risulta essere tra le maggiori cause di infertilità nella donna, in particolare nelle giovani vergini e può rendere difficile il parto e provocare la morte del neonato e/o della madre. Ciononostante è una pratica che viene sostenuta ed incoraggiata dai genitori nella speranza di ottenere un più alto prezzo della sposa, perché una sposa vergine, meglio se appena adolescente, viene senz’altro pagata di più. Falso e senza fondamento scientifico, si sostiene, è poi la motivazione che il piacere sessuale maschile possa essere ottenuto solo con donne circoncise e/o infibulate, sottomesse e passive durante il rapporto stesso. Una giustificazione questa che tende ad essere sempre più confutata e respinta dagli stessi uomini.
Pur non di meno anno dopo anno la pratica delle mutilazioni genitali continua a mietere le sue vittime. Gli ultimi dati a livello mondiale rilevati dall’UNICEF sono a dir poco scioccanti. Duecento milioni di donne e bambine in tutto il mondo, residenti in 30 paesi, sono vittime di mutilazioni genitali. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, (OMS), fissa, invece, tra i 100 e i 140 milioni il numero di donne e ragazze mutilate. Nonostante la diversa rilevazione i numeri, comunque, testimoniano l’assoluta gravità del problema. Le mutilazioni genitali femminili sono ancora oggi largamente praticate in 28 paesi dell’Africa sub-sahariana. Sempre in Africa, secondo l’OMS, ogni anno 3 Milioni di bambine sono in grave rischio di mutilazioni e 44 milioni di bambine e adolescenti fino a 14 anni subiscono violenza. Caso limite è il Kenia dove un bambina su due subisce le mutilazioni a meno di 10 anni.
Permane poi grave la situazione limite della Sierra Leone che ostinatamente continua a chiudere ogni forma di dialogo sulla questione e dichiara di non considerare illegali le mutilazioni genitali perché la ritiene una pratica culturale che il Governo supporta e che non intende mettere fuori legge.
Il problema è presente non solo in Africa, ma anche in Asia. Spicca su tutti l’Indonesia, che risulta il terzo paese con più mutilazioni, dopo Egitto ed Etiopia. Tra i paesi africani più colpiti da una alta percentuale di mutilazioni ci sono Sudan, Mali, Kenya, Tanzania. Gambia, Mauritania, Somalia Guinea e Gibuti.
Timidi ma positivi segnali di cambiamento vengono da Kenya, Egitto, Burkina Faso e soprattutto Liberia, dove gli ultimi tassi di diffusione della mutilazione genitale femminile, tra le persone della fascia d’età 15-19, risultano sensibilmente in calo. Si registra inoltre, negli ultimi 12 anni, la dichiarata intenzione di oltre 15.000 comunità e distretti di 20 paesi di voler abbandonare la pratica delle mutilazioni genitali.
Ciò nonostante il fenomeno, purtroppo, è in crescita, favorito anche dalle migrazioni di grandi masse di popolazioni ognuna delle quali si muove portandosi dietro con la famiglia anche usi e costumi e tradizioni d’origine. Risulta , così, che anche in Italia si praticano le mutilazioni genitali, secondo l’OMS il dato oscilla tra i 35.000 e i 40.000 casi . E le vittime sono in prevalenza sempre bambine e adolescenti minori di 14 anni.
Va considerato che ogni tentativo sociale finalizzato a impedire la pratica delle mutilazioni delle bambine e delle adolescenti risulta vano quando si va ad incidere su usi e costumi tradizionali, talmente radicati nella mentalità e nel costume di vita, che è difficile tentare ogni dissuasione o rieducazione. Le stesse leggi risultano prive di efficacia, così che ogni tentativo di cambiamento, come l’adozione di pratiche legali alternative alla mutilazione che consentano il passaggio alla maturità dei giovani in maniera meno traumatica, diventa scarsamente incidente per non dire impossibile. Va ancora rilevato che già nel 2012 l’ONU, con una risoluzione unanime, aveva messo al bando le mutilazioni genitali femminili in tutto il mondo e che la legislazione internazionale già da 23 anni considera la pratica delle mutilazioni genitali una forma di violenza.
I risultati positivi, però, sin qui acquisiti, significativi seppur non risolutivi, devono stimolare all’ottimismo e all’azione collettiva organismi internazionali, governi nazionali, istituzioni, società civile, perché si possa acquisire in un prossimo futuro il miglior risultato possibile. È, comunque, necessario un cambio generalizzato e generazionale di mentalità che affronti il problema in una visione unitaria e risolutiva delle varie forme di violenza di genere che vengono praticate alle donne in qualunque età, e quindi mutilazioni genitali, matrimoni forzati, spose bambine, disuguaglianza di genere, inserendole nel quadro degli “ Obiettivi di sviluppo sostenibile per il 2030”.
Bisogna, allora, lavorare per conferire alle donne maggior potere sociale ed economico, (empowerment), e valutare tutte le forme di implicazione delle donne in tutti i campi e a tutti i livelli, compresa l’attività legislativa, politica e di programmazione, (mainstreaming). Necessita ancora varare nuove politiche, nuove leggi e nuovi piani d’azione, che tutelino il diritto delle bambine, delle ragazze e delle donne a vivere libere da violenza e discriminazione, inasprendo le pene per i trasgressori; e altresì sostenere la formazione di nuovi leader religiosi che demitizzino la credenza secondo cui le mutilazioni genitali femminili hanno una base religiosa e sviluppare, parallelamente, una forte azione informativa sui benefici dell’abbandono di questa pratica.
Per un futuro senza mutilazioni non basta , dunque, la sola giornata celebrativa, ogni anno, del 6 febbraio, istituita dall’Assemblea delle Nazioni Unite, per condannare tali pratiche e ricordare che costituiscono una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali ed in particolare: il diritto alla vita, alla salute, all’integrità psico-fisica, il diritto alla non discriminazione. Necessitano in particolare iniziative ed alternative culturali, sociali, legali, che realizzino una reale educazione, emancipazione, protezione delle bambine e delle adolescenti e garantiscano loro un sicuro futuro di Donne. Bisogna promuovere e sviluppare, poi, campagne di formazione e di sensibilizzazione sul tema delle mutilazioni, da attuare con ogni mezzo di comunicazione, di modo che risultino realmente incidenti su usi e costumi tradizionali molto radicati nella cultura e nell’identità stessa delle società che le praticano, restie ad ogni cambiamento ed alla accettazione di norme internazionali e principi che possano modificare lo stato delle cose.
Solo l’azione congiunta, forte e totale, a livello internazionale e nazionale potrà scongiurare che altri 68 milioni di ragazze subiscano, da qui al 2030, la violenza delle mutilazioni genitali se non vi sarà una forte accelerazione nell’impegno per porre fine a questa pratica tradizionale, antica e disumana, e concretizzare il traguardo di garantire alle bambine, alle adolescenti, alle donne, il rispetto della loro dignità di genere e il diritto di svolgere, da protagonista, nella società moderna e nella Comunità internazionale, a qualunque livello, il ruolo ed il compito che loro spetta.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

Tre poesie inedite di Maria Rosa Oneto

La poetessa Maria Rosa Oneto

CI SONO GIORNI

Ci sono giorni
d’anima e pace.
Respiri lievi
che con l’aria
si confondono,
e rallegrano chi
si sente solo e
piange d’abbandono
abbracciato
ad un cane.
Ci sono giorni
che piovono smeraldi,
ranuncoli di pioggia,
sulla città opulenta..
Porto a spasso
i ricordi della memoria,
tasche farcite di sabbia,
monete di cioccolata,
fasciate in lamine dorate.
Mi segue il vento,
come un Cupido giulivo, scagliando frecce
di un amore malato,
gettato via
per non morire
soffocata!

È AMORE

È amore questa vita
riuscita male.
Torturata,
dispersa tra coltri
di inettitudine.
Cancellata dal calendario con uno sgorbio di matita.
Considerata inutile,
in quanto non sana,
benché il sorriso
restasse aperto
per ogni risata.
È amore
quest’esistenza
inchiodata a radici d’albero imputridite,
in attesa di essere
liberata,
romantica e sensuale
come un tango
argentino.
Una poesia di Prévert,
mentre i ragazzi
“si baciavano in piedi”.
È melodia questa Lirica
scritta per strada,
che tento di leggere
sporgendomi
dal balcone.
È amore questa vita
mal nata che aggroviglia sfumature
di destino ad una cattiva luna,
con la faccia da civetta
e il ghigno di una
iena.
È amore
anche se non so
a chi farne dono.
Per questo ho pianto
e piango ancora!

QUANTO CIELO

Quanto Cielo
ha assorbito
l’Anima mia:
tenuta in vestaglia,
in guanti rossi,
con una collana
di perle a più giri.
Quanto Cielo
ho bevuto di primo
mattino,
intinto nel caffè,
rovesciato sul Quotidiano Regionale,
mischiato alle guerre e alle epidemie di un
mondo allargato.
Quanto Cielo,
ho versato
sul tavolo in cucina,
tra un lavoro a maglia
i mobili da spolverare
e gli abbai di Tommy
che voleva uscire.
Quanto Cielo
ho usurpato la sera
per farne sogni
da posare sul cuscino
e sentire l’anima leggera, ancora incantata del mistero della vita!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice