Verso consiglia: guarda “Corrado Coccia e Izabella Teresa Kostka: Musica e Poesia ai tempi del coronavirus, 27.03.2020” su YouTube

Live streaming concerto su Facebook: musica e canzoni Corrado Coccia, testi poetici e voce narrante Izabella Teresa Kostka.
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Milano, 27.03. 2020

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Milan, 27.03. 2020

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Il sinolo antichità-tecnologia nel poeta Vincenzo Cinanni (a cura di Sabrina Santamaria)

Il sinolo antichità-tecnologia nel poeta Vincenzo Cinanni
(a cura di Sabrina Santamaria)

Cenni biografici di Vincenzo Cinanni

Il poeta Vincenzo Cinanni

Vincenzo Cinanni, soprannominato lo “Scriban poeta”, è nato 47 Anni fa, a Palizzi, in provincia di Reggio Calabria. Fin da giovane ha sentito forte la passione per la letteratura. Ha partecipato a Concorsi Poetici Nazionali ed Internazionali. È Attualmente amministratore di 17 Pagine Web su Facebook. Ha collaborato, in passato, cfon poetesse e scrittrici. Si dichiara: “Innamorato dell’ AMORE”. Nel 2015 ha scritto la silloge “Anatemi del passato”, opera autopubblicata. Nel novembre 2019 ha collaborato per la pubblicazione scopo benefico dell’antologia “Tra Nenie e Canti” edita dall’associazione culturale “La Luna nera”. La raccolta poetica “Introteca” è la sua seconda pubblicazione.
Il fautore dell’antica tecnologia Lo Scriban poeta è un autore che unisce l’amore per le lettere classiche insieme alle potenzialità del web. Nel suo impegno letterario albergano l’attenzione profusa per ciò che è antico, desueto e obsoleto e la fiducia che egli nutre per la comunità virtuale e per l’ubiquità del cyberspazio. Cultore dell’austerità del passato egli crea un ponte inevitabile per collegarsi alle vie del futuro sfruttando i social network come risorsa e come motore pulsante della società contemporanea, infatti per questa caratteristica preponderante possiamo annoverare Vincenzo Cinanni fra i poeti che si pongono l’obiettivo di aprirsi all’ipotetico “domani” con coraggio e onestà intellettuale.

Sabrina Santamaria

Intervista a Vincenzo Cinanni

S.S: Come è germogliato in te l’amore per la poesia?

V.C: Saluto tutti i Lettori e Nauti. Mi chiamo Vincenzo Cinanni, ho 47 anni e sono un poeta. Ritengo che il primo seme che potesse somigliare ad una poesia, sia stata una semplice filastrocca scritta da bambino.

S.S: Scrivere per te è un’arte terapeutica?

V.C: La scrittura per me è parte della mia giornata. Talvolta, anche durante gli impegni contingenti, mi fermo a meditare, e porre sul nudo, bianco foglio ciò che penso di me e del mondo.

S.S: Quali sono i temi preponderanti della raccolta poetica “Introteca”?

V.C: Sabrina, mi hai posto la domanda da un milione di euro. Dunque, non credo vi sia un fil rouge, che possa legare ogni composizione. INTROTECA è diviso in 2 parti, “Anatemi dal passato”, che è l’elaborazione della mia autopubblicazione del 2015, e “Sensazioni Dinamiche”. Parlo di me, parlo della realtà che sento. Questo posso rivelare ai lettori.

S.S: Per quale motivo intrinseco ti sei attribuito l’epiteto “ Scriban poeta”?

V.C: La ragione di questo Pseudonimo trova risposta nel mio piacere di scrivere col calamo, la mia fedele penna, per come si direbbe all’ “antica”.

S.S: Quanto la tua passione per la poesia rispecchia la tua storia personale?

V.C: Trovo che le mie vicende umane abbiano battuto la medesima strada del mio, iter poetico, in fieri.

S.S: Con l’ausilio dei tuoi versi filosofeggi anche?

V.C: Ho compiuto studi classici, al liceo. Poi, ho intrapreso la strada delle lingue straniere. Parlo e scrivo, in inglese e francese. Ho studiato la Filosofia degli Antichi e dei Moderni. Mi limito ad essere poeta scrivente.

S.S: C’é stata un’evoluzione stilistica fra la tua opera “Anatemi del passato” e la tua ultima pubblicazione?

V.C: Credo proprio di sì. Alcune vicende personali, hanno favorito la mia maturazione letteraria.

S.S: Hai scritto dei testi poetici inediti nel senso che non sono pubblicati?

V.C: Dopo aver pubblicato, nello scorso novembre, in occasione della Giornata Internazionale Contro la Violenza di Genere, caduta il giorno 25, ora, mi sto dedicando al progetto di un secondo libro di poesia. Gli inediti, li lascio nel cassetto.

S.S: Senti la necessità di far da mentore ai tuoi lettori?

V.C: Mi piacerebbe che i lettori di “INTROTECA”, conoscessero lo Scriban poeta, tramite i miei elaborati. In conclusione di questa itervista, Voglio ringraziare la gentile, Signora, scrittrice Sabrina Santamaria. Auguro A Lei ed A Tutti i Lettori, Buone Feste! Alla prossima.

S.S: Grazie carissimo Vincenzo. In bocca al lupo per i tuoi progetti letterari e alla prossima!

Intervista rilasciata dal poeta Vincenzo Cinanni a Sabrina Santamaria

PROSPETTIVA INQUIETANTE. UNA EPIDEMIA SENZA FRONTIERE (di Eduardo Terrana)

PROSPETTIVA INQUIETANTE.
UNA EPIDEMIA SENZA FRONTIERE (di Eduardo Terrana)

Mi preoccupa già tanto la situazione italiana dell’epidemia del coronavirus con la sua crescita esponenziale e con il suo alto numero di morti, che ha già superato quello verificatosi in Cina.
Ma il pensiero va oltre e una prospettiva inquietante si affaccia alla mente. Che succederà se e quando il virus raggiungerà le popolazioni più fragili e prive di risorse dei paesi, cosiddetti, sottosviluppati?
Quali ne saranno gli effetti quando il virus entrerà nelle baraccopoli poverissime: delle favelas brasiliane, dei barrios messicani, delle township del Sudafrica; delle slum delle ex colonie britanniche, come Kenia e India; delle tante bidonville , espressione della povertà più povera coniugata in varie lingue, ormai presenti un pò in tutti i Paesi del mondo, e dove vivono anche da tre a 10 persone in una stanza?
Aree della peggiore miseria umana, le baraccopoli sono agglomerati, a forte intensità abitativa, di dimore precarie, spesso ubicate ai margini delle megalopoli e molto diffuse, in particolare, nelle grandi aree urbane del Sud-est asiatico, dell’Africa subsahariana e dell’America meridionale.

Quanto si paventa non costituisce un problema da poco se si considera la concentrazione umana presente in queste aree e la possibilità di un contagio virale velocissimo a diffondersi, in pochissimo tempo, caratteristica del Covid 19, che immancabilmente produrrebbe un alto numero di morti nelle persone, anche per le pessime condizioni di vita igienico-sanitarie ed alimentari in cui queste persone vivono negli agglomerati, gravemente carenti, tra l’altro, di acqua potabile, e già esposti al rischio di contrarre il maggior numero di malattie, tra cui il colera, la febbre tifoide, l’aids, il dengue.
Ne discende che la fragilità dei corpi di questi soggetti, non resisterebbe all’urto del coronavirus Covid 19 e sarebbero in tanti a soccombere.
Si può avere un’idea della catastrofe se solo si considera l’insediamento abitativo nelle più popolose baraccopoli del mondo, quali sono, ad esempio: Ecatepec e Neza-Chalco-Itza, entrambe in Messico, dove vivono 6 milioni di persone, nella prima, e 4 milioni di persone,nella seconda; Kibera, in Kenya, con 2,5 milioni di persone; Orangi Town, in Pakistan, con 1,8 milioni di persone; Manshiet, in Egitto, con 1,5 milioni di persone; Khayelitsha, in Sud Africa, con 1,2 milioni di persone; Dharavi, in India, con 1 milione di persone; Petare, in Venezuela, con 370 mila persone; Cité Soleil, ad Haiti, con 241 mila persone; Makoko, in Nigeria, con 110 mila persone; Rocinha, in Brasile, dove vivono 69 mila persone. In Brasile, inoltre, si contano circa 700 favelas, tutte situate attorno alla città di Rio de Janeiro, che portano il numero delle persone nelle baraccopoli a cifre molto più alte.
Il problema, però, va visto anche in una prospettiva più ampia.
Il rapporto “The Challenge of Slums”, stima che quasi un miliardo di persone vive nelle circa 250 000 baraccopoli variamente diffuse su tutto il pianeta in una percentuale del 43% nei Paesi in via di sviluppo rispetto al 6% dei Paesi sviluppati.
I dati registrano che il paese con la maggiore popolazione nelle baraccopoli è la Cina, oltre 193 milioni di persone; seguono, tra le più densamente popolate, l’India con oltre 158 milioni di persone, la Nigeria con circa 42 milioni di persone ed il Pakistan con 36 milioni di persone nelle baraccopoli.
Non si può poi sottovalutare che percentuali molto alte di abitanti nelle baraccopoli si trovano, inoltre, in Etiopia, Ciad, Afghanistan e Nepal.
Esempi eclatanti, inoltre, di sovrappopolamento sono le baraccopoli delle città: di Mumbai, in India, con circa 12 milioni di persone; di Città del Messico, in Messico, e Dacca, nel Bangladesh, ciascuna con circa 10 milioni di persone; e le città di Lagos in Nigeria, Il Cairo in Egitto, Karachi in Pakistan, Kinshasa nella Repubblica Democratica del Congo, San Paolo in Brasile, Shanghai in Cina e Delhi in India, in ognuna delle quali nelle baraccopoli vivono circa 8 milioni di persone.
Il problema, pertanto, si prospetta criticamente serio. E riguarda tutti. Una epidemia in queste aree, pertanto, va scongiurata in assoluto.
Formulo allora l’auspicio che l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), d’intesa con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e in concorso con i governi dei singoli Stati del mondo intervenga con tempestività anche con la nomina di un Commissario straordinario che abbia il compito di approntare e di gestire un piano d’interventi al fine di prevenire nel modo più ampio possibile il contagio in queste aree assolutamente impreparate a far fronte ad una emergenza pericolosa per la salute dell’essere umano quale è quella provocata dal coronavirus Covid 19.
E bisogna, anche, fare presto. Il virus ormai non è più dietro la porta, ma è già entrato in casa.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore.

GABRIELE D’ANNUNZIO UN GRANDE CULTORE DELLA PAROLA (di Eduardo Terrana)

GABRIELE D’ANNUNZIO
UN GRANDE CULTORE DELLA PAROLA (di Eduardo Terrana)

Gabriele D’Annunzio, foto web

Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863. All’età di 11 anni viene iscritto dal padre, che ne aveva intuito doti e capacità, al Collegio Cicognini di Prato dove resta sino al completamento degli studi liceali, sono gli anni che vanno dal 1874 al 1881. Nel 1879 pubblica la raccolta di versi “Primo Vere”. Nel 1881, dopo il conseguimento della maturità classica, si trasferisce a Roma e pubblica “ Le novelle della Pescara”. Frequenta i salotti romani tutto proteso alla conquista della notorietà e della gloria. Si interessa di politica e viene eletto al Parlamento. Scrive molto in prosa ed in poesia, pubblicando nel 1892 la raccolta poetica “Canto Novo” e nel 1883 la raccolta poetica “Intermezzo”. Nel 1989 pubblica “Il Piacere”, considerato la testimonianza più significativa dell’estetismo italiano.
Vive una scandalosa relazione con la duchessa Maria Hardouin, che sposa e dalla quale ha tre figli. Nel 1886 ha una relazione amorosa con Barbara Leoni. Dal 1891 al 1894 vive a Napoli, dove conosce e s’invaghisce di Maria Anguissola, principessa Gravina, dalla quale ha due figli.
Collabora al “Corriere di Napoli”, diretto da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao.
Pubblica nel periodo: il romanzo “ L’Innocente”, 1892; la raccolta di liriche “Elegie Romane”, 1892; le liriche del “Poema Paradisiaco”, 1893; il romanzo “Il Trionfo della Morte”, 1894.
Dal 1898 al 1910 si stabilisce a Settignano, in Toscana, nella villa della Capponcina per stare vicino all’attrice Eleonora Duse. Nel periodo vedono la luce l’opera teatrale “La Gioconda”, il romanzo “Il Fuoco”, e varie opere teatrali: “La Figlia di Jorio”, “La Fiaccola sotto il Moggio”, “La Nave”.
Dal 1910 al 1915 vive a Parigi, Nella capitale francese scrive “Canzoni delle Gesta d’Oltremare”, inneggianti alle mire espansionistiche dell’Italia in Libia, e, in francese, “Le Martyre de Saint Sebastien” e “La Pisanelle”.
Nel 1915 rientra in Italia. Pronuncia da interventista il discorso a Quarto per la Sagra dei Mille. Partecipa alla Grande Guerra, dove perde un occhio, e, costretto all’immobilità, scrive la raccolta di prose “Notturno”.
Occupa militarmente la città di Fiume, che lascerà nel 1920, con l’avvento del fascismo.
Dal 1921al 1938 si stabilisce a Gardone Riviera sul lago di Garda, dove trascorre, in uno splendido isolamento, gli ultimi anni e dove muore il 1° marzo del 1938.
Risale a questo periodo il suo ultimo lavoro “ Il libro segreto”.
D’Annunzio fu definito l’ultimo e più superbo frutto del decadentismo europeo, e non solo per la sua concezione della poesia, che si esprime e si condensa nella sua famosa espressione: “il verso è tutto!”, ma anche per la presenza del mito del superuomo e dell’estetismo, su cui si imperniò gran parte della sua opera, oltre che per il suo stile di vita, incurante dell’osservanza delle leggi morali.

In D’Annunzio il decadentismo assume i contorni: dell’edonismo, come ricerca ed esaltazione del piacere; dell’erotismo e della sensualità, esteso anche allo stesso poetare, che, in quanto ricerca della parola preziosa e del verso musicale, dà un piacere fisico, sensuale; del panismo, come capacità di ricevere in sé la vita della natura; dell’estetismo, come visione della vita dominata dalla bellezza e dall’eleganza, da esprimere in una visione artistica e creativa contrassegnata dall’originalità; del superomismo, caratterizzato da un individualismo orgoglioso ed amorale, dalla esaltazione dell’io, dalla brama di dominio, dal culto dell’energia e della forza, dal disprezzo del pericolo, dall’amore per la violenza, dal culto della bellezza il cui godimento è privilegio di pochi eletti, dall’esaltazione dei caratteri aristocratici della stirpe latina e dal disprezzo della plebaglia.
D’Annunzio è stato un grande cultore della Parola, che esalta in più momenti ed in varie occasioni: “Divina è la parola”; “Tutta la bellezza recondita del mondo converge nell’arte della parola .”
La parola dell’artista è divina perché è originale e crea originalmente qualsiasi cosa.
Così l’arte diventa un mondo mistico del quale l’artista è il sacerdote. Con essa il poeta crea quell’atmosfera magica ed incantata dei suoi versi migliori, con effetti di ineguagliabile musicalità.
La “ Poetica” dannunziana si fonda sul dominio della parola, alla quale il poeta affida l’espressione delle sensazioni più sottili, in una visione dell’arte concepita come unico scopo della vita dell’artista (estetismo).
In D’Annunzio la vita è costruita sull’arte, l’arte è determinata dalle scelte della vita e dalla ricerca ed esaltazione del piacere ( edonismo ).
Tutta la produzione in versi di D’Annunzio è caratterizzata dalla presenza enfatica e retorica di atteggiamenti poetici contrastanti ed elementi diversi, ma innovativi della sua arte e della sua vita, che, ad eccezione del gusto sensuale della parola e della musicalità del verso, lo differenziano dai decadenti e che vanno dal suo attivismo politico alla vitalità, al contatto continuo con le masse, che ne contraddistinguono la personalità, nella quale, spesso, poesia ed azione si fondono in una modernità incentrata sull’importanza dell’immagine, coltivata non solo sul piano delle grandi imprese, bastino per tutte il volo su Vienna e la celebre impresa di Fiume, ma anche dell’esaltazione dell’eroismo, dell’incitamento, del presagio dei destini della nazione, oltre che sul piano di una brama di consumazione di tutte le esperienze umane possibili.
Le tappe evolutive della poesia dannunziana registrano: una impronta classica carducciana in “Primo vere e Canto”, che già anticipano quel panismo che caratterizzerà la produzione poetica del D’Annunzio maturo; una prorompente sensualità di tipo baudelairiano in “Intermezzo”; uno sperimentalismo stilistico di tipo parnassiano in “Isotteo” e in “Chimera”; il classicismo barocco delle “Elegie Romane”; la poesia intima e dimessa del “Poema Paradisiaco”, dal tono quasi crepuscolare; la retorica irredentista e nazionalista delle “Odi Navali”; le visioni allegorico-mitologiche di “Maia”;la poesia celebrativa di “Elettra”; la poesia panica di “Alcyone”.
D’Annunzio ha lasciato una immensa produzione letteraria, ricca di capolavori grandiosi, la cui trattazione meriterebbe un ampio commento critico, che non è qui possibile fare per obiettive esigenze di spazio.
Soffermerò, pertanto, la mia analisi all’opera “Alcyone”, dove D’Annunzio riesce ad esprimere, secondo il vaglio della critica, il meglio di sé e della sua poesia.
“Alcyone”, considerato il capolavoro poetico di D’Annunzio, è un poema della natura, con la sua luce immensa e le sue ombre, con i suoi silenzi e le sue note disperse, dove il poeta canta l’ebbrezza di sentirsi parte della natura e dove il racconto lirico di un’estate in Versilia si fa occasione per l’immersione panica,
Nell’opera ci sono molte liriche dove D’Annunzio descrive le immagini più efficaci del passaggio dalla condizione umana a quella di natura e viceversa, cioè le Metamorfosi, sia dell’uomo che delle realtà naturali. Ne è testimonianza, in particolare, la lirica “La Pioggia nel Pineto”, dove la connotazione superomistica e retorica cede alla gioia del contatto con la natura, alla disposizione a coglierne le voci più segrete, alla suggestione delle immagini affidate ad un gioco di rime, assonanze e consonanze, che rendono la musicalità del verso.
“La Pioggia nel Pineto”, esemplare nella poesia dannunziana, è tra le più soavi e delicate poesie di D’Annunzio.
Il poeta non si propone altro fine che quello di dire per dire, cantare per cantare, curando di rendere al massimo l’immaterialità dell’espressione, per cui la materia si fa profumo, il colore si fa luce, il suono si fa aria, e la parola diviene limpida come le acque di certe fonti rupestri.
Il poeta parla con una donna misteriosa, Ermione, da amante nell’amata, in cui e con cui confondersi; con lei aspira uscire dal mondo umano per evadere in un mondo di natura a comunicare con la vita arborea e farsi anima vegetale; con lei perdersi nella sostanza dell’universo. “ E tutta la vita è in noi” , scrive il poeta, in un verso che: “se non è una trasfigurazione o metamorfosi vera e propria, se ne sente la gioia fisica, tutta brivido di sensi.” (F. Palmieri).
Da questa aspirazione nasce la musica del canto! E non vi è più la parola, ma la frase, non più il verso ma la strofa ed ogni strofa è congiunta all’altra per aerei legami.
E’ impossibile isolare dal contesto, ma la lirica va presa tutta così come è: un intrigo di melodie che canta, con raffinato virtuosismo, la spiritualità del senso e produce dolcezza e letizia.
In questa lirica D’Annunzio, ebbro di sentirsi parte della natura, realizza il suo panismo, di cui tutto “Alcyone” è largamente pervaso, e coinvolge in questa immedesimazione il rapporto con la sua donna, Ermione, che diventa simbolo della universale compenetrazione.
Nell’incontro con la natura il poeta riscopre la fisicità dell’esistere, una universale energia di vita.
Di questa natura la pioggia non è che uno dei simboli estremi, come lo sono il sole che brucia, il mare in cui ci si immerge, il cielo, ed è portatrice di una sorta di lavacro purificatore.
Il motivo della pioggia è quello della metamorfosi che trasforma il poeta ed Ermione in creature silvane e richiama: quello del silenzio che esalta il suono della pioggia e crea l’atmosfera fantastica in cui avviene il prodigio della trasformazione; quello della favola bella, “ la favola della vita , dell’amore, la sua dolce e cangiante illusione”, osserva Pazzaglia; quello di Ermione, creatura immateriale, la cui presenza costante, rileva Flora, serve a dare unità alla lirica, in cui l’elemento musicale predomina su tutti gli altri, e le parole, tendono a suggerire la dolcezza di immaginare una pioggia che bagna il viso, le mani, le vesti, nel fresco di una pineta, al tempo dell’estate.
La Critica ufficiale esprime, quasi all’unanimità, giudizi negativi sull’amoralità, sul culto del superuomo e sulla sensualità della poesia dannunziana, della quale, però, apprezza la capacità poetica e la musicalità.
Sul mito D’Annunzio si può in estrema sintesi dire che “ Il Vate d’Italia” seppe incarnare i desideri di evasione dalla monotonia quotidiana dei ceti borghesi ed intellettuali, del suo tempo; ebbe il merito di rendere meno provinciale la cultura italiana, contribuendo notevolmente alla diffusione ed alla conoscenza del decadentismo in Italia; seppe cogliere ed esprimere, sul piano meramente poetico, la comunione dei sensi e dell’anima con la molteplicità della vita naturale, creando quella dimensione panica, di immedesimazione fisica e sensuale, che seppe rendere viva e palpitante, con un linguaggio insolito ma raffinato, fondato sul culto della parola e impreziosita di voci arcaiche e neologismi capaci di stupire e meravigliare.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

Tre poesie scelte di Antonio Laneve

TEMPI DISPARI

Sorvolo tempi dispari
arcobaleni in bianco e nero
decimati dalle ombre
in cerca di facili agonie
nelle crepe dei miei incubi.

Questa blasfema vastità
ringhia contro stelle nude
lasciandomi inerme
ad attendere debolezze
lontano da tutti gli abbracci.

L’era dei rubini spenti
ha lasciato schegge di sole
conficcate sottocute,
chissà che maschera avrei ora
se avessi dato retta ai desideri

TORNERÒ

Tornerò attraverso partenze
dove non sono mai stato
e non vedrò il cosmo
da una scia di parole
per ingabbiare nebulose
solo come vanto
al cospetto degli elementi.

Conquisto a tentoni
le mie impronte vocali
sulle corde d’un infinito
che ridisegna frontiere
quando si mette in ascolto
delle incoscienze umane.

Mai affacciarsi all’eternità
senza una sfida.

PELLEGRINO

Viaggio senza un nome
attaccato al suono
d’un eterno richiamo.

Invento destinazioni
per tracciare parole
col sudore dei sogni
e curiosa ignoranza
a spingere passi
oltre pigra sapienza.

Immobile taccio
fedele ai miei dubbi
osservo passerelle
d’umanità totale.

Respiro tramonti
mentre il domani
non è ancora cenere.

~

Antonio Laneve

Tutti i diritti intellettuali riservati all’autore

Nota biografica

Antonio Laneve nasce artisticamente come fotografo, soprattutto di paesaggi e immagini “astratte”. Solo in un secondo momento è nato l’amore per la poesia; le prime liriche risalgono alla fine degli anni ’90, culminati con la pubblicazione di due raccolte: “La rivincita delle nuvole” e “Alter ego” (Ed. Marna). Rimane inattivo per un lungo periodo, dopodiché riprende a scrivere e pubblica la raccolta di racconti brevi: “L’iper lì – viaggio surreale dentro a un centro commerciale”, raccontando con ironia la sua esperienza lavorativa tra le merci di un Ipermercato. Diverse poesie hanno trovato spazio su varie antologie. Pubblica la raccolta “Convergenze” a gennaio 2018 edito da Centro Tipografico Livornese, libro scritto a quattro mani con Barbara Rabita. La sua ricerca poetica si muove spesso al di fuori degli schemi sentimentali canonici, dando la precedenza alle distorsioni della realtà quotidiana, alle contraddizioni del genere umano e a una profonda e onesta (a tratti impietosa) ricerca interiore, rasentando l’invettiva anche nei confronti di se stesso. Con simili tematiche è quasi “costretto” a scrivere di continuo, liriche brevi e schiette, musicali nel ritmo (la musica del resto è sua grande alleata nell’ispirare nuove immagini) e lontane dai compromessi della comune retorica. Una nuova silloge potrebbe vedere la luce entro breve, tra una lettura e l’altra, senza mai attenuare la sua vigilanza sul mondo.

Il poeta Antonio Laneve

8 MARZO 2020 – “GIORNATA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI DELLA DONNA” FEMMINICIDIO… E UNA LAMA DI COLTELLO SPEGNE UNA VITA (di Eduardo Terrana)

8 MARZO 2020 – “GIORNATA INTERNAZIONALE DEI DIRITTI DELLA DONNA”
FEMMINICIDIO… E UNA LAMA DI COLTELLO SPEGNE UNA VITA (di Eduardo Terrana)

Foto web

Più colpi inferti con brutale crudeltà in ogni parte del corpo e la lama di un coltello spegne una vita!
Così muore una donna vittima di femminicidio per mano, sempre più spesso, del proprio partner, che ha rubato un giorno il suo amore e che si arroga poi il diritto di rubarle anche la vita.
Uno studio delle Nazioni Unite rileva che a livello globale il numero maggiore degli omicidi di donne è commesso dal partner, nel 53% dei casi, da un genitore o da un figlio, nel 24,8%; seguono poi nella casistica l’ amico o il collega. nell’1,5%, e l’estraneo in una percentuale inferiore al 2%.
Questi dati ci danno una precisa chiave di lettura del femminicidio. L’autore del crimine è sempre più il familiare più vicino, l’uomo che lei ama, che ha le chiavi di casa, alla quale ha dato cieca fiducia, con il quale ha creato una famiglia e generato dei figli. .
Una persona che, però, col suo gesto estremo, nel momento in cui la sua mano caina compie il misfatto e resta insensibile al suo implorare di non colpirla, dimostra di non aver compreso appieno l’animo ed i sentimenti della sua donna, se arriva a meditarne il delitto e nel modo più spietato, poi, compie l’atto atroce e criminoso.
Così la persona che dovrebbe essere l’angelo protettore, fattore di sicurezza e di stabilità nella vita della donna, si trasforma invece, improvvisamente, nel suo carnefice che con mano assassina, selvaggiamente, tutto distrugge: sentimenti, passione, ricordi, affetti, famiglia.
Il femminicidio è la peggiore forma di violenza di genere che possa essere perpetrata contro la Donna. Una forma di violenza che evidenzia la dimensione sessuata nel rapporto tra uomini e donne, tutta basata sulla diversità di genere, che, da tempi lontani, ha fatto maturare negli uomini l’idea ed il diritto di poter prevaricare e discriminare le donne, ritenute inferiori.
Un atteggiamento di forza, prettamente maschilista, che ha annullato, nel tempo, ogni diverso considerare e sentire dell’uomo nei confronti della donna, sempre più vista come oggetto di piacere e sempre meno considerata come Donna, Persona, e Madre e quindi Generatrice di vita.
Oggi però è sempre più indispensabile che questa Visione della Donna venga recuperata totalmente con un serrata opera educativa di contrasto alla violenza alle donne attraverso pubblici dibattiti e confronti, idonei progetti sociali di sostegno, di sensibilizzazione e di formazione, politiche finalizzate e provvedimenti di dissuasione, perché venga affermato definitivamente e rafforzato il principio che nessuno mai più alzi la mano contro la Donna con: “qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata.”, come recita l’art.1 della “ Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne”, del 1993.
Ma essere donna tutto l’anno va ben oltre questa Dichiarazione dell’Onu, perché, ancora oggi, essere Donna vuol dire, per molte, essere in una condizione di svantaggio sociale nel lavoro, negli affetti e perfino nella libertà personale, laddove le donne subiscono violenze, soprattutto in ambito domestico, in tutti i paesi del mondo, perché la violenza contro la donna è endemica ed è presente sia nei paesi industrializzati che in quelli in via di sviluppo, in tutte le classi sociali ed in tutti i ceti economici.
Il volto della violenza sulla donna ha connotazioni varie, si passa dalla violenza fisica alla violenza sessuale, alla violenza psicologica, al femminicidio.
Dai dati del 2017, si rileva che nel mondo si verificano in media 137 femminicidi ogni giorno. Il continente con il maggior numero di omicidi di donne è l’ Asia, oltre 20mila casi registrati; segue l’Africa, 19mila; le Americhe, 8 mila; l’ Europa, 3mila; l’Oceania, 300. Sempre più spesso gli omicidi non si rivelano come atti casuali ma sono il culmine di una ripetuta serie di violenza di genere.
Necessita pertanto parlare di tale crimine sempre e non una volta all’anno, l’8 marzo, in occasione della “ Giornata internazionale dei diritti della donna ”, perché su questo grave problema, si faccia informazione e si svolga quanto possibile una forte azione sensibilizzante e moralizzatrice.
E necessita farlo perché va riscoperta la “Cultura dell’amore”, che implica il riconoscimento e la valorizzazione della maternità, che è tipicamente Donna!
La funzione genitrice della donna, infatti, è forma che realizza il compito fondamentale dell’esistenza umana, cioè il superamento di se stessi nel dono di sé, che apre al dono di una nuova vita.
L’Uomo, pertanto, non può permettersi di dimenticare, nella pienezza del suo significato, questo importante aspetto della vita coniugale e di coppia e, conseguentemente, non considerare, con maturità e responsabilità, che la generazione appartiene allo stesso tempo all’uomo e alla donna ed è un atto da vivere alla pari, ma, soprattutto, che è la Donna che del generare vive e subisce, negli effetti, il sacrificio maggiore.
Nessun programma di parità di diritti, pertanto, tra uomini e donne può essere ritenuto valido se dimentica il debito di riconoscenza che bisogna avere verso la donna, dalla quale, peraltro attraverso la gestazione, l’uomo apprende la propria paternità. Allora l’uomo deve rigenerare la sua identità e riconsiderare la sua presenza e la sua funzione nel rapporto di coppia attraverso l’abbandono di ogni forma di egoismo e di pretesa superiorità dell’uomo nei confronti della Donna e realizzare con lei una collaborazione improntata al rispetto, al sostegno affettivo e sostenuta dall’amore.
Il rapporto di coppia implica lo stare l’uno di fronte all’altra e alla pari. Non soltanto, quindi, un mero sostegno dell’uomo alla donna o della donna all’uomo, ma una relazione di reciprocità fondata sull’uguaglianza, ovvero l’uno accanto all’altra, e viceversa, e non in una posizione dominante o prevaricante dell’uno verso l’altra.
C’è da chiedersi, allora, come educare, in ogni contesto educativo, a relazioni di genere positive minori, adolescenti, giovani, adulti, genitori e famiglie?
Perché un tale impegno educativo possa rivelarsi positivo è importante che venga focalizzato bene il concetto che riconoscere uno spazio di libertà alla donna non vuol dire per l’uomo privarsi o rinunciare al proprio spazio di libertà, ma vuol dire, in concreto, che uomo e donna insieme devono saper ritrovare uno spazio nuovo per vivere, pariteticamente e serenamente, la loro relazione e la loro libertà di coppia, in ogni senso e nel modo più completo e gratificante, nella piena convinzione e certezza che la differenza di genere non annulla la consapevolezza di sé come individualità portatrice di peculiari emozioni e sentimenti, capace di compiere scelte autonome e responsabili a livello affettivo, sociale e morale, ma consente di vivere la relazione tra i sessi in una situazione di coppia, improntata al rispetto reciproco, alla pari condivisione di diritti e doveri, alla gioia dell’amore.
Per questa via allora sarà possibile crescere civilmente e sviluppare un impegno continuo e costante di crescita della Donna e di affermazione dei suoi diritti, liberandola da ogni forma di violenza e da ogni stereotipo di genere che abbia alla base, nella società, una visione errata della figura femminile, educando al rispetto della sua Persona.
Solo così alla Donna sarà consentito di vivere, riscoprire ed esplicare il senso organico della civiltà e della cultura dell’amore, che ripudia la violenza, l’egoismo, lo spreco, lo sfruttamento e l’amoralità; che produce la felicità della comunione ed apre all’amicizia, alla fiducia, alla collaborazione, alla tolleranza, al rispetto.
Allora va messo al bando ogni forma di preclusione e di violenza da parte dell’uomo verso la Donna, alla quale va riconosciuto la partecipazione piena, paritaria, egualitaria, alla realizzazione di questi obiettivi in famiglia, nella scuola, nella società e in tutte le associazioni, le organizzazioni e le istituzioni.
Allora un fiore sostituisca il coltello e non si spenga una vita, ma si aggiunga amore alla vita! e si comprenda che oggi è fondamentale che le società si strutturino con la donna e per la donna.
Ciò perché lo sviluppo ed il progresso non possono più prescindere dalla fondamentale presenza della Donna, che ieri chiedeva parità, poi uguaglianza, ma oggi, giustamente, chiede il rispetto della sua diversità e specificità di genere, inteso non solamente in senso biologico e materno, ma anche culturale,sociale, politico, ovvero: il riconoscimento del proprio ruolo storico.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere su diritti umani e pace
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