11 Luglio 1995 -SREBRENICA- VENTICINQUE ANNI FA IL MASSACRO (di Eduardo Terrana)

11 Luglio 1995 -SREBRENICA- VENTICINQUE ANNI FA IL MASSACRO (Eduardo Terrana)

Il generale Ratko Mladic, l’11 luglio 1995, entrò nella cittadina bosniaca di Srebrenica con le sue truppe serbo-bosniache e vi portò morte e distruzione.
Fu il massacro di 8.372 civili inermi e indifesi, ma anche stupri, mutilazioni e violenze di ogni genere.
Desidero ricordare quel tragico evento e rendere omaggio alla città di Srebrenica ed ai suoi morti, vittime innocenti, con questi modesti versi per non dimenticare quella triste pagina di atrocità, tra le peggiori della storia contemporanea, dopo quelle del nazismo, e tenere sempre presente che la strada verso l’affermazione e la realizzazione dei diritti fondamentali per tutti gli esseri umani e per tutti i popoli, senza nessuna distinzione e discriminazione , è ancora lunga da percorrere. Ma quel traguardo è essenziale per il valore e la dignità della persona umana e per la pace.

RICORDANDO SREBRENICA
di Eduardo Terrana

Si sente il vento soffiare
tra gli alberi e le urla
delle donne di Bosnia
violentate,
il pianto dei bimbi
orfani ed affamati,
e dei vecchi della loro
Patria diseredati.

Si sente il vento soffiare
tra gli alberi ed il tuonar
dei cannoni che vomitano
valanghe di morte,
e l’odore acre
delle carni bruciate
da lingue di fuoco
che inceneriscono la vita.
Si sente il vento soffiare
tra gli alberi ed il pianto
della terra di Bosnia
inonda l’animo rinsecchito
di chi si ubriaca
del sangue degli innocenti
e nel deserto delle menti
vaneggia folli progetti.

Capezzoli secchi di latte
distillano sangue d’amore
a neonati innocenti
di tanto odio e dolore.
Figli senza Patria e futuro,
crescono divisi dal muro
dell’odio che arde nei cuori
e brucia la loro Bandiera.

Figli di Bosnia, spettri viventi,
persi nel vuoto delle montagne
sventrate dalle granate,
ovunque disseminate,
e tra le coltri occhi piangenti
a Morfeo rubate da mani briganti.
Figli di Bosnia cinico silenzio
sull’amara sorte del vostro destino!

Ma finisce la sera
e il sole risorge
sulla fraterna bufera
che semina morte.
Si sente il vento soffiare
tra gli alberi: è la speranza
di un domani migliore
per i Figli di Bosnia!

———-
Srebrenica! Per non dimenticare

Dedicato,
agli uomini ed ai popoli
che soffrono la fame,
l’ingiustizia, l’oppressione,
ma credono
in un mondo diverso,
in un mondo di uguali,
in un mondo migliore!
***

Eduardo Terrana
Saggista e conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati

Foto: Pixabay

VITA INTERIORE, IMMAGINARIO E CREATIVITÀ NELLE OPERE DI LAUREN SIMONUTTI E ANNE SEXTON (di Lucia Bonanni)

VITA INTERIORE, IMMAGINARIO E CREATIVITÀ
NELLE OPERE DI LAUREN SIMONUTTI E ANNE SEXTON (di Lucia Bonanni)

Nata nel 1968 nel New Jersey, Lauren Simonutti muore a Baltimora in totale solitudine nel 2012 a seguito delle ripercussioni di una malattia devastante. Nel 1990 si laurea presso l’Università delle Arti di Philadelphia e qualche anno più tardi inizia a percepire tre tonalità di voci proprio nell’orecchio che qualche tempo prima aveva perso l’udito. Dopo vari ricoveri in ospedale e diagnosi non corrette le viene diagnosticata una psicosi cronica con disturbi del comportamento e dell’affettività, la schizofrenia, termine derivato dal greco e composto da diviso e cervello e che sta ad indicare una suddivisione delle funzioni mentali con allucinazioni uditive, deliri, pensieri disorganizzati ed un tasso elevato di suicidi. Lauren sente il sopraggiungere della pazzia e per questo motivo trascorre i suoi ultimi anni di vita quasi in isolamento. La posologia farmacologia che le viene prescritta, e che include anche il litio, è finalizzata a permettere momenti di chiarezza circa le voci che affollano la sua mente e che si riflettono nella immedesimazione con personaggi ambigui e sofferenti. Così l’artista punta la telecamera su se stessa e lo spazio in cui vive e con le sue fotografie inizia a dare voce al dolore e ai patimenti di chi vive distaccato dagli altri. Mediante la sua produzione fotografica buia, sottoesposta, surreale ed emotiva la Simonutti fa fronte all’isolamento derivato dalla malattia come un vero e proprio programma terapeutico e le immagini sono un mix di autoritratto e still life ed esprimono il riflesso di una mente angustiata dalla follia. La malattia mentale è un qualcosa che incute paura, una condizione non facile da comprendere e di cui la maggior parte della gente sente parlare attraverso i media e non sempre ha occasione di poter dialogare con persone che possano spiegare e descrivere l’afflizione del proprio stato di salute. La situazione di vita della Nostra è riprodotta in immagini che spesso evocano demoni e creano spazi connotati da simbolismi, immagini che riescono a documentare il narrato visivo di una realtà inattesa insieme alla spinta devastante della patologia, la paura, il mistero, l’inspiegabilità di tale sindrome patologica. A seconda della differenza che si denota tra una foto e l’altra, la stanza di Baltimora risulta sempre diversa e gli specchi, le tende, gli scaffali sembrano i soggetti animati di un racconto noire dal fascino intenso. I fiori secchi, appoggiati sul piano del termosifone e dentro il vaso trasparente, i vari oggetti appesi alla parte, la posizione supina della donna sul tavolo, l’abito nero e il foulard a coprire la bocca e tenere unite le mascelle, le sbarre alla finestra e la tinta sbiadita delle tendine, ma anche l’intelaiatura del vetro sono tratti simbolici che contribuiscono a costruire un racconto per immagini e a portare elementi di pathos nella scena. Questo è quello che ho imparato. O catturerò le mia ascensione dalla follia ad un livello di sanità mentale o lascerò un documento di tutto questo nel caso dovessi perdere. Quello lasciato dalla Simonutti è un corpo di lavoro assai ampio e impressionante che rivela una creatività sorprendente ed un talento coraggioso, un’attività creativa di valore e prodotta in mezzo a così tante avversità. Tale corpus di lavori risulta straordinario, fortemente evocativo, a tratti ossessionante e per questo indimenticabile. Come reclusa in un manicomio da lei stessa costruito e frequentato soltanto dal medico e dalla persona incaricata di portarle il cibo, Lauren è ben consapevole della incredulità delle persone che non riescono a comprendere il concetto della pazzia per loro troppo distante e inaccettabile. La follia spoglia le cose fino al midollo e in cambio offre la capacità di vedere cose che non ci sono, afferma l’artista, cercando di tenersi in equilibro sul perimetro di quel recinto angusto in modo da non precipitare nel vuoto. Dopo anni di tentativi, di prove farmacologiche, di droghe prescritte una di dietro l’altra, ricoveri e tentativi di suicidio, i medici si risolvono a somministrare il litio la stessa polvere di stelle che un corpo può tollerare nel tentativo di poter reindirizzare la bussola disorientata dai farmaci. La polvere di stelle di cui parla Lauren, è il litio, uno degli elementi che una stella espelle prima di diventare nova. La Simonutti riesce a concettualizzare le cose che sente e che vede ben sapendo che non appartengono alla concretezza delle realtà e per essere certa che qualcosa sia veramente successo e non sia soltanto parte di sogni e allucinazioni, ella tiene delle foto al fine di non cedere alla seduzione della pazzia. I suoi personaggi le piacciono molto e la sua tecnica di lavoro in analogico si volge alla manipolazione delle immagini in camera oscura con negativi esposti sotto la luce di una lampadina da 100 watt e successivamente sbiancate, applicando pigmenti ed elementi chimici con i pennelli. Le tecniche che più preferisce sono il seppia, il selenio e l’argento e costituiscono i valori tonali a cui si aggiungono elementi scelti di volta in volta per cui ogni stampa risulta diversa dall’altra. In camera oscura Lauren elabora le immagini, ascoltando una sequenza musicale pari al tempo occorrente per lo sviluppo, una tecnica di lavoro del tutto personale, adattata alla durata dell’ascolto con pellicole Bergger in bianco e nero e la stampa a vista con le carta a contatto di coloranti organici che agevolano la fotolisi. La Simonutti è un’artista di talento, un’artista coraggiosa che riesce a scandagliare e a comunicare pensieri del tutto personali. La sua prima foto è quella che ha per soggetto la propria madre e che risale all’età dei dodici anni, quando si cimenta in fotografie di paesaggio mentre la decisone di dedicarsi alla ricerca della fotografia artistica giunge verso i diciotto anni, quando cambia scuola ed ha la fortuna di trovare un istituto con un programma fotografico e fino alla metà del duemila fotografa in outdoor, ritraendo il mondo e le persone che conosce e realizzando autoritratti come quelli della ragazza nello specchio. Queste immagini, se pur prive di significato durante il periodo della malattia, le servono a mantenere viva l’idea che ha vissuto e che è stato solo alla fine della normalità della propria vita che lei è diventata un personaggio del proprio teatro ovvero un abitante di un mondo a parte. La prima foto delle otto stanze fotografate è quella del compleanno del 2006, evento festeggiato in compagnia della sua malattia perché anche gli amici più cari non sopportano il modo in cui lei è malata. Isolata dal mondo, Lauren raccoglie delle cose che riesce a trovare nella casa, compra una torta e accende le candeline, mette in posa le foto degli amici e scatta la foto, dando così inizio ad una tradizione in cui l’artista scatta una foto il giorno precedente il suo compleanno nella stessa stanza e con la stessa torta che fa una breve uscita dal congelatore per poi tornarci fino all’anno successivo, sembrando ogni volta sempre più deteriorata. Per la Simonutti sono queste immagini a segnare il tempo, a fare della follia un metodo di lavoro, ad allontanare quel senso di solitudine che le fa temere di poter svanire. Tali immagini seguono i suoi mutamenti e la scrittura The birthdays si configura come l’esplorazione di un alfabeto demoniaco nel tentativo di poter salvare la sua anima tanto tormentata. Nelle fotografie della Simonutti il tempo di esposizione non solo registra il movimento dell’intensità luminosa e quello dell’ombra, ma riesce a modulare anche il passare del tempo, caratterizzando la casa come soggetto e rifugio sicuro. I personaggi creati dalla sua mente si collocano all’interno di una cornice in cui indossa sempre indumenti neri e si muove ad intervalli regolari, che idealmente corrispondono alle unità frazionarie dei tempi d’esposizione e delle aperture del diaframma, creando così dei personaggi sconosciuti e che riescono a raccontare una storia senza il bisogno di una mappa concettuale predefinita. Il primo libro in copia unica di handbound prodotto da Lauen è Crash, costituito da una serie di immagini realizzate in ospedale dopo essere stata investita da un’auto mentre il primo racconto di finzione riporta il titolo di A Hidden “Monograf”, un enunciato di ciò che l’individuo si lascia dietro dopo la morte, “The Devils Alphabet”, realizzato in carta di stracci, Annegare, non sventolare, rilegato a spirale ed il libro del portfolio “The black book”. In questa foto la chiave di lettura va ricercata non tanto nella pila di libri, avvolta come fosse un regalo con la striscia di carta usata per digitare il testo alla macchina da scrivere, ma nel mezzo usato e le quattro mani che eseguono il lavoro due delle quali non appartengono all’autrice e sembrano uscire dal fondo scuro come a dire di un’opera realizzata a quattro mani insieme all’ignoto, nonché dal foulard che, come in altre immagini, copre la bocca quasi a voler impedire ai pensieri di trasformarsi in suoni e ricadere sul petto oppure ciondolare verso il suolo. I suoi libri sono interamente realizzati a mano e nella pratica della rilegatura la Simonutti trova quella disciplina necessaria per equilibrare il caos determinato dalla stampa e dalle riprese in cui le immagini seguono una sequenza organizzata mentre l’impostazione del testo scritto e la copertina sono vincolati al tipo di contenuto, testimone attento che denota la forza, l’onestà, il coraggio e un immaginario visionario che resteranno sempre nel colloquio relazionale che l’artista cerca di mantenere col mondo esterno. Ad una prima lettura le sue fotografie possono risultare di forte impatto emotivo e inquietanti, ma poi rivelano una forza narrativa non comune che denota tutta l’originalità creativa dell’artista. La malattia mentale spaventa, confonde, snerva, fa arrabbiare le persone che nella maggior parte dei casi, sentendosi impotenti dinanzi a tanta sciagura, preferiscono abbandonare chi soffre e andarsene. E tutto ciò accade anche alla poetessa Anne Sexton che in seguito alle continue ricadute in depressione, le fasi di trance, e i ripetuti tentativi di suicidio, è allontanata da quasi tutti i suoi amici ed inizia ad avere difficoltà relazionali anche con le figlie che stanno crescendo. Terza figlia di un industriale della lana, Anne nasce nel Massachusets nel 1928, suo padre è etilista e sua madre una donna succube della situazione familiare. La bambina cresce nell’ambiente della middle-class di Weston, ma a scuola dimostra incapacità di concentrazione con episodi di ribellismo e ripetute disobbedienze, atteggiamenti che inducono gli insegnanti a sollecitare i genitori affinché chiedano un consulto medico, proposta che resta del tutto inascoltata. La percezione di Anne circa le ostilità nei suoi confronti trova riscontro negli scritti della biografa Diane Middlebrook che giunge ad ipotizzare abusi sessuali da parte dei genitori anche in base alle registrazione delle sedute terapeutiche e gli stessi componimenti della poetessa. Dopo la high school Anne frequenta una scuola professionale, ma verso la fine del 1947, dopo soltanto un anno, fugge con Alfred Muller Sexton e contrae matrimonio. A Boston lavora come modella e dopo la nascita della figlia inizia a manifestare i primi segni della malattia mentale con frequenti crisi depressive che nel 1956 la conducono al primo tentativo di suicidio. La malattia della zia che l’aveva ospitata durante il periodo adolescenziale e la perdita inaspettata dei genitori, aggiungono ulteriori disagi alla mente già sconvolta di Anne tanto da richiedere il ricovero in ospedale. Ed è proprio durante la degenza presso l’ospedale psichiatrico di Weston Lodge che la poetessa scopre la propria vena poetica, una sorta di poetry terapy a cui si dedica per l’intero corso della vita. Si iscrive così al laboratorio di poesia per adulti del Boston Center e la critica negativa alla sua poesia messa a segno da John Holmes, responsabile del corso, le fanno comprendere che la poesia occupa un posto di centralità nella sua vita in quanto il suo mondo poetico non solo va controcorrente per la disparità dello stile e dei contenuti, ma le appartiene in quanto prodotto ed espressione del suo mondo interiore. Nel 1958 insieme all’amica Maxime Kumin, Anne inizia a frequentare i corsi di creative writing tenuti da Robert Lowel e lì ha occasione di fare conoscenza con Sylvia Plath, dando così inizio alla così detta linea confessionale della sua poesia , un genere poetico di innegabile significato per i lettori che in quegli anni devono confrontarsi con le paure e le angosce descritte dalla poetessa. In giro sono andata, strega posseduta/ossessa ho abitato l’aria nera, padrona della notte;/sognando malefici, ho fatto il mio mestiere/passando sulle case, luce dopo luce:/solitaria e folle, con dodici dita./Una donna così non è una donna./Come lei io sono stata. Nella lirica Una come lei la Sexton si paragona ad una strega abitata da un demone e la sua possessione è rimarcata col sostantivo ossessa per meglio esplicitare la propria malattia ed il fenomeno dell’attività paranormale che secondo alcune dottrine religiose viene affrontato con l’esorcismo. Quale padrona della notte, qui viene in mente La Regina della notte da Il flauto magico di Mozart, come fosse un untore, se ne va in giro a segnare le case di malefici con le sue dodici dita. Nelle Sacre scritture al dodici è attribuito un grande significato simbolico di spazio-tempo come l’anno e lo zodiaco, ma soprattutto le dodici porte della nuova Gerusalemme, le dodici tribù di Israele, gli apostoli e l’età di Gesù quando viene ritrovato nel Tempio, ma il dodici è anche un numero escatologico, indica i riti di iniziazione all’età adulta, dodici sono i Titani e i dròtnar nella religione norrena. Il sabba presieduto dalla strega nelle tiepide caverne, trovate nel bosco, è simile alle cueve gitane della danza del fuoco in “El amor brujo” di Manuel de Falla ed è preceduto da una sintesi identificativa in cui una donna così non è una donna, concetto riscontrabile anche nei dipinti di Goya, nelle musiche di Berlioz, Boito e Gounod che ha musicato il Faust di Goethe in cui si ritrovano le medesime fiamme a cui sopravvive la poetessa dopo essere stata sottoposta alla tortura delle ruote che ancora rompono le ossa. Alla lirica “Una come lei” si ricollegano i versi di “Magia nera” in cui l’autrice afferma che una scrittrice in fondo è una spia, una veggente che sa presagire ciò che esiste al di là dei lamenti e delle chiacchiere e, pensando di lanciare segnali alle stelle, ama l’abbondanza dei feticci di cui si ciba l’uomo che nel suo mestiere di scrittore in fondo è un imbroglione. Le prime tre sillogi poetiche della Sexton ottengono grande successo e l’autrice riceve consensi anche per i suoi reading e in America risulta tra i poeti perform meglio retribuiti. Ciò la induce a tenere corsi di creative writing alla Boston University e a riscrivere in versi la fiabe dei Grimm col titolo di Trasformations, ad insegnare alla high school e dare avvio la dramma “Mercy street” che ha come tema l’incesto, una produzione letteraria più disposta ad uscire dai confini dell’io lirico per proiettarsi nella realtà. Nel 1967 riceve il Premio Pulitzer per la poesia con “Live or die”, riconoscimento che va ad aggiungersi ad altri premi di prestigio, ricevendo anche un invito per leggere ad Harvard gli scritti di Morris Gray. Con la pubblicazione di “Love poems” Anne raggiunge l’apice della notorietà, ma nel 1973 a causa del divorzio dal marito, la sua salute subisce un netto declino che la predispone alla solitudine, alle manie, all’alcol, alla dipendenza dai farmaci, a quella delle relazioni amorose e alle continue ricadute che iniziano ad inquinare la sua carriera di scrittrice; la sua produzione, però, risulta ugualmente determinante per i poeti-donna e i diritti delle donne, ridefinendo i confini della poesia con i temi che sono propri dell’universo femminile. Icona della poetica confessionale, Anne intrattiene un’amicizia duratura con la Plath che dà adito a maldicenze che le vedono amanti e a tale relazione la Sexton allude in “Sylvia’s death”, poesia scritta dopo la morte dell’amica, avvenuta a Londra nel 1963 a causa dal fallimento del suo matrimonio. Io sono verticale/ma preferirei essere orizzontale, /non sono un albero con radici nel suolo/succhiante minerali e amore materno/ così da poter brillare di foglie ad ogni marzo (Sylvia Plath, Io sono verticale). Così scrive Anne in una lirica assai energica e significativa per la conoscenza del suo mondo interiore: A sei anni/ vivevo in un cimitero di bambole/e sfuggivo me stessa,/il mio corpo, il malfido/nella sua casa grottesca./Ero lesiliata/contorta tutto il giorno in un nodo. Nel componimento “Quei tempi” la Sexton ricorda gli anni dell’infanzia, un periodo triste, vissuto nella consapevolezza di essere non voluta, il frutto di un errore, un corpo fragile ed un io insicuro che rifiutava il seno della madre a cui sa di non piacere, una povera bimba costretta a dover subire le umiliazioni di ogni notte quando (la) Madre (la) spogliava/della vita di ogni giorno e lei si nascondeva nel ripostiglio a conversare con le bambole e ad accumulare l’energia necessaria per poter risalire come un ascensore e pianificare la propria vita e la propria femminilità. Però ancora non sa che al compimento del suo sesto anno di vita, le sarebbe restato solo un piccolo buco nel cuore, un punto sordo per poter udire il non detto più chiaramente. È individuabile nei versi della poetessa l’immagine del coccodrillo con le fauci tenute aperte da una spada che rimanda alla teoria psicoanalitica di Jacques Lacan in cui esiste la madre coccodrillo che fagocita i propri figli e ne ingurgita il vissuto, contrariamente alla madre narciso che li rigetta. Tra le caratteristiche più evidenti del coccodrillo ci sono quella di appartenere all’acqua e alla terra e di conseguenza il rettile è simbolo di contraddizioni, ma anche di fecondità, Divoratore del tempo che nella tradizione cristiana corrisponde al Leviatano, animale marino contorto e sempre avvolto su se stesso. Pertanto nei versi di Anne la madre è vista al pari di un mostro che divora la sua anima e nella sua visuale è rintracciabile anche il tema dell’acqua come liquido amniotico ed il nutrimento prodotto dal seno che la piccola rifiuta perché dal contatto dialogico con le mani materne sente di non essere amata. Il fatto stesso che Anne prima di tentare il suicidio indossi un indumento appartenuto alla madre, una pelliccia, fa pensare al bisogno di tenerezze che mai è riuscita ad avere per quegli atti ostili che mettono a repentaglio la sua sanità mentale e la portano a sviluppare l’angoscia da abbandono, determinata anche dalla mancanza di ruoli egualitari tra la polarità delle regole e quella della cura da parte dei genitori. Il sistema famiglia di Lauren e Anne è caratterizzato da ruoli di genere che interferiscono con la loro natura mentale e laspetto disfunzionale della famiglia e il disequilibrio dintenti tra gli adulti generano infelicità e disturbi psichici. Lauren utilizza la fotografia per far capire cosa vuol dire essere soggetti alla malattia mentale e mediante la sua arte rende terapia i suoi tormenti, le sue angosce, i suoi deliri e con grande dignità prova a combatterli, rendendoli forma artistica e messaggio per immagini. L’esistenza di Anne è vissuta tra creatività e distruttività e la sua poesia esprime un disagio interiore in cui chi legge può immedesimarsi. Le metafore, il ritmo dei versi, la gamma semantica, il significato delle parole possono essere comparati alle tonalità, alla saturazione, all’esposizione, alla vividezza e ai cromatismi delle immagini proposte da Lauren. Le opere di entrambe sono aubiografie sempre permeate dal senso della realtà, dal comportamento e dalla conoscenza del dolore e talvolta anche della gioia come pure dalla spiritualità che fa risaltare le loro opere e le identifica con una supreme fiction che riesce a sublimare e dare stabilità agli elementi negativi che assillano la loro vita interiore e sanno appagare la loro innata creatività.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Diane Middlebrook, Anne Sexton, Feltrinelli, 1998
Anne Sexton, Una come me e altre poesie, Tapa blanda, 2010
Autori Vari, L’altro sguardo. Antologia del Novecento, Mondadori, 2010
Susan Sontag, Della fotografia, Einaudi, 2004
Michael Freeman, L’occhio del fotografo, Logos, 2017
Eugenio Borgna, Di armonia risuona e di follia, Feltrinelli, 2012
Lensculture Word Press
Fotonicamente Word Press
Prospettive Word Press

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Photo: Lauren, Ballarat International Foto Biennale 2009. At her exhibition.

Fonte originale:

https://www.deviantart.com/lawrencew/art/Lauren-Simonutti-438537599

Photo: Lauren, Ballarat International Foto Biennale 2009. At her exhibition.

Il poeta contro lo spleen: “Catene” di Antonio G. D’Errico e Donato Placido (a cura di Sabrina Santamaria)

Il poeta contro lo spleen: “Catene” di Antonio G. D’Errico e Donato Placido
(a cura di Sabrina Santamaria)

Note biografiche di Antonio G. D’Errico

Antonio Gerardo D’Errico è uno scrittore italiano, poeta e autore teatrale e cinematografico. Due volte vincitore del prestigioso Premio nazionale Grinzane Pavese. Ha scritto le biografie di grandi interpreti della musica d’autore italiana, da Eugenio Finardi a Pino Daniele, da Tony Cercola agli Alunni del Sole, al produttore di Mia Martini Peppe Ponti. Anche il leader del Partito Radicale, Marco Pannella, lo ha scelto come interlocutore sapiente per la scrittura del saggio politico dal titolo “Segnali di distensione”. Vanta collaborazioni con autori di fama internazionale, tra i quali il venezuelano Jorge Real, con cui ha realizzato il romanzo “Rapinatore per gioco”, ispirato alla vita del rapinatore gentiluomo Palo Pennacchione. Antonio Gerardo D’Errico ha consolidato un sodalizio artistico ultraventennale con Donato Placido, poeta e attore, fratello del noto regista e attore Michele Placido.
Antonio Gerardo e Donato hanno pubblicato come coautori romanzi di successo, come “Montalto”, fino all’ultimo respiro, dedicato all’agente di polizia penitenziaria ucciso a Trapani, vittima di un agguato mafioso.

La loro ultima pubblicazione è la raccolta poetica “Catene”, pubblicata da edizioni romane Ensemble.

Un titolo ossimorico: liberarsi dai vuoti esistenziali.
La poesia è un genere letterario che libera gli autori da stati d’animo malinconici o tristi. Esprimere versi è un’attività solipsistica nella maggior parte dei casi, però in alcune circostanze capita che due poeti siano sulla stessa lunghezza d’onda e, magari, cavalcando le medesime emozioni danno vita a una raccolta poetica scritta a quattro mani; “Catene”(edita da Ensemble) è uno di questi casi infatti Antonio G. D’Errico e Donato Placido hanno incrociato i loro sentieri poetici incrociandoli in questa pubblicazione di alto pregio letterario. Il titolo dell’opera è ossimorico tanto è vero che in ogni espressione alberga una ricerca profonda della libertà e della verità, due aneliti molto carenti in questa umanità becera e senza scrupoli. Nei versi dei nostri autori si percepisce un loro ancoraggio ai valori, ai ricordi che forniscono una carta di identità alla loro anima poetica. Il loro verseggiare è assorto e ogni lettore può affacciarsi al loro mondo interiore, a volte nostalgico e malinconico a volte rapito da sofferte riflessioni. Scrivere poesie è quasi sempre un traguardo raggiunto dopo la rielaborazione dei propri vissuti, i testi racchiusi in “Catene” non sono alogici o arazionali, sviscerano la sensibilità dei nostri autori insofferenti all’insensato vuoto esistenziale che ai è impadronito dell’uomo contemporaneo, per questa ragione ben fondata Antonio G. D’Errico e Donato Placido si impegnano a trasmettere ancora la bellezza dell’infinito e il desiderio di irrobustire le proprie ali per volare in quanto non si accontentano di essere come lo stormo “Buon appetito” che si ingozzava in riva al mare, la loro poesia traccia le coordinate che potrebbero aiutare i lettori a ritrovare se stessi, in fondo in “Catene” possiamo ritrovare il sogno di libertà che, forse, tutti noi avevamo perso.

Sabrina Santamaria

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Intervista all’autore Antonio G. D’Errico

S.S: Raccontaci del tuo primo incontro con la poesia…

A.G.D: L’incontro mi suggerisce un modo di essere e di comportarmi di fronte a qualcuno. Di fronte a qualcosa invece mi sembra di essere solo coi miei pensieri, con le mie azioni. Qualcosa mi stimola la riflessione, la conoscenza, il metodo, la verità o il suo contrario. La poesia mi è arrivata tra le mani fin da piccolo, e naturalmente tra i banchi di scuola. Era una poesia intrisa di spirito ottocentesco: Carducci, Berchet, De Amicis, Viviani, Di Giacomo, Manzoni. Con la crescita ho proceduto a ritroso, dal Settecento, poi l’Arcadia seicentesca, Sannazzaro, Metastasio, il Rinascimento, fino a Dante e Petrarca. Con la maturità sono ritornato al Novecento e ho scoperto un mondo di fascino, di pensieri e immagini vicini a quelli che si costruivano dentro e fuori di me. Ho conosciuto i paesaggi della Liguria grazie alle suggestioni poetiche di Montale, ho sentito l’aria della Grecia e della Sicilia nelle liriche di Quasimodo. Ho visitato il mondo seguendo le prospettive poetiche dei versi di Ungaretti, di Saba. Ma poi tutta la ribellione viscerale di Pasolini, la “noia” di Moravia. Ho letto Zanzotto, la poetica cristallina di Clemente Rebora, lo sguardo tra cielo e terra di Padre Maria Turoldo. Poi la fine di un mondo remoto e pieno di spirito mi ha posseduto anima e corpo: la mia terra di origine, le persone semplici e uniche della mia infanzia, la bellezza del canto che risuonava tra le stanze di quelle casette con le finestre sempre spalancate. La vita ha preso forma sentimentale, illuminandomi la vita. Più tardi l’esigenza di condividere quella bellezza col resto del mondo. La scrittura: la poesia, ma non solo.

S.S: Se dovessi dare una definizione di “poesia” quali enunciati useresti?

A.G.D: La realtà. Farei riferimento alla realtà, al vero. L’ispirato non ha valore, se non nelle favole dei bambini: dei bambini, non per i bambini. Nell’immagine della poesia ritorna l’eco della voce di quanti mi hanno fatto sperare una bellezza stando tra i banchi di scuola. Ritorna l’immagine eroica del poeta “artistiere” di Carducci. Ma poi prevale la delicatezza crepuscolare di Gozzano o la sonorità meravigliosa e palpabile con le mani prima che con lo sguardo di Andrea Zanzotto.

S.S: Il titolo della tua raccolta poetica “Catene” allude anche alla tua espressione di sentimenti che ti tengono ancora legato?

A.G.D: No, esprimo verità che liberano, che portano seco il fuoco del bisogno di libertà. La libertà è un concetto smarrito ormai, dopo l’attacco che ha subito da una società che vive di propaganda e revisionismo storico vuoti, privi di valori eterni. Il senso eterno della vita è riposto nell’ontologia della libertà, la ribellione di Kunta Kinte, il martirio scelto dagli innocenti, quello perpetrato ai danni di chi ha fatto dell’innocenza la sua vita.

S.S: Quali nuovi orizzonti la letteratura potrebbe disegnare?

A.G.D: Se la letteratura è asservita al piacere personale, all’interesse economico, come capita per certi che scrivono parole da leggere poi in televisione, nei programmi dove vengono invitati da amici e conoscenti dei padroni dei contenitori, non serve a niente e a nessuno, a parte a coloro che vivono per divertire un pubblico che segue gossip e calcio. Due grandi argomenti di interesse pubblico, profondi, intimi, dove l’anima trova elevazione e interesse speciale, dove l’urlo e la sfida sono l’esaltazione dei sensi vibranti di passione.

S.S: In quale arcano punto della tua esistenza si incontrano la tua passione per la musica e per la letteratura?

A.G.D: Potrei risponderti nei silenzi, dove ognuno può contemplare l’eternità. Per me, come ho detto prima, i silenzi più significativi sono stati quelli della mia infanzia, dove tutto ha preso forma e destino, compiutezza del germe vitale.

S.S: Quando scrivi quali sensazioni ti fanno dondolare fra altalene dei tuoi ricordi?

A.G.D: Quando scrivo niente mi fa dondolare. I ricordi, i pensieri, la meraviglia, la bellezza non sono parole consumate dall’uso spropositato di una società che non vive di certe profondità; ma ripete le cose dette da chi gioca in televisione a fare il menestrello. A me tocca il cuore la vita con i suoi dolori e i suoi slanci. Mi preoccupa e mi impensierisce la vita di chi si dispera per andare avanti, di chi dorme dentro un cartone sotto un muro di cemento della stazione. MI piace gioire della luce del giorno quando la vita si desta con una felicità nuova per tutti. I pochi non rappresentano nulla: rappresentano, appunto, il mancante, il privato di pienezza. Io sono affascinato dal pieno e dal tutto che accoglie, che tiene insieme.

S.S: Quali autori ti ispirano maggiormente e, in particolare, quali testi?

A.G.D: “Non sempre il tempo la beltà cancella/ O la sfioran lacrime ed affanni/ Mia madre ha sessant’anni/ E più la guardo, più mi sembra bella”. Èuna strofa di De Amicis, nella poesia che dedica a sua madre, dal titolo perfetto e semplice: A mia madre. A me non piace la retorica, pallida di vissuto, ma mi commuove la verità. L’Iliade e la Divina Commedia, la Bibbia sono rivelazioni del divino che prende forma di racconto, di visione etica e morale. Tra gli autori che mi hanno sorpreso nomino Tommaso Landolfi, il suo romanzo breve: Ottavio di Saint-Vincent. Ha saputo investigare verità con un pensiero leggerissimo. Usando uno stile diverso, ha detto verità come ha fatto Pirandello in ogni ambito di dominio della parola.

S.S: Ti sei mai rallegrato allo spuntar di una tiepida alba?

A.G.D: Non mi rallegro facilmente, soprattutto per niente del genere. Mi meraviglia sicuramente il moto della terra, l’infinito, le stelle, il sole. Mi fanno pensare. Una volta guardando il cielo stellato non ho pensato a Kant, tanto parodiato di questi tempi, ma ho scoperto la verità del logos di Pitagora. È stata una scoperta sorprendente: ero in campagna, disteso in mezzo all’erba, sopra una collina. Mio papà stava arando col trattore in una piana di terra posta sotto la collina. Poco prima del tramonto del sole, con la prima stella che si è illuminata giusto sopra la mia testa, mi è sembrato quasi di poterla toccare, poi si è accesa una seconda stella, poi la terza, seguite da tutte le altre. In un attimo mi è comparso l’universo in quell’immagine del cielo completamente buio, le profondità del quale erano descritte dalle luci delle stelle. Quel moto di apparenze e di assenze mi ha rivelato la filosofia misterica di Pitagora. È bastato uno sguardo per capire quanto dai libri avevo appena scorto come parole messe una dietro l’altra.

S.S: Che ruolo hanno i poeti nella contemporaneità?

A.G.D: Hanno il ruolo che hanno tutte le persone. Spero per loro che vivano bene, in pace con tutti ma pronti a perdere la vita per la verità. Ci sono stati martiri di grande passione nella storia, tra cui persone che in carcere hanno scritto pagine di una bellezza struggente, da Silvio Pellico a Gramsci. Santa Maria Goretti ha preferito la morte davanti alla violenza di chi voleva abusare del suo corpo e della sua anima votata a Dio. Padre Kolbe, deportato in guerra ad Auschwitz, chiese di essere fucilato al posto di un condannato a morte, giovane e padre di famiglia. Altri filantropi durante guerra hanno salvato centinaia di vite umane: Perlasca, Schindler. La storia è piena di esempi di vite valorose. Ci sono vite valorose che passano sotto i nostri occhi ogni giorno, vite invisibili, ma di grande rispetto. I poeti facciano la loro part come tutti coloro che saranno ricordati per le loro scelte coraggiose e imprescindibili da ogni calcolo, ogni interesse velleitario.

S.S: Il candore della luna ti sussurra dei versi?

A.G.D: Ogni cosa mi ispira un moto dell’anima e della mente. Ma ciò che è stato già oggetto di ispirazione per qualcun altro che ha meravigliosamente cantato Alla luna non mi induce a fare nulla del genere. Vorrei cantare le stelle ma i Salmi sono un inno solenne alla bellezza di quelle luci del creato. Allora scrivo quando sento che le mie parole possano creare un moto nuovo che preservi la vita, la protegga, la elevi. La vita, che è dimensione dell’anima rinnovata da propositi non consumati dal tempo e dalle mode, è l’unica bellezza, necessità e verità che mi interessa sopra ogni altro desiderio, piacere, sentimento ideale. Non rifuggo la realtà quanto mi siedo al tavolo per scrivere, ma la realtà mi insegna, mi guida e mi suggerisce le parole che danno valore dal principio alla fine al mio modo di essere, di dire, di fare, di sentire.

(Intervista rilasciata dall’autore Antonio G. D’Errico a Sabrina Santamaria)

Tre poesie scelte di Maria Rosa Oneto

Non so se domani

Non so se domani
ci sarò a rinfrescare
i fiori in giardino.
A spazzare il vialetto
attorno a casa e se queste mani conterranno il mistero
di un’anima sola.
O sapranno asciugare
lacrime al calor del sole, quando il cuore
richiederà: tenerezza e amore.
Non so se domani
ci sarò a riporre i vestiti nell’armadio,
a scartare i vecchi modelli, a salire sulla scala con l’agilità
di una libellula.
Non so quanto tempo
mi darà il destino
per essere ancora donna,
per imbellettarmi da
cocotte, con capelli posticci sulla testa.
E l’odore del tuo dopobarba
adagiato sul letto,
insieme al gatto.
Non so se domani
rivedrò l’aurora e quel gemito di sole sulle spalle nude.
Come un bacio sfiorato
nell’ingordigia dei sensi!

Siamo insieme

Siamo insieme,
torturati e vinti.
Nulla più ci appartiene
in questo mondo:
lacerato e perso.
Siamo insieme
senza dire una parola:
vicini ma distanti
dall’attimo presente.
Soli in un ritratto:
esangue e maledetto,
recitando l’oltraggio
di una coppia perfetta.
Son spente le nostre anime come fuochi
fatui e più non donano
il piacere di amarsi,
di trascendere dalla consueta routine e gioire l’uno dell’altro.
Siamo insieme,
ognuno nascosto a se stesso e nel cammino
del tempo,
diventiamo vecchi di dubbi e tormenti!

Fiocchi di bambagia

Tra pagine,
ingiallite dall’usura,
dove ho lasciato
l’età migliore:
il sorriso di una rondine a primavera,
un papavero rosso
fremente di grano,
la tenue innocenza
di un brivido d’amore.
Oggi, che il cielo
è lontano.
Gravato di solitudine
e castigo,
più non ascolto
l’assolo della melagrana,
l’intimo segreto
del mare,
la mia terra: bruciata
e ferita.
Non conosco
il tempo del domani,
raggomitolato
in fiocchi di bambagia!

Maria Rosa Oneto, testi inediti

Diritti intellettuali riservati all’autrice

Maria Rosa Oneto

Pubblicato anche su Alessandria Today:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2020/06/30/angolo-di-poesia-tre-liriche-inedite-di-maria-rosa-oneto/?preview=true

DROGA NEL MONDO DATI ALLARMANTI. Il 26 giugno, la Giornata Mondiale della lotta contro l’abuso e il traffico di droga (di Eduardo Terrana)

DROGA NEL MONDO DATI ALLARMANTI

Il 26 giugno, la Giornata Mondiale della lotta contro l’abuso e il traffico di droga
(di Eduardo Terrana)

Foto dal web

Appare drammatica ed in costante aumento la situazione dei consumatori di droghe nel mondo che emerge dai dati dell’ultima rilevazione effettuata, nel 2017, dall’Agenzia dell’Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, (Unodc).
L’agenzia rileva che i morti censiti a livello mondiale per consumo di sostanze stupefacenti, relativamente al 2017, sono quasi 600.000; stima, inoltre, che 270 milioni di persone, dai 13 ai 65 anni, fanno uso di droghe.
Il dato del 2017 è quasi pari a quello dell’anno precedente, ma risulta superiore di oltre il 30% se paragonato a quello del 2009. Incide il consumo rilevato per la prima volta in India ed in Nigeria, ma se si considera che oltre il 50% degli Stati membri dell’ONU non fornisce i dati va ritenuto fondato il timore che le cifre possano essere di gran lunga superiori. Preoccupa in particolare la diffusione della droga tra i giovanissimi, che sempre più in età minorile, scelgono di viverne le pericolose esperienze. Un quadro allarmante, nonostante la vigilanza esercitata dagli Stati ed i rilevanti sequestri effettuati.
La lettura dei dati rileva un uso crescente di oppiacei soprattutto in Africa, Asia, Europa e Nord America; mentre la cannabis prevale dappertutto e si rivela la droga più usata a livello mondiale con 232 milioni di consumatori, ma anche la più coltivata, in 159 Paesi. Il suo maggior consumo è nel Nord America, nel Sud America e in Asia, ed è in forte crescita.
In Africa ed in Europa prevale invece il consumo di oppiacei che sono presenti anche sul mercato asiatico e nordamericano. Si contano circa 54 milioni di consumatori, con un incremento, nel 2017, del 56% rispetto agli anni precedenti. Queste sostanze sono la prima causa di morte tra i tossicomani per oltre il 75%.
La cocaina fa registrare, nel 2017 il record della produzione illegale con 1.976 tonnellate prodotte, il 25% in più rispetto al 2016. Oltre 20 milioni di persone nel mondo ne fanno uso, prevalentemente negli Stati Uniti.
L’eroina è la sostanza per antonomasia degli Oppiacei, che annoverano: l’ Oppio, gli oppiacei sintetici: fentanyl, codeina, metadone, tramadol; la morfina; i sedativi e i tranquillanti. L’eroina conta oltre 8 milioni di consumatori, mentre sono 38 milioni i consumatori di oppio.
La preoccupazione maggiore oggi in termini di salute pubblica è data dagli oppiacei sintetici ed in particolare dal fentanyl e dal tramadol. Il fentanyl è motivo di emergenza overdose negli Stati Uniti e in Canada, mentre il tramadol, che è un potente analgesico sintetico, desta forte preoccupazione, per l’uso che se ne fa, in Africa e in Medio Oriente. E’ molto conosciuto, tra l’altro, tra i combattenti della jihad con il nome di “droga del combattente” perché viene utilizzato in battaglia dai terroristi dell’Isis.
L’uso di droghe nel mondo, però, registra il consumo di altre tipologie di sostanze, per lo più stimolanti, come le Anfetamine e l’Ecstasy. Nel 2017 ne hanno fatto uso, rispettivamente, 53 e 28 milioni di persone. Le Anfetamine hanno un forte consumo tra le popolazioni del sud set asiatico.
A queste sostanze vanno aggiunte nuove droghe sintetiche come cannabinoidi e ketamine, il cui mercato è in forte espansione, anche perché reperibili a basso costo.
Da rilevare che il numero di decessi nel 2017 registra il picco massimo proprio tra i consumatori di oppiacei sintetici. Gli Stati uniti detengono il triste primato di questa classifica, con 47.000 morti, segue il Canada, con 4000 decessi, per eccessivo uso soprattutto di fentanil. Al terzo posto figura l’Africa, dove è diffusissimo e consumato il tramadol.
Sono drammatiche le cifre relative ai malati per uso di droghe. Sono oltre 35 milioni i tossicodipendenti, che necessitano di trattamenti terapeutici continui. Tra le Patologie più diffuse l’Hiv, oltre un milione e mezzo, e l’epatite C, circa sette milioni. Una realtà che pesa sull’economia dei Paesi interessati che devono fronteggiare questa emergenza. Sono nel mondo 11 milioni le persone che si sono iniettati droghe, in prevalenza oppiacei od eroina.
I Narcotrafficanti sono scatenati nel tentare di accaparrarsi sempre più nuovi mercati ed ormai hanno raggiunto un livello organizzativo che consente di fare arrivare la droga in ogni parte del mondo per vari corridoi. I profitti che ne derivano sono immensi. Si pensi che l’eroina ha un mercato globale del valore di circa 55 miliardi di dollari all’anno e la cocaina di circa 40 miliardi di dollari, ma il volume d’affari globale del traffico di stupefacenti dà un gettito stimato in oltre 500 miliardi di dollari, di cui 300 miliardi solo negli Stati Uniti. La droga, così, si conferma, dopo la prostituzione, la migliore fonte di reddito illegale.
Nascono intanto nuove vie della Droga, che si aggiungono a quelle già note. L’ultima è quella che porta la droga latinoamericana in Qatar, nel Golfo Persico. Ma le droghe per lo più percorrono le vie tradizionali.
L’eroina segue la via Balcanica, un percorso che passa attraverso l’Iran, la Turchia, i paesi balcanici e porta la droga ai Paesi dell’Europa centrale ed occidentale.
Altre rotte sono quelle asiatiche che portano dall’Ahghanistan l’eroina nei paesi dell’Asia meridionale, attraverso il Pakistan in Africa e attraverso l’Asia centrale in Russia. Sempre dall’Afghanistan, che ne è il primo produttore al mondo, arriva anche l’oppio. La cocaina invece arriva, in prevalenza, dalla regione andino-amazzonica: Colombia, Perù e Bolivia. Lo stato che ne produce di più è la Colombia, il 70%. La cannabis proviene principalmente da Maghreb e Mashrek.
La pericolosità delle droghe è ampiamente accertata e documentata. Le droghe agiscono sui neuroni che sono le unità base strutturali e funzionali del tessuto cerebrale. Gli effetti devastanti si manifestano in vario modo ma tutte riconducono alla considerazione che le droghe distruggono il sistema nervoso e chi ne fa uso.
Ciò nonostante sempre più persone si avvicinano all’uso delle droghe. E l’età è sempre più bassa, i mercenari della droga, infatti, adescano i nuovi proseliti sempre più tra i giovanissimi, da ultimo anche tra i dodicenni.
La pericolosità delle droghe è classificata secondo un ordine che vede sul podio: Eroina, Cocaina, Barbiturici, e tra le prime posizioni: Metadone, Alcol, Ketamina,
Benzodiazepine, Anfetamine, Tabacco, Cannabis, LSD, Ecstasy.
L’Onu richiede agli Stati un impegno straordinario per far fronte al narcotraffico internazionale, una piaga che cambia pelle di continuo, come dimostra la recente trasformazione da area di snodo a mercato della droga del Brasile, secondo consumatore al mondo di cocaina e primo di crack. Un fatto questo di rilevante portata perché sta sconvolgendo gli equilibri di produzione e di smercio illegale della droga nell’America latina e, soprattutto, tra i paesi produttori: Perú, Bolivia, Cile ed Ecuador, con inevitabili conflitti tra i narcotrafficanti.
Necessita, pertanto, una maggiore cooperazione internazionale ed una maggiore integrazione sul piano sanitario e della giustizia penale per contrastare il fenomeno con efficacia. Necessita, altresì, sviluppare politiche rigorose di lotta alla produzione e al commercio di droghe. Necessita intensificare gli interventi di cure e riabilitazione per il recupero dei tossicodipendenti. Necessita svolgere una forte azione preventiva e dissuasiva verso i giovani di tutte le età, al fine di distoglierne l’attenzione dalle droghe e sui danni alla salute, sempre più gravi e diffusi, conseguenti all’uso delle stesse. Necessita, però, anche sviluppare una vigorosa campagna di lotta contro il riciclaggio di denaro proveniente dalla droga.
Su questi obiettivi necessita che tutti gli stati del mondo trovino la massima intesa e procedano insieme per stroncare con fermezza il traffico e il consumo di droga. Un impegno di lotta difficile, anche perché molti paesi produttori hanno nella droga una voce d’entrata importante nella loro bilancia commerciale e privarsene sarebbe un grave danno. I trafficanti di droga, pertanto, in questi Paesi, trovano copertura e protezione governativa e popolare. La lotta, però, contro trafficanti e spacciatori e la proliferazione delle sostanze stupefacenti, va intensificata, perché va salvaguardata la salute di tutti, contrastando, in ogni luogo e con ogni mezzo, i narcotrafficanti e i loro loschi traffici che procurano larghi profitti sfruttando lo stato di miseria della povera gente.
La ricorrenza della “Giornata Mondiale della lotta contro l’abuso e il traffico di droga”, del 26 giugno, deve contribuire a rafforzare questo impegno operativo perché la lotta al narcotraffico subisca sempre più decisivi colpi mortali, così risparmiando sempre più vite umane.

Eduardo Terrana
Saggista e conferenziere su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore

“La Melagrana: Storia e Tradizioni (di Maria Rosa Oneto)

“La Melagrana: Storia e Tradizioni”
di Maria Rosa Oneto

INTRODUZIONE

La Melagrana detta anche mela granata o granata – è il frutto del melograno, la cui coltivazione si estende dal territorio dell’Iran alla zona himalayana dell’India settentrionale; sino a raggiungere il Caucaso e la Macchia mediterranea.
Il nome “melagrana”, deriva dal latino malum (“mela”) e granatum (“con semi”).
La stessa origine, è riconosciuta in altre lingue, come l’inglese e il tedesco. Una radice del nome della melagrana, deriva dall’antico egiziano RMN, da cui scaturi’ l’ebraico rimmon e l’arabo rumman, sino ad approdare al termine portoghese e maltese.

LA PIANTA

La Melagrana, è una bacca (detta Balausta) di consistenza molto robusta, con buccia rigida e coriacea. Ha forma rotonda o leggermente allungata con diametro da 5 a 12 cm. Le dimensioni, sono fortemente condizionate dalla varietà e tipologia di coltivazione. Il frutto, ha diverse, robuste petizioni interne, che svolgono funzione di placentazione di semi, detti chicchi o arilli (ben 613 per frutto), separati da una membrana, detta cica. I semi, di colore rosso, sono circondati da una polpa traslucida che va dal bianco al rubino, che nella tipologia a frutto, risulta dolce e profumata. Matura da ottobre a novembre a seconda delle varietà.

PROPRIETÀ

La melagrana, ha proprietà medicinali. La scorza, ricca di tannino, tagliata a pezzetti e fatta essiccare all’aperto, viene utilizzata come decotto con proprietà tenifughe, astringenti e sedative nelle disenterie.
Dalla scorza, si ottiene una tonalità di giallo, utilizzata negli arazzi arabi. Il consumo ad uso domestico, si ha dopo l’estrazione del succo dalla polpa, per le sue proprietà aromatiche e per dare quel gusto “amarognolo” a Vermouth ed aperitivi. Come altri ingredienti (quali grano, cioccolato, noci, etc.) i chicchi di melagrana, hanno una simbologia che richiama contemporaneamente: la morte e la prosperità. Il succo, detto: “granatina”, è ottenuto dalla spremitura dei semi, spesso diluito e zuccherato, è usato come bevanda. Occorre precisare, che la quasi totalità dei succhi di produzione industriale, sono definiti: “granatine”.

CURIOSITÀ STORICHE

La melagrana, fa le sue prime apparizioni, nel IV secolo a. C. in Mesopotamia, a Uruk e a Susa. Sia per il colore dei numerosi semi, di un rosso traslucido brillante, racchiusi in un involucro robusto, il frutto, ha colpito l’immaginazione umana, quale prodigio prezioso della natura. Questa sintesi, è ripresa da molte culture: ebraica, greca, babilonese, araba, cristiana. Ciò è anche dovuto al fatto che la pianta vive in ambiente semi-desertico.

EBRAISMO

Il libro dell’Esodo (Esodo; 28:33-34), prescrive che le immagini delle melagrane, siano applicate sugli abiti rituali dei Grandi Sacerdoti. Il libro dei Re, le descrive rappresentate sui capitelli che erano sul fronte del Tempio di Salomone in Gerusalemme. La corona che nel simbolismo ebraico indica la santità, viene anche raffigurata dalla “corona”, residuo del calice floreale, che permane nella parte apicale del frutto. Essa, nella simbologia ebraica, è sinonimo di onestà e correttezza, dato che conterrebbe 613 semi, che come altrettante perle sono le 613 prescrizioni scritte nella Torah (365 divieti e 248 obblighi); osservando le quali, si ha la certezza di tenere un comportamento: saggio ed equo. In realtà, i semi di codesta pianta, presentano un numero di frutti variabili, ma con riferimenti precisi alla numerologia ebraica, portatrice di produttività, benessere e fertilità.
Quella della melagrana è una delle poche immagini che appaiono nelle vecchie monete della Giudea, come simbolo santo. Di recente, molti rotoli della Torah, quando non sono in lettura, sono avvolti in gusci d’argento a forma di melagrane. Sembrerebbe che il frutto dell’Albero della Vita del Giardino dell’Eden, fosse da intendersi in realtà come una melagrana. Codesta, è uno dei sette frutti elencati nella Bibbia, come speciali prodotti della “Terra Promessa”.

ANTICA GRECIA

Il mito di questa pianta, giunge in Grecia dall’Oriente, enfatizzando il mito di Persefone (regina dell’Ade, dell’oltretomba e della primavera) e quello di Era (regina degli dei e del matrimonio). Per la Chiesa Ortodossa, un giorno importante è quello dedicato alla presentazione di Maria. In tale ricorrenza, in alcune regioni greche, è di tradizione preparare la tavola della polysporia (o pansperma = tutto è sperma, seme) con offerte di cibi e frutti e con evidenti richiami pagani a Dioniso (Dio del vino e dell’ebbrezza).

CRISTIANESIMO

Il frutto, è anche presente nella decorazione religiosa cristiana; soprattutto, per abiti e paramenti sacerdotali. Nel Medioevo, la Vergine Maria, era raffigurata con una melagrana fra le mani (es. la Madonna della Melagrana del Museo diocesano di Lucera, datata al XIV secolo). Anche alcuni dipinti a tema religioso di Sandro Botticelli, Carlo Crivelli e Leonardo da Vinci, assumono queste tematiche. Nella Madonna con il Bambino di Antonello da Messina (1460- 1469 ora alla National Gallery di Londra) è Gesù Bambino a tenere nelle mani una melagrana: simbolo anticipatore della passione; dato che il suo stesso colore, richiama da sempre il sangue Nell’iconografia cristiana, diventerà quindi emblema di martirio e del “corpo mistico” di Cristo Signore.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

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LE SFIDE POSTE DALLA MIGRAZIONE IRREGOLARE. Il 20 giugno la ricorrenza della Giornata mondiale dei Profughi (di Eduardo Terrana)

LE SFIDE POSTE DALLA MIGRAZIONE IRREGOLARE.

Il 20 giugno la ricorrenza della Giornata mondiale dei Profughi
(di Eduardo Terrana)

È un flusso continuo quello dei profughi che lasciano i loro luoghi di nascita per avventurarsi in perigliose ricerche di nuovi Paesi dove vivere una nuova vita.
Un dramma che coinvolge persone di ogni età, costrette ad abbandonare il proprio paese a causa di conflitti, invasioni militari, bombardamenti, violenze, persecuzioni politiche o religiose, miseria, fame, malattie, disastri naturali, povertà e mancanza di risorse.
Un dramma che si rinnova ogni due secondi, in un mondo che non sa garantire il riconoscimento ed il rispetto dei diritti a tutti! Un profugo ogni due secondi! Un tempo ristrettissimo che ci da l’idea della portata del fenomeno migratorio, che reclama l’attenzione del mondo civile, che ha il dovere di non restare indifferente e di dare una risposta umanitaria.
Un continente in movimento quello dei Profughi, stimato globalmente, a tutt’oggi, in 258 milioni di persone, secondo il “Rapporto ONU”. Dietro questo numero anonimo ma impressionante ci sono storie drammatiche, fatte di viaggi lunghi ed estenuanti, non scevri da pericoli, durante i quali, spesso i profughi si imbattono in soggetti senza scrupoli che li costringono a subire torture e abusi indicibili. E spesso il viaggio non si risolve in breve tempo ma dura anni, anche quattro o cinque. È il caso, ad esempio, dei tanti profughi che arrivano in Libia. Drammatica è, poi, la sorte dei tanti che si affidano al mare inseguendo il miraggio di una terra promessa che però, spesso, resta , appunto, un miraggio! È il caso dei 38.000 profughi morti, dal 1988 a tutto il 2019, nel mediterraneo o su altre rotte marine, ma il numero appare poco convincente, perché in tanti mancano all’appello.
I profughi, moglie e figli al seguito e un fardello di speranza, approdano in prevalenza in Paesi confinanti. E’il caso, ad esempio, dei siriani che si stabiliscono in Turchia, o dei sudsudanesi, che vengono accolti dal Sudan o dall’Uganda.
Tanti però seguono altre direttrici: da Messico, Cina, India, Filippine e Porto Rico, verso gli Stati Uniti; dal Venezuela verso Perù, Spagna e Stati Uniti; dall’India verso l’Arabia Saudita; dalla Siria verso la Turchia e verso l’Europa, in prevalenza, in Germania; dall’Algeria verso la Francia.
Notevoli sono, poi, i movimenti migratori all’interno degli stati appartenenti alla ex Unione Sovietica tra Federazione Russa ed Ucraina e tra Kazakistan e Federazione Russa. Altrettanto intensi i flussi migratori verso il Sud del mondo: dal Bangladesh verso l’India e da qui verso gli Emirati Arabi Uniti e verso l’Arabia Saudita; dalla Cina verso la regione di Hong Kong; dall’Afghanistan verso il Pakistan e la Repubblica Islamica dell’Iran; dal Myanmar verso la Tailandia; dalla Palestina verso la Giordania; dal Burkina Faso verso la Costa d’Avorio.
Il continente asiatico detiene il primato delle partenze, 106 milioni su 258, ed ha nell’India il Paese con l’esodo maggiore. Segue l’Europa, con 61 milioni di partenze, e a seguire: Messico, Russia, Bangladesh, Pakistan, Ucraina.
Particolare in Asia è la condizione dei Rohingya, già fuggiti in oltre 700.000 in Bangladesh, perseguitati dal governo del loro paese, il Myanmar, e l’esodo è tutt’ora in atto.
L’Africa registra una migrazione di 36 milioni di persone, che però si snoda in prevalenza al suo interno, da un Paese all’altro del Continente.
Da considerare, ancora, che oltre due milioni e mezzo di afghani e altri due milioni e mezzo di sud sudanesi hanno lasciato il loro paese. Non sono però meno consistenti i flussi provenienti da Somalia ed Eritrea, Repubblica democratica del Congo e Repubblica Centrafricana.
I dati dell’Alto Commissariato dell’ONU evidenziano che 80 milioni di Rifugiati vivono in Asia, 78 milioni in Europa, 58 milioni nel Nord America, 25 milioni in Africa, 9 milioni in America Latina e Caraibi, 8 milioni in Oceania.
Tra i Paesi concedenti asilo, a maggior densità migratoria, figurano: gli Stati Uniti d’America (46 milioni), Federazione Russa (12 milioni), Germania (9,8 milioni), Arabia Saudita (9,1 milioni), Emirati Arabi Uniti e Regno Unito (9 milioni), Francia e Canada (7,4 milioni), Spagna (6,5 milioni), Italia, (6,5 milioni), Turchia,(4 milioni).
Altri Paesi che offrono asilo sono: Giordania, Palestina, Pakistan e Libano. Quest’ultimo, oltre alla presenza di migranti provenienti da Etiopia, Sri Lanka, Filippine, Nepal e Bangladesh, tutti lavoranti e residenti nel paese, da’ asilo a più di 300 mila palestinesi e oltre un milione di siriani.
Tra i Paesi col più alto numero di profughi ve ne sono quattro, tra i meno sviluppati ma a loro volta paesi ospitanti: Uganda, Sudan, Etiopia e Bangladesh, che hanno accolto oltre 13 milioni di rifugiati.
Il 71% dei 258 milioni di migranti del mondo sono originari dei paesi in via di sviluppo, di questo il 35% è residente nei paesi avanzati, il 36% è diretta verso i paesi emergenti. Questo lascia supporre che nel prossimo futuro la maggior parte dei migranti non si muova più da sud verso nord, ma si sposti all’interno dell’emisfero meridionale del pianeta. Pertanto i Paesi dell’emisfero nord, Europa, America, Russia, non sarebbero più le mete ricercate, che sarebbero sostituite da Cina, Giappone, Tailandia, Corea del sud, destinate a diventare i nuovi paesi di immigrazione.
Dall’analisi fatta emerge un quadro alquanto critico dello status dei Profughi, per i quali l’Alto Commissario delle Nazioni Unite chiede alle Nazioni maggiore impegno e solidarietà e nuove progettualità a breve, medio e lungo termine, anche perché, in un mondo segnato dalla diseguale distribuzione della ricchezza, le migrazioni sono un fenomeno inevitabile e costituiscono uno stock in continua crescita.
“La mobilità umana”, rileva l’Alto Commissario delle Nazioni Unite, “è un fattore chiave per lo sviluppo, amplia le opportunità a disposizione degli individui ed è un mezzo fondamentale per consentire l’accesso alle risorse e la riduzione della povertà nel mondo.” Pertanto, si evidenzia, necessita cambiare il modo di come guardare e affrontare il fenomeno Profughi che è da gestire non come “ un problema da risolvere ma come una risorsa da sfruttare”, e intervenendo, al contempo, con una larga progettualità finalizzata: a favorire l’integrazione degli immigrati e la conoscenza dei loro bisogni e delle loro culture e tradizioni; a garantire lavoro ed occupazione stabili e legalmente protetti, che consentano dignitose condizioni di vita.
Ma bisogna anche andare alla risoluzione delle cause del fenomeno che stanno più a monte e intervenire con politiche: che impegnino tutti per la cessazione di tutti i conflitti oggi esistenti; che avviino progetti di pace e programmi che possano garantire il miglioramento delle condizioni di questi esseri umani, che non sono persone di seconda serie; che prevengano e favoriscano l’eliminazione di tutti i fattori ostativi allo sviluppo, perché si possa evitare l’esodo obbligato delle persone fuori dal loro habitat naturale, favorendo, così, in loco le migliori prospettive di crescita e di sviluppo.
In tale ottica, allora, vanno ricercate le migliori intese tra i governi che, da un lato, consentano ad ogni immigrato di poter “ lavorare o acquisire nuove competenze per dare il suo contributo alla comunità”, ma, dall’altro, che possano sviluppare le migliori occasioni di rimpatrio nei territori di provenienza, creando quelle possibilità di vita che l’immigrato trova nel paese che lo ospita.
In pratica favorire un reinsediamento di queste persone nei propri luoghi di origine. Prospettiva, ce ne rendiamo conto, che al momento appare di difficile attuazione, ma che va avviata e perseguita a lungo termine, fermo restando che i Paesi ospitanti continuino a dare in modo attivo e determinante risposta alle sfide poste dalla migrazione irregolare, anche con nuovi programmi migliorativi di accoglienza e inserimento sociale, nonché con interventi di protezione e integrazione, ma soprattutto, tenendo aperte le loro frontiere e non alzando nuovi muri, anche nel rispetto della “Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951”, e soprattutto in considerazione che l’immigrato è una persona in cerca di dignità.
In tale accezione intensificare gli sforzi per contribuire a dare agli immigrati la possibilità di vivere una vita degna di un essere umano, di consentire loro di potere avere dei sogni da realizzare e delle speranze da coltivare, di potere accudire alle necessità delle loro famiglie e di poter garantire ai loro figli una casa , un pasto caldo, un futuro, sono le altre sfide da perseguire e vincere. Sfide per le quali la ricorrenza della “ Giornata Mondiale dei Profughi”, che si celebra il 20 giugno di ogni anno, raccomanda ogni sforzo dei governi del mondo perché da speranze e progetti diventino realtà.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore

Il superuomo satirico-grottesco: “Dio è in mutua. Posso aiutarti?” di Domenico Garofalo (a cura di Sabrina Santamaria)

Il superuomo satirico-grottesco: “Dio è in mutua. Posso aiutarti?” di Domenico Garofalo
(a cura di Sabrina Santamaria)

Nella società post-moderna le certezze che imperavano nel periodo della modernità si sono sfaldate. I nostri valori si sbriciolano e rimangono solamente lontani ricordi nei tempi passati quando da bambini recitavamo la preghiera a scuola e i crocifissi in aula costituivano parte integrante e imprescindibile dello scenario scolastico italiano(a differenza di questi ultimi anni in cui si discuteva di “togliere i crocifissi dalle aule”). Lyotard, in quanto studioso dei fenomeni sociali, ha tante volte disquisito su questa imperante disgregazione dei valori come l’amore, la famiglia, la religione concentrando la sua riflessione sulla “fine delle grandi narrazioni”, la morte delle ideologie e il crollo dei valori che comportano la crisi esistenziale dell’uomo contemporaneo; su questi fattori socio-culturali hanno anche influito la globalizzazione, la glocalizzazione, il multiculturalismo e la multietnicità, in particolare, questi due ultimi aspetti ridanno un nuovo volto alla concezione teologica dell’uomo tanto è vero che in questi ultimi due decenni l’ecumenismo ha fatto breccia a livello internazionale. La fede in Dio può aiutare l’uomo contemporaneo? Anche in situazioni difficili come quelle che stiamo vivendo in questo complesso periodo storico? Oppure davvero Dio è disimpegnato e anche Lui appare distante, ormai, distante da noi? Suscita molti interrogativi l’opera “Dio è in mutua. Posso aiutarti?”, appartiene a un genere letterario innovativo, in quanto non è poesia, ma narrativa, però, allo stesso tempo non è un romanzo e nemmeno una raccolta di racconti o novelle infatti è vengono messi insieme micro episodi che descrivono situazioni che tutti noi viviamo come una giornata lavorativa o la fila alla cassa del supermercato. L’autore prova in modo provocatorio e grottesco a sostituirsi a Dio e cerca di fare dei comici tentavi per tendere la mano ai lettori i quali, anche loro, patiscono questa “assenza” contemporanea di certezze ove le problematiche morali ed economiche aumentano in modo algoritmico ed esponenziale, quasi a macchia d’olio, direi. L’uomo del XXI° secolo avverte lo spaesamento dell’Io giacché se i principi etico-morali in cui credevamo fermamente si sono “liquefatti” e disfatti allora l’essere umano su quale punto cardine dovrebbe concentrare il suo fulcro di credenze? Tuttavia sta emergendo il modello americano del self made man cioè ogni persona crede fermamente di essere imprenditrice della propria stessa vita, secondo questa convinzione ogni uomo o donna non deve assolutamente far leva sull’eterogeneità del corpo sociale quindi tutti appaiono autocentrati e appiattiti in una sorta di nichilismo del proprio esistere. Garofalo è uno scrittore ad ampio respiro che fonda la sua attività letteraria su diversi generi e stili, soprattutto cura molto la forma e i contenuti affrontano tematiche svariate e variegate affinché ogni suo libro possa essere originale e mai una “copia della copia” platonica. In “Dio è in mutua. Posso aiutarti?” il testo è denso di satira che funge, non solo da intrattenimento per i lettori, ma costituisce uno snodo riflessivo rilevante per coloro i quali si accingono a questa opera letteraria ovvero Domenico Garofalo è come se chiedesse ai suoi probabili interlocutori un “tacito” parere su questa presunta inoperatività del Padre Buono, ogni persona potrebbe rispondere con una sua verità secondo il suo vissuto e la sua esperienza: “Adesso siamo diventati atei, la religione è un fatto privato”, “Dio ancora agisce, però siamo noi che ci siamo allontanati da Lui”, “Dio non esiste! È la fantasia umana che vuole trovare una verità rivelata”, “Signore perdona l’autore che ha scritto questa eresia, il suo testo sia anatema!”; riguardo a questa ipotetica affermazione l’autore stesso potrebbe rispondere che nel testo è racchiusa una grande provocazione che egli nasconde tra le righe perché concentrandoci attentamente sulla narrazione ci accorgiamo che i suoi sono tentativi grotteschi, l’autore, in realtà, svela la pochezza dell’essere umano che si erge a esperto conoscitore di teorie indipendente e intraprendente dunque Garofalo getta un sasso e ritrae la mano quasi a volerci suggerire, siamo davvero capaci e autosufficienti per come crediamo di essere o è una presunzione che noi ostentiamo con baldanza e dimentichiamo la nostra fallacia nell’agire, in fondo siamo solo infinitesimi punti nell’universo e non siamo certo onnipotenti allora in vista di questa riflessione ci accorgiamo che non abbiamo la facoltà di fare le veci di Dio altrimenti diverremmo grotteschi, come nel caso dell’autore, ma egli è un filtro, uno specchio che ci restituisce l’immagine di noi stessi, in molte circostanze senza renderci conto ci sopravvalutiamo sentendoci dei superuomini che sono giunti a riscrivere i valori; il nostro autore stuzzica e solletica i pensieri dell’immaginario collettivo avvalendosi del suo umorismo, di certo la comicità si cristallizza a livelli troppo superficiali, come, appunto, Pirandello ribadiva nel suo saggio “L’umorismo” risalente al 1908, questo elemento narrativo(l’umorismo) dà sapidità all’ordito intessuto con ottimi artifici, per certi versi è come se egli riscrivesse in termini satirici il saggio nietzschiano “E così parlò Zarathustra” anche in questo celeberrimo testo filosofico Zarathustra discute sulla morte di Dio, il cristianesimo è la “religione dei deboli” e l’uomo deve evolversi e divenire un oltre-uomo, un superuomo; ecco da questi assunti filosofici sono disseminati in “Dio è in mutua. Posso aiutarti?”, è l’esasperazione all’ennesima potenza di “Parole sporche”, in cui la voce narrante veste i panni di un post-moderno Zarathustra, egli è colui che sente di possedere la sicurezza in se stesso, indipendente e si prodiga, con un gesto di finto moralismo, di aiutare gli altri, forse implicitamente è un dare/chiedere il conforto altrui, trionferà in questa azzardata impresa o brancolerà nel buio? Al di là se il nostro eroe contemporaneo riesca nella sua missione egli, comunque, strapperà un sorriso o una risata ai suoi lettori e li renderà “pecore nere” guarendoli dal “qualunquismo”, una grave cancrena attuale che colpisce senza esclusione di colpi ossia il male comune che offusca la mente umana ottundendola.
“Poi prendo il caffè, con poco zucchero, sempre schiumato, sorrido, e lascio le ciabatte, metto la cravatta, scendo in strada. Non ricordo mai dove ho parcheggiato l’auto.” (“Dio è in mutua. Posso aiutarti?” di Domenico Garofalo)

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Sabrina Santamaria

Recensione edita nel sito: http://www.sabrinasantamaria.it

L’intervista a Eddy Lovaglio (di Sabrina Santamaria)

Biografia dell’ autrice Eddy Lovaglio

Eddy Lovaglio

Giornalista, scrittrice, regista di opera lirica.
Amante soprattutto del racconto di altrui vite, ha pubblicato nel 2002 la prima biografia italiana sul tenore italo-americano Mario Lanza, “Mario Lanza, una voce un artista” (edito da Azzali Editori), per la quale è stata ospite in diversi programmi Rai (TG Due dossier, “Ci vediamo in TV” con Paolo Limiti, rubriche su Rai International) oltre a Sky canale 906, BBC e Cultural Channel della TV Nazionale Russa.
Nel 2003 ha collaborato al libro sul “Parmigianino” di Vittorio Sgarbi, nell’ambito degli eventi celebrativi dei 500 anni dalla nascita dell’artista, ed ha vinto la XI° edizione del Premio Italia Letteraria con il romanzo a sfondo storico dal titolo “Un grido dal lager” (edito da Luna Editore).
Ha collaborato alla serie di libri “Parma di una volta” di Tiziano Marcheselli, in allegato alla “Gazzetta di Parma”.
Nel 2006, all’ Università di Binghamton, N.Y., Usa, ha tenuto una conferenza su Giuseppe Verdi.
Il 28 ottobre 2006, a Roma, riceve il Premio Athanòr per la “Saggistica”.
Nel 2007 ha pubblicato la biografia sul tenore Rinaldo Pelizzoni (edito da Azzali editori) e nel febbraio 2008 ha pubblicato il libro su Renata Tebaldi (edito da Azzali Editori).
Nel 2009 ha pubblicato per il Comune di Parma il libro “Valerio Zurlini, protagonista discreto”, dedicato al noto regista scomparso.
Diversi sono i suoi scritti inclusi in libri di altri autori, sia di saggistica e sia di poesia.
Dal 2009 al 2018 è stata co-direttore di due testate editoriali (Parma Anni 2000 e New Parma) ed ha scritto per altre testate giornalistiche.
Nel 2020 pubblica il romanzo psicologico “Se questo è amore”, in formato ebook e cartaceo.
Di prossima pubblica il saggio sulla voce lirica dal titolo: “Non si canta con le corde vocali”.

La Fenice Kierkegaardiana

La letteratura di tutti i secoli è sempre stata in stretta relazione con l’amore; i sentimenti sono stati un tema privilegiato dell’arte, della poesia e della prosa. L’Eros assume varie forme e sfumature, in particolare nel romanzo “Se questo è amore” di Eddy Lovaglio la passione non acceca l’anima, ma è fuoco purificatore e catartico. La protagonista, Sara, si forgia e diviene “domina”, cioè “signora del cuore” di Marcello, un regista ambito da molte donne. È un romanzo che scardina molti stereotipi ad esempio il mito della donna affascinante, perfetta, però “oca”; Sarà è una modella la quale ha una grande capacità intellettiva, ella è colei che scruta la realtà a fondo, cercando di non tralasciare nessun punto di vista, le sue doti attireranno Marcello. L’autrice è stata capace di scrivere un libro che incuriosisce ogni target di lettori, una narrazione breve e intensa, accattivante e passionale; non è un banale romanzo rosa in quanto mette in luce la storia di una rinascita interiore, di una creatura che cresce in divenire scoprendo se stessa con la consapevolezza di una creatura umana che in primis sceglie se stessa in un’ottica Kierkegaardiana e la nostra protagonista risorge dalle sue ceneri.

Sabrina Santamaria

Intervista a Eddy Lovaglio

S.S: Quanta rilevanza ha per te la letteratura?

E.L: È come chiedere al fornaio se gli piace il pane. Il valore della parola e della scrittura fa parte della mia vita, fin dai tempi di scuola ho sempre detestato la matematica e amato le materie umanistiche. I libri sono fonte essenziale del nostro sapere, è un vero peccato che l’Italia sia fra gli ultimi posti in classifica come percentuale di lettori. La poesia del giorno d’oggi è un sms, la letteratura è uno scritto su facebook. Molto triste. L’editoria è arrivata a sposare l’informatica con l’invenzione dell’ebook, il libro in formato elettronico che si può leggere da un cellulare o da un ipod. Ci sono tutti gli strumenti, dunque, per poter godere di una buona lettura ed accrescere il proprio bagaglio culturale, oltre che ricreativo. Il mio consiglio è di leggere molto, spesso i novelli scrittori si improvvisano nello scrivere leggendo poco. Così abbiamo più scrittori che lettori.

S.S: Quali emozioni provi quando scrivi?

E.L: La scrittura per me è naturale come andare in bicicletta, quando hai provato le brezze di pedalare con l’aria che ti accarezza i capelli non ti fermeresti più. E’ da sempre una delle mie più grandi passioni anche se la vita mi ha portato su altri percorsi lavorativi e quindi non sempre ho la possibilità di dedicarmi alla scrittura. Ciò richiede tempo e serenità per poterlo fare. Non sempre è possibile, si rischia di diventare asociali perché quando sei sul pezzo ti chiudi in casa a scrivere e tagli il mondo fuori dalla porta. Quando posso dedicarmi alla scrittura certamente il mio spirito ne trae giovamento. Il lockdown, ad esempio, per me è stato motivo di trasformare una drammatica necessità in una opportunità.

S.S: In quale momento del tuo percorso esistenziale hai cominciato a scrivere?

E.L: Direi fin da quando alle elementari mi hanno insegnato a scrivere. Ma ringrazierò sempre il mio professore di italiano alle superiori che con la nostra classe aveva istituito il “Giornalino della scuola” con riunioni di redazione e noi giovani, e improvvisati, giornalisti in erba. E’ stato un esperimento scolare che ha incentivato la mia passione per la scrittura e mi ha fatto diventare, poi, nella vita, giornalista.

S.S: Da quale ispirazione nasce il tuo romanzo “Se questo è amore”? Quanto c’è di realmente vissuto nella vicenda del romanzo?

E.L: Questo romanzo è il prodotto del lockdown e vuole essere lo specchio della società. Cambiano le mode e i costumi, cambia la tecnologia, ma non cambia l’animo umano. Perciò la storia di questo romanzo, pur trattando della relazione fra un uomo e una donna, ha diversi livelli di lettura ed è al servizio di un concetto allegorico. Io detesto le autobiografie quindi non potrei mai scrivere nulla del genere. Però quando si scrive si ha l’obbligo di offrire al lettore un’aderenza alla realtà affinché si possa risultare credibili e quindi coinvolgere il lettore, perciò sarebbe auspicabile scrivere di ciò che si conosce specialmente in merito ai luoghi o alle situazioni in cui si vuole ambientare la storia. La musica, ad esempio, fa parte della mia vita e in ogni mio libro c’è una citazione di questo tipo, ad esempio. Poi in una qualsivoglia vicenda l’autore inserisce i suoi pensieri e le sue riflessioni, queste fanno parte certamente del suo vissuto.

S.S: La protagonista del libro, Sara, ti rispecchia per certi aspetti?

E.L: L’altro livello di lettura di questo libro, oltre a quello allegorico e metaforico, è l’esigenza introspettiva dei personaggi e la ricerca del sé Siddarthiano, la formazione di una personalità, soprattutto arrivare a costruire il “mito di se stessi”: l’opera d’arte finale. Le mie riflessioni su questo rispecchiano di più le parole dei dialoghi del protagonista maschile e non quelli della protagonista femminile.

S.S: “Se questo è amore” narra, oltre che una storia d’amore, anche la rinascita di una donna in quanto cambia vita oppure perché alla fine opta per una scelta ben precisa, seppur dolorosa?

E.L: La vicenda narra di scelte coraggiose perché spesso controcorrente. Ogni scelta dunque può essere una rinascita perché diventa spronante per l’individuo mettersi alla prova e non adagiarsi a vivere e basta. Perciò secondo una chiave di lettura le scelte della protagonista equivalgono alla costruzione della sua personalità, secondo l’altra chiave di lettura equivalgono a prove da superare per raggiungere la simbolica vetta della piramide.

S.S: Nell’incipit della tua prosa tu compi un parallelismo fra la storia di Marcello e Sara con l’ “Esodo” in particolare con la creazione del vitello d’oro e la conseguente ribellione del popolo ebraico; questo esempio mette a nudo l’animo umano che, nei secoli, è sempre stato corrotto in quanto bada a ciò che è visibile?

E.L: Esattamente così. Come dicevo prima, l’animo umano non cambia. L’attesa è anch’essa una di quelle prove di cui parlavo prima e può generare ribellione. La prefazione al romanzo è dunque la metafora che vuole dare il senso della vicenda che si va a narrare. In questo caso sarà il lettore a valutare quale sia la scelta migliore, se a valle o sulla vetta della montagna. Specialmente nella società attuale. La felicità è cosa del tutto personale e ognuno la deve trovare dentro di sé, ma non prima di avere avuto la capacità di comprendere determinate cose che fanno parte di un percorso individuale.

S.S: Quale relazione esiste fra “poesia” e “amore”?

E.L: L’amore è poesia e quindi è la relazione per antonomasia, ma se dovessi associare un poeta all’amore sceglierei Arthur Rimbaud, il poeta maledetto, anima irrequieta e sovversiva che ruppe i canoni convenzionali della letteratura dell’Ottocento. L’amore in fondo rende l’anima irrequieta. L’amore romantico è pura illusione, oggi ad esempio le cronache abbondano più dell’amore criminale e non di quello puramente sentimentale che è divenuto soltanto utopia. Quale metafora o archetipo mette ben in luce l’idea del “divenire”?
L’essere umano è l’animale pensante che più si avvicina all’archetipo che subisce via via delle trasformazioni, elevando il suo intelletto e divenendo così il più grande esperimento del pianeta terra.

S.S: In futuro come sorprenderai i tuoi lettori?

E.L: Di prossima pubblicazione il mio libro sulla voce lirica dal titolo “Non si canta con le corde vocali”, giusto per rimanere in tema con un’altra materia che caratterizza la mia vita e cioè la musica. Ma se dobbiamo parlare di “sorpresa” i lettori dovranno attendere l’uscita del libro successivo che sarà un giallo/poliziesco e sarà il primo della serie “Squadra Speciale Vi.D”.

Intervista rilasciata dall’autrice Eddy Lovaglio a Sabrina Santamaria
Articolo edito nel sito http://www.sabrinasantamaria.it

VERSO consiglia: La fotografia, la poesia e la musica con Corrado Coccia e Umberto Barbera in diretta streaming giovedì, 18 giugno 2020.

(di Izabella Teresa Kostka)

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In un intreccio di musica, poesia e fotografia si uniranno a breve le due, a noi già ben conosciute, personalità artistiche ricche di creatività ed entusiasmo, regalandoci un appuntamento insolito in live streaming su Facebook. “Fotografando le parole” del cantautore milanese Corrado Coccia e del poeta e fotografo biellese Umberto Barbera giovedì 18 giugno 2020 alle ore 20.40 in diretta dal profilo Facebook di Corrado Coccia.

Alle mie domande riguardanti il progetto in oggetto i nostri artisti rispondono:

I.T.K.: Com’è nato il progetto di unire la fotografia alla musica e alla poesia?

U.B: L’idea è quella di far lavorare la fantasia, la fotografia è cogliere l’attimo, il fotografo è come un pittore il suo pennello e la tela bianca sono la macchina fotografica, deve avere la capacità di vedere quel qualcosa in più che altri non vedono nel palcoscenico dell’universo, la musica è l’orchestra del creato, ma anche della vita cruda e reale della vita, che suona vibrazioni e sensazioni che l’anima in silenzio ascolta, la poesia raccoglie il tutto e li trasforma in versi.

C.C.: L’idea è arrivata perché sia la poesia che la musica spesse volte fermano attraverso i rispettivi componimenti , una o più immagini. Trovo che i versi poetici di Umberto Barbera, siano molto descrittivi, così come in certi casi le mie canzoni. Spesso vengo avvicinato dalle persone, non tanto per i complimenti, ma perché s’identificano attraverso le mie canzoni, scene da vedere o da toccare . Questo a me fa assai piacere perché è il mio primo obiettivo nel momento in cui scrivo. Poco fa (ma è un fattore opinabile) se non sono Pollini al pianoforte o Pavarotti al canto… basta poter lasciare qualcosa. Le canzoni e le poesie spesse volte sono considerate “ arte povera “, entrambe però hanno la forza delle pietre dure così da non poterle scordare mai più.

I.T.K.: Cosa volete trasmettere agli ascoltatori durante il programma del 18 giugno?

U.B.: Spero di trasmettere emozioni, le mie emozioni, certo ognuno vede e vive in modo diverso, il più delle volte non ci soffermiamo a guardare i particolari, siamo sempre di corsa nella frenesia contemporanea, ma se ci fermiamo un attimo a guardare i particolari, i visi delle persone, gli oggetti che ci circondano, la natura stessa, scopriamo un altro mondo. bisognerebbe fermarsi a volte e guardarsi intorno. Le brutture, purtroppo ce ne sono tante: guerra, povertà, miseria dovrebbero farci pensare, non abbiamo tempo per pensare, il particolare a volte ha un valore unico, dalla natura al vivere quotidiano. La macchina fotografica è il pennello, la tela la fantasia!

C.C.: Il 18 Giugno io ed Umberto Barbera, vorremmo poter fare arrivare una nostra immagine e fare vivere attraverso i nostri componimenti, l’arte visiva . Impresa ardua ? Certo! Ma a noi piacciono le sfide.~Sì, sicuramente sarà una bellissima e stimolante sfida, un appuntamento imperdibile nato dalla passione artistica comune, dall’amicizia e dall’immaginazione fuori dal comune di Corrado e Umberto.

Concludo questo invito con un pensiero di Umberto Barbera scritto nella stilistica del Realismo Terminale:

“La vita è un treno in corsa, il finestrino è la fotografia, il fermoimmagine della pellicola del film della vita”.

Alcune foto di Umberto Barbera: