IMPRONTE DI SPIRITUALITÀ E ORFISMO NELLA LIRICA “RICORDO” DI EMANUELE MARCUCCIO a cura di LUCIA BONANNI

IMPRONTE DI SPIRITUALITÀ E ORFISMO
NELLA LIRICA RICORDO DI EMANUELE MARCUCCIO

RICORDO

O tu che lampia volta
della vita ascendi,
o tu che lampia prora
dell’azzurro varchi!
Il sonno m’inabissa profondo,
il mare mi plasma tranquillo,
ricado riverso
nel fianco ritorto,
ricado sommerso
nel freddo glaciale,
quel bianco dolore,
che mi arrossa la faccia,
quel freddo vapore,
che m’avvampa tremendo.

La poesia è il ricordo delle immagini, vissuti evocati dalla memoria con l’uso di parole musicali e di quelle referenti un colore. Chi legge in modo partecipe una poesia diventa un po’ poeta, infatti fare il poeta e diventare poeta sono passaggi di un percorso poetico e l’uno richiede l’esistenza dell’altro. Il diventare poeta è sempre in costante divenire e necessita di esercizio continuo che si connota nel fare il poeta. Non esiste una definizione univoca di poesia perché essa esprime intrecci di emozioni, sensazioni e sentimenti ed il primo fuoco dell’ispirazione é dato dalle percezioni e dal vissuto personale dell’autore. La lirica “Ricordo”, scritta da Emanuele Marcuccio il 28 ottobre del 1994, è una concentrazione di significati, una realtà sublimata in fantasia dove la forza di immagini e contrasti forma una grandezza variabile con posture idiomatiche di saggezza, capacità e sentimento. L’occasione di scrittura di questa lirica non si riferisce ad un ricordo transitorio ovvero ad un soggetto definito, bensì ad un qualcosa di cosmico, di ancestrale e il contenuto si accentua nel messaggio di chiara impronta ascetica. Già il titolo, parola chiave del componimento, introduce elementi narrativi, un tipo di prosa poetica che si caratterizza per logica e fantasia e come nella narrazione si struttura in analessi, metalessi e prolessi, prendendo anche l’evidenza filosofica della tesi, antitesi e sintesi. La messa a fuoco delle immagini è per Marcuccio momento di contemplazione, libertà e sincerità con accento di purezza e senso di appartenenza universale e soltanto pochi versi a comporre questo stato di grazia poetica, idealmente divisibile in tre quartine ed un distico in versi liberi. La prima quartina, impreziosita dal doppio vocativo iniziale, è disseminata dal valore polisemico dell’aggettivo ampia qui inserito come anadiplosi, un raddoppiamento voluto per conferire maggiore rilevanza al significato lessicale, ed ancora dai verbi ascendere e varcare nonché dai sostantivi volta e prora. L’aggettivo ampio, esteso, vasto, di notevole dimensione, è attribuito sia alla superficie ad arco della cupola celeste sia alla parte anteriore dello scafo azzurro, la prora, prua in dialetto genovese, mentre il verbo ascendere, salire, andare dal basso verso l’alto e varcare, oltrepassare, andare oltre insieme alla sacralità della vita e l’azzurro del cielo fanno pensare ad un contesto storico-culturale di conoscenze e avvenimenti nella vita dell’autore che ben conosce la funzione del poeta, sa parlare al cuore degli altri, riesce a cogliere sensazioni e sa dare forma all’analogia. Il vocativo o tu, scritto in anafora, si connota nell’io poetante che si immerge nell’azione meditativa e a guisa di un aedo dell’antichità con un piccolo plettro fa vibrare le corde dell’animo nella più ampia aspirazione di poter elevare la propria anima al di sopra dei miasmi del mondo e varcare la porta dell’azzurro incontaminato. I lemmi prora e azzurro, intese come metonimia nel senso di contiguità spaziale e nel significato di nave e ambiente, è tecnica di sostituzione della parola porta che apre un varco nell’immensità dell’azzurro. L’enjambement, il gioco di suoni, le metafore nominali e quelle dei colori, l’aggettivo metaforico, l’allitterazione e il ritmo sono parte di una metalessi, ma anche di una tesi, in cui il poeta parla e riflette in colloquio intimo con se stesso e con chi legge. Il distico è costruito sulla personificazione e la figura di significato si avvale delle metafore verbali inabissare (con sinomino di sommergere) e plasmare, degli aggettivi profondo e tranquillo ed i sostantivi mare e sonno in gradazione di ampiezza lessicale. Il verbo inabissare, sprofondare in un abisso o nelle profondità del mare, prende il significato di straniamento dalla realtà con valenza di ascetismo. Come i figli di Hypnos che nei sogni portavano forme umane, animali, piante e paesaggi, nei versi del Nostro il sonno si colloca in accezione meditativa, un Phantasos che appare quale medium della fantasia necessaria per una riflessione di senso mentre il mare, archetipo per eccellenza, modella i processi intellettivi e meditativi dell’io lirico. Ma per contrari voleri il soggetto ricade rovesciato su un fianco e affondato nel gelo. Oppure, come si legge nella nota dell’autore, in tutto ciò si può leggere Un’allegoria che ha per tema il giustapporre un’anima che si eleva alle cose celesti a un’altra che ricade nelle cose mondane. Prora come direzione diritta, in traslato retta via; varcare la retta via: andare oltre l’umano, andare oltre l’ordinario. Il significato di ascendere si trova in antitesi con ricadere cioè cadere nuovamente, discendere e l’effetto secondario sta nel lato del corpo che si attorciglia su se stesso ed è di nuovo deformato da un movimento energico e di conseguenza l’essere si ritrova sommerso da un forte senso di smarrimento e solitudine.

La bella sinestesia bianco dolore in apertura della quarta strofa fa aggallare la sofferenza che opprime l’animo e senza alcun riserbo si fa notare nella tinta forte che al pari di un vento di borea imporpora il viso e con suggestione si allaccia alla figura ossimorica del freddo vapore che in modo ostile, avverso, contrario chiude tra le vampe l’intera persona. Il vapore può essere un’esalazione oppure lo stato aeriforme di un addensamento o di una sostanza. Ciò rimanda al senso figurato che in Dante diviene fiamma delle anime beate, scia di stella cadente ed emanazione divina. Tra l’altro la posizione antitetica tra lazione dell’avvampare e il vapore che pur essendo freddo, rende sempre l’idea del caldo, fa pensare all’estasi contemplativa dove il colore della tinta albina evoca il bianco della tunica che veste l’anima purificata, concretezza di spiritualità che nella Cappella Brancacci con grande estro creativo Masaccio rappresenta nella profondità delle figure narranti le storie di San Pietro che guarisce con l’ombra e Il battesimo dei neofiti. Nella gradazione semantica tra arrossa, vapore, avvampa oltre all’idea del calore che ristora e fa maturare emozioni e sentimenti, si ritrova una metafora nominale con significato di identità ed anche una certa idea di chiasmo; così per sillogismo se il vapore é aeriforme allora anche il dolore può diventare aereo ed esalare dal corpo. I dati sensoriali, la frugalità delle rime, le armonie imitative, l’enjambement, le figure sintattiche e quelle di significato, l’accumulazione di idee, la posizione delle parole anche in inizio e fine del componimento, literazione emozionale e la sintesi espositiva fanno di questo componimento un testo di prosa poetica, strutturato sulle cinque W della narrazione (who,what,where,when,why,how), e che lascia libero il lettore di immaginare personaggi, luoghi e tempo come accade nella rappresentazione drammatica del teatro nel teatro, impronta di scrittura usata dall’autore per meglio denominare le caratteristiche analogiche di comprensione del messaggio di umana spiritualità con immagini nitide e suggestioni orfiche. “Ricordo” è una poesia che rimane tra le più care e significative tra quelle scritte dal Nostro , un’ideazione lirica in cui si può leggere la sintesi dell’intera produzione marcucciana, un viaggio che dura da più di vent’anni e si riflette nella prassi del “fare il poeta” e “diventare poeta” perché solo così, come afferma l’autore, si può essere “poeta”. L’andatura narrativa e la rielaborazione concettuale sono talmente ricche di ampiezze spirituali ed intime corrispondenze da far pensare a ciò che insegna Kavafis, quando scrive che nell’arte del poetare la vera ed unica difficoltà sta nel salire il primo scalino: Essere giunto qua non è da poco;/quanto hai fatto non è una piccola gloria perché Se per Itaca volgi il tuo viaggio,/fa voti che ti sia lunga la via,/e colma di vicende e conoscenze e sappi in ogni luogo tenere l’isoletta nella mente perchè ciò che importa è il viaggio e non la meta. E Marcuccio di scalini ne ha saliti talmente tanti da trovarsi tra le Muse del Parnaso e dal suo viaggio verso Itaca torna all’approdo sempre più saggio e sempre più esperto.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve
3 marzo 2017

LUCIA BONANNI per VERSO
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“DANZA L’ACQUA” di LUCIA BONANNI

DANZA L’ACQUA

Su una panchina
immaginaria in mezzo al bosco
leggo le palme delle foglie.
Dalle nervature vedo comparire
anime mai spente sulle pietre.
L’invisibile mi circonda
nel cerchio della notte
e nelle curvature del mattino.
Trovo galassie, l’infinito delirante
il volo dell’aquila, la stella
dell’alba, il vento che oscilla.
La pioggia cade con forza.
La sento battere
sulla schiena del silenzio.
Mi nasce il desiderio
di scrivere parole.
Su verdi foglie racconto
di mani che spagliano sementi,
la rugiada tra le braccia delle erbe
di chiromanti ardenti, di isole
remote e del legno di una culla.
Nel fuoco azzurro di una veglia
la vita si apre come un fiore
e si chiude nella terra.
Bere a sorsi
liquida luce mentre sul palmo
della mano danza l’acqua
che spoglia il fuoco
e inonda la sabbia dei cammini.

Lucia Bonanni

Tutti i diritti riservati all’autrice

IL MIO MODO DI INTENDERE LA POESIA a cura di LUCIA BONANNI

IL MIO MODO DI INTENDERE LA POESIA di LUCIA BONANNI

“Quale virtù si ammira in un poeta? L’abilità di consigliare: noi li rendiamo migliori gli abitanti della Città.
Per il bambino c’è il maestro che spiega, per i giovani i poeti.”

Aristofane, Le rane

Carissimi amici poeti,

ho letto con tutta l’attenzione possibile, almeno così spero, il saggio “La mia poetica” di Emanuele Marcuccio. Come ho già avuto modo di dire, molti sono i punti del suo scrivere che trovo in sintonia e in armonia col mio modo di intendere il dettato poetico. In questa breve trattazione cercherò di evidenziare le uguaglianze e le differenze che sono a sostegno delle tesi su ciò che per me e Marcuccio è “ideale poetico”. Sento di poter affermare che pratico poesia fin da sempre, che devo tanto a mio padre che a mia nonna paterna, insegnante elementare per ben quarantacinque anni, l’amore per la lettura e per la scrittura. Ricordo che le prime conte, le prime filastrocche, le prime poesie ed anche le preghiere mandate a mente mi furono insegnate da mio padre nelle fredde sere invernali, trascorse nel tepore domestico. Da mia nonna, fervida lettrice e scrittrice, ho ereditato la passione per le lettere e quella per l’insegnamento. Devo anche ai miei insegnanti fin dai primi anni di scuola, lo sviluppo a questa attitudine, a questo dono che mi è stato offerto non solo come dilettevole nota, ma anche come forza evocativa per essere della vita e con la vita. Ricordo che i primi riconoscimenti giunsero fin dalle scuole elementari ed io stessa in veste di insegnante ho sempre cercato di avvicinare gli alunni al mondo magico della poesia. Non so neanche io quanti fogli accartocciati e gettati via e quanti quelli che sono ancora da rivedere e considerare come scritti degni di nota. Poi pian piano, anche attraverso corsi qualificati di scrittura creativa, ho iniziato a porre mente in maniera sistematica a questo tipo di scrittura fino a giungere alla partecipazione a vari concorsi letterari e alla pubblicazione delle mie raccolte poetiche. Anch’io come Marcuccio non amo scrivere in rima, mi piace leggerla in altri autori. Nei miei componimenti mi sembra quasi banale. Non la uso perché secondo me assoggetta la fluidità del pensiero a schemi già stabiliti in precedenza mentre il pensiero deve scorre libero sulla pagina bianca in una cascata crescente di emozioni. Per dare musicalità al testo poetico preferisco usare quelle che vengono definite rime imperfette, cioè assonanze e consonanze, rima interna o rimalmezzo, paronomasie, allitterazioni, inarcature, le disseminazioni di suono, le onomatopee e qualche rima sparsa qua e là nel testo, ma sempre tutto sotto l’egida della scrittura spontanea. Qualche volta mi son provata a scrivere dei sonetti, anche caudati, ma poi son sempre tornata al verso libero e a quello sciolto. Sono convinta che per scrivere poesia non occorrono grandi parole; occorrono, invece, buoni contenuti che sono sempre e comunque espressione perentoria del nostro mondo interiore che la percezione riesce a sublimare anche attraverso le figure di significato oltre che con quelle di suono, in componimento poetico. Come scrive Marcuccio, anch’io nel fare poesia seguo “una struttura su due fasi”: la prima è quella della stesura di getto, cioè quella da lui definita il primo fuoco dell’ispirazione proprio come quando la prima fiamma divampa nel camino, e che ci porta a scrivere su scontrini della spesa, sulla carta delle posate, addirittura in piedi su un autobus e su qualsiasi foglio che abbiamo a portata di mano.

Tutto ciò mi ricorda tanto la fase dell’animismo infantile e quella degli scarabocchi in cui i bambini credono che tutto sia animato e disegnano su qualsiasi tipo di superficie che si apra davanti ai loro occhietti furbi e le loro manine svelte. Certo è che Pascoli non sbagliava a parlare del fanciullino! La seconda parte della scrittura la dedico alla revisione del testo che può avvenire sin da subito o in fasi successive anche a distanza di tempo. In questo frangente tengo sempre vicino il vocabolario di italiano e quello dei sinonimi e dei contrari perché dalla ricerca lessicale può sgorgare altra sorgente di idee. Questa sgrossatura e poi limatura, però, mantiene sempre la forza evocativa e allusiva dei primi pensieri, vera scintilla creativa ed è un lavoro che mi piace fare a mano proprio come un amanuense, solo a posteriori scrivo tutto al pc e salvo nelle relative cartelle, tenendo sempre una copia in cartaceo per poterla leggere a mio piacimento. Non penso che la poesia sia solo metrica. Sì, la metrica serve e va saputa usare, ma non è solo la metrica a fare la poesia. La poesia è fatta di emozioni, sensazioni e sentimenti e sono piuttosto i campi semantici e le strutture concettuali a grappolo o lineari che siano a qualificare la stesura del testo. Delle figure di suono ho già detto, tra le figure di significato mi pace usare la metafora , l’anafora, la sinestesia, l’inarcatura, l’ossimoro e non le dispongo in modo razionale, ma lascio che siano le parole libere a dar loro una consistenza ben precisa. Lo zeugma è una delle figure tra le più difficili da usare e solo chi ha alle spalle studi classici, possiede l’abilità di usarla in poesia mentre a me è dato solo di sapere che c’è. Penso che la mia poesia sia un tipo di poesia simbolista, ermetica, talvolta cripta e di difficile interpretazione, ma sempre derivata da un osservazione attenta e da una scrittura spontanea. A differenza delle altre arti la poesia il lavoro preparatorio della poesia consiste tutto nella ricezione e archiviazione dei messaggi che ci giungono dall’esterno e che una volta elaborati, danno origine ai primi pensieri che sono fatalmente carichi di energia creativa. Ecco perché è importante fermarli subito per non lasciarli svanire e non permettere che il revisore interno possa attuare tagli e censure, impedendo l’espressione scritta. Mi piace curare anche la forma grafica del testo perché è una pratica che configura il componimento come poesia visiva. Esistono vari modi per poter comporre una forma grafica appropriata e non mancano certo gli autori da seguire. Se pensiamo ai calligrammi, come ad esempio la poesia “Il pleut” di Apollinaire in cui il poeta scrive i versi in verticale per dare lidea della pioggia che cade, oppure ai disegni dello specchio, della camera sentimentale, del palombaro nelle “Rarefazioni e parole in libertà” di Covoni, alle parole evidenziate in grassetto nei lavori di Marinetti, alla disposizione dei versi di “La fontana malata” e di “Lasciatemi divertire” con le onomatopee scritte a gruppi alterni, ed ancora la poesia di Majkovskij e quella dadaista di Hugo Ball senza escludere Ungaretti ed altri poeti, vediamo come la forma grafica si configura quale scrittura per immagini. Di rilievo in un componimento poetico sono anche gli spazi bianchi tra una strofa e l’altra, spazi che non frammentano la lettura, ma inducono una pausa di riflessione ed una maggiore acquisizione delle diverse possibilità di senso del testo. Mi capita spesso di passare da un frammento poetico ad un testo di cinquanta versi, oppure di passare dalla scrittura di un haiku a quella di un componimento con solo frasi nominali. Forse non ho ancora trovato uno stile ben preciso o forse è questo lo stile che mi è proprio. Certo è che più scrivo e più mi accorgo, come succede anche a Marcuccio, che il mio non è un semplice esercizio di stile bensì un voler dar corpo alle tante turbolenze dell’animo. Mi riconosco nelle sue parole mentre scrive che la prosa non è nelle mie corde perché anche per me è così. Ci provo a scrivere qualche racconto, ma i risultati sono sempre esigui. Mi sto accorgendo che la pratica dell’analisi e della critica letteraria mi appassiona sempre più e può darsi che questo sia dovuto al fatto che la mia poesia è analisi e sintesi in forma discorsiva più che puro lirismo. Sono in linea col suo pensiero e mi sento di dire che anche nella prosa possiamo trovare poesia e che la poesia è in tutto ciò che ci circonda, dalla bellezza del creato ad ogni forma artistica per intuire l’universo mediante la più profonda forma verbale che possa esistere, la poesia. La poesia che tanto amo leggere anche a voce alta per assaporare tutta la bellezza dei versi. Pensare poi alle note musicali, ad una rappresentazione di Puccini dal vivo a Torre del Lago, ascoltare Battisti, Chopin ed altri ancora e sentire musica tutto intorno, è estasi pura! Sono anch’io del parere che un poeta debba prima di tutto essere uno spirito libero e non debba mai soggiacere alle mode; il poeta deve ricercare libertà, la propria libertà interiore che diviene epifania di ispirazione continua. E la poesia è libertà anche nella sintassi visto che ammette anche l’anacoluto, figura che altrimenti sarebbe soggetta al lapis blu. Ma la libertà si ottiene solo a caro prezzo, dedicando amore e passione alle sudate carte.

Lascio a tutti voi un caro saluto nella speranza, pur nella loro semplicità, di aver fatto cosa gradita nell’esprimere questi miei pensieri.
Con affetto, stima e sempre ammirazione.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve

Foto Pixabay

NUOVI COLLABORATORI: LUCIA BONANNI

Con grande piacere vorrei dare il mio benvenuto alla nuova collaboratrice del blog: LUCIA BONANNI (poetessa, scrittrice, critico letterario). Auguro alla nostra Collega “Buon lavoro e tanta soddisfazione professionale”.

Izabella Teresa Kostka

NOTA BIOGRAFICA

Lucia Bonanni, nata ad Avezzano (AQ) nel 1951, dopo aver conseguito il diploma di Maturità Magistrale, si dedica all’insegnamento e successivamente si trasferisce in un paese del Mugello, in provincia di FI.
È autrice di poesia, narrativa, critica letteraria, saggistica ed ha all’attivo pubblicazioni di articoli, racconti, saggi e raccolte di poesie oltre a recensioni e prefazioni per testi poetici e narrativi di autori contemporanei. In volume ha pubblicato le sillogi “Cerco l’infinito” e “Il messaggio di un sogno” ed ha all’attivo varie pubblicazioni in antologie poetiche, raccolte tematiche e riviste di letteratura sia in cartaceo che on-line. Svolge il ruolo di giurata in Commissioni di Concorsi Letterari ed ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in Concorsi nazionali ed internazionali. Ha seguito corsi di fotografia e si dedica al linguaggio fotografico quale complemento dell’arte letteraria.

MASCHERA VENEZIANA*

Tra coriandoli e stelle filanti
inattesa
ti incontro nei campi di pietra.
Mi inquieta
quella posa di dama
dalle dita inguantate
di raso e nastri e piume
a fregiare il cappello.
Di cera il tuo volto
di carta ammollata, vuote
le orbite senza profumo,
carminio le labbra, accese
di rossetto e nero
il mantello che nasconde
la silhouette della tua
maschera veneziana
in una sera di carnevale
in giro tra le calli a cercare
uno spicchio di luna
riflessa nei canali. Batte il tempo
su clessidre senza lancette
e tu da dietro la bauta di pizzo
guardi lo scheletro del mondo
e nascondi lo sdegno di non esser
dea venerata, ma solo figura
di balli in gramaglie. Forse anche tu
nelle notti senza respiro
hai smarrito la mappa del sogno
e la bussola di quel sentimento
che fa di ogni donna
una maschera bella.

*Poesia ispirata al romanzo “Doppio sogno” di Artur Schnitzeler con diversa ambientazione e riferimento alla realtà interiore di quelle donne che subiscono forme di violenza e sono soltanto oggetto di piacere.

Pubblicata sull’antologia benefica “Non uccidere. Caino e Abele dei nostri giorni” a cura di Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio (The Writer Edizioni 2017).

Foto personale di Lucia Bonanni.

VERSO: REDAZIONE, COLLABORATORI, I NOSTRI AUTORI

Ecco in poche essenziali parole la redazione, i collaboratori fissi e gli autori pubblicati di recente su VERSO – SPAZIO LETTERARIO INDIPENDENTE: 

●  Fondatrice e capo – redattrice: 

Izabella Teresa Kostka  (rubrica interviste, articoli vari, ritratti, VERSO consiglia)

● Collaboratori fissi:

Roberto Marzano ( per “I nostri autori”)

Luigi Balocchi ( per “I nostri autori “, articoli vari)

Lina Luraschi  (responsabile della rubrica esclusiva “Giramondo culturale”)

Sabrina Santamaria  (per la rubrica “Novità e recensioni letterarie”)

● Collaborazione occasionale 

Lorenzo Spurio (saggi e critica letteraria) 

● Autori pubblicati fino ad oggi:

Luigi Balocchi, Claudio Mecenero, Roberto Marzano, Lina Luraschi, Izabella Teresa Kostka, Alessandra Beratto, Giancarlo Stoccoro, Lucia Audia, Mauro Cesaretti, Luigi Maione, Fabio Strinati, Raffaella Amoruso

Per contattare la redazione: 

itk.edizioni@yahoo.com

NOVITÀ su “VERSO”: “GIRAMONDO CULTURALE” a cura di LINA LURASCHI 

Una bellissima e frizzante avventura inizierà su “VERSO – SPAZIO LETTERARIO INDIPENDENTE” grazie alla nuova rubrica intitolata “GIRAMONDO CULTURALE” a cura di LINA LURASCHI. Curiosità, varie tappe di turismo letterario, viaggi alla scoperta dell’arte e della cultura non solo Made in Italy. 

Alle mie domande Lina Luraschi risponde: 

I.T.K.: “Giramondo culturale”  suona veramente interessante, quale tematica desideri sfiorare in questa nuova e stimolante rubrica?  

L.L.: “Giramondo culturale” nasce da una passione, letteratura e viaggi. Scoprire la letteratura, l’arte, nei luoghi dove ” è stata vissuta”: condividere curiosità e itinerari nelle città europee, in luoghi molto noti, ma soprattutto in angoli sperduti.

I.T.K.: Svelaci in anticipo qualche prossima destinazione, dove ci porterai?

L.L.: Ahhhh…io proporrei Becherel in Bretagne dove c’è una libreria ogni 40 abitanti. Poi… top secret!

I.T.K.: Credi che la Tua rubrica riesca a stimolare la curiosità e la voglia di esplorare i nuovi orizzonti culturali nei nostri lettori?

L.L.: Spero di sì, anche se sappiamo che il turismo culturale è poco apprezzato: si dà corsia preferenziale a luoghi di svago , quali discoteche famose e… shopping.

I.T.K.: Siamo tutti in ansia e non vediamo l’ora di leggere il tuo primo articolo! Benvenuta tra i collaboratori fissi del “VERSO”, è un grande piacere di averTi con noi.  Aspettiamo la prima tappa del “Giramondo culturale “!

BIOGRAFIA 

Lina Luraschi nasce a Como nella cui provincia tutt’ora risiede. Dopo le scuole medie è in qualche modo costretta a scegliere un indirizzo scolastico non di suo gradimento e si ritrova ragioniera nella ditta di famiglia per lungo tempo.
La passione per la lettura e la letteratura, trasmessale dal padre e insieme a lui coltivata sin dalla più tenera età, l’incontro con un’insegnante che ama i grandi autori, soprattutto i poeti, fa sì che il seme della poesia trovi in Lina un terreno già fertile.
Impegnata nel sociale, è stata vice sindaco e assessore alla cultura, pubblica istruzione e servizi sociali nel suo paese dal 1999 al 2006. Nel 1997 è fra le socie fondatrici dell’associazione di volontariato NOISEMPREDONNE O.N.L.U.S. che opera all’interno dei reparti oncologici degli ospedali comaschi, ricoprendo il ruolo di vicepresidente e segretaria fino al 2005. Nel 2017 co – fondatrice del Gruppo per la Diffusione della Cultura e dell’Arte “Valchiria”.

Ha all’attivo cinque sillogi poetiche più una in stampa , ” ENTENDEMENT ” – phoenix editrice, in lingua francese,
destinata al mercato francese.
Infatti il suo buen retiro , da decenni, è sulle coste dell’oceano fra la Normandia e la Bretagne.

FLASH QUIZ in 15 domande

1 – Nome e Cognome: Lina Luraschi

2 – Professione:   ragioniera  nell’azienda di famiglia

3 – Passioni / hobby:  collezione  di libri antichi  e di pregiate bambole in ceramica . Adoro la Normandia e la Bretagna  dove, da  decenni, mi concedo  qualche mese di relax  durante l’anno, oltre alle vacanze . La passione principale che coltivo da circa 35 anni è la scrittura.

4 – Quale significato hanno per Te “Arte e Cultura”:  per me sono linfa vitale  e francamente, provo compassione per chi non ne capisce l’importanza.

5 – Artisti preferiti:  sono tanti gli scrittori e I poeti, soprattutto francesi e russi. 

6 – Progetti attuali:  I progetti attuali sono due:  concludere l’accordo con la casa editrice francese Phoenix, di Parigi, per pubblicare il mio sesto libro di poesie, questa volta in lingua francese, dal titolo ENTENDEMENT. Contemporaneamente, entro la primavera del 2018, dare alla stampa la raccolta  NINFOSI DELL’ANIMA   con la prefazione del  Prof. Vincenzo Guarracino.

7 – Sogni nel cassetto:  Trasferirmi  e vivere i prossimi anni fra ETRETAT in Normandia, paese di Arsenio Lupin e Benodet , in Bretagna, ma non è solo un sogno, manca poco !!

8 – Essere intelligente vuol dire per te:  saper fare un passo indietro quando occorre, saper chiedere scusa, utilizzare il contraddittorio come fonte di arricchimento personale, uscire dal proprio guscio senza timore.

9 – Dove va l’umanità di oggi?:  da nessuna parte : il percorso, purtroppo, è a ritroso nel tempo, torniamo primitivi, incapaci di gestire emozioni e reazioni.

10 -Dove conduce l’arte contemporanea?:  in generale non è di facile interpretazione, si sperimenta, a volte, senza un minimo di buon senso, si vuole catturare l’attenzione del pubblico rasentando il ridicolo.

11 – Ti piace sperimentare? :   sì, dipende , nella scrittura sì

12 – Preferisci l’arte viva (teatro, performance live etc.) oppure scegli la registrazione (cinema, CD, Youtube etc.):   preferisco l’arte viva , solo così ricevo emozioni.

13 – Libri preferiti:  saggistica  letteratura  in generale  biografie  poesia , quella che graffia l’anima 

14 – Secondo te i social network sono importanti? :  no, ma non si può farne a meno, rimani isolato.

15 -Che cosa vorresti augurare ai nostri lettori?:  Auguro  che i loro sogni nel cassetto si possano realizzare. Così come io ho realizzato i miei.

GRAZIE PER AVER RISPOSTO A QUESTO FLASH QUIZ. 

Izabella Teresa Kostka

per il Gruppo per la diffusione della cultura e dell’arte “Valchiria” 

Settembre 2017

BENVENUTA SABRINA SANTAMARIA 

Oggi, con grande gioia, diamo il benvenuto alla nostra nuova collaboratrice fissa per la rubrica NOVITÀ E RECENSIONI LETTERARIE:  SABRINA SANTAMARIA. Come indica la filosofia di questo sito, desideriamo dare la visibilità ai nuovi “FRESCHI GERMOGLI” appassionati della letteratura e della scrittura. Ed eccoci qua la giovane e piena di entusiasmo donna nata “ove il mare lambisce gli scogli”. Un abbraccio affettuoso e in bocca al lupo per la lunga collaborazione! 

BIOGRAFIA 

Sabrina Santamaria è nata a Messina il 27 Aprile del 1994. Sin da adolescente si è appassionata alla letteratura italiana ed europea. Molto amante dell’ambito delle scienze umane ha intrapreso il corso di laurea Scienze della formazione laureandosi quest’anno. Scrive per un blog degli studenti, Newsophia, nel 2016 ha pubblicato il suo romanzo “Germogli… scritti in emozioni”. 

FLASH QUIZ: SABRINA SANTAMARIA

 1-Nome e Cognome: Sabrina Santamaria

 2-Professione: Studentessa

 3-Passioni/hobby: leggere, fare running

 4-Quale significato hanno per Te “Arte e Cultura”: Per me l’arte è la manifestazione più alta dell’animo umano, eleva lo spirito, la cultura è apertura all’altro, alla diversità.

 5-Artisti preferiti: Van Gogh, Alda Merini, Oscar Wilde, Baudelaire

 6-Progetti attuali: Frequento la Specialistica in Scienze pedagogiche, vorrei pubblicare un secondo romanzo

 7-Sogni nel cassetto: Mi piacerebbe insegnare

 8-Essere intelligente vuol dire per te: Secondo me l’intelligenza nasce in concomitanza alla convinzione di poter migliorare sempre, la persona intelligente sa che l’intelligenza è un processo in fieri

9-Dove va l’umanità di oggi?: L’umanità di oggi predilige l’apparenza, la bellezza fisica, la perfezione corporea

10-Dove conduce l’arte contemporanea?: Secondo me l’arte contemporanea segue due filoni principali: il primo in linea ai canoni di bellezza e perfezione, il secondo , invece, cerca di svegliare le masse da questo “sonno dogmatico” per dirla con Kant

11-Ti piace sperimentare?: Certo, le grandi scoperte nascono dalle sperimentazioni

12-Preferisci l’arte viva(teatro, performance live) oppure scegli la registrazione (cinema, CD; Youtube): Entrambe, perché la seconda è lo specchio della prima, scelgo la seconda nel momento in cui rispecchia la prima, ma l’arte viva ti fa entrare nel vivo delle scene

13-Libri preferiti: “Se questo è un uomo”, “Il gabbiano Jonathan Livingstone”, “Bianca come il latte e rossa come il sangue”

14-Secondo te i social network sono importanti?: SÌ lo sono, perché anche io ho beneficiato infatti tramite Facebook ho conosciuto molti poeti e artisti

15-Che cosa vorresti augurare ai nostri lettori?: Spero che tutti i loro sogni si possano realizzare

● 

Grazie per aver risposto a questo FLASH QUIZ. 

Izabella Teresa Kostka, Settembre 2017

 


CINQUE PENSIERI DI ROBERTO MARZANO 

● SENZA FAR DRAMMI

Amore, amor perduto, non è cosa
lasciami naufragar tra questi flutti     
mentre beccheggio esausto a pelo d’acqua
nel buio mar di cocci alla risacca
lanciami pure un sasso, fa’ ch’io affoghi
muto e cianotico, ormai senza più aria.

Amore, non amor, di carta zuppa
fracassa ora il mio cranio sulle chiglie 
mi assaliranno alghe le narici
una vertigine, spezzerà la schiena stanca
fantoccio spento nel rollìo della corrente 
e poi più niente
sbatacchierò qua e là 
senza far drammi…

● SOTTO I PALAZZI

Passerà anche questa domenica 
che si giustiziano i passeri per noia 
bui cuscini soffocati d’incoscienza
pieni di carta vetro, morsi di cani. 

Sotto i palazzi perdon fiato e sangue
scatole schiacciate nella pattumiera
la rabbia nera stridula di strega
sparge il suo sale sulle code basse.

● SON TORNATE A FIORIRE LE RONDINI

Son tornate a fiorire le rondini
sui davanzali sospesi al disordine
bruni grappoli, frecce che esplodono
di pazzia vorticando nei baratri
scapestrate ragazze in un turbine ellittico
a sfiorarsi l’un l’altra gioiendosi addosso
infaticabile azzurro, traiettorie impossibili
in un volo infinito da Indianapolis a Disneyland…

● QUATTRO STAGIONI DI MEZZO

Hai bruciato le tappe del Giro 
pizza quattro stagioni di mezzo 
addormentata sulla panchina nel parco 
auto conservazione dello stato d’incoscienza 
della realtà dei fatti a mano da bambini 
schiavi dell’abitudine alle comodità 
indispensabili strumenti di lavoro 
sette ore perdute le speranze di ritrovarti 
intatta come ti avevo lasciata la strada vecchia
osteria numero uno para-ponzi-ponzi-po’!

● CIÒ CHE È INUTILE

A questo punto di domanda
importuna la vicina di casa
di riposo un po’ sul divano
a tre posti fissi lo sguardo
agli occhi che non san mentire
ah, se stessi in campagna!
acquisti ciò che è inutile
bussare se non c’è nessuno…

Roberto Marzano 

Tutti i diritti riservati all’autore 

IL LAMENTO DI DIANA by ROBERTO MARZANO 

IL LAMENTO DI DIANA

Cosa dovrei pensare adesso che mi guardi 
così dall’alto in basso con disprezzo
l’assurda urgenza  di spegnermi la luce
punirmi, il sorriso farmi a pezzi?
Cosa n’è stato di noi? Cos’è successo?

Tu, che anelavi ansioso 
l’impulso irrefrenabile
di un contatto urgente
da consumarsi subito ovunque ci trovassimo
che prendeva fuoco nell’impeto di un lampo
nella brace di pochi ansimanti respiri
di quel piacere perverso, tormentato
come fossi un’amante di cui portar vergogna
ma troppo evidente agli occhi per celare 
il disgusto per la nostra sporca storia 
che ti impregna del mio odor fino ai capelli
fino all’ultimo fiato di piacere
voluttà, vizio torbido che leva l’aria…

Cosa, cosa dovrei pensare adesso? 
Quando mi scaraventi a terra con ripugno 
e mi schiacci sotto la suola della scarpa 
violento, crudele nel gesto rotatorio 
che mi scompatta, irrimediabilmente…

Ma non ti sarà facile dimenticarmi, bello mio
e tornerai a cercarmi disperato
mai potrai smettere di seguirmi come un cane
ed io pronta sarò a farmi comprare
in venti piccole dosi cilindriche fatali
sempre che bastino a quietare
le tue stupide brame da coglione.

Roberto Marzano
Tutti i diritti riservati all’autore

PER LUCIO MASTRONARDI di LUIGI BALOCCHI 

Per Lucio Mastronardi
Lucio Mastronardi, scrittore morto suicida nel 1979, il geniale autore de – Il maestro di Vigevano -, ha svelato l’ignominia del boom industriale, quello stesso che ha fatto di Vigevano, per più di un decennio, la capitale mondiale della scarpa. Un solo dato: negli anni sessanta, a fronte di oltre settantamila abitanti, nella città detta Ducale si producevano novantamila paia di scarpe al dì. Due famiglie su tre eran lì tra colla e tomaie.

Lucio, a Vigevano, ha vissuto una sostanziale emarginazione. Perché? Perché aveva visto là dove gli altri si rifiutavano di fare. E stato il tragico testimone di un radicale mutamento di vita. In quegli anni, una sorta di impazzimento collettivo ha colto i vigevanesi, Doc o immigrati dal veneto o dal sud non fa differenza. Questi tutti, avevano capito che era possibile far denaro e, a ragion di ciò, rivoltare un’intera città come un calzino. La scarpa portava i soldi. Quindi, tutti a far scarpe.

Migliaia di uomini e donne, non han guardato che a quello e nulla gli è più importato se non quello. Ogni cosa, che altro non fosse il denaro, si è ridotta a lerciume. La devastante speculazione edilizia, la gretta ostentazione degli arricchiti, la morte sostanziale del dialetto, il disprezzo verso tutto ciò che non era merce, merce e danaro, hanno decretato la fine dei modi di vita tradizionali. Nessuno, al pari di Mastronardi ha colto con pari tragedia il mutamento indotto da quei tempi. Ci han provato, in parte riusciti, Bianciardi, Calvino, Piovene. Lo ha detto Pasolini. Nessuno, con pari, estetica e letteraria, tragicità.

Tutto ciò, ha partorito una razza mutante di borghesucci per cui davvero tutto si misura con il danaro; per cui davvero l’unica e sostanziale preoccupazione è l’accumulare soldi: da investire in beni visibili, automobili di riguardo, case di pregio, o sperperare in consolatori paradisi vacanzieri, di cui poi raccontare e farsi vanto.

Ecco cos’è la Vigevano di oggi, paradigma dell’Italia intera, figlia di quel tempo orrendo. Se ne ha immediata contezza allo sfrecciare di unghiuti individui alla guida di un Suv.

Ecco, sì, la profezia di Lucio. Uno che aveva visto dove gli altri non han potuto, non han voluto, han fatto finta di niente.
Luigi Balocchi 

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