IMPRONTE DI SPIRITUALITÀ E ORFISMO NELLA LIRICA “RICORDO” DI EMANUELE MARCUCCIO a cura di LUCIA BONANNI

IMPRONTE DI SPIRITUALITÀ E ORFISMO
NELLA LIRICA RICORDO DI EMANUELE MARCUCCIO

RICORDO

O tu che lampia volta
della vita ascendi,
o tu che lampia prora
dell’azzurro varchi!
Il sonno m’inabissa profondo,
il mare mi plasma tranquillo,
ricado riverso
nel fianco ritorto,
ricado sommerso
nel freddo glaciale,
quel bianco dolore,
che mi arrossa la faccia,
quel freddo vapore,
che m’avvampa tremendo.

La poesia è il ricordo delle immagini, vissuti evocati dalla memoria con l’uso di parole musicali e di quelle referenti un colore. Chi legge in modo partecipe una poesia diventa un po’ poeta, infatti fare il poeta e diventare poeta sono passaggi di un percorso poetico e l’uno richiede l’esistenza dell’altro. Il diventare poeta è sempre in costante divenire e necessita di esercizio continuo che si connota nel fare il poeta. Non esiste una definizione univoca di poesia perché essa esprime intrecci di emozioni, sensazioni e sentimenti ed il primo fuoco dell’ispirazione é dato dalle percezioni e dal vissuto personale dell’autore. La lirica “Ricordo”, scritta da Emanuele Marcuccio il 28 ottobre del 1994, è una concentrazione di significati, una realtà sublimata in fantasia dove la forza di immagini e contrasti forma una grandezza variabile con posture idiomatiche di saggezza, capacità e sentimento. L’occasione di scrittura di questa lirica non si riferisce ad un ricordo transitorio ovvero ad un soggetto definito, bensì ad un qualcosa di cosmico, di ancestrale e il contenuto si accentua nel messaggio di chiara impronta ascetica. Già il titolo, parola chiave del componimento, introduce elementi narrativi, un tipo di prosa poetica che si caratterizza per logica e fantasia e come nella narrazione si struttura in analessi, metalessi e prolessi, prendendo anche l’evidenza filosofica della tesi, antitesi e sintesi. La messa a fuoco delle immagini è per Marcuccio momento di contemplazione, libertà e sincerità con accento di purezza e senso di appartenenza universale e soltanto pochi versi a comporre questo stato di grazia poetica, idealmente divisibile in tre quartine ed un distico in versi liberi. La prima quartina, impreziosita dal doppio vocativo iniziale, è disseminata dal valore polisemico dell’aggettivo ampia qui inserito come anadiplosi, un raddoppiamento voluto per conferire maggiore rilevanza al significato lessicale, ed ancora dai verbi ascendere e varcare nonché dai sostantivi volta e prora. L’aggettivo ampio, esteso, vasto, di notevole dimensione, è attribuito sia alla superficie ad arco della cupola celeste sia alla parte anteriore dello scafo azzurro, la prora, prua in dialetto genovese, mentre il verbo ascendere, salire, andare dal basso verso l’alto e varcare, oltrepassare, andare oltre insieme alla sacralità della vita e l’azzurro del cielo fanno pensare ad un contesto storico-culturale di conoscenze e avvenimenti nella vita dell’autore che ben conosce la funzione del poeta, sa parlare al cuore degli altri, riesce a cogliere sensazioni e sa dare forma all’analogia. Il vocativo o tu, scritto in anafora, si connota nell’io poetante che si immerge nell’azione meditativa e a guisa di un aedo dell’antichità con un piccolo plettro fa vibrare le corde dell’animo nella più ampia aspirazione di poter elevare la propria anima al di sopra dei miasmi del mondo e varcare la porta dell’azzurro incontaminato. I lemmi prora e azzurro, intese come metonimia nel senso di contiguità spaziale e nel significato di nave e ambiente, è tecnica di sostituzione della parola porta che apre un varco nell’immensità dell’azzurro. L’enjambement, il gioco di suoni, le metafore nominali e quelle dei colori, l’aggettivo metaforico, l’allitterazione e il ritmo sono parte di una metalessi, ma anche di una tesi, in cui il poeta parla e riflette in colloquio intimo con se stesso e con chi legge. Il distico è costruito sulla personificazione e la figura di significato si avvale delle metafore verbali inabissare (con sinomino di sommergere) e plasmare, degli aggettivi profondo e tranquillo ed i sostantivi mare e sonno in gradazione di ampiezza lessicale. Il verbo inabissare, sprofondare in un abisso o nelle profondità del mare, prende il significato di straniamento dalla realtà con valenza di ascetismo. Come i figli di Hypnos che nei sogni portavano forme umane, animali, piante e paesaggi, nei versi del Nostro il sonno si colloca in accezione meditativa, un Phantasos che appare quale medium della fantasia necessaria per una riflessione di senso mentre il mare, archetipo per eccellenza, modella i processi intellettivi e meditativi dell’io lirico. Ma per contrari voleri il soggetto ricade rovesciato su un fianco e affondato nel gelo. Oppure, come si legge nella nota dell’autore, in tutto ciò si può leggere Un’allegoria che ha per tema il giustapporre un’anima che si eleva alle cose celesti a un’altra che ricade nelle cose mondane. Prora come direzione diritta, in traslato retta via; varcare la retta via: andare oltre l’umano, andare oltre l’ordinario. Il significato di ascendere si trova in antitesi con ricadere cioè cadere nuovamente, discendere e l’effetto secondario sta nel lato del corpo che si attorciglia su se stesso ed è di nuovo deformato da un movimento energico e di conseguenza l’essere si ritrova sommerso da un forte senso di smarrimento e solitudine.

La bella sinestesia bianco dolore in apertura della quarta strofa fa aggallare la sofferenza che opprime l’animo e senza alcun riserbo si fa notare nella tinta forte che al pari di un vento di borea imporpora il viso e con suggestione si allaccia alla figura ossimorica del freddo vapore che in modo ostile, avverso, contrario chiude tra le vampe l’intera persona. Il vapore può essere un’esalazione oppure lo stato aeriforme di un addensamento o di una sostanza. Ciò rimanda al senso figurato che in Dante diviene fiamma delle anime beate, scia di stella cadente ed emanazione divina. Tra l’altro la posizione antitetica tra lazione dell’avvampare e il vapore che pur essendo freddo, rende sempre l’idea del caldo, fa pensare all’estasi contemplativa dove il colore della tinta albina evoca il bianco della tunica che veste l’anima purificata, concretezza di spiritualità che nella Cappella Brancacci con grande estro creativo Masaccio rappresenta nella profondità delle figure narranti le storie di San Pietro che guarisce con l’ombra e Il battesimo dei neofiti. Nella gradazione semantica tra arrossa, vapore, avvampa oltre all’idea del calore che ristora e fa maturare emozioni e sentimenti, si ritrova una metafora nominale con significato di identità ed anche una certa idea di chiasmo; così per sillogismo se il vapore é aeriforme allora anche il dolore può diventare aereo ed esalare dal corpo. I dati sensoriali, la frugalità delle rime, le armonie imitative, l’enjambement, le figure sintattiche e quelle di significato, l’accumulazione di idee, la posizione delle parole anche in inizio e fine del componimento, literazione emozionale e la sintesi espositiva fanno di questo componimento un testo di prosa poetica, strutturato sulle cinque W della narrazione (who,what,where,when,why,how), e che lascia libero il lettore di immaginare personaggi, luoghi e tempo come accade nella rappresentazione drammatica del teatro nel teatro, impronta di scrittura usata dall’autore per meglio denominare le caratteristiche analogiche di comprensione del messaggio di umana spiritualità con immagini nitide e suggestioni orfiche. “Ricordo” è una poesia che rimane tra le più care e significative tra quelle scritte dal Nostro , un’ideazione lirica in cui si può leggere la sintesi dell’intera produzione marcucciana, un viaggio che dura da più di vent’anni e si riflette nella prassi del “fare il poeta” e “diventare poeta” perché solo così, come afferma l’autore, si può essere “poeta”. L’andatura narrativa e la rielaborazione concettuale sono talmente ricche di ampiezze spirituali ed intime corrispondenze da far pensare a ciò che insegna Kavafis, quando scrive che nell’arte del poetare la vera ed unica difficoltà sta nel salire il primo scalino: Essere giunto qua non è da poco;/quanto hai fatto non è una piccola gloria perché Se per Itaca volgi il tuo viaggio,/fa voti che ti sia lunga la via,/e colma di vicende e conoscenze e sappi in ogni luogo tenere l’isoletta nella mente perchè ciò che importa è il viaggio e non la meta. E Marcuccio di scalini ne ha saliti talmente tanti da trovarsi tra le Muse del Parnaso e dal suo viaggio verso Itaca torna all’approdo sempre più saggio e sempre più esperto.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve
3 marzo 2017

LUCIA BONANNI per VERSO
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“DANZA L’ACQUA” di LUCIA BONANNI

DANZA L’ACQUA

Su una panchina
immaginaria in mezzo al bosco
leggo le palme delle foglie.
Dalle nervature vedo comparire
anime mai spente sulle pietre.
L’invisibile mi circonda
nel cerchio della notte
e nelle curvature del mattino.
Trovo galassie, l’infinito delirante
il volo dell’aquila, la stella
dell’alba, il vento che oscilla.
La pioggia cade con forza.
La sento battere
sulla schiena del silenzio.
Mi nasce il desiderio
di scrivere parole.
Su verdi foglie racconto
di mani che spagliano sementi,
la rugiada tra le braccia delle erbe
di chiromanti ardenti, di isole
remote e del legno di una culla.
Nel fuoco azzurro di una veglia
la vita si apre come un fiore
e si chiude nella terra.
Bere a sorsi
liquida luce mentre sul palmo
della mano danza l’acqua
che spoglia il fuoco
e inonda la sabbia dei cammini.

Lucia Bonanni

Tutti i diritti riservati all’autrice

IL MIO MODO DI INTENDERE LA POESIA a cura di LUCIA BONANNI

IL MIO MODO DI INTENDERE LA POESIA di LUCIA BONANNI

“Quale virtù si ammira in un poeta? L’abilità di consigliare: noi li rendiamo migliori gli abitanti della Città.
Per il bambino c’è il maestro che spiega, per i giovani i poeti.”

Aristofane, Le rane

Carissimi amici poeti,

ho letto con tutta l’attenzione possibile, almeno così spero, il saggio “La mia poetica” di Emanuele Marcuccio. Come ho già avuto modo di dire, molti sono i punti del suo scrivere che trovo in sintonia e in armonia col mio modo di intendere il dettato poetico. In questa breve trattazione cercherò di evidenziare le uguaglianze e le differenze che sono a sostegno delle tesi su ciò che per me e Marcuccio è “ideale poetico”. Sento di poter affermare che pratico poesia fin da sempre, che devo tanto a mio padre che a mia nonna paterna, insegnante elementare per ben quarantacinque anni, l’amore per la lettura e per la scrittura. Ricordo che le prime conte, le prime filastrocche, le prime poesie ed anche le preghiere mandate a mente mi furono insegnate da mio padre nelle fredde sere invernali, trascorse nel tepore domestico. Da mia nonna, fervida lettrice e scrittrice, ho ereditato la passione per le lettere e quella per l’insegnamento. Devo anche ai miei insegnanti fin dai primi anni di scuola, lo sviluppo a questa attitudine, a questo dono che mi è stato offerto non solo come dilettevole nota, ma anche come forza evocativa per essere della vita e con la vita. Ricordo che i primi riconoscimenti giunsero fin dalle scuole elementari ed io stessa in veste di insegnante ho sempre cercato di avvicinare gli alunni al mondo magico della poesia. Non so neanche io quanti fogli accartocciati e gettati via e quanti quelli che sono ancora da rivedere e considerare come scritti degni di nota. Poi pian piano, anche attraverso corsi qualificati di scrittura creativa, ho iniziato a porre mente in maniera sistematica a questo tipo di scrittura fino a giungere alla partecipazione a vari concorsi letterari e alla pubblicazione delle mie raccolte poetiche. Anch’io come Marcuccio non amo scrivere in rima, mi piace leggerla in altri autori. Nei miei componimenti mi sembra quasi banale. Non la uso perché secondo me assoggetta la fluidità del pensiero a schemi già stabiliti in precedenza mentre il pensiero deve scorre libero sulla pagina bianca in una cascata crescente di emozioni. Per dare musicalità al testo poetico preferisco usare quelle che vengono definite rime imperfette, cioè assonanze e consonanze, rima interna o rimalmezzo, paronomasie, allitterazioni, inarcature, le disseminazioni di suono, le onomatopee e qualche rima sparsa qua e là nel testo, ma sempre tutto sotto l’egida della scrittura spontanea. Qualche volta mi son provata a scrivere dei sonetti, anche caudati, ma poi son sempre tornata al verso libero e a quello sciolto. Sono convinta che per scrivere poesia non occorrono grandi parole; occorrono, invece, buoni contenuti che sono sempre e comunque espressione perentoria del nostro mondo interiore che la percezione riesce a sublimare anche attraverso le figure di significato oltre che con quelle di suono, in componimento poetico. Come scrive Marcuccio, anch’io nel fare poesia seguo “una struttura su due fasi”: la prima è quella della stesura di getto, cioè quella da lui definita il primo fuoco dell’ispirazione proprio come quando la prima fiamma divampa nel camino, e che ci porta a scrivere su scontrini della spesa, sulla carta delle posate, addirittura in piedi su un autobus e su qualsiasi foglio che abbiamo a portata di mano.

Tutto ciò mi ricorda tanto la fase dell’animismo infantile e quella degli scarabocchi in cui i bambini credono che tutto sia animato e disegnano su qualsiasi tipo di superficie che si apra davanti ai loro occhietti furbi e le loro manine svelte. Certo è che Pascoli non sbagliava a parlare del fanciullino! La seconda parte della scrittura la dedico alla revisione del testo che può avvenire sin da subito o in fasi successive anche a distanza di tempo. In questo frangente tengo sempre vicino il vocabolario di italiano e quello dei sinonimi e dei contrari perché dalla ricerca lessicale può sgorgare altra sorgente di idee. Questa sgrossatura e poi limatura, però, mantiene sempre la forza evocativa e allusiva dei primi pensieri, vera scintilla creativa ed è un lavoro che mi piace fare a mano proprio come un amanuense, solo a posteriori scrivo tutto al pc e salvo nelle relative cartelle, tenendo sempre una copia in cartaceo per poterla leggere a mio piacimento. Non penso che la poesia sia solo metrica. Sì, la metrica serve e va saputa usare, ma non è solo la metrica a fare la poesia. La poesia è fatta di emozioni, sensazioni e sentimenti e sono piuttosto i campi semantici e le strutture concettuali a grappolo o lineari che siano a qualificare la stesura del testo. Delle figure di suono ho già detto, tra le figure di significato mi pace usare la metafora , l’anafora, la sinestesia, l’inarcatura, l’ossimoro e non le dispongo in modo razionale, ma lascio che siano le parole libere a dar loro una consistenza ben precisa. Lo zeugma è una delle figure tra le più difficili da usare e solo chi ha alle spalle studi classici, possiede l’abilità di usarla in poesia mentre a me è dato solo di sapere che c’è. Penso che la mia poesia sia un tipo di poesia simbolista, ermetica, talvolta cripta e di difficile interpretazione, ma sempre derivata da un osservazione attenta e da una scrittura spontanea. A differenza delle altre arti la poesia il lavoro preparatorio della poesia consiste tutto nella ricezione e archiviazione dei messaggi che ci giungono dall’esterno e che una volta elaborati, danno origine ai primi pensieri che sono fatalmente carichi di energia creativa. Ecco perché è importante fermarli subito per non lasciarli svanire e non permettere che il revisore interno possa attuare tagli e censure, impedendo l’espressione scritta. Mi piace curare anche la forma grafica del testo perché è una pratica che configura il componimento come poesia visiva. Esistono vari modi per poter comporre una forma grafica appropriata e non mancano certo gli autori da seguire. Se pensiamo ai calligrammi, come ad esempio la poesia “Il pleut” di Apollinaire in cui il poeta scrive i versi in verticale per dare lidea della pioggia che cade, oppure ai disegni dello specchio, della camera sentimentale, del palombaro nelle “Rarefazioni e parole in libertà” di Covoni, alle parole evidenziate in grassetto nei lavori di Marinetti, alla disposizione dei versi di “La fontana malata” e di “Lasciatemi divertire” con le onomatopee scritte a gruppi alterni, ed ancora la poesia di Majkovskij e quella dadaista di Hugo Ball senza escludere Ungaretti ed altri poeti, vediamo come la forma grafica si configura quale scrittura per immagini. Di rilievo in un componimento poetico sono anche gli spazi bianchi tra una strofa e l’altra, spazi che non frammentano la lettura, ma inducono una pausa di riflessione ed una maggiore acquisizione delle diverse possibilità di senso del testo. Mi capita spesso di passare da un frammento poetico ad un testo di cinquanta versi, oppure di passare dalla scrittura di un haiku a quella di un componimento con solo frasi nominali. Forse non ho ancora trovato uno stile ben preciso o forse è questo lo stile che mi è proprio. Certo è che più scrivo e più mi accorgo, come succede anche a Marcuccio, che il mio non è un semplice esercizio di stile bensì un voler dar corpo alle tante turbolenze dell’animo. Mi riconosco nelle sue parole mentre scrive che la prosa non è nelle mie corde perché anche per me è così. Ci provo a scrivere qualche racconto, ma i risultati sono sempre esigui. Mi sto accorgendo che la pratica dell’analisi e della critica letteraria mi appassiona sempre più e può darsi che questo sia dovuto al fatto che la mia poesia è analisi e sintesi in forma discorsiva più che puro lirismo. Sono in linea col suo pensiero e mi sento di dire che anche nella prosa possiamo trovare poesia e che la poesia è in tutto ciò che ci circonda, dalla bellezza del creato ad ogni forma artistica per intuire l’universo mediante la più profonda forma verbale che possa esistere, la poesia. La poesia che tanto amo leggere anche a voce alta per assaporare tutta la bellezza dei versi. Pensare poi alle note musicali, ad una rappresentazione di Puccini dal vivo a Torre del Lago, ascoltare Battisti, Chopin ed altri ancora e sentire musica tutto intorno, è estasi pura! Sono anch’io del parere che un poeta debba prima di tutto essere uno spirito libero e non debba mai soggiacere alle mode; il poeta deve ricercare libertà, la propria libertà interiore che diviene epifania di ispirazione continua. E la poesia è libertà anche nella sintassi visto che ammette anche l’anacoluto, figura che altrimenti sarebbe soggetta al lapis blu. Ma la libertà si ottiene solo a caro prezzo, dedicando amore e passione alle sudate carte.

Lascio a tutti voi un caro saluto nella speranza, pur nella loro semplicità, di aver fatto cosa gradita nell’esprimere questi miei pensieri.
Con affetto, stima e sempre ammirazione.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve

Foto Pixabay

NUOVI COLLABORATORI: LUCIA BONANNI

Con grande piacere vorrei dare il mio benvenuto alla nuova collaboratrice del blog: LUCIA BONANNI (poetessa, scrittrice, critico letterario). Auguro alla nostra Collega “Buon lavoro e tanta soddisfazione professionale”.

Izabella Teresa Kostka

NOTA BIOGRAFICA

Lucia Bonanni, nata ad Avezzano (AQ) nel 1951, dopo aver conseguito il diploma di Maturità Magistrale, si dedica all’insegnamento e successivamente si trasferisce in un paese del Mugello, in provincia di FI.
È autrice di poesia, narrativa, critica letteraria, saggistica ed ha all’attivo pubblicazioni di articoli, racconti, saggi e raccolte di poesie oltre a recensioni e prefazioni per testi poetici e narrativi di autori contemporanei. In volume ha pubblicato le sillogi “Cerco l’infinito” e “Il messaggio di un sogno” ed ha all’attivo varie pubblicazioni in antologie poetiche, raccolte tematiche e riviste di letteratura sia in cartaceo che on-line. Svolge il ruolo di giurata in Commissioni di Concorsi Letterari ed ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in Concorsi nazionali ed internazionali. Ha seguito corsi di fotografia e si dedica al linguaggio fotografico quale complemento dell’arte letteraria.

MASCHERA VENEZIANA*

Tra coriandoli e stelle filanti
inattesa
ti incontro nei campi di pietra.
Mi inquieta
quella posa di dama
dalle dita inguantate
di raso e nastri e piume
a fregiare il cappello.
Di cera il tuo volto
di carta ammollata, vuote
le orbite senza profumo,
carminio le labbra, accese
di rossetto e nero
il mantello che nasconde
la silhouette della tua
maschera veneziana
in una sera di carnevale
in giro tra le calli a cercare
uno spicchio di luna
riflessa nei canali. Batte il tempo
su clessidre senza lancette
e tu da dietro la bauta di pizzo
guardi lo scheletro del mondo
e nascondi lo sdegno di non esser
dea venerata, ma solo figura
di balli in gramaglie. Forse anche tu
nelle notti senza respiro
hai smarrito la mappa del sogno
e la bussola di quel sentimento
che fa di ogni donna
una maschera bella.

*Poesia ispirata al romanzo “Doppio sogno” di Artur Schnitzeler con diversa ambientazione e riferimento alla realtà interiore di quelle donne che subiscono forme di violenza e sono soltanto oggetto di piacere.

Pubblicata sull’antologia benefica “Non uccidere. Caino e Abele dei nostri giorni” a cura di Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio (The Writer Edizioni 2017).

Foto personale di Lucia Bonanni.