RITRATTI: ALESSANDRA SOLINA (MARA CONSOLI)

(by I.T.K.)

Accogliamo tra di noi i nuovi autori emergenti: ALESSANDRA SOLINA, conosciuta anche come MARA CONSOLI. Nella sua scrittura ondeggia tra il classico, descrittivo poetare e il moderno sperimentare. Un linguaggio spesso fantasioso, onirico che sottolinea la vivace creatività dell’autrice. Versi liberi, sciolti, scorrono spontaneamente come un racconto, a tratti sfiorano quasi “prosa poetica”. Sicuramente il mondo visionario e interessante, caratterizzato dalla sensibilità e dall’infinita immaginazione di Alessandra. Oggi su VERSO i suoi tre inediti.

Izabella Teresa Kostka

• NOTA BIOGRAFICA

Alessandra Solina ha iniziato a scrivere poesie on line sotto lo pseudonimo di Mara Consoli nel luglio del 2017.
Alessandra è nata e vive a Cecina (Livorno), ed è appassionata da sempre di letteratura, arte e lingue straniere. Si è laureata in Storia Moderna presso la Facoltà di Lettere di Pisa.
Per alcuni anni è stata impiegata nel settore turistico, svolgendo contemporaneamente attività presso l’associazione culturale con la quale tuttora collabora. Presso la stessa si occupa della promozione di eventi riguardanti la violenza di genere ed il confronto interculturale ed interreligioso, nonché iniziative di vario genere, con particolare attenzione ai giovani e agli adolescenti.
A febbraio 2018 uscirà la sua prima silloge, “Atomi sparsi”, nella collana Gli Emersi della Aletti Editore. Sue poesie sono state scelte per l’antologia “Le Maree della vita” a cura di Izabella Teresa Kostka, Lina Luraschi e Mariateresa Bocca ed edita da CTL. Una sua opera è arrivata finalista al Contest Letterario “E in arrivo Santander” a cura dello scrittore e attore Giuseppe Carta (edita da Il Caso Editore Paradigma NOUU). Una sua poesia è stata selezionata al Concorso Nazionale di Poesia Coelum 2017.

• ALCUNE POESIE SCELTE

IDENTIKIT

Amo sparire dalle immagini,
foto ritoccate di risa.
Rannicchiata nell’alveolo
di una conchiglia
ormai lontana dal mare,
lontana da sozze spume,
non può cancellarmi l’ombra del vento.
Le orme di passi secolari
sono state inghiottite da comete.
Implodono gli astri,
gara di fossili inceppati.
Con sforzo erculeo
oltrepasso il cadavere di una poseidonia
e giungo al mirto dal solitario fiore.
Ora so chi sono.

ME E ALICE

E bello leggerle negli occhi
l’amore.
Un tempo ne ero affetta anch’io
e travisavo il mondo,
lo traboccavo ovunque.
Ora neanche uno scalpello
per il mio cuore d’ebano
a lenire anni di privazioni.
Ammiro il suo sguardo,
increspo le mie labbra
che subito tornano monolitiche e assenti,
a ricordarmi che la radice è defunta
a causa di stagioni di siccità non corrisposte.
Adesso è arrivata la pioggia.
Troppo tardi.
Non germoglieranno
né le secche sterpaglie,
né le aride pietre.
Guardo i suoi occhi ricolmi di fiori,
e nel loro riflesso i miei di tenerezza.

DRIADE

Questa sono.
Battezzata Driade da mia madre.
Non conosco altro sentimento
che non sia ritorto malleolo,
verde contorsione,
ventagli ventosi di intarsi
e ipotesi annodate alla terra.
Credesti fosse un sogno di caldo
all’ombra delle Esperidi
e non ti accorgesti
che eri impigliato a me.
Allora decisi di versare
antica saggezza nei rovi d’amore
dove si addentrano
i cuori disperati come il tuo.
Non volevo che spine mi imbrattassero
del tuo sangue amaro.
Sebbene non comprenda il tuo male,
conosco l’arboreo conforto.
E te ne feci dono.

Alessandra Solina

Tutti i diritti riservati all’autrice

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QUANDO LA BELLEZZA SCORRE INARRESTABILE: GIOVANNI SEPE

(by I.T.K.)

Quando la bellezza scorre inarrestabile, sgorgando liberamente da ogni parola, nasce la Poesia. Essa non richiede autorizzazioni né specifiche lauree professionali. Pulsa difendendo il proprio valore, quello spontaneo nato da un vero talento. Credo che così sia per Giovanni Sepe: un elettricista nato a Napoli che ho conosciuto in uno dei gruppi letterari su Facebook – precisamente “Poeti italiani del ‘900 e contemporanei”. Sepe crea il suo mondo poetico libero da ogni convenzione e regola, dipinge le emozioni raccolte nei brandelli di parole abissali, profonde di intenso significato e, spesso, di vissuto dolore. I versi non vengono scritti ma scorrono trovando un’estrema armonia tra contenuto senza superflua retorica, linguaggio sobrio e trasparente ma, allo stesso tempo, grande freschezza e innegabile incanto. Ritrovo tanta saggia riflessione e sensibilità in questi versi, che come una morbida coltre di ritrovata beltà scaldano ogni vuoto.

Izabella Teresa Kostka

● NOTA BIOGRAFICA

GIOVANNI SEPE nato a Napoli nell’aprile del 76′ da padre operaio e madre casalinga. I primi anni li trascorre ai quartieri spagnoli,
e in seguito all’evento sismico del’80
alla Riviera di Chiaia, in via Giovanni Bausan dove ebbe i natali il grande Eduardo De Filippo.
Dopo pochi anni segue i vari trasferimenti della famiglia nella più tranquilla provincia.
Studia e si diploma all’ i.t.i.s.
Come perito elettrotecnico, per poi imparare il mestiere che tutt’ora svolge: l’elettricista.
Sposato e padre di ben quattro figli non ha nessun legame, didattico o accademico, con la poesia, né accede alla letteratura.
La sua poesia dunque si muove tra le ombre nuove, una porta aperta sul mare della parola in cui bisogna immergersi per tornare in superficie con qualche grano di sale.

● Alcune poesie scelte

OCCASIONE

Penso alla morte come a un’ ombra sola
che cade floscia tra le rose nuove,
un velo opaco sui mirtilli bruni.
Penso a una voce fioca nelle vene,
lenta come una sera in solitudine
mentre la luna pullula nel cielo.
Penso alla morte e piango silenzioso.
Morire insieme al seme e ai girasoli
farebbe della morte un’occasione.

——–

A MIA MADRE

Non avrei altro intorno,
se non fosse necessario
ripararti il cuore,
che pareti e miserie.

Faccio il gioco del ditale
disertando questo spazio gelido.
E mi ritrovo a inseguire la memoria
e il ritmo del pedale
di una vecchia Singer,
dipanare cotone e speranza,
ticchettando melodia.

Mentre m’incuriosiva vedere
quale prodigio celavano
quelle mani farfalla
che volavano in casa
su ogni cosa acerba,
trovandoci miele.

Ora che i vestiti non si rammendano
e le tue mani tremano
come farfalle impaurite.

———

UNGARETTI

Hai sofferto padre
e ora il tuo dolore è canto
di quell’ombra a lato,
e la parola ferma muove abissi
e plagi e trionfi secolari.
Non hai più briciole
e non sai del tuo nome grande
del prodigio del tuo sangue
ora che Iddio ha chiuso gli occhi tuoi
e l’ali del passero t’involano
alla timida mano.

——-

AL -2

Al meno due del Cardarelli
non c’è voce che la mia
di dentro, da dentro i ricordi.
Un ticchettio d’acqua
sulle piastrelle
risuona i risvegli umidi
che ancora ho sulla fronte.
Più sopra, ai piani buoni
dal letto ventisette
la tua voce
sul mio cuore sa cadere
come la neve.

———-

PAPÀ

Io ero il terzo bacio nel sonno,
la liturgia muta delle tue labbra
svegliava i nostri sogni
inumiditi dal tuo odore.
Quelle volte già sveglio assistevo
alla paralisi di un attimo infinito,
sentivo il tuo fiato
farsi speranza
sulla fronte del giorno.
Era forse la tua forza,
conservarci bambini,
eravamo spunti di girasole
sul tronco di una quercia vaporosa.
Ad ombrello, sotto l’architrave dell’uscio,
ti apristi su noi, quando la terra scosse,
così ti ho sentito in ogni temporale.
Mi raccontavano di un ragazzo ribelle,
un uomo giusto lo è sempre, Papà.
Ora scorgo rughe timide sul tuo viso,
altro non vedo che strade d’amore.

———–

VIZIO ONESTO

Qualche fievole traccia resta ancora:
un neo sulla mano, ora schiarito
nel pugno che respinge un tempo opaco,
le gambe al passo della vita corte
e la voglia di entrare nella scorza.
Un vizio, un maledetto onesto vizio,
degli occhi di affondare nei pistilli
e ritornare vuoti in superficie,
per il male di cogliere dal fiore
un volo di farfalla solitario.
Ora il cuore si svuota di parole,
parole che misuro dentro i versi,
e ancora dalla pelle scovo il sangue.

Giovanni Sepe

Tutti i diritti riservati all’autore

“LE LUCI DELL’AURORA”: LA SILLOGE D’ESORDIO di DAVIDE CARELLA

(by I.T.K)

Oggi, con grande simpatia, vorrei far conoscere a tutti i lettori del nostro blog “Le luci dell’aurora”: la silloge d’esordio di Davide Carella. Un “Fresco germoglio” sicuramente da incoraggiare e da seguire durante il suo, appena inaugurato, percorso letterario. Nel libro di Carella troviamo un ricco collage tematico che “sboccia” attraverso i versi soavi e colmi di sensibilità ( Tu nebbia; Fiore di luna), “matura” e scorre come il tempo ( Granelli di sabbia) per sprofondare nella triste riflessione della lirica “Cadono le maschere” e “Rimorso”. Un linguaggio trasparente rinchiuso nei versi liberi a volte “conditi” con qualche rima vagante (personalmente avrei consigliato di evitarla ma “de gustibus”). Non possiamo ancora parlare di una specifica e ben riconoscibile stilistica personale, ma piuttosto di una ricerca e sperimentazione. Autore spazia tra la poesia illustrativa, quasi paesaggistica e quella più intimista, riflessiva segnata da un tocco di impegno sociale, caratterizzata da una struttura più compatta ed essenziale.

Al nostro giovane Autore auguro tanta soddisfazione e l’infinita ispirazione per il prossimo futuro.

Izabella Teresa Kostka

● Una breve sinossi a cura dell’autore:

“Le luci dell’aurora” è una silloge di poesie che traggono ispirazione dai momenti di vita da me vissuti con particolare intensità, sia di gioia che di dolore.
In tutti i testi utilizzo termini di linguaggio comune, cercando di affrontare argomenti di cui la maggior parte dei lettori possa essere a conoscenza, in modo che le mie poesie siano di facile comprensione per tutti.
In alcune poesie, metafore e similitudini conferiscono allo scritto un duplice significato, sia descrittivo che morale. Ad una prima lettura si può visualizzare nella mente una scena, un momento, come un quadro o una sequenza di immagini, ma ad una lettura più profonda, si possono carpire il paragone con la vita reale, i concetti che voglio trasmettere e i sentimenti in gioco.

● NOTA BIOGRAFICA

Alla mia domanda: “Parlami di Te”, Davide risponde:

“Davide Carella, nato a Milano il 22 Maggio 1984 e residente a Milano.
Diplomato in Elettrotecnica, lavoro presso l’Azienda Milanese dei Servizi Ambientali (AMSA). Come passione, amo scrivere poesie. La mia frase identificativa è che “…nulla è più vero e reale delle emozioni e la poesia è ciò in cui esse si concretizzano”.
Tra i miei hobby preferiti: pescare, andare in moto, visitare castelli e la fotografia e ogni volta che mi è possibile, assistere e partecipare a reading poetici.

Collaborazioni artistiche:
Nel 2015 ho collaborato con l’Associazione Onlus Lord Thomas nella realizzazione del libro “Caro amico ti scrivo”, costituito da poesie di vari autori che hanno aderito al progetto di finanziare la ricerca scientifica per la cura delle malattie neurodegenerative.

Pubblicazioni:
“Le luci dell’aurora”, 2017, edizioni Amande

Partecipazioni:
Ho partecipato, nell’ambito di Book City Milano 2017, al reading poetico “Il verso giusto”, sul tema della legalità e della giustizia con il testo “Teatro d’ombre”. ”

● Alcune poesie tratte dal libro:

POESIA CHE “… fa grondare il sangue”: “SCUCITA VOCE” di LINA LURASCHI by Izabella Teresa Kostka 

(by I.T. Kostka) 

La sofferenza stimola la crescita interiore condita, nel passare del tempo, col silenzio e ammutolito dolore. Lacera l’anima e, come ha detto l’autrice stessa durante la recente presentazione del libro “Scucita voce” (Gilgamesh Edizioni), fa nascere “… la poesia che graffia e fa grondare il sangue”. Lina Luraschi squarcia le coscienze con un bisturi affilato e pungente. I suoi versi ispirano l’immaginazione di ogni lettore rapito e, spesso, turbato dall’intensità espressiva ed emotiva dell’artista. Sicuramente non è la tipica e banale poesia “al femminile”. Attraversando il mondo poetico di Lina sprofondiamo nei meandri della sua complicata, gotica e raffinata sensibilità creativa, nella retrospettiva e inquieta riflessione femminile, nella ribellione e disperazione di una donna colpita da una terribile malattia e, infine, ci ritroviamo nella catartica dimensione dei suoi quasi “surreali” versi. Incomprensibile? No! Credo che, per comprendere pienamente ogni velato intento di Lina Luraschi, ciascuno di noi si debba semplicemente “liberare” da qualsiasi stereotipo e schema letterario, rendere la mente come “un libero e flessibile flusso di energia universale ” seguendo le burrascose maree della sua scrittura: senza pregiudizi né tabu né banali aspettative. La scrittura della Luraschi è come un immenso, astratto mosaico di cui tutti gli elementi vengono allestiti senza regole né precisi suggerimenti durante la lettura (da notare la mancanza di qualsiasi tipo di punteggiatura).  “Scucita voce” attrae e spaventa, incanta e turba, fa riflettere destando le più nascoste paure. Porre le infinite domande… Troveremo mai le risposte? Chissà, la vita è un pellegrinaggio verso l’eterno ignoto in cui svolazzerà soltanto la nostra lontana “scucita voce”.

Lina Luraschi recita alcune sue poesie durante la presentazione del libro “Scucita voce” presso il Circolo Letterario ACARYA a Como, 24.11.2017:

https://youtu.be/R4JRZsdbTyQ

Lina Luraschi a proposito della poesia: 

https://youtu.be/2nZQ2lvAhAc

Lina Luraschi con il Presidente dell’Acarya Antonio Bianchetti.

Alcune poesie tratte dal libro:

RITRATTI: VERONICA LIGA “PERESTROIKA POETICA”

(by I.T.Kostka) Come un vento fresco dell’Est arriva sulle pagine del nostro blog la poetessa di origine russa: Veronica Liga.  Innamorata fin dall’acerba giovinezza della cultura italiana, ha scelto il Bel Paese come “Seconda Patria”. Un’ interessante artista di variopinte sfumature: sviluppa e fa percepire la sua poliedricità attraverso i versi originali, stimolanti e, spesso, sorprendenti. Apprezza il simbolismo:  possiamo notarlo in numerose analogie mitologiche, ma non disdegna qualche verso in rima (usata piuttosto come un effetto sonore, un ironico scherzetto  linguistico, una divertente parentesi creativa), sperimenta con la forma costruendo le proprie liriche in piena libertà d’espressione. Volete mettere un’etichetta sulla sua scrittura? Nulla di più difficile. Veronica Liga cambia come un camaleonte, stuzzicando ogni lettore senza inibizioni. Personalmente percepisco una certa dose di ribellione e di estrema indipendenza nei suoi versi, la grande forza di carattere che sgorga dalle sue poetiche creazioni come la storica “Perestroika”. Non riuscite a fermarla!  Un linguaggio moderno, quello della Liga, con alcuni segni dei nostri multietnici e multiculturali tempi (qualche parola in inglese, come all’epoca dell’internet accade, rende più contemporanea e “quotidiana” la dialettica). La Liga partecipa spesso alle letture poetiche e agli Slam Poetry. Questa ricca attività influenza anche i suoi scritti: la loro struttura ed espressività sono ben adattabili al palcoscenico, alle performance live molto popolari tra le giovani generazioni  (Slam, Angelico Certame, maratone poetiche etc.etc.). “Verso – spazio letterario indipendente ” accoglie con piacere questa scintillante e “imprevedibile” artista. In bocca al lupo Veronica!

● NOTA BIOGRAFICA 

Veronica Liga nasce e si laurea in lingue a San Pietroburgo. La sua adolescenza coincide con gli anni dei grandi cambiamenti – la “Perestroika”, la caduta dei regimi socialisti nel mondo. Dalla più tenera età nutre una passione per la lingua e la cultura italiana – passione che ha determinato le sue scelte di lavoro e di vita. Dopo aver visitato e girato l’Italia innumerevoli volte, nel 2003 si stabilisce in provincia di Como, dove ancora oggi vive e lavora come interprete. Trova naturale scrivere in quella lingua nella quale comunica e pensa al momento dell’ispirazione. Da anni collabora con diversi portali letterali, frequenta dei circoli culturali lombardi e non solo. I suoi testi sono stati musicati dal gruppo irpino “Nuove forme di Poesia”, dalla cantautrice modenese Almax, dal brianzolo Paolo Fan e dal francese Roudoudou. A maggio del 2011 con OTMA Edizioni pubblica il suo primo libro “Le parole sono segnali stradali”. Nel titolo sta la sua filosofia: “Le parole non possono trapiantare l’esperienza di un altro. Diventano però un dono prezioso – ed una missione per chi le genera – se vissute in questa chiave: come Segnali Stradali che indirizzano i pensieri, le vibrazioni verso i luoghi affini, condivisibili. Verso l’Incontro.”. A novembre del 2014 pubblica con “David and Matthaus edizioni” il secondo libro “Regolazione termica” dove continua ad esplorare il tema della ricerca del calore del Contatto.

● Alcune poesie scelte:

SABBIE MOBILI

Sabbie mobili
                   in un’invisibile clessidra…
Sabbie mobili
                   che bruciano i piedi…
Sabbie mobili
                   dove finisce ogni scarto ed ogni gemma…
Sabbie mobili
                   dove è dolce affogare…

Vorrei raggiungere
Il gelo permanente,
Romperlo, sbriciolarlo,
Mescolarlo alla sabbia calda!

E invece
scivolo con un fruscio
strisciando sulla superficie,
trascinata
dalle sabbie mobili

*

SOBRIETÀ MATTUTINA

La mattina
cambia le luci
e la scena –
Torna a cuccia
la iena…

Ti ritrovi
con un abito da sera
tanto zozzo
che pare ci sia scesa in miniera!..

La mattina
il risveglio tira
fuori dall’imballaggio
i tuoi nuovi compagni di viaggio:
i ricordi di ieri…

Li hai portati a letto
(addormentata in fretta)
senza accorgerti di loro,
forse senza amore…

Ma oramai c’è poco da fare:
starete insieme
finché Alzheimer non vi separi!

*

EVOLUZIONE DI UNA CORNICE

Volevo incorniciare il tuo nome
con le pietre preziose
dai migliori designer

Poi optai per una cornice nera
da fare con la biro nera.

Pensavo di riquadrare il tuo nome in nero
Poi smussai gli angoli.

Lo stavo cerchiando
Mi fermai a metà cornice,
Ad un mezzo cerchio:
Come un sorriso
sotto il tuo nome.

Ripassai più volte la biro sul sorriso
Che diventava sempre più spesso
Fino a trasformarsi in una barchetta.

Ci ho appoggiato il tuo nome
E l’ho affidato alle onde.

*

UN ABBOZZO DISPETTOSO

Presi un foglio bianco d’autrice,
un inchiostro con la schiuma,
una penna con la piuma
e ci scrissi: SONO FELICE.

Poi piegai il foglio in fretta
con l’inchiostro ancora fresco
per mandare la circolare
Urbi et orbi un messaggio solare!

Ma l’inchiostro non era asciutto
e si sparse dappertutto
nella fuga lasciando le orme
del messaggio oramai deforme,

E trovai fra le mie dita
un ammasso di carta sgualcita
ricoperto con le chiazze
dalle tinte e dalle forme pazze.

E ne feci una pallina
con dispetto da ragazzina,
E la getto contro i muri nemici
Fra di me e me felice!

*

MISSIONE PERSEO
(dedicata a tutti i fanatici sotto varie bandiere)

In una notte d’agosto che non finisce mai,
con 10 giorni che mancano sempre alla mia nascita,
aspettando il Sol-Leone che non sorge più
osservo lo sciame delle Perseidi
aritmico come tutti i pianti

è una lenta caduta degli dei
che volano senza più allenare le ali,
senza più valutare l’altitudine nel fumo tossico
senza rendersi conto se volano ancora nel cielo
o già negli inferi

Gli immortali prendono
la reminiscenza nera
mentre la testa del nemico
è attaccata al corpo e tenuta alta

Gli eroi che combattono i draghi
iniziano a ruggire, a coprirsi di squame
prima ancora che il drago nemico
perda la prima goccia di sangue

E non so se è più pericoloso
voltar loro le spalle e lasciarli fare
o guardar loro negli occhi e lasciarsi contagiare
da un virus che cambia i nomi e le parvenze
alla velocità del buio
e c’è spazio per tutti
in quel buco nero del suo dominio

Eppure c’è un mezzo per affrontarlo,
suggerito da Atena a Perseo:
lo scudo divino
LO SPECCHIO!

Tutti i diritti riservati all’autrice.

I FRESCHI GERMOGLI: LAURA CALABRÒ

(by I.T.Kostka) Eppure non è morta quella forte voglia di poetare, di condividere le turbolenze e le inquietudini di un animo creativo. Quello spirito artistico di una ventenne fanciulla nata e avvolta nel calore di Messina. Passionale e intensa, come la Sicilia, vaga tra la ricerca e le classiche influenze, tra la riflessione e il giovane incolmabile ardore, tra le grida e le domande nate dalla sua penna. Un linguaggio incisivo, a volte con qualche dose di stilistica esaltazione dovuta alla dolce giovinezza, ma sicuramente di grande impatto emotivo. Laura Calabrò merita l’attenzione e con simpatia accogliamo i versi di questa esordiente artista nella nostra rubrica dedicata ai FRESCHI BOCCIOLI della letteratura. Al talento della giovane poetessa auguriamo una lunga e prolifica fioritura. 

● NOTA BIOGRAFICA

Laura Calabrò è nata a Messina il 12 aprile 1997, attualmente frequenta la facoltà di Scienze dell’informazione a Messina. È appassionata di giornalismo, ha avuto da sempre la passione per la scrittura, in particolare il suo amore per la poesia è nato per caso circa quattro anni fa quando si accinse a scrivere la sua prima poesia.

● Alcune poesie scelte:

“CARO THEO”

Scrivo per dei ciechi,
leggo a dei sordi,
nessuno comprende.
“Caro Theo..”
Solo la vista del
cielo mi fa sognare;
“Caro Theo..”
Solo dopo l’orizzonte
trovo la serenità.
Do vita a parole 
simili a crepe sui muri.
La mia penna seppur
consumata non smette di
dipingere parole su
un foglio ormai
troppo stanco.

*

L’INGANNEVOLE CUORE

Staccati da questo
corpo, oh anima!
Non vedi le brutture a cui
esso è soggetto?
Lascialo, lascialo morire,
dentro di sé ha un mostro
che lo divora, che
lo lacera.
Dentro il suo petto batte
il peggiore dei
mali.
Lascialo dov’è, incatenato
come Prometeo, lascia che
l’aquila divori
non il fegato,
ma il cuore,
costui è la causa
di una moltitudine
di mali, merita di
non esistere.
Anima, non avere compassione
dell’ingannevole cuore!
Ha una forza sovrumana,
lotta come un esercito
di arditi guerrieri,
resiste come uno scoglio
che s’affaccia sul mare
in tempesta,
seduce quanto la voce
di donna e uccide
senza pietà come la morte.
Non dargli ascolto, liberatene
piuttosto, oh anima, prima
che il suo nero
dolor invada ogni membra
dell’intelletto tuo.

*

LA SCALA INFINITA DI PENROSE

Al di sopra
di quest’ involucro
danzano le galassie
all’unisono;
le stelle si
preoccupano di
brillare sempre
più intensamente;
gli angoli oscuri
di quest’ universo
s’addolciscono e
alla vista appaiono
meno spaventosi.
Noi, invece,
camminiamo goffi,
muovendo i nostri
passi pesanti
su quest’infinita scala
di Penrose;
ci adagiamo su
quest’ intenso moto che
appaga i nostri
desideri distrutti.
Siamo degli esseri
stanchi, curvi
ma continuiamo a trascinarci
verso un finale
senza lieto fine.

Laura Calabrò

Tutti i diritti riservati all’autrice

RITRATTI: CINQUE POESIE DI FABIO STRINATI 

(by I.T. Kostka) Un artista poliedrico per niente scontato. Un linguaggio contemporaneo in cui possiamo ritrovare la ricerca stilistica sia nelle figure metaforiche sia nell’uso degli spazi e dei tempi. Niente tabù per la Sua travolgente e inquietante scrittura: nelle poesie di Fabio Strinati si riflette ogni dubbio, ogni dolore e malessere, ogni introspettiva riflessione dell’essere umano. L’autore, nonostante la giovane età, riesce a usare la penna in un modo molto efficace e non cede mai al vizio di “vuota e balbuziente retorica”. Ogni parola è perfettamente al posto giusto: né una di troppo né una di meno.  Oggi su “VERSO” presentatiamo un breve ritratto di questo talentuoso e promettente artista.

BIOGRAFIA
Fabio Strinati (poeta, scrittore, compositore) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche.

Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di  “Itinerari D’Ascolto”,   manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore.
Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini. La rivista culturale Odissea, diretta da Angelo Gaccione, Il giornale indipendente della letteratura e della cultura nazionale ed Internazionale Contemporary Literary Horizon, la rivista di scrittura d’arte Pioggia Obliqua,  la rivista “La Presenza Di Èrato”, la revista Philos de  Literatura da Unia Latina, L’EstroVerso,  Fucine Letterarie, La Rivista Intelligente, aminAMundi, EreticaMente, Il Filorosso, Diacritica, la rivista Euterpe, Il Foglio Letterario, Versante Ripido, L’Ottavo, Nel Futuro.

Pubblicazioni:

2014  Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo.

2015 Un’allodola ai bordi del pozzo.

2016 Dal proprio nido alla vita.

2017 Al di sopra di un uomo.

2017 Periodo di transizione.

● 

Alcune poesie scelte: 

HO IMPARATO

Ho imparato presto a camminare
sulla scacchiera di un’epoca
a me contraria.
Ho visto nella folta spirale
l’imbarazzo per un’avventura
chiamata vita
che ormai per dissimmetria
ho presto dimenticato.

Ho visto te come nutrice di astri,
e in me, la moltiplicazione
di speranze indomabili
come sospiro ad ogni patimento.
Ho imparato la parola, 
rarissima perla contro il pianto
e la tristezza carica d’aroma.

*

A VOLTE

A volte, mi sento come sequestrato

e a tratti, 

come ominoso trambusto
dentro questa minuscola vita di trincea

e spesso, 

sento da me un distacco
che stravolge senza freni
il difetto della macchia, di quest’ombra
spesso schiava della strada

e poi,

tutto ricomincia dietro quella porta
chiusa per errore.

*

LA MIA ANIMA

Ho il cuore che batte forte sulla gola come
col bastone si batte sulla legna;
l’ansia si rivolge a me, astuta, mi muove
come un fuscello al vento 
di maggio
come sugli alberi lasciati soli a invecchiare nel tempo,

 

mentre la mia anima è dispersa, dove?

 

Nulla è più vasto dell’infinito che varia, che sfuma,
si disorienta, mai muore, come il dissolversi di una luce chiara
tra le scurite ore,
ombre,
come del suo ago la cruna.

*

ANORESSIA

Corpo svuotato, fermo, tracciato dentro
da invisibili tremolii,

dove fradicio l’umore, scola
l’anima sul pavimento
e la disperde nel momento che si cela.

Dentro, una bufera è nella selva smagrita
e l’alba, che negli occhi recide una crepa

in un’aria che osa aprire un varco
tra le vene, gli intrecci di nebbie
assiepate come ombre in un cesto d’ombra,

la morte è sulla riva, cruda nel suo cuore
come un aquilone che persino non vola.

*

LA MACCHIA

Come si dissolvono le nostre polveri nell’incertezza
della vita, o della morte che penetra che arriva
e alimenta altra morte, che impregna
la nostra vita che finalmente, al tocco della falce si svela.

Il tempo è in movimento e lontano;
e la solitudine serpeggia senza catene di ferro
durante i nostri momenti vuoti, 
e quando un po’d’ombra arriva a noi come
una macchia di petrolio su questa lavagna di vita,
il nostro vivere diventa fievole,
la nostra anima sbiadita.

Tutti i diritti riservati all’autore.

“NELLA NOTTE D’ARTAUD” – il grande ritorno di CLAUDIO MECENERO

NELLA NOTTE D’ARTAUD

Nella notte d’Artaud
tra il gra gra delle rane
in fotoni di fari sparati alla notte che batte
su uno schermo di foglie:
Stan le doglie del parto a ricamar con promessa d’henne la ferita
sempre aperta di vita senza mai un giorno di ferie.
Perforante mi giunge il pensiero criminale
al ricordo di denti che digrignano denti:
sulla punta di una lama di coltello con inciso nel sogno
il mio volto assassino.
Acido acido sogno di peyote Messicano.
Oh non avessi visto il paradiso, non fossi svanito nel nulla
non fossi tornato l’eterno bambino nella culla di Gaia
non mi avesse il vento portato tra il dondolare di foglie:
… ridevo e ridevo ignaro del pianto
… ridevo ridevo quasi un quanto d’eterno
perché mai avrei dovuto cader nel rimpianto nel dire a mia madre
che avevo perso il tempo
che ero stelle e cielo, sasso e legno, acqua che scivola e canta
Io il Santo … da lei partorito … la Santa.
Per lei sarei sceso
di nuovo a guardare l’inferno
tra i fili spinati che grattano la schiena
con il morso tra i denti ed un groviglio di nervi
pronti al sussulto di un corpo violentato da elettrodi
impiccati alle carni
Dio è morto in questo inferno di guerra
o è cane rana e serpente
nel roveto che impruna e che arde
criminale impudente di una lunga teoria di sangue
versato agli altari perso dentro al mistero di un morso di leone
che dilania la gazzella
nella pustola di un battere che esplode la carne
Ma ora
Ora dopo tutto il ritorno
il pensante ancora si perde a guardare le stelle
le antiche le pallide e belle che cadute traforano il cielo
in bagliore di luce, nell’immenso che soglie altrove il ricordo.
Nel rosario che prega solo domande senza risposte
nella notte d’Artaud con la vita che apre le gambe
al gracidar delle rane che nel coro s’espande:
È il Dio dei ranocchi a sussurrarmi agli orecchi:
“ È solo lavoro, piombo che trasforma altro piombo nell’oro,
non pensare non cercare
non cercare il guadagno, sei tu questo specchio di stagno”
Gra gra io sento
e sento e canto E m’incanto con loro
e so nell’ascolto:
che il Dio che a me viene nascosto
è con loro.
Operai nella vigna trasmutanti nel coro
Perché canta l’usignolo perché suona il violino
Perché l’armonia delle stelle
Perché perché perché
tu mi sei e io mi sono
Perché questa voce
sulla croce va cercando il perdono
miseria e grandezza di essere uomo
“Nella notte d’Artaud” su Youtube:

https://m.youtube.com/watch?v=Rme_x4EuGrs&feature=share

Claudio Mecenero
Diritti riservati all’autore

IL METASEMANTICO TEMPO DEL LENTOGIRO di ALESSANDRA BERATTO 

IL TEMPO DEL LENTOGIRO OVVERO LA TERZA ETÀ

Quel tempo possiede due occhi detragni,
pieni di bianca opalia smemoria,
che nostalgica cuccula il sole
che crepuscola lento e smorzello .  
Lì tra bicchi di rossa vitigna,
volano leste pezzaglie consunte,
in borrasche di fanti e regali corombe 
in briscole ciarle vanno zuffando.
Su piste sabbiali tondelle legnandre 
rogliano sfrinzie bombando assai forte,
tra storie mai slandre sempre di moda 
ciclano e virano tra risa e sburlacchi.
A volte però ha occhi azzurrandri,
atragni e spalandri su giorni ventosi 
pieni di nuova e birbacchia fruschianza.
Tra lontanzi ricordi di valzerini fruschelli  
tra mami e non mami per mano a balzelli.

Alessandra Beratto, tutti i diritti riservati all’autrice

AL SILENZIO SERVONO SILENZI: LINA LURASCHI

(by I.T.K) La sua voce pretende la nostra attenzione e mai passa inosservata. Sublime intimista, riesce ad esprimere qualunque dolore e ferita dell’anima attraverso i soffusi silenzi tagliati dalle graffianti urla della sua penna. Nella scrittura, l’autrice ritrova “catharsi e nirvana”, crescita e ricerca interiore, dubbi e saggezza, mentre riscopre la strada per raccontare e ritrovare se stessa. Coraggiosa, mai cede ai compromessi, non cerca la gloria né il futile plauso, conosce il proprio valore e come una vera mistica crea visioni poetiche ondeggianti tra premonizione e retrospezione. Sprofonda nei meandri più profondi dell’interiorità e dell’umano sentire usando “la scucita voce” (cit.) come una specie di richiamo e di accusa, rimanendo incisa per sempre nella memoria dei lettori.  

Lina Luraschi nasce a Como nella cui provincia tutt’ora risiede. Dopo le scuole medie è in qualche modo costretta a scegliere un indirizzo scolastico non di suo gradimento e si ritrova ragioniera nella ditta di
famiglia per lungo tempo.
La passione per la lettura e la letteratura, trasmessale dal padre e insieme a lui coltivata sin dalla più tenera età, l’incontro con un’insegnante che ama i grandi autori, soprattutto i poeti, fa sì che il seme della poesia trovi in Lina un terreno già fertile.
Impegnata nel sociale, è stata vice sindaco e assessore alla cultura, pubblica istruzione e servizi sociali nel suo paese dal 1999 al 2006. Nel 1997 è fra le socie fondatrici dell’associazione di volontariato NOISEMPREDONNE O.N.L.U.S. che opera all’interno dei reparti oncologici degli ospedali comaschi, ricoprendo il ruolo di vicepresidente e segretaria fino al 2005. Nel 2017 co – fondatrice del Gruppo per la Diffusione della Cultura e dell’Arte “Valchiria”.

Ha all’attivo cinque sillogi poetiche più una in stampa , ” ENTENDEMENT ” – phoenix editrice, in lingua francese,
destinata al mercato francese.
Infatti il suo buen retiro , da decenni, è sulle coste dell’oceano fra la Normandia e la Bretagne.

• Lina Luraschi risponde:

COSA PENSO DELLA POESIA?

Ogni poesia è come un messaggio in una bottiglia che nel silenzio della sua trasparenza trattiene il suo grido,
la sua presentazione, la sua richiesta di aiuto. Al silenzio servono silenzi e da qui le parole poetiche fanno da segnavia ad un procedere per ascolto e attenzione: un riconoscimento. Questo stato di quiete ci permette di ascoltare cosa accade al nostro interno perchè riusciamo a sentire
i nostri conflitti, le nostre paure, le nostre fantasie : INSOMMA, IL RUMORE DELLA NOSTRA ANIMA.

Scrivo da oltre 30 anni , una vita, ma la verità è che non so perchè si scrive.

SO CHE PER ME È un po’ come il divano di Freud: sono la paziente e lo psicanalista allo stesso tempo.

QUELLO CHE SCRIVO È UN QUALCHE COSA CHE TROVO DENTRO DI ME, che vuole essere detto: fa bene a me stessa, è una mia necessità.

È UN GESTO CHE SÌ, PARTE DALLA MANO, MA PRIMA MI ATTRAVERSA IL CORPO, È UN LUNGO VIAGGIO
INTERIORE, È L’ INCONTRO CON ME STESSA. È il senso delle mie esperienze emotive, psicologiche, fantastiche, memoriali.

AMO LA SOLITUDINE E CERCO DISPERATAMENTE IL SILENZIO: IN ESSO POSSO SENTIRE IL RUMORE DELLA MIA ANIMA CHE È UN SENTIRE POETICO, È UN SILENZIO CHE MI DÀ PAROLE, QUELLE CHE MI SALVANO E RIPORTANO A RIVA.

Io sono pensiero  inchiostro  pergamena
ingabbiata in radicato vizio
di penetrare a nude mani
pieghe  crepe  terra  carne
in un gelido budello di annodate assenze
e sul braccio piegato a cuscino
macino il mio grumo di terra
al sapore di ruggine e sangue

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Trovare è altrove
fra fili d’erba
dal fresco linguaggio
dove il patto è conchiuso
e l’esplosiva gioia
smalta il giorno
nel gioco purpureo dell’intreccio.
L’esercizio della raccolta
diserta il cordoglio.
Siamo noi e le nostre ombre
nelle vostre mani
in cerca d’azzurro.

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Racconto del silenzio
la scucita voce
il pulsare del giugulo
l’attimo randagio
e gocce che scavano ossa
e ossa che parlano il linguaggio dei muti.
Racconto del silenzio
la curvata ombra
che per briciole di pelle
pulisce vetri dalle impronte
e lingue incatenate in vuote gole
punite da un dispetto della vita.
Ecco…
del silenzio ora sento i passi
in case orfane di raggi persi.
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Quella crepa nella terra
ha bevuto molti sguardi
Piangilo tutto il peso del diseredato
poi vivi la resurrezione
fra tralci che offrono saporiti frutti
E di nuovo gioiosa fuga
a cogliere latte materno
là dove scintillano conchiglie
dai capezzoli dorati.

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Vigorosa arsura,
è del fiore più raro l’occaso
stretto al patibolo delle ore.
Si vendemmiano compleanni
galleggiando sulle acque
senza forma né luna riflessa, 
consonanza con labbra di cera spaventate
e sfigurati esili giorni rantolano
nell’uragano della clessidra.
A nolo banalità di limiti
apparecchiati al quotidiano
nel sillabato tempo dei vinti.
Fioca e residua vita
non dà risveglio al nulla della mente,
il niente non chiede pane
ma succhia polline dal polso.
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Quando l’occhio del pavone
posa lo sguardo
cesella i miei versi
come diamanti rari
scrigni di operosi incanti
Questa sfida antica
avida di vita
muta in suoni
e mi scioglie nelle grida del vento
_______________________________    
Dirò al cieco che la luce ha nere schegge
e le stelle
quando scandagliano il pozzo dei sogni
accostandosi a piaghe
si spengono atterrite nell’umiltà della notte
        Dirò che le ciglia son ghirlande di spine
        che avvolgono i ricordi
        e nella clessidra è buio come in miniera
Dirò che la luce è un drappo sgualcito, oscuro,
rende zoppo il pianeta
e i salmi tacciono la resurrezione
Così parlerò al cieco quando si fermeranno i girasoli.

Lina Luraschi
Tutti i diritti riservati all’autrice