IL METASEMANTICO TEMPO DEL LENTOGIRO di ALESSANDRA BERATTO 

IL TEMPO DEL LENTOGIRO OVVERO LA TERZA ETÀ

Quel tempo possiede due occhi detragni,
pieni di bianca opalia smemoria,
che nostalgica cuccula il sole
che crepuscola lento e smorzello .  
Lì tra bicchi di rossa vitigna,
volano leste pezzaglie consunte,
in borrasche di fanti e regali corombe 
in briscole ciarle vanno zuffando.
Su piste sabbiali tondelle legnandre 
rogliano sfrinzie bombando assai forte,
tra storie mai slandre sempre di moda 
ciclano e virano tra risa e sburlacchi.
A volte però ha occhi azzurrandri,
atragni e spalandri su giorni ventosi 
pieni di nuova e birbacchia fruschianza.
Tra lontanzi ricordi di valzerini fruschelli  
tra mami e non mami per mano a balzelli.

Alessandra Beratto, tutti i diritti riservati all’autrice

AL SILENZIO SERVONO SILENZI: LINA LURASCHI

(by I.T.K) La sua voce pretende la nostra attenzione e mai passa inosservata. Sublime intimista, riesce ad esprimere qualunque dolore e ferita dell’anima attraverso i soffusi silenzi tagliati dalle graffianti urla della sua penna. Nella scrittura, l’autrice ritrova “catharsi e nirvana”, crescita e ricerca interiore, dubbi e saggezza, mentre riscopre la strada per raccontare e ritrovare se stessa. Coraggiosa, mai cede ai compromessi, non cerca la gloria né il futile plauso, conosce il proprio valore e come una vera mistica crea visioni poetiche ondeggianti tra premonizione e retrospezione. Sprofonda nei meandri più profondi dell’interiorità e dell’umano sentire usando “la scucita voce” (cit.) come una specie di richiamo e di accusa, rimanendo incisa per sempre nella memoria dei lettori.  

Lina Luraschi nasce a Como nella cui provincia tutt’ora risiede. Dopo le scuole medie è in qualche modo costretta a scegliere un indirizzo scolastico non di suo gradimento e si ritrova ragioniera nella ditta di
famiglia per lungo tempo.
La passione per la lettura e la letteratura, trasmessale dal padre e insieme a lui coltivata sin dalla più tenera età, l’incontro con un’insegnante che ama i grandi autori, soprattutto i poeti, fa sì che il seme della poesia trovi in Lina un terreno già fertile.
Impegnata nel sociale, è stata vice sindaco e assessore alla cultura, pubblica istruzione e servizi sociali nel suo paese dal 1999 al 2006. Nel 1997 è fra le socie fondatrici dell’associazione di volontariato NOISEMPREDONNE O.N.L.U.S. che opera all’interno dei reparti oncologici degli ospedali comaschi, ricoprendo il ruolo di vicepresidente e segretaria fino al 2005. Nel 2017 co – fondatrice del Gruppo per la Diffusione della Cultura e dell’Arte “Valchiria”.

Ha all’attivo cinque sillogi poetiche più una in stampa , ” ENTENDEMENT ” – phoenix editrice, in lingua francese,
destinata al mercato francese.
Infatti il suo buen retiro , da decenni, è sulle coste dell’oceano fra la Normandia e la Bretagne.

• Lina Luraschi risponde:

COSA PENSO DELLA POESIA?

Ogni poesia è come un messaggio in una bottiglia che nel silenzio della sua trasparenza trattiene il suo grido,
la sua presentazione, la sua richiesta di aiuto. Al silenzio servono silenzi e da qui le parole poetiche fanno da segnavia ad un procedere per ascolto e attenzione: un riconoscimento. Questo stato di quiete ci permette di ascoltare cosa accade al nostro interno perchè riusciamo a sentire
i nostri conflitti, le nostre paure, le nostre fantasie : INSOMMA, IL RUMORE DELLA NOSTRA ANIMA.

Scrivo da oltre 30 anni , una vita, ma la verità è che non so perchè si scrive.

SO CHE PER ME È un po’ come il divano di Freud: sono la paziente e lo psicanalista allo stesso tempo.

QUELLO CHE SCRIVO È UN QUALCHE COSA CHE TROVO DENTRO DI ME, che vuole essere detto: fa bene a me stessa, è una mia necessità.

È UN GESTO CHE SÌ, PARTE DALLA MANO, MA PRIMA MI ATTRAVERSA IL CORPO, È UN LUNGO VIAGGIO
INTERIORE, È L’ INCONTRO CON ME STESSA. È il senso delle mie esperienze emotive, psicologiche, fantastiche, memoriali.

AMO LA SOLITUDINE E CERCO DISPERATAMENTE IL SILENZIO: IN ESSO POSSO SENTIRE IL RUMORE DELLA MIA ANIMA CHE È UN SENTIRE POETICO, È UN SILENZIO CHE MI DÀ PAROLE, QUELLE CHE MI SALVANO E RIPORTANO A RIVA.

Io sono pensiero  inchiostro  pergamena
ingabbiata in radicato vizio
di penetrare a nude mani
pieghe  crepe  terra  carne
in un gelido budello di annodate assenze
e sul braccio piegato a cuscino
macino il mio grumo di terra
al sapore di ruggine e sangue

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Trovare è altrove
fra fili d’erba
dal fresco linguaggio
dove il patto è conchiuso
e l’esplosiva gioia
smalta il giorno
nel gioco purpureo dell’intreccio.
L’esercizio della raccolta
diserta il cordoglio.
Siamo noi e le nostre ombre
nelle vostre mani
in cerca d’azzurro.

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Racconto del silenzio
la scucita voce
il pulsare del giugulo
l’attimo randagio
e gocce che scavano ossa
e ossa che parlano il linguaggio dei muti.
Racconto del silenzio
la curvata ombra
che per briciole di pelle
pulisce vetri dalle impronte
e lingue incatenate in vuote gole
punite da un dispetto della vita.
Ecco…
del silenzio ora sento i passi
in case orfane di raggi persi.
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Quella crepa nella terra
ha bevuto molti sguardi
Piangilo tutto il peso del diseredato
poi vivi la resurrezione
fra tralci che offrono saporiti frutti
E di nuovo gioiosa fuga
a cogliere latte materno
là dove scintillano conchiglie
dai capezzoli dorati.

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Vigorosa arsura,
è del fiore più raro l’occaso
stretto al patibolo delle ore.
Si vendemmiano compleanni
galleggiando sulle acque
senza forma né luna riflessa, 
consonanza con labbra di cera spaventate
e sfigurati esili giorni rantolano
nell’uragano della clessidra.
A nolo banalità di limiti
apparecchiati al quotidiano
nel sillabato tempo dei vinti.
Fioca e residua vita
non dà risveglio al nulla della mente,
il niente non chiede pane
ma succhia polline dal polso.
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Quando l’occhio del pavone
posa lo sguardo
cesella i miei versi
come diamanti rari
scrigni di operosi incanti
Questa sfida antica
avida di vita
muta in suoni
e mi scioglie nelle grida del vento
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Dirò al cieco che la luce ha nere schegge
e le stelle
quando scandagliano il pozzo dei sogni
accostandosi a piaghe
si spengono atterrite nell’umiltà della notte
        Dirò che le ciglia son ghirlande di spine
        che avvolgono i ricordi
        e nella clessidra è buio come in miniera
Dirò che la luce è un drappo sgualcito, oscuro,
rende zoppo il pianeta
e i salmi tacciono la resurrezione
Così parlerò al cieco quando si fermeranno i girasoli.

Lina Luraschi
Tutti i diritti riservati all’autrice

POLIEDRICITÀ DI RAFFAELLA AMORUSO 

(by I.T.K) Un’anima artistica poliedrica, non teme alcuna sfida e coraggiosamente percorre i sentieri di quasi tutte le arti: pittura, fotografia e scrittura. La sua femminilità si esprime perfettamente attraverso la sublime arte visiva accompagnata dalle delicate strofe poetiche. Incuriosisce e incanta gli occhi con la surreale astrazione degli scatti e dei dipinti, sussurando soavemente i suoi pensieri immortalati sulla carta. Raffaella Amoruso oggi su “Verso”:  

• NOTA BIOGRAFICA 

L’artista biellese autodidatta, poetessa, ideatrice e curatrice di antologie poetiche, talent scout, blogger, editor, pr, appassionata di fotografia, digital art e di pittura, ha come obiettivo di portare l’Arte e la Poesia ovunque, rendendola più appetibile al pubblico.

“La fotografia e la pittura sono un prolungamento del mio poetare”.

● La fotografia artistica:
è passione, inventiva, capacità di catturare il mondo che ci circonda dal nostro punto di vista in modo da farne scaturire ciò che sentiamo e possibilmente trasmetterlo a chi ci guarda. La fotografia artistica è … un brivido, una Poesia racchiusa in uno scatto.

● La pittura:
le tecniche utilizzate spaziano tra malte, carte di vario spessore, paste, resine, glitter, sabbie. I colori acrilici utilizzati vengono mischiati ad arte, donando riflessi suggestivi. I suoi materici sono spesso impreziositi con l’aggiunta di oggetti dando risalto e movimento all’insieme. Dal sughero al vetro; dalla corda al feltro e così via, fino a raggiungere il messaggio desiderato. L’arte materica dell’ Amoruso è senz’altro imperativa e di carattere, ampio sfogo di fantasia, s’immerge senza paura nell’osare.

● La Poesia:
Raffaella Amoruso affida il suo messaggio poetico a brevi liriche intrise di limpida, confidente femminilità, dove le strofe, periodali e spezzate in versi liberi, sono come afflati d’anima, ampi e profondi sospiri. La poetessa testimonia e canta la gioia e la grazia di una prorompente sensualità, vitalistica e totalizzante, accolta come un dono prezioso, concepita come una benedizione. Questa carica passionale talora, e con risultati encomiabili, si stempera negli incanti e negli struggimenti della memoria. Maestra nel gestire versi brevi, dal ternario al senario, non di rado monoverbali, talora sa dosare e centellinare abilmente una sintassi congegnata sulle cadenze e sui ritmi pervenendo a ragguardevoli traguardi espressivi.

Sito web dell’artista:

https://raffreefly.jimdo.com
(Luciano Domenighini)

● Tre poesie tratte dall’ebook “Istanti di vita “:



Tutti i diritti riservati all’autrice 

IL TEMPO DEL SALTAGRILLO: METASEMANTICA DI ALESSANDRA BERATTO

IL TEMPO DEL SALTAGRILLO OVVERO L’INFANZIA

Quel tempo possiede
due occhi spalandri,
pieni di blu e guardigna curiosa
che cuccula innanzi il sole
che albendro sbricchia novello.
In giorni pislazzi di sole e cianfruglie
correvo in bricchi tra canti e fischielli.
Vetraglie tondelle su piste renose
sassoli e bacche son sette gli alborni.
Conto gli alborni in terra di francia,
tira la lincia, tira la lancia.
Quante lance a ballar la cardana
quante lince sul filo di lana.
Filo celerzio tra dita frugghiose
il Saltagrillo rondava festicchio.
Mama o non mama petalavo in sognanza
mami o non mami val frusco importanza.
Rondolavo sul muro plasticosa tondanza
briccavo canticchia un solpiede dondando.
Il Saltagrillo è lontanzo e smemorio
in un cassetto le vetraglie tondelle.
Rondando, ciocchiando ripetono ciarle
di quando gli alborni eran cianfruglie.
Di quando in francia la cardana era danza
di quando il non mami
valeva frusco importanza.

Alessandra Beratto,2017
Tutti i diritti riservati all’autrice

PSICOTERAPEUTA, STUDIOSO DELLA PAROLA: GIANCARLO STOCCORO 

(by I.T.K.) Poche ma essenziali parole somministrate come un farmaco prezioso. La mente scientifica ma meravigliosamente talentuosa e agile nell’atto della “creazione poetica”. Mai banale, sorprende e stimola il nostro subconscio come uno psicoterapeuta, riesce a trovare un connubio perfetto tra la rigorosa medicina e la sovrana, quasi surreale indipendenza artistica. Giancarlo Stoccoro oscilla tra le visioni oniriche e la cruda realtà, l’eterea sfumatura dei sogni e la graffiante contemporaneità della sua scrittura. Pesa sulla bilancia poetica ogni espressione, ogni verso, ogni sospensione, lascia tanto alla nostra immaginazione. Diventa “Consulente del buio” per aprire “Occhi del sogno” ed esporre i suoi ricercati versi
aprendo “Il negozio degli affetti”. Non passa inosservato!

GIANCARLO STOCCORO, è psichiatra e psicoterapeuta. Studioso di Georg Groddeck, ne ha curato l’edizione italiana della biografia: Georg Groddeck Una vita (IL Saggiatore, Milano, 2005). Suo è il primo saggio che esplora il cinema associato al Social Dreaming: “Occhi del sogno” (Giovanni Fioriti editore, Roma, 2012). Del 2014 è la silloge “Il negozio degli affetti” (Gattomerlino/Superstripes), del 2015 Benché non si sappia entrambi che vivere (Alla chiara fonte), del 2016 “Parole a mio nome” (Il Convivio Editore), silloge vincitrice del Premio Carrera 2016, finalista al premio Guido Gozzano 2016. Di recente: Vincitore del Concorso Internazionale Salvatore Quasimodo 2017. È fresco di stampa il saggio da lui curato “Pierino Porcospino e l’analista selvaggio”, con scritti inediti di Groddeck e di Ingeborg Bachmann (ADV, Lugano 2016).

È appena uscita la raccolta poetica “Consulente del buio” (1983-2013) con prefazione di Giovanni Tesio, presso l’editore L’Erudita del Gruppo Perrone, Roma.

NORD COREA

I luoghi colmi di lune
che piovono dal soffitto
fermano gli alberi
a metà del guado
Sembrano soldatini
che camminano sulla via lattea
rubano al giorno
un sorriso di piombo

(Inedita)

THE ROAD

Luoghi pieni d’ombra e bambini
esclusi dal palcoscenico
Gente che spinge le cose avanti
e si curva sui carrelli della spesa 
Il tempo appena li imbriglia
non li trascina certo con sé
Questo a volte ci capita
di tracciare mappe per il mondo
e non avere terra dove andare

(2013)

Da “Consulente del buio” L’Erudita 2017

RICETTA 

Nei casi lievi
chiudere le ossa
nella tomba di famiglia
scegliere la foto più bella
e incidere nel marmo
il tempo caduto
Se invece la morte
forte vi prende
e del corpo
più niente rimane
che la vita
già non aveva corrotto
spargete la polvere
nei campi
e aspettate l’anno seguente
per raccogliere i fiori

(1991)

Da “Consulente del buio” L’Erudita 2017

Tutti i diritti riservati all’autore

TRA L’ARDORE CALABRESE E LA PROFONDA RIFLESSIONE DEI PAESI NORDICI: LUCIA AUDIA 

(by I.T.K) 

Una voce femminile migrante, un connubio perfetto tra l’ardore calabrese e la profonda, spesso crudele, malinconica riflessione dei Paesi Nordici. Lucia Audia non teme gli argomenti difficili e “scomodi”, è “libera di esprimersi” nella tematica civica e sociale ma non evita neanche la scrittura sentimentale. La sua poesia è compatta e pura, essenziale, l’autrice con cura sceglie la stilistica e le espressioni linguistiche per trovare la strada diretta verso la scrittura di grande impatto emotivo, privo di vuota e gonfia retorica. Non usa gl’inutili fronzoli per abbellire i versi, poche ma attentamente scelte parole rendono la Sua arte molto trasparente senza nulla togliere al dovuto pathos.

​LUCIA AUDIA, figlia dell’emigrazione nasce in Germania il 20/09/1974 da genitori calabresi,
innamorata della sua terra e della sua gente ne descrive in gran parte parte delle sue opere, bellezza virtù, di se stessa dice:
“Sono libera,libera da ogni sorta di catene,di preconcetti,libera di appartenermi in volo.
Tra cielo, terra e l’infinito e sarò io, sarò Io,per sempre.”

TEMPO DI INDOLENZA

Mi giunse di quel Cristo
Il pianto mesto,
Il dolore del Giusto
incedere nell’aria.
Rivoli di sangue,
di una croce
il crescente peso.
Ossa rotte
come rotti sono i sandali
del mendico,
piegato nell’androne
di un tempo d’indolenza.

(25/03/2016)

QUANDO VIENE SERA

Compiuto s’è il crepuscolo,
trema nell’ombra il mio pensiero.
l’infinito esanime appare finito.
M’ammanto di sconforto,
tiepido giaciglio imploro,
bramosa di lenire le ferite.
Seppur lontano,
sento il gemito dell’onde
infrangersi nel vento,
avvolger quegli scogli.
Possenti e fieri,
tengon testa al mare
nell’unico capriccio,
affievolirne l’ira.
Invano chiedo venia,
il pianto inonda il cuore
non basta la preghiera,
non serve il mio volere,
è l’inno d’ogni naufrago
che emerge da quell’acque
a rammentar al cielo,
quando viene sera,
il peso d’ogni lacrima,
il senso della vita.

(17/03/2016)

MISERO TEMPO

Eco di nenie lontane
s’ode nel vento, 
voci di spose,  di madri, 
di bimbi il pianto,
qual misero tempo. 
Dal mare approda
Il grande tormento, 
la riva è la quiete, 
giunto è il momento.
Greve è la terra, 
il sangue scorre,
inermi i corpi
dall’acque emersi,
perde chi vince
non è battaglia.
Ogni anima piange
la propria sconfitta, 
non v’è ferita che 
si ricuce, solo dolore.
Non v’è ricchezza che
dia certezze ,solo 
promesse da mantenere. 

(04/10/2015)

Lucia Audia

Tutti i diritti riservati all’autrice