Tre poesie scelte di Maria Rosa Oneto

Non so se domani

Non so se domani
ci sarò a rinfrescare
i fiori in giardino.
A spazzare il vialetto
attorno a casa e se queste mani conterranno il mistero
di un’anima sola.
O sapranno asciugare
lacrime al calor del sole, quando il cuore
richiederà: tenerezza e amore.
Non so se domani
ci sarò a riporre i vestiti nell’armadio,
a scartare i vecchi modelli, a salire sulla scala con l’agilità
di una libellula.
Non so quanto tempo
mi darà il destino
per essere ancora donna,
per imbellettarmi da
cocotte, con capelli posticci sulla testa.
E l’odore del tuo dopobarba
adagiato sul letto,
insieme al gatto.
Non so se domani
rivedrò l’aurora e quel gemito di sole sulle spalle nude.
Come un bacio sfiorato
nell’ingordigia dei sensi!

Siamo insieme

Siamo insieme,
torturati e vinti.
Nulla più ci appartiene
in questo mondo:
lacerato e perso.
Siamo insieme
senza dire una parola:
vicini ma distanti
dall’attimo presente.
Soli in un ritratto:
esangue e maledetto,
recitando l’oltraggio
di una coppia perfetta.
Son spente le nostre anime come fuochi
fatui e più non donano
il piacere di amarsi,
di trascendere dalla consueta routine e gioire l’uno dell’altro.
Siamo insieme,
ognuno nascosto a se stesso e nel cammino
del tempo,
diventiamo vecchi di dubbi e tormenti!

Fiocchi di bambagia

Tra pagine,
ingiallite dall’usura,
dove ho lasciato
l’età migliore:
il sorriso di una rondine a primavera,
un papavero rosso
fremente di grano,
la tenue innocenza
di un brivido d’amore.
Oggi, che il cielo
è lontano.
Gravato di solitudine
e castigo,
più non ascolto
l’assolo della melagrana,
l’intimo segreto
del mare,
la mia terra: bruciata
e ferita.
Non conosco
il tempo del domani,
raggomitolato
in fiocchi di bambagia!

Maria Rosa Oneto, testi inediti

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Maria Rosa Oneto

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“La Melagrana: Storia e Tradizioni (di Maria Rosa Oneto)

“La Melagrana: Storia e Tradizioni”
di Maria Rosa Oneto

INTRODUZIONE

La Melagrana detta anche mela granata o granata – è il frutto del melograno, la cui coltivazione si estende dal territorio dell’Iran alla zona himalayana dell’India settentrionale; sino a raggiungere il Caucaso e la Macchia mediterranea.
Il nome “melagrana”, deriva dal latino malum (“mela”) e granatum (“con semi”).
La stessa origine, è riconosciuta in altre lingue, come l’inglese e il tedesco. Una radice del nome della melagrana, deriva dall’antico egiziano RMN, da cui scaturi’ l’ebraico rimmon e l’arabo rumman, sino ad approdare al termine portoghese e maltese.

LA PIANTA

La Melagrana, è una bacca (detta Balausta) di consistenza molto robusta, con buccia rigida e coriacea. Ha forma rotonda o leggermente allungata con diametro da 5 a 12 cm. Le dimensioni, sono fortemente condizionate dalla varietà e tipologia di coltivazione. Il frutto, ha diverse, robuste petizioni interne, che svolgono funzione di placentazione di semi, detti chicchi o arilli (ben 613 per frutto), separati da una membrana, detta cica. I semi, di colore rosso, sono circondati da una polpa traslucida che va dal bianco al rubino, che nella tipologia a frutto, risulta dolce e profumata. Matura da ottobre a novembre a seconda delle varietà.

PROPRIETÀ

La melagrana, ha proprietà medicinali. La scorza, ricca di tannino, tagliata a pezzetti e fatta essiccare all’aperto, viene utilizzata come decotto con proprietà tenifughe, astringenti e sedative nelle disenterie.
Dalla scorza, si ottiene una tonalità di giallo, utilizzata negli arazzi arabi. Il consumo ad uso domestico, si ha dopo l’estrazione del succo dalla polpa, per le sue proprietà aromatiche e per dare quel gusto “amarognolo” a Vermouth ed aperitivi. Come altri ingredienti (quali grano, cioccolato, noci, etc.) i chicchi di melagrana, hanno una simbologia che richiama contemporaneamente: la morte e la prosperità. Il succo, detto: “granatina”, è ottenuto dalla spremitura dei semi, spesso diluito e zuccherato, è usato come bevanda. Occorre precisare, che la quasi totalità dei succhi di produzione industriale, sono definiti: “granatine”.

CURIOSITÀ STORICHE

La melagrana, fa le sue prime apparizioni, nel IV secolo a. C. in Mesopotamia, a Uruk e a Susa. Sia per il colore dei numerosi semi, di un rosso traslucido brillante, racchiusi in un involucro robusto, il frutto, ha colpito l’immaginazione umana, quale prodigio prezioso della natura. Questa sintesi, è ripresa da molte culture: ebraica, greca, babilonese, araba, cristiana. Ciò è anche dovuto al fatto che la pianta vive in ambiente semi-desertico.

EBRAISMO

Il libro dell’Esodo (Esodo; 28:33-34), prescrive che le immagini delle melagrane, siano applicate sugli abiti rituali dei Grandi Sacerdoti. Il libro dei Re, le descrive rappresentate sui capitelli che erano sul fronte del Tempio di Salomone in Gerusalemme. La corona che nel simbolismo ebraico indica la santità, viene anche raffigurata dalla “corona”, residuo del calice floreale, che permane nella parte apicale del frutto. Essa, nella simbologia ebraica, è sinonimo di onestà e correttezza, dato che conterrebbe 613 semi, che come altrettante perle sono le 613 prescrizioni scritte nella Torah (365 divieti e 248 obblighi); osservando le quali, si ha la certezza di tenere un comportamento: saggio ed equo. In realtà, i semi di codesta pianta, presentano un numero di frutti variabili, ma con riferimenti precisi alla numerologia ebraica, portatrice di produttività, benessere e fertilità.
Quella della melagrana è una delle poche immagini che appaiono nelle vecchie monete della Giudea, come simbolo santo. Di recente, molti rotoli della Torah, quando non sono in lettura, sono avvolti in gusci d’argento a forma di melagrane. Sembrerebbe che il frutto dell’Albero della Vita del Giardino dell’Eden, fosse da intendersi in realtà come una melagrana. Codesta, è uno dei sette frutti elencati nella Bibbia, come speciali prodotti della “Terra Promessa”.

ANTICA GRECIA

Il mito di questa pianta, giunge in Grecia dall’Oriente, enfatizzando il mito di Persefone (regina dell’Ade, dell’oltretomba e della primavera) e quello di Era (regina degli dei e del matrimonio). Per la Chiesa Ortodossa, un giorno importante è quello dedicato alla presentazione di Maria. In tale ricorrenza, in alcune regioni greche, è di tradizione preparare la tavola della polysporia (o pansperma = tutto è sperma, seme) con offerte di cibi e frutti e con evidenti richiami pagani a Dioniso (Dio del vino e dell’ebbrezza).

CRISTIANESIMO

Il frutto, è anche presente nella decorazione religiosa cristiana; soprattutto, per abiti e paramenti sacerdotali. Nel Medioevo, la Vergine Maria, era raffigurata con una melagrana fra le mani (es. la Madonna della Melagrana del Museo diocesano di Lucera, datata al XIV secolo). Anche alcuni dipinti a tema religioso di Sandro Botticelli, Carlo Crivelli e Leonardo da Vinci, assumono queste tematiche. Nella Madonna con il Bambino di Antonello da Messina (1460- 1469 ora alla National Gallery di Londra) è Gesù Bambino a tenere nelle mani una melagrana: simbolo anticipatore della passione; dato che il suo stesso colore, richiama da sempre il sangue Nell’iconografia cristiana, diventerà quindi emblema di martirio e del “corpo mistico” di Cristo Signore.

Maria Rosa Oneto

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Poesie scelte di Maria Rosa Oneto

Ti amerò sempre

Ti amerò sempre,
nonostante
la giornata
sia inquieta,
e lacrime
tra le palpebre,
restino a dondolarsi
come perle di fiume
che hanno subito
un violento oltraggio.
Ti terrò serrato
nell’orma dei pensieri
dove esuli viandanti,
sorretti da bastoni,
calcano la via di Santiago de Compostela.
Ognuno, pregando,
chiedendo grazie
e favori del cuore.
Davanti al Sepolcro
di San Giacomo,
mi sono inginocchiata,
schiava del mio peccato,
tormenta da un’anima
infedele
e snocciolando
preghiere
mi sono accorta
di non averti mai
amato abbastanza!

Ritratto

Sola.
Appesa in un ritratto.
I capelli corvini,
la pelle ambrata,
gli occhi da spagnola.
Sola.
Con un fiore di carta
tra l’incavo del seno.
Una veste color
amaranto e una bordura di luna
sulle spalle da regina.
Sola.
Fissata al muro,
con il vetro appannato
e la cornice di legno dorato, consumata
da anni di dimenticanza.
Sola.
Dissolta
la materia del passato,
in un umile strato
informe,
la vita si è dileguata.
In uno stretto
corridoio,
passaggio di gente
distratta,
resta senza che
nessuno vede più
la sua bellezza!

Una notte

Ho chiesto alle stelle
di farmi compagnia
in una notte
piena di pensieri.
Avevo accolto il vento
su quelle pareti
sporche di speranza.
Il battito del pendolo
scandiva le ore,
come grida di cornacchie
in pieno inverno.
Streghe divine
che ai piedi del letto,
consumando
i loro amplessi,
ridevano a squarciagola
di quella astrusa
malinconia.
Stelle puntiformi,
adagiate sul mio letto,
bevevano infusi
d’erba, giocando
a nascondersi,
ad unirsi in un intreccio,
formando una catena
in cui avvolgermi.
Non fui più sola
allo splendore
dell’alba
che entrò infuriata
a donarmi
il sole tra le braccia!

Maria Rosa Oneto

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Maria Rosa Oneto

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Tre poesie scelte di Maria Rosa Oneto

Suono tremulo

Lascia che sia amore
quel suono tremulo
del vento
su corpi squarciati
dal dolore.
Vedevo l’acqua farsi
cielo, nell’incauto
tepore del mattino.
Ondeggiava il gelsomino,
come vela scossa
dal maestrale.
Potevo
sognare
in quel riflesso di vetro,
caduto a terra
e mai spezzato.
Nel cuore, trattenevo,
storie di vita,
inganni senza domani,
scorze di memoria
seppellite nel cimitero
degli attimi perduti.
Lascia che sia amore
il garrulo vocio
dei bimbi in giardino,
quando cala la notte
e più non si spegne
il fuoco del rancore!

L’ultimo grido

Ieri sera, vicino a casa, un uomo, ancora giovane, si è gettato dal balcone.
Un tonfo, urla, sirene,
assembramento di folla per fermare la scena con il telefonino.
Oggi, filmiamo la morte, come fosse una cronaca rosa,
una diva scesa da una Ferrari,
uno spezzone di film
del neorealismo quotidiano.
Quanto poco rispetto
diamo alla vita: offesa, riempita di sputi, tenuta a gambe aperte come una squaldrina!
Che senso ha riprendere un corpo che nel vuoto
si è gettato per disperazione, malattia, miseria, fame?!
Siamo lupi, affammati
di sangue, di storie
infamanti, di violenza
che appaga gli istinti
primordiali.
Siamo iene su carogne dimenticate
dal Cielo.
Povere anime senza lacrime e sospiri.
Portiamo il peso del presente, senza la coscienza del sentire.
Storditi e drogati
dell’altrui dolore!

D’allegria

Nell’abisso del cuore
ho steso coperte di lino,
fiocchi di neve,
rapiti in un lontano
inverno,
imbonitori di dolciumi
cosparsi di cannella e
zenzero.
Camminavo
con passi attutiti
senza scuotere
il melograno
dai cui frutti ondeggiava
la passione di un
Cristo morto eppur
Risorto.
Tenace
il labirinto dei pensieri,
ove ristagnavano:
sentimenti taciuti,
discordanze
che nutrivano il tempo,
sprazzi di un color
zafferano
ove conducevo
per mano
il silenzio a vestirsi
d’allegria!

Maria Rosa Oneto

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Maria Rosa Oneto

Prosa: “Nota d’autore” di Maria Rosa Oneto

“Nota d’Autore” di Maria Rosa Oneto

Amo il vento, come i bambini lo zucchero filato e i palloncini colorati, che spesso migrano nel cielo.
Amo l’aria di mare che porta con sé altri paesaggi. Scorci allucinati dal sole, miracoli divini nelle sere d’estate.
Il vento percuote gli alberi come un domatore di leoni e talvolta riesce a stordirli, a zittirli, con un solo colpo di frusta.
Il vento è libero e gagliardo: tenero al pari di una carezza. Sospettoso più di una suocera invadente. Malefico e arcigno come un Diavolo rubato all’Inferno.
Sa rompere, spezzare, infrangere con la veemenza di una vecchia megera. Spesso, diventa: fiato, respiro, barlume di vita che verrebbe voglia di rinchiudere in un barattolo di latta, da conservare in dispensa, quando la mente è stanca di pensare. Alito del Divino, che ricopre le montagne e porta a spasso i fiori in ogni stagione dell’anno.
Amo il vento che è solito spettegolare con la vicina e riempire le parole, di malvagità e cattiveria.
Sa farsi burlone quando osa “rubare” uno spartito. Strappare le tende di casa, rovesciare panni e lenzuola, catapultare il gatto dal terrazzo. Non ha più l’età per giocare, tuttavia, esso, gode a farsi sorprendere, a spaventare le nonnine per strada, a tirare la giacchetta ad un uomo d’affari. Mattacchione senza rispetto, che entra in casa senza bussare, ti scova in bagno, mezza nuda e si porta via l’ultimo asciugamano.
Che bel vento c’è questa sera, armonioso e sincero! Una sinfonia di Beethoven, l’ultima registrazione dei Pink Floyd e Pippo, il canarino, che gorgheggia come un giocattolo caricato a molla.
È l’ora. Chiudiamo le persiane, scoviamo i sogni e lasciamo al vento…. l’unica nota d’Autore!

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Maria Rosa Oneto

Tre poesie di Maria Rosa Oneto

Briciole di vita

Strade
di lacrime e menta.
Di soldi come
fazzoletti di carta
Cicche che adagio
si spengono in un lungo fiato di fumo.
Finestre oscurate,
dove vivono gli amanti di carne, che benché
vestiti appaiono
già nudi.
Balconi stramazzati
di fiori, sudati di nostalgia, tinti da spruzzate d’amore.
Abbaini
che trattengono:
foglie e piccioni.
Mani di bimbi
che scompaiono
all’orizzonte:
festanti allodole
in cerca
di speranza
e briciole di vita!

Sul divano

Scrivere d’amore
con la testa posata
sul divano.
Un gatto ormai
cieco cerca
una penna per giocare.
Mi sento stanca,
non ispirata,
come se il cuore,
azzerato dal nulla,
non avesse più
la forma per aprirsi,
per donarsi,
per essere degli altri.
Con la mano sulla fronte,
mi proteggo dal sole,
creo personaggi
in bianco e nero
e linee d’espressione
che paiono rughe
su un viso segnato
da passaggi tranviari.
La storia si snoda
su un foglio di carta
strapazzato.
Personaggi al limite
dell’umano,
si rotolano in cerca
di coesione.
Chiudo gli occhi
e aspetto che qualcuno dal suo
letargo
mi chiami!

La giostra

Confetti
sulla sabbia nera
umida di mare.
Conchiglie di zucchero che le onde
trascinano al largo.
Ho gettato il velo,
trapunto di fiori gialli,
nel mezzo
di un intruglio d’acqua.
Pesci e gabbiani
curiosi
vi entrano dentro
come sulla ruota
di una giostra
che non aveva
musica da stordire
e padroni
da pagare
con una moneta
di latta!

Maria Rosa Oneto

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Maria Rosa Oneto

AMO IL SILENZIO (di Maria Rosa Oneto)

AMO IL SILENZIO (di Maria Rosa Oneto)

Il silenzio non ha note. Rabbrividisce nella notte oscura. Parla alla natura con un linguaggio muto, che sa di ringraziamento e preghiera.
Al chiaro di luna o sotto un gravido cielo cosparso di nubi, fa eco al cuore. Tace la città, le famiglie con i bambini addormentati, i pensatori del nulla, i lavoratori con i segni sulle mani, i ladri di professione senza un alibi da inventare, i poeti che nella mente conservano: creatività e un sano dolore per il domani.
Nulla par muoversi o respirare. Soltanto il vento, fischia tra le persiane, come un giovinetto in vena di scherzare. Nelle stanze, la luce è spenta o fievole, velata da una stoffa gettata a caso. Sui muri, talvolta, si disegnano strane ombre che il respiro ingigantisce, percuote o trattiene, quali spiriti del passato.
Il silenzio, solitario e ripetitivo, a ben ascoltarlo, lenisce le ferite, gli occhi umidi di pianto, le angosce a lungo trattenute. È un balsamo, un placebo, che viene propinato gratis e non ha controindicazioni. In esso, possiamo: nasconderci, illuderci, sperare, realizzare sogni e desideri. Persino “truccare” il destino che ci ferisce o le solite incombenze quotidiane.
Trarre dal silenzio, una sorta di guida spirituale, serve a recuperare vigore, distendere i nervi,
placare gli istinti più bestiali. Talvolta, la mente, stanca di ascoltare e incasellare parole, desidera il silenzio come le formiche, il pane per nutrirsi.
La meditazione, le forme del pensiero, la riflessione, debbono trovare sintesi e armonia per potersi esprimere. Nel frastuono, nel caos, tutto si decompone, s’inaridisce e muore.
Ascoltando il silenzio, diventa possibile: ritrovarsi, conoscersi nel profondo, perdonarsi e amarsi.
Anche la Terra, vuole il suo silenzio, quando un albero cade, un animale ferito perde la vita, un paesaggio o un habitat vengono sconvolti dall’avidità dell’uomo. È un “silenzio piegato”, senza risorse, annichilito che tuttavia, di punto in bianco saprà risorgere.
Nelle trame del silenzio, ci riscopriamo ancora bambini, assetati di sapienza, fantasia e conoscenza. Desiderosi di toccare la luna con un dito. In grado di provare affetto sincero, tenerezza e misericordia.
Amo questo silenzio, dove esploro i limiti dell’anima, le personali “chiusure”, le domande senza risposta, il senso vero della sofferenza.
In silenzio ricucio le ferite, i drammi già recitati, i miraggi volati tra le stelle e il mio essere donna davanti al sole che ride!

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TRE POESIE SCELTE di MARIA ROSA ONETO

TRE POESIE SCELTE di MARIA ROSA ONETO

Fragole mangiate

Ci portiamo
dietro il destino
come peso gravido
ad una caviglia nera.
Piove fango
su capelli arruffati
dove il Cielo
non riversa mai stelle.
Odoro di letame,
di torsoli di mele,
di pelle scoppiata
per mancanza d’acqua pulita.
Ho fame
di carezze vive.
Di frutti che il sole
ha rappreso.
Gioco nel cerchio
di una bici e gira
il Mondo
sospeso a fragole
mangiate da uccelli
impoveriti!

Fischio del treno

C’erano laghi
secchi d’arsura,
simili ad occhi
senza pupille.
Li cercavo
con le mani,
come un fanciullo
cieco,
curioso di scoprire
la vita.
Alberi cavi,
nascondigli
per anime inquiete,
modellavano le danze,
la faccia degli Indigeni,
il loro spirito tribale
che si adornava
di perline e di colori
stesi su nasi schiacciati.
Senza saperlo,
ero una di loro:
nuda ai venti d’Oriente,
i seni che pendevano
all’ombra di
una palma,
un bimbo di pochi giorni,
legato sulla schiena
e quel caldo
opprimente
che spaccava le labbra
al fischio del treno.

Baciare la luna

Un pezzo di vetro
scaldava la sera.
L’ombra dei cammelli
tornava alle tende
con il passo stanco
di chi troppo ha dato.
Si mangiava
in un unico piatto
senza mai alzare
lo sguardo.
La notte arrivava
improvvisa,
accompagnata
da ventagli viola.
Qualcuno suonava
un piccolo tamburo,
circondato da sonagli.
I bimbi già dormivano
ridendo dei loro sogni.
Abbassai le palpebre.
Le braccia senza peso.
Il buio mi sorprese in
ginocchio a
baciare la luna!

Maria Rosa Oneto, tutti i diritti riservati

Maria Rosa Oneto

Tre poesie di Maria Rosa Oneto

“Sono in trappola”

Il sole entra
a disegnare:
cattedrali e
minareti.
Lascia la sua impronta
su tende annerite
dal fumo.
Sul letto
ho cosparso:
trattati di filosofia
che non leggevo
da una vita.
Rosari di madreperla
dove la luce
si rinfrange in briciole
di onnipotenza.
Regna il disordine
e il balletto delle dita
fra pensieri
allucinati.
Sento il cuore
andarsene a scovare
il mare.
Colgo il suo profumo
invadere le labbra,
scarnificare la pelle,
godere d’amore
nell’incavo dei seni.
Hanno chiuso
i battenti: le cattedrali,
i minareti.
Il mare è scomparso
dietro una cortina
di ferro.
Sono in trappola
e rosicchio formaggio,
insieme a spazi
di noia, che non hanno
colore!

“Senza senso”

Le ore cadono
lente,
ubriache di sole.
Il mattino
è un volo di rondini
in cerca di un destino.
Il ritorno dell’alba
come un romanzo
rosa,
racconta d’intrighi
d’amore,
d’arguzie e
peripezie.
Si desta il cielo
con note delicate
e fragranze di tono
che il giorno
dirada.
L’azzurro compare
come un vecchio
mendicante
che della gioventù
ha fatto vezzo.
Non porta abiti
eleganti, né gioielli
per adornare il cuore.
Si veste di nembi
e di nuvole, ladre
di vento.
Ovunque volgo
lo sguardo,
trascina il pensiero,
l’emozione che ritorna,
cocci di illusione
per dare speranza.
Azzurro è il
mio pianto,
a lavare la condanna,
di un vivere
senza senso!

“Rimani”

Resta
fra queste mani
modellate
d’argilla.
Nell’ingiustizia
che corona il tempo.
Sui Crocifissi
dove si scioglie
il sangue.
Resta
a farmi compagnia,
dove il dolore
ha messo radici
per far crescere
un fiore di spine.
Rimani
dove il silenzio
ottenebra il cuore
e la voce
è un sussurro
disperato.
Non scappare
dalla mia pazzia
che è genialità
allo stato puro.
Affonda
i tuoi occhi
nella mia anima,
che ancora desta,
rimugina: languori,
canti di primavera
nell’aria tersa.
Resta a far
crescere l’amore
prima che la notte
ci porti via!

Maria Rosa Oneto, tutti i diritti riservati all’autrice

La poetessa Maria Rosa Oneto

“Pensieri di oggi” di Maria Rosa Oneto

“Pensieri di oggi” di Maria Rosa Oneto

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È un’assenza liquida, quella in cui sto vivendo. Lacrime si spargono come grandine sulle case. File di bare, accatastate alla rinfusa, mostrano la fragilità dell’essere umano. Un Virus micidiale, come falce tagliente, toglie rami appena sbocciati. Foglie rinsecchite dall’inverno, che conservano nel profondo, i ricordi della Storia e di quella Libertà, a lungo sognata. Famiglie decimate da un “treno in corsa”, che transita sbuffando e mai si ferma alle implorazioni dei Fedeli.
Preghiere consumate fra le mani che odorano di tristezza e malinconia. Camici trasparenti, occhiali protettivi e mascherine su volti massacrati di stanchezza e paura. Si fugge dalla realtà di ogni giorno, imbalsamati e fragili come quando siamo venuti al mondo. Non c’è rispetto, né pietà per chi in silenzio affronta l’alba di un nuovo Mondo: sconosciuto e beffardo come un assassino che non verrà mai colto in fragrante.
Sorrido al sole che fa capolino dalla finestra. Anche questa meraviglia della Natura, mi turba, mi sconvolge. Mi sento, orfana di speranze, anche se sopra il davanzale spumeggiano fiori, dai colori fraterni e balsamici. Per troppo tempo, abbiamo consentito che i poveri, i “dimenticati” “gli ultimi” vivessero per strada sotto coperte di cartone o teli di fortuna. Abbiamo affamato un terzo degli abitanti della Terra, depredandoli dei loro averi, sfruttandoli, considerandoli merce di scarto ove gettare l’immondizia dei ricchi, dei potenti, dei Signori della Guerra. Bambini denutriti, ricoperti di mosche e malattie tropicali, bombardati e perseguitati in ogni modo; violentati, espiantati degli organi, venduti per pochi centesimi ai “villeggianti della pedofilia e della sessualità deviata”.
L’intero Pianeta, la Nostra Grande Madre, rigogliosa di bellezza e di ogni ben di Dio, è stata seviziata, bruciata, intossicata, rovinata ovunque si volga lo sguardo.
Si resta smarriti ad ogni flagello che si abbatte sul Creato. Gran parte dell’Umanità, seppellita dal cemento e dal potere, cammina con le ginocchia piegate, la mente allucinata e la coscienza mai sazia di peccare. Una volta in piu, penso alla mia esistenza: umile e cagionevole come un timido respiro.
Eppure, benché in disparte e sola, non temo la malattia, la morte. Troppe ne ho passate, per ritrovarmi: delusa o smarrita. Colgo il giorno in un abbraccio di vento e oltre i vetri, dipingo pensieri con i colori dell’arcobaleno!

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