“IL MALE DI VIVERE” di MARIA ROSA ONETO

“Il Male di Vivere” di Maria Rosa Oneto

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Abbiamo perso il senso dell’amore, volato via dal cuore come rondini in volo.
Abbiamo perso l’umanità di un tempo, fatta di confronto e di temperanza.
Abbiamo perso il dono del silenzio, che si nutriva di parabole e speranza.
Abbiamo smarrito il prestigio dell’eleganza, posato come un guanto bianco su barattoli di vernice.
Ci siamo abbruttiti, rinsecchiti, “storpiati” dal gusto di possedere, defraudare, rubare, togliere ai più miseri per allargare le pance sempre più gonfie dei “maiali a due zampe”! L’orgoglio, la rivalsa, i pregiudizi, offuscano le menti. I beceri, vengono trasformati in innovativi fautori dell’intellighenzia che spazia ovunque, devastando e compiendo scempi. Si è scarnificato il senso del dovere, la buona creanza, la parola saggia e adeguata all’occorrenza. Tutti pronti a sbraitare, ad affondare, a prevalere sull’altrui ragionamento. Il “bullismo televisivo” ancor più feroce di quello sociale, rosica le menti, accresce le divergenze, rendendo inutile e sterile ogni dialogo. “Bestie umane” prive di logica. Assetate di sangue e drammi individuali. Speculazioni che affrontano l’altrui dolore come merce di scambio. Si tende a fare spettacolo sulle disgrazie del popolo a colpi di share. Più aumenta l’audience e il guadagno cresce, tanto più viene sezionato il cadavere, l’ambiente famigliare, lavorativo; la vita privata. Finire in prima pagina, oggi, è un gioco da ragazzi , una sorta di videogame dove tutti si possono confrontare.
Abbiamo perso, l’onestà del fare, le sane abitudini, le tradizioni popolari; il senso del rispetto e della buona educazione. In famiglia, non esistono più i valori di una volta, quel senso abnegazione, di sacrificio e riconoscenza dei bambini verso gli adulti o di chi rappresentava: le Forze dell’Ordine, il Medico, il Professore o il Sacerdote della Parrocchia locale. Oggi, si sbraita come lupi o peggio ancora per un brutto voto. Si aggrediscono infermieri al Pronto Soccorso. Si prende a botte il Mister per una partitella di calcio da quattro soldi. Siamo diventati, “cannibali” di noi stessi e di chi ci passa accanto. Donne fatte a pezzi per in raptus di gelosia. Bambini picchiati, usati come scudi umani, espiantati degli organi, schiavizzati, defraudati dell’intimità sessuale o fatti morire di fame.
Abbiamo perso: l’intelletto e la ragione. Passeggeri senza confini di un mondo allo sfascio. Viviamo molto spesso d’illusioni, di sogni immaturi, di rivalse nei confronti di una gioventù passata.
Il cuore, non sa più regalare emozioni, è un muscolo che batte nel fremito stantio del tempo che passa. Ognuno, rovesciato sul proprio cellulare; nell’intento di non vedere, capire, affrontare il presente. Burattini senza occasioni (che non siano quelle dell’alcol e della droga) incapaci di stupirsi davanti alla meraviglia di un fiore che nasce, all’impalpabile evanescenza di un tramonto sul mare, al gorgheggio di un bimbo di pochi mesi.
Ognuno con la mente chiusa. Distanti da una vera realizzazione personale. Ottenebrati da “modelli sbagliati”,
da eroi della negatività, da falsi profeti dell’inganno e del turpiloquio.
A ben guardare, la difficoltà dell’esistere, ricadere sulle spalle dei più deboli. Di coloro i quali, resi invisibili, non hanno mezzi né denaro per difendersi e vengono oscurati con una semplice pennellata di catrame.
Il male di vivere, sta in un pugno chiuso dove neppure il sole può entrare!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

Maria Rosa Oneto “Tre poesie inedite”

Maria Rosa Oneto “Tre poesie inedite”

TI PORTERÒ

Ti porterò sul cuore
come una piuma
smarrita.
Passi di viandante
nell’aria tersa
di un ottobre
chiuso in veranda.
Ti porterò nell’anima
che sussurra piano
come canzone
di un emigrante
in cerca di un suolo
dove far crescere radici.
Ti porterò a vedere il mare, Tu, che non lo
hai mai conosciuto
e a gustarne i tramonti
che allargano il respiro
di giorni infiniti.
Ti porterò
a rubare foglie alla vita, se la malinconia
sarà pianto invernale
dietro vetri chiusi.

UN COLPO DI MAGIA

C’è un vento maliardo
che porta via
ogni dolore.
Il suono di una balalaika russa
ondeggia
sulle case addormentate.
Mi sento viva
fra braccia
che conoscono
l’amore e sanno di fatica e sudore,
sperperati quando
la gioventù
era un regalo ricevuto
per caso.
C’è un rosso che
di sera spera
e cinge le colline
di promesse future.
S’adagia il giorno
su labbra essiccate
dal tempo.
Mi guardo attorno
e con un colpo di magia
distendo le ali
per inseguire il cielo!

IN DOTE

In questo silenzio
dove s’accende il cuore
porto in dote
cenni di poesia.
Diari scritti da bambina.
L’illuminarsi del sole
su tende
azzurrine.
Il mio canto
confuso tra spighe
di grano.
Amo l’inquietudine
della natura,
quel fragore d’acqua
che incide la roccia
La gemma che sorge
spontanea
da una macchia verde.
Il suono armonioso
degli uccelli in amore.
Il buio scolpito di stelle.
Il mio essere donna,
affacciata alla vita
con lo stesso animo
d’allora:
trasgressivo e
ribelle!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

TRE LIRICHE di MARIA ROSA ONETO

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AMARSI

Amarsi, è forse,
una passione senza vento.
Un abbaglio di cuore
che ferisce e sconvolge.
Movenze di carne,
di mani aggrappate
al silenzio.
Di frasi sfumate
al sapore di un bacio.
Amarsi, è forse,
una malattia senza tempo.
Un’oasi colma d’acqua corrente.
Un pertugio dove interrare
il veleno del tempo.
Amarsi, è forse,
un garbuglio d’incoscienza,
dove antiche vestali,
siedono ridendo,
come nature morte!

DESIO UMANO

E fummo vento,
gocce di pioggia
su davanzali istoriati.
Altalene strette
fra ginocchia di vetro.
Fronde d’alberi maestosi,
cortecce disegnate
a sangue,
radici nella pietra viva.
E fummo canto,
tormento di una stagione
arrivata in ritardo.
Brina a scolpire
la gioia del silenzio,
nel brivido tenace
del desio umano!

CUORE DI PANE

Ho scritto poesie
sulla carne
martoriata dal dolore.
Seminato fiordalisi
sulla terra di nessuno.
Scoperchiato il tetto
per raccogliere
il cielo e fiocchi
di pudore nella notte
oscura.
Come gatta randagia
ho partorito in strada
gli amori mai vissuti,
i sogni trattenuti
nella bacheca dei pensieri,
le miti illusioni al volo
di una falena.
Quanta luce ho raccolto
per farne dono
a chi non vedeva!
Umile
con il cuore di pane,
a spargere preghiere e
spruzzi d’incenso
su piaghe mai guarite!

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Maria Rosa Oneto

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“SINO ALL’ ULTIMO” di MARIA ROSA ONETO

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“Sino all’ultimo” di Maria Rosa Oneto

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Forse per apprezzare ancora l’esistenza, ci vorrebbe una canzone, scritta a quattro mani. Una sera d’agosto con stelle e lucciole in volo, nel “soffitto” del cielo. Per ritrovare la pace perduta, occorrerebbe farsi accarezzare il cuore, in un giardino pieno di fiori; dove le acque timidamente gorgheggiano, parlandosi d’amore.
Per mettere a tacere il male, bisognerebbe osare vestirsi da bambini. Rompere di colpo il salvadanaio per correre dietro al carrettino dei gelati ( ?). Riuscire ancora a prendere a fiondate le finestre e poi fuggire in fretta, a schiacciare tutti i campanelli della strada.
Andrebbe bene anche una falsa febbricciola, per restare a letto come facevano i malandrini di una volta. Mettere il termometro accanto al fuoco e aspettare che l’asticella del mercurio (quello che più non si usa!) si innalzi sino a sentire il botto.
O saltare di notte nell’orto del vicino (ma chi ce l’ha più l’orto!) e mangiare a crepapelle tutti i frutti di stagione; prima che costui se ne accorga e prenda in mano la scacciacani.
Per essere felici, bisognerebbe svegliarsi presto la mattina e a gambe levate raggiungere il mare e guardare con stupore l’alba alzarsi, vestita di luci e splendidi colori. L’armonia della natura, che mai abbandona, racchiude bellezze infinite, palpiti di stagione che leniscono la tristezza; essenze divine che scivolano nell’anima come una dolce litania da conservare.
La serenità, che tutti ricerchiamo, è una pozione di gioia e di piaceri quotidiani, che crescono spontaneamente accanto a noi e che con indifferenza lasciamo andare.
Ore d’inguaribile sospensione temporale, quando ci aggiriamo stressati, pieni di rabbia e rancore. Tormenti di spiriti inquieti, i cui bisogni e desideri non hanno più limiti per sentirsi appagati. Ricchezza, sperpero e denaro sono le componenti principali di una superficiale beatitudine che in verità mal ci sostiene. La perfezione fisica e l’eterna giovinezza, comprate a colpi di bisturi, con sedute massacranti in palestra e abiti di marca, non risparmia l’essere umano da incidenti di percorso, depressioni, stati d’ansia e patologie psico-fisiche. Nulla ci preserva dalla “sventura” di vivere, dal desiderio di farla finita, dalla voglia di stordirci con droghe e alcolici.
Questo nei confronti di giovani e giovanissimi, come nei riguardi di anziani, portati al vizio e alla ricerca del piacere smodato ad ogni costo.
Oggi, il peso dell’essere al mondo, è causa di deterioramento mentale, violenza domestica, bullismo, separazioni familiari, prepotenza ed egotismo. Pensare a noi stessi senza guardare all’altro, a chi sta peggio in tutti i sensi, è una mostruosa mancanza di compassione e umanità. La perdita del lavoro o la sua totale assenza, rappresentano uno smembramento di dignità e un venir meno degli equilibri interiori. Vivere tanto per farlo, come animali da circo tirati per la catena, è una condizione deplorevole e meschina. “Nutrirsi del proprio pane” è un merito e un appagamento che a tutti dovrebbe toccare.
Nessuno escluso!
Guardiamo, comunque, a ciò che gratuitamente ci è stato donato e che abbiamo preso in prestito per un tempo imprecisato. Godiamo così della carezza del vento, della pioggia che scivola lieve sulle foglie, delle nubi simili a pecorelle smarrite; sentendoci liberi di ridere, sperare e gioire sino all’ultimo istante in cui ci è dato sognare!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

NON TEMERE di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

“NON TEMERE” di Maria Rosa Oneto

Sono nata sulle sponde del Torrente Boate (Rapallo – Genova), in quel liquido chiaro, percorso da anatroccoli e oche. La vegetazione, allora, cresceva sana e aggrovigliata, così come voleva la natura. Un rigagnolo d’acqua, dove allora, le donne facevano il bucato, cantavano d’amore, spettegolando sul vicinato.
Sulla riva più a ridosso della collina, stazionavano due trasandate roulotte di nomadi, che accoglievano adulti e bambini. Tra le finestrelle dell’una e dell’altra, sventolavano panni messi ad asciugare. Indumenti bucati o mal cuciti che sapevano di miseria e stantio.
Spesso, li vedevo colorirsi il volto con una strana mistura, celata in un vasetto di vetro.
Facevano una vita “serena”, appartata senza mai dare fastidio a nessuno. Sovente, mia nonna materna, detta Marinin, regalava loro: verdure, uva, qualche cosciotto di maiale che lei stessa allevava, sino al fatidico giorno della morte assicurata. Li chiamavo: “ghingheri” e questo modo di dire, mi è rimasto appiccicato addosso anche da ragazza, quando gli adulti volevano sfottermi.
Per me bambina, quel luogo, un po’ selvaggio e primitivo, circondato da un magnifico campo da golf, rappresentava: la magia, il senso del fiabesco e della fantasia.
Quelle acque cristalline e sonore, che saltavano sui sassi levigandoli; scorrendo senza tregua sino al mare, erano l’inconscio che non mi era dato percepire. Le vivevo con l’ingenuità infantile, con lo stupore di una meraviglia mai esaurita, con l’orgoglio di possedere un tesoro al quale affidavo: sogni e pensieri troppo grandi per una semplice donnina di pochi anni. Ricordo come fosse ieri: le lucciole in giardino, il gattino bianco che per regalo mi portava tra la bocca un uccellino (con grida a non finire da parte mia); l’orchestrina che nelle sere d’estate richiamava i ballerini in quella piazzola lastricata, dirimpetto a dove abitavo. Le bibite scorrevano a fiumi e il divertimento era assicurato. Qualche volta, anch’io mi sono esibita, cantando al microfono, rossa di vergogna per gli applausi ricevuti. Se già il dolore, mi era amico, il periodo attorno agli anni ’50/60 un po’ lo alleviava, circondata dall’affetto di parenti ed amici e dal bene incondizionato di Tai: meticcio di cane dalla dubbia provenienza. Io e lui, eravamo un’anima sola, una coppia modello anche nell’organizzare baruffe con i gatti randagi o con altri sprovveduti cani. Pareva che lui sapesse che non potevo camminare come gli altri e quando stanca mi sedevo sui gradini, veniva a posare il musetto sulle mie scarpine ortopediche, come a dire:” Non temere, ci sono io, sorellina!”
Bei tempi che porto nel cuore, come una perla dalla preziosità rara.

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Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

TRE PENSIERI POETICI di MARIA ROSA ONETO

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NON CI SARÀ

Non ci sarà che cielo
nei romanzi vergati
ad occhi bendati,
nel silenzio d’edera
di una giostra smontata,
all’odore di morte
al chiuso di un obitorio.
Ci sarà soltanto cielo
nella minestra riscaldata
dell’altro ieri,
in quel tugurio di casa
che il libeccio frenava
per non spaventare
i bambini.
Scarpe messe ad asciugare,
stracci sporchi di sugo
che le galline beccavano
al posto del grano.
Non ci sarà che cielo
sui davanzali anneriti
di fuliggine.
Corde stese
a richiamare il mare.
Lenzuola come vele
strappate e il senso del nulla
fissato ad un orologio
a pendolo che non batteva
più rintocchi da circa
trent’anni!

SE QUALCUNO

Se qualcuno mi portasse
a casa il mare
dentro una tinozza
color vermiglio
per immergervi le mani
e bere il sale della vita,
potrei giocare,
costruendo barchette
di carta di giornale
e vedere le parole liquefarsi
tra sangue, coltelli
e morte.
Se qualcuno raccogliesse
il vento, umido di rabbia e rugiada
dentro un fiasco di vetro
intrecciato alla paglia,
farei grandi feste
come per un addio
al nubilato.
Se qualcuno mi portasse
sulle vette dell’Himalaya
a respirare il Creato,
resterei seduta in eterno
senza più temere gli affanni.
Gli occhi attoniti d’amore,
l’Anima leggiadra di farfalla!

NON BASTA

Non basta vivere
di pane e poesia.
Celati dietro maschere
di cera.
Non basta cantare
l’ultimo sonetto
in un’aria di armonia
per nascondere le lacrime
che non vogliono uscire.
Non basta saper sognare
senza soldi in tasca
e un curriculum
più volte ricopiato.
L’attesa si fa angoscia,
delusione, follia cupa.
Non basta
dipingere il peccato
con la fantasia
del perdono e ruggini
di asprezza stese al sole.
Non basta cibarsi
di fede e filosofia
quando nulla si compie
nel breve viaggio della vita!

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Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

TRE POESIE di MARIA ROSA ONETO

LASCIAMI ANDARE

Lasciami andare,
non ho più molto tempo
da perdere.
Vestita a fresco,
voglio respirare il mare.
Sentire il richiamo
di una conchiglia.
Guardare lontano
dove le vele
sfiorano il cielo.
Lasciami andare
a raccogliere fiori
di primo mattino.
A scambiare canti d’amore
con l’ultimo usignolo.
A immergere le mani
nella fontanella in giardino
per accarezzare
quel pesciolino rosso
vinto alla Fiera del paese.
Non ho più molto tempo
da sprecare.
Già le ombre si avvicinano
a togliere il sereno.
Lascia che vada
a sospirare altrove
la mia pena.

TI TERRÒ

Ti terrò nel palmo
della mano
per avvicinare
il cuore alla tua bocca.
Sarà d’oro puro
il respiro
che uscirà lieve
vagando su sentieri
di pietra,
su passi
mai camminati,
su frusciami d’edera
tormentati
dall’ansia di restare.
Ti terrò
accanto a questo
dolore,
come un libricino
di preghiere.
Un cerino acceso
nella notte buia.
Il pianto di una donna
che non ha
consolazione
e ancor si attarda
a chiedere amore!

SCRIVO

Scrivo
affinché la gioia
non si trasformi
in fatica.
Ore di noia
nella sabbia di una
clessidra.
Traccio parole
per far bere
il cuore.
Ho bisogno
di mani amorose
e di un’alcova
d’aprile,
gialla di fiori,
per lasciar
risorgere
l’anima
intorpidita.
Scrivo
senza spegnere
la malinconia,
che si dipana
in gomitoli
di seta intrecciati.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

ANGOLO DI POESIA: MARIA ROSA ONETO e la sua SFIDA POETICA col REALISMO TERMINALE

Foto: Pixabay

(by I.T.K.).

Continua la sperimentazione e la sfida, un gioco ribelle con un po’ di ironia con la stilistica del Realismo Terminale. Per Voi i nuovi pensieri terminali della poetessa Maria Rosa Oneto.

LA DENTIERA

La dentiera
galleggiava nel bicchiere
come feto abortito,
reperto archeologico
per addetti agli scavi.
La bocca
sbavava colla
e catrame.
Gengive marmoree
trituravano
il ghiaccio del frigo,
l’aria condizionata.
Mosche e zanzare
facevano corteo
in quelle fauci
spalancate.
Sorrideva la dentiera
tra le sgrinfie
del gatto di casa!
E l’uomo russava
ebro di vecchiaia!

LA FUGA

Gradini
in corsa
per le scale.
Tegole sbalzate
arrostite dal fumo.
Vetri saltati
in strada
come per un brindisi
di Capodanno.
Muri simili a foglie
dell’autunno.
Lingue di fuoco
attorcigliate
alle grida della gente.

Fu una fuga d’amore
all’odore acre del gas!

UN ULTIMO SPASMO

La telecamera
illuminò la scena
con occhi di vetro.
Scorreva vita –
biglia rossa
nell’ultimo gioco
di una donna agonizzante.
Uomini di plastica –
novelli figuranti –
le giravano attorno
senza calpestare le impronte.
Utensili, ferri da chirurgo,
fiato corto
dentro maschere assettiche.
Un ultimo spasmo
al compiersi della morte,
all’ironia sguaiata
di una telecamera spenta.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti intellettuali riservati

POESIA: “ROTTAMI” (ispirata al Realismo Terminale) di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

(by I.T.Kostka)

È una grande soddisfazione vedere le valenti voci poetiche sfidare e sperimentare, con entusiasmo, la stilistica del Realismo Terminale – corrente artistica creata da Guido Oldani. Ci vuole grinta, ispirazione, fantasia e tanto coraggio. Tutte quelle doti, arricchite con una bella dose di spiccato talento, possiede sicuramente la poetessa Maria Rosa Oneto.

Compito compiuto con successo e… un po’ di brividi.

Buona lettura!

“ROTTAMI” (testo ispirato al Realismo Terminale)

Come pali
lungo i binari
restammo inchiodati
al vento.
Le gonne di cartapesta
pesanti di pioggia.
L’arrivo del treno
spezzò la notte
in un groviglio
di rottami.
Corpi sezionati
in laboratorio,
scarti per topi
senza fame.
Valigie sparse,
tracce di rossetto
sulla camicia bianca.
Urla di madri
all’abbaglio dei flash!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

ERA IL TEMPO di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

ERA IL TEMPO di Maria Rosa Oneto

Era il tempo dell’aurora e di fragole, umide di rugiada. Nel parco, ancora assonnato, camminavo scalza, facendo salire al cuore l’essenza vera della natura.
Nella chiara luce dell’alba, intrisa in una girandola di colori, leggevo il libro della vita. Le lacrime, i sorrisi, concimati di dolore e passione.
Stranamente, mi sentivo ancora bambina, nonostante qualche capello grigio e la pelle del viso a ragnatela.
Nella mia congenita solitudine, che nessuna genitorialità avrebbe potuto compensare, restavano Pinocchio e Geppetto; la Fata Turchina, la povera Cenerentola e la Carrozza a forma di zucca, variegata d’oro e d’argento.
La fantasia al potere, anche in età adulta, mi portava a sognare, a vedere nell’invisibile una realtà immaginaria, multi uso, modellabile come creta.
L’anima, alla quale spesso mi aggrappavo, restava: pulita, serafica, innocente. Non importava che fosse in un corpo imperfetto, disfatto, tradito da anni di brutture e maldicenze. Covavo dentro: la bellezza del creare e di quel sogno ideale, composto da tasselli cromatici, da suoni e parole, da
giochi d’allegoria e illusione. Il “Lupo cattivo”, “Cappuccetto Rosso”, erano personaggi che mettevano in rilievo il bene dal male. La “Principessa prigioniera in un castello fatato”, lo sforzo umano per raggiungere la meta agognata e godere di serenità e pace interiore.
Quante storie in un’unica storia, più volte riscritta e ripetuta. La bellezza della magia pulita, della vittoria dopo una sconfitta, del riscatto finale, intriso con briciole di pane. Luoghi dell’immaginazione e del non senso, che venivano percepiti e assaporati con infinito amore e con il piacere di dar sollievo alla mente. “Biancaneve e i Sette Nani”,dove compaiono l’invidia, la superbia e il concetto di sopraffazione. Il “Gatto con gli Stivali”, scritto con un linguaggio tipicamente romantico, si prendeva gioco della letteratura del tempo. La sua caratteristica, era quella di nascondere l’orrore, attraverso la comicità e l’ironia.
Al pari di “Barbablù”, che ritrae la vicenda del sanguinario uxoricida nell’immaginario collettivo e finì per essere associata alla figura del serial killer; quanto mai attuale ai nostri giorni. La morale, è quella di non disobbedire mai agli ordini del marito; se non vuoi ritrovarti in mille pezzi in una stanza segregata della casa, insieme alle altre ex consorti.
Il linguaggio metaforico, prettamente ludico, sociale o pedagogico, s’innesta nelle fiabe, dando una svolta anche alla vita reale.
Non a tutte le favole, però, era riservato il lieto fine del “vissero tutti, felici e contenti”; essendo quest’ultime, tratte da vecchi racconti popolari, dove primeggiavano: omicidi, infanticidi, situazioni di cannibalismo e abusi sessuali. In alcune versioni di “Cappuccetto Rosso”, essa, viene raccontata nell’atto di togliersi i vestiti, prima di essere mangiata dal Lupo. Un gesto che è stato metaforicamente associato allo strupro e alla violenza sessuale, come in “Hansel e Gretel”; dove la strega viene bruciata viva nel forno.
Nella dolcissima “Cenerentola”, le due sorellastre, pur di calzare la “scarpetta di vetro”, si tagliano – su consiglio della madre – un dito del piede. A svelare l’inganno, due colombelle che fanno notare al Principe, la copiosa fuoriuscita di sangue dalla scarpina.
La fiaba danese de “Il brutto anatroccolo”, viene spesso considerata un’allegoria delle difficoltà che sperimentano bambini e adolescenti durante la loro crescita. Serve a rinforzare l’autostima dei fanciulli, facendo loro accettare eventuali differenze che li dividono dal “gruppo” o, addirittura, ad essere fieri di tali “diversità” che potrebbero in realtà rivelarsi un dono. Se ne conclude che, nessuno mai dovrebbe essere rifiutato o emarginato come “diverso”. In quanto, a ben guardare, nessuno lo è.
Da questa vicenda, empatica e bene augurale, potrebbero ancor oggi, rinascere aspetti di solidarietà, comprensione e di uguaglianza reciproche. Senza classicismi, disparità ed inutili stereotipi che, appartengono al lato retrogrado dell’utopia e della malvagità umana.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice