“L’età dell’insicurezza- L’amore supera le barriere”(Edizioni Smasher) di Gabriella Midili (a cura di Sabrina Santamaria)

“L’età dell’insicurezza- L’amore supera le barriere”(Edizioni Smasher) di Gabriella Midili
(a cura di Sabrina Santamaria)

Il mondo interiore altrui è sempre un campo minato tracciato da una serie di labirinti contorti in cui non si trova una via d’uscita perché, in fondo, sforzarsi di giungere a una “via di scampo” è impossibile se, ormai, siamo entrati in empatia con la sensibilità che alberga nel cuore di un essere vivente; ciò accade, a maggior ragione, se ci apprestiamo a un libro, scritto per lo più da un autore che conosciamo di persona o sui social, avvertiremo sicuramente una responsabilità verso quest’ultimo, noi comprendiamo che quella persona ci sta regalando un frammento di se stesso e noi questi doni li conserviamo con cura per il loro valore inestimabile. Ho avvertito immediatamente di aver varcato una sfera “sacra” quando mi sono accostata a “L’età dell’insicurezza- L’amore supera le barriere” di Gabriella Midili, un’autrice che ha una grande determinazione e ambizione tanto è vero che mi ha esternato con vera passione la sua velleità a crescere letterariamente, ella è colei che brama pedissequamente quel salto di qualità, ovviamente col nostro talento possiamo continuare a crescere affinché ognuno di noi si evolva mediante le esperienze che sono il frutto del nostro impegno costante.

Gabriella Midili

Il romanzo di Gabriella Midili è, sicuramente, un flatus vocis di anime che all’unisono creano una sinfonia asincrona (per metà dell’opera) e perfettamente armoniosa alla fine della vicenda che non segue un ordine logico e cronologico infatti sono molteplici i flashback, le prolessi e le analessi nel testo; questi espedienti letterari fanno da corollario a una fatica letteraria “sudata”, “sofferta” e “satura” di emozioni. “L’età dell’insicurezza” è un mosaico costituito da tantissimi pezzi apparentemente scissi fra loro, però vi è un arcano, un punto cruciale in cui i lettori troveranno la chiave di lettura del romanzo. L’autrice e la voce narrante coincidono, il romanzo è anche autobiografico quindi la nostra scrittrice decide senza riserve di confidarsi con colui il quale deciderà di sfogliare le pagine del suo libro, forse solo per curiosità, la sua fiducia verso il probabile sconosciuto che la leggerà non ha confini e nemmeno barriere. Questo romanzo, fra l’altro, lo possiamo inquadrare sotto diverse chiavi interpretative e per certi aspetti mi è sembrato che si avvicinasse al genere giallo, ma in questo caso a investigare è il lettore il quale deve svelare il mistero dell’anima dell’autrice, un mistero fitto e intrigato, nemmeno la psicanalisi avrebbe trovato delle risposte razionali al suo caso, forse accettando che la sua storia è un enigma riusciamo a stabilire il fatidico patto narrativo con Gabriella Midili. L’originalità dell’opera risiede nel contatto, quasi tangibile, che la protagonista dei fatti raccontati, ha con la quarta dimensione; il suo anelito spira all’invisibile, al “paranormale” infatti si tratta di porgere l’occhio e l’orecchio a entità che non sono visibili all’occhio umano, come gli angeli custodi. Colei che narra crede nella voce interiore che la guida a compiere azioni sagge e virtuose che può essere intesa in una duplice veste o come coscienza che conferisce nuova linfa oppure come il Daimon o entità angelica che le sussurra sospiri ineffabili; è colui il quale la nostra chiama Maestro a divenire la contro-voce, quasi l’aiutante fiabesco direi o l’architrave portante delle nuove consapevolezze di Gabri (vezzeggiativo di Gabriella). Il romanzo si regge su tre pilastri ove alla base troviamo la protagonista e il Maestro e al vertice un personaggio di cui non farò menzione perché è la pietra miliare e sarebbe uno spoiler, colui sul quale si sorregge la trama introspettiva di questa storia che oltrepassa ogni confine possibile e immaginabile, chissà il mondo in cui viviamo noi forse è solo uno dei mondi possibili? Spetta a noi scoprirlo, intanto ci delizieremo leggendo “L’età dell’insicurezza” di Gabriella Midili.

Sabrina Santamaria
Fonte: http://www.sabrinasantamaria.it

Gabriella Midili

“In direzione ostinata e contraria – L’altra faccia di Scampia” di Davide Cerullo (a cura di Sabrina Santamaria)

“In direzione ostinata e contraria – L’altra faccia di Scampia” di Davide Cerullo
(a cura di Sabrina Santamaria)

Ho riflettuto parecchio sull’ostentato disagio socio-culturale di Scampia e mi sovvenivano la valle delle “ossa secche” di Ezechiele e la resurrezione di Lazzaro, le ossa divennero un esercito con corpo e anima e Lazzaro dopo giorni dalla sua morte uscì dal suo sepolcro quindi l’impossibile non si impadronisce di una sorte che ci sembra beffarda.
Nessuno di noi sceglie il luogo dove nascere e crescere. Sappiamo che le vicende della nostra vita si forgiano in base alle esperienze che hanno formato il nostro carattere. A volte immaginiamo modelli di infanzia impeccabili, un po’ al pari di “David Copperfield” di Charles Dickens, invece, la realtà quasi sempre si discosta da certi paradigmi che imperano nella nostra mente.

Davide Cerullo

Testimone verace è Davide Cerullo il quale può raccontare la sua infanzia e la sua adolescenza a dir poco idilliache, un autore da stimare e apprezzare, non solo per il suo stile narrativo, ma, anche per la sua storia che meriterebbe una produzione cinematografica dedicata interamente alla sua forza di riscatto e al suo coraggio, sicuramente Cerullo è un uomo pregevole e un grande esempio per i ragazzi di oggi infatti egli è la dimostrazione empirica di un cambiamento; cresciuto fra le strade di Scampia a Napoli, fin da piccolo è stato adottato dalle cosche mafiose del quartiere. Davide ha conosciuto un mondo spietato dove i soldi erano l’unico dio da venerare, poco importava se per possederli bisognava esercitare violenza su violenza, cattiveria su cattiveria, tuttavia pur immergendosi in quel lerciume riesce a emergere e a rinnegare quella sporcizia nel momento in cui il dono preponderante della parola umana e divina ha attraversato ogni meandro più oscuro della sua mente e del suo cuore.

Oggi Davide Cerullo è un grande scrittore e ha fondato un’associazione “L’albero delle storie” proprio a Scampia per aiutare i giovani a crescere nel modo più sano e equilibrato possibile, mi è capitato di osservare diverse foto dei bambini che giocano con gli animali, le attività di lettura e scrittura creativa che il nostro autore svolge sono davvero encomiabili. Il nuovo libro “In direzione ostinata e contraria- L’altra faccia di Scampia” riassume gli snodi salienti degli sforzi di Davide Cerullo uniti, fra l’altro, alle sue poesie riflessioni che compungono fortemente l’animo umano; l’intento del nostro poeta e scrittore è quello di costruire ponti invisibili sorretti dalle fondamenta della lealtà, genuinità, cultura e riflessioni di ampio respiro. Questa ultima pubblicazione è impreziosita da frasi e aforismi di autori che sono ricordati perché le loro opere sono dei classici della letteratura, Cerullo si definisce un “operaio della parola” e non un maestro, però, a mio parere, la letteratura come sangue nelle vene lo attraversa e non lascia scoperto nemmeno un brandello del suo corpo. Il titolo “In direzione ostinata e contraria- L’altra faccia di Scampia” sta a sottolineare che esiste una Scampia diversa da quella che ci rappresentano i social e da quella che noi immaginiamo, infatti chi non vive in un luogo non ha la reale percezione dello stesso fin quando non fa esperienza sul campo; i social ci mostrano solo una faccia dei quartieri di Napoli indicandoli velatamente con aggettivi periferie “malfamate”, “degradate e degradanti” e i residenti sono descritti in modo tale da farceli pensare “reietti”, “emarginati” e “dannati” martiri di un destino che ha già scelto per loro invece l’autore ci mostra un’altra “faccia” di Scampia quella che i perbenisti tendono ad adombrare tanto è vero che alle Vele abitano, pure, persone oneste, operai che non hanno risorse economiche, ma vorrebbero che i loro figli studiassero, quindi esiste una parte di Scampia laboriosa, pronta a crescere culturalmente e l’azione di Cerullo è volta a mettere in risalto questo aspetto per dar voce a tutti coloro i quali vertono in questa dimensione contraria, le Vele non sono mafia, morte e distruzione, c’è una percentuale della popolazione che prosegue una direzione opposta, e il poeta fornisce degli ottimi incentivi per questa ragione è stato anche definito da qualcuno un “mago”. Le sue riflessioni(racchiuse nel libro) hanno un impatto sociale di rilievo in quanto mettono in luce i meccanismi contorti di alcune menti politiche “ben pensanti” e ipocritamente “garantiste”, condividendo gli ideali della lotta non violenta svela l’assurdità di un provvedimento politico che vorrebbe abbattere le Vele, come se con la rimozione del “problema visibile” svanisse, di colpo, lo svantaggio socio-culturale, purtroppo, ancora presente a Scampia, invece la migliore arma è la cultura, ovvero la crescita intellettuale di una determinata area geo-politica, il vero obiettivo dovrebbe essere quello di promuovere la mobilità delle classi sociali. In alcune pagine del testo Davide Cerullo si smaterializza e prende sostanza l’humus delle Vele, man mano che mi inoltravo nella lettura, capitolo dopo capitolo, mi sembrava di respirare l’energia dell’autore il quale per alcuni attimi chiude gli occhi materiali del lettore e gli permette di scrutare l’orizzonte accompagnato dall’animo della speranza proprio per questo motivo chi descrive Scampia non deve mai restituire uno specchio che riflette la violenza, rappresentare e narrare la crudeltà sarà sempre un boomerang anzi trasmettere un certo stereotipo di alcuni quartieri genera cancrena nell’immaginario collettivo, ragion per cui la serie TV “Gomorra” è diseducativa e non fa germogliare i semi sparsi da alcune persone, come Davide, i quali stanno seminando con lacrime e insegnano ai giovani valori e contenuti sani, dunque riprodurre certi orrori non è socialmente propedeutico, bensì deleterio perché suggerisce ancor di più l’idea aberrante secondo la quale è convenevole l’esistenza degli “esclusi” vittime della violenza, forse, in fondo, tutto questo serve a mantenere lo status quo? E se il pratico inerte venisse smontato dalle radici probabilmente davvero tutti potrebbero avere uguali opportunità? D’altronde Don Milani lo diede a intendere che le istituzioni fanno “parti uguali” fra diseguali. Il “ruolo della vittima privilegiata” è un’altra malattia del nostro secolo e il nuovo saggio di Cerullo senza trucchi e inganni svela questi falsi miti; possiamo emanciparci da certe condizioni, nulla è immutabile, non esistono nettamente il carnefice colpevole da trucidare e la vittima da salvare, al di là di queste polarizzazioni dovremmo imparare a considerare l’essere umano come creatura, facente parte di un microcosmo e macrocosmo, entità agente, atta a evolversi e a plasmare l’ambiente circostante. Davide Cerullo è l’archetipo dell’agire intellettualmente scevro dagli obsoleti residui di una carcassa risorta.

Sabrina Santamaria
Fonte: http://www.sabrinasantamaria.it

Il poeta contro lo spleen: “Catene” di Antonio G. D’Errico e Donato Placido (a cura di Sabrina Santamaria)

Il poeta contro lo spleen: “Catene” di Antonio G. D’Errico e Donato Placido
(a cura di Sabrina Santamaria)

Note biografiche di Antonio G. D’Errico

Antonio Gerardo D’Errico è uno scrittore italiano, poeta e autore teatrale e cinematografico. Due volte vincitore del prestigioso Premio nazionale Grinzane Pavese. Ha scritto le biografie di grandi interpreti della musica d’autore italiana, da Eugenio Finardi a Pino Daniele, da Tony Cercola agli Alunni del Sole, al produttore di Mia Martini Peppe Ponti. Anche il leader del Partito Radicale, Marco Pannella, lo ha scelto come interlocutore sapiente per la scrittura del saggio politico dal titolo “Segnali di distensione”. Vanta collaborazioni con autori di fama internazionale, tra i quali il venezuelano Jorge Real, con cui ha realizzato il romanzo “Rapinatore per gioco”, ispirato alla vita del rapinatore gentiluomo Palo Pennacchione. Antonio Gerardo D’Errico ha consolidato un sodalizio artistico ultraventennale con Donato Placido, poeta e attore, fratello del noto regista e attore Michele Placido.
Antonio Gerardo e Donato hanno pubblicato come coautori romanzi di successo, come “Montalto”, fino all’ultimo respiro, dedicato all’agente di polizia penitenziaria ucciso a Trapani, vittima di un agguato mafioso.

La loro ultima pubblicazione è la raccolta poetica “Catene”, pubblicata da edizioni romane Ensemble.

Un titolo ossimorico: liberarsi dai vuoti esistenziali.
La poesia è un genere letterario che libera gli autori da stati d’animo malinconici o tristi. Esprimere versi è un’attività solipsistica nella maggior parte dei casi, però in alcune circostanze capita che due poeti siano sulla stessa lunghezza d’onda e, magari, cavalcando le medesime emozioni danno vita a una raccolta poetica scritta a quattro mani; “Catene”(edita da Ensemble) è uno di questi casi infatti Antonio G. D’Errico e Donato Placido hanno incrociato i loro sentieri poetici incrociandoli in questa pubblicazione di alto pregio letterario. Il titolo dell’opera è ossimorico tanto è vero che in ogni espressione alberga una ricerca profonda della libertà e della verità, due aneliti molto carenti in questa umanità becera e senza scrupoli. Nei versi dei nostri autori si percepisce un loro ancoraggio ai valori, ai ricordi che forniscono una carta di identità alla loro anima poetica. Il loro verseggiare è assorto e ogni lettore può affacciarsi al loro mondo interiore, a volte nostalgico e malinconico a volte rapito da sofferte riflessioni. Scrivere poesie è quasi sempre un traguardo raggiunto dopo la rielaborazione dei propri vissuti, i testi racchiusi in “Catene” non sono alogici o arazionali, sviscerano la sensibilità dei nostri autori insofferenti all’insensato vuoto esistenziale che ai è impadronito dell’uomo contemporaneo, per questa ragione ben fondata Antonio G. D’Errico e Donato Placido si impegnano a trasmettere ancora la bellezza dell’infinito e il desiderio di irrobustire le proprie ali per volare in quanto non si accontentano di essere come lo stormo “Buon appetito” che si ingozzava in riva al mare, la loro poesia traccia le coordinate che potrebbero aiutare i lettori a ritrovare se stessi, in fondo in “Catene” possiamo ritrovare il sogno di libertà che, forse, tutti noi avevamo perso.

Sabrina Santamaria

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Intervista all’autore Antonio G. D’Errico

S.S: Raccontaci del tuo primo incontro con la poesia…

A.G.D: L’incontro mi suggerisce un modo di essere e di comportarmi di fronte a qualcuno. Di fronte a qualcosa invece mi sembra di essere solo coi miei pensieri, con le mie azioni. Qualcosa mi stimola la riflessione, la conoscenza, il metodo, la verità o il suo contrario. La poesia mi è arrivata tra le mani fin da piccolo, e naturalmente tra i banchi di scuola. Era una poesia intrisa di spirito ottocentesco: Carducci, Berchet, De Amicis, Viviani, Di Giacomo, Manzoni. Con la crescita ho proceduto a ritroso, dal Settecento, poi l’Arcadia seicentesca, Sannazzaro, Metastasio, il Rinascimento, fino a Dante e Petrarca. Con la maturità sono ritornato al Novecento e ho scoperto un mondo di fascino, di pensieri e immagini vicini a quelli che si costruivano dentro e fuori di me. Ho conosciuto i paesaggi della Liguria grazie alle suggestioni poetiche di Montale, ho sentito l’aria della Grecia e della Sicilia nelle liriche di Quasimodo. Ho visitato il mondo seguendo le prospettive poetiche dei versi di Ungaretti, di Saba. Ma poi tutta la ribellione viscerale di Pasolini, la “noia” di Moravia. Ho letto Zanzotto, la poetica cristallina di Clemente Rebora, lo sguardo tra cielo e terra di Padre Maria Turoldo. Poi la fine di un mondo remoto e pieno di spirito mi ha posseduto anima e corpo: la mia terra di origine, le persone semplici e uniche della mia infanzia, la bellezza del canto che risuonava tra le stanze di quelle casette con le finestre sempre spalancate. La vita ha preso forma sentimentale, illuminandomi la vita. Più tardi l’esigenza di condividere quella bellezza col resto del mondo. La scrittura: la poesia, ma non solo.

S.S: Se dovessi dare una definizione di “poesia” quali enunciati useresti?

A.G.D: La realtà. Farei riferimento alla realtà, al vero. L’ispirato non ha valore, se non nelle favole dei bambini: dei bambini, non per i bambini. Nell’immagine della poesia ritorna l’eco della voce di quanti mi hanno fatto sperare una bellezza stando tra i banchi di scuola. Ritorna l’immagine eroica del poeta “artistiere” di Carducci. Ma poi prevale la delicatezza crepuscolare di Gozzano o la sonorità meravigliosa e palpabile con le mani prima che con lo sguardo di Andrea Zanzotto.

S.S: Il titolo della tua raccolta poetica “Catene” allude anche alla tua espressione di sentimenti che ti tengono ancora legato?

A.G.D: No, esprimo verità che liberano, che portano seco il fuoco del bisogno di libertà. La libertà è un concetto smarrito ormai, dopo l’attacco che ha subito da una società che vive di propaganda e revisionismo storico vuoti, privi di valori eterni. Il senso eterno della vita è riposto nell’ontologia della libertà, la ribellione di Kunta Kinte, il martirio scelto dagli innocenti, quello perpetrato ai danni di chi ha fatto dell’innocenza la sua vita.

S.S: Quali nuovi orizzonti la letteratura potrebbe disegnare?

A.G.D: Se la letteratura è asservita al piacere personale, all’interesse economico, come capita per certi che scrivono parole da leggere poi in televisione, nei programmi dove vengono invitati da amici e conoscenti dei padroni dei contenitori, non serve a niente e a nessuno, a parte a coloro che vivono per divertire un pubblico che segue gossip e calcio. Due grandi argomenti di interesse pubblico, profondi, intimi, dove l’anima trova elevazione e interesse speciale, dove l’urlo e la sfida sono l’esaltazione dei sensi vibranti di passione.

S.S: In quale arcano punto della tua esistenza si incontrano la tua passione per la musica e per la letteratura?

A.G.D: Potrei risponderti nei silenzi, dove ognuno può contemplare l’eternità. Per me, come ho detto prima, i silenzi più significativi sono stati quelli della mia infanzia, dove tutto ha preso forma e destino, compiutezza del germe vitale.

S.S: Quando scrivi quali sensazioni ti fanno dondolare fra altalene dei tuoi ricordi?

A.G.D: Quando scrivo niente mi fa dondolare. I ricordi, i pensieri, la meraviglia, la bellezza non sono parole consumate dall’uso spropositato di una società che non vive di certe profondità; ma ripete le cose dette da chi gioca in televisione a fare il menestrello. A me tocca il cuore la vita con i suoi dolori e i suoi slanci. Mi preoccupa e mi impensierisce la vita di chi si dispera per andare avanti, di chi dorme dentro un cartone sotto un muro di cemento della stazione. MI piace gioire della luce del giorno quando la vita si desta con una felicità nuova per tutti. I pochi non rappresentano nulla: rappresentano, appunto, il mancante, il privato di pienezza. Io sono affascinato dal pieno e dal tutto che accoglie, che tiene insieme.

S.S: Quali autori ti ispirano maggiormente e, in particolare, quali testi?

A.G.D: “Non sempre il tempo la beltà cancella/ O la sfioran lacrime ed affanni/ Mia madre ha sessant’anni/ E più la guardo, più mi sembra bella”. Èuna strofa di De Amicis, nella poesia che dedica a sua madre, dal titolo perfetto e semplice: A mia madre. A me non piace la retorica, pallida di vissuto, ma mi commuove la verità. L’Iliade e la Divina Commedia, la Bibbia sono rivelazioni del divino che prende forma di racconto, di visione etica e morale. Tra gli autori che mi hanno sorpreso nomino Tommaso Landolfi, il suo romanzo breve: Ottavio di Saint-Vincent. Ha saputo investigare verità con un pensiero leggerissimo. Usando uno stile diverso, ha detto verità come ha fatto Pirandello in ogni ambito di dominio della parola.

S.S: Ti sei mai rallegrato allo spuntar di una tiepida alba?

A.G.D: Non mi rallegro facilmente, soprattutto per niente del genere. Mi meraviglia sicuramente il moto della terra, l’infinito, le stelle, il sole. Mi fanno pensare. Una volta guardando il cielo stellato non ho pensato a Kant, tanto parodiato di questi tempi, ma ho scoperto la verità del logos di Pitagora. È stata una scoperta sorprendente: ero in campagna, disteso in mezzo all’erba, sopra una collina. Mio papà stava arando col trattore in una piana di terra posta sotto la collina. Poco prima del tramonto del sole, con la prima stella che si è illuminata giusto sopra la mia testa, mi è sembrato quasi di poterla toccare, poi si è accesa una seconda stella, poi la terza, seguite da tutte le altre. In un attimo mi è comparso l’universo in quell’immagine del cielo completamente buio, le profondità del quale erano descritte dalle luci delle stelle. Quel moto di apparenze e di assenze mi ha rivelato la filosofia misterica di Pitagora. È bastato uno sguardo per capire quanto dai libri avevo appena scorto come parole messe una dietro l’altra.

S.S: Che ruolo hanno i poeti nella contemporaneità?

A.G.D: Hanno il ruolo che hanno tutte le persone. Spero per loro che vivano bene, in pace con tutti ma pronti a perdere la vita per la verità. Ci sono stati martiri di grande passione nella storia, tra cui persone che in carcere hanno scritto pagine di una bellezza struggente, da Silvio Pellico a Gramsci. Santa Maria Goretti ha preferito la morte davanti alla violenza di chi voleva abusare del suo corpo e della sua anima votata a Dio. Padre Kolbe, deportato in guerra ad Auschwitz, chiese di essere fucilato al posto di un condannato a morte, giovane e padre di famiglia. Altri filantropi durante guerra hanno salvato centinaia di vite umane: Perlasca, Schindler. La storia è piena di esempi di vite valorose. Ci sono vite valorose che passano sotto i nostri occhi ogni giorno, vite invisibili, ma di grande rispetto. I poeti facciano la loro part come tutti coloro che saranno ricordati per le loro scelte coraggiose e imprescindibili da ogni calcolo, ogni interesse velleitario.

S.S: Il candore della luna ti sussurra dei versi?

A.G.D: Ogni cosa mi ispira un moto dell’anima e della mente. Ma ciò che è stato già oggetto di ispirazione per qualcun altro che ha meravigliosamente cantato Alla luna non mi induce a fare nulla del genere. Vorrei cantare le stelle ma i Salmi sono un inno solenne alla bellezza di quelle luci del creato. Allora scrivo quando sento che le mie parole possano creare un moto nuovo che preservi la vita, la protegga, la elevi. La vita, che è dimensione dell’anima rinnovata da propositi non consumati dal tempo e dalle mode, è l’unica bellezza, necessità e verità che mi interessa sopra ogni altro desiderio, piacere, sentimento ideale. Non rifuggo la realtà quanto mi siedo al tavolo per scrivere, ma la realtà mi insegna, mi guida e mi suggerisce le parole che danno valore dal principio alla fine al mio modo di essere, di dire, di fare, di sentire.

(Intervista rilasciata dall’autore Antonio G. D’Errico a Sabrina Santamaria)

Il superuomo satirico-grottesco: “Dio è in mutua. Posso aiutarti?” di Domenico Garofalo (a cura di Sabrina Santamaria)

Il superuomo satirico-grottesco: “Dio è in mutua. Posso aiutarti?” di Domenico Garofalo
(a cura di Sabrina Santamaria)

Nella società post-moderna le certezze che imperavano nel periodo della modernità si sono sfaldate. I nostri valori si sbriciolano e rimangono solamente lontani ricordi nei tempi passati quando da bambini recitavamo la preghiera a scuola e i crocifissi in aula costituivano parte integrante e imprescindibile dello scenario scolastico italiano(a differenza di questi ultimi anni in cui si discuteva di “togliere i crocifissi dalle aule”). Lyotard, in quanto studioso dei fenomeni sociali, ha tante volte disquisito su questa imperante disgregazione dei valori come l’amore, la famiglia, la religione concentrando la sua riflessione sulla “fine delle grandi narrazioni”, la morte delle ideologie e il crollo dei valori che comportano la crisi esistenziale dell’uomo contemporaneo; su questi fattori socio-culturali hanno anche influito la globalizzazione, la glocalizzazione, il multiculturalismo e la multietnicità, in particolare, questi due ultimi aspetti ridanno un nuovo volto alla concezione teologica dell’uomo tanto è vero che in questi ultimi due decenni l’ecumenismo ha fatto breccia a livello internazionale. La fede in Dio può aiutare l’uomo contemporaneo? Anche in situazioni difficili come quelle che stiamo vivendo in questo complesso periodo storico? Oppure davvero Dio è disimpegnato e anche Lui appare distante, ormai, distante da noi? Suscita molti interrogativi l’opera “Dio è in mutua. Posso aiutarti?”, appartiene a un genere letterario innovativo, in quanto non è poesia, ma narrativa, però, allo stesso tempo non è un romanzo e nemmeno una raccolta di racconti o novelle infatti è vengono messi insieme micro episodi che descrivono situazioni che tutti noi viviamo come una giornata lavorativa o la fila alla cassa del supermercato. L’autore prova in modo provocatorio e grottesco a sostituirsi a Dio e cerca di fare dei comici tentavi per tendere la mano ai lettori i quali, anche loro, patiscono questa “assenza” contemporanea di certezze ove le problematiche morali ed economiche aumentano in modo algoritmico ed esponenziale, quasi a macchia d’olio, direi. L’uomo del XXI° secolo avverte lo spaesamento dell’Io giacché se i principi etico-morali in cui credevamo fermamente si sono “liquefatti” e disfatti allora l’essere umano su quale punto cardine dovrebbe concentrare il suo fulcro di credenze? Tuttavia sta emergendo il modello americano del self made man cioè ogni persona crede fermamente di essere imprenditrice della propria stessa vita, secondo questa convinzione ogni uomo o donna non deve assolutamente far leva sull’eterogeneità del corpo sociale quindi tutti appaiono autocentrati e appiattiti in una sorta di nichilismo del proprio esistere. Garofalo è uno scrittore ad ampio respiro che fonda la sua attività letteraria su diversi generi e stili, soprattutto cura molto la forma e i contenuti affrontano tematiche svariate e variegate affinché ogni suo libro possa essere originale e mai una “copia della copia” platonica. In “Dio è in mutua. Posso aiutarti?” il testo è denso di satira che funge, non solo da intrattenimento per i lettori, ma costituisce uno snodo riflessivo rilevante per coloro i quali si accingono a questa opera letteraria ovvero Domenico Garofalo è come se chiedesse ai suoi probabili interlocutori un “tacito” parere su questa presunta inoperatività del Padre Buono, ogni persona potrebbe rispondere con una sua verità secondo il suo vissuto e la sua esperienza: “Adesso siamo diventati atei, la religione è un fatto privato”, “Dio ancora agisce, però siamo noi che ci siamo allontanati da Lui”, “Dio non esiste! È la fantasia umana che vuole trovare una verità rivelata”, “Signore perdona l’autore che ha scritto questa eresia, il suo testo sia anatema!”; riguardo a questa ipotetica affermazione l’autore stesso potrebbe rispondere che nel testo è racchiusa una grande provocazione che egli nasconde tra le righe perché concentrandoci attentamente sulla narrazione ci accorgiamo che i suoi sono tentativi grotteschi, l’autore, in realtà, svela la pochezza dell’essere umano che si erge a esperto conoscitore di teorie indipendente e intraprendente dunque Garofalo getta un sasso e ritrae la mano quasi a volerci suggerire, siamo davvero capaci e autosufficienti per come crediamo di essere o è una presunzione che noi ostentiamo con baldanza e dimentichiamo la nostra fallacia nell’agire, in fondo siamo solo infinitesimi punti nell’universo e non siamo certo onnipotenti allora in vista di questa riflessione ci accorgiamo che non abbiamo la facoltà di fare le veci di Dio altrimenti diverremmo grotteschi, come nel caso dell’autore, ma egli è un filtro, uno specchio che ci restituisce l’immagine di noi stessi, in molte circostanze senza renderci conto ci sopravvalutiamo sentendoci dei superuomini che sono giunti a riscrivere i valori; il nostro autore stuzzica e solletica i pensieri dell’immaginario collettivo avvalendosi del suo umorismo, di certo la comicità si cristallizza a livelli troppo superficiali, come, appunto, Pirandello ribadiva nel suo saggio “L’umorismo” risalente al 1908, questo elemento narrativo(l’umorismo) dà sapidità all’ordito intessuto con ottimi artifici, per certi versi è come se egli riscrivesse in termini satirici il saggio nietzschiano “E così parlò Zarathustra” anche in questo celeberrimo testo filosofico Zarathustra discute sulla morte di Dio, il cristianesimo è la “religione dei deboli” e l’uomo deve evolversi e divenire un oltre-uomo, un superuomo; ecco da questi assunti filosofici sono disseminati in “Dio è in mutua. Posso aiutarti?”, è l’esasperazione all’ennesima potenza di “Parole sporche”, in cui la voce narrante veste i panni di un post-moderno Zarathustra, egli è colui che sente di possedere la sicurezza in se stesso, indipendente e si prodiga, con un gesto di finto moralismo, di aiutare gli altri, forse implicitamente è un dare/chiedere il conforto altrui, trionferà in questa azzardata impresa o brancolerà nel buio? Al di là se il nostro eroe contemporaneo riesca nella sua missione egli, comunque, strapperà un sorriso o una risata ai suoi lettori e li renderà “pecore nere” guarendoli dal “qualunquismo”, una grave cancrena attuale che colpisce senza esclusione di colpi ossia il male comune che offusca la mente umana ottundendola.
“Poi prendo il caffè, con poco zucchero, sempre schiumato, sorrido, e lascio le ciabatte, metto la cravatta, scendo in strada. Non ricordo mai dove ho parcheggiato l’auto.” (“Dio è in mutua. Posso aiutarti?” di Domenico Garofalo)

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Sabrina Santamaria

Recensione edita nel sito: http://www.sabrinasantamaria.it

L’intervista a Eddy Lovaglio (di Sabrina Santamaria)

Biografia dell’ autrice Eddy Lovaglio

Eddy Lovaglio

Giornalista, scrittrice, regista di opera lirica.
Amante soprattutto del racconto di altrui vite, ha pubblicato nel 2002 la prima biografia italiana sul tenore italo-americano Mario Lanza, “Mario Lanza, una voce un artista” (edito da Azzali Editori), per la quale è stata ospite in diversi programmi Rai (TG Due dossier, “Ci vediamo in TV” con Paolo Limiti, rubriche su Rai International) oltre a Sky canale 906, BBC e Cultural Channel della TV Nazionale Russa.
Nel 2003 ha collaborato al libro sul “Parmigianino” di Vittorio Sgarbi, nell’ambito degli eventi celebrativi dei 500 anni dalla nascita dell’artista, ed ha vinto la XI° edizione del Premio Italia Letteraria con il romanzo a sfondo storico dal titolo “Un grido dal lager” (edito da Luna Editore).
Ha collaborato alla serie di libri “Parma di una volta” di Tiziano Marcheselli, in allegato alla “Gazzetta di Parma”.
Nel 2006, all’ Università di Binghamton, N.Y., Usa, ha tenuto una conferenza su Giuseppe Verdi.
Il 28 ottobre 2006, a Roma, riceve il Premio Athanòr per la “Saggistica”.
Nel 2007 ha pubblicato la biografia sul tenore Rinaldo Pelizzoni (edito da Azzali editori) e nel febbraio 2008 ha pubblicato il libro su Renata Tebaldi (edito da Azzali Editori).
Nel 2009 ha pubblicato per il Comune di Parma il libro “Valerio Zurlini, protagonista discreto”, dedicato al noto regista scomparso.
Diversi sono i suoi scritti inclusi in libri di altri autori, sia di saggistica e sia di poesia.
Dal 2009 al 2018 è stata co-direttore di due testate editoriali (Parma Anni 2000 e New Parma) ed ha scritto per altre testate giornalistiche.
Nel 2020 pubblica il romanzo psicologico “Se questo è amore”, in formato ebook e cartaceo.
Di prossima pubblica il saggio sulla voce lirica dal titolo: “Non si canta con le corde vocali”.

La Fenice Kierkegaardiana

La letteratura di tutti i secoli è sempre stata in stretta relazione con l’amore; i sentimenti sono stati un tema privilegiato dell’arte, della poesia e della prosa. L’Eros assume varie forme e sfumature, in particolare nel romanzo “Se questo è amore” di Eddy Lovaglio la passione non acceca l’anima, ma è fuoco purificatore e catartico. La protagonista, Sara, si forgia e diviene “domina”, cioè “signora del cuore” di Marcello, un regista ambito da molte donne. È un romanzo che scardina molti stereotipi ad esempio il mito della donna affascinante, perfetta, però “oca”; Sarà è una modella la quale ha una grande capacità intellettiva, ella è colei che scruta la realtà a fondo, cercando di non tralasciare nessun punto di vista, le sue doti attireranno Marcello. L’autrice è stata capace di scrivere un libro che incuriosisce ogni target di lettori, una narrazione breve e intensa, accattivante e passionale; non è un banale romanzo rosa in quanto mette in luce la storia di una rinascita interiore, di una creatura che cresce in divenire scoprendo se stessa con la consapevolezza di una creatura umana che in primis sceglie se stessa in un’ottica Kierkegaardiana e la nostra protagonista risorge dalle sue ceneri.

Sabrina Santamaria

Intervista a Eddy Lovaglio

S.S: Quanta rilevanza ha per te la letteratura?

E.L: È come chiedere al fornaio se gli piace il pane. Il valore della parola e della scrittura fa parte della mia vita, fin dai tempi di scuola ho sempre detestato la matematica e amato le materie umanistiche. I libri sono fonte essenziale del nostro sapere, è un vero peccato che l’Italia sia fra gli ultimi posti in classifica come percentuale di lettori. La poesia del giorno d’oggi è un sms, la letteratura è uno scritto su facebook. Molto triste. L’editoria è arrivata a sposare l’informatica con l’invenzione dell’ebook, il libro in formato elettronico che si può leggere da un cellulare o da un ipod. Ci sono tutti gli strumenti, dunque, per poter godere di una buona lettura ed accrescere il proprio bagaglio culturale, oltre che ricreativo. Il mio consiglio è di leggere molto, spesso i novelli scrittori si improvvisano nello scrivere leggendo poco. Così abbiamo più scrittori che lettori.

S.S: Quali emozioni provi quando scrivi?

E.L: La scrittura per me è naturale come andare in bicicletta, quando hai provato le brezze di pedalare con l’aria che ti accarezza i capelli non ti fermeresti più. E’ da sempre una delle mie più grandi passioni anche se la vita mi ha portato su altri percorsi lavorativi e quindi non sempre ho la possibilità di dedicarmi alla scrittura. Ciò richiede tempo e serenità per poterlo fare. Non sempre è possibile, si rischia di diventare asociali perché quando sei sul pezzo ti chiudi in casa a scrivere e tagli il mondo fuori dalla porta. Quando posso dedicarmi alla scrittura certamente il mio spirito ne trae giovamento. Il lockdown, ad esempio, per me è stato motivo di trasformare una drammatica necessità in una opportunità.

S.S: In quale momento del tuo percorso esistenziale hai cominciato a scrivere?

E.L: Direi fin da quando alle elementari mi hanno insegnato a scrivere. Ma ringrazierò sempre il mio professore di italiano alle superiori che con la nostra classe aveva istituito il “Giornalino della scuola” con riunioni di redazione e noi giovani, e improvvisati, giornalisti in erba. E’ stato un esperimento scolare che ha incentivato la mia passione per la scrittura e mi ha fatto diventare, poi, nella vita, giornalista.

S.S: Da quale ispirazione nasce il tuo romanzo “Se questo è amore”? Quanto c’è di realmente vissuto nella vicenda del romanzo?

E.L: Questo romanzo è il prodotto del lockdown e vuole essere lo specchio della società. Cambiano le mode e i costumi, cambia la tecnologia, ma non cambia l’animo umano. Perciò la storia di questo romanzo, pur trattando della relazione fra un uomo e una donna, ha diversi livelli di lettura ed è al servizio di un concetto allegorico. Io detesto le autobiografie quindi non potrei mai scrivere nulla del genere. Però quando si scrive si ha l’obbligo di offrire al lettore un’aderenza alla realtà affinché si possa risultare credibili e quindi coinvolgere il lettore, perciò sarebbe auspicabile scrivere di ciò che si conosce specialmente in merito ai luoghi o alle situazioni in cui si vuole ambientare la storia. La musica, ad esempio, fa parte della mia vita e in ogni mio libro c’è una citazione di questo tipo, ad esempio. Poi in una qualsivoglia vicenda l’autore inserisce i suoi pensieri e le sue riflessioni, queste fanno parte certamente del suo vissuto.

S.S: La protagonista del libro, Sara, ti rispecchia per certi aspetti?

E.L: L’altro livello di lettura di questo libro, oltre a quello allegorico e metaforico, è l’esigenza introspettiva dei personaggi e la ricerca del sé Siddarthiano, la formazione di una personalità, soprattutto arrivare a costruire il “mito di se stessi”: l’opera d’arte finale. Le mie riflessioni su questo rispecchiano di più le parole dei dialoghi del protagonista maschile e non quelli della protagonista femminile.

S.S: “Se questo è amore” narra, oltre che una storia d’amore, anche la rinascita di una donna in quanto cambia vita oppure perché alla fine opta per una scelta ben precisa, seppur dolorosa?

E.L: La vicenda narra di scelte coraggiose perché spesso controcorrente. Ogni scelta dunque può essere una rinascita perché diventa spronante per l’individuo mettersi alla prova e non adagiarsi a vivere e basta. Perciò secondo una chiave di lettura le scelte della protagonista equivalgono alla costruzione della sua personalità, secondo l’altra chiave di lettura equivalgono a prove da superare per raggiungere la simbolica vetta della piramide.

S.S: Nell’incipit della tua prosa tu compi un parallelismo fra la storia di Marcello e Sara con l’ “Esodo” in particolare con la creazione del vitello d’oro e la conseguente ribellione del popolo ebraico; questo esempio mette a nudo l’animo umano che, nei secoli, è sempre stato corrotto in quanto bada a ciò che è visibile?

E.L: Esattamente così. Come dicevo prima, l’animo umano non cambia. L’attesa è anch’essa una di quelle prove di cui parlavo prima e può generare ribellione. La prefazione al romanzo è dunque la metafora che vuole dare il senso della vicenda che si va a narrare. In questo caso sarà il lettore a valutare quale sia la scelta migliore, se a valle o sulla vetta della montagna. Specialmente nella società attuale. La felicità è cosa del tutto personale e ognuno la deve trovare dentro di sé, ma non prima di avere avuto la capacità di comprendere determinate cose che fanno parte di un percorso individuale.

S.S: Quale relazione esiste fra “poesia” e “amore”?

E.L: L’amore è poesia e quindi è la relazione per antonomasia, ma se dovessi associare un poeta all’amore sceglierei Arthur Rimbaud, il poeta maledetto, anima irrequieta e sovversiva che ruppe i canoni convenzionali della letteratura dell’Ottocento. L’amore in fondo rende l’anima irrequieta. L’amore romantico è pura illusione, oggi ad esempio le cronache abbondano più dell’amore criminale e non di quello puramente sentimentale che è divenuto soltanto utopia. Quale metafora o archetipo mette ben in luce l’idea del “divenire”?
L’essere umano è l’animale pensante che più si avvicina all’archetipo che subisce via via delle trasformazioni, elevando il suo intelletto e divenendo così il più grande esperimento del pianeta terra.

S.S: In futuro come sorprenderai i tuoi lettori?

E.L: Di prossima pubblicazione il mio libro sulla voce lirica dal titolo “Non si canta con le corde vocali”, giusto per rimanere in tema con un’altra materia che caratterizza la mia vita e cioè la musica. Ma se dobbiamo parlare di “sorpresa” i lettori dovranno attendere l’uscita del libro successivo che sarà un giallo/poliziesco e sarà il primo della serie “Squadra Speciale Vi.D”.

Intervista rilasciata dall’autrice Eddy Lovaglio a Sabrina Santamaria
Articolo edito nel sito http://www.sabrinasantamaria.it

L’inno ai miti partenopei: “Suoni del Sud-La musica tra i vicoli di Napoli” di Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti (a cura di Sabrina Santamaria)

L’inno ai miti partenopei: “Suoni del Sud-La musica tra i vicoli di Napoli” di Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti
(a cura di Sabrina Santamaria)L’amore per la musica ha sempre accomunato tantissime generazioni; spesso, può capitare che i giovani si appassionino a generi di musica di altri tempi, infatti alcuni cantanti, per via della qualità del loro stile e per i contenuti delle loro canzoni, sono riusciti a rimanere nella cresta dell’onda, ne possiamo citare alcuni come Zucchero, Celentano, Morandi, fra quelli scomparsi anche De André è un mito che attira molte leve giovanili. Il romanzo “I suoni del Sud- La musica tra i vicoli di Napoli” Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti è un inno alla musica, all’arte, anche all’amicizia. È una prosa che racconta le esperienze di un direttore artistico che rende tributo e merito alla musica napoletana degli anni ’70, ’80, ’90 e del decennio che stiamo ancora vivendo. Peppe Ponti, grazie la sua umiltà, la sua genuinità ha saputo scalare tantissime vette giungendo piano piano al successo; ha collaborato con tantissimi artisti validi come Murolo, Mia Martini, Zurzolo, Gragnaniello e tantissimi altri cantanti che hanno fatto la storia della musica partenopea. Lo stile del romanzo è molto leggero, scorrevole e rilassante, coinvolge il lettore nelle avventure di Peppe Ponti anche perché tre le pagine di questo entusiasmante romanzo trasuda la passione con la quale gli autori, in particolare la voce narrante Peppe Ponti, hanno narrato queste grandi esperienze. Il primo capitolo inizia con le vicende autobiografiche del protagonista, la storia familiare e le sue condizioni sociali molto modeste poi col proseguire dei capitoli l’andamento narrativo diventa più ritmico come la voce narrante stesse suonando uno strumento, tanto è vero che prima l’atmosfera è incantata, trasognata e nostalgica di vecchi tempi andati, man mano il ritmo narrativo diviene più veloce, quasi a suggerire l’idea del movimento ai lettori; credo che questa sia una scelta consapevole dei nostri autori per accordare la narrazione, gli stili musicali dei vari decenni e la vita stessa del direttore artistico che si evolve divenendo più frenetica fra i vari impegni che aumentano e progrediscono grazie all’arte musicale. Sicuramente il Sud Italia è immaginato da tutti come un luogo magico, surreale e sublime, caratterizzato da paesaggi di mare suggestivi, insomma una nicchia di mondo che conduce alle porte dei sogni. La musica dei cantanti del Sud Italia ha proprio queste caratteristiche, coloro i quali ascoltano volano fra i meandri dell’infinito ed entrano in una dimensione intima, pura e onirica. Nel romanzo vi sono, fra l’altro, degli spunti comici e divertenti ad esempio quando alcuni fans o i vigili urbani hanno creduto che Peppe Ponti fosse il cantante Tony Esposito oppure la paura di Mia Martini di affrontare i suoi viaggi con qualcuno che potesse essere definito “inaffidabile”, uno degli obiettivi del romanzo è quello di mettere in luce l’umanità e la simpatia di molti artisti al di là del loro talento. Peppe Ponti è stato capace di mediare con tutti gli artisti che si sono messi innanzi il suo cammino, ottenendo traguardi strepitosi come la collaborazione con Rai Trade di Dino Piretti oppure il lavoro impegnativo e soddisfacente della direzione dell’Orchestra italiana; le esperienze di questo direttore artistico non sono narrate con vanto o con vanagloria, non si intravede alcun velo di superbia o finta modestia fra le pagine di questo libro. Gli autori hanno voluto commemorare il ricordo di alcuni artisti, molti fra i quali sono scomparsi. “Suoni del Sud” potrebbe essere un monito a non dimenticare i “grandi” che ci hanno lasciato un segno nella storia, quindi questo romanzo è una narrazione autobiografica che ricalca le orme dei grandi artisti che ci hanno regalato delle emozioni e che sono stati un mito in quanto Peppe Ponti si posiziona sempre un passo indietro rispetto ai cantanti napoletani dei quali egli descrive il loro talento musicale e la loro indole che, in molti casi, riesce a trovare un’armonia con l’animo nobile del direttore artistico. La spontaneità, si lega ai non artefatti ritmi e ai suoni del Sud, è un’altra linea guida fondamentale che alberga in alcune espressioni, spesso gergali e dialettali, la voce narrante non ha un lessico colto e nemmeno troppo elevato; il lessico è colloquiale come se chi narra stesse raccontando la sua storia vis-à-vis e non mediante un canale cartaceo che potrebbe leggere chiunque. Gli autori hanno deciso di percorrere un entourage di elevata importanza, si sono impegnati per portare avanti la mémoire di canzoni che rappresenteranno sempre un mito per noi tutti, basti pensare a “Cu’ mme” di Roberto Murolo e Mia Martina, un capolavoro apprezzato da tutte le generazioni. Gli uomini senza arte di pregio rischiano di dimenticare il senso più intimo e vero della bellezza, è il nostro compito tenere viva la memoria di grandi artisti, sia in ambito musicale, sia in ambito letterario, artistico, teatrale e cinematografico. Ogni tipo di arte migliora l’uomo, lo nobilita e lo eleva alle essenze spirituali dell’uomo, l’eccessiva reificazione mortifica la nostra esistenza a un’oggettivazione troppo rude e fine a se stessa dunque alla luce di queste riflessioni apprezziamo e comprendiamo lo sforzo immane dei nostri autori che in “Suoni del Sud” hanno voluto infondere un testamento d’onore alla musica del Sud e ai suoi artisti che l’hanno rappresentata quindi quest’ultimi sono un’eredità per i nostri giovani e per i posteri affinché non si prosciughi questa acqua nei serbatoi della nostra creatività e fantasia, soprattutto il Sud ha avuto e avrà molti talenti, noi dobbiamo saperli valorizzare e su questa lunghezza d’onda Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti agiscono perché credono negli ideali della loro passione: la musica.

Sabrina Santamaria

La prosa sensuale di Fabio Adso Da Melk: “La fermata dell’autobus e altri racconti” (a cura Sabrina Santamaria)

La prosa sensuale di Fabio Adso Da Melk: “La fermata dell’autobus e altri racconti” (a cura Sabrina Santamaria)

La narrazione è un filtro che si impregna di contenuti che la nostra società, spesso, veicola; lo scrittore e l’artista esprimono con veemenza i disagi socio-culturali e molti casi, nel corso dei secoli, l’artista “maledetto” o fuori dagli schemi veniva tacciato di immoralità o di follia, ne abbiamo chiari esempi nella storia: Caravaggio, Torquato Tasso, Hölderlin, Vincent Van Gogh, Wilde, Pasolini e tanti altri autori i quali, tutt’oggi, gli studenti approfondiscono le loro opere. Nella letteratura contemporanea, anche inconsciamente, noi lettori tracciamo una linea di demarcazione fra ciò che, a nostro parere, potrebbe essere definita cultura alta e cultura bassa come se alcune tematiche o argomenti avessero una priorità rispetto ad altri, ma forse questo è un errore? Nel fare questa considerazione probabilmente scadiamo in un giudizio di valore? Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una evoluzione della letteratura infatti i contenuti dei romanzi descrivono molto di più il disagio giovanile e i cambiamenti che si verificano all’interno delle famiglie, basti pensare che le coppie che decidono di sposarsi diminuiscono sempre di più e stanno aumentando esponenzialmente i numeri di persone omosessuali che si uniscono per abitare sotto lo stesso tetto. “La fermata dell’autobus e altri racconti” di Fabio Adso Da Melk è un’antologia costituita da dieci racconti carica di questo speculum letterarium in cui l’autore si dissolve e si trasforma in altro da sé; la sua identità riesce a mettersi da parte per far emergere le vicende dei suoi personaggi che desiderano essere “raccontati”, essi spasimano, ansimano in quanto anelano ad avere uno spazio, anche virtuale, in cui possano essere autenticamente se stessi tuttavia l’encomiabile sforzo dell’autore, il quale è onnisciente, non è vano, ma non è mai del tutto esaustivo perché, ho sempre amato credere da lettrice incallita, che i protagonisti delle vicende che noi raccontiamo diventano materia e sostanza “altre” e hanno un’anima che non è quella del loro autore, detto in altri termini i personaggi assumono forme che non sempre sono quelle dello scrittore; potrei azzardare dicendo che un libro che noi scriviamo è simile a un figlio che partoriamo, egli proviene da noi, ma non sarà mai tale e quale al suo creatore! Fabio Adso Da Melk attraverso sapienti artifici di straniamento diviene la voce narrante di diverse prose in cui i protagonisti vivono la loro sfera intima e privata in un’atmosfera disincantata; i loro inconsci passionali ed erotici urlano in un’epopea in cui l’erotismo fagocita e sembra volesse annientare l’essere umano reso a oggetto delle passioni carnali che prova, ma nel provare intensamente un’emozione sia un uomo sia una donna sono, in ogni caso, perdenti? Anche in queste considerazioni potrebbero entrare in gioco forti implicazioni di carattere morale però il nostro autore non intende suscitare disquisizioni di tal riguardo infatti fra le sue intenzioni vi è certamente il proposito di far vivere intensamente i suoi eroi che si barcamenano nella società liquida in cui siamo immersi volenti o nolenti; per Fabio Adso Da Melk non esistono “buoni” o “cattivi” libri così come non si possono annoverare fra le storie narrate quelle “morali” e quelle “immorali”, sulla scia dell’aforisma di Oscar Wilde, egli, come una seduta psicanalitica, partorisce delle vicende in cui uomini e donne, usando un’espressione freudiana, vivono a trecentosessanta gradi il disagio della civiltà. La rigidità delle regole, degli schemi prestabiliti e delle strutture e sovrastrutture di pensiero appesantiscono l’infermiera ligia al dovere lavorativo e matrimoniale la quale poi devierà dalla routine quotidiana, nel racconto “Infermiera di notte” a predominare è l’incanto notturno di una notte eterna nella memoria che ha regalato emozioni che durano una vita intera, in “Principe azzurro” l’insegnante privato non ha più un’intesa emotiva e sentimentale con il suo partner e per questa ragione la cinquantenne con la forza della sua immaginazione entra in un regno fantastico in cui crea una sorta di teletrasporto fra il regno e la terra, anche in questa circostanza il fulcro dei desideri si riversa sempre sul proibito, su ciò che molti definirebbero, oltre inusuale e anormale, fuori da ogni logica del buonsenso perfino in “Relazione aperta” predomina questo leitmotiv tanto è vero che Marco e Jessica agli occhi dei molti sono considerati una coppia che sta insieme solo carnalmente senza un profondo sentimento che li unisce giacché nell’immaginario collettivo il pizzico di gelosia e di possessività è un elemento propedeutico a dimostrare l’amore. La sfera intima prevale in ogni racconto, sebbene sia onnipresente una sorta di libertinaggio sessuale, se vogliamo aggettivarlo come tale, ci accorgiamo che c’è un’ossimorica relazione fra i modi a volte sfrontati dei personaggi sempre aperti nelle loro esclamazioni rispetto ai contesti prevalentemente chiusi, gli spazi sono spesso quelli delle mura domestiche; in ogni capitolo vi è ricerca spasmodica di liberi costumi per abbracciare uno stile di vita fuori dai generis, tuttavia è il protagonista di questa antologia è l’Eros scrutato da quasi tutti i possibili punti di vista; è questi come personificazione un comune denominatore. L’atmosfera è onirica e surreale, una chiara scelta letteraria per donare una sensazione mista fra sogno e realtà. Fabio Adso Da Melk scardina ogni piano teologico della fisicità(il suo stile assomiglia molto a quello del romanzo “Paolo il caldo” di Brancati) per giungere a molteplici traguardi teleologici, in tal senso l’autore parte da Orfeo per percorrere i sentieri di un Eros che si erge a un’ontologia archetipica che non rinuncia alla piena sua esplicitazione.

Sabrina Santamaria

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Immagine tratta dal racconto “Il Tronco”

La saggistica soave: “Amore e morte nel melodramma dell’800” di Martina Ferrarini (a cura di Sabrina Santamaria)

La saggistica soave: “Amore e morte nel melodramma dell’800” di Martina Ferrarini

“Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come il regno dei morti è la passione:
le sue vampe sono vampe di fuoco,
una fiamma divina!

Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo.”

Cit. tratta da “Cantico dei cantici”, cap 8,6-7

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Il canto antico dell’Eros è una leggiadra sinfonia che fa origliare la sua morbida eco fin dall’inizio dell’umanità; già secondo i testi sacri nel momento della creazione Eva divenne carne dalla costola di Adamo e i due si amarono però un evento sconvolse la loro lieta unione: il morso del frutto proibito, infatti la potente arma della seduzione messa in essere dal serpente ha sortito il suo effetto su Eva la quale spinse Adamo a reiterare il gesto che il Sommo creatore aveva loro proibito, se riflettessimo attentamente analizzando ogni aspetto di questa arcaica vicenda potremmo facilmente assimilare la cacciata dal Paradiso di Terrestre, non solo come punizione per la disubbidienza dell’essere umano, perché c’è un sentimento umano che ci sfugge quasi sempre; è l’amore. Adamo si lascia convincere da Eva per via del sentimento amoroso che induce il nostro progenitore a scadere dalla Grazia di Dio. La cacciata dall’Eden non solo veste i panni di un peccato originario, ma anche di una doppia seduzione che riesce a far leva sull’Eros ardente che l’uomo provò, quindi la fedeltà a favore di Eva a scapito di Dio ha un’altra conseguenza grave: la corruttibilità del corpo e dunque l’inevitabile morte di ogni uomo sulla terra. Già dalla Genesi del mondo Eros e Thanatos coincidono inesorabilmente e su questa ispirazione e costatazione lavora con fervente impegno l’autrice Martina Ferrarini, la sua riflessione trasposta nel suo ammirevole saggio “Amore e morte nel melodramma dell’800” è un fiore all’occhiello nella letteratura di tutti i tempi. Una giovane donna che dimostra al lettore il suo fondersi con le opere teatrali, con i miti della musica, della letteratura e dell’arte, ella è colei che arde di passione e con la sua analisi dona un soffio di alito di vita agli autori e ai personaggi di tragedie e commedie come Macbeth, Otello, Romeo e Giulietta divenuti classici e intramontabili nell’immaginario collettivo, anche di coloro che si definiscono profani della cultura cosiddetta “alta” ebbene Martina Ferrarini rispolvera grandi opere dell’800, e antecedenti al Romanticismo, per dimostrare la stretta connessione fra l’amore e la morte, nonostante non si tratta di un romanzo bensì di un saggio l’autrice trova spesso il giusto espediente per non tediare i lettori; a volte molti lettori hanno qualche pregiudizio sulla saggistica in quanto la considerano noiosa e “superata” per la presenza, fra l’altro, della speculazione filosofica e storica che nei saggi, spesso, fa da cornice alle tesi espresse dagli autori tuttavia cercare di apprestarsi a delle opere di questo genere fa accrescere il vocabolario e lo spessore culturale. Addentrandomi fra le pagine mi sovvenivano le passionali furie di Orlando impazzito a causa del sentimento non corrisposto di Angelica, la tempesta infernale in cui furono travolti Paolo e Francesca, l’antico Impero Romano che fronteggiò il tradimento di Antonio per via della sua tresca amorosa con Cleopatra, Tristano e Isotta, Lancillotto e Ginevra e gli eroi problematici Werther e Jacopo Ortis. Questo saggio viene alla luce ed è scritto con un lessico colto e raffinato, giammai antiquato o obsoleto; ogni disquisizione, presente nel testo di questa opera breve di brossura e allo stesso tempo di ampio respiro, allieta gli spiriti leggiadri che albergano negli animi che divinizzano la “Bellezza” come un culto d’eternità. Espressione dopo espressione si ha l’impressione di ringiovanire e l’animo si adorna di una catarsi, di una purificazione dalla stanchezza che la quotidianità, nostro malgrado, ci impone. Alcuni epiteti in greco impreziosiscono alcuni snodi di questa opera infatti l’abnegazione della nostra giovane autrice nella stesura della stessa dimostra che ancora oggi c’è un barlume di speranza, esistono giovani culturalmente impegnati, coloro i quali sono amanti del nostro patrimonio storico quindi fra le fila delle nuove generazioni non è vero che tutti sono lavativi o moralmente inaffidabili. Pleonastica è la contestualizzazione nel Romanticismo, età storico-letteraria che Martina Ferrarini osa affrontare con molta disinvoltura, appaiono folgoranti e carichi di approfondita ricerca i riferimenti a Verdi, a Shakespeare e l’analisi della furia omicida di Otello si affianca molto alla critica matura e all’unanime riconosciuta come tale. Martina Ferrarini rientra nel rango degli autori emergenti che hanno tanto da raccontarci e suscitarci tanto è vero il saggio “Amore e morte nel melodramma dell’800” è un’alba, un ottimo inizio della futura, si spera fiorente carriera letteraria, di questa giovane scrittrice, speriamo che questa pubblicazione sia seguita da tantissime altre affinché l’autrice possa sempre estendere le sue qualità pienamente nell’intento di gettare un seme per una cultura “per” e “delle” nuove generazioni.

Sabrina Santamaria

Martina Ferrarini

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Il sinolo antichità-tecnologia nel poeta Vincenzo Cinanni (a cura di Sabrina Santamaria)

Il sinolo antichità-tecnologia nel poeta Vincenzo Cinanni
(a cura di Sabrina Santamaria)

Cenni biografici di Vincenzo Cinanni

Il poeta Vincenzo Cinanni

Vincenzo Cinanni, soprannominato lo “Scriban poeta”, è nato 47 Anni fa, a Palizzi, in provincia di Reggio Calabria. Fin da giovane ha sentito forte la passione per la letteratura. Ha partecipato a Concorsi Poetici Nazionali ed Internazionali. È Attualmente amministratore di 17 Pagine Web su Facebook. Ha collaborato, in passato, cfon poetesse e scrittrici. Si dichiara: “Innamorato dell’ AMORE”. Nel 2015 ha scritto la silloge “Anatemi del passato”, opera autopubblicata. Nel novembre 2019 ha collaborato per la pubblicazione scopo benefico dell’antologia “Tra Nenie e Canti” edita dall’associazione culturale “La Luna nera”. La raccolta poetica “Introteca” è la sua seconda pubblicazione.
Il fautore dell’antica tecnologia Lo Scriban poeta è un autore che unisce l’amore per le lettere classiche insieme alle potenzialità del web. Nel suo impegno letterario albergano l’attenzione profusa per ciò che è antico, desueto e obsoleto e la fiducia che egli nutre per la comunità virtuale e per l’ubiquità del cyberspazio. Cultore dell’austerità del passato egli crea un ponte inevitabile per collegarsi alle vie del futuro sfruttando i social network come risorsa e come motore pulsante della società contemporanea, infatti per questa caratteristica preponderante possiamo annoverare Vincenzo Cinanni fra i poeti che si pongono l’obiettivo di aprirsi all’ipotetico “domani” con coraggio e onestà intellettuale.

Sabrina Santamaria

Intervista a Vincenzo Cinanni

S.S: Come è germogliato in te l’amore per la poesia?

V.C: Saluto tutti i Lettori e Nauti. Mi chiamo Vincenzo Cinanni, ho 47 anni e sono un poeta. Ritengo che il primo seme che potesse somigliare ad una poesia, sia stata una semplice filastrocca scritta da bambino.

S.S: Scrivere per te è un’arte terapeutica?

V.C: La scrittura per me è parte della mia giornata. Talvolta, anche durante gli impegni contingenti, mi fermo a meditare, e porre sul nudo, bianco foglio ciò che penso di me e del mondo.

S.S: Quali sono i temi preponderanti della raccolta poetica “Introteca”?

V.C: Sabrina, mi hai posto la domanda da un milione di euro. Dunque, non credo vi sia un fil rouge, che possa legare ogni composizione. INTROTECA è diviso in 2 parti, “Anatemi dal passato”, che è l’elaborazione della mia autopubblicazione del 2015, e “Sensazioni Dinamiche”. Parlo di me, parlo della realtà che sento. Questo posso rivelare ai lettori.

S.S: Per quale motivo intrinseco ti sei attribuito l’epiteto “ Scriban poeta”?

V.C: La ragione di questo Pseudonimo trova risposta nel mio piacere di scrivere col calamo, la mia fedele penna, per come si direbbe all’ “antica”.

S.S: Quanto la tua passione per la poesia rispecchia la tua storia personale?

V.C: Trovo che le mie vicende umane abbiano battuto la medesima strada del mio, iter poetico, in fieri.

S.S: Con l’ausilio dei tuoi versi filosofeggi anche?

V.C: Ho compiuto studi classici, al liceo. Poi, ho intrapreso la strada delle lingue straniere. Parlo e scrivo, in inglese e francese. Ho studiato la Filosofia degli Antichi e dei Moderni. Mi limito ad essere poeta scrivente.

S.S: C’é stata un’evoluzione stilistica fra la tua opera “Anatemi del passato” e la tua ultima pubblicazione?

V.C: Credo proprio di sì. Alcune vicende personali, hanno favorito la mia maturazione letteraria.

S.S: Hai scritto dei testi poetici inediti nel senso che non sono pubblicati?

V.C: Dopo aver pubblicato, nello scorso novembre, in occasione della Giornata Internazionale Contro la Violenza di Genere, caduta il giorno 25, ora, mi sto dedicando al progetto di un secondo libro di poesia. Gli inediti, li lascio nel cassetto.

S.S: Senti la necessità di far da mentore ai tuoi lettori?

V.C: Mi piacerebbe che i lettori di “INTROTECA”, conoscessero lo Scriban poeta, tramite i miei elaborati. In conclusione di questa itervista, Voglio ringraziare la gentile, Signora, scrittrice Sabrina Santamaria. Auguro A Lei ed A Tutti i Lettori, Buone Feste! Alla prossima.

S.S: Grazie carissimo Vincenzo. In bocca al lupo per i tuoi progetti letterari e alla prossima!

Intervista rilasciata dal poeta Vincenzo Cinanni a Sabrina Santamaria

Il poeta-eroe contemporaneo in “Un dove di trasparenze” di Felice Serino (a cura di Sabrina Santamaria)

Felice Serino

Il poeta-eroe contemporaneo in “Un dove di trasparenze” di Felice Serino
(a cura di Sabrina Santamaria)

La ricerca spasmodica della luce è una costante di Felice Serino; il panteismo è un afflato che lo rende originale come se la seconda variabile (panteismo) fosse direttamente proporzionale alla variabile indipendente (la luce). L’effabile “volo di Ulisse” tra gli amabili versi di Serino solleticano il desiderio di evasione di ogni comune mortale che percepisce dentro di sé un macigno piuttosto del cuore, infatti affrontando le problematiche quotidiane un uomo o una donna si trasforma in un eroe/eroina della contemporaneità. Il nostro poeta si esprime in modo chiaro, non si avvale di uno stile ricercato, questa credo sia una sua caratteristica poetica infatti questa è una delle motivazioni del titolo di questa raccolta poetica. Un aggeggio trasparente ci dà la possibilità di guardare il mondo esistente al di là della trasparenza, ma ciò costituisce un punto di forza o debolezza? Forse un orpello trasparente non è appunto inutile? Oppure ciò che traspare suggerisce anche una certa idea di limpidezza che un medium troppo artefatto non può fornire in quanto illusorio? I testi poetici del nostro autore mettono insieme l’utopia della chiarezza; i sentimenti e le emozioni pullulano fra le sue riflessioni, a volte tristi, a volte malinconiche o ironiche. Le espressioni racchiuse in “Un dove di trasparenze” si accordano con tonalità pacate che donano ai lettori sensazioni serafiche di estasi mistiche, l’attaccamento di Serino alla vita è a dir poco profondo giacché l’amore per la luce si estrinseca nell’imprescindibile culto divino in nome delle istanze vitali che il nostro autore venera al canto delle sue Muse ispiratrici: “La morte ti cerca? /Uscito dal guscio tu sarai altro”, << mi “nascondo” nel corpo/ da me emergono alfabeti afflati/ enunciate sillabe>> questi versi costituiscono un lodevole canto alla speranza di una rinascita, badi bene il lettore che sperare un’alba non equivale a illudersi come un prigioniero che agogna la sua libertà, in guisa della tempra coraggiosa del nostro autore possiamo sostenere che egli è un Ulisse dei nostri tempi perché sa, nonostante tutto, ben sperare quindi la sua armatura è composta da una spada, uno scudo e un elmo ossia metaforicamente: la speranza, il coraggio e la poesia. Gioviali canti sono accostati a inni malinconici però Felice Serino non si abbandona mai a sproloqui laconici ovviamente chi si appresta a leggere le sue poetiche riflessioni potrà schiettamente valutare che egli non è un letterato spartano dai toni rudi o aspri altresì il suo stile poetico non può definirsi del tutto classico o classicista; i suoi versi hanno un patrimonio lessicale colto, ma, allo stesso tempo, il nostro autore serba nell’animo la lodevole premura di farsi comprendere da un target di lettori ampio e questo impegno che il poeta manifesta dovrebbe essere inteso come un potenziale intrinseco che nel corso delle sue pubblicazioni l’autore ha certamente concretizzato con grandi risultati e apportando un profitto umano e di notevole spessore culturale. Felice Serino è un eroe del nostro periodo storico perché si protende verso sentieri che altri intellettuali, per pigrizia o per inerzia, non attraversano più, forse per timore di essere incompresi dalla massa uniformante che dirige l’uomo verso un’unica dimensione (vedi “L’uomo a una dimensione” di Marcuse) tanto è vero che l’umanità contemporanea è plasmata in un’amorfa intelligenza emotiva che la disorienta fossilizzandola in un’esistenza sempre più reietta; “Un dove di trasparenze” è il topos in versi in cui le insufficienze umane divengono palesi suggerendo l’idea di una libertà di espressione ancora oggi carente cioè la possibilità di poter raccontare i drammi, i dubbi, le angosce e le perplessità che pesano come carichi insormontabili nella mente umana soprattutto se non impariamo a saper comunicare e a saper dialogare condividendo con l’altro le nostre paure e anche in questa nuova chiave interpretativa l’eroe-poeta(in questo caso il nostro Felice Serino) assume connotati di una persona che tenta di elevarsi con l’ausilio della forza del grafema-fonema che rende liberi. L’eroe contemporaneo non rimane scevro dalle problematiche quotidiane, ma è colui che le vive metabolizzandole e affrontando le paure di ogni giorno quindi attraverso la presa di coscienza delle proprie debolezze ogni uomo può fortificarsi rigettando l’idea pietistica che causerebbe il nichilismo dell’Io purtroppo già reso vulnerabile da alcuni contemporanei fattori etico-sociali. L’Ulisse dell’Odissea di “Un dove di trasparenze” vuole tornare a un’Itaca interiore, senza confini, ecco la ragion per cui il “dove” del nostro poeta è utopia e allo stesso tempo ucronia perché il naufrago interiore cerca la regione o il porto (definizione di Kurt Lewin) sicuro nelle sfere più recondite di un Io che troppo spesso si smarrisce e brancola nell’oscurità; per venir fuori da questo tunnel la poetica di Felice Serino verseggia fra i fotoni di una luce ontologica e teleologica che ha un grande impatto in ogni lettore assetato di una via che possa donare le coordinate per un’isola ancora da scoprire, individuare i significati nascosti in “Un dove di trasparenze” ci farà valutare la sua fatica letteraria come un’ opera molto attuale e giammai obsoleta.

Sabrina Santamaria