LO SCOTTANTE “LIBECCIO” DI MATTEO AUTUORI a cura di SABRINA SANTAMARIA

Lo scottante “Libeccio” di Matteo Autuori.

Chi può essere considerato poeta? Colui che si esprime nei suoi versi con un linguaggio sublime, aulico? O colui che si rifà ai canoni classici della poetica (la rima, la lunghezza del verso)? Non vorrei peccare di presunzione nel dire che il vero poeta non è niente di tutto questo. Il poeta è lo spasimante più azzeccato delle sue emozioni e di quelle altrui, egli anela alle muse ed esprime ciò che c’è dentro di lui, espone la sua anima, non celando nulla. Ultimamente mi ha condotta a questa riflessione un giovane autore, Matteo Autuori, il quale non va letto con i soliti canoni. Questo poeta non si ricollega a nessuno stile precedente che io abbia letto, mi riferisco anche a poeti contemporanei o che ho conosciuto ultimamente; già inoltrandomi nei primissimi versi mi sono sentita sfidata dall’autore, era come se mi dicesse: “Se ancora mi leggerai sappi che non troverai la solita poetica”. Il suo stile è a dir poco scottante, il suo interesse è mettere a nudo le sensazioni dell’uomo (ed anche dell’autore) quelle più scottanti o più fredde che fanno venire la pelle d’oca, con magiche parole riesce a svelarle in “Abbraccio”: “ Pelle contro pelle… Corpi che si amano che barattano emozioni (…) è comunione di carne sangue saliva sudore salate lacrime…”, in quanto non siamo solo spirito, ma anche carne e sangue che vibrano, palpitano nel nostro essere creando infiniti sospiri. La sua poetica è originale, ma allo stesso tempo non declassante! Questa raccolta poetica non è nata per chi rimane fedele e chiuso alle “chiare fresche e dolci acque” (con tutto il rispetto per il nostro Petrarca), ma non condivido il modo di fare poesia di alcuni autori che rimangono arenati ai soliti modi di scrivere, sono molto persuasa a sperimentare, ad aprirsi all’innovazione conservando gelosamente i retaggi della tradizione. Il Nostro sa osare, mostra davvero carattere scrivendo come davvero sente dentro di sé, non si lascia condizionare dalle opinioni di potenziali critici che potrebbero valutarlo con toni negativi. Il nostro poeta è appunto un vento che soffia forte sul lettore che lo scuote dalle membra per farlo riflettere : “ Allontanati, stacca tutte le tue spine, distanzia oppressioni ed oppressori… Crea un tuo utero spaziale modella su te stesso la tua placenta esistenziale e godi…”. “Libeccio” è un titolo strettamente connesso alla storia personale del Nostro, ragazzo del Sud emigrato a Bergamo, pronto a scontrarsi contro varie difficoltà. È un vento che soffia da sud verso il nord, qualcuno che prorompe e arriva con classe facendosi ricordare e sapendosi raccontare, allo stesso tempo anche lo stile è una ventata di novità, un’opera di qualcuno che decide di mostrarsi senza classicismi finti o versi ispirati da surrogate reminiscenze di liceale memoria. Autuori dimostra di sapersi scrollare di dosso i banali pregiudizi sulla poesia che non fanno altro che ammazzare i veri artisti. Il Nostro si mette sullo stesso piano dell’uomo comune e come se ci comunicasse: “Io sono come te. Incarno i tuoi stessi ricordi, i tuoi stessi vissuti, solo che ho il coraggio di raccontarli”, mi ha ricordato l’introduzione ai “Fiori del male” di Charles Baudelaire in cui il “poeta maledetto” si paragona al lettore non elevandosi, perdendo l’aureola come egli stesso racconta, ed è quello che fa Autuori, è il poeta che per sua scelta getta la sua “aureola nel fango”. Una poetica tagliente la sua che squarcia la linea dei ricordi. Un crocevia sinuoso, tratteggiato prorompente che si dispiega attraverso la sua particolare sensibilità. Non ci manda nel pantano di uno stile classicheggiante, il suo è un urlo nella notte più nera, in un’epoca in cui l’uomo ha perso se stesso e dovrebbe ritrovarsi, egli si ritrova con piccante estrosità volgendosi in avanti all’estremo delle sue forze con tutto il coraggio che riserva ancora in “Come funziona la vita?” asserisce : “ Ama smodatamente ogni solleticante sensazione ed ama ancora, fallo con tutte le tue forze… che sia essere umano, che sia animale, che sia nobile oggetto, fallo… e non aver timore di fallire, perché il coraggio porta ad atti estremi, ma l’esser codardi uccide la vita stessa”. Un allarme, un grido di chi è davvero un poeta! Vera anima solitaria che nella foschia della quotidianità caccia la monotonia scagliandosi come dardo contro l’unanimità dell’inutile parvenza dell’essere, Autuori è come se con il vociare stridulo e sguainato esprimesse: “Io ci sono!” con titanica volontà sente il richiamo ai profondi valori dell’umanità che sembrano svanire come vapore, egli li rivendica! Sprigiona una caparbietà incredibile. È come quella Ginestra leopardiana che se ne sta ferma alle pendici del vulcano, pronta per essere distrutta, ma non si arrende. È uno scrittore che ci riconduce alla innegabile materialità di questa vita, traslandola alla spiritualità e captando l’anima come tutt’uno, un unico sentire con il corpo compiendo un tentativo forse raggiunto di simbiosi fra corpo e anima non scissi, ma in questi attimi rubati sono stati furtivamente insieme danzando in questi turbini di versi.

“Fare l’amore è più facce della stessa vita o più vite dietro tante facce diverse” Cit tratta dalla poesia “fare l’amore” di Matteo Autuori.

Sabrina Santamaria

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“L’EVOLUZIONE CREATRICE SI INCARNA NEL MITO POLACCO FEMMINILE” a cura di SABRINA SANTAMARIA

“L’evoluzione creatrice si incarna nel mito polacco femminile”

“Ogni inizio infatti è solo un seguito, e il libro degli eventi è sempre aperto a metà”. Cit “Amore a prima vista” di Wisława Szymborska.

La femminilità non va considerata come sesso debole o inferiorità. Anzi la donna può essere tale solo se è anche “femmina”. Questo termine nel tempo è stato sempre intriso, imbevuto di molteplici significati, tanto che porta un grandissimo retaggio con sé spesso caratterizzato da valenze piuttosto negative. In realtà vorrei sfatare un paio di luoghi comuni che vigono, soprattutto ancora al Sud Italia, che essere “femmine” equivale ad essere delle “poco di buono” o “senza moralità”. La femminilità va vissuta pienamente perché per me è nell’estrinsecarsi di essa che una donna manifesta le sue migliori qualità, vorrei ricordare ai miei lettori che una donna prima di essere biologicamente tale nasce femmina, è il suo genere, caricare questa parola e darle un significato semantico estraneo, ma culturalmente denso è a mio avviso un errore fortemente epistemologico oltre che scaturisce da una discriminazione sessista. Imbattendoci nello studio della storia sappiamo che contro l’essere femminile vi è una lunga tradizione secolare che parte già dal Medioevo fino ai giorni nostri. La femmina era considerata lo strumento del diavolo per peccare attraverso la sessualità, fra l’altro questo termine viene ricondotto immediatamente ad una sfera intima prettamente sessuale. La femminilità è una forma di arte, di bellezza, dell’animo e dello spirito che si respira negli occhi di una vera donna! Femminilità ed essere donna sono due facce della stessa medaglia. Donna deriva dal latino domina significa “signora”, il poeta Dante usava spesso questa parola nei suoi versi. Bisognerebbe intendere l’essere femminile e la donna come due vertici della stessa parabola che incrociandosi nella pienezza del reale danno vita al suo picco. Si comincia con la sola femminilità, si culmina il cammino con l’essere donna, ma non per questo la femminilità non vada considerata come una tappa necessaria ed importante, bene manifesta questo pensiero la poetessa polacca che ha ispirato questo articolo in “Ritratto di donna”: “Deve essere a scelta. Cambiare, purchè niente cambi. È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena (…) Non ha la testa sulle spalle, però l’avrà. (…) Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata, soldi suoi per un viaggio lungo e lontano, una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka Dove è, che corre, non sarà stanca? Ma no, solo un poco, molto, non importa. O lo ama, o si è intestardita. Nel bene, nel male, e per l’amor del cielo” . La “femmina” è l’essere che genera vita, non una meretrice! Alcune artiste come Frida Kahlo, Alda Merini, la Spaziani, la Harendt. Fra tutti questi esempi non possiamo non ricordarci di Wisława Szymborska, una poetessa che sarà ricordata nella storia per la sua forte capacità di essere fortemente ancorata alla realtà e per il suo engagement sociale ad esempio nella sua poesia “Figli d’epoca” ci rammenta: “Siamo figli dell’epoca, l’epoca è politica. Tutte le tue, nostre, vostre faccende diurne, notturne sono faccende politiche (…) Ciò di cui parli ha una risonanza, ciò di cui taci ha una valenza in un modo o nell’altro politica”. Sartre, filosofo di grande spessore culturale, discutendo dei giovani rivoluzionari del ’68 disse che aveva vinto lo “spirito in movimento” sul “pratico inerte”, ecco lo “spirito in movimento” è, a mio giudizio, strettamente connesso con l’essere femminile, esso è la libertà dell’animo di mostrare le proprie fragilità, le proprie paure, angosce, ansie, anche tutte questi sentimenti costituiscono la bellezza dell’eterogeneità dell’uomo. La femminilità è, per in termini bergsoniani, l’ “Evoluzione creatrice” che sgorga dallo spirito di una mente che non smette di sognare, vola e si immagina in un mondo altro per ritornare attraverso un viaggio con la fantasia nel nostro mondo rendendolo migliore. Io credo che sia in questo modo che conosco le grandi manifestazioni di alcuni geni che si sono regalati con le loro opere appartenendo oggi all’intero patrimonio dell’umanità. È il caso di Wisława Szymborska che ha vinto il Premio Nobel nel 1996 poetessa polacca, la quale ama, in certi casi, farsi rapire dal suo flusso di coscienza e regalarci il suo fluire, il suo scorrere, non mentale, ma ci dà in mano le chiavi di lettura di frammenti, stralci, a volte granelli, della sua esistenza. La vita non si misura in modo cronologico, in anni, ma dalla qualità degli attimi che viviamo: puoi vivere e non esistere, in solo attimo puoi regalarti il privilegio di vivere un’eternità, puoi sperimentare l’infinità di un battito del cuore, in un istante puoi accorgerti che sei vissuto in vano ed a quel punto di slanci verso l’incerto di una vita davvero sperimentata fino all’ultima lacrima ricordando ancora il testo poetico “Amore a prima vista”: “Sono entrambi convinti che un sentimento li unì. È una bella certezza ma l’incertezza è più bella (…). Li stupirebbe molto sapere che già da parecchio tempo il caso stava giocando con loro”. La giovinezza non è data da una ruga in più o in meno in viso, si può essere giovani nel cuore anche a ottant’anni, vedere scorrere il tempo e sorridere perché la sua tirannia non ha sortito alcun effetto nel tuo essere tanto da immaginare i versi come una cerva che ancora agile corre sui boschi: “Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto? Ad abbeverarsi ad un’acqua scritta che riflette il suo musetto come carbone? Perché alza la testa, sente forse qualcosa? Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità, da sotto le mie dita rizza le orecchie”, queste frasi sono state scritte per esprimere la “gioia di scrivere”, infatti questo testo si intitola appunto “La gioia di scrivere”. La Nostra è molto netta e diretta nelle sue espressioni, senza artificiosità poetiche o sintagmi complicati, sceglie un registro linguistico essenziale, il suo appello lo pone emergendo dall’interno della società non assumendo una posizione privilegiata, anzi assorbe come una spugna il linguaggio comune per scagliarlo contro le ingiustizie sociali come della poesia “La fine e l’inizio”: “Dopo ogni guerra c’è chi deve ripulire. In fondo un po’ d’ordine da solo non si fa. (…) C’è chi deve sprofondare nella melma e nella cenere, tra le molle dei divani letto, le schegge di vetro e gli stracci insanguinati. (…) Non è fotogenico e ci vogliono anni. Tutte le telecamere sono già partite per un’altra guerra.”
“La gioia di scrivere il potere di perpetuare. La vendetta d’una mano mortale”. Cit dalla “La gioia di scrivere” di Wisława Szymborska.

Sabrina Santamaria

Foto dal sito Wikipedia:

https://en.m.wikipedia.org/wiki/Wisława_Szymborska

IL BOATO RUGGENTE DELL’ARTE: QUANDO GLI ARTISTI SI INORRIDISCONO a cura di SABRINA SANTAMARIA

Il Boato ruggente dell’arte: quando gli artisti si inorridiscono.

“Siate sempre capaci di sentire nel profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo” cit. di Ernesto Che Guevara

Un grande rivoluzionario come Ernesto Che Guevara affermò: “Vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere”. Vero pacifista, libertario tanto da morire in nome della libertà come i giovani della rivoluzione sessantottina che ripudiavano la guerra e la violenza i quali molti di loro furono pure arrestati. Ultimamente hanno denunciato le stesse problematiche due cantautori Ermal Meta e Fabrizio Moro con il testo musicale “Non mi avete fatto niente” che è un innovativo esempio di una denuncia nell’ambito della musica. Fabrizio Moro ed Ermal Meta decidono di creare a quattro mani un pezzo musicale che possa rimanere inciso nella storia di tutti i migliori cantautori dei tempi. A mio parere uno degli obiettivi dei Nostri è stato quello di dare origine ad un testo che possa scuotere nel profondo l’immaginario collettivo con lo scopo di far riflettere l’opinione pubblica su alcune problematiche di respiro mondiale: la guerra, il terrorismo, in generale se vogliamo la distruzione ingiustificata della violenza. Questo testo è risultato vincitore al Festival di Sanremo, primo posto a mio giudizio, sudato e meritato, non solo per il messaggio veicolato, ma anche per le scelte stilistiche adoperate; il testo di questa canzone mi riconduce mentalmente ad una poesia cantata. Ascoltando con dedizione e con accuratezza possiamo rintracciare figure retoriche come metafore, ossimori, iperboli (“Galassie di persone”). È come se i Nostri dicessero in modo chiaro ed esplicito: “La guerra non è mai un atto legittimo ed ogni modo non può essere mai giustificata. Il terrorismo nemmeno! Non si può ammazzare in nome di un dio, di una religione, di un’idea, è eticamente inaccettabile ed impensabile per un uditorio “sano” moralmente concepire di portare la pace nel mondo con una bomba o con una guerra”. Lo stesso discorso vale per il nostro paese, l’Italia, che manda i suoi soldati per fare le “missioni di pace” ed usano le armi da fuoco, un controsenso! Questa canzone mi ha riportata ai “Corsi e ricorsi storici” vichiani. La storia secondo Vico procede per cicli che si susseguono in un modo sempre uguale ripetendosi in tre cicli: età degli dei, età degli eroi ed età degli uomini. Oggi quale epoca stiamo attraversando? Qualche storico contemporaneo riuscirà a darci una chiave di lettura? E anche se uno studioso avanzasse ipotesi azzardate a proposito cosa potrebbe descriverci? E con quali coordinate storiche? Spesso gli intellettuali del nostro tempo, vedi la Turkle, ci forniscono un’interpretazione che è molto debitrice della posizione rousseauiana cioè: “Progresso-regresso”. Il progresso non ha portato più al benessere della società, il benessere lo ha portato agli albori della tecnologia, adesso la saturazione tecnologica per certi versi ha spaccato il mondo sociale creando: una società a microcosmo che diventa ipertrofica ed opulenta sempre più volubile e concentrata sul predominio dell’avere sull’essere come Erich Fromm ci suggerisce nella sua opera “Avere o essere?” mentre d’altro canto una società a macrocosmo dilaniata dalla miseria più assoluta. Tornando al nostro argomento iniziale pensiamo facilmente che in tutte le epoche ci sono state le ingiustizie e queste sono state denunciate attraverso le arti: musica, pittura, scultura, cinema, teatro e letteratura. Il video di “Non mi avete fatto niente” ha scosso la nostra mente, la nostra coscienza . Fra l’altro se dovessi fare un termine di paragone con un’opera d’arte mi piacerebbe creare un parallelismo con “Guernica” di Pablo Picasso. Sono due forme d’arte completamente diverse perché coinvolgono sensi percettivi completamente eterogenei, una il campo uditivo, l’altra visiva. Al di là di possibili analogie e differenze esse vivono come espressioni d’arte talmente espressive che sono avulse dai loro stessi creatori. Hanno lo stesso obiettivo: denunciare a gran voce gli obbrobri della violenza. La violenza non può essere accettata o considerata come fatto ovvio o normale. Picasso col suo pennello ci narra la triste vicenda della città Guernica colpita dalla guerra civile tra i monarchici guidati dal generale Francisco Franco e i repubblicani, il 26 Aprile del 1937 la città fu rasa al suolo. Lo spazio rappresentato è interno distrutto dal bombardamento. I dettagli sui quali i critici hanno gettato la loro attenzione sono: una figura di donna che sta cercando una candela , un toro, un cavallo grido di una madre che stringe il suo bambino, una donna che corre verso sinistra, un soldato a terra caduto in battaglia tra le mani ha un piccolo fiore segno della pace e della speranza . La lampada rappresenta il lume della ragione che secondo la riflessione del pittore cubista gli uomini contemporanei hanno perso. Proprio alla ragione umana Ermal Meta e Fabrizio Moro si rifanno e si richiamano. La ragione è il lume che l’uomo contemporaneo ha perso, altro che più evoluto! Anche il video della canzone menzionata mostra famiglie e bambini distrutte dalla violenza. “Guernica” rappresenta il grido di dolore universale di tutta l’umanità che nel novecento è stata sconvolta dalle guerre, infatti c’è da riflettere anche sulla scelta del colore, che è quasi un monocromo dalla tonalità grigia. Si rifà molto alle opere medievali perché presenta uno schema triangolare. Sia Picasso, sia i nostri cantautori mi hanno fatto pensare ad un poeta Quasimodo con la sua opera “Uomo del mio tempo”. Individuiamo un carattere fondamentale: “ Il boato ruggente di un grido contro ogni forma di violenza!”
“Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo (…). T’ho visto eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore , senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro la prima volta.” Cit. “Uomo del mio tempo” di Salvatore Quasimodo.

Sabrina Santamaria

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“SULLE RIVE DEL TEMPO” di IMMACOLATA ROSSO e LA SUA GRAMMATICA DEL PRESENTE a cura di SABRINA SANTAMARIA.

“Sulle rive del tempo” di Immacolata Rosso e la sua grammatica del Presente a cura di Sabrina Santamaria.

Cos’è il tempo? Tutti per esperienza sappiamo che esso si regge su una linea cronologica di passato, presente e futuro, ma è davvero è solo così che possiamo definirlo? Questa è un’interpretazione capziosa e stereotipata, impacchettata, incapsulata e preconfezionata. In realtà noi siamo perché siamo stati e saremo perché appunto oggi siamo. Proprio da questi assunti la nostra autrice parte, uno dei tanti suoi obiettivi è suscitare questo snodo riflessivo: “Il tempo non è una sterile catena di eventi”. Primo Levi affermò che se avesse dovuto definire il suo tempo lo avrebbe paragonato ad un elastico che si poteva allargare o accorciare secondo il suo stato d’animo. Leggendo questa piccola, ma densa raccolta poetica ho cercato di decodificare, interpretare i molteplici e plurimi significati. La nostra autrice ha messo insieme con un artificio sincretico polisemia di linguaggio unita all’allegorismo e al simbolismo; basta già riflettere sul titolo. La riva è uno spazio di confine un limen tra la terra luogo topografico geograficamente definito e il mare, metafora per eccellenza dell’infinito, dell’immenso, dell’imponderabile, è come se la Nostra con la sua opera ci richiamasse all’attenzione con dei quesiti primitivi, i più antichi del mondo: “In questo momento nel quid ed ora anima sperduta dove sei? Stai ripercorrendo i “sempiterni calli” passati di petrarchiana memoria? Oppure te ne stai appollaiata in modo rassegnato prospettando un immaginario futuro che forse non accadrà? Questi appelli principalmente ella li fa alla sua anima che naviga tre le sponde dei suoi sogni e delle sue rappresentazioni oniriche però la Nostra fa sorgere questi spunti riflessivi anche ai suoi lettori, infatti non ha intitolato la raccolta con un termine al singolare, ma al plurale, il titolo riporta con sé una sana egoità mista ad un’alterità indefinita. Cosa rappresentano le rive? Me lo sono chiesta anche io, addentrandomi è nata dentro di me un’interpretazione, un’allegoria da svelare: la riva è il nostro presente, esso sta al confine tra il passato (la terra definita in cui abbiamo camminato ed abbiamo lasciato le nostre orme, abbiamo perfino forse contato i nostri giorni con gli anni) ed il futuro indefinito, infinito, ancora imperscrutabile come il mare, non conosciamo mica tutte le gocce dell’Oceano Atlantico, nemmeno in generale tutte le insidie che il mare ci potrebbe riservare a questo punto forse abbiamo svelato l’arcano perché il Presente, quasi personificato in questa raccolta poetica, è una linea cronotropa tra il passato che ci ricorda i suoi drammi (anche storici non solo personali) e il futuro incerto, liquido per eccellenza: “Eravamo ormai onda liquida”, la sinestesia “liquidi specchi”, “l’orizzonte liquido” , “Palpitavano nell’aria liquida” infatti la Nostra inserisce spesso questo termine nelle sue poesie. “Oblio” è una parola che compare spesso nei suoi versi: “Abiterò la casa sperduta sui monti, dove il gelo dell’oblio annichilisce l’antica fiamma.”, “E giacemmo nel seno dell’oblio.”, “Moriremo insieme, mentre un dolce oblio si distende sui tuoi occhi socchiusi”, “ (la solitudine) è un crudele spettro che ti rapisce e ti porta via dal sole, nelle nebbie dense dell’oblio”, “Anima e cuore, pelle e pensiero, tutto svanisce nel magico oblio.” , “Tu, sogno acqueo di dolce oblio.” L’oblio è l’assenza di ricordo, la rimozione freudiana completa di un vissuto, questa anafora continua in tutta l’opera ha un profondo significato per la nostra poetessa, solo obliando i propri dolori ci si può catapultare nell’incertezza di ciò che accade, creando una sorta di apocope dei propri ricordi possiamo sperimentare la bramosia del rischio. Molto in linea col pensiero Nietzschiano la Nostra ci sottolinea che i ricordi paralizzano l’azione presente, in “Mentre cammino” fa un richiamo implicito al gregge di Nietzsche: “Vagando tra le leggi in cerca di una fede non trovo il fondamento tra il senso e la morale: io vedo solo greggi di gente che non vede, dimentica del vento, persa nel temporale.” I versi di “Silenzio” ci catapultano nell’agghiacciante cornice dei campi di sterminio: “C’è puzza qui… di indumenti sporchi, di pelle, di odio e di dolore. (…) Non ci sono più uomini, in questo lembo di Male: solo sparvieri e bestie da macello.(…) Asciugati, lacrima inutile: nessuno ti sentirà cadere, lì, in mezzo a tutto quel gas.” Immacolata Rosso ricorre frequentemente alle figure retoriche del significato come gli ossimori e le sinestesie ne sono un esempio “Onirica realtà”, “misericordiosa amnesia”, “sguardi roventi” “morbide onde”, “arcobaleni di cascate”. Alla fine della lettura di questo piccolo itinerario in rime ci rimane un interrogativo: “Il presente può essere dunque vissuto?” Sì, attraverso un artificio particolare che i poeti possiedono più di tutti: “La rappresentazione onirica della realtà” cioè vivere un dolce ossimoro che sublima la nostra vita quotidiana la concretezza dei nostri sogni e non c’è niente di più palpabile di un sogno quando i poeti lo rendono materia sensibile con la loro penna cantando la dolce musica delle loro rime ricche di polisemici versi eternamente interpretabili e mai banali come nel caso della nostra poetessa Immacolata Rosso.

Sabrina Santamaria

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INTERVISTA A DOMENICO GAROFALO a cura di SABRINA SANTAMARIA

Intervista a Domenico Garofalo

● S.S.: Quando è stato il tuo primo incontro con la letteratura? Raccontami il tuo imprinting con la poesia…

D.G.: Ho iniziato presto, ovvero l’età in cui molti ragazzi iniziavano a scrivere sui diari i loro segreti le loro emozioni i loro innamoramenti. Ti parlo di metà anni ‘80. Inizio con brevi versi scritti su una agenda ritrovata poi nel 2012.

● S.S.: Cosa significa per te essere un poeta? La poesia si avvicina ad un’elevazione dello spirito come sosteneva Platone?

D.G.: A parte il fatto che i poeti hanno ben altra possanza, io non lo sono, per me la poesia è esprimere e dare forma all’anima attraverso schizzi di inchiostro sui fogli bianchi. Mostrare chi sono a chi ha il piacere di seguirmi nella lettura.

● S.S.: Quali consigli daresti ad un giovane scrittore? Qual è a tuo parere la ricetta vincente per un poeta?

D.G.: Scrivere, scrivere, scrivere tutto quello che da dentro spinge per uscire, superando a volte la fase critica della vergogna.

● S.S.: Per te hanno più rilievo la metrica e lo stile o piuttosto il contenuto veicolato da una poesia?

D.G.: Io non seguo metriche o stili. Seguo il sentire che ho dentro. Molte delle mie poesie sono scritte in fasi di trance dove il mio pensiero il mio spirito il mio osservare vanno a cercarsi.

● S.S.: Quale mito della letteratura italiana porti ancora con te e ti ha accompagnato sempre durante la stesura dei tuoi capolavori?

D.G.: Non vorrei deludere nessuno ma i miei miti non sono italiani. Io amo profondamente Pablo Neruda e Henry Charles Bukowski. In diverse poesie escono fuori in modo prepotente e meraviglioso.

● S.S.: L’opera “Caffè schiumato” è per il lettore un dolce invito a vivere la propria quotidianità con incoraggiamento o un punta di lieve ironia?

D.G.: “Caffè schiumato” dice al lettore questo: fai tue le poesie e vivi i tuoi giorni nella consapevolezza che puoi essere felice a tutti i livelli. Amore, amicizia, fratellanza e non per ultimo il sesso.

● S.S.: “Acquarelli” è il tentativo di accostare i tuoi versi alle tinte di colori di un dipinto?

D.G.: “Acquarelli” è il modo di trattare in maniera delicata argomenti come l’amore adolescenziale e materno, importanti nella fase di crescita di ogni essere umano.

● S.S.: Il tuo secondo libro “Cambio matita” ha profondi significati in quanto racchiude tematiche di denuncia sociale. Quali esperienze personali ti hanno spinto appunto a “cambiare matita”?

D.G.: Il desiderio di dire la mia e anche quello di sfatare un luogo comune: i poeti scrivono e raccontano dell’amore. I poeti s’incazzano anche per le ingiustizie e i soprusi di questa poco civile e moderna società. Io ho cercato di raccontare anche questo aspetto.

● S.S.: La pubblicazione del tuo ultimo libro quali stati d’animo ti ha trasmesso? Quali emozioni pensi di suscitare al lettore?

D.G.: Il mio ultimo libro uscito a novembre 2017 è anche il mio primo romanzo. “Chiedi alla neve” il suo titolo. Una storia che da moltissimi anni mi girava e rigirava dentro me. Affrontare il tema dell’anziano e della parte finale della propria vita mi ha affascinato. Cercando di essere possibilmente delicato e rispettoso dei loro sentimenti.

● S.S.: Raccontaci dei tuoi futuri progetti e pubblicazioni…

D.G.: Ora sono preso dal fare conoscere “Chiedi alla neve” con presentazioni e interviste. Ho pronte altre due silloge poetiche e un secondo romanzo in fase di scrittura. Nel prossimo anno uno di questi libri uscirà in stampa.

Voglio chiudere ringraziando, per lo spazio concessomi te Sabrina e tutti i lettori che leggeranno i miei libri donandomi felicità.
Abbiamo bisogno della poesia perché non basta mai l’amore e abbiamo bisogno di credere che non è mai troppo tardi per essere felici.

Intervista a cura di Sabrina Santamaria

NOTA BIOGRAFICA

Domenico Garofalo è nato a Torino nel 1959.
Diplomato in elettronica, lavora come Informatore Medico Scientifico per una nota azienda del parafarmaco della provincia di Milano.
Dopo anni passati a gettare nel cestino i suoi scritti, decide nell’autunno del 2012 di conservare tutto. Il cuore e l’anima lo affascinano nelle loro sfumature, e sono presenti in molte sue poesie.
Ottobre 2013 esce la sua prima silloge poetica “ACQUARELLI” edita da Narrativaepoesia di Roma.
Ha fatto presentazioni a Roma e Torino nell’autunno 2013.
Partecipa ad alcuni concorsi letterari entrando in antologie poetiche come: Ali Penna D’Autore, LCE “ Il volo del poetare “, Associazione Artemia, Premio La Rocca Scaligera.
Nel mese di Aprile 2014 compie un breve tour nelle città di Messina e Reggio Calabria, dove presenta le sue poesie alla Feltrinelli di Messina e alla Libreria Culture di Reggio Calabria.
Con le scuole Medie di Messina indice un concorso per pubblicare nel suo prossimo libro alcune delle poesie composte dai ragazzi.
Nel mese di luglio ha presentato il suo libro nella Terra del Mito a Bacoli (NA) presso la casina Vanvitelliana.
Nel mese di Ottobre a Roma (Palazzo Barberini) presso il Circolo Ufficiali dell’Esercito per continuare a parlare di poesia, e a fine novembre ritorna in quel di Messina per la Commemorazione dei Caduti di Nassiriya.
Ha pubblicato nel mese di marzo 2015 il secondo libro di poesie, “CAMBIO MATITA” con Alter Ego di Viterbo, presentandolo in prima assoluta davanti a un folto pubblico presso la libreria Belgravia di Torino.
Altre tappe dal 25 al 27 settembre a Messina al Circolo “U.Fiore” e alla Feltrinelli, Caltagirone al Circolo “Salotto d’Arte”
Ha ultimato il suo primo romanzo che sarà pubblicato nel mese di novembre 2017 dalla David and Matthaus.
Attualmente lavora al testo del secondo romanzo.
Ha pubblicato con la casa editrice Il Seme Bianco (partner Castelvecchi Editore), nel mese di aprile, 2017 la terza silloge poetica dal titolo “CAFFE’ SCHIUMATO”.
A novembre 2017 è uscito il suo primo romanzo dal titolo “CHIEDI ALLA NEVE” edito dalla DavidandMatthaus.
Il romanzo è stato presentato in prima assoluta alla libreria FELTRINELLI di Torino il 25 gennaio 2018, con ottimo successo di pubblico e vendite.

DOMENICO GAROFALO: IL NEOCREPUSCOLARE PER ANTONOMASIA a cura di SABRINA SANTAMARIA

IL NEOCREPUSCOLARE PER ANTONOMASIA a cura di SABRINA SANTAMARIA

Lo stile di Garofalo è semplice e chiaro. La sua poetica è lineare, il suo linguaggio non è elitario. L’intento di questo autore è raggiungere un vasto numero di lettori, i termini che il Nostro usa appartengono al gergo quotidiano, le sue poesie non hanno versi imperniati da preziosismi sintattici. Egli non è il letterato che si rinchiude in una metrica classicheggiante, i suoi versi non sono imbevuti di numerose figure retoriche, Garofalo getta via lo stile metrico delle rime. Le sue opere non si possono catalogare in un genere letterario ben preciso e specifico, la sua non è esclusivamente poetica, ma è qualcosa di indefinito che si mischia alla prosa, quasi azzarderei definirla prosa-poetica, un genere nuovo, sui generis, il Nostro è come se avesse creato una cesura netta con gli stili poetici della tradizione per creare una maieutica nuova, le sue opere mi sembrano un tentativo nobile ed elegante di mettere nero su bianco i propri vissuti, quasi una prosa intimistica che si scaglia nella banalità della vita reale, ma non resta inerte la trascende, la sublima generando uno stile inedito, libera espressione del “Flusso di coscienza” Jamesiano. Garofalo fa propri i miti della letteratura mittleuropea, infatti egli afferma nell’intervista: “I miei miti non sono italiani”, il lettore già dalle prima lettura di “Acquerelli” lo percepisce, lo respira. La sua prosa-poetica è intrisa di spirito sabiano, molto mi ricorda il “Canzoniere” di Saba, anche egli poeta della chiarezza come sostiene nella sua poesia “Amai”: “Amai trite parole che non uno osava(…)”. D’altronde il letterato non è solo colui che canta o racconta dell’amore, dei sogni e dei sentimenti, ma come sostiene il Nostro chi scrive lo fa perché coglie gli attimi della vita quotidiana con occhi “vigili”, “attenti”, “vispi” e non può permettersi il lusso di rimanere staccato, scisso, avulso dal mondo, dalle problematiche sociali, anzi lo scrittore ha una responsabilità sociale maggiore, un compito superiore rispetto al lettore, il poeta, in generale l’artista ha il compito di esprimere il proprio disappunto, di denunciare le problematiche sociali. Garofalo è molto più in sintonia con scrittori come Emile Zola e la corrente francese del naturalismo ed anche Dickens con il suo “Social Commitment” infatti in romanzi come “Hard Times” e “Oliver Twist” il romanziere inglese denunciava talvolta con qualche punta di ironia le ingiustizie dell’Inghilterra Vittoriana come ad esempio i Parish Workhouses e le “Pour Laws”. In “Cambio matita” l’intenzione di Garofalo è proprio questa, egli passa dalla penna dei sentimenti alla “penna pensante” che non si rassegna, che non tollera il “massacro” dei diritti umani, il nostro autore trova illegittima ed aberrante la pena di morte, la considera contro ogni principio eticamente accettato. I suoi testi mi hanno ricordata ad un’espressione del poeta Sergio Corazzini: “Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non che un piccolo fanciullo che piange. Vedi: non ho che le lacrime da offrire al Silenzio. Perché tu mi dici: poeta? Le mie tristezze sono povere tristezze comuni. Le mie gioie furono semplici, semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei. Oggi io penso a morire.(…)”. Con “Caffè schiumato” mi ha ricondotta immediatamente alla poetica delle piccole cose, delle “cose quotidiane” di Guido Gozzano con la sua signora Felicita (“In me rivive l’animo di Pinocchio forse?”), il nostro si mostra come un sapiente saltimbanco che fornisce al lettore la chiave di volta per gioire delle piccolezze di ogni giorno che arriva, lo salva la sua spiccata spontaneità unita alla sua genuina reattività, caparbietà che si mischia alla vera classe dell’artista col suo spirito che tramuta il tedio giornaliero in qualcosa di veramente unico e speciale: “Forse un caffè schiumato, un caffè schiumato per tutti i cuori del mondo!”. Se dovessi dare un epiteto a Domenico Garofalo lo designerei come un neocrepuscolarista perché scava la felicità, la inventa quasi nell’apparente banalità del reale, così sorridiamo davanti ad un caffè schiumato “ridendo di gusto” vivendo nella pienezza dell’attimo appena vissuto! Sento una vera freschezza d’animo in Garofalo, uomo che con i suoi versi accetta la vita quotidiana e attraverso i suoi versi arricchisce quella dei suoi lettori.

Sabrina Santamaria

L’ETERNITÀ DELLA MORTE DEGLI ETERNI AMORI NARRATI a cura di SABRINA SANTAMARIA

“L’eternità della morte degli eterni amori narrati” a cura di Sabrina Santamaria

“L’amore è una mera questione sentimentale o entrano in gioco fattori socio-culturali?” Questa domanda è stata sempre ridondante nei secoli passati. L’Eros si è barcamenato tra gli angoli mai smussati delle classi sociali, delle caste, delle divisioni sociali. Due persone che si amano possono davvero lottare e vincere in modo incontrastato contro le insidie del contesto in cui vivono? Cosa accade quando due membri culturalmente differenti si incontrano e scatta la famosa scintilla amorosa o colpo di fulmine? Quanta vita può avere la loro storia d’amore? Tutti questi interrogativi ce li siamo posti nel tempo e negli anni. I mass-media, spesso, nei loro film ci danno un’illusione, una parvenza della realtà, soprattutto attraverso le fiction in cui sempre la “povera cenerentola” riesce a coronare il suo sogno di essere una principessa, una nobile attraverso il matrimonio perché l’uomo che si innamora di lei si imbatte contro le insidie e riesce a sposarla; basti pensare alla fiction “Elisa di Rivombrosa”. In tutti i secoli, anche nella antica Grecia, le divinità andavano a cercare le donne per giacere con loro almeno solo una notte, il mito narrato da Platone ci fa riflettere molto sull’attrazione a prima vista, Poros e Penià, lui divinità lei una povera mendicante, si sono uniti per una notte in un momento d’ebbrezza del dio ed generato il loro frutto d’amore: Eros. Quest’ultimo è metafora del filosofo, non è né una divinità, né un comune essere umano, ma un eclettico, colui che non possiede la conoscenza, ma la ricerca costantemente. La scrittrice Jane Austen in “Orgoglio e pregiudizio” ha sapientemente romanzato su questa annosa e secolare questione, infatti i protagonisti della storia sono contrastati fortemente dalle disuguaglianze sociali, ma tra mille peripezie alla fine sappiamo che le sue storie hanno tutte lieto fine, Jane Austen non lascia mai di pessimo d’animo i suoi lettori e forse, a mio giudizio, questa è stata una ricetta vincente della Nostra, una strategia che le ha portato successo. Molto più fosca e dalle tinte molto più aspre è la vicenda Heathcliff e Catherine di “Cime Tempestose” in cui l’ardito sentimento dei due protagonisti ha un prezzo molto alto in quanto i componenti di due famiglie vengono completamente sterminati dalla pazza furia di Heathcliff. La letteratura Occidentale e Orientale è ricca di storie d’amore contrastato: Shakespeare in “Romeo e Giulietta”, tragedia molto famosa, in cui i Montecchi e i Capuleti sono anch’essi “puniti” questa parola risuona alla fine della vicenda nelle espressioni del poliziotto: “All are punished”(Tutti siamo stati puniti). Ariosto nell’ “Orlando Furioso” racconta di una follia d’amore, Orlando impazzisce per un amore non ricambiato, egli si era innamorato perdutamente di Angelica principessa del Catai, l’unico modo per disamorarsi sarà quello di bere nella fonte dell’odio. Anche Dante Alighieri con il Dolce Stil Novo ci descrive l’amore, un sentimento candido e puro in cui la donna veniva descritta come un angelo, infatti nel Sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare” ci descrive la sua Beatrice: “Ella va sentendosi laudare benignamente d’umiltà vestuta e pare che sia una cosa venuta dal cielo in terra a miracol mostrare”, quando parliamo di Dante e dell’amore non possiamo non citare Paolo e Francesca del V canto dell’Inferno, questi due amanti si erano amati fino alla morte, tanto per morire a causa del loro stesso peccato, la lussuria, ma il loro era vero amore tanto da finire all’Inferno insieme e spartirsi le sofferenze. In ogni caso spesso è come se il vero amore coincidesse o con la morte o con la follia, infatti tutti i personaggi delle storie che qui ho avuto modo di analizzare, se contrastati fino alla fine o muoiono o impazziscono, è come se l’Eros profondo abbracciasse la morte, il Thanatos, oppure aprendoci alle opere moderne l’amore se è impedito, porta con sé uno struggente senso di solitudine, un abisso dell’anima dal quale è impossibile poterne uscire. Questo è il caso di Madjiguène Niang nel suo romanzo “La sentenza dell’amore” Mahè e Bebè vivono un amore dilaniato dalle differenze di caste senegalesi che alla fine li porterà ad allontanarsi, Mahè avverte però nel suo intimo uno splin baudelairiano che non la abbandona, perché la distanza da Bebè è stato un dolore forte che non ha potuto digerire. In “Memorie di una geisha” Artur Golden offre al lettore lo stesso panorama: “L’impossibilità di amare”. L’unica cosa che non poteva permettersi una geisha era l’amore, era vietato per lei amare davvero. L’amore in ogni storia dà una sentenza che sia la morte, che sia la follia, che sia la solitudine, questo sentimento ha un prezzo da pagare, una caparra che gli innamorati devono per forza scontare per definirsi agli occhi degli altri tali. Bauman nella nostra società post-moderna ha definiti i sentimenti liquidi. Queste vicende con i suoi eroi ci fanno comprendere che essi possono morire, ma le loro storie rimangono eterne, incise nella storia dell’umanità. E Voi lettori non pensate che i “grandi amori” non muoiono mai rimanendo vivi nelle storie di chi li narra?
“L’amore per me non porterà che un solo nome: Bébé. […] Bébé era l’ossigeno inspirato, necessario alla mia vita, contro l’espulsione dei veleni e del fiele della vita a due..”cit “La sentenza dell’amore” di Madjiguène Niang.

Sabrina Santamaria

Photo web: Francesco Hayez “Bacio” olio su tela

LA POESIA EROICA – SENTIMENTALE DI SILVANO BORTOLAZZI a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“La poesia eroica-sentimentale” di Silvano Bortolazzi

“Comunicare”, “Dialogare”, “Conversare” sono verbi che ho sempre preferito considerare sinonimi con altri termini molto diffusi della lingua italiana come “Narrare”, “Scrivere”, “Raccontare”; sono tutti aspetti diversi per esprimere l’esigenza più profonda dell’uomo: “Conoscere per amare”. La conoscenza non si esplica solo mediante i nostri astrusi processi mentali o attraverso i nostri neuroni, fra l’altro stanchi di un mondo “ipertecnologizzato”, “ipermacchinizzato” per dirla come i sociologi della comunicazione e con gli studiosi del MiT (Massachuttes Istitute of Tecnology), ma la vera conoscenza è ben altra cosa. “Conoscere” significa scavare dentro se stessi, essere consapevoli dei propri ricordi e dei propri sentimenti ed emozioni. Goleman, colui che ha coniato il termine “intelligenza emotiva” e ne ha posto le basi teoriche, sostiene che le giovani generazioni sono “analfabete” delle proprie emozioni cioè sono incapaci di leggere tra le righe di ciò che vivono, sentono, amano. Lo studioso Lowen stesso afferma che “sentire profondamente è respirare profondamente”, io aggiungerei, ciò che la vita ci offre di più stupefacente. Ultimamente ho avuto modo di immergermi nel piccolo-grande mondo della poetica del Cavaliere della Poesia Italiana Silvano Bortolazzi, cinque volte candidato al premio Nobel per la letteratura da parte di 68 università straniere e fondatore dell’ U.m.p (Unione Mondiale dei Poeti), ho avuto l’impressione di carpire, di “toccare con mano” il suo “respirare la vita” che ha suscitato in me molte riflessioni per prendere con noi almeno una infinitesima parte della sensibilità del Nostro Cavaliere. Il Nostro poeta sa cogliere le sue emozioni perché sa riconoscerle come sue e sa trasporle su carta e penna. Il Nostro imprime ed esprime con versi aulici, sublimi, talvolta quasi aspri e severi i suoi ricordi, la sua storia di vita, ciò che gli appartiene, come se in quel atto di comporre una poesia immortalasse un pezzo infinitesimo del suo vissuto per regalarlo a chiunque, non solo al fantomatico “lettore di poesia”, ma anche a colui che il genere letterario “Poesia” gli è stato spiegato solo a scuola, poi per problemi di povertà, disuguaglianze sociali ha smesso di appassionarsi alla lettura. Il Nostro ha il desiderio vivo ed acceso di dare uno Status nuovo alla Poesia perché vorrebbe renderla patrimonio dell’umanità affinché sia un mezzo salvifico per portare “dialogo”, “intesa” nel mondo, tra culture diverse. Il suo profondo sentimento è: “Elevare la Poesia per renderlo strumento salvifico tra popoli, culture, nazioni, religioni, paesi diversi” affinché essa non sia solo un hobby o un vezzo fra una ristretta cerchia di letterati, professori di lingua italiana o uomini colti in genere. Le poesie “A Sabrina”, “ A Marina”, “A Nonna Angela” aprono le porte ad un mondo trascorso di Silvano Bortolazzi, i versi di queste poesie trasmettono una lieve malinconia di affetti vissuti, di amori “perduti” che non tornano indietro, temi molto analoghi si percepiscono nella poesia “Settembre” in cui ho colto un parallelismo tra la crescita mentale, anagrafica del Nostro, ma anche dell’uomo in generale che si affaccia all’età adulta e la stagione autunnale; infatti nell’autunno le foglie “cadono dagli alberi” e i “capelli diventano grigi” segno, appunto, di una maturità nascente che conserva come un fiore all’occhiello tutte le “gioie” e i “drammi” di una giovinezza che è volata via come una rondine dopo i tre mesi estivi brevi, ma intensi come il cielo azzurro e il calore del sole caldo che brucia. Mi ha ricordato molto la poetica di Eugenio Montale che attraversa tutte le tendenze letterarie, ma non ne abbraccia mai nessuna totalmente, in particolare la poesia “Il mio piccolo mondo” mi ha molto ricordato il Montale della raccolta “Ossi di Seppia” per la descrizione viva ed attenta del paesaggio, della giovinezza narrata attraverso la descrizione fervida e pittorica dei territori italici. “A Sabrina”, “A Marina” mi hanno fatta tornare ai miei esami di maturità quando ebbi il piacere, invece, di discutere dell’altra raccolta montaliana “Le Occasioni” in cui la protagonista principale è Irma Braidese donna amata da Montale, ma costantemente questa donna gli sfuggiva, ovviamente con analogie e differenze, perché Silvano Bortolazzi al di là della sua vasta conoscenza letteraria, ha creato uno stile poetico che appartiene al Suo autore, usando espressioni di grandi poeti come Ungaretti, nella poesia “A Nonna Angela” lo cita anche, Quasimodo ed altri grandi autori che hanno fatto la storia della letteratura italiana. Le loro espressioni le custodisce dentro, le ha metabolizzate da parecchi anni, le ha plasmate, le ha “Impastate” per creare un nuovo stile letterario che si impone non solo nel panorama italico, ma in tutto il mondo, come sentire universale. Il suo stile poetico mi ha ricondotta ad un’ermeneutica che il Nostro poeta vorrebbe creare. Giambattista Vico nell’opera “ Scienza Nuova” divise la storia dell’Umanità in tre fasi: età degli dei, età degli eroi ed età degli uomini; Il Cavaliere Silvano Bortolazzi vorrebbe reclutare degli “eroi” con la sua poesia per formare un’era degli uomini. La poesia “Gerusalemme” è stata scritta proprio con questo obiettivo.

“Gerusalemme”

Lo hai mai sentito l’odore della neve nell’aria quando sta per nevicare Gerusalemme?

È un odore che sa di eterno e di giusto.
È l’odore della pace ed aulisce l’anima.

Attutisce i rumori
ed il male della Terra,
mentre incessantemente copre
il creato d’amore.

Guarda il cielo, o Palestina,
e cerca la neve
quando la tua anima è ferita e piange,
poiché dal caldo nascono i fiori
ma dal gelo nasce l’aurora.

Non odiare fratello tuo fratello
e impara a librarti nell’azzurro col pensiero,
lassù,
dove non esistono confini.

Non invidiare sorella tua sorella
poichè chi sa amare le piccole cose
è più ricco del ricco
e chi è povero, ma colto,
sa capire.

Un giorno la guerra finirà
e tutti potranno vedere
cadere la neve
dove v’è solo sabbia e nulla più.

Saggio è colui che perdona e che ama
dove non v’è nulla da perdonare e da amare.

Dalla nuda roccia può nascere un germoglio
e dalla pioggia può sorgere l’arcobaleno.

Verrà la pace e sarà eterna
ed avrà il nome di chi l’ha cercata.

CAVALIERE AL MERITO DELLA REPUBBLICA ITALIANA, PER LA POESIA, SILVANO BORTOLAZZI – PRESIDENTE FONDATORE E PRESIDENTE MONDIALE DELL’UNIONE MONDIALE DEI POETI

Sabrina Santamaria

“CONCHIGLIE CAURIES POETI AFRICANI” DI ABDEL KADER KONATE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Conchiglie Cauries Poeti Africani” di Abdel Kader Konate

“Io non sono nero/ io non sono rosso/ io non sono giallo/ io non sono bianco/ non sono altro che un uomo. Aprimi fratello! Aprimi la porta/ aprimi il tuo cuore/ perché sono un uomo/ l’uomo di tutti i cieli/ l’uomo che ti somiglia!” cit. della poesia “Aprimi fratello!” di Rene Philombe.

Spesso immaginiamo l’Africa come un continente molto lontano da noi, lo pensiamo come un territorio poco fertile, come colonia, come terra assoggettata alle grandi potenze europee, ebbene, questo è in parte vero perché questi assunti la storia ci ha insegnato, sappiamo che i confini dell’Africa non sono geografici, ma politici, cioè divisi a “tavolino” duranti i trattati di pace dalle grandi potenze europee, avvenimenti politici davvero accaduti, basti pensare alle vicende sociopolitiche del novecento. La lettura di questa raccolta poetica ha suscitato in me diverse riflessioni che, a mio modesto parere, potrebbero essere una chiave di volta per comprendere almeno in superfice l’opera di un autore africano. Il titolo “Conchiglie Cauries Poeti africani” mi fa pensare ad una personificazione di un elemento naturale quale è la conchiglia, essa può stare in mare, come in spiaggia, può essere bagnata, oppure esposta continuamente al sole, quindi rimanere anni nella siccità, questa condizione è quella simile al poeta africano; per certi versi può trovarsi in un mare di emozioni, travolto dalla musicalità, dai colori, dai sapori della sua terra, quindi ispirato dalla bellezza del suo continente ha possibilità di salvezza, può emergere ed allo stesso tempo immergersi eterogeneità del bello, ma un uomo sensibile come un poeta può sentirsi travolto dall’immensità delle problematiche sociali, politiche, storiche del continente in cui vive, quindi restare anni in una condizione di aridità sul piano delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti. I nostri poeti africani sono appunto “conchiglie” scagliate nell’immensità dell’universo della loro vita, si precipitano come uomini pieni di umanità e di coraggio, scrutando la “bellezza” laddove un uomo qualunque vedrebbe solo il deserto più assoluto, il silenzio che sgomenta, che percuote gli stati d’animo più fragili, invece i Nostri poeti hanno la forza di prendere la loro penna e narrare, non solo se stessi, ma anche tutti i protagonisti delle loro storie, i posti dove sono vissuti come sono, senza remore o nascondimenti. Le loro poesie sono inviti alla solidarietà, al vero senso di “umanità”, spesso sono dei veri e propri Inni alle loro terre. Nella raccolta poetica sono stati accostati testi di Nelson Mandela e Senghor, autori che conosce anche il mondo letterario occidentale, questa scelta non é solo stilistica, ma ha un profondo significato, perché essa è la volontà piena ed incondizionata di voler creare una linea tra passato, presente e futuro. La storia dell’Africa come continente non è mai affrontata in modo approfondito nelle scuole europee, spesso si fa solo cenno alla segregazione razziale del Sudafrica, ai ku klux klan, agli anni di prigionia dell’ex Presidente del Sudafrica e alla sua lotta non-violenta per l’ indipendenza, tutti avvenimenti pedagogicamente e fenomenologicamente validi da affrontare, ma andrebbero accompagnati da premesse storiche più approfondite e spesso meno etnocentriche. Sarebbe necessario trattare aspetti legati alle loro culture, ai significati più nascosti e misteriosi delle loro culture, un insegnate dovrebbe partire da concetti antropologici sull’eziologia delle parole “mito”, “tribù”, “rito di iniziazione”, “magia”, “religione” e “dono”. L’antropologo Claude Levì-Strauss in “Tristi Tropici” ha sottolineato due modi del mondo occidentale di rapportarsi alla diversità: l’antropoemia e l’ antropofagia. Nel primo caso la diversità non viene accettata, non viene tollerata, le conseguenze di questo atteggiamento conducono a comportamenti xenofobici. Nel secondo caso, invece, l’altro concepito come diverso verrebbe completamente inghiottito, assorbito cultura altrui senza margine di possibilità di conservare nella quotidianità se stesso, il “Diverso” sarebbe quasi “costretto” inconsciamente ad un cambio di “rotta” rendendo ancora di più “inconsistente” la sua storia di vita in cui nell’oblio vi sono usi, costumi, affetti, sentimenti, riti che non può e non deve dimenticare. Proprio per quest’ ultima ragione i nostri poeti africani nei loro scritti hanno inciso musicalmente i loro versi attraverso varie figure retoriche quali anafore, allitterazioni (figure retoriche legate al suono), ma anche sinestesie (figura retorica che consiste nell’accostamento di oggetti, figure, immagini che si ricollegano a sensi percettivi diversi), non mancano in questa raccolta poetica figure retoriche del significato come metafore, similitudini, iperboli e qualche sineddoche. Per quanto riguarda le figure retoriche che riguardano la metrica il lettore più appassionato di una critica attenta della struttura dei versi può individuare il chiasmo, l’anastrofe e l’iperbato. È forte l’esigenza di questi autori di essere riconosciuti come persone al di là dell’appartenenza culturale e geografica, tanto che nelle loro espressioni ho sempre riscontrato la “Personificazione” non solo come figura retorica, ma come slancio vitale che ci conduce all’infinito.

“Dietro ogni sguardo
un infinito
un nome indefinito
un sogno predefinito
un universo, un’illusione, un infinito”.

Ultima strofa della poesia “Illusione” di Abdel Kader Konate.

Sabrina Santamaria
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ROBERTO SAVIANO E LA SUA CRITICA DELL’INENARRABILE a cura di SABRINA SANTAMARIA

Roberto Saviano e la sua critica dell’inenarrabile.

“La mafia è una montagna di merda” esclamò il giovane Peppino Impastato negli anni ’70 anche lui stesso come sappiamo fu trucidato dai Boss mafiosi solo per aver avuto il coraggio di affermare la “verità”, la riproduzione cinematografia “I Cento passi” ha scosso moltissimo le nostre coscienze. Quando si parla di “fenomeni mafiosi”, “mafia”, “angherie”, “Camorra”, “Cosa Nostra” non possiamo dimenticarci dei Giudici Falcone e Borsellino. Maria Falcone, sorella del magistrato ammazzato nella strage di Capaci, ha scritto diversi libri per far vivere nell’immaginario collettivo l’immagine del fratello che ha avuto quel tragico destino. Nel 2012 ha scritto con una giornalista, Francesca Barra, uno dei tanti libri di tutto rispetto “Giovanni Falcone un eroe solo” in cui ci racconta la storia di vita del Magistrato dalla giovinezza fino alla tragica morte per dimostrare che ciò che non morirà mai di “Noi” sono le nostre idee, le nostre buone azioni, i nostri ideali. Le nuove generazioni vanno educate alla Legalità, alla civiltà, alla solidarietà, al rispetto di se stessi e degli altri ecco perché altri due grandi autori Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nel 2011 hanno pubblicato una raccolta di lettere di ragazzi di scuola secondaria di primo grado e secondo grado che si intitola “La mafia fa schifo” per sottolineare che i ragazzi non si rassegnano alle prepotenze, alle “angherie” di coloro i quali si sentono più forti, ma in realtà sono deboli. Quando lessi anni fa questo libro lettera dopo lettera mi resi conto di quanto i giovani siano stanchi di vivere in un mondo di omertà, di illegalità, di cattiveria allo stato puro. Ricordiamoci che i giovanissimi sono stati vittima dei fenomeni mafiosi, basti pensare alla vicenda atroce di Graziella Campagna vissuta in provincia di Messina a Saponara ammazzata nel 1985. Saviano, scrittore-giornalista e saggista italiano, ha narrato le vicende “affaristiche” e criminali della camorra nella sua opera “Gomorra” che è stata definita appunto “Un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra e dei luoghi dove questa è nata e vive: la Campania, Napoli, Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Casapesenna, Mondragone e Giuliano”. In “Vieni via con me” lo stesso Saviano critica e mette in luce le inadempienze italiane, le verità agghiaccianti su storie di vita, calamità naturali(come il terremoto in Abruzzo), le incongruenze delle congregazioni religiose cattoliche dei paesini italiani le quali a volte non hanno saputo “puntare i piedi” con i boss mafiosi dei luoghi circonvicini tanto da accettare che fossero fatti i funerali religiosi di mafiosi defunti, proprio questi avvenimenti contorti il Nostro denuncia a gran voce senza remore e senza riserve. Saviano, d’altronde, ha sempre scritto con cognizione di causa denunciando anche un sistema mediatico di “massa” ,appunto, che non fornisce agli italiani le conoscenze, le competenze per comprendere davvero i fenomeni mafiosi, lasciando al buon intendimento del lettore la complicità politica sottaciuta di queste agghiaccianti vicende di cui si è discusso seppur in modo abbozzato in questo articolo. La recente morte del boss Totò Riina è un esempio emblematico degli sproloqui del Nostro Saviano in quanto anche in questo caso vi è stato un forte impatto mediatico: giornali, telegiornali, trasmissioni televisive serali hanno ricordato Riina a mio parere in modo esasperato e inopportuno, hanno ripercorso la sua vita(costellata solo di delitti atroci e crudeli) tappa dopo tappa, sarebbe stato molto più umano e solidale ricordare le sue vittime perché Riina è un capitolo nero, una pagina scritta di rosso(per tutto il sangue che ha sparso) da “ricordare per non dimenticare” per delitti aberranti che ha commesso. Noi italiani dobbiamo concentrarci di più sulle persone che la mafia la combattono e non la assecondano, uno di questi è Roberto Saviano il quale con la sua penna non si stanca mai di rendere “narrabile” ciò che ai molti apparirebbe come “inenarrabile”.
“Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne.” Cit. dal romanzo d’inchiesta “Gomorra” di Roberto Saviano.

Sabrina Santamaria 
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