IL 3° QUADERNETTO POETICO “LA CENA DELLE EFFE” a cura di Roberto Marzano 

( by I.T.Kostka) È appena uscito il 3° quadernetto poetico a cura di Roberto Marzano “La cena delle Effe “. All’interno un bel viaggio artistico attraverso i cibi, le golosità, le cucine, i nostri vizi e tante tante appetitose fotografie. Credete di trovare qualche riffinata ricetta? Può darsi, ma il contenuto dell’ebook risulta piuttosto sorprendente e stimolante. Roberto Marzano, come sempre, riesce a offrire ai lettori un caleidoscopio multicolore di artisti per niente banali! Per non parlare della grafica assai “frizzante” e fresca come un bicchiere di prosecco. Buona lettura e…   bon appétit. 

L’ebook da scaricare gratuitamente dai siti Issu e Calameo: 

https://issuu.com/robertomarzano/docs/3___quadernetto_poetico_-_la_cena_d

http://ita.calameo.com/read/0030497326d0d01d03aaf

CENA (con ironia)

Ho bisogno
d’assaporarti come il sangue di Cristo
diventando la Maddalena dei nostri tempi.

Mi stendo sull’altare dell’ultima cena
per nutrire le membra dei peccatori.

Assaggiatemi
rinunciando all’ingresso nel noioso Eden.

ACQUA

Sgorga
dal pozzo della dimenticanza
per saziare le labbra invernali,

depura gli stagnanti sensi di colpa
che scorrono tra i ruscelli fatti di rughe.

Affonda qualsiasi dolore.

PANE (l’urlo del disoccupato)

Pretendo il pane quotidiano
come i piedi il suolo della fresca terra
eppur vietate i miei diritti
spingendomi nel baratro dei disperati.

Voi, seduti nei comodi uffici
abbuffati di tasse e di grasse imposte,
diventerete un giorno cibo per i vermi
e nessuno s’accorgerà della vostra mancanza.

Scarti dell’Universo.

 

(Izabella Teresa Kostka,  2017)Per “La cena delle Effe ” a cura di Roberto Marzano

Diritti riservati.

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RITRATTI: CINQUE POESIE DI FABIO STRINATI 

(by I.T. Kostka) Un artista poliedrico per niente scontato. Un linguaggio contemporaneo in cui possiamo ritrovare la ricerca stilistica sia nelle figure metaforiche sia nell’uso degli spazi e dei tempi. Niente tabù per la Sua travolgente e inquietante scrittura: nelle poesie di Fabio Strinati si riflette ogni dubbio, ogni dolore e malessere, ogni introspettiva riflessione dell’essere umano. L’autore, nonostante la giovane età, riesce a usare la penna in un modo molto efficace e non cede mai al vizio di “vuota e balbuziente retorica”. Ogni parola è perfettamente al posto giusto: né una di troppo né una di meno.  Oggi su “VERSO” presentatiamo un breve ritratto di questo talentuoso e promettente artista.

BIOGRAFIA
Fabio Strinati (poeta, scrittore, compositore) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche.

Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di  “Itinerari D’Ascolto”,   manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore.
Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini. La rivista culturale Odissea, diretta da Angelo Gaccione, Il giornale indipendente della letteratura e della cultura nazionale ed Internazionale Contemporary Literary Horizon, la rivista di scrittura d’arte Pioggia Obliqua,  la rivista “La Presenza Di Èrato”, la revista Philos de  Literatura da Unia Latina, L’EstroVerso,  Fucine Letterarie, La Rivista Intelligente, aminAMundi, EreticaMente, Il Filorosso, Diacritica, la rivista Euterpe, Il Foglio Letterario, Versante Ripido, L’Ottavo, Nel Futuro.

Pubblicazioni:

2014  Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo.

2015 Un’allodola ai bordi del pozzo.

2016 Dal proprio nido alla vita.

2017 Al di sopra di un uomo.

2017 Periodo di transizione.

● 

Alcune poesie scelte: 

HO IMPARATO

Ho imparato presto a camminare
sulla scacchiera di un’epoca
a me contraria.
Ho visto nella folta spirale
l’imbarazzo per un’avventura
chiamata vita
che ormai per dissimmetria
ho presto dimenticato.

Ho visto te come nutrice di astri,
e in me, la moltiplicazione
di speranze indomabili
come sospiro ad ogni patimento.
Ho imparato la parola, 
rarissima perla contro il pianto
e la tristezza carica d’aroma.

*

A VOLTE

A volte, mi sento come sequestrato

e a tratti, 

come ominoso trambusto
dentro questa minuscola vita di trincea

e spesso, 

sento da me un distacco
che stravolge senza freni
il difetto della macchia, di quest’ombra
spesso schiava della strada

e poi,

tutto ricomincia dietro quella porta
chiusa per errore.

*

LA MIA ANIMA

Ho il cuore che batte forte sulla gola come
col bastone si batte sulla legna;
l’ansia si rivolge a me, astuta, mi muove
come un fuscello al vento 
di maggio
come sugli alberi lasciati soli a invecchiare nel tempo,

 

mentre la mia anima è dispersa, dove?

 

Nulla è più vasto dell’infinito che varia, che sfuma,
si disorienta, mai muore, come il dissolversi di una luce chiara
tra le scurite ore,
ombre,
come del suo ago la cruna.

*

ANORESSIA

Corpo svuotato, fermo, tracciato dentro
da invisibili tremolii,

dove fradicio l’umore, scola
l’anima sul pavimento
e la disperde nel momento che si cela.

Dentro, una bufera è nella selva smagrita
e l’alba, che negli occhi recide una crepa

in un’aria che osa aprire un varco
tra le vene, gli intrecci di nebbie
assiepate come ombre in un cesto d’ombra,

la morte è sulla riva, cruda nel suo cuore
come un aquilone che persino non vola.

*

LA MACCHIA

Come si dissolvono le nostre polveri nell’incertezza
della vita, o della morte che penetra che arriva
e alimenta altra morte, che impregna
la nostra vita che finalmente, al tocco della falce si svela.

Il tempo è in movimento e lontano;
e la solitudine serpeggia senza catene di ferro
durante i nostri momenti vuoti, 
e quando un po’d’ombra arriva a noi come
una macchia di petrolio su questa lavagna di vita,
il nostro vivere diventa fievole,
la nostra anima sbiadita.

Tutti i diritti riservati all’autore.

PRESENTAZIONI: ABOUT LUIGI MAIONE “ASSASSINI SI NASCE” 

(by I.T.K)

Parlando di Luigi Maione bisogna sottolineare soprattutto la sua illimitata poliedricità. L’artista cammina con grande libertà d’espressione sulle strade della creatività musicale e grida, senza alcuna inibizione, raccontando la sua “spavalda follia e ribellione” attraverso i versi di estremo impatto emotivo. “Assassini si nasce” – il titolo del suo ultimo CD è come CREDO, un comandamento da seguire. Maione è “un assassino” della banalità, dell’arte melensa e noiosa, “uccide” l’inutile retorica e le regole, si ribella descrivendo senza scuse ogni malessere e ogni dolore, esplode nelle strofe musicali oppure coi versi ardenti come lava. Non chiede il nostro perdono né il falso plauso, è sempre indipendente e imprevedibile. Affascina e turba, fa discutere, mai passa inosservato, la sua forte personalità attira sempre l’attenzione del pubblico sia durante le performance musicali, sia quelle poetiche. Si fa amare, a volte odiare, è come un’immensa ondata di calore che travolge distruggendo oppure riscaldando ogni ascoltatore, ogni lettore. Disinibito e coraggioso durante i reading letterari si distingue sempre grazie alla sua voce potente e al suo indiscutibile “talento teatrale”. Merita! E non lo dico per buonismo, Maione è un artista che sicuramente arricchisce la storia. 

Izabella Teresa Kostka 

BIOGRAFIA 

Musicista e poeta. Napoletano residente a Milano. 
Cantautore del Club Tenco (1995). Poeta (Premio Poesia Capodieci, Roma 1982)
Luigi Maione è il chitarrista storico del Rhapsodija Trio, il celebre gruppo milanese di musica zigana e klezmer, con cui ha inciso diversi cd.
Ha lavorato con Michele Serra, Antonio Albanese, Moni Ovadia, Antonella Ruggiero, La Compagnia di teatro danza Abbondanza-Bertoni, la danzatrice e attrice portoricana Kesia Elwin, la cantante inglese Rachel ‘o Brien, le attrici Benedetta Laurà e Debora Mancini e tanti altri… Ha partecipato a diverse colonne sonore di film tra cui  “Pane e Tulipani”  e “Agata e la Tempesta” di Silvio Soldini. Nel film Il Mnemonista di Paolo Rosa, è anche apparso in video.    
Ha lavorato e inciso con la band afro-beat, Mamud Band, col cantante e flautista israeliano Eyal Lerner, col sassofonista Massimo Cavallaro, e l’ Ensamble arabo- israeliana NUYALLA,con cui svolge concerti per la pace.

Attualmente sta promuovendo il suo ultimo lavoro discografico ASSASSINI SI NASCE.

Maione su YouTube:

https://youtu.be/29SdJD-op0M

Al “Verseggiando sotto gli astri di Milano ” BookCity 2016: 

https://youtu.be/PtupNh5hIzc 
Alla serata “Anime vaganti ” 12° Verseggiando sotto gli astri…: 

https://youtu.be/L0H7AodhII4

Alcuni testi scelti: 

Tutti i diritti riservati all’autore 

Foto copyright @verseggiandosottogliastridimilano

GIOCANDO COL REALISMO TERMINALE di Izabella Teresa Kostka 

(by I.T.K)

Sono un veliero solitario e non seguo né movimenti né correnti letterarie comunque nel Realismo Terminale del maestro Guido Oldani ritrovo spesso l’ispirazione. Un po’ per gioco, un po’ per sfida mi piace combattere contro le affollate tangenziali del moderno traguardo rovesciando sui marciapedi l’alfabeto del mio sentire. 

● 

Alcuni miei brani ispirati alla filosofia del Realismo terminale e della Similitudine rovesciata:

1. SENZA TREGUA 

Non so più urlare dallo sgomento
crollando come un grattacielo privo di fondamenta,
sgretolata dal terrore delle notizie
proiettate senza tregua dal telegiornale.

Ove si è persa la umana ragione
che sembra drogata dall’oppio e dalla cannabis,
ubriaca coi residui dei sensi di colpa
chiusi a chiave nel ripostiglio?

Guerre, soprusi e prepotenza,
attentati, bullismo e femminicidi,
non bastano più i sette vizi capitali
per descrivere la ruggine dei nostri giorni.

Gli angeli sono ormai “spiriti precari”
licenziati da tempo dall’azienda divina,
il Demone sereno gioca a scacchi
spostando i burattini sulla scacchiera.

Non so più fermare quella pazzia
somigliante ad una festa nel manicomio!

2. DEPERIBILI

Quelle tetre giornate di carta vetrata
che raschia i residui dell’oleastra coscienza,
impregnano la spugna nella nostra mente
dissolvendo il nucleo dei sensi di colpa.

Vegetiamo come le rotte bambole
gettate sulle bancarelle dei mercatini,
gli amputati arti sono pezzi di ricambio
rigorosamente tassati con imposte e IVA.

Non abbiamo l’identità di un essere umano,
siamo fatti di tessere e di codici a barre,
occupiamo lo spazio in un magazzino
destinato allo stoccaggio dei “deperibili”.

Svaniremo
tra i gas di scarico dell’esistenza.

3. QUESTA VITA

Questa vita così bella
ma senz’anima misericordiosa,
decollata al dischiudersi del seme
nell’accogliente ventre materno,

destinata all’inquieto turbamento
tra le rotaie del terrestre traguardo,
aggrappata agli aggrovigliati fili
pendenti sul burrone del destino.

Questa vita così breve
e senz’anima infallibile,
vagabonda come un barbone
tra gioie e pene moderne,

drogata dal lucro e dal potere,
sbandata sulle curve degli errori,
svuotata come un bicchiere di vodka
all’ultima sbronza di “addio”.

Questa vita così nostra
ma dagli altri giudicata,
tamponata sulle affollate tangenziali
nel viaggio verso l’Ignoto.

Izabella Teresa Kostka
Tutti i diritti riservati all’autrice

CONNUBI VISIONARI: PIETRO DI LEVA E IZABELLA TERESA KOSTKA 

(by I.T.K.) I nostri pensieri si sovrappongono e completano a vicenda, abbracciano tra il simbolismo delle forme e l’accusatorio urlo della parola. Nati separatamente eppure creano un connubio perfetto definito dai dipinti di Pietro Di Leva e dalle liriche tratte da alcune mie opere letterarie. La coincidenza? Probabilmente abbiamo raggiunto la stessa sorgente, il nucleo dell’ispirazione basata sulle sofferenze della specie umana, del simbolismo quasi biblico e del personale, retrospettivo traguardo terrestre. Le anime creative erranti nello spazio dell’indipendente e coraggiosa espressione artistica.

Dipinti: Pietro Di Leva 

Testi: Izabella Teresa Kostka 

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“Fede perduta”

LA RISURREZIONE

Giace sulla croce la purezza violata
sepolta da secoli nell’antro oscuro,
inutili sforzi degli angeli celesti,
nel limbo terrestre svaniscono le preghiere.

Giocano i mortali all’ombra del tempio
ignorando i corpi avvinghiati a terra,
in un sacrificio pagano dell’ingenuo agnello
perdono l’essenza del decalogo divino.

Vuoti sorrisi,
un’orgia di gioia,
il pianto taciuto degli sporchi barboni,
il sangue di Cristo,
la carne di pecora,
l’innocenza spezzata nel gioco dei ciechi.

Piange sulla croce la bontà divina
respinta dai cuori privi di fede,
la terza alba non trova l’aurora.

Non sorge il giorno della Risurrezione.

(tratto da “Peccati”, 2015)

MARIA 

Il tuo volto 
sradicato come un morto ulivo,
dissanguato dal pianto privato d’amore,
t’adagi inerte sotto un triste velo
strappato dall’urlo della disperazione.

Non c’è un domani sul cupo Golgota
adombrato dal piombo del terrore terrestre,
le tue dita s’aggrappano al fango 
in cerca del Figlio, 
della sua scia.

Luttuosa rimani in ogni altrove,
immune ai simboli di qualsiasi fede.

Benedetta tu sia nel materno dolore!

(2017, edita)

RIFLESSIONI DI UNA FEMMINISTA 

Che ne sapete di me ,
Voi, 
prepotenti uomini, 
che con le arroganti dita di ferro 
stropicciate le mie sorelle. 

Vi è stata donata la supremazia in questo Mondo,
così crudele e ingiusto 
come il sacrificio dell’ingenuo bestiame.
Sono una costola estratta dal vostro ego,
una quercia possente, immune al vento.
Potete piegarmi, ferendo la mia corteccia,
ma non tentate di spezzarmi 
– Vi ferirò come una freccia!

 
Che ne sapete delle mie curve,
Voi,
insaziabili maschi, 
che non riuscite a domare
neanche i vostri selvaggi membri. 

Elemosinate al buio le morbide grazie
perdendo ogni orgoglio,
svuotando il portafoglio,
giurate fedeltà inginocchiati a terra
in un facile spasimo confidando i peccati. 

Che ne sapete della mia vita,
Voi,
Grandi di questo Mondo
che va a rotoli da secoli 
come le viti di un’arrugginita giostra. 

Sono soltanto una donna 
che logora ogni quiete,
turba i vostri corpi e sfida la mente.

Non maleditemi invano,
dal mio grembo la Speranza sorgerà. 

(2017, edita)

Tutti i diritti riservati agli autori

THE SHOW MUST GO ON – PASQUA 2017 di Izabella Teresa Kostka 

Le mie tristi riflessioni scosse dalla situazione mondiale:

PASQUA 2017

THE SHOW MUST GO ON – PASQUA 2017

Quel marcio fetore delle uova di Pasqua
putrefatte sugli scaffali del quotidiano,
strapazzate e sbattute sui marciapiedi
insieme ai detriti delle rotte finestre.

Auguri deflagrati dagli scoppi delle bombe
gettate sui campi vangati col sangue,
seviziati pulcini sui grandi schermi
macinati di giorno dai colpi della mitragliatrice:

“Pace sia con Voi!”

E ridono soltanto i truccati pagliacci
rovesciando i giocattoli sull’arena del circo.

Izabella Teresa Kostka , aprile 2017, tutti i diritti riservati all’autrice

L’AMORE E LE BOTTE DI SYLVIA PLATH a cura di LUIGI BALOCCHI 

L’amore e le botte di Sylvia Plath di – Luigi Balocchi –

Dalle fetide luminose cantine dell’ars poetica ne vien fuori un’altra. Sylvia Plath che confessa di essere stata picchiata e in ogni modo umiliata dal marito Ted Hughes. Lo scrive, solo ora lo si scopre, alla sua psichiatra. Carte rimaste segrete per mezzo secolo, solo ora balzate all’occhio di un giornalista in servizio al Guardian londinese. Chi sia Sylvia Plath è inutile ribadirlo per chi, di poesia, ne mastica un po’. Di suo marito Ted Hughes, stimato tra i grandi inglesi del novecento, pochi tra i masticanti di poesia sanno. La differenza c’è tutta. Quanto geniale la Plath, così claudicante d’ispirazione, l’amato Ted. Alcuni avranno di che dire. Per quanto mi riguarda, sulla grandezza poetica di Hughes ho sempre nutrito dubbi. A decenni, dalla morte suicida di Sylvia, avvenuta nel 1963, e un bel pezzo dopo da quella, naturale, di Ted, ritiratosi da questo mondo nel 1998, i loro destini, questa volta postumi, nuovamente si incrociano, gettando squassati relitti sulle spiagge di un amore tra i più deliranti della storia letteraria del novecento. Sylvia aveva trovato in Ted un amore grande. Quando si conobbero, lei era ancora nessuno, lui una concreta promessa della poesia britannica. Amore a prima vista. Amore sanguigno, totale. Amore malato. Sylvia scrive, ma stenta a farsi conoscere al di là di un ristretto e amichevole giro di amici. Ted in ciò è furbo, intellettualmente organizzato. E un poeta, questo sì, ma più che altro sa far la giusta cera, il debito inchino, nei confronti di chi conta. E questo conta assai. Sylvia fa figli; fa figli e dà fuori di testa. La luna nera ha in lei il sopravvento. Si veste di bianco, non mangia, si annulla. Così, per Ted, l’amore passa. La passione di un tempo, si trasforma in un orco. Ted si innamora di un’altra, una modella, tale Assia Wevill. Se diam retta a tette e culo, Sylvia non può reggerne il confronto. E così che Ted la lascia. Senza soldi, con due figli da tirar su. E un giorno piovoso, freddo, poca luce, amore zero. Sylvia, apre il gas, infila la testa nel forno. Muore così. 

Come la Cvetaeva, la Pozzi, la Sexton, la Rosselli, la Pizarnik, la Kane, Sylvia Plath ha scelto l’uscita ad effetto. Non l’ha salvata la poesia; l’amore, le ha dato l’ultima spinta nel fosso. La poesia e l’amore son delle brutte bestie. Intrattabili, più che altro. Solo l’ispirazione geniale sa bene accoppiarli. Sì, l’ispirazione geniale. L’ha ben raggiunta Sylvia Plath, nelle sue ultime; quelle del furente abbandono, dell’ombra nera, un passo indietro dalla morte. C’ha tentato Ted Hughes, il maschio poeta. Che, in fine vita, ha scritto di quel suo amore, di quella donna, quattro spanne insù, superba poetessa. Lui, poverino, l’ha appena sfiorata.

Tutti i diritti riservati all’autore