IL CREPUSCOLARISMO; Le inquietudini, lo smarrimento, la crisi del poeta sentimentale nella poesia del primo novecento. di Eduardo Terrana

Eduardo Terrana

IL CREPUSCOLARISMO

Le inquietudini, lo smarrimento, la crisi del poeta sentimentale nella poesia del primo novecento.

di Eduardo Terrana

Il Crepuscolarismo, più che un vero e proprio movimento culturale,è una tendenza letteraria, che si sviluppa in Italia nel primo ventennio del 1900, in una prospettiva di polemica antidannunziana che si manifesta con il rifiuto del mito dannunziano del superuomo e dell’attivismo, del mito del vitalismo e dei sogni di vita inimitabile, del mito della donna fatale e di ogni forma di poesia eroica e sublime, ai quali contrappone la consapevolezza della propria fragilità, la banale ovvietà della vita quotidiana, l’ideale di una bellezza femminile semplice e dimessa.
È un critico letterario di quel tempo, Giuseppe Antonio Borgese, che nel 1910, in un articolo sul quotidiano “La Stampa” di Torino, parla di “poesia di penombra crepuscolare” che definisce la collocazione di questa poesia, che si svolgeva ai margini della grande stagione della tradizione poetica dell’800, quella del Carducci, del D’Annunzio e del Pascoli, e Crepuscolari saranno definiti i poeti che aderirono alla nuova espressione letteraria , che pertanto sarà detta Crepuscolarismo.
I Crepuscolari avvertono la crisi spirituale del loro tempo come un crepuscolo nell’imminenza del tramonto.
Rifiutano ogni aggancio con la tradizione culturale e si mostrano incapaci e refrattari a stabilire rapporti costruttivi con la realtà sociale; manifestano sofferenza e stanchezza del vivere; ripiegano più volentieri su se stessi, compiangendosi d’essere nati; rifugiano la loro malinconia in una poesia dai toni languidi che coglie gli aspetti più banali ed insignificanti del quotidiano e registra il grigiore delle cose comuni.
Quasi col pudore di chi vuole nascondersi agli occhi degli altri per non farsi vedere piangere, i crepuscolari sembrano adagiarsi nel sogno consolatorio di una vita semplice e tranquilla.
Privi di fede e di speranza, amano gli aspetti più grigi e meno solari dell’esistenza;
privi di slancio e di passione, non si impegnano nella realtà sociale e si limitano a cantare le piccole cose di ogni giorno, gli ambienti e gli aspetti più banali, le abitudini, gli affetti e l’intimità di una vita senza ideali.
I temi dominanti che si ritrovano nella poesia crepuscolare sono: gli amori adolescenziali, le case e le cose vecchie, le suppellettili del salotto buono,
gli animali imbalsamati, le musiche stanche, i giardini abbandonati,i fiori appassiti,
le corsie degli ospedali, cioè povere piccole cose, come le chiamò il Corazzini, ovvero una poesia piena di buone cose di pessimo gusto, come si espresse il Gozzano.

Altri temi sono ancora: i viali solitari, i giardini incolti e polverosi, le cianfrusaglie delle soffitte, le piazze vuote, i luoghi, cioè, in cui si celebrava il rito della noia domenicale, sempre uguale, nel suo squallore monotono ed inconcludente.
E’ una poesia, quella crepuscolare, che esprime lo stato di abbandono e di smarrimento del poeta che rimane, per sua scelta, un isolato, chiuso nella propria individualità.
Gli stati d’animo sono pertanto quelli della tradizione decadente ed in particolare
la frattura fra individuo e società, l’angoscioso senso della solitudine, la noia e la stanchezza della vita, la crisi di certezze, il senso di sfiducia e la rinuncia alla lotta.
Un atteggiamento spirituale che rifiuta la vita come spettacolo e si riempie delle povere piccole cose di cui è fatta l’esistenza, che ama osservare il lento inseguirsi dei giorni tutti uguali e vuoti di senso, che invoca un ritorno ai buoni sentimenti del passato e sogna il ritorno all’infanzia, ma che al contempo ha consapevolezza della vanità di quel sogno e dell’inutilità delle proprie nostalgie, per cui ironizza sull’ideale di una vita semplice e di una felicità modesta.
In tale contesto cambia anche il paesaggio che nei crepuscolari non è più quello solare del Carducci, nella lirica “Mezzogiorno”, o quello silvestre dannunziano de “La pioggia nel pineto”, in cui l’artista vive, in senso panico, le suggestive seduzioni della natura, ma è un paesaggio autunnale, che si smorza nei toni e nei colori, che si restringe in spazi limitati che chiudono al poeta la visione di orizzonti aperti e luminosi.
Così l’orto di casa diventa un deposito di cari ricordi in Moretti, mentre il piccolo giardino è per Corazzini il custode di teneri amori, di sogni e desideri puri e di grandi malinconie.
Sono poesie, quelle dei crepuscolari, in cui la tristezza per le cose perdute e le aspirazioni nostalgiche, sono espresse con un atteggiamento stanco di abbandono e di smarrimento.
I crepuscolari negano alla poesia ogni ruolo sociale e civile, rifiutano il concetto dannunziano di poeta vate, promotore del progresso della storia e considerano la tradizione ed il classicismo, cui si ispirano Carducci, Pascoli e D’annunzio, una esperienza completamente conclusa.
I poeti crepuscolari sono accomunati da una malinconica inquietudine che nasce dalla totale sfiducia in ogni ideale religioso, politico e sociale.
I maggiori esponenti del crepuscolarismo sono Sergio Corazzini , Guido Gozzano e Marino Moretti, per i quali il crepuscolarismo costituisce una esperienza di vita totale e non una mera esperienza letteraria, diversamente dalla maggior parte dei poeti crepuscolari, che presto tenteranno di definire meglio in altre correnti e movimenti il loro mondo spirituale ed artistico.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace.
Tutti i diritti riservati all’autore

IL DISAGIO E LA SOFFERENZA DEI MINORI NEL MONDO Un quadro desolante che turba la coscienza. di Eduardo Terrana

IL DISAGIO E LA SOFFERENZA DEI MINORI NEL MONDO
Un quadro desolante che turba la coscienza.
di Eduardo Terrana

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L’accoglienza, l’amore, la stima, il rispetto, non sempre costituiscono una nota distintiva, nel caso, in particolare, dei bambini, la cui realtà di disagio e di sofferenza nel mondo evidenzia connotazioni che non possono non turbare la coscienza e far riflettere.
La condizione dei bambini è ancora drammatica in Molti Paesi e si presenta difficile anche in Italia e nel Resto dell’Europa. Esistono violazioni antiche, storiche dei diritti dei minori, come la povertà, la fame, la mancanza di cure e di assistenza adeguate, ma anche violazioni più recenti legate alla evoluzione dei fatti e delle relazioni degli uomini, come lo sfruttamento minorile nel lavoro, l’impiego di minori in operazioni belliche, lo sfruttamento sessuale e pornografico.
E ciò nonostante che “La Convenzione sui Diritti dell’Infanzia” sia stata sottoscritta da tutti i governi del mondo, tranne gli Stati Uniti, che l’hanno sottoscritta ma non ratificata. Rileviamo in breve sintesi il quadro della situazione.
Sono 17 milioni i bambini che ogni anno muoiono per fame, per mancanza di acqua pura e di impianti igienici che influiscono sullo stato di salute e di nutrizione della gestante e sulle condizioni igieniche e sanitarie in cui avviene il parto.
Oltre 800 milioni di bambini soffrono problemi connessi alla nutrizione e alla salute. Vivono in paesi con un reddito annuo di poco meno di 100 dollari; 2,2 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni muoiono ogni anno di dissenteria; la sottoalimentazione colpisce ogni anno 100 milioni di neonati. In Italia i bambini al di sotto dei 14 anni che si trovano sotto la linea definita di povertà sono circa 12 milioni.
Premesso che dietro ogni bambino sfruttato c’è sempre qualcuno che abusa di lui e che trae vantaggio dal suo lavoro, si stima che sono: oltre 73 milioni i bambini che il lavoro in età precoce distoglie dalla soddisfazione di bisogni fondamentali e dalla prevenzione da esperienze che possono comprometterne una crescita armoniosa. Un fenomeno questo che provoca problemi per la salute del bambino, lo distoglie dall’attività scolastica e lo espone ad esperienze dannose sul piano psicologico e morale. Esistono poi forme particolarmente severe di sfruttamento minorile, che consistono essenzialmente nella riduzione in schiavitù di bambini e di adolescenti, innescata spesso dai debiti contratti dai genitori. Gravissimo poi è lo sfruttamento dei minori a scopo commercio di organi, oppure a scopo sessuale (turismo sessuale); nonché l’uso di minori per la produzione di materiale pornografico, che sta assumendo sempre più vaste dimensioni anche grazie all’apertura di siti telematici su internet appositamente dedicati a pedofili ; ed ancora lo stupro di minori, anche in ambito domestico ad opera di un parente, di un amico; e la prostituzione minorile, particolarmente nelle grandi città.
Il problema di bambini handicappati appare in tutta la sua gravità ove si pensi che nel mondo un bambino su dieci nasce o acquisisce un handicap fisico, sensoriale o psichico.
Dati ugualmente preoccupanti sono quelli relativi al rapporto bambini-droga; molti i bambini figli di madri tossicodipendenti che nascono prematuri e sottopeso; non meno inquietante, d’altra parte, nei paesi sviluppati è l’abuso di psicofarmaci per bambini irrequieti o iperattivi.
Un’altra realtà dura ed angosciosa è anche quella dei bambini rifugiati: esposti alle vicende spesso tragiche connesse alla fuga dai loro paesi; costretti a vivere in condizioni per lo più precarie in campi di accoglienza; minacciati nella loro crescita psicologica per lo sradicamento dal loro ambiente sociale e per la vita in condizioni di forti privazioni, materiali ed immateriali, in cui gli stessi genitori, non possono rappresentare modelli sicuri.
Altra situazione di rilievo è quella dei figli dei lavoratori migranti, che costituiscono oggi uno dei gruppi maggiormente a rischio.
I dati, inoltre, relativi al fenomeno dei Bambini Soldato sono disarmanti: sono 20 milioni le vittime negli ultimi 10 anni di tutte le guerre; 4 milioni i mutilatini; 10 milioni i traumatizzati psicologici; diversi milioni gli orfani o i baby profughi separati dai genitori. Si contano 38 paesi che hanno bambini in armi, in età che varia dai 7 ai 17 anni.
Altro aspetto inquietante è quello dei Bambini nelle Zone Rurali in varie parti del mondo. Si stima in 700 milioni i bambini sparsi per il mondo in fredde montagne, nei caldi deserti ed in molte aree agricole arretrate. I bambini di queste aree hanno in comune problemi di salute, di nutrizione, di mancanza di opportunità scolastiche, di precoce impiego nel lavoro nei campi, di isolamento dal resto del mondo.
Aree di sottosviluppo poi esistono nel mondo industrializzato rappresentato dalle periferie urbane degradate in cui la mancata soddisfazione delle necessità fondamentali dei bambini si presenta in forma ancora più acuta, perché è evidente e stridente il contrasto con le condizioni di vita delle classi più abbienti.
Nell’area della Unione Europea si contano circa 10 milioni di poveri in tale situazione e di questi oltre 4 milioni sono bambini.
Queste famiglie hanno in comune: carenze di reddito, alloggi inadeguati, assenza di almeno un genitore, alta mortalità infantile, stato di malnutrizione, che influisce anche sull’aspetto fisico dei bambini, condiziona la loro integrazione sociale , provoca ritardo nello sviluppo mentale e difficoltà di adattamento alla scuola.
Le cronache poi riferiscono spesso di incredibili ed atroci violenze subite dai bambini. Trattasi di episodi che rivelano un aspetto, il più esasperato e drammatico, di una realtà basata su un insano rapporto tra adulti e bambini, che li vede vittime delle insoddisfazioni e dei conflitti dei genitori e, più in generale, di un costume sociale che, per un turpe risvolto della ideologia consumista, tende a considerarli prodotti, oggetti di proprietà, per cui il bambino può venire sballottolato da un genitore all’altro, da una scuola all’altra, dai genitori in lite che si avviano al divorzio. E’ il bambino oggetto! che se alla nascita riesce male e disturba di notte il sonno del genitore può anche essere picchiato, tanto lui non protesta, non sciopera, non si ribella e come potrebbe? E la casistica, purtroppo,non si esaurisce qui! Se ci soffermiamo infatti a riflettere sui tanti aspetti del disagio e della sofferenza minorile ci accorgiamo che la situazione nella quale tanti bambini sono privati della dignità, dei diritti umani, come anche dei mezzi basilari di sopravvivenza , è collegata ad una visione della vita chiusa in se stessa, che impedisce, l’amore, il rispetto, la generosità e la solidarietà.
Non suscitano infatti minore disagio o sofferenza le particolari condizioni: del bambino ospedalizzato; del bambino senza famiglia che passa da istituito in istituto; del bambino oggetto di generale discriminazione per motivi legati alla sua condizione economica e sociale; del bambino leso da una incontrollata gestione dei mezzi di comunicazione di massa; del bambino strumentalizzato o comunque non interpellato nelle cause di separazione, divorzio, decadenza della patria potestà.
Insomma rappresentiamo l’amara condizione di un bambino al quale sembra essere negato una sua identità e dignità, usato dalla società dei consumi , a secondo del caso, con le determinazioni più varie: bambino maltrattato, bambino discarica, bambino violentato, bambino televisivo ( dipendente ed alienato ), bambino oggetto .
La ricorrenza della Giornata Universale del Bambino, che celebra ogni anno nel mese di novembre l’anniversario della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20-11-1989, è un’occasione per ricordare a tutti a tutti gli Stati il loro impegno e dovere a prestare una prioritaria attenzione alla condizione minorile ed in particolare alle situazioni di disagio e di sofferenza dei minori, nello spirito di quanto afferma la Convenzione che all’art. 1 sancisce che “ il bambino deve essere protetto al di fuori di tutte le considerazioni di razza, nazionalità e fede” sempre!

Eduardo Terrana
Saggista e conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

VIOLENZA SULLE DONNE UNA LUNGA STORIA DI DIRITTI NEGATI di Eduardo Terrana

25-11-2019
Giornata Internazionale Per L’eliminazione Della Violenza Contro La Donna

VIOLENZA SULLE DONNE UNA LUNGA STORIA DI DIRITTI NEGATI

di Eduardo Terrana

Delle 500.000 donne che ogni anno muoiono nel mondo per cause legate alla gravidanza ed al parto, moltissime sono bambine o appena adolescenti.
Le conseguenze sono pesanti, comunque, per le ragazzine, anche al di là del rischio sanitario.
Soprattutto in quei paesi come gran parte dell’America Latina, dove il tradizionale maschilismo rende estremamente fragili le famiglie e le stesse coppie, lasciando il peso dei figli e del loro mantenimento tutto sulle spalle delle donne.
Toppo grandi per giocare, troppo piccole per essere madri, queste adolescenti sono in gran parte condannate ad abbandonare la scuola e a condurre una vita difficile, fatta di lavori precari ed ancor più precaria vita familiare.
Il problema dei matrimoni e delle gravidanze precoci ha dimensioni mondiali. Se in Asia in media il 18% delle ragazze sotto i 15 anni è già sposato, la percentuale è di poco inferiore in Africa, il 16%, e rimane relativamente elevata in America Latina, appena l’8%.
E le ragazze tra i 15 ed i 19 anni hanno una probabilità doppia di morire per cause legate al parto rispetto alla fascia d’età appena superiore; per le piccole al di sotto dei 15 anni, la probabilità di morte è quintupla.
È questo uno dei tanti aspetti dei diritti negati alle donne per le quali le cifre e le problematiche dimostrano che c’è ancora molto da fare per avanzare sulla strada dello sviluppo e della piena realizzazione futuri della Persona–Donna.
La ricorrenza del 25 novembre della “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro la Donna” continua a registrare, purtroppo, come la povertà femminile sia in aumento, la discriminazione sia tuttora fortissima, i concetti ed i modelli siano rimasti ancorati a vecchi schemi. Continua a registrare come la discriminazione e la violenza che colpiscono nel mondo donne e bambine sia ancora tanta, sia nel mondo ricco, che in quello in via di sviluppo e ciò nonostante le condizioni delle donne in molti luoghi siano effettivamente migliorate. Continua a registrare come in molti paesi ancora la donna riceve i salari più bassi, deve rimanere sotto il dominio e gli ordini di altri ed è costretta a coprire tutto il corpo per non essere punita. Continua a registrare situazioni di forte degrado della condizione della donna.
Sono milioni le donne in schiavitù e milioni gli aguzzini che li tengono in schiavitù. Schiave in casa, schiave sul lavoro, schiave sulla strada, donne oggetto, donne usa e getta, senza rispetto di diritti e di valori, senza garanzie di libertà. Abusi, soprusi, violenze, sulle donne si consumano, spesso nell’indifferenza generale, in ogni parte del mondo, senza che il problema venga adeguatamente affrontato ed avviato a soluzione. Il rispetto della dignità della donna però rimane la condizione fondamentale per il riconoscimento e la realizzazione della parità effettiva della donna con l’uomo, perché ogni donna, in quanto persona, nasce con una dignità che le appartiene pienamente e che non può, per nessuna ragione, esserle tolta.
Libertà, rispetto, uguaglianza non sono valori ancora affermati ovunque e non lo sono in particolare per tutte le donne. E la globalizzazione di certo non si preoccupa di rispettarli appieno e di imporli come valori umani.
In un mondo dove solo l’1% delle donne occupa alte cariche istituzionali e dove ogni istante una donna viene violentata o sottoposta a mutilazione non deve sembrare assurdo parlare di diritto all’autodeterminazione da parte delle donne per potere dimostrare e mettere alla prova il proprio ruolo storico.
Non bisogna dimenticare che il problema si pone tra i più drammatici e tra i più urgenti di intervento e su scala mondiale. Si pensi alla condizione femminile in Asia, in America latina, in Africa, ma anche negli Stati Uniti ed in Europa: Bosnia, Kossovo, Albania, Cecenia, paesi dove quei valori vengono gravemente calpestati e quella dignità offesa. Si pensi che, secondo la Banca Mondiale , almeno il 20% delle donne in tutto il mondo, ma il dato non rispecchia pare la effettiva realtà del problema, ha subito e subisce abusi fisici e sessuali; che negli Stati Uniti d’America si registrano ogni anno 750.000 violenze sessuali e di altro tipo; che in India si stima che il 40% delle donne sposate sono prese a calci o violentate dai loro maschi per il modo di cucinare, di vestire, o per mera gelosia; che milioni di donne nel mondo considerano il luogo domestico un luogo di terrore più che un nido d’amore; che la tortura sulle donne è ancora inserita in una cultura globale che nega pari opportunità fra donne ed uomini e legittima la violenta appropriazione del corpo delle donne per gratificazione individuale o per scopi politici; che in molti paesi donne, anche in tenera età, subiscono torture e maltrattamenti a seguito di matrimoni forzatamente imposti dai loro genitori; che in paesi come la Turchia, l’Iraq e la Giordania, ma anche africani ed asiatici, donne e ragazze di ogni età sono torturate ed anche uccise per i così detti “crimini d’onore”, ossia perché hanno semplicemente parlato con vicini di casa di sesso maschile o avuto rapporti sessuali al di fuori del matrimonio.
Ed ancora si pensi: che le donne sono frequentemente scelte come oggetto di tortura, incluso lo stupro, nei conflitti armati; che in molti paesi le donne possono ancora essere comprate e vendute e che tale traffico rappresenta, dopo la droga ed il traffico d’armi, la terza fonte di guadagno per le organizzazioni criminali internazionali; che in molti paesi dell’Africa e dell’Asia meridionale la pratica delle mutilazioni genitali costituisce ancora per le donne una tortura imposta dalle tradizioni; che in Afghanistan il burqa costituisce strumento di negazione dell’immagine e dell’identità dell’essere donna; che la violenza contro le donne viene ancora largamente praticata per motivi di varia natura: razziali, etnici, sessuali, sociali, di classe e di età.
La discriminazione nei confronti delle donne spesso si traduce in vera e propria eliminazione fisica; mancano all’appello 100 milioni di donne nel mondo fra Asia, Nord- Africa e Medio oriente. Secondo le statistiche del “ Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo” sono donne: il 70% dei poveri ed i 2/3 degli analfabeti nel mondo: il 34% donne, il 19% uomini, i bambini a scuola sono più delle bambine.
In molti paesi asiatici le donne subiscono inoltre pesanti discriminazioni dettate dalla religione islamica: milioni di donne dei paesi mussulmani sono costrette a vivere segregate nelle loro case, espulse dagli impieghi pubblici e spesso escluse dai più elementari diritti come il diritto all’istruzione o alla salute.
La discriminazione più grave contro le donne si è avuta con i Talebani in Afghanistan: le donne erano tenute lontane dal lavoro e le scuole femminili venivano chiuse. E il dopo non registra cambiamento alcuno. Inoltre le donne, oltre ad aver perso il diritto all’istruzione ed al lavoro, quando si ammalano rischiano di morire per mancanza di assistenza perché non possono essere visitate dai medici di sesso maschile e quelli di sesso femminile non possono esercitare la professione.
Tutto ciò se da un lato non esaurisce la casistica della violenza sulle donne dall’altro mette drammaticamente a nudo che resta ancora non attuato: il pieno rispetto e la piena realizzazione della donna, nella sua persona, nella sua dignità, nella sua specificità e nella sua diversità di essere donna; inoltre resta ancora da raggiungere l’obiettivo della realizzazione della donna come soggetto giuridico internazionale.

Eduardo Terrana
Saggista e conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore.

IL SILENZIO di Eduardo Terrana

Il Silenzio di Eduardo Terrana

Foto: Pixabay

Il silenzio è assenza delle voci del cuore.
E’ il fiume profondo che fa poco rumore,
ma che scorre vivo nelle vene dell’io.
E’ la preghiera recitata in profondo
raccoglimento dall’animo che desidera
affrancarsi dalla schiavitù del tempo,
dalle costrizioni, dalle nebbie fitte della realtà
e vuole sentire la carezza dei propri pensieri
ed il calore dei propri sentimenti.
Il silenzio è rumore dell’anima,
sentinella dell’intimo inespresso sentire!
( Eduardo Terrana )

In memoria di tutte le donne uccise. In rispetto di tutte le donne che sopportano in silenzio ogni ingiustizia e sopraffazione e non si ribellano.

25-11-2019- Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

ALDO PALAZZESCHI E LA POETICA DEL DIVERTIMENTO (di Eduardo Terrana)

Aldo Palazzeschi, foto: Wikipedia

ALDO PALAZZESCHI E LA POETICA DEL DIVERTIMENTO

di Eduardo Terrana

Aldo Palazzeschi, all’anagrafe Aldo Giurlani, nasce a Firenze nel 1885. Compie studi tecnici e si diploma Ragioniere. Frequenta da giovane una scuola di recitazione e per qualche tempo fa l’attore nella compagnia di Lida Borrelli, ma interrompe presto quell’esperienza che non fa per lui.
Prende la strada della narrativa e avvia i primi tentativi di scrittore con un certo successo, piace infatti quel tocco di humour che riesce a trasfondere nelle sue opere e che suscita l’ilarità spontanea del lettore e dell’ascoltatore.
Si accorge di lui Marinetti che tenta di valorizzarlo nel movimento futurista, ma è un breve percorso il loro.
Alla iniziale fervida adesione al Futurismo , per cui scrisse nel 1913 anche un personale manifesto ” Il Controdolore”, Palazzeschi decide di staccarsene non condividendone l’ideologia interventista e nazionalista, il fanatismo eversore, l’esasperato tecnicismo.
Si dedica quindi esclusivamente alla sua attività di narratore. Dopo la morte dei genitori trasferisce il domicilio a Roma.
Vive però gran parte della sua vita a Firenze, con brevi soggiorni a Venezia, Parigi e Roma, dove muore il 17 agosto del 1974.
Nel panorama del novecento poetico italiano la sua produzione è di notevole importanza ed occupa oltre un cinquantennio. Scrive in poesia ed in prosa.
Tra le opere poetiche ricordiamo: I Cavalli bianchi, il suo primo volume di versi del 1905; Poesie, dal 1904 al 1914; L’incendiario del 1910, Cuor mio del 1968, Via delle cento stelle, del 1972.
Opere di narrativa sono: Il codice di Perelà e I racconti di stampe dell’800, del 1932; Il palio dei buffi, del 1937; Il buffo integrale, del 1966; e i romanzi :
Le sorelle Materassi, del 1934; Roma del 1953; Il doge, del 1967; Stefanino del 1969, l’ultimo romanzo.
La prima stagione poetica di Palazzeschi è nel volume di “Poesie”, che raccoglie i componimenti che vanno dal 1904 al 1914.
Vi troviamo il temperamento d’uno scrittore – fantasista , inquieto e insodisfatto che si affida all’ironia pur non mortificando i sentimenti.
Non è diverso l’animo del poeta nella raccolta “Cuor Mio”, pur se ormai è trascorsa l’età bella della giovinezza e il poeta si ritrova ultraottantenne.
Il poeta ormai, come egli stesso scrive, “ creatosi una forma , resta prigioniero di quella cioè di se stesso”.
Non si ha pertanto traccia di nuove formule, o di nuove mode in “Cuor Mio”, ma più pacatamente il libero estro di una fantasia mossa dalle occasioni e dalle meditazioni, dalla nostalgia o dall’ironia, che resta sostanzialmente fedele a un’idea di poesia come libera invenzione della vita e della realtà, seppure attraverso lo strumento divertente e demistificante del linguaggio, e ciò lo aggrada, perché, come scrive Ferdinando Camon, gli appare, “ un mezzo disinfettante di quel tanto di falso e di poco intelligente che è nella vita quotidiana e nella nostra società”.
La prima giovanile esperienza poetica rivela un’ironia surreale, leggera ed arguta, che s’impone sulla malinconia, sulla nostalgia, e più che autocompianto si fa sberleffo.
In quest’ottica la poesia “Chi Sono?” tratta dal volumetto “Poemi” del 1909, ci presenta, ma solo in apparenza, un autoritratto in negativo del poeta, infatti egli in fondo è almeno il saltimbanco della sua anima.
Una felice testimonianza della poesia di Palazzeschi è la lirica Rio Bo”, dove, al di là
di certe caratterizzazioni crepuscolari, si scopre solo ed inconfondibilmente il poeta.
Una fondamentale costante della personalità e dell’arte di Palazzeschi è la vocazione al riso, al gioco estroso della fantasia.
Una vocazione già presente nel suo manifesto “ Il Controdolore “ dove si legge: “Bisogna abituarsi a ridere di tutto quello di cui abitualmente si piange, sviluppando la nostra profondità. L’uomo non può essere considerato seriamente che quando ride… Bisogna educare al riso i nostri figli, al riso più smodato, più insolente, al coraggio di ridere rumorosamente “.
Lo sberleffo e l’impertinenza, pertanto, sono alla base di molte delle liriche di Palazzeschi con una varietà notevole di soluzioni sperimentalistiche.
Nella lirica “Passeggiata” si coglie questo aspetto del poeta, seppur in chiave ancora futuristica.
Il poeta registra tutte le parole che legge durante una passeggiata. Dovunque si guardi sono solo insegne, cartelloni pubblicitari, numeri civici. Solo edifici e palazzi.
Solo muri su cui gli uomini lasciano il segno del loro spesso incivile passaggio.
Muri con parole che impediscono di vedere l’ambiente naturale, di sentirsi in contatto con esso e con la propria più autentica dimensione.
La vocazione al divertimento in Palazzeschi non è fine a se stessa, non si esaurisce nello sperimentalismo formale, non esclude infatti la malinconia, la nostalgia, l’affettuosa tenerezza, la pietà, che traspaiono meglio nelle opere narrative e nei romanzi.
Questa poetica del divertimento non adombra la figura di Palazzeschi, che resta indubbiamente un poeta genuino, che ha contribuito in modo sostanziale per forza d’estro ed istintiva umanità al rinnovamento della poesia italiana, è testimonianza però della profonda crisi di valori del tempo, che si riflette anche nella poesia e ne evidenzia il bisogno ormai di nuovi slanci e di nuovi canoni poetici.

Eduardo Terrana

Saggista e conferenziere internazionale su diritti umani e pace
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QUEGLI OCCHI SPENTI ALLA LUCE – QUEI CORPI STRAPPATI ALLA VITA. TRAFFICO DI ORGANI DELITTO CONTRO LA PERSONA (di Eduardo Terrana)

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QUEGLI OCCHI SPENTI ALLA LUCE – QUEI CORPI STRAPPATI ALLA VITA

TRAFFICO DI ORGANI DELITTO CONTRO LA PERSONA

(di Eduardo Terrana)

Ci sono realtà che non si ha piacere di conoscere, ci sono storie che non si ha voglia di leggere, e posso anche comprenderlo, perché sono le realtà e le storie delle aberrazioni, delle efferatezze, perpetrate da gente senza scrupoli sulla persona umana che si preferisce ignorare perché disturbano la sensibilità, perché si è di norma portati a non accettare l’idea che l’essere umano possa volere e praticare il male al proprio simile, ma ciò è esattamente quanto succede in molte parti del mondo.
E quello che sgomenta è che il bersaglio di queste squallide e tragiche azioni sono sempre più spesso i bambini, in particolare quelli che sono più indifesi, che vivono la loro giornata per strada o nelle capanne di fango delle bidonvilles, rimediate dai loro genitori, quando ci sono, per ripararsi dalle intemperie in uno spazio di pochi metri quadrati, privi di tutto tranne che della miseria.
Sono questi bambini, che giocano nel fango, che mangiano se e quando, che bevono l’acqua sporca dei pantani intrisa dei rifiuti e delle tossicità più impensabili, la caccia preferita dei mercanti predatori d’organi che li rapiscono, strappandoli con violenza anche dalle braccia delle loro mamme, oppure li comprano per pochi centesimi di euro, ma che al cambio vale qualche migliaio della loro povera moneta, carpendo la buona fede delle loro mamme, per destinarli al turpe mercato dei trapianti. Un mercato che frutta ottimi guadagni, oltre un miliardo e mezzo di dollari annui, si stima, e che è in espansione.
E così soprattutto i piccoli, poveri, emarginati, bambini vengono catturati per poi essere uccisi dopo essere stati spogliati dei loro organi.
Il traffico d’organi è una cruda amara realtà molto preoccupante. Due sono i canali attraverso cui avviene il mercato illecito.
Il primo registra l’uccisione o il sequestro violento della persona per prelevare organi e tessuti da vendere. In tale fattispecie prevale esclusivamente l’uso della forza. La vittima preferita normalmente è il bambino di strada.
È una realtà agghiacciante quella che lascia intravedere il tragico mondo del traffico di organi di bambini che si consuma tra omertà e miseria indicibile. Soffermiamo la nostra attenzione a due casi limiti. che riguardano bambini di età compresa fra i 4 e i 15 anni che vengono usati come pezzi di ricambio per poi essere buttati per strada o nei fossati e divenire pasto degli animali randagi. Succede in Afghanistan ma anche in Mozambico, in particolare nell’area di Nampula – Nanialo – Nacala, dove secondo fonti non ufficiali ma attendibili, sarebbero scomparsi e non sempre ritrovati il 75% dei bambini di strada, tutti mutilati degli occhi e degli organi interni e in qualche caso anche del cervello. Il fenomeno del rapimento e della uccisione di minori a fini illeciti, però, lo ricordiamo, presenta ambientamenti, connotazioni e sfaccettature molto più estese.

Il secondo canale si riferisce all’espianto di organi dietro pagamento di denaro. Nella fattispecie persone povere, spinte dalla disperazione, vendono per pochi soldi un loro organo.
India, Nepal, Pakistan, Cina, Colombia, Argentina, Messico, Brasile, Sud Africa, Thailandia, Filippine, Russia, Iraq, Afganistan, Palestina, sono i Paesi dove il fenomeno del traffico illegale di organi risulta essere più diffuso, ma il fenomeno va molto al di là di quanto si possa immaginare, non ne sono esenti, sembra, neanche i Paesi ad alta civilizzazione.
Evidenziamo in particolare che in Nepal la gente dei villaggi fortemente indebitata e il gran numero di vedove disperate costituiscono i serbatoi più ricchi di questo commercio; in Brasile ed in Perù è fiorente l’attività di trapianto clandestino; in Cina, in Iran, in Arabia Saudita e in Giappone la compravendita di organi tra vivi è stata legalizzata. Un quadro veramente scandaloso. Per non parlare dei casi in cui vengono messi al mondo bambini solo per destinarli al mercato degli organi.
Si specula solo e sempre più sulla disperazione e sull’impotenza della povera gente. E il fenomeno cresce e moltiplica i guadagni degli sfruttatori in sprezzo degli allarmanti appelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e di tutte le più importanti associazioni mediche del mondo e delle norme internazionali in materia di diritti umani che condannano quelle pratiche perché costituiscono una grave violazione dei diritti dell’essere umano.
Non ci sono parole e non ci sono neanche soluzioni destinate a risolvere totalmente il problema anche perché dove c’è domanda c’è mercato e gli affari illeciti prosperano perché i compratori non mancano e sono la gente ricca disposta a comprarsi, anche pagando decine di migliaia di dollari, una seconda occasione di vita.
Si pensi che in alcuni paesi come India, Brasile, Pakistan e Cina è così semplice trovare un rene che si sta assistendo ad un crollo dei prezzi. Si consideri altresì che nella sola Europa ci sono oltre 120 mila pazienti in dialisi e circa 40 mila in attesa di un trapianto non facilmente disponibile, e tutti in lista d’attesa, anche per anni.
Non è difficile immaginare che chi se lo può permettere cerchi la soluzione al mercato clandestino di organi che offre di tutto reni, fegati, cuori e presidi ospedalieri illegali, gestiti da organizzazioni criminali internazionali. Trattasi di persone disperate che pensano solo a risolvere il loro problema e non vogliono porsi il problema morale e legale della provenienza di ciò che compra. Eppure molti di quegli organi, tra l’altro, vengono anche dall’Africa espiantati dal corpo di migranti rapiti ed uccisi in Etiopia, Eritrea, Sudan, Somalia.
In cifre il traffico di organi, secondo il Global Financial Integrity, uno dei massimi Centri di analisi mondiali sui flussi finanziari illeciti, registra numeri impressionanti:
il business annuale del traffico illegale di organi nel mondo varia da un minimo di 700 milioni ad un massimo di 1,4 miliardi di dollari; ogni anno vengono praticati circa 12.000 trapianti illegali nel mondo a fronte di 118.000 trapianti legali;
il guadagno di un trafficante che vende un organo al mercato nero è di circa 15.000 dollari; il valore medio della cifra di riscatto da pagare per un rapito varia da un minimo di 5.000 dollari ad un massimo di 14.000 dollari.
Non v’è dubbio che nella mappa dei problemi più urgenti da affrontare e risolvere quella del traffico d’organi in generale ma dei minori in particolare costituisce l’emergenza per antonomasia, che denuncia una relativa verità incontestabile e cioè che i bambini non costituiscono ancora una priorità per i governi del mondo.
E così i bambini continuano a rimanere un esercito di piccoli esclusi, per i quali sicurezza, crescita, sanità, scuola, protezione dalle forme più degradanti ed avvilenti di sfruttamento anche sessuale, restano problemi aperti ed insoluti.
Vale allora ricordare ai tanti che governano le sorti del mondo, ma che in tema di bambini mostrano di essere miopi o di corta o labile memoria, le parole del premio Nobel per la Pace Betty William: “L’unico strumento che abbiamo per cambiare il mondo sono i bambini e le donne. La più grande impresa della mia vita non è stata vincere il Nobel ma crescere i miei figli.”

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

VINCENZO CARDARELLI POETA DI SENSAZIONI (di Eduardo Terrana)

Vincenzo Cardarelli, foto: Wikipedia

VINCENZO CARDARELLI POETA DI SENSAZIONI (di Eduardo Terrana)

Nel clima di restaurazione, che fa seguito alla conclusione del primo conflitto mondiale e che registra l’avvento del fascismo, nascono alcune riviste: La Ronda, Il Baretti e Novecento, che si fanno espressione delle tendenze della cultura italiana del periodo. Ci soffermiamo sulla prima di queste riviste, “La Ronda”, per introdurre l’opera e il pensiero del poeta Vincenzo Cardarelli, fondatore, nel 1919, della rivista, insieme a Emilio Cecchi, Riccardo Bacchelli, Antonio Baldini.
La Ronda annovera tra i propri redattori personalità di spicco quali l’economista Vilfredo Pareto, il critico Alfredo Gargiulo, gli scrittori Giuseppe Raimondi e Alberto Savino , i pittori Carlo Carrà e Giorgio De Chirico.
La rivista sostiene che la letteratura deve restare al di fuori di ogni impegno civile e politico e deve avere interessi prevalentemente letterari. Sostiene il ritorno al classicismo formale, come espressione di razionalità e di ordine logico. Sostiene il disimpegno sui problemi concreti. Sostiene come modelli culturali Leopardi e Manzoni, autori, cioè, che seppero essere moderni senza ripudiare del tutto la lezione di equilibrio, armonia, decoro formale dei classici antichi, e si oppone al futurismo, al simbolismo di Pascoli, al decadentismo di D’Annunzio. I Rondisti restano tradizionalisti e contrari ad ogni modernismo e sperimentalismo della letteratura come dell’arte. Tali posizioni sono chiaramente espresse nel prologo del primo numero della rivista dal fondatore Vincenzo Cardarelli che ne delinea le seguenti linee programmatiche : spregiudicate preferenze per il passato culto dei classici; eleganza formale e rispetto per i valori stilistici tradizionali; restaurazione dell’ordine logico e sintattico.
A un anno dalla fondazione la rivista , nell’aprile del 1920, così riassumeva la propria attività: “ Quanto alle circostanze dell’ambiente letterario e culturale nelle quali si iniziò la nostra pubblicazione, è opportuno ricordare il disorientamento in cui versarono le lettere italiane nei tre momenti successivi di uno stesso periodo, e cioè: prima, durante e dopo la guerra. Da un lato si assisteva a quella forma vacua e falsamente superba di degenerazione accademico-estetista che si definisce dannunzianesimo… Dall’altro il pascolismo, malgrado la sua delicatezza di sensitiva crepuscolare, minacciava un’invasione sorniona e doppiamente pericolosa per la poesia, con l’equivoco sentimentale e fanciullesco… In terzo luogo il futurismo, riallacciantesi da una parte al dannunziano culto dell’energia, dall’altra al frammentarismo ed alla labilità linguistica e sintattica pascoliana e proclamando il suo psudo-cosmopolitismo a buon mercato , faceva ancora strage nelle famiglie italiane… Per queste ragioni complesse era da noi ritenuto che occorresse riallacciarsi senz’altro alla più grande e schietta tradizione italiana, interrotta dopo Leopardi e Manzoni.”

La Ronda, quindi, nasce, per sua stessa dichiarazione, come rivista non accademica ma con l’intento “ di vedere se era possibile fare e diffondere in Italia una rivista letteraria grave e liberale a un tempo, rigorosa senza essere pedante, viva senza ciarlatanerie. Nasce dal contatto di alcuni spiriti desiderosi di veder sorgere in Italia, condizione indispensabile per una vera e moderna rieducazione del nostro pubblico migliore, un ambiente intellettuale degno di un paese civile dove…il gusto e la responsabilità della cultura, non fossero inconciliabili con l’umana conversazione”.
Non una scuola, quindi, né un cenacolo, ma “ una spontanea unione di spiriti indipendenti, consapevoli di potere, almeno in parte, adempiere a questo compito senza nulla sacrificare della propria originalità e convinti che solo in tal modo si potesse creare in Italia nel campo delle lettere un movimento capace di inserirsi in una moderna civiltà letteraria europea, come il Croce aveva fatto nel suo territorio filosofico”.
Queste linee programmatiche rimasero però una mera dichiarazione d’intenti.
La rivista , infatti, interruppe le pubblicazioni, dopo quattro anni di attività, nel 1923.
Vincenzo Cardarelli nasce il primo maggio del 1887 a Corneto Tarquinia, provincia di Viterbo. Compiuti gli studi elementari continua da autodidatta. Perde all’età di sette anni il padre, nel 1905, da qui le cause di un’infanzia infelice e solitaria, resa ancora più pesante da una menomazione al braccio sinistro. Pratica da giovane diversi mestieri. Nel 1906 a Roma inizia la collaborazione con diverse riviste e intraprende una relazione amorosa con la scrittrice Sibilla Aleramo. Nel 1916 esce “Prologhi”, una raccolta di brevissime prose. Nel 1919, assieme a Bacchelli, Cecchi e Baldini , dà vita alla rivista “La Ronda”, dove con grande impegno critico sostiene la difesa dei valori formali dell’arte e della sua autonomia da ogni impegno civile e politico.
Sono da ricordare le sue raccolte poetiche: “Viaggi nel tempo”, del 1920 – “Il Sole a picco”, del 1929, che gli valse il Premio Letterario Bagutta; “Il cielo sulla città”, del 1939 – “Solitario in Arcadia”, del 1847. Vince, nel 1948, il Premio Strega per la prosa. Scriverà poesie sino al 1958. Il 18 giugno del 1959 muore al policlinico di Roma, all’età di 72 anni, ancora più povero e più solo di quanto non lo fosse stato per l’intero arco della sua vita, vissuta interamente nella povertà e nella solitudine.
Viene sepolto, come aveva lasciato scritto nel suo testamento, nel cimitero di Tarquinia di fronte alla Civita Etrusca, che era stato per lui “il faro che lo aveva guidato durante la sua avventurosa navigazione tra gli scogli dell’esistenza”, e quindi più un simbolo morale che un valore autobiografico.
La poesia del Cardarelli esprime un costante controllo formale che domina i contenuti e si caratterizza per la chiarezza del discorso, la limpidezza espressiva, la sobrietà e l’eleganza stilistica. Per tutta la vita resterà fedele all’ideale classico, che egli, dalle pagine de La Ronda, auspica e che realizza e tutta la sua produzione poetica diventerà testimonianza di classica compostezza, di perfezione stilistica, di limpidezza formale e cioè di quelle connotazioni del classicismo, che egli intendeva e riteneva doversi sempre osservare, nei canoni e nelle regole, come severa disciplina.
E’ una poesia, profondamente originale, ragionata, che si muove nel solco della tradizione culturale italiana, in cui, come si legge in Getto-Solari-Ricci, (Introduzione al ‘900-1985), “il discorso si sviluppa e si distende con limpidezza e fluidità, tutto circonfuso ed avvolto da quel tono meditativo, che comunica al lettore quasi sensibilmente un desolato senso del vivere “.
“La poetica di Cardarelli” , ha scritto Sanguineti, “è strettamente vincolata ad un’idea, in parte leopardiana, di eloquenza ragionativa e discorsiva”.
Lo stesso Cardarelli sembra avvalorare tale affermazione quando scrive a chiare lettere: “ Che la mia poesia discorra non c’è dubbio. Anzi corre precipitosamente allo scopo, con un ritmo che non ammette divagazioni, non concede indugi, quantunque non sempre in modo graduale e pacifico. Più spesso procede per giustapposizione di idee o di immagini, per rifrazione di un medesimo concetto che, accennato fin dalle prime sillabe, si svolge, se mi è permesso dirlo, come un tema musicale. E’ la mia maniera di esprimerlo. Io stesso intitolai le mie prime poesie: I miei discorsi. Non per nulla in Dante, in Petrarca, in Leopardi, ragionare è sinonimo di poetare“. E’ quella di Cardarelli, una poesia in cui non mancano motivi esistenziali: il senso del veloce scorrere del tempo; la consapevolezza della vanità delle illusioni; l’anelito, inappagato, alla pace; il senso di profonda solitudine; e nei cui versi aleggia una concezione dolorosa della vita ,avvertita con fine sensibilità.
La linearità espressiva caratterizza i versi poetici de “I Prologhi”, che rappresenta un mondo intellettuale e senza mistero, in cui oltre ai temi : dell’addio, del distacco, della solitudine, dello sgombero affiorano i temi della morte ( angosce letargiche le quali sono state i miei anticipi di morte ), dell’anima ( sento che il tempo cade e fa rumore nell’anima mia ), della purità ( io sono grato al male per gli obblighi di purità che mi ha posti), della carne ( perché io ho ecceduto nella carne fino all’ironia). E’ quella de “I Prologhi” una poesia limpida e quanto mai rigorosa dove una spiritualità sofferta si trasfigura ad ogni momento nella bellezza espressiva.
L’ansia e l’inquietudine giovanile, che sono all’origine delle molteplici e disordinate esperienze umane e culturali del Cardarelli giovane e che trovano via via rasserenamento a Roma , la città dei sogni per il poeta, sono i temi conduttori della raccolta “I viaggi nel tempo”. Una stagione, una città, un ricordo, un’emozione, ed ecco poesie quali: Settembre a Venezia, Autunno Veneziano, Autunno, Ottobre, Liguria, Sera di Liguria, dove il trascorrere delle stagioni è avvertito come simbolo dell’eterna mutevolezza delle cose e lo sfiorire dell’adolescenza e della bellezza, i vagheggiamenti dell’infanzia e dei paesaggi ad essa collegati, sono i temi che si riscontrano, in un alternarsi di giochi e di visioni che dall’esplosione della vitalità estiva al malinconico disfarsi del paesaggio autunnale, al trascorrere delle ore del giorno e delle stagioni , diventano simbolo delle vicissitudini della vita vissuta.
Cogliamo in alcune liriche ricordi e sentimenti del poeta.
Lirica rievocativa, “Maternità”, in cui il poeta descrive la donna madre del bambino.
Nella prima parte della poesia il poeta ritrae la figura della donna nella povertà della sua condizione, la sua sola grande ricchezza è il suo latte, che sgorga copioso dal seno turgido e che le permette di alimentare il bambino.
E’ il trionfo dell’amore materno. La madre è tutta impegnata nel far crescere sano e rigoglioso il suo bambino e offrirgli il seno, perché ne tragga il latte, la fa sentire madre ma anche donna, che recupera attraverso l’atto materno la sua bellezza.
Non c’è malizia o atto impudico nell’agire della donna che offre al bambino il seno nudo, è solo atto d’amore. Nella seconda parte il poeta rappresenta la brutta stagione che incombe ormai sulla donna e sul suo bambino. “ Così in questo modo è passata per te un’estate “, annota il poeta. La bella stagione è finita. E con essa anche la felice serenità. Madre e figlio sono stati abbandonati dal compagno di lei. La donna è triste e non solo perché adesso avverte su di sé tutto il peso della solitudine, ma anche perché l’assilla la sua povertà e il problema del come nutrire e far crescere il suo piccolo. La miseria che incombe lascia la donna senza forze e senza speranze.
Ancora un ricordo, nella lirica “Genitori”, questa volta dedicato ai genitori. Maggiore attenzione il poeta dedica alla madre, che non ha mai conosciuto, un po’ meno al padre con il quale ha avuto un rapporto difficilissimo. Il poeta mette a confronto il carattere della madre con quello del padre. Lei amava smisuratamente la vita e tale amore ha trasmesso al figlio, lui più inflessibile, più rigido nei suoi principi morali, più chiuso. Il poeta vuole ricordare o ricercare ? Parla dei genitori, si!, ma in realtà è alla ricerca di se stesso e del suo carattere.
La lirica “ La Ballata” è un viaggio nel tempo, all’indietro, verso i luoghi dell’infanzia, verso il suo paese natìo, Corneto Tarquinia, dall’aria antica, situata su un’altura. Rivede la casa dove è nato, la chiesa dove è stato battezzato, le vecchie case e il ricordo gli dà consolazione. Rivede anche le donne del paese, tante donne, che gli raccontano una storia, che lui sa a memoria ma che non vorrebbe ricordare.
Quel racconto è triste, le voci di quelle donne sono crudeli, ricordano al poeta come la vita a lui ha serbato più dolori che carezze. Il ricordo allora a tratti si veste di commozione ed a tratti di imprecazione. Le luci e le ombre presenti nella vita del poeta riaffiorano in questo viaggio-pellegrinaggio al paese natìo che alla consolazione della prima ora, che egli sente a rivedere la casa dove nacque e la chiesa dove fu battezzato, fa presto seguire impietosamente l’amarezza del ricordo dei suoi drammi familiari.
Una tristezza amara e profonda nella lirica “Abbandono”, di appena otto versi. L’amata lo ha lasciato, ma all’abbandono non segue l’avvilimento o lo smarrimento. L’abbandono è stato come il partir di una colomba e lascia una tristezza espressa in tono lieve. Rimane la memoria dei ricordi, degli incontri, delle ore liete, la memoria di un amore, a cui il poeta rimane legato e fedele.
Una poesia d’amore, la lirica “Passato”, che si apre con la constatazione che i ricordi sono come le ombre che il nostro corpo proietta lontano e che il nostro subcosciente rivive e medita. L’amore, spoglio di ogni passione , si fa memoria e rivive nel ricordo, che lo rende immutabile e perenne.
La lirica “ Alla morte” evidenzia da parte del poeta una confidenza connaturale con la morte. Aleggia nei versi fin dall’inizio una virile consapevolezza dell’ineluttabile, il senso di una rasserenante certezza. Dopo il Leopardi nessuno meglio di Cardarelli ha saputo cogliere il senso della morte come liberazione con tanta intensità, come se per tutta la vita si fosse preparato al passo supremo.
Il Cardarelli, poeta di sensazioni, si rivela tale e in modo pieno nella breve lirica “ Sera di Liguria”, che suscita sentimenti di malinconia per gli affetti e le cose di un tempo. Come su un pentagramma il poeta abbozza note dell’esistenza, che , come scrive il Romani, “ ci cullano con un ritmo da barcarola. Se chiudiamo gli occhi riusciremo a percepire un accompagnamento musicale”.
Nel quadro della poesia del ‘900 la poesia di Caldarelli assume un’incontestabile classicità. La sua inquietudine esistenziale, espressa nei temi di una scontrosa passione per la condizione umana, dell’amore, della dolorosa adolescenza, del declinare dalla vita verso una sera che non gli è stata di “rosea tristezza “, costituisce il tema di fondo di un dialogo quotidiano, e per un’intera vita fino alla morte, sulla realtà della propria esistenza, caratterizzata più dalla delusione che dall’illusione, ma che il poeta, con il suo spirito mordace, ha saputo accettare e vivere, con angosciosa ma ironica consapevolezza.
Scriverà lo stesso Cardarelli: ” La vita io l’ho castigata vivendola “.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere Internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

16 OTTOBRE – GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE SEMPRE PIU’ MORTI PER FAME NEL MONDO (di Eduardo Terrana)

Foto: Pixabay

16 OTTOBRE – GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE
SEMPRE PIU’ MORTI PER FAME NEL MONDO (di Eduardo Terrana)

Sono numeri impressionanti quelli diffusi dal Rapporto delle Nazioni Unite sullo Stato della sicurezza e della nutrizione nel mondo.
Si stimano 38 milioni di morti ogni anno per fame e nel 2020 si prevede che il 75% di tutti i decessi nel mondo sarà causato da carenze alimentari .
I bambini sotto i 5 anni malnutriti oggi sono 52 milioni, mentre aumentano a 821 milioni le persone denutrite. Il problema della fame purtroppo risulta essere gravissimo con aree di forte criticità in Africa, Asia e Sud America.
I cambiamenti climatici e le conseguenti siccità e alluvioni, i conflitti sempre più in aumento, la violenza sull’ambiente, le crisi economiche, sono tra le cause prime del grave fenomeno dell’aumento della insicurezza alimentare.
Un fenomeno che le tante campagne mondiali dell’ONU contro la fame non hanno sin qui eliminato anzi la situazione sembra essere peggiorata e l’obiettivo di garantire un equo e sano accesso al cibo a tutti gli indigenti su scala mondiale sembra allontanarsi.
E’ necessario allora, come rileva l’ONU, accelerare e aumentare le azioni per rafforzare la capacità di recupero e adattamento dei sistemi alimentari e dei mezzi di sussistenza delle popolazioni in risposta ai cambiamenti climatici.
Ma vanno intensificati al contempo le iniziative per azzerare i conflitti ancora presenti sul pianeta e per frenare quanto possibile le violenze sull’ambiente perpetrate dall’egoismo dell’essere umano e per stabilizzare le economie mondiali.
Perché ciò possa avvenire è necessaria la presenza e l’azione di un Organismo mondiale forte capace di imporre agli Stati nazionali valide logiche di crescita e di sviluppo. Ma questa presenza ancora non si riscontra.
Al fine, pertanto, di spingere gli Stati all’azione nella lotta alla fame e di promuovere la sicurezza alimentare l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO). celebra ogni anno, il 16 ottobre, la “Giornata mondiale dell’alimentazione”. Il mondo dell’agricoltura avverte in termini sempre più preoccupanti il tema della sicurezza alimentare che è connesso a quello del cambiamento climatico. Denuncia infatti gravi perdite causate da temperature sempre più elevate e da disastri naturali sempre più in aumento a fronte della crescita della popolazione mondiale che si mantiene costante e che si stima raggiungerà il numero di 9,6 miliardi di esseri umani entro il 2050. Ne conseguirà un vertiginoso aumento della domanda alimentare globale che potrà essere soddisfatta solo se i sistemi agricoli e alimentari degli Stati saranno in grado di adattarsi agli effetti negativi del cambiamento climatico in termini di più resistenza, efficienza e sostenibilità. Un obiettivo questo che sarà difficilmente raggiungibile se gli Stati , nelle loro iniziative di contrasto al cambiamento climatico, non terranno nella dovuta considerazione l’importanza del cibo e dell’agricoltura investendo di più nello sviluppo rurale. La posta in gioco è troppo alta. Si rischia di vanificare gli sforzi sin qui prodotti per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, con conseguente crescita della povertà e dell’indigenza, che inevitabilmente sarà contrassegnata da milioni di vittime per la mancanza di cibo. Necessita allora un’azione concertata tra gli Stati che solo un Organismo sovrannazionale, l’ONU nella fattispecie, può mediare per fronteggiare l’emergenza e promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

UMBERTO SABA, LA POESIA COME SCRUPOLOSA RICERCA DEL VERO (di Eduardo Terrana)

UMBERTO SABA
LA POESIA COME SCRUPOLOSA RICERCA DEL VERO (di Eduardo Terrana)

Umberto Saba. Foto: Wikipedia

Umberto Saba nasce a Trieste il 9 marzo del 1883. Sua madre Felicita Rachele Cohen, di nazionalità ebrea, viene abbandonata prestissimo dal marito Ugo Edoardo Poli, giovane gaio e leggero ed insofferente dei legami familiari.
La donna vive già sola quando mette al mondo il figlio Umberto e non potendo accudirlo lo mette a balia da una contadina slovena, tale Peppa Sabaz, che avendo perso il suo figliolo, riversa su di lui ogni amore e tenerezza. Sarà per questa ragione che Umberto Saba rifiuterà il cognome del padre Poli e, in omaggio alla nutrice, prenderà lo pseudonimo di Saba, che in ebraico, peraltro, vuol dire “pane”.
Saba vive un’infanzia difficile, segnata dalla condizione di figlio che ha lontano il padre e dalle ristrettezze economiche che non gli consentiranno di compiere studi regolari. Si forma pertanto una cultura da autodidatta.
Un anno importante della sua vita è il 1909 quando finito il militare fa ritorno a Trieste e sposa Carolina Wolfer, la “Lina” de “Il Canzoniere”. Nel 1910 nasce la figlia Linuccia e scrive le poesie della raccolta “Casa e campagna” alle quali faranno seguito quelle della raccolta “Trieste e una donna”. Nel 1911 esordisce con il volume “Poesie”, che, però, viene drasticamente stroncato dal critico Slataper, collaboratore a Firenze della rivista “La Voce”. Nel 1912 si stabilisce a Bologna dove collabora con “Il Resto Del Carlino”. Nel 1915 partecipa alla prima guerra mondiale. A guerra conclusa rientra nella sua Trieste dove acquista una libreria antiquaria. Ciò gli consente finalmente una certa agiatezza e libertà e di dedicarsi quasi completamente alla poesia. Nel 1921 pubblica a Trieste la prima edizione de “Il Canzoniere”, che raccoglie le sue precedenti pubblicazioni. La sua poesia comincia ad essere apprezzata e nel 1928 registra l’attenzione e l’interesse della rivista “Solaria” che gli dedica un intero numero unico. Nel 1929 cominciano a manifestarsi le prime crisi depressive con momenti di insostenibilità tali che gli fanno desiderare la necessità del suicidio e che in seguito si faranno sempre più intense e pesanti e lo costringeranno a intense cure psicoanalitiche. Nel 1941 le leggi razziali del regime fascista lo costringono a lasciare Trieste e a trovare rifugio presso amici dapprima a Parigi e poi a Roma. Nel 1945 pubblica la seconda edizione de “Il Canzoniere” con l’aggiunta di nuove poesie, scritte posteriormente al 1921. Nel 1946 arriva con l’assegnazione del Premio Viareggio il riconoscimento alla sua statura di poeta. Nel 1948 pubblica “Storia e Cronistoria del Canzoniere”, un saggio critico del poeta verso se stesso e la sua poesia. Nel 1950 i suoi disturbi nervosi si aggravano e subisce numerosi ricoveri clinici. Per lenire il dolore è costretto al ricorso della morfina. Nel 1953 ottiene la laurea honoris causa in letteratura dall’Università di Roma e il Premio dell’Accademia dei Lincei per la sua opera “Ernesto”. Muore d’infarto a Gorizia il 5 agosto del 1957.
La cultura di Umberto Saba ha fonti diverse. Petrarca, Metastasio, Parini, Foscolo Leopardi, Baudelaire, Haine, il filosofo Nietzsche e Freud sono i suoi maestri.
Il suo linguaggio poetico si connota di aulicità, chiaro l’influsso della tradizione classica in particolare di Petrarca e Leopardi, e di quotidianità.
E’ però quella del Saba una quotidianità diversa da quella che si riscontra nei poeti crepuscolari. Questi infatti guardano, sì!, al quotidiano , alle cose di tutti i giorni ma con distacco, mentre Saba si immerge nel quotidiano per trovarvi la via che concili “la fatica di vivere e il doloroso amore per la vita”.
Si suole affermare che Saba è un decadente. Forse certe intuizioni, tipo quelle che lo portano ad identificare gli uomini con gli animali, possono essere viste in chiave decadente, ma di certo non lo sono il suo senso della vita come flusso unitario e il modo di intendere e di vivere il legame tra la sua vita privata e, per dirla con le sue parole, “il popolo in cui vivo ; onde son nato.”
La poesia di Saba è semplice e chiara. E’ una poesia che adopera le parole d’uso quotidiano e che ritrae aspetti della vita di tutti i giorni, anche i più umili e più dimessi; che ritrae luoghi, persone, paesaggi, animali, che coglie dagli avvenimenti e ritrae la città al poeta tanto cara: Trieste, con le sue strade, i suoi angoli, il suo mare.
Una vera dichiarazione di poetica la si può cogliere nella lirica “Il Borgo”, dove si legge: “La fede avere di tutti, dire parole, fare cose che poi ciascuno intende e sono, come i bimbi e le donne, valori di tutti. “
E’ quella del Saba una poesia che ha una funzione liberatoria, la forma poetica gli consente di rivelare quella verità istintuale che l’uomo civile altrimenti censura e reprime.
L’opera principale di Umberto Saba è “Il Canzoniere”, da lui concepito come opera autobiografica, edito per ben cinque volte, la prima nel 1921 e poi, sempre con nuove raccolte, nel 1945, nel 1948, nel 1951 e nel 1961.
Progettato secondo il disegno di un itinerario poetico che segue fedelmente quello della vita dell’autore, “Il Canzoniere” è per Saba “Il libro nato dal romanzo della sua vita”, per cui , come egli stesso scrive “Bastava lasciare alle poesie il loro ordine cronologico; non disturbare con importune trasposizioni, lo spontaneo fluire e trasfigurarsi in poesia della vita”.
“Il Canzoniere” è, pertanto, la rappresentazione totale dell’uomo Saba, della sua vicenda esteriore ed interiore, e della sua poesia, come scrupolosa ricerca del vero, connessa alla sua biografia.
In un linguaggio semplice e quotidiano, che ricalca il modello classico, il Saba esprime ne “ Il Canzoniere” tanto la celebrazione della quotidianità in tutti i suoi aspetti, anche quella più nascosta e più dimessa, ed in particolare gli affetti personali e familiari dedicati alla moglie Lina e alla figlia Linuccia, quanto il tema amoroso che si realizza nella rappresentazione del rapporto con la moglie Lina e con altre giovani donne vagheggiate con i toni di una naturale e candida carica erotica; si sofferma, altresì: sul tema dell’accettazione della vita, con il suo perenne oscillare di sogni ed illusioni e deludenti esperienze; sulla sua città natale, Trieste; sul mare, simbolo di fuga e di avventure spirituali; sulle memorie dell’infanzia, del rapporto con la natura e delle riflessioni sull’attualità.
Da ricordare sono anche i 16 sonetti della “Autobiografia”, pubblicati nel 1923 su un numero della rivista “Primo Tempo”, dove Saba ripercorre, dall’infanzia, le tappe essenziali della sua vita: il servizio militare, i contatti difficili con gli intellettuali de “La Voce”, l’amore per Lina e per Trieste e il suo giornaliero lavoro: “Una strana bottega d’antiquario / s’apre a Trieste , in una via secreta…/ vive in quell’aria tranquillo un poeta “.
Due sonetti, però, su tutti rivestono un’importanza significativa perché evidenziano aspetti particolari della personalità e della poesia di Saba: “Quando nacque mia madre “ e “ Mio padre è stato per me”, che rappresentano le conseguenze che il rapporto difficile con la madre e l’assenza del padre hanno avuto sul poeta.
Scriverà lo stesso Saba all’amico Giacomo De Benedetti “Un mondo nuovo apparve davanti al mio spirito … Devi sapere che alla radice della mia malattia stava la mancanza del padre: ma come, in qual senso e con quali conseguenze è cosa incredibile e vera”.
Tutti i poeti, scrive De Benedetti, chiedono alla poesia compensazioni e risarcimenti ma Saba le attribuisce una funzione ed una bontà materni.
E infatti la poesia prende il posto della madre troppo severa e dei tanti “ perdoni materni non concessi”, a cui il poeta fa cenno nelle prime poesie .
In questi sonetti dunque sono compresenti le voci discordi che Saba avverte nel suo intimo , quella leggera, gaia, disponibile alla vita, che gli deriva dal padre, e quella severa, austera, che gli viene dall’educazione limitante, costrittiva e rigida, della madre.
Sono varie le raccolte di poesie de “Il Canzoniere”: “casa e campagna; “Trieste e una donna”; “mediterranee”; “ultime cose”; “cose leggere e vaganti”; “uccelli”; “quasi un racconto”. Di qualcuna ne tratteggiamo gli aspetti più significativi e ne cogliamo il significato.
Nelle poesie della raccolta “casa e campagna”, è svolto il tema della identificazione uomo-animale, scoperta di una legge di dolore che accomuna tutte le creature; ne sono espressione le liriche “A mia moglie” e “La Capra”. Nella prima Saba celebra la moglie paragonandola alle femmine di varie animali , di cui mette in luce, francescanamente, le qualità e la colloca in un gioco di contrasti al centro del quale campeggia ed acquista spessore la figura di Lina, la moglie che , attraverso le varie metamorfosi, diviene lentamente se stessa.
Così la pollastra, la giovenca, la cagna, la coniglia, la formica, la pecchia, sono “tutte le femmine di tutti i sereni animali, che avvicinano a Dio”, che realizzano il miracolo della mutevole identità di Lina, che costituisce in assoluto il perno della poesia.
La lirica “La capra” è invece un’altra testimonianza della capacità del poeta di discendere o di innalzarsi a quella misteriosa dimensione in cui la vita degli uomini si incontra e si identifica con la vita degli animali. In questa lirica, però, l’adesione al mondo animale è esclusivamente in una dimensione dolorosa, il poeta vede nel viso della capra i tratti semitici dell’ebreo perseguitato e la poesia diventa, pertanto, simbolo lirico della condizione umana di dolore e di pianto universale.
Nelle poesie della raccolta “Trieste e una donna”, il poeta ricerca l’armonia con tutte le creature per realizzare l’aspirazione ad immettere la sua vita nella calda vita di tutti e ad essere come tutti gli uomini di tutti i giorni.
Saba esprime con questi temi una sorta di vitalismo erotico sentito come immersione nel flusso della vita e quindi come innocenza. Ne sono espressione le poesie: il torrente, Trieste, città vecchia.
“Il torrente”, che appariva al poeta fanciullo pieno di fascinosa avventura, ora gli si rivela nell’età matura senza più particolari significati. E’ solo un esile filo d’acqua che bagna appena i piedi nudi ad una lavandaia.
Ma il torrente riavvia la memoria, srotola la matassa dei ricordi e attraverso il filo della memoria rende possibile il recupero dell’infanzia e consente al poeta di cogliere ancora la realtà, come fosse ancora presente, dell’erba che cresceva sulle sue sponde, e che ancora cresce nel suo ricordo, e le vive passeggiate serali con la madre che le faceva incomprese similitudini, a quel tempo, tra quell’acqua fuggitiva e la vita degli uomini che se ne fugge sempre tanto velocemente.
“Trieste è la città, la donna è Lina!”, dirà lo stesso Saba in “Autobiografia” sintetizzando così in un sol fiato i suoi due amori: Trieste e la moglie Lina.
La città e la donna assumono per la prima volta le loro specifiche identità e sono amate appunto per quello che hanno di proprio e di inconfondibile, ma con un qualcosa di aggiunto,Trieste non è vista e cantata con l’occhio del visitatore, bensì con l’animo di chi ci vive e l’ama di un affetto unico e smisurato, e la sente sua con una intensità tale da sublimare in essa l’espressione e la proiezione del suo stesso animo.
“ Essere uomo fra gli umani / io non so più dolce cosa “. Questi versi sintetizzano lo spirito che anima la lirica “Città vecchia”,considerata come un’esemplare realizzazione di una costante di Saba , e cioè : di cercare riparo nella “calda vita di tutti gli uomini e di tutti i giorni“. Il poeta si sente parte del tutto, si sente immerso nella città, che sente come un mondo popolato da creature simili a lui, nelle quali come in lui “si agita il Signore“ , si sente immerso “nella folla rigurgitante nei vicoli e vicoletti della città vecchia”, che gli ispira pensieri di religiosa adesione.
La lirica “Ultimi versi a Lina”, fa parte della raccolta “ Ultime cose”, pubblicata a Lugano nel 1944 in un tempo cupamente tragico per l’intera umanità e particolarmente angoscioso per il poeta. E’ l’ultimo pensiero poetico espresso in versi che il poeta dedica alla moglie Lina in ricordo dei giorni della loro giovinezza.
Due momenti diversi animano la poesia. Il primo ricostruisce, attraverso una serie di immagini, una sera trascorsa con la moglie e con le amiche ad ascoltare la banda musicale che suonava e richiamava gente. La memoria zumma sulle immagini al poeta ancora tanto care: le luci che oscillano sui porta spartiti quando la banda marciava guidata dal maestro che batteva il tempo alzando e abbassando il bastone; le amiche della moglie, con i loro pregi e difetti:quella buona, quell’astuta, quella infedele; i prati verdi fuori e dentro la città; il suono lacerante delle sirene delle navi a vapore che lasciavano il porto; le osterie chiassose sparse per le campagne .
Il secondo momento è quello della dolorosa ma calma accettazione: quelle cose ormai appartengono al passato, e sono via via svanite ad una ad una col trascorrere del tempo, ed il poeta adesso ormai avanti negli anni, ama ritrovare quelle immagini, quei frammenti di vita trascorsa, nella meditazione, e quei momenti, restituiti dalla memoria, sono un dono prezioso.
La lirica “Ritratto della mia bambina” fa parte della raccolta “Cose leggere e vaganti”. E’ un giorno estivo di festa e la figlia del poeta Linuccia , interrompendo il gioco della palla, gli chiede di uscire con lui. Indossa la bambina un leggero vestitino azzurro, lo stesso colore dei suoi occhi, lo stesso colore del cielo. Il poeta si sofferma a pensare a quali immagini della natura accostare la bellezza, la dolcezza della bambina. Nella schiuma marina, nelle nubi che si formano e si dissolvono nel cielo, nella scia di fumo che esce dai tetti e sembra azzurra al dissolversi dell’aria, trova gli accostamenti adatti ad esprimere quella leggerezza e quella mutevolezza infantile così dolce e sorprendente.
La Lirica “ Il fanciullo e l’averla”, fa parte della raccolta “Uccelli”. Saba ci rappresenta la curiosità dei fanciulli , che si esprime in modi sempre insaziabili di tutto, in particolare di conoscenze e di possesso di specie del mondo animale, esprimendo, appena raggiunto l’oggetto del loro desiderio, immensa gioia, con l’immediata però conseguente noia e disinteresse che accompagna la caduta del desiderio non appena soddisfatto. Un fanciullo giunge a possedere un’averla che poi dimentica. Si ricorda di lei solamente un giorno in cui, per noia o per cattiveria, vuole stringerla in pugno, ma l’averla lo becca e gli scivola dalla mano volandosene via lontano. La condizione dell’averla in gabbia, che soffre, in solitudine ed silenzio, le da dimensioni quasi umane, e diventa simbolo di quella condizione umana che soffre in solitudine ed in silenzio chiusa nella gabbia della vita.
“ Fui sempre un povero cane randagio” è il verso che chiude “Il Canzoniere” postumo, edito nel 1961, e chiude anche l’autobiografia del poeta, delineandone però una raffigurazione angosciata, in cui si compendiano la lacerazione tra l’orgoglio ed il rimpianto della propria difficile individualità ed il bisogno di immersione nell’esistenza, nonché l’opzione per una poesia di sentimento e di riflessione, comunque espressa sempre con toni di affabile colloquialità.
Ciò che fa di Umberto Saba un poeta dalla grazia scontrosa ma propria ed inconfondibile.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e Pace
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21 SETTEMBRE 2019 – GIORNATA MONDIALE DELLA PACE. MIGRANTI UN PROBLEMA MONDIALE DI DIFFICILE SOLUZIONE (di Eduardo Terrana)

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21 SETTEMBRE 2019 – GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

MIGRANTI UN PROBLEMA MONDIALE DI DIFFICILE SOLUZIONE (di Eduardo Terrana)

Il simbolo con cui viene rappresentata la pace è una colomba che tiene nel becco un ramoscello di ulivo.
Sono ancora tanti gli esseri umani che sperano che quel simbolo si trasformi in realtà di vita umana e civile.
Hanno volti e storie diverse e diverse etnie ma tutti sono accomunati da una speranza di pace.
Generalmente chiamati “Migrante” o “Rifugiato”, questi esseri senza nome, ma comunque Persone, perché fin dalla nascita in possesso delle specificità dell’essere umano, vengono dall’anonimo mondo della miseria e della sofferenza dove hanno vissuto le atrocità più terribili, dalla guerra alla tortura, dalla fame allo stupro.
I migranti sono i forzati costretti a lasciare la propria terra a causa di conflitti armati, attacchi terroristici, regimi oppressivi, discriminazioni, persecuzioni, carestie, povertà e degrado ambientale, e non solo, ma anche da motivazioni religiose ed etniche, che sempre più spesso sfociano in conflitti o in guerre aperte.
Ed è un numero di persone in movimento impressionante. I dati rilevano oltre 250 milioni di migranti nel mondo.
La pressione migratoria è forte e crescente verso l’Italia e l’Europa, ma anche in altri continenti si registrano spostamenti significativi.
Quelli che si presentano alle porte del mondo civilizzato e chiedono accoglienza, provengono per lo più dalla Nigeria, dalla Somalia, dal Sudan, dall’Afganistan. Un fenomeno destinato purtroppo a crescere in modo significativo nel prossimo futuro, con migrazioni provenienti dai Paesi poveri del sud del mondo verso i Paesi ricchi del nord . Pochissimi di questi, meno dell’l1%, faranno ritorno un giorno nei loro Paesi di origine.
Dramma nel dramma è quello dei bambini. Secondo le Nazioni Unite, il 51% dei rifugiati nel mondo sono bambini, spesso soli e abbandonati dalle rispettive famiglie.
La tragedia della loro vita è tutta espressa dalla magrezza dei loro corpi e dal terrore che si legge nei loro occhi.
Muoiono in tanti lungo il cammino sulla strada o sul mare della speranza ma i più approdano e si rivolgono alla carità del mondo per vivere una vita dignitosa.
Sono persone che non arrivano a mani vuote afferma Papa Francesco, rilevando che portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono, e invitando governanti e governati a respingere la retorica che con la logica dei rischi per la sicurezza nazionale e della non accoglienza manifesta disprezzo per la dignità umana, che invece va riconosciuta a tutti.
La Pace, ricorda il Pontefice è “un’aspirazione profonda di tutte le persone e di tutti i popoli, soprattutto di quanti più duramente ne patiscono la mancanza”.
Raccomanda, pertanto, Papa Bergoglio l’accoglienza dei migranti e di non rimandarli nei paesi d’origine dove li aspettano persecuzioni e violenze; di tutelarne l’inviolabile dignità e di promuoverne uno sviluppo umano integrale, che consenta la loro piena partecipazione alla vita della società che li accoglie e assicuri , al contempo, ai bambini e agli adolescenti l’accesso all’istruzione.
Nessun Paese può gestire da solo il fenomeno della migrazione umana, ma necessita che le Nazioni guida del mondo provvedano ad assicurare alle Nazioni meno evolute giusti diritti e una crescita armonica a misura d’uomo e ad impegnarsi politicamente e moralmente in tal senso, anche nell’ottica di dare concreta attuazione alla Dichiarazione di New York per rifugiati e migranti, del 19 settembre 2016, che esprime la volontà politica dei leader mondiali di salvare vite, proteggere diritti umani e condividere responsabilità su scala globale.
All’intero mondo civilizzato s’impone pertanto la scelta se arricchire il proprio cuore di una nuova solidale umanità o se impoverirlo della miseria di un nuovo egoismo.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore