11 Luglio 1995 -SREBRENICA- VENTICINQUE ANNI FA IL MASSACRO (di Eduardo Terrana)

11 Luglio 1995 -SREBRENICA- VENTICINQUE ANNI FA IL MASSACRO (Eduardo Terrana)

Il generale Ratko Mladic, l’11 luglio 1995, entrò nella cittadina bosniaca di Srebrenica con le sue truppe serbo-bosniache e vi portò morte e distruzione.
Fu il massacro di 8.372 civili inermi e indifesi, ma anche stupri, mutilazioni e violenze di ogni genere.
Desidero ricordare quel tragico evento e rendere omaggio alla città di Srebrenica ed ai suoi morti, vittime innocenti, con questi modesti versi per non dimenticare quella triste pagina di atrocità, tra le peggiori della storia contemporanea, dopo quelle del nazismo, e tenere sempre presente che la strada verso l’affermazione e la realizzazione dei diritti fondamentali per tutti gli esseri umani e per tutti i popoli, senza nessuna distinzione e discriminazione , è ancora lunga da percorrere. Ma quel traguardo è essenziale per il valore e la dignità della persona umana e per la pace.

RICORDANDO SREBRENICA
di Eduardo Terrana

Si sente il vento soffiare
tra gli alberi e le urla
delle donne di Bosnia
violentate,
il pianto dei bimbi
orfani ed affamati,
e dei vecchi della loro
Patria diseredati.

Si sente il vento soffiare
tra gli alberi ed il tuonar
dei cannoni che vomitano
valanghe di morte,
e l’odore acre
delle carni bruciate
da lingue di fuoco
che inceneriscono la vita.
Si sente il vento soffiare
tra gli alberi ed il pianto
della terra di Bosnia
inonda l’animo rinsecchito
di chi si ubriaca
del sangue degli innocenti
e nel deserto delle menti
vaneggia folli progetti.

Capezzoli secchi di latte
distillano sangue d’amore
a neonati innocenti
di tanto odio e dolore.
Figli senza Patria e futuro,
crescono divisi dal muro
dell’odio che arde nei cuori
e brucia la loro Bandiera.

Figli di Bosnia, spettri viventi,
persi nel vuoto delle montagne
sventrate dalle granate,
ovunque disseminate,
e tra le coltri occhi piangenti
a Morfeo rubate da mani briganti.
Figli di Bosnia cinico silenzio
sull’amara sorte del vostro destino!

Ma finisce la sera
e il sole risorge
sulla fraterna bufera
che semina morte.
Si sente il vento soffiare
tra gli alberi: è la speranza
di un domani migliore
per i Figli di Bosnia!

———-
Srebrenica! Per non dimenticare

Dedicato,
agli uomini ed ai popoli
che soffrono la fame,
l’ingiustizia, l’oppressione,
ma credono
in un mondo diverso,
in un mondo di uguali,
in un mondo migliore!
***

Eduardo Terrana
Saggista e conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati

Foto: Pixabay

DROGA NEL MONDO DATI ALLARMANTI. Il 26 giugno, la Giornata Mondiale della lotta contro l’abuso e il traffico di droga (di Eduardo Terrana)

DROGA NEL MONDO DATI ALLARMANTI

Il 26 giugno, la Giornata Mondiale della lotta contro l’abuso e il traffico di droga
(di Eduardo Terrana)

Foto dal web

Appare drammatica ed in costante aumento la situazione dei consumatori di droghe nel mondo che emerge dai dati dell’ultima rilevazione effettuata, nel 2017, dall’Agenzia dell’Onu per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, (Unodc).
L’agenzia rileva che i morti censiti a livello mondiale per consumo di sostanze stupefacenti, relativamente al 2017, sono quasi 600.000; stima, inoltre, che 270 milioni di persone, dai 13 ai 65 anni, fanno uso di droghe.
Il dato del 2017 è quasi pari a quello dell’anno precedente, ma risulta superiore di oltre il 30% se paragonato a quello del 2009. Incide il consumo rilevato per la prima volta in India ed in Nigeria, ma se si considera che oltre il 50% degli Stati membri dell’ONU non fornisce i dati va ritenuto fondato il timore che le cifre possano essere di gran lunga superiori. Preoccupa in particolare la diffusione della droga tra i giovanissimi, che sempre più in età minorile, scelgono di viverne le pericolose esperienze. Un quadro allarmante, nonostante la vigilanza esercitata dagli Stati ed i rilevanti sequestri effettuati.
La lettura dei dati rileva un uso crescente di oppiacei soprattutto in Africa, Asia, Europa e Nord America; mentre la cannabis prevale dappertutto e si rivela la droga più usata a livello mondiale con 232 milioni di consumatori, ma anche la più coltivata, in 159 Paesi. Il suo maggior consumo è nel Nord America, nel Sud America e in Asia, ed è in forte crescita.
In Africa ed in Europa prevale invece il consumo di oppiacei che sono presenti anche sul mercato asiatico e nordamericano. Si contano circa 54 milioni di consumatori, con un incremento, nel 2017, del 56% rispetto agli anni precedenti. Queste sostanze sono la prima causa di morte tra i tossicomani per oltre il 75%.
La cocaina fa registrare, nel 2017 il record della produzione illegale con 1.976 tonnellate prodotte, il 25% in più rispetto al 2016. Oltre 20 milioni di persone nel mondo ne fanno uso, prevalentemente negli Stati Uniti.
L’eroina è la sostanza per antonomasia degli Oppiacei, che annoverano: l’ Oppio, gli oppiacei sintetici: fentanyl, codeina, metadone, tramadol; la morfina; i sedativi e i tranquillanti. L’eroina conta oltre 8 milioni di consumatori, mentre sono 38 milioni i consumatori di oppio.
La preoccupazione maggiore oggi in termini di salute pubblica è data dagli oppiacei sintetici ed in particolare dal fentanyl e dal tramadol. Il fentanyl è motivo di emergenza overdose negli Stati Uniti e in Canada, mentre il tramadol, che è un potente analgesico sintetico, desta forte preoccupazione, per l’uso che se ne fa, in Africa e in Medio Oriente. E’ molto conosciuto, tra l’altro, tra i combattenti della jihad con il nome di “droga del combattente” perché viene utilizzato in battaglia dai terroristi dell’Isis.
L’uso di droghe nel mondo, però, registra il consumo di altre tipologie di sostanze, per lo più stimolanti, come le Anfetamine e l’Ecstasy. Nel 2017 ne hanno fatto uso, rispettivamente, 53 e 28 milioni di persone. Le Anfetamine hanno un forte consumo tra le popolazioni del sud set asiatico.
A queste sostanze vanno aggiunte nuove droghe sintetiche come cannabinoidi e ketamine, il cui mercato è in forte espansione, anche perché reperibili a basso costo.
Da rilevare che il numero di decessi nel 2017 registra il picco massimo proprio tra i consumatori di oppiacei sintetici. Gli Stati uniti detengono il triste primato di questa classifica, con 47.000 morti, segue il Canada, con 4000 decessi, per eccessivo uso soprattutto di fentanil. Al terzo posto figura l’Africa, dove è diffusissimo e consumato il tramadol.
Sono drammatiche le cifre relative ai malati per uso di droghe. Sono oltre 35 milioni i tossicodipendenti, che necessitano di trattamenti terapeutici continui. Tra le Patologie più diffuse l’Hiv, oltre un milione e mezzo, e l’epatite C, circa sette milioni. Una realtà che pesa sull’economia dei Paesi interessati che devono fronteggiare questa emergenza. Sono nel mondo 11 milioni le persone che si sono iniettati droghe, in prevalenza oppiacei od eroina.
I Narcotrafficanti sono scatenati nel tentare di accaparrarsi sempre più nuovi mercati ed ormai hanno raggiunto un livello organizzativo che consente di fare arrivare la droga in ogni parte del mondo per vari corridoi. I profitti che ne derivano sono immensi. Si pensi che l’eroina ha un mercato globale del valore di circa 55 miliardi di dollari all’anno e la cocaina di circa 40 miliardi di dollari, ma il volume d’affari globale del traffico di stupefacenti dà un gettito stimato in oltre 500 miliardi di dollari, di cui 300 miliardi solo negli Stati Uniti. La droga, così, si conferma, dopo la prostituzione, la migliore fonte di reddito illegale.
Nascono intanto nuove vie della Droga, che si aggiungono a quelle già note. L’ultima è quella che porta la droga latinoamericana in Qatar, nel Golfo Persico. Ma le droghe per lo più percorrono le vie tradizionali.
L’eroina segue la via Balcanica, un percorso che passa attraverso l’Iran, la Turchia, i paesi balcanici e porta la droga ai Paesi dell’Europa centrale ed occidentale.
Altre rotte sono quelle asiatiche che portano dall’Ahghanistan l’eroina nei paesi dell’Asia meridionale, attraverso il Pakistan in Africa e attraverso l’Asia centrale in Russia. Sempre dall’Afghanistan, che ne è il primo produttore al mondo, arriva anche l’oppio. La cocaina invece arriva, in prevalenza, dalla regione andino-amazzonica: Colombia, Perù e Bolivia. Lo stato che ne produce di più è la Colombia, il 70%. La cannabis proviene principalmente da Maghreb e Mashrek.
La pericolosità delle droghe è ampiamente accertata e documentata. Le droghe agiscono sui neuroni che sono le unità base strutturali e funzionali del tessuto cerebrale. Gli effetti devastanti si manifestano in vario modo ma tutte riconducono alla considerazione che le droghe distruggono il sistema nervoso e chi ne fa uso.
Ciò nonostante sempre più persone si avvicinano all’uso delle droghe. E l’età è sempre più bassa, i mercenari della droga, infatti, adescano i nuovi proseliti sempre più tra i giovanissimi, da ultimo anche tra i dodicenni.
La pericolosità delle droghe è classificata secondo un ordine che vede sul podio: Eroina, Cocaina, Barbiturici, e tra le prime posizioni: Metadone, Alcol, Ketamina,
Benzodiazepine, Anfetamine, Tabacco, Cannabis, LSD, Ecstasy.
L’Onu richiede agli Stati un impegno straordinario per far fronte al narcotraffico internazionale, una piaga che cambia pelle di continuo, come dimostra la recente trasformazione da area di snodo a mercato della droga del Brasile, secondo consumatore al mondo di cocaina e primo di crack. Un fatto questo di rilevante portata perché sta sconvolgendo gli equilibri di produzione e di smercio illegale della droga nell’America latina e, soprattutto, tra i paesi produttori: Perú, Bolivia, Cile ed Ecuador, con inevitabili conflitti tra i narcotrafficanti.
Necessita, pertanto, una maggiore cooperazione internazionale ed una maggiore integrazione sul piano sanitario e della giustizia penale per contrastare il fenomeno con efficacia. Necessita, altresì, sviluppare politiche rigorose di lotta alla produzione e al commercio di droghe. Necessita intensificare gli interventi di cure e riabilitazione per il recupero dei tossicodipendenti. Necessita svolgere una forte azione preventiva e dissuasiva verso i giovani di tutte le età, al fine di distoglierne l’attenzione dalle droghe e sui danni alla salute, sempre più gravi e diffusi, conseguenti all’uso delle stesse. Necessita, però, anche sviluppare una vigorosa campagna di lotta contro il riciclaggio di denaro proveniente dalla droga.
Su questi obiettivi necessita che tutti gli stati del mondo trovino la massima intesa e procedano insieme per stroncare con fermezza il traffico e il consumo di droga. Un impegno di lotta difficile, anche perché molti paesi produttori hanno nella droga una voce d’entrata importante nella loro bilancia commerciale e privarsene sarebbe un grave danno. I trafficanti di droga, pertanto, in questi Paesi, trovano copertura e protezione governativa e popolare. La lotta, però, contro trafficanti e spacciatori e la proliferazione delle sostanze stupefacenti, va intensificata, perché va salvaguardata la salute di tutti, contrastando, in ogni luogo e con ogni mezzo, i narcotrafficanti e i loro loschi traffici che procurano larghi profitti sfruttando lo stato di miseria della povera gente.
La ricorrenza della “Giornata Mondiale della lotta contro l’abuso e il traffico di droga”, del 26 giugno, deve contribuire a rafforzare questo impegno operativo perché la lotta al narcotraffico subisca sempre più decisivi colpi mortali, così risparmiando sempre più vite umane.

Eduardo Terrana
Saggista e conferenziere su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore

LE SFIDE POSTE DALLA MIGRAZIONE IRREGOLARE. Il 20 giugno la ricorrenza della Giornata mondiale dei Profughi (di Eduardo Terrana)

LE SFIDE POSTE DALLA MIGRAZIONE IRREGOLARE.

Il 20 giugno la ricorrenza della Giornata mondiale dei Profughi
(di Eduardo Terrana)

È un flusso continuo quello dei profughi che lasciano i loro luoghi di nascita per avventurarsi in perigliose ricerche di nuovi Paesi dove vivere una nuova vita.
Un dramma che coinvolge persone di ogni età, costrette ad abbandonare il proprio paese a causa di conflitti, invasioni militari, bombardamenti, violenze, persecuzioni politiche o religiose, miseria, fame, malattie, disastri naturali, povertà e mancanza di risorse.
Un dramma che si rinnova ogni due secondi, in un mondo che non sa garantire il riconoscimento ed il rispetto dei diritti a tutti! Un profugo ogni due secondi! Un tempo ristrettissimo che ci da l’idea della portata del fenomeno migratorio, che reclama l’attenzione del mondo civile, che ha il dovere di non restare indifferente e di dare una risposta umanitaria.
Un continente in movimento quello dei Profughi, stimato globalmente, a tutt’oggi, in 258 milioni di persone, secondo il “Rapporto ONU”. Dietro questo numero anonimo ma impressionante ci sono storie drammatiche, fatte di viaggi lunghi ed estenuanti, non scevri da pericoli, durante i quali, spesso i profughi si imbattono in soggetti senza scrupoli che li costringono a subire torture e abusi indicibili. E spesso il viaggio non si risolve in breve tempo ma dura anni, anche quattro o cinque. È il caso, ad esempio, dei tanti profughi che arrivano in Libia. Drammatica è, poi, la sorte dei tanti che si affidano al mare inseguendo il miraggio di una terra promessa che però, spesso, resta , appunto, un miraggio! È il caso dei 38.000 profughi morti, dal 1988 a tutto il 2019, nel mediterraneo o su altre rotte marine, ma il numero appare poco convincente, perché in tanti mancano all’appello.
I profughi, moglie e figli al seguito e un fardello di speranza, approdano in prevalenza in Paesi confinanti. E’il caso, ad esempio, dei siriani che si stabiliscono in Turchia, o dei sudsudanesi, che vengono accolti dal Sudan o dall’Uganda.
Tanti però seguono altre direttrici: da Messico, Cina, India, Filippine e Porto Rico, verso gli Stati Uniti; dal Venezuela verso Perù, Spagna e Stati Uniti; dall’India verso l’Arabia Saudita; dalla Siria verso la Turchia e verso l’Europa, in prevalenza, in Germania; dall’Algeria verso la Francia.
Notevoli sono, poi, i movimenti migratori all’interno degli stati appartenenti alla ex Unione Sovietica tra Federazione Russa ed Ucraina e tra Kazakistan e Federazione Russa. Altrettanto intensi i flussi migratori verso il Sud del mondo: dal Bangladesh verso l’India e da qui verso gli Emirati Arabi Uniti e verso l’Arabia Saudita; dalla Cina verso la regione di Hong Kong; dall’Afghanistan verso il Pakistan e la Repubblica Islamica dell’Iran; dal Myanmar verso la Tailandia; dalla Palestina verso la Giordania; dal Burkina Faso verso la Costa d’Avorio.
Il continente asiatico detiene il primato delle partenze, 106 milioni su 258, ed ha nell’India il Paese con l’esodo maggiore. Segue l’Europa, con 61 milioni di partenze, e a seguire: Messico, Russia, Bangladesh, Pakistan, Ucraina.
Particolare in Asia è la condizione dei Rohingya, già fuggiti in oltre 700.000 in Bangladesh, perseguitati dal governo del loro paese, il Myanmar, e l’esodo è tutt’ora in atto.
L’Africa registra una migrazione di 36 milioni di persone, che però si snoda in prevalenza al suo interno, da un Paese all’altro del Continente.
Da considerare, ancora, che oltre due milioni e mezzo di afghani e altri due milioni e mezzo di sud sudanesi hanno lasciato il loro paese. Non sono però meno consistenti i flussi provenienti da Somalia ed Eritrea, Repubblica democratica del Congo e Repubblica Centrafricana.
I dati dell’Alto Commissariato dell’ONU evidenziano che 80 milioni di Rifugiati vivono in Asia, 78 milioni in Europa, 58 milioni nel Nord America, 25 milioni in Africa, 9 milioni in America Latina e Caraibi, 8 milioni in Oceania.
Tra i Paesi concedenti asilo, a maggior densità migratoria, figurano: gli Stati Uniti d’America (46 milioni), Federazione Russa (12 milioni), Germania (9,8 milioni), Arabia Saudita (9,1 milioni), Emirati Arabi Uniti e Regno Unito (9 milioni), Francia e Canada (7,4 milioni), Spagna (6,5 milioni), Italia, (6,5 milioni), Turchia,(4 milioni).
Altri Paesi che offrono asilo sono: Giordania, Palestina, Pakistan e Libano. Quest’ultimo, oltre alla presenza di migranti provenienti da Etiopia, Sri Lanka, Filippine, Nepal e Bangladesh, tutti lavoranti e residenti nel paese, da’ asilo a più di 300 mila palestinesi e oltre un milione di siriani.
Tra i Paesi col più alto numero di profughi ve ne sono quattro, tra i meno sviluppati ma a loro volta paesi ospitanti: Uganda, Sudan, Etiopia e Bangladesh, che hanno accolto oltre 13 milioni di rifugiati.
Il 71% dei 258 milioni di migranti del mondo sono originari dei paesi in via di sviluppo, di questo il 35% è residente nei paesi avanzati, il 36% è diretta verso i paesi emergenti. Questo lascia supporre che nel prossimo futuro la maggior parte dei migranti non si muova più da sud verso nord, ma si sposti all’interno dell’emisfero meridionale del pianeta. Pertanto i Paesi dell’emisfero nord, Europa, America, Russia, non sarebbero più le mete ricercate, che sarebbero sostituite da Cina, Giappone, Tailandia, Corea del sud, destinate a diventare i nuovi paesi di immigrazione.
Dall’analisi fatta emerge un quadro alquanto critico dello status dei Profughi, per i quali l’Alto Commissario delle Nazioni Unite chiede alle Nazioni maggiore impegno e solidarietà e nuove progettualità a breve, medio e lungo termine, anche perché, in un mondo segnato dalla diseguale distribuzione della ricchezza, le migrazioni sono un fenomeno inevitabile e costituiscono uno stock in continua crescita.
“La mobilità umana”, rileva l’Alto Commissario delle Nazioni Unite, “è un fattore chiave per lo sviluppo, amplia le opportunità a disposizione degli individui ed è un mezzo fondamentale per consentire l’accesso alle risorse e la riduzione della povertà nel mondo.” Pertanto, si evidenzia, necessita cambiare il modo di come guardare e affrontare il fenomeno Profughi che è da gestire non come “ un problema da risolvere ma come una risorsa da sfruttare”, e intervenendo, al contempo, con una larga progettualità finalizzata: a favorire l’integrazione degli immigrati e la conoscenza dei loro bisogni e delle loro culture e tradizioni; a garantire lavoro ed occupazione stabili e legalmente protetti, che consentano dignitose condizioni di vita.
Ma bisogna anche andare alla risoluzione delle cause del fenomeno che stanno più a monte e intervenire con politiche: che impegnino tutti per la cessazione di tutti i conflitti oggi esistenti; che avviino progetti di pace e programmi che possano garantire il miglioramento delle condizioni di questi esseri umani, che non sono persone di seconda serie; che prevengano e favoriscano l’eliminazione di tutti i fattori ostativi allo sviluppo, perché si possa evitare l’esodo obbligato delle persone fuori dal loro habitat naturale, favorendo, così, in loco le migliori prospettive di crescita e di sviluppo.
In tale ottica, allora, vanno ricercate le migliori intese tra i governi che, da un lato, consentano ad ogni immigrato di poter “ lavorare o acquisire nuove competenze per dare il suo contributo alla comunità”, ma, dall’altro, che possano sviluppare le migliori occasioni di rimpatrio nei territori di provenienza, creando quelle possibilità di vita che l’immigrato trova nel paese che lo ospita.
In pratica favorire un reinsediamento di queste persone nei propri luoghi di origine. Prospettiva, ce ne rendiamo conto, che al momento appare di difficile attuazione, ma che va avviata e perseguita a lungo termine, fermo restando che i Paesi ospitanti continuino a dare in modo attivo e determinante risposta alle sfide poste dalla migrazione irregolare, anche con nuovi programmi migliorativi di accoglienza e inserimento sociale, nonché con interventi di protezione e integrazione, ma soprattutto, tenendo aperte le loro frontiere e non alzando nuovi muri, anche nel rispetto della “Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951”, e soprattutto in considerazione che l’immigrato è una persona in cerca di dignità.
In tale accezione intensificare gli sforzi per contribuire a dare agli immigrati la possibilità di vivere una vita degna di un essere umano, di consentire loro di potere avere dei sogni da realizzare e delle speranze da coltivare, di potere accudire alle necessità delle loro famiglie e di poter garantire ai loro figli una casa , un pasto caldo, un futuro, sono le altre sfide da perseguire e vincere. Sfide per le quali la ricorrenza della “ Giornata Mondiale dei Profughi”, che si celebra il 20 giugno di ogni anno, raccomanda ogni sforzo dei governi del mondo perché da speranze e progetti diventino realtà.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore

8-6-2020 – GIORNATA MONDIALE DEGLI OCEANI. OCEANI CONDANNATI A MORTE SENZA GARANZIE DI TUTELA (di Eduardo Terrana)

8-6-2020 – GIORNATA MONDIALE DEGLI OCEANI.
OCEANI CONDANNATI A MORTE SENZA GARANZIE DI TUTELA (di Eduardo Terrana)

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Gli oceani da sempre costituiscono un valore incalcolabile per l’intero Pianeta, perché svolgono funzioni vitali per l’equilibrio globale e per la sopravvivenza di ogni forma di vita.
Da un lato proteggono le coste e regolano il clima, dal momento che assorbono il 90% del calore prodotto, in vario modo, dall’essere umano, dall’altro sono un serbatoio di vita indispensabile con la loro variegata biodiversità.
Sulle loro acque, inoltre, si snoda il 90% del commercio mondiale e un rilevante traffico di passeggeri.
Un ecosistema, pertanto, fatto di delicati equilibri, che però oggi appare in serio pericolo per gli effetti distruttivi prodotti dalle attività umane che generano aumento delle temperature, inquinamento e sfruttamento sconsiderato delle risorse.
IL Rapporto sullo stato degli oceani, redatto dal “Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico” ,(Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC), rileva che gli oceani sono sempre più caldi e più acidi. Oltre il 90% dell’energia che la Terra trattiene per effetto del riscaldamento climatico si scarica nelle acque oceaniche. Ciò causa l’allarmante scioglimento dei ghiacci polari e delle grandi distese di ghiaccio della Siberia, dell’Europa, del nord America, che si stanno riducendosi sempre di più , in modo continuo e costante, producendo il conseguente innalzamento degli oceani e dei mari regionali e la liberazione, al contempo, di quantità enormi di anidride carbonica rimasta intrappolata per millenni.
L’innalzamento degli oceani è un problema di rilevante portata per gli ecosistemi mondiali. Si consideri che dal 1993 ad oggi il tasso medio di innalzamento del livello marino è stato di circa 3,2 mm/anno dovuto a varie cause: all’espansione termica dell’acqua per più di 1 mm/anno; allo scioglimento delle distese degli strati di ghiaccio di Antartide e Groenlandia per un ulteriore 0,5 mm/anno; allo scioglimento di altri ghiacciai per circa 1 mm/anno.
Secondo le stime dello IPCC entro la fine del secolo il livello delle acque oceaniche e marine potrebbe variare tra lo 0,3 cm. e 1 m rispetto all’inizio del secolo. Un evento che l’Umanità non è attrezzata a fronteggiare ma che produrrebbe conseguenze preoccupanti sugli esseri umani e sul mondo animale e vegetale, nonché sui versanti economici, produttivi e sociali. Si considerino al riguardo alcuni importanti fattori. La popolazione mondiale, oggi, più di sette miliardi di persone, distribuita su tutti i continenti, abita in megalopoli che si affacciano sulla costa e circa il 50% degli abitanti mondiali vive entro i primi 60 km da essa. Risulta evidente quanto distruttivo sarebbe l’impatto della inondazione delle acque oceaniche e marine, prodotto dall’innalzamento, su queste aree. Altrettanto rilevanti sarebbero gli effetti sull’ ambiente naturale.
Altro preoccupante fenomeno causato dal riscaldamento climatico è, poi, l’acidificazione delle acque oceaniche e marine prodotto dalla alterazione chimica delle stesse per effetto diretto della enorme quantità ed intensità di anidride carbonica nell’atmosfera.
Ancora un grave problema è la presenza di una rilevante quantità di plastica negli oceani e nei mari. Immaginare una superficie di 10 milioni di Km/2, pari ad un territorio grande quanto l’intero Canada, ci dà la dimensione della vastità dell’isola di plastica presente nell’habitat oceanico e marino, che s’incrementa sempre più per effetto delle correnti marine. Si stima che oltre otto milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno negli oceani e nei mari. Un danno enorme per l’intero eco ambiente marino che a sua volta costituisce un grave pericolo per l’intera fauna marina, dal momento che il rimpiccolimento e lo sbriciolamento della plastica viene assimilato dai numerosi organismi marini, attraverso i quali finiscono nel circolo della catena alimentare.
Lo sfruttamento indiscriminato degli oceani, inoltre, minaccia di compromettere la sicurezza alimentare ed economica dell’intera comunità umana. Sono a rischio non solo gli stock ittici, ma anche il sostentamento di tre miliardi di consumatori di pesce nel mondo e, soprattutto delle popolazioni dei paesi in paesi in via di sviluppo che hanno nel pesce l’unico sostentamento. Gli effetti della veloce variazione climatica rischiano tra l’altro di provocare l‘estinzione di oltre 500 specie marine e di provocare l’ulteriore riduzione della produzione di ossigeno e di carbonio, di cui il sistema marino è il maggior produttore, che sono fattori base importanti di equilibrio per l’esistenza di ogni specie vivente in quanto mitigano gli effetti negativi del riscaldamento climatico.
L’ecoambiente oceanico e marino è supporto di vita per l’intero Pianeta. Deve essere, pertanto, protetto dal degrado che lo minaccia e mantenuto sano.
Ciò che sarà possibile, rileva il WWF: se si riducono gli effetti negativi del riscaldamento globale e dell’acidificazione; se si eliminano i fattori d’inquinamento; se si preserva il ciclo riproduttivo di ossigeno e carbonio del bacino oceanico e marino, evitandone, ogni ulteriore alterazione o disequilibrio e la conseguente riduzione; se si proteggono le zone costiere e marittime; se si proteggono gli habitat e si mantiene il sistema pesca a basso impatto; se si valorizza l’economia dei beni, dei benefici, delle merci e dei servizi che l’oceano fornisce.
In tale ottica la conservazione degli oceani e l’uso sostenibile delle risorse marine, già parte integrante, peraltro, degli “Obiettivi di sviluppo sostenibile” del programma d’azione delle Nazioni Unite, deve trovare un rinnovato vigore ed impulso al fine di garantirne la tutela, anche in una visione più ampia di sostenibilità economica, sociale ed ambientale.
La celebrazione della Giornata Mondiale degli Oceani, nella ricorrenza dell’8 giugno, rinnova ed esorta tutti all’assolvimento di questo impegno.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’Autore

31-05-2020 – GIORNATA MONDIALE CONTRO IL FUMO QUELLA NUVOLA GRIGIA NEI POLMONI E NEL CERVELLO. DIRE NO AL FUMO UNA SCELTA DI VITA E DI CIVILTÀ (di Eduardo Terrana)

31-05-2020 – GIORNATA MONDIALE CONTRO IL FUMO
QUELLA NUVOLA GRIGIA NEI POLMONI E NEL CERVELLO.
DIRE NO AL FUMO UNA SCELTA DI VITA E DI CIVILTÀ
(di Eduardo Terrana)

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È come se la popolazione di una metropoli di 7 milioni di abitanti venisse cancellata di colpo!
Tanti sono ogni anno i morti causati dal fumo attivo, un numero pari, secondo “l’Institute for Health metrics and evaluation”, al 13% del totale delle persone decedute in tutto il mondo. Elevato risulta anche il numero di decessi prodotto dal fumo passivo, circa un milione e duecentomila.
Il numero maggiore di decessi si registra nei paesi sottosviluppati, poveri e a basso reddito, che sono i più esposti alle interferenze ed alle promozioni di marketing dell’industria del tabacco.
Un bilancio tragico che non tende a diminuire e che, in prospettiva, aumenterà, anno dopo anno, sino ad 8 milioni entro il 2030, anche per l’approccio al tabacco di un numero sempre più crescente di giovani, che in età sempre più giovanile, anche 12 anni, provano ad aspirare una sigaretta.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, (OMS), il fumo è la prima causa di morte al mondo. Oltre la metà dei decessi si concentrano in quattro grandi nazioni: Cina, India, Stati Uniti e Russia. La maggior parte delle vittime vive in paesi poveri, otto su dieci, e ciò dimostra che c’è uno stretto legame tra dipendenza dal tabacco e povertà. Nei Paesi poveri il bilancio familiare è piuttosto scarso, ciò nonostante, rileva l’OMS , oltre il 10% del bilancio familiare finisce nell’acquisto di sigarette. In questi Paesi il fumo incide più pesantemente sull’organismo debilitato dei consumatori che, di conseguenza, si ammalano e perdono anche il lavoro con gravi ripercussioni nelle loro famiglie che si ritrovano prive di ogni sostentamento.
È, in apparenza, un gesto innocuo, fatto con consapevole o inconsapevole incoscienza, quello di sfilare una sigaretta dal pacchetto e portarla alla bocca. Ma quel pacchetto di sigarette ha un pesante prezzo nascosto che si chiama “Vita”, perché nasconde una grande insidia che col tempo può portare a gravi malattie ed anche alla morte. Non è questa una affermazione esagerata. Basta considerare il contenuto di una sigaretta per rendersene conto. Sono più di 7000 le sostanze chimiche contenute in una sigaretta, delle quali diverse centinaia sono tossiche, di cui il più dannoso è il monossido di carbonio, perché “si fissa sull’emoglobina a una velocità 203 volte superiore dello ossigeno il quale non trova più spazio e ciò provoca l’asfissia dell’organismo. “
Circa 70, inoltre, sono le sostanze cancerogene, tra cui gli idrocarburi: xilene, benzopirene ed il pirene. L’elemento,però, più pericoloso è la nicotina , perché provoca la dipendenza da fumo, alla quale va associata l’ammoniaca, che ne aumenta gli effetti.
Ricordiamo tra le altre sostanze tutte nocive alla salute le sostanze irritanti come l’acido cianidrico, l’acroleina, la formaldeide, l’acido prussico ed il catrame che danneggia le ciglia vibratili polmonari. Altre sostanze dannose sono: il metanolo, il piombo, la trementina, il fosforo, il cadmio, il cloruro di vinile, l’arsenico, il butano, l’insetticida DDT, il fenolo che provoca gravi danni al sistema urinario, respiratorio e digerente. E non manca anche un elemento radioattivo: il pollonio 210. Aspirare una sigaretta significa, pertanto, immettere nei polmoni tutte queste sostanze e tante altre non elencate. Dai polmoni, poi , questi componenti del fumo giungono al sangue e tramite il sangue in tutto il corpo.
Da considerare ancora che in ogni sigaretta si trovano anche sostanze appositamente aggiunte dai produttori che hanno l’effetto di rendere il fumo più tollerabile o di contenere peso ed appetito.
Gli effetti dannosi del fumo sia attivo che passivo, in particolare sull’apparato cardiaco, vascolare e digerente, sono noti già da vari anni, anche per effetto della campagna informativa e sensibilizzante svolta dall’OMS, dal 1990 in poi. Ma questo non sembra impensierire più di tanto gli amanti della sigaretta.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della sanità ( OMS), si contano oggi più di un miliardo e trecento milioni di consumatori di tabacco. Di questi circa un miliardo sono gli uomini, circa 250 milioni le donne, in un rapporto da 1 a 5 rispetto agli uomini, mentre il numero di minori fumatori tra i 13 e 15 anni è al momento intorno ai 45 milioni. La maggiore tendenza al fumo si registra nell’Asia sudorientale, ma entro il 2025 si prevede che la regione del Pacifico occidentale farà registrare un dato superiore. In Italia si contano circa 11 milioni di fumatori , di cui 6,4 mln di uomini e 4,6 mln di donne, ma sembra che la crescita sia ormai a quota zero e si prevede anzi, da qui al 2025, un calo di 600 mila unità.
L’Istituto internazionale di ricerca sul cancro, (International Agency for Research on Cancer), ricorda che il consumo di tabacco riveste un ruolo importante nell’insorgenza di numerose malattie, parecchie delle quali molto gravi e con decorso mortale.
Tra le malattie tumorali provocate dal consumo di tabacco si registrano, con una percentuale molto alta, il cancro: ai polmoni, alla laringe, all’esofago, all’uretere, alla vescica, all’utero, ai reni. Inoltre il fumo è causa del cancro alla cavità orale, al pancreas, allo stomaco e della leucemia. Sono causati dal fumo, ancora, diverse malattie e disturbi alle vie respiratorie quali: le malattie polmonari croniche ostruttive, la bronchite acuta e cronica, la polmonite e l’asma.
Il fumo rappresenta il più importante fattore di infarto cardiaco e incide notevolmente anche su altre malattie cardiache e vascolari quali: le malattie cerebrovascolari, il cosiddetto colpo apoplettico; l’aneurisma dell’aorta addominale e l’arteriosclerosi. Altre patologie associate al fumo sono poi: la sterilità nelle donne; l’impotenza negli uomini; l’ulcera gastrica e duodenale. Dal fumo possono generarsi, inoltre: complicazioni nella gravidanza; bassa densità ossea nelle donne dopo la menopausa e la cataratta. Di non secondaria importanza sono le patologie respiratorie pediatriche da fumo passivo. Si consideri che le concentrazioni dei componenti tossici e delle sostanze cancerogene delle sigarette, che si depositano nel corpo degli adulti, rimangono anche nel corpo dei più piccoli che li respirano, passivamente, più volte avendo un respiro più frequente rispetto agli adulti, e possono essere causa di asma, bronchiti, polmoniti, malattie respiratorie e otite acute cronica, che possono anche portare alla letale “morte in culla”.
Il peso sanitario ed economico del fumo è notevole. Oltre 1000 miliardi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, vengono spesi ogni anno, a livello globale, per curare le malattie legate al tabagismo e per la perdita di produttività dovuta alla stessa causa. L’OSM evidenzia che il fumo “rappresenta una minaccia per lo sviluppo sostenibile in ogni paese, per la salute e per il benessere economico dei cittadini. Il fumo danneggia la salute delle persone, abbrevia la vita e ne peggiora la qualità, ma non solo. Finisce per alimentare un circolo vizioso di dipendenza, impoverimento, sfruttamento, degrado ambientale.”
Ancora l’OMS rileva gli effetti devastanti della produzione del tabacco sull’ambiente. La pianta di tabacco ha diffusione in tanti paesi del mondo. La sua coltura necessita di un massiccio impiego di pesticidi e fertilizzanti. L’OMS rileva che ogni anno vengono impiegati 4,3 milioni di ettari di terreno da destinare alla coltivazione del tabacco. Ciò che alimenta la deforestazione el’impoverimento del suolo, ma anche un grave inquinamento dell’ambiente. La lavorazione del tabacco, infatti, produce oltre due milioni di rifiuti solidi, a cui, poi , si aggiungono i 6000 miliardi di sigarette fumate dai consumatori. Questi rifiuti vengono dispersi nel terreno, dove impiegano qualche anno a degradarsi e, alla fine del processo, rilasciano sostanze tossiche.
In tale contesto, ritengo, che nessuno debba disattendere l’invito, che l’OMS rivolge a tutti, fumatori e non, nella Giornata Mondiale contro il Fumo, che ricorre ogni anno il 31 maggio, ad astenersi dal consumare tabacco in via definitiva e a preferire al fumo una vita sana, scegliendo di dire no al fascino della sigaretta e di dire si al fascino della vita.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’Autore

ESSERE MINORE NELL’INFERNO INVISIBILE DELL’AFRICA SUB SAHARIANA (di Eduardo Terrana)

ESSERE MINORE NELL’INFERNO INVISIBILE
DELL’AFRICA SUB SAHARIANA
(di Eduardo Terrana)

Foto da Wikipedia

Si usa spesso dire che tutti nasciamo eguali, ma per certi versi questa affermazione si rivela errata se riferita ai minori. Un bambino che ha la fortuna di nascere e crescere in un paese civilizzato, avrà i suoi diritti garantiti e potrà contare su un futuro certo. Ma un bambino che nasce in un paese sottosviluppato, fortemente arretrato, dove ancora è forte la superstizione, la pratica della stregoneria e l’uso di crudeli riti tribali, qual è l’Africa sub sahariana, rischia anche la morte per motivi assurdi. Succede in quest’angolo di mondo, ignorato dalla civiltà, che si consuma, tra l’altro, la tragica ed assurda realtà dei cosiddetti “ bambini stregoni”. Bambini fragili ed indifesi, di età tra gli 8 e i 14 anni, solitamente orfani, albini, caratteriali che manifestano: testardaggine, aggressività, carattere introverso, oppure bambini nati prematuramente, o gemelli, o bambini che vivono nelle strade, o, ancora, bambini handicappati, ritenuti socialmente non accettabili, bambini che meriterebbero tutti particolare attenzione, considerazione, affetto e si trovano, invece, ad essere carcerati, violentati, torturati e destinati anche alla morte perché considerati stregoni!
La stregoneria è una pratica nefasta ancora molto diffusa nell’area sub sahariana.
È ancora l’Unicef a rilevare, con dati agghiaccianti, gli effetti drammatici prodotti da questa credenza popolare che vede nei bambini stregoni non solo i colpevoli di maledizioni a membri della propria famiglia ma anche gli untori colpevoli di provocare malattie gravi, quali la tubercolosi, la malaria, l’HIV e l’AIDS, e ancora: la povertà, la disoccupazione, l’assenza di pioggia e l’infruttuosità dei campi. Ricordiamo, ad esempio, che negli ultimi dieci anni in Nigeria oltre 15.000 bambini sono stati accusati di stregoneria e nella capitale del Congo, Kinshasa, il numero sale a 20.000, di cui 2000 i morti accertati. E non c’è distinzione di sesso, la sorte non muta che si tratti di bambino o bambina.
Sono i Pastori, i sedicenti religiosi, ai quali le famiglie si rivolgono, ad emettere la sentenza di stregoneria e sono sempre loro i carnefici che sottopongono i bambini a sevizie e torture indicibili sino a sentenziarne la morte.
Basta un evento negativo di qualsivoglia genere o natura, che, ad esempio, possa essere la morte di un parente o la perdita di un impiego, o lo svilupparsi di una malattia, per scatenare la caccia al capro espiatorio, che viene facilmente trovato tra bambini che non hanno alcun mezzo per difendersi. Il fenomeno si alimenta d’ignoranza, di assurde credenze tribali e delle condizioni di miseria della gente. Contribuiscono notevolmente la forte credenza nei riti magici e nell’uso di esorcismi, sfruttata dai Pastori per convincere le famiglie, dietro irrisorio compenso, a privarsi dei loro figli marchiati di stregoneria. Contribuiscono, inoltre, i conflitti, numerosi nell’area, che causano un notevole numero di orfani, e il forte incremento urbano delle città che favorisce la disgregazione delle famiglie.
Situazioni, queste, che creano le condizioni più favorevoli al radicamento ed allo sviluppo di questo genere di pratiche.
Una sorte diversa, poi, è praticata ai bambini albini che vengono destinati al mercato occulto. Ritenuti figli maledetti di una relazione incestuosa tra divinità, gli albini vengono uccisi nell’ assurda convinzione che rendano le persone più ricche e potenti. Una volta uccisi, diverse parti del loro corpo vengono usati per preparare pozioni magici o per fabbricare amuleti o essere semplicemente venduti.
Un’altra assurda credenza è, poi, quella secondo cui è possibile guarire se viene consumato un rapporto sessuale con una bambina albina, a sua volta stuprata ed uccisa.
È questo il volto della più tremenda tragedia di questa Africa invisibile dove la realtà dei diritti negati ai minori ancora oggi è più attuale che mai.
La modernizzazione, la globalizzazione, la crescita culturale e sociale, l’emancipazione delle donne, la scolarizzazione diffusa, il rispetto dei diritti umani, la speranza di un futuro, sono traguardi che appaiono molto lontani, anzi sono inesistenti, come è inesistente, in questa parte del mondo, per tanti minori, il diritto alla giustizia. Ancora una volta, al riguardo, le cifre dicono più delle parole. Risultano oggi più di 28.000 minori, tra cui anche disabili e ragazze, messi in carcere anche per futili motivi, senza un processo regolare, senza nessuna difesa legale e tutela dei loro diritti. Nei centri di detenzione, poi, questi minori subiscono anche pene corporali, ritenute accettabili dal sistema di giustizia formale, che ammette anche l’uso di pratiche violente, inclusa la violenza sessuale e persino la tortura.
Altra violenza è quella che si consuma in danno di tanti minori che vengono arruolati con la forza e avviati in operazioni di guerra in sfregio ad ogni norma di tutela di diritto minorile ed in particolare della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia che vieta espressamente l’impiego di minori nei conflitti armati.
L’Africa dei diritti negati ai minori si concentra in particolare in Niger, il Paese al mondo dove l’infanzia è più a rischio, poi in Mali, Repubblica Centrafricana, Ciad, Sud Sudan, Angola, Benin, Camerun, Repubblica Democratica del Congo e Somalia. Quest’ultima, peraltro, risulta essere l’unico paese dell’ONU a non avere ancora né firmato né ratificato la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia.
Cambiare questo stato di cose non sarà facile. Servirà un impegno straordinario e un grande sforzo di volontà e disponibilità, per avviare e realizzare un vasto piano di trasformazione, di crescita, di modernizzazione e di sicurezza generale, che faccia leva sul dialogo e impegni ampie risorse finanziarie e strutturali, per portare la luce della civiltà in questi Paesi e dare, finalmente, visibile riconoscimento e rispetto ai diritti dei minori, liberandoli dal giogo della povertà, dell’ignoranza e della violenza.
All’orizzonte, però, non si profilano favorevoli linee d’intesa e d’intervento in tal senso, anche per l’ostinata resistenza dei Capi delle numerosissime tribù, restie ad ogni innovazione che preveda l’abbandono di credenze e pratiche tribali che si tramandano da sempre.
La prossima “Giornata mondiale dell’Africa”, che si celebra dal 2002 ogni anno il 25 maggio, sarà opportuno allora che ricordi agli occhi del mondo e dei governi anche la grave realtà della regione sub sahariana, unitamente agli altri gravosi problemi che ancora affliggono il continente africano, tra cui la povertà e l’esclusione sociale.
La strada per un mondo migliore passa, necessariamente, attraverso il riscatto civile, sociale, umanitario, morale, del continente africano.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore

TERRORISMO INQUIETUDINE DEL NOSTRO TEMPO (di Eduardo Terrana)

TERRORISMO INQUIETUDINE DEL NOSTRO TEMPO

di Eduardo Terrana

La giornata del 9 maggio, dedicata “alla memoria delle vittime del terrorismo interno ed internazionale”, ci propone una riflessione sul fenomeno del terrorismo.
Ricordiamo che il 9 maggio rappresenta uno dei giorni più bui della storia della Repubblica Italiana, perché il 9 maggio 1978 furono uccisi il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, per mano delle Brigate Rosse, e il giornalista Peppino Impastato, vittime della violenza terroristica e mafiosa.
Rendiamo loro omaggio, unitamente a tanti altri protagonisti della vita e della storia della Repubblica, vittime del terrorismo in Italia, che pagarono col sacrificio della vita il loro servizio allo Stato. Rendiamo omaggio anche ai tanti semplici e umili cittadini, vittime innocenti e per caso, coinvolti nei fatti di terrorismo, che nel solo periodo 1960-1980, gli anni di piombo, registrarono 11 stragi, circa 2000 attentati e 15mila atti di violenza, motivati politicamente contro persone o cose, che causarono 520 morti e oltre 3000 feriti .
Rendiamo omaggio, però, anche alle vittime di eventi terroristici a livello internazionale, che sono ancora decine di migliaia ogni anno, sia in Occidente che in Asia ed in Africa, e in modo rilevante in Siria, Afghanistan, Nigeria, Somalia ed Iraq.
Ricordiamo che il terrorismo in tutte le sue forme e manifestazioni rimane una sfida globale che provoca danni permanenti a persone, famiglie e comunità, producendo cicatrici e traumi profondi nelle famiglie delle vittime e nel tessuto sociale del Paese, che non scompaiono mai, soprattutto nei minori.
Condanniamo, pertanto, il ricorso ad ogni uso politico della violenza e del terrorismo sia a livello interno che internazionale, fenomeno, purtroppo, ancora oggi molto esteso e praticato, che preoccupa e costituisce oggetto di attenzione e dibattito a livello politico e diplomatico sia in Italia che in altri Paesi del mondo, in particolare dopo l’attentato alle Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001.
La pericolosità e la drammaticità del fenomeno terroristico e della violenza politica è espressa dai dati forniti ogni anno dal Global Terrorism Database, GTD, la più importante banca dati a livello mondiale, che cataloga oltre 180.000 eventi terroristici, verificatisi nel periodo temporale che va dal 1968 fino al 2017, e rileva, in particolare, un picco impressionante di eventi terroristici, nel periodo 2000-2017, causato anche dalla guerra in Siria e dal successivo intervento internazionale contro l’ISIS, che ha prodotto, dal 2011al 2017, circa 147.000 morti e 303.000 feriti.
Lo stesso GTD esprime un parere, da tenere sempre in seria considerazione, che definisce un attacco terroristico come “la minaccia o l’uso reale di forze illegali e della violenza da parte di un attore non riferibile ad uno Stato, quindi un individuo o un gruppo di persone, per raggiungere obiettivi di natura politica, economica, religiosa o sociale attraverso la paura, la coercizione e l’intimidazione”.
La minaccia terroristica viene, pertanto, non da uno Stato ma da singoli gruppi o persone che agiscono per scopi diversi in modo cruento ed imprevedibile.
E “l’Imprevedibilità” è l’ aspetto che più di tutto preoccupa, crea tensione e fa paura, e si va ad aggiungere alle altre insicurezze che insidiano l’esistenziale quotidiano: lo scippo al mercato, le violazioni domiciliari, i rapimenti, le aggressioni, e le violenze di vario genere su anziani, donne e bambini.
Sale, di conseguenza, nelle persone l’incertezza del vivere. Nessuno più si sente sicuro e padrone della propria libertà, libero di vivere i propri spazi urbani in tranquillità e vede il pericolo ovunque.
E il terrorismo fa paura! soprattutto quello di matrice islamica dell’ISIS, che fa registrare nei sondaggi un preoccupante 38 per cento.
A contribuire in maniera incidente in questo senso sono anche gli ultimi eventi terroristici verificatisi in Francia con l’attacco alla sede della rivista satirica Charlie Hebdo, 7-1- 2015, con 12 morti, e quello contro la sala concerti Bataclan, novembre 2016, che ha provocato 130 vittime nella capitale francese; ma non meno gravi sono stati gli altri due attacchi rispettivamente il 13 novembre 2016 allo Stadio di Francia, con un morto, e nell’11/mo circondario di Parigi, con 39 morti; fatti preceduti dagli attentati a Bruxelles in Belgio, in Germania, in Inghilterra e ancora in Francia all’aeroporto di Orly. E il rischio che succeda ancora e all’improvviso è molto elevato e tale è avvertito da tutti.
“ Nulla sarà più come prima “ s’è detto, all’indomani dell’11 settembre 2001, giorno del tragico crollo delle torri gemelle negli USA, che, per gli avvenimenti che lo hanno caratterizzato, si erge a simbolo, a mio avviso, della realtà emblematica del mondo d’oggi e del tempo in cui viviamo e quella affermazione a tutt’oggi, purtroppo, non ha perso il suo sinistro significato, se ancora registriamo con una continuità impressionante ed allarmante minacce ed eventi terroristici.
Davanti alla realtà di avvenimenti così tragici e sconvolgenti, ci scopriamo tutti, nessuno escluso, più vulnerabili e impotenti , in un mondo senz’anima, costretto a conoscere il dolore di chi è costretto ad abituarsi a vivere all’ombra del terrorismo, costretto a provare odio e a recare offesa a quelle minoranze etniche che sperano di trovare in occidente un domani migliore e che invece si ritrovano ad essere guardati con diffidenza e con disprezzo.
Sono forse questi gli obiettivi dei terroristi e lo scopo delle loro azioni? Colpire non solo la vita ma anche il gusto per la vita? Che è tutto ciò che fa di una società civile una comunità “ umana “ in cui è piacevole vivere?
Sono questi interrogativi pesanti, su cui grava la paura dell’incertezza perché il terrorismo ha incrinato in ognuno quella condizione base della vita quotidiana che è la prevedibilità del domani, senza la quale non prende avvio nessuna iniziativa e le azioni che abitualmente ci impegnano ricadono su se stesse, perché hanno perso importanza, spessore, investimento, valore e al loro posto è subentrata, sottile e pervasiva: l’angoscia dell’imprevedibile!
La chiamo “angoscia” e non “paura” perché la paura è un ottimo meccanismo di difesa che la natura ci ha messo a disposizione per difenderci dai pericoli visibili e determinati, per cui, ad esempio, davanti all’avvicinarsi di un incendio, per paura, scappo.
Ma di fronte all’imprevedibile, di fronte all’indeterminato non posso scappare, e allora il meccanismo che si attiva non è quello difensivo della paura, ma è quello paralizzante dell’angoscia che svela la vulnerabilità della nostra tecnologia, arresta lo sviluppo della nostra economia, intimorisce il mondo della vita che si fa più prudente, più cauto, più riparato, meno espansivo, più contratto.
In un immaginario vocabolario delle svariate emergenze che ci stanno di fronte e sono fonte di paure, ansie, angoscia e depressioni , segniamo allora” la paura del terrorismo”, che, in piccole frazioni di tempo, può farci percepire quanto precari sono i pilastri della nostra fiducia nel domani.
Ad aggravare poi la nostra angoscia dell’imprevedibile è il sapere che i nemici che ci stanno di fronte non sono visibili.
La conoscenza di una reale situazione di pericolo, quale è quella di un nemico, permette, per istinto biologico di conservazione, di prevederne le mosse e di approntare una difesa, ma la volontà di suicidio di un terrorista toglie anche questa possibilità di lettura del futuro, l’unica considerata possibile peraltro perché ancorata alla base biologica della vita umana. E allora l’angoscia si espande, si moltiplica ossessivamente, in uno scenario dove gli oggetti più innocui possono assumere le sembianze del pericolo, mentre i volti meno familiari quelle inquietanti del sospetto.
La condizione di paura ci assedia, a livello psichico e sappiamo bene che quando è imprigionata l’anima diventa difficile produrre cultura, arte, scienza, amori, affetti, progetti, speranze.
Il ritorno del terrorismo, internazionale e nazionale, ha determinato, dunque, il riacutizzarsi di una diffusa apprensione in tutti i paesi, determinando ovunque una condizione di vita usuale di precaria fragilità e il futuro appare avvolto dall’incertezza e dal terrore dell’ignoto.
Se lo scontro posto dal terrorismo non è scontro d’interessi, ma di civiltà, allora va opportunamente considerato che nella guerra contro il nemico invisibile la universalità dei diritti umani serve più di ogni scudo spaziale.
Se il terrorismo trova la sua ragion d’essere nella lotta contro la globalizzazione, intesa come progressiva erosione di tutte le culture diverse da quella occidentale, allora la crisi può essere risolta positivamente a condizione che venga affrontata con chiarezza di idee e con il coraggio di riformare a livello planetario quello che non è più efficace, migliorando il livello della qualità della vita, della condizione umana e il livello culturale dei popoli, a fronte di un futuro che ci appare avvolto dal terrore dell’ignoto.
E su questo terreno le tecnologie possono dire qualcosa, soprattutto quando sono pensate ed impiegate come strumenti per trasformare, in senso di civile vivibilità, i luoghi dell’esistenza umana, e se chi le progetta si pone con forza e serietà l’obiettivo di realizzare sistemi capaci di integrare diverse culture e visioni senza annullarne le specificità.
In tal senso è la “ Speranza” che i governi dei popoli vincano le loro incompetenze e realizzino un grande passo avanti del sistema internazionale verso forme migliori di governabilità , di crescita umana e di progresso dei popoli.
Ritengo fondamentale ed indispensabile, rilevare,a livello educativo e formativo, che il diritto alla speranza sia requisito che deve essere assolutamente tutelato per i figli, in qualunque momento e in qualunque circostanza, anche quando sembra prevalere l’ansia o lo sgomento.
Il domani per un bambino deve rappresentare sempre uno spazio temporale orientato alla fiducia e alla speranza.
I fatti criminosi o terroristici non possono uccidere il diritto alla speranza dei bambini e delle famiglie che li crescono.
Per questo non bisogna cedere alla tentazione di trasmettere loro l’idea che il mondo è solo pericolo e che il futuro fa paura, perché questo significherebbe uccidere in loro la speranza del domani!

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore.

IL DECADENTISMO E LE SUE POETICHE (di Eduardo Terrana)

IL DECADENTISMO E LE SUE POETICHE (di Eduardo Terrana)

Tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, si registra in campo letterario un sostanziale cambiamento. Il poeta entra in crisi vedendo fallire gli obiettivi di guida che aveva durante il Romanticismo e si scopre incapace di risolvere i mali della società.
Si sente emarginato. Subisce, allora, un ripiegamento in se stesso che si traduce in un atteggiamento vittimistico e d’impotenza nell’affrontare, non da protagonista, le varie esperienze della vita. Il poeta perde, così, la sua fiducia nella ragione e si sente pervaso dal senso della sconfitta. Prova a guardarsi intorno e scopre un curioso interesse verso il mondo del mistero. A questo mondo, allora, cerca di intendere ed anatomizzare il proprio sentire, e, isolandosi sempre più in una sdegnosa solitudine, solo circondato dalla bellezza e dall’arte , da vita ad una poesia fortemente intimistica e staccata dal contesto sociale.
L’atteggiamento di questi poeti, fu definito “decadente” dalla critica ufficiale, che lo usò in senso dispregiativo, perché esaltava l’individuo e rifiutava gli ideali della società costituita, la fiducia in un mondo più giusto, l’impegno politico e perché esprimeva il turbamento ed il disorientamento delle coscienze, la crisi dei valori e la sensazione di crollo di una civiltà.
Il termine, recepito dai nuovi poeti come un titolo di merito proprio del disprezzo dei critici, venne poi adottato ufficialmente per esprimere la poetica del loro movimento letterario: “il Decadentismo”, e rappresentare lo stato d’animo da loro espresso caratterizzato: dal tedio della vita e dal senso di vuoto e del nulla, dal desiderio di autodistruzione, ovvero da una non volontà.
Sostanziale e antitetica, pertanto, appare la differenza del poeta decadente rispetto al poeta romantico, che si muove secondo i seguenti obiettivi guida:
la rivalutazione del sentimento e della passione; l’affermazione della fantasia; l’esaltazione delle differenze individuali; il rifiuto della ragione, attraverso cui l’uomo poteva risolvere ogni problema, sia sotto l’aspetto dell’analisi interiore, ricercando ed analizzando sentimenti e passioni, sia sotto l’aspetto storico e sociale dell’analisi del reale; l’aspirazione ad evadere dalla realtà, perché la sente come una prigione che lo spinge a cercare i valori assoluti: Dio, l’amore perfetto, gli ideali più alti della Patria e dell’Umanità; il bisogno di una Unità nazionale; il recupero dell’importanza della storia; la religione, intesa come rivalutazione della fede cristiana, perché si avverte il bisogno di dare un significato alla propria vita; la letteratura, che deve essere popolare con un fine didattico e deve consentire la conoscenza delle verità; l’arte,che deve trovare la fonte d’ispirazione nelle tradizioni del popolo; la storia, attraverso cui gli uomini devono capire se stessi e la loro origine; la Natura, vista come oggetto di rappresentazioni pittoriche e letterarie.
In contrapposizione a questa poetica il poeta decadente manifesta il rifiuto del mito della Ragione, che giudica uno strumento di ricerca inadeguato e sostiene che le verità più profonde si colgono coi sensi ed i misteri si svelano con l’intuizione; e inoltre:il senso di solitudine; l’incapacità di comunicare con gli altri; la stanchezza spirituale; la mancanza di ideali.
Diversamente, inoltre, dal poeta romantico, che aveva reagito alle sue delusioni con un atteggiamento eroico ed aveva manifestato una forte volontà di lotta per i suoi ideali e per un’opera di costruzione nella società, il poeta decadente si lascia vincere dal senso di smarrimento, ed è vittima di un languore che lo priva di ogni energia, di ogni combattività, di slanci creativi, che lo portano all’abbandono di ogni ideale e ad un pessimismo radicale.
Un atteggiamento che esprime il rifiuto della società industriale, che aliena l’individuo e lo depriva della sua dignità, e la sfiducia verso la scienza, che non appare più tanto certa e sicura.
Una realtà che il poeta in particolare avverte negativamente con uno stato d’animo che lo fa sentire in conflitto con se stesso e con gli altri, e che tenta di superare attraverso la poesia e per mezzo dell’arte, in una visione estetizzante della vita e di un mondo idealmente perfetto.
Il Decadentismo, pertanto presenta una nuova spiritualità, fondata sul sentimento ossessivo del mistero e dell’irrazionalità, che ripudia la ragione in nome delle forze oscure del subcosciente che prevalgono sul sentimento e sostiene che la conoscenza della realtà non è possibile attraverso l’esperienza, la ragione, la scienza, ma soltanto attraverso la poesia, il cui carattere di intuizione irrazionale e immediata può attingere il mistero ed esprimere le rivelazioni dell’ignoto.
La poesia, allora, perde il suo carattere rappresentativo della realtà storica e sociale, di idealità sociali e civili, e diviene la più alta forma di conoscenza, perché è suprema illuminazione, momento di rivelazione dell’Assoluto, atto vitale che sa: cogliere le arcane analogie che legano le cose; scoprire la realtà che si nasconde dietro le loro effimere apparenze; esprimere i presentimenti che affiorano dal fondo dell’anima.
In tale accezione la parola, allora, perde la sua funzione di comunicazione logica e razionale e di rappresentazione di sentimenti ed immagini concreti ed assume un valore puramente evocativo dell’impressione intima che suscita per la sua virtù di ricreare, attingendo alla profondità del subconscio, la zona più remota e buia dell’anima, sensazioni in maniera suggestiva.
Nasce così la poesia del frammento rapido e illuminante, denso di significati simbolici, che si propone di fornire una maggiore consapevolezza del mistero, inteso non più come rivelazione della ragione o della scienza ma come indicazione di stati anormali ed irrazionali dell’esistere: la malattia, il delirio, il sogno, l’allucinazione.
In tale accezione il “Decadentismo” rappresenta l’esasperazione della tendenza alla contemplazione di un mondo connesso alle tematiche della vita interiore, del mistero e del sogno, e all’espressione di un soggettivismo estremo.
Da questa nuova condizione di spirito si sviluppano, in momenti diversi, varie correnti letterarie, tutti aventi, però, come denominatore comune una nuova tipologia di poeta: il Veggente, ovvero colui che vede e sente mondi arcani ed invisibili in cui chiudersi per ricercare e scoprire l’universale corrispondenza e analogia delle cose.
Non più, pertanto il poeta vate del romanticismo o promotore della scienza nell’illuminismo o cantore della bellezza nel rinascimento, ma un poeta più proiettato
alla scoperta del sé interiore e del mistero, variamente interpretati e vissuti, da cui originano le due fondamentali poetiche del Decadentismo: il Simbolismo e l’Estetismo e da questo il Panismo.
Il Simbolismo, come dimostrazione della dimensione dell’inconscio.
L’Estetismo, come esaltazione del culto della bellezza.
Il Panismo, come tendenza del confondersi e mescolarsi con il “Tutto” e con “l’Assoluto”.
In Italia, il Simbolismo ebbe il suo rappresentante di spicco in Giovanni Pascoli, nel quale la connotazione decadente si evidenzia nel senso profondo del mistero che egli avverte e dal quale si sviluppa la “poetica del fanciullino”.
L’Estetismo ed il Panismo, ebbero in Gabriele D’Annunzio il migliore interprete, e ne sono espressione, rispettivamente, il romanzo “Il Piacere” e l’opera Alcyone.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

Foto Pixabay

Poesia: “Venerdì Santo” di Eduardo Terrana

VENERDÌ SANTO

Oggi è il venerdì santo.

Giorno per me di riflessione
di ricerca della pace interiore.
Oggi è il venerdì santo.
Giorno per me di silenzio
nel ricordo dei tanti eroi
che hanno dato la loro vita
per una giusta causa.

Oggi è il venerdì santo.
E una bandiera a mezz’asta
è nel mio cuore in onore
dei martiri di ogni tempo
ai quali in segno d’amore
rivolgo il mio mesto silenzio!

Eduardo Terrana

LE FORESTE BRUCIANO – I GHIACCI SI SCIOLGONO – I MARI SI INNALZANO S.O.S. TERRA – UN MONDO DA SALVARE (di Eduardo Terrana)

LE FORESTE BRUCIANO – I GHIACCI SI SCIOLGONO – I MARI SI INNALZANO
S.O.S. TERRA – UN MONDO DA SALVARE (di Eduardo Terrana)

Foto web

Un dato che mi ha particolarmente impressionato è quello diffuso, in luglio 2019, dal Servizio di monitoraggio atmosferico,” Copernico,( Copernicus Atmosphere Monitoring”), sullo stato dell’inquinamento atmosferico terrestre.
Un numero ci da l’immediato fotofinish della situazione : 6.375, ovvero i milioni di tonnellate di anidride carbonifera che sarebbero finiti nell’atmosfera a causa degli incendi.
Nel 2019 non ha bruciato solo l’Amazzonia, ma anche l’Indonesia, la Siberia ,la Russia, il Canadà, l’Alaska,, la Groenlandia , l’Australia e incendi si sono verificati anche in Colombia, Venezuela, Siria , Messico, nell’area mediterranea e nell’isola di Gran Canaria, la seconda isola più grande dell’arcipelago spagnolo nell’Atlantico. Quel che è grave è che non trattasi di casi unici o sporadici ma frequenti, anche negli anni trascorsi, infatti, si sono registrate calamità analoghe, sempre provocate, , oltre che da eventi atmosferici e cosmici, per un 5%, anche dalla mano dell’uomo, responsabile del restante 95%.
Se si comparano i dati forniti dal Global Forest Watch Fires (Gfwf), l’Organizzazione di ricerca che monitora gli incendi in oltre 60 Paesi al mondo , si può avere il quadro abbastanza grave della situazione. L’Organizzazione, che si avvale anche delle rilevazioni satellitari, avrebbe stimato in 2 milioni e 910 mila le allerte incendio in varie parti del mondo nell’arco di tutto il 2019, centomila più di quelle rilevate nel 2018 e oltre duecentomila più di quelle rilevate nel 2017.
Il fenomeno appare preoccupante, e tale resta, perché gli incendi non diminuiscono ma sono in aumento con effetti deleteri per il clima, per l’ ambiente, per l’essere umano, per il mondo animale e vegetale.
Preoccupanti, si rileva, sono gli effetti dei grandi incendi sui cambiamenti climatici, perché maggiori incendi vogliono dire maggiore anidride carbonica (CO2) nell’aria e conseguente maggiore riscaldamento con inevitabile aumento delle temperature, che a loro volta facilitano ulteriori condizioni di incendi in grandi aree geografiche, innescando così un circolo vizioso in continuo rinnovarsi.
Le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera sono una grande calamità, perché, rileva il World Economic Forum, un pianeta sempre più caldo avrà periodi di siccità sempre più lunghi, su aree sempre più vaste. Questo significa che il suolo e le piante, private dell’acqua, saranno più predisposte a prendere fuoco.
Le previsioni, in prospettiva, non lasciano adito all’ottimismo. Il riscaldamento globale nel prossimo futuro è destinato ad aumentare, come aumenteranno le allerte incendio, con conseguente diminuzione delle aree destinate alla coltivazione che causeranno preoccupazioni per l’insicurezza alimentare che ne deriva.
Gli effetti nocivi sull’ambiente, pertanto, sono e saranno devastanti. Gli incendi non solo riducono gli spazi produttivi, destinati all’agricoltura ed all’allevamento di bestiame, ma producono sempre più vaste zone desertiche. La riduzione poi di boschi e foreste favorisce lo sviluppo di virus e batteri.
Oltremodo dannosi sono poi gli effetti del fumo che si sprigiona dalla combustione delle fiamme che producono inquinamento tossico.
Si consideri che il fumo prodotto dagli incendi nella sola area amazzonica si è propagato in tutto il Sudamerica. Oltre ad avere prodotto un impatto decisamente negativo su oltre tre milioni di specie conosciute di piante e animali nella regione e nei Paesi limitrofi e provocato la morte di vari milioni di capi e di specie animali, l’anidride carbonica ha messo in pericolo la salute di persone di diversi Stati, tra cui Argentina, Perù. Cile, Paraguay, Colombia, Venezuela, tutte ad alta densità umana. L’inquinamento ambientale ed atmosferico non fa ammalare solo il pianeta, ma anche esseri umani, animali e piante.
Le malattie registrate sono quelle cardiovascolari e respiratorie: 6,5 milioni di morti l’anno, tumori e infezioni gravi.
Non meno drammatici sono gli effetti dell’aumento della temperatura sullo scioglimento dei ghiacci artici e delle alte vette. Un dato per tutti lo offre la Groenlandia dove il ghiaccio si scioglie sette volte più velocemente rispetto agli anni ’90.
Il rapporto dell’ONU sul clima parla di danni molto gravi. Il cambiamento climatico sta riscaldando gli oceani e sbriciolando le distese ghiacciate del pianeta, mettendo a rischio gli stessi sistemi dai quali dipende la esistenza dell’essere umano e del mondo animale e vegetale.
Viene evidenziato che sul clima non c’è più tempo da perdere e bisogna intervenire subito, drasticamente, se si vuole evitare che la temperatura media globale aumenti nei prossimi 12 anni oltre la soglia limite di 1,5 °C, ritenuta una soglia di sicurezza accettabile. Diversamente le conseguenze sarebbero disastrose con maggiore siccità, con ondate di caldo e più incendi, con l’innalzamento delle acque degli oceani e dei mari e con inondazioni lungo le aree costiere.
Citando ancora la Groenlandia, un territorio ricoperto per l 80% di ghiaccio, nel mese di luglio 2019 si sarebbero sciolti e dispersi nell’ oceano 197 miliardi di tonnellate di ghiaccio, un evento record che ha prodotto un innalzamento del livello medio dei mari dello 0,5 millimetri. E il fenomeno continua e si mantiene costante .
Importante rilevare è , però, che lo scioglimento, di tutti i ghiacciai del pianeta, in atto, produrrebbe un innalzamento del livello marino di oltre un centimetro ogni anno.
Di conseguenza entro fine secolo il livello marino potrebbe alzarsi di un metro e più. Un evento questo non trascurabile per gli effetti sugli ecosistemi mondiali dalle conseguenze non immaginabili sui versanti sociali, economici e produttivi.

Eduardo Terrana

Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
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