DIRITTI UMANI E GLOBALIZZAZIONE L’ILLUSIONE DI UNA CRESCITA (di Eduardo Terrana)

DIRITTI UMANI E GLOBALIZZAZIONE L’ILLUSIONE DI UNA CRESCITA

Di Eduardo Terrana

Foto Pixabay

Non tutto il mondo si muove all’unisono verso i traguardi del benessere e del miglioramento diffuso, ciò perché la globalizzazione più che includere esclude dal benessere individui e popoli; trasferisce la ricchezza dai poveri ai ricchi; si diffonde un modello unico di sviluppo che prescinde da tutti i valori locali e distrugge le diversità.
Insomma la globalizzazione genera più vinti che vincitori e dà solo l’illusione di una crescita e di un benessere generalizzato e globale. In tale ottica si preclude ogni auspicato avanzamento su fronte dei diritti umani e di miglioramento delle condizioni dei popoli meno abbienti del Pianeta. Le statistiche sembrano avallare queste paure. Nel XVII° secolo la differenza di ricchezza tra nord e sud del mondo era di 2 a 1, nel 1965 era di 30 a 1, oggi è di 70 a 1.
Oggi la ricchezza è più grande che in qualsiasi altro periodo della storia umana ma la miseria colpisce quasi la metà della popolazione mondiale.
Il 20% dell’umanità possiede l’86% di tutta la ricchezza del mondo. L’80% più povero dispone appena dell’1,3% delle ricchezze del mondo.
Un miliardo e 500.000 persone vivono con meno di un dollaro al giorno, arriveranno a due dollari, e sarà una conquista!, entro il 2025.
Il patrimonio delle 200 persone più ricche del mondo è passato da 440 miliardi di dollari a più di mille miliardi di dollari in soli quattro anni. Tre multimiliardari, gli uomini più ricchi del Pianeta, hanno un reddito che equivale al prodotto interno lordo di 49 paesi sottosviluppati, dove vivono 600 milioni di individui.
L’indebitamento dei paesi sottosviluppati negli ultimi anni è raddoppiato.Le disuguaglianze vanno crescendo. Negli ultimi 25 anni circa 200 milioni di persone sono morte per fame; un miliardo 300 milioni di persone non ha acqua da bere e non solo potabile!
Nell’anno 2050 mancherà acqua potabile per il 40% della popolazione mondiale. La carenza di acqua potrebbe generare dispute che potrebbero sfociare in conflitti e guerre. Il fenomeno peraltro è reso sempre più grave dalla scarsità delle precipitazioni.
Il processo di globalizzazione sta concentrando il potere e le ricchezze sempre più nelle mani di pochi. Circolano i capitali, ma non la forza lavoro.
I Paesi in via di sviluppo hanno l’obbligo di aprire i propri mercati ma non hanno accesso alla tecnologia.
Il divario aumenta anche all’interno dei singoli Stati. In Russia, adempio, il 20% più ricco dispone di un reddito 11 volte superiore a quello del 20% più povero.
Insomma il globale dà, il globale toglie. Prende la nostra vita, cambia le nostre abitudini e le nostre relazioni, modifica i nostri rapporti familiari e sociali. Cambia il nostro lavoro per effetto dell’inarrestabile tecnologia in un mondo sempre più interdipendente e ci impone le multinazionali.
Saltano così le vecchie e sane tradizioni. Mangiamo nei ristoranti delle multinazionali, facciamo la spesa nei loro supermercati, depositiamo i nostri risparmi nelle loro banche, almeno chi se lo può permettere, vestiamo i loro vestiti, alla cui confezione magari hanno lavorato bambini al di sotto dei 12 anni.
Fenomeno veramente incivile quello del lavoro minorile! Sono oltre 250 milioni i bambini al lavoro nel mondo di cui oltre la metà impiegati a tempo pieno. Per loro non c’è infanzia e adolescenza. Per loro non ci sono carezze genitoriali e prospettive di istruzione e di crescita. Per loro non c’è riconoscimento di diritti come non c’è spazio in cui possano trascorrere un momento di allegria magari correndo dietro una palla fatta di stracci o di carta.
E nel mondo le multinazionali prosperano. Sono oltre 60.000 ma quelle che contano sono poco più di 600.
La globalizzazione così, anche se resta un fenomeno che non si può fermare, disorienta e fa paura, perché non ha un volto umano.
Andrebbe allora valutata e guidata meglio anche in un’ottica di crescita e di sviluppo della Persona umana, mentre così come viene concepita e realizzata proietta in una dimensione lontana la speranza di una umanità di uguali anche in senso economico.
Eppure si pensi che per garantire l’istruzione di base a tutti i bambini poveri del mondo basterebbero 6 miliardi di dollari che è meno di quanto si spende solamente negli stati Uniti per cosmetici in un anno; e per garantire l’acqua e le infrastrutture igieniche per tutti i meno abbienti del mondo basterebbero 9 miliardi di dollari che è meno di quanto si spende in Europa in un anno per gelati; per garantire, infine, una adeguata assistenza sanitaria alle donne in gravidanza basterebbero 12 miliardi di dollari equivalente a quanto si spende negli USA e in Europa per profumi.
Tutto ciò mette in risalto da un lato l’ambivalenza della mondializzazione e dall’altro evidenzia che il profitto non è l’unico né il principale indice perché scopo dell’impresa è l’esistenza di una comunità di esseri umani, che viva possibilmente i benefici della Pace.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani
Tutti i diritti riservati all’autore

Advertisements

EUGENIO MONTALE E IL MALE DI VIVERE (di Eduardo Terrana)

EUGENIO MONTALE E IL MALE DI VIVERE

Eugenio Montale, foto: Wikipedia

La poesia del Poeta interprete della crisi spirituale dell’uomo moderno e della visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo.

Di Eduardo Terrana

Ricorre oggi, 12 settembre, l’anniversario di morte di un grande poeta e scrittore tra i più rappresentativi del novecento letterario italiano, Eugenio Montale. Nato a Genova il 12 ottobre 1896 e morto a Milano il 12 settembre 1981, Montale ha svolto la professione di giornalista. Nel 1967 è nominato a senatore a vita e nel 1975 arriva il riconoscimento alla sua statura di poeta con il conferimento del premio Nobel per la letteratura, dopo che le Università di Milano e di Torino gli avevano conferito, per meriti letterari, la “laurea honoris causa”. È stato, tra l’altro, insignito delle onorificenze di Grande ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, nel 1961, e di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, nel 1965.
Montale Inizia nel 1925 la sua attività di critico artistico e letterario. La sua prima raccolta di poesie “ Ossi di seppia“ è del 1926, un anno che rappresenta un momento importante nella vita del Poeta perché lo vede collaboratore de “ Il Baretti “, la rivista di Piero Gobetti, e firmatario de” Il Manifesto degli intellettuali antifascisti” di Giovanni Amendola e Benedetto Croce.
Conosce anche il letterato triestino Roberto Bazlen che lo introduce alla lettura e conoscenza delle opere dello scrittore Italo Svevo, del quale Montale approfondirà la conoscenza letteraria e sul quale scriverà numerosi articoli, così scoprendone, da critico, il valore letterario e diffondendone l’opera .
Altro momento importante della vita del Montale sono gli anni tra il 1927 ed il 1937 e la sua permanenza a Firenze caratterizzati da una straordinaria intensità di rapporti umani e culturali. A Firenze conosce tra gli altri Elio Vittorini, Carlo Emilio Gadda, Salvatore Quasimodo, Guido Piovene e i critici Giuseppe De Robertis e Gianfranco Contini, che si radunano tutti al caffè “ Le Giubbe Rosse “.
Nel periodo collabora alle riviste “ Solaria “ di Carocci, Ferrara e Bonsanti, e “Pegaso” di Ojetti, Pancrazi e De Robertis.
“I vent’anni vissuti a Firenze”, scriverà Montale: “ sono stati i più importanti della mia vita. Lì ho scoperto che non c’è soltanto il mare ma anche la terraferma; la terraferma della cultura, delle idee, della tradizione, dell’umanesimo. Vi ho trovato una natura diversa, compenetrata nel lavoro e nel pensiero dell’uomo. Vi ho compreso che cosa è stata, che cosa può essere una civiltà.”
Firenze segna una svolta anche nella vita sentimentale del poeta. Vi conosce infatti Drusilla Tanzi, moglie del critico d’arte Matteo Marangoni, che corteggia, ricambiato, e che diverrà in seguito sua moglie. Drusilla sarà la moglie, ma altra donna sarà la sua vera musa ispiratrice , una donna sulla quale Montale per l’intero arco della sua vita manterrà il più stretto riserbo ed il cui nome sarà rivelato un anno dopo la morte del poeta dal critico Luciano Rebay . Si tratta di Irma Brandeis , appartenente ad una delle famiglie più illustri di ebrei mitteleuropei emigrati in America, che il poeta canterà nelle sue liriche col nome poetico di “Clizia”.
Quella di Montale è’ una poesia che, nel solco della letteratura decadente, ricerca: il senso della vita e un rapporto razionale tra le cose e gli eventi , che trova però solo “una muraglia”, come dice il poeta, ”irta di cocci aguzzi di bottiglia”, che impedisce la conoscenza della realtà.
Una poesia che ricerca: il vuoto, che è intorno ad ogni individuo e la solitudine, compagna inseparabile, che ne caratterizza l’esistenza: l’alienazione, l’impossibilità di comunicare, l’indecifrabilità del reale.
Sono questi i contrassegni della crisi dell’uomo moderno, del suo male di vivere, della sua totale negatività di essere, di cui Montale è interamente e drammaticamente interprete partecipe. Tale visione radicalmente negativa dell’essere domina in Montale sin dalle più antiche poesie degli “Ossi.”
Una visione negativa, tutta interiore e capace , tuttavia, di proiettare anche al di fuori, sul mondo dei fenomeni e delle apparenze, i sintomi di uno strisciante male e di un’intima, struggente, non-voglia di vivere.
È una poesia che si alimenta della scoperta dell’assurdità del reale e del rovesciamento delle certezze e che vuole essere una risposta tipicamente borghese al malessere dei tempi. Una poesia lontana dall’idea dannunziana del poeta-vate, che non ha quindi messaggi-verità da comunicare e che parte dall’intuizione della fondamentale insussistenza del mondo; un’insussistenza che è innanzitutto ontologica, che coinvolge anche l’io, e che nasce dalla constatazione che le cose non hanno consistenza ed il tutto è solo rappresentazione.
E la mancata scoperta del significato delle cose porta il poeta a negarle. Ecco allora che inizialmente domina in Montale quella che lui stesso ha definito “la poetica del non“. Perciò egli scrive “non domandarci la formula che mondi possa aprirti”, ossia la parola magica e chiarificatrice, che possa dare delle certezze.” L’unica cosa certa che egli si sente di dire si legge nei versi: “codesto solo oggi possiamo dirti – Ciò che non siamo – ciò che non vogliamo”, ossia gli aspetti negativi della vita.
Montale non è disponibile ad illusioni idealistiche, ossia a vedere il mondo come rappresentazione dell’io, e non crede neppure all’oggettività naturalistica del mondo.
Nella poesia di Montale il “Vero Assoluto”, rappresentato da Dio oppure, per l’agnostico, dal “Nulla”, resta lontano ed inimitabile.
Rispetto ad esso l’uomo resta in una condizione di fondamentale ignoranza, perciò Montale si serve di un linguaggio anche modesto per esprimere la sua poesia sentita come acquisizione di uno spazio di silenzio e di libertà, come condizione al manifestarsi miracoloso di un improvviso “varco” verso il significato del tutto.
E il varco, che il poeta non rinuncia a ricercare, attraverso cui giungere a comprendere il senso della vita individuale e cosmica, è rappresentato dall’inaspettata possibilità di essere posti oltre l’apparenza, verso quel quid definitivo che rappresenta l’approdo a qualcosa di più vero e duraturo dell’apparenza. Perciò la poesia del Montale esprime la possibilità del miracolo, l’attesa di una epifania del senso ultimo delle cose.
In tale visione, Il male ed il dolore, (vedi poesia: Felicità raggiunta, si cammina), hanno per Montale un’incidenza sulle vicende umane che rimane irredenta se non avviene il miracolo di un fatto veramente positivo. La felicità è uno stato assolutamente precario sempre sul punto di dissolversi. E quand’anche l’individuo riesca a raggiungerla, essa non ha la facoltà di redimere ed annullare il passato.
Non c’è nella poesia di Montale sfogo sentimentale; non ricorre in essa la protesta , la polemica e gli accenti, ma c’è il male di vivere, oltre il quale s’intravede l’anelito alla libertà; come c’è un’irruzione della storia, nella quale il poeta cerca “ Il varco “ per sé e per gli altri.
C’è il coraggio morale di guardare le cose “a ciglio asciutto”, come scrive il poeta, cioè senza speranze, né illusioni; di porsi contro il mito del poeta-vate: D’Annunzio, ma anche Carducci ed in parte Pascoli; di porsi, come una bandiera, alla faciloneria, alla retorica e soprattutto all’ottimismo idiota del regime fascista , che si manifesta contro l’uomo e contro la cultura.
Montale non è un creatore di parole che non hanno senso e quindi non comunicano altro che il nulla, ma è l’interprete dei dati reali considerati segnali-simbolo per decifrare la realtà.
Ogni paesaggio ed ogni oggetto è visto da Montale contemporaneamente nel suo aspetto fisico e nel suo aspetto metafisico, nel suo essere cosa ed insieme simbolo della condizione umana di dolore e di ansia. L’originalità perciò del suo poetare sta proprio nell’uso della tecnica del correlativo – oggettivo, consistente nell’intuizione di un rapporto tra situazioni ed oggetti esterni ed il mondo interiore, che domina la sua poesia, nel senso che una serie di oggetti , di situazioni, di occasioni, diventano la formula di determinati stati emotivi, della cui più intima ratio solo il poeta ne ha perfetta consapevolezza.
In tal modo il sentimento non è espresso ma rappresentato da un oggetto ad esso correlato.
In tale accezione la poesia è idea, memoria, e l’essenza delle cose è colta in negativo; e l’uomo è come smarrito nel caos del mondo dove cerca se stesso.
Tale consapevolezza dà al poeta il coraggio di rinunziare ad ogni illusione, di ripiegarsi su se stesso e di accettare il male di vivere e la sua condizione di uomo isolato che vive la sua solitudine.
Sono questi, in breve, gli aspetti significativi della poesia di Montale, dove la negatività domina, oscillando tra la constatazione del male di vivere e la speranza, vana, ma sempre presente e risorgente, del suo superamento, e di cui è una prima testimonianza la lirica “Non chiederci la parola” nella quale Montale precisa le motivazioni morali della sua poetica che non evade dalla realtà storica del momento, caratterizzata da un profondo vuoto morale e spirituale, ed invita pertanto a guardare alla realtà senza chiedere parole consolatorie alla poesia, che altro non può dare se non, come recita il verso, “qualche storta sillaba e secca come un ramo”, ovvero che la realtà va detta e rappresentata senza infingimenti.
La lirica testimonia la crisi spirituale dell’uomo moderno, povero di un fondamento solido su cui edificare la vita di un senso trascendente.
La negatività vi è rappresentata in termini dialettici e non assoluti, tesa al positivo e non nichilista, anzi aperta a possibilità di soluzioni positive per il domani.
Nella lirica Montale esprime l’affermazione della propria indipendenza morale nonché l’accettazione del male di vivere.
Montale ha lasciato l’eredità della sua produzione lirica in varie raccolte poetiche, ricordiamo in particolare, “ Ossi di seppia” del 1926, “ Le occasioni” del 1939, “ La Bufera e altro” del 1956, Satura del 1971.
Negli “Ossi di Seppia” Montale evidenzia la volontà di staccarsi dalla precedente tradizione aulica-accademica, carica di toni retorici, per affermare una poesia di timbro familiare.
Dice lo stesso Montale, “Scrivendo il mio primo libro …volevo che la mia parola fosse più aderente di quella degli altri poeti che avevo conosciuto. Più aderente a che? Mi pareva di vivere sotto una campana di vetro, eppure sentivo di essere vicino a qualcosa di essenziale. Un velo sottile, un filo appena mi separava dal quid definitivo. L’espressione assoluta sarebbe stata la rottura di quel velo, di quel filo: un’esplosione, la fine dell’inganno del mondo come rappresentazione”.
La coscienza, umile e saggia del proprio limite umano e poetico apre però alla speranza di incontrare “ qualcosa “ che dia senso al tutto.
Negli Ossi di Seppia è centrale la riflessione su di sé, l’autobiografismo, la proiezione di sé in un simbolo naturale, che fosse “il mare-fermentante” o “l’ombra” stampata sul muro. Vi si ritrovano i temi della constatazione della solitudine dell’uomo, dell’inconoscibilità del reale, dell’aridità della vita, ed in tal senso è già una dichiarazione di poetica.
Vi si ritrova anche il paesaggio ligure aspro, dissecato, impervio, dove, alle Cinque Terre di Monterosso, il Poeta trascorse, nell’infanzia e nell’adolescenza, le vacanze estive, in mezzo a quella natura, di fronte a quel mare , che si configurano come i luoghi della sua prima poesia e per cui scriverà il poeta: “Mi affascinava la solitudine di certe ore, di certi paesaggi.”
Il motivo di fondo della poesia di Montale è la visione pessimistica e desolata della vita del nostro tempo, che vede il crollo degli ideali, per cui tutto appare oscuro, vuoto e senza senso. Di tanto è testimonianza la lirica “Meriggiare pallido e assorto”, dove il poeta ci conduce alla cosmica rappresentazione della vita come sofferenza, correlando a questa visione-rappresentazione emblematica del limite umano tutto l’esteriore panorama naturale.
La vita si configura così in Montale come una prigione rovesciata, che condanna all’esclusione di un “paradiso”. Vivere è per lui, come andare lungo una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia così impedendo di vedere cosa c’è al di là, ossia lo scopo ed il significato della vita. Si colgono nella lirica i temi: del senso del mistero della vita, della solitudine esistenziale, del dolore per un destino privo di felicità.
Nella raccolta “Le Occasioni” , si avverte la stessa visione tragica della vita de “Gli Ossi”, ma vi si coglie anche il senso del colloquio a distanza con la salvifica ispiratrice, Clizia; dirà il poeta: “sullo sfondo di una guerra cosmica e terrestre, senza scopo e senza ragione, mi sono affidato a lei, donna o nube, angelo o procellaria”.
Nelle poesie della raccolta Montale rievoca le “occasioni” della sua vita passata, amori, incontri, riflessioni su avvenimenti, paesaggi, ricordati non per nostalgia ma per analizzarle e capirle nel loro valore simbolico.
Il poeta sente il bisogno insistente , ma deluso, di trovare il senso delle cose e della vita cercando nel mondo della memoria quella salvezza che la cieca negatività dell’esistenza vieta, ma scopre che: una nebbia vela la memoria, ( lirica: “non recidere forbice quel volto”); il passato è irrevocabile, ( lirica: “la casa dei doganieri”); tutto è determinato dal caso; manca un filo logico nel rapporto tra le cose; il tempo scorre impietoso; e la ricerca di un varco è vana.
Domina nella raccolta la tematica esistenziale anche se già s’intravede la bufera, la minaccia prossima della guerra, che si avvicina.
Montale però, estraneo sempre alle mode, procede dritto per la sua strada.
Scriverà: “L’argomento della mia poesia , e credo di ogni possibile poesia, è la condizione umana in sé considerata, non questo o quell’avvenimento storico. Ciò non significa estraniarsi da quanto avviene nel mondo; significa solo coscienza, volontà, di non scambiare l’essenziale col transitorio … Avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circonda, la materia della mia ispirazione non poteva essere che quella disarmonia. Non nego che il fascismo dapprima, la guerra più tardi, e la guerra civile più tardi ancora mi abbiano reso infelice; tuttavia esistevano in me le ragioni dell’infelicità che andavano molto di là e al di fuori di questi fenomeni.” Si comprende già da ciò come il tema del male di vivere influenza anche la raccolta “La Bufera ed Altro” ed influenzerà anche la raccolta “Satura”. Ciò delinea una caratteristica che è prettamente del Montale: quello di essere e di rimanere sempre e solo “Un uomo di pena”.
Il suo pessimismo assume in queste raccolte i connotati tragici della violenza, della follia, dell’atrocità, che sono purtroppo le caratteristiche costanti della storia.
Dunque il male di vivere dell’uomo è perpetuo, e la sua condizione è destinata a non mutare col trascorrere del tempo.
La memoria di Irma Brandeis, la poetica Clizia, l’angelica ispiratrice, illumina la saggia ed amara ironia degli ultimi scritti del Poeta, che, nelle sue ultime raccolte si rivela un vecchio saggio malinconico che rifiuta i miti della società del benessere , e, mentre riflette con ironica pacatezza sulla insensatezza del mondo moderno, s’intrattiene, con tono colloquiale, con la moglie da poco perduta.
Per la sua tensione continua verso l’essenziale e l’assoluto, per la sua ontologica disarmonia, l’opera poetica di Eugenio Montale, vista in retrospettiva, non può, che essere collocata nel solco di una corrente di poesia non realistica, non romantica, e nemmeno strettamente decadente, accostabile solo al metafisico. Montale ci lascia in eredità la sua coerenza e la sua poesia.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale sui Diritti Umani
Tutti i diritti riservati all’autore

IL FUTURO E LA GRANDE SFIDA SUI DIRITTI UMANI (di Eduardo Terrana)

Foto Pixabay

IL FUTURO E LA GRANDE SFIDA SUI DIRITTI UMANI

(di Eduardo Terrana)

La promozione integrale di tutte le categorie dei diritti umani è la vera garanzia del pieno rispetto di ogni singolo diritto. La difesa dell’universalità e della indivisibilità dei diritti umani, altresì, è essenziale per la costruzione di una società pacifica e per lo sviluppo integrale di individui, popoli e Nazioni.
La realtà del mondo però sempre più evidenzia che queste affermazioni sono rimasti meri principi e che la loro realizzazione è ferma davanti al deserto degli egoismi che ne ostacola il diritto di esistere.
Parliamo allora di crisi dei diritti umani, che è, al fondo, una crisi di diritti esasperati e dissociati dai valori e quindi dissociati dai doveri, che sempre corrispondono ai diritti.
È la crisi di una cultura che ha vivissima la consapevolezza dei diritti dell’uomo, che è più che mai decisa rivendicarli, ma che ha represso la verità fondamentale che la società, la quale dovrebbe godere dei diritti è “Una e La Stessa” con la società che deve realizzare i medesimi diritti. Ora se questa seconda società non esiste, in quanto i suoi membri non sono disposti a investire il quantitativo necessario di energie fisiche, intellettuali, morali, neanche la prima può esistere.
Libertà e sicurezza sociale sono solo per quelle società le quali riconoscono che la “Libertà da “, sulla quale insisteva l’Illuminismo, ha senso e reca frutto solo se congiunta con la “ Libertà per”, cioè per i valori che fanno umana, nelle sue varie dimensioni, la convivenza degli uomini al di dentro dei confini di uno Stato.
Ora l’imperativo morale è precisamente il vincolo che congiunge la libertà al mondo dei valori. Senza il diritto non può esistere una società fatta a misura della dignità dell’essere umano. Prima del diritto, però, e a garanzia di esso sta la legge morale, cioè sta la Persona nel suo statuto ontologico di essere morale. La Persona che fonda lo Stato è anche l’operatore insostituibile di un ordinamento, di cui, come recita l’ Enciclica Pacem in Terris: “ fondamento è la verità, misura e obiettivo la giustizia, forza propulsiva l’amore, metodo di attuazione la libertà”. Ciò che vale a dire: lo stato dei diritti umani nel significato più vero del termine.
La tensione ideale di ogni coscienza dei diritti e della dignità umana deve pertanto tornare ad avere ed a trovare un approdo: i valori.
Il futuro deve percorrere questa strada. Una strada in cui alle parole ed alle dichiarazioni corrisponda il riconoscimento del primato ontologico della Persona sulla Società, dei doveri sui diritti. Una strada in cui si affermi il principio della non violenza e della non discriminazione, che significa rispetto della Persona e della sua personalità, significa uguaglianza di opportunità, significa accettazione delle diversità, nel senso e nel rispetto del primo paragrafo della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, che afferma “ il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia e dei loro diritti uguali ed inalienabili”; dell’articolo tre della stessa Dichiarazione sui diritti dei portatori di handicap che sancisce “ il portatore di handicap ha un diritto connaturato al rispetto della sua dignità umana. Il portatore di handicap, quali che siano l’origine, la natura e la gravità delle sue difficoltà e deficienze, ha gli stessi diritti fondamentali dei suoi concittadini di pari età, il che comporta come primo e principale diritto quello di fruire, nella maggiore misura possibile, di un’esistenza dignitosa altrettanto ricca e normale”; dell’articolo ventitre della Convenzione internazionale su diritti del Fanciullo che afferma che “ i fanciulli mentalmente o fisicamente handicappati devono condurre una vita piena e decente, in condizioni che garantiscano la loro dignità, favoriscano la loro autonomia e agevolino una loro attiva partecipazione alla vita della comunità.”
Questa dignità va riaffermata come fondamentale della Persona ma con il rifiuto e la messa al bando di tutte quelle situazioni negative che non prevedono la tutela della Persona umana nelle sue condizioni materiali, nelle sue condizioni morali nonché nel processo di integrazione dell’individuo nella società propria ed altrui. Va riaffermata con la messa bando e la repressione, altresì, di tutte quelle situazioni di tensione di varia natura: politica, sociale, religiosa, ancora esistenti in singoli paesi o in determinate aree geografiche che attentano ai fondamentali diritti umani aggredendo la vita, l’integrità fisica e la libertà di Persone pacifiche ed inermi, in modo indiscriminato ed in diverse forme: stragi, esecuzioni sommarie, ferimenti, cattura e detenzione di ostaggi, dirottamenti di aerei civili. Va ricercata ed attuata la protezione giuridica della persona sempre con la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, con la lotta alla tortura, con l’abolizione ed il divieto della schiavitù e della tratta, con la repressione del terrorismo, con il rifiuto di tutte le discriminazioni tra i popoli.
Il futuro dell’impegno internazionale sui diritti umani ci si presenta dunque davanti come una “grande sfida”, perché i diritti umani costituiscono ancora oggi il paradigma mediante il quale verificare d’ora in avanti la qualità dei sistemi sociali, politici, economici, all’interno ed all’esterno degli Stati nazionali.
Si impone, pertanto, urgente riattualizzare il dibattito sul tema, al quale la “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo”, documento di eccezionale valore intellettuale e morale, ha dato un apporto fondamentale.
Il processo che è stato messo in moto non può e non deve avere sosta. Si stanno facendo strada nuove generazioni di diritti umani. Dopo quelli ricordati, detti della prima e della seconda generazione, ci troviamo ormai di fronte a quella che viene indicata come la terza generazione dei diritti umani. Si tratta dei cosidetti “ diritti di solidarietà”, che pongono accanto al diritto della Persona il diritto dei popoli. E’ questa una materia ancora giuridicamente controversa, ma non tanto da negare evoluzioni e progressive affermazioni che si sono ormai saldamente consolidate. Nessuno pone oggi in discussione il diritto dei popoli all’autodeterminazione, mentre tra le altre categorie: il diritto alla pace, il diritto all’ambiente, il diritto allo sviluppo, ricche di contenuto e di carica propulsiva, si stanno gradualmente aprendo un varco ed appaiono come le novità emergenti.
Diritti umani e pace sono inscindibili, come lo sono pace e sviluppo. Il diritto alla vita postula la pace. Se non c’è vita non c’è neppure il presupposto per la realizzazione di alcun altro diritto umano. Ma la pace non è ancora un diritto formalmente riconosciuto all’interno di una norma giuridica. È, come dire, un diritto in cantiere la cui costruzione dipende dalla ricerca e dalla educazione alla pace.
Un altro diritto va rilevato, quello della Umanità alla conservazione della specie. Diritto che mette in risalto la figura e la funzione della Donna, genitrice per antonomasia, che è sempre un valore. Basti in proposito pensare a quanto la scienza oggi è in grado di operare sullo stesso concepimento dell’uomo per darsi conto delle nuove problematiche, per taluni aspetti sconvolgenti, vedi la clonazione, che si impongono e rendono necessaria la ricerca di un nuovo equilibrio con il rispetto dei valori fondamentali della Persona umana.
La tutela dei diritti dell’uomo e dei popoli non può avere ulteriori ristretti e/o sfumati confini. La sfida che ne discende deve pertanto caricarsi di una assiologia umano centrica sulla base di un paradigma universale, interrogarsi sulle sue finalità, rivisitarsi nei suoi programmi, per la promozione della Persona e lo sviluppo di tutti i popoli, nel rispetto delle specifiche identità culturali e deve essere sorretto da un intendimento morale per realizzare il vero bene del genere umano.
Bisogna allora uscire dal deserto degli egoismi e della schiavitù del male perché queste affermazioni possano effettivamente realizzarsi, perché si possa edificare la dignità umana, a cominciare dai più poveri e dai più deboli, fornendo ad ogni abitante della terra quel minimo benessere che consenta di vivere in libertà, non mancando dell’indispensabile per sostenere la famiglia, educare i figli e sviluppare le proprie capacità umane.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale sui diritti umani

Tutti i diritti riservati all’autore

ALFABETIZZAZIONE UNA SFIDA ANCORA DA VINCERE! (di Eduardo Terrana)

ALFABETIZZAZIONE UNA SFIDA ANCORA DA VINCERE! (di Eduardo Terrana)

Foto Pixabay

Incredibile a dirsi, ancor più incredibile a credersi, ma ancora oggi, agli inizi del terzo millennio, l’alfabetizzazione continua ad essere una sfida da vincere.
Sono infatti ancora milioni gli adulti, le donne e, in particolare, i minori di ambo i sessi che non sono capaci di leggere, di scrivere e far di conto. Una spina nel fianco per molti Paesi e Governi che non riescono ad affrontare in modo adeguato e risolutivo il grave problema.
Si contano oggi nel mondo circa 800 milioni di analfabeti, esclusi dal diritto all’’istruzione, di cui oltre 550 milioni sono donne e 250 milioni bambini e adolescenti.
La Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione, che s celebra ogni anno l’8 settembre, offre l’occasione di un incontro per esaminare e dibattere l’annoso grave problema e rappresenta, soprattutto, una grande opportunità per riaffermare l’impegno e la volontà comune per il conseguimento dell’obiettivo che a tutti gli esclusi sia assicurato il diritto di accesso all’istruzione.
Obiettivo estremamente importante perché offrirebbe opportunità di crescita individuale, di inserimento sociale e di partecipazione alla vita economica e politica del proprio Paese.
Partecipare , peraltro, oggi comporta conoscenze tecniche e specialistiche senza le quali si rischia di restare fuori dal sistema civile ed essere degli emarginati ed alle quali è impossibile l’accesso senza una adeguata istruzione di base..
Ciò in quanto le società odierne, tecnologicamente evolute e progredite, richiedono oltre alle competenze di base necessarie anche competenze digitali avanzate e linguistiche per stare in modo pienamente professionale nelle variegate realtà di lavoro.
Ridurre il divario di conoscenze e di competenze che separa tanti esclusi dal partecipare attivamente alla vita civile, sociale, economica e politica che ruota intorno a loro è , pertanto, un imperativo primario sia sul piano educativo che sul piano della crescita e dello sviluppo individuale e collettivo.
In un mondo sempre più tecnologico e in società sempre più digitalizzate, continuare a precludere l’accesso a bambini, adolescenti, donne e adulti perché non adeguatamente alfabetizzati al progresso della informazione tecnologica e della comunicazione vorrebbe dire tarpare loro le ali per sempre e ghettizzarli come essere umani senza dignità civile.
E’ necessario allora promuovere l’interesse, l’azione ed il sostegno attivo dell’ intera comunità internazionale nei confronti delle attività di alfabetizzazione perché si esca dalla indifferenza o dalle inconcludenti progettazioni e si avvii l’attuazione di progettualità mirate ad affrontare e risolvere il problema.
La Giornata Internazionale dell’Alfabetizzazione, istituita dall’UNESCO nel 1966 si connota, pertanto, della particolare doppia valenza di focalizzare, da un lato, l’attenzione mondiale sui milioni di bambini e adulti che non hanno accesso ai programmi di istruzione e di promuovere, dall’altro, l’alfabetizzazione come strumento per rafforzare gli individui e le comunità, sia nazionali che internazionale.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale sui diritti umani

Tutti i diritti riservati all’autore

Un’ambasciatrice di versi: Il recital di Clara Russo (a cura di Sabrina Santamaria ed Eduardo Terrana)

Un’ambasciatrice di versi: Il recital di Clara Russo

BIOGRAFIA di RUSSO CLARA

Clara Russo è nata a Messina il 17/10/1962. Vive, lavora e risiede a Messina.
Fin dall’età giovanile è attratta dalla letteratura , per la quale sempre nutrirà grande interesse.
Nell’età matura sviluppa una forte passione per la poesia. Per puro caso approda alla declamazione. Un poeta l’ascolta come declamatrice e ne resta affascinato. Da lì è stato tutto un susseguirsi di incontri di poesia che hanno consentito a Clara Russo di dimostrare le sue notevoli qualità recitative ed espressive e farsi apprezzare come interprete di indiscusso valore non solamente nella sua meravigliosa terra di Sicilia ma anche al di qua dello stretto.
Clara Russo è un’ Artista che rivela grande professionalità. Possiede la grande dote di una voce che riesce a modulare con bravura ed una timbrica che si distingue per espressività.
È la sua una voce che sa interpretare il sentire del poeta, che trasmette emozioni, stupisce, incanta ed arriva all’anima di chi l’ascolta.
Clara Russo sa declamare in modo pregevole e , con voce virtuosa, sa rendere il verso armonioso, come un canto, che affascina l’orecchio e fa sognare.
Le declamazioni poetiche di Clara Russo sono autentici profumi di vita, che la sua voce dolce, cadenzata, suadente, aspirata, armonica, vellutata, rende piacevoli, come le note di una dolce sinfonia. Sono un invito alla fantasia a muovere nel giardino della memoria alla ricerca di ricordi sopiti sotto una spessa coltre di polvere accumulata dal tempo dell’indifferenza. Come un lento procedere lungo i binari della vita accompagnano la memoria in un viaggio dell’anima riscoprendo dolci sensazioni, vibranti emozioni, già vissute ma che tornano a far pulsare il cuore di nuovo entusiasmo di vivere.

Eduardo Terrana

• Nota critica alla video poesia “ A te dolce creatura” di Carmelo Cossa- voce di Clara Russo-

È la tua video poesia: Una radiografia osannante i pregi del tuo saper declamare con voce virtuosa e sapiente delizia che “trasforma la musica dei versi in un canto” che affascina l’orecchio di chi ascolta e fa sognare l’amore vissuto o desiderato se non mai vissuto . “ Sarà ascoltando questa voce che sogneremo l’amore di un verso e lo vivremo! “, recita la poesia, un verso che è un invito all’amore che non è mai peccato sia che ognuno lo sogni sia che lo viva nella realtà sentimentale della propria esistenza. Sogno e amore… Poesia e sogno… Amore e poesia, ecco la triade esistenziale in cui perdersi non per sprofondare nell’abisso ma per elevare l’animo verso la più alta cima del sentimento.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=KvZG0QIyAcQ

Eduardo Terrana

• L’ascesi nel mondo della poesia
Clara Russo è una declamatrice molto ricercata e amata da molti poeti, ultimamente ha donato la sua voce in moltissimi recital poetici, premiazioni dei concorsi, reading poetici e soprattutto nelle video poesie. La sua fama è dovuta alla sua capacità innata di sapersi “tuffare” con eleganza fra i versi dei poeti dando corpus e anima ai testi. La delicatezza della sua voce penetra nella sensibilità di chi la ascolta, la nostra Clara Russo riesce ad attirare l’attenzione nel momento in cui interpreta un’opera, vivifica un testo che si trova nero su bianco, la sua lettura è come un soffio che riesce a risuscitare ogni silloge, anche, magari, quelle definite “obsolete” perché sa decantare versi in modo soave con limpidezza, spesso “ammorbidisce” gli enunciati rendendoli magnificamente gradevoli anche ad un orecchio profano. La Nostra attraverso la sua declamazione conduce l’ascoltatore nel mondo incantato della poesia e gli regala un’immagine scandita dello scavo interiore degli autori conducendolo per mano nell’impenetrabile sentiero dei foschi giardini di chi, con coraggio, decide di scrivere. Ella, allora, diventa la portavoce, il crocevia che consente allo scrittore di entrare passando fra le corde dell’anima dei lettori, Clara Russo scolpisce nella mente dell’ascoltatore le descrizioni delle opere che declama, siano esse poesie o romanzi, poco cambia, oltre al contenuto delle opere lascia un solco profondo la sua interpretazione che sa entrare empaticamente nei vissuti di chi scrive e di chi legge. Declamare non è un compito per nulla semplice in quanto necessita di un’immersione nell’ “essere l’altro” per esprimere la giusta carica emotiva nascosta tra le righe di un componimento, proprio in questa ardua missione si cimenta Clara Russo e visti i risultati direi che osa con successo.

Sabrina Santamaria

• Nota critica alla video-poesia “Brivido di donna” di Nadia Pascucci -Voce di Clara Russo

In questo componimento l’interpretazione delicata e sensuale della voce di Clara Russo si unisce armonicamente con lo stile dei versi che mettono a nudo la sensibilità dell’essere donna. L’andamento crescente della passione che emerge passo dopo passo viene accompagnato da una punta di eleganza e la ritmicità travolgente che risveglia i sensi si abbraccia con un trait d’union alla declamazione della Nostra che coinvolge l’ascoltatore fra i meandri del mondo femminile scoprendo frammento dopo frammento la genuinità del messaggio poetico in cui una donna, Nadia Pascucci, decide di mettersi a nudo, facendo scivolare delicatamente tutti i veli lasciando che l’anima si esprima e si narri per questa ragione questa poesia ha ottenuto una segnalazione di merito al “Premio Internazionale Poesia e Racconti Pina Alessio”. In questa frenesia fatta di versi e pause trova un porto sicuro e meritato l’impegno della nostra declamatrice la quale, imperterrita, non si dà per vinta, ma entra nel vivo della video-poesia strappando ogni traccia di incertezza ed accendendo tutti i barlumi amorosi disseminati nel testo, la sua voce si amalgama per accendere la scintilla focosa descritta ardentemente da Nadia Pascucci, un melange perfetto che trasforma questa video-poesia in un capolavoro.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=9CtovCKNdKY

Sabrina Santamaria

• Nota critica alla video-poesia “Passaporto per il cielo” di Giovanni Malambrì -Voce di Clara Russo

Lo spirito religioso di questa poesia racchiude un grande messaggio cristiano, molto profonda l’espressione finale dei versi che comunicano la chiave per andare al cielo: l’amore, la speranza, la carità. Il pathos del poeta per il sacrificio di Cristo brucia consumandosi fra gli enunciati, in questa circostanza la nostra declamatrice si veste di sacralità e muta il suo stile, qui il suo declamare diviene un sussurro elegiaco, mettendo insieme il sentimento sacro con la tristezza per il sacrificio di Cristo. La forza del componimento è racchiusa nell’inventario fornito ad ogni credente per aver salva la propria anima, c’è un solo modo per arrivare in cielo: seguire il cammino tracciato da Cristo, l’espressione risoluta della Nostra svela il mistero della beatitudine ben delineata da Giovanni Malambrì il quale si è classificato al primo posto al Concorso internazionale di poesia “Sant’Antonio Abate”. Questa video-poesia l’ho associata alle laudi di San Francesco d’Assisi, in cui l’autore narra dell’immortalità dell’anima e di una morte nello spirito, il tema, infatti, per certi aspetti è medievale e scolastico, ma la chiusa finale del testo lo rende biblico, la voce di Clara Russo si innesta autorevolmente, se all’inizio la poesia potrebbe apparire elegiaca la conclusione è pleonastica, la nostra fine dicitrice incorpora all’unisono la fede del poeta il quale crede nel Figliuolo di Dio che ha dato la vista ai ciechi. La Nostra diviene ambasciatrice di questa devotio Deus che Giovanni Malambrì infonde tra le sue righe con ardore. La dedizione di Clara Russo è non indifferente tanto da far innamorare ogni persona della sua candida esposizione.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=mfRGmma8Dy0

Sabrina Santamaria

SALVATORE QUASIMODO LA VITA INTESA COME ESISTENZA E COME CULTURA di Eduardo Terrana

Salvatore Quasimodo

SALVATORE QUASIMODO

LA VITA INTESA COME ESISTENZA E COME CULTURA

L’indipendenza dell’uomo e l’autonomia del poeta che non ha mai tradito se stesso e la poesia.

di Eduardo Terrana

Salvatore Quasimodo nasce a Modica, provincia di Ragusa, in Sicilia, il 20 agosto 1901. Muore a Napoli il 14 giugno del 1968.
Gli spostamenti del padre, capostazione delle FF.SS, gli fanno conoscere la Sicilia, alla quale rimarrà sempre legato, anche nel mito poetico. Roccalumera, Gela, Acquaviva, Trabia e Messina sono le tappe di questi continui spostamenti. Quando nel 1908 la famiglia si stabilisce a Messina Quasimodo ha sette anni. La città, da poco colpita dalla grave calamità del terremoto che l’aveva praticamente rasa al suolo, offre al giovinetto un desolante spettacolo. Intorno ai quindici anni inizia il suo tirocinio di poeta. Conseguito il diploma si iscrive nel 1919 al politecnico di Roma. Frequenta ingegneria, ma non riesce a superare il biennio, per problemi economici; abbandona, quindi, quell’indirizzo universitario e si iscrive alla facoltà di fisica.
Anche quest’esperienza però è segnata dall’insuccesso. Quasimodo, allora, abbandona gli studi universitari e trova lavoro presso un ingegnere come disegnatore tecnico. E’ costretto, infatti, a lavorare per vivere, lontano dalla famiglia, che poteva offrirgli poco aiuto. Lavora contemporaneamente alla Rinascente.
Il soggiorno romano non sarà allietato da una copiosa produzione poetica, ma determinerà per il poeta comunque una tappa significativa, che lascerà una impronta profonda. A Roma, infatti avrà i primi contatti con le lingue classiche, il greco ed il latino, ed avvierà proficue ed approfondite letture di testi letterari e filosofici, che contribuiranno enormemente ad arricchirlo culturalmente ed umanamente.
La lontananza dalla famiglia, la nostalgia della terra natale e dell’infanzia, l’insoddisfazione per un lavoro svolto più per costrizione di bisogno che per libera e sentita vocazione, contribuiranno alla maturazione in lui dei temi lirici della sua poesia ermetica, segnata dal mito della terra natale, la Sicilia, che costituisce l’elemento di fondo della sua personalità poetica. Una condizione spirituale che origina dal contrasto tra la sensazione dolorosa vissuta del distacco della amata Sicilia e il mito della Stessa rivissuto attraverso i ricordi dell’infanzia.
Il poeta partecipa alla vicenda dell’Ermetismo ma per adeguarlo a sé e al suo penoso ripiegarsi sulla sua condizione di siciliano in cerca di libertà. In tal senso è da considerare il principale esponente dell’Ermetismo.
La sua poesia, in particolare quella dell’Antologia “ Ed è subito sera, che compendia le prime quattro raccolte: Acque e Terre, Oboe Sommerso, Erato ed Apollion, Nuove Poesie, è una poesia scarna, immediata, intima, in cui più che l’immagine e il verso, è la parola l’elemento costitutivo, nella quale espressione ed effetto si fondono.
Altro mito nella poesia di Quasimodo è l’amore per la Grecia Antica che si ritrova ne “ Le Traduzioni di Lirici Greci “, Catullo, Virgilio, Omero, e Sofocle, che la critica considera il momento poetico più elevato della produzione letteraria del Poeta, anche perché, rileva, la frequentazione dei classici porterà Quasimodo al
superamento dell’Ermetismo. Svolta che si manifesta già nella raccolta “ Nuove Poesie “ e si concretizza in particolare nelle liriche composte negli anni del secondo conflitto mondiale e nel dopoguerra, dove il poeta manifesta il desiderio di uscire dalla sfera privata per stabilire un rapporto più stretto con il dolore degli altri.
La poesia allora viene concepita in una nuova ottica, con una funzione più mordace ed incisiva, come strumento di comunicazione e di lotta, e con un nuovo impegno
quello di contribuire a “ Rifare l’Uomo “ e quindi con una connotazione narrativa più aderente al nuovo ruolo e più rispondente all’obiettivo che il poeta persegue.
Quasimodo non partecipa direttamente agli avvenimenti bellici ed alla resistenza partigiana, ma resta comunque colpito dalla tragicità del momento di crisi che l’umanità sta vivendo. Se ne fa un testimone attento e consapevole. La sua poesia, pertanto, rispecchia il sentimento dell’appartenenza all’umano ma in un modo che diventa sempre più incerto e perplesso. Il fascismo, la guerra, e le paure atomiche del dopoguerra sono mostri che il poeta cerca di esorcizzare.
La Vita, intesa come esistenza e come cultura, e la Morte, intesa come negazione d’amore e silenzio totale ,costituiscono pertanto i simboli della poesia di Quasimodo, dove la Sicilia, vista come età dell’oro e irraggiungibile infanzia del mondo e Milano, città capitalistica, borghese, colta, ma al contempo negazione di ogni speranza di felicità per l’uomo, sono i luoghi mitici di una effusione lirica che passa, dopo gli eventi tragici della guerra, da una parola difficile ed ermetica ad una eloquenza dei sentimenti e ad una emotività umana più distesa.

Nella prima raccolta “Acque e Terre”, ci sono tutti i temi ed i motivi fondamentali della poesia di Quasimodo .
La Sicilia, magnogreca, innanzitutto, terra natale, amata e perduta e dal cui distacco deriva al poeta il dolore dell’esule, sradicato, in un mondo ostile che dà solo una dolorosa solitudine.
La raccolta propone allora i motivi dell’esilio, del perpetuo errare e della morte. Evoca la realtà terrestre, le stagioni, l’amicizia; parla di solitudine e di dolore individuale ma ancora dentro una natura ed una umanità concrete.
Gli squarci paesaggistici, i silenzi, i cieli, i colori, le acque, le figurazioni ancestrali, la sensualità e l’antica malinconia mediterranea, si fanno armonia di queste prime liriche.
La pena dell’esule , dannato a smarrirsi nel labirinto di una solitudine angosciosa, universale, delinea che è solo anche in compagnia di altri uomini; il suo breve destino è questo perché : “ ognuno sta solo sul mar della terra/ trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera”.
Con la raccolta “Oboe Sommerso “ Quasimodo entra pienamente in clima ermetico.
Le liriche sono di versi brevi, costruiti per favorire le illuminazioni e cioè le impressioni veloci, le folgoranti intuizioni di un attimo.
In questa silloge la Sicilia, la terra natale, acquista la dimensione del mito unitamente a quello della classicità del mondo greco. Ma al tema-mito dell’isola e della nostalgia: l’eucaliptus, il poeta affianca il motivo della disperazione nascente dalla crisi esistenziale dell’uomo contemporaneo, cui, contro il gelo della solitudine e della dissoluzione in agguato, nulla è di conforto se non il silenzio.
A quest’uomo, tuttavia, il poeta, uomo tra gli uomini, addita quale via di salvazione l’abbandono francescano alla volontà del padre, al quale confidare lo strazio di riconoscersi creatura imperfetta e finita.
Questi temi si ritrovano, con una maggiore consapevolezza qualitativa ed espressiva, nella raccolta: Erato ed Apollion, in cui, prendono maggiore forma e consistenza, con viva suggestione poetica, i miti dell’infanzia perduta, di epoche d’oro scomparse, le isole e le patrie, la ricerca senza oggetto, la morte, la vita, l’inferno di esistere, il naufrago.
Dice il poeta: il mio impegno dinanzi all’arte è altissimo e non posso concedere nulla: né una sillaba nè un ritmo che aiuti l’analisi.
E,’ dunque, già poetica! La poesia per Quasimodo è linguaggio e ritmo e va compresa nella sua globalità essenziale. Non è compito del poeta curarsi di chi cerca la comprensione letterale della lirica o intende trovarne il significato dei temi.
Con la raccolta “Nuove poesie “ Quasimodo apre un nuovo ciclo poetico, in cui compare una realtà fatta di cose concrete, strade, campi, fiumi e città, ma anche persone, incontri cittadini e dediche a persone e luoghi cari citati con il loro nome.
E’ una poesia che guarda oltre l’ermetismo e dove la nota dominante è l’amara constatazione del fluire del tempo inesorabile che tutto travolge, destinando il passato ed anche il presente alla umiliazione nei simboli.
Di diverso tenore la raccolta “ Giorno dopo giorno “, pubblicata nel 1947 a guerra finita, ma pregna di quella triste, tragica esperienza umana, di cui ogni uomo, ogni poeta ne porta nell’animo i segni, il peso delle crudeltà inumane, della distruzione morale e materiale, delle macerie delle città , dei brandelli dell’uomo lacerato, torturato, spogliato della sua dignità, offeso, umiliato, ucciso. Il poeta però si ribella a tanta follia e mentre tenta di ricomporre i pezzi dispersi dell’uomo del suo tempo, frantumato dall’onda bellica, pensa già all’uomo futuro protagonista ed artefice di una vera società civile.
IL verso allora si fa meno ermetico e più aperto alla comprensione e la silloge rivela l’impegno civile del poeta.
Si fa più pacata la poesia dell’ultima raccolta “ Dare e Avere “, dove il poeta ci presenta la serenità di un animo in pace, in contrapposizione ai clamori del dopoguerra, ai gridi umani insofferenti, all’ira ed alle passioni.
E’ presente e predomina anzi l’opposizione tra la vita e la morte con un ultimo bilancio in cui la Morte è quasi un presagio, mediato soltanto da una speranza nella poesia come canto “ Che vince i deserti”.
Riguardo a Quasimodo Carlo Bo, in un saggio del 1939 con le parole : “ sta solo, come ogni vera voce – senza legami di scuole”, nel mentre risalta l’indipendenza dell’uomo, esalta al contempo la coerenza e l’autonomia del poeta che non ha mai tradito se stesso e la poesia. Ciò che fa di Quasimodo uno dei figli più degni del suo tempo.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore.

NELSON MANDELA ICONA DI PACE E DELLA NON VIOLENZA di Eduardo Terrana

Nelson Mandela, FOTO: Wikipedia

~
NELSON MANDELA ICONA DI PACE E DELLA NON VIOLENZA

Il 18 luglio di ogni anno si celebra il Nelson Mandela international day, una giornata internazionale istituita dalle Nazioni Unite per onorare le sue idee ed il suo lavoro e promuovere progetti umanitari.

di Eduardo Terrana

~

Qual era la realtà di vita della popolazione nera in Sud Africa al tempo dell’Apartheid? Semplicemente non c’era vita!
Già dal 1910 i neri sudafricani erano tenuti in stato di forte restrizione dai bianchi, sopportando ogni sorta di abusi e soprusi. E’,però, dal 1948 in avanti, con la vittoria del National Party nelle elezioni riservate ai soli bianchi, che la segregazione razziale
( Apartheid) viene imposta dal governo e prende definitivamente forma negando , su base razzista, per più di 40 anni sino al 1991 i diritti civili, politici e sociali, ai neri sudafricani , che rappresentavano l’80% della popolazione.
L’apartheid fu attuata con leggi severissime che prevedevano :
1)- il trasferimento dei neri in appositi ghetti (bantustan), dove la popolazione solo nominalmente era indipendente perché di fatto sottoposta al controllo del governo sudafricano;
2)- la separazione dei bianchi dai neri in tutte le zone dei centri abitati;
3)- la proibizione di entrare in alcune aree urbane, esclusivamente frequentate dai bianchi , e l’uso delle stesse strutture pubbliche (ristoranti, fontane, sale d’attesa, marciapiedi, servizi igienici e mezzi pubblici).
I neri potevano frequentare i quartieri dei bianchi solo dietro rilascio di speciali passaporti, pena l’arresto. La legge inoltre vietava il matrimonio e i rapporti sessuali tra persone di razza diversa. Imponeva altresì la registrazione dei cittadini in base alle loro caratteristiche razziali..La legge prevedeva ancora provvedimenti tesi a rendere difficoltoso e separato ai neri l’accesso all’istruzione e sanciva la discriminazione razziale in ambito lavorativo e ospedaliero.
I neri dei bantustan erano privati della cittadinanza sudafricana, di ogni diritto politico e civile connesso e potevano frequentare solo l’istituzione di scuole agricole e commerciali speciali. Nei negozi vigeva la regola che i clienti bianchi dovevano essere serviti prima dei neri.
Ogni opposizione veniva poi etichettata dal governo come comunista e messa al bando.
Una realtà amara, la segregazione razziale nel XX secolo, presente e diffusa non solamente in Sud Africa ma anche in vari altri Paesi: Europa, America, Africa, Asia è successo lo stesso lo stesso e anche di peggio.
In Europa il razzismo , prese il volto della SHOAH organizzata da Hitler in Germania e Mussolini in Italia. Le leggi razziali e la persecuzione nazifascista colpirono, dal 1933 al 1945, non solo ebrei ma anche etnie Rom, popolazioni slave, minoranze religiose, omosessuali, prigionieri di guerra, avversari politici, disabili fisici e mentali.
La Repubblica popolare di Bulgaria, nel periodo 1946/1990, fu teatro di comportamenti razziali anche cruenti da parte dei comunisti contro le popolazioni turche, musulmane e arabe.
Negli Stati Uniti, seppure abolita la schiavitù, l’intemperanza razziale fu praticata in modo cruento dagli attivisti del movimento KuKlusKlan. Lo scontro razziale tra bianchi e neri terminò come pratica ufficiale il 19 giugno 1964, quando il Senato degli Stati Uniti approvò il Civil Rights Act, che abrogò la discriminazione razziale in America, cancellando per sempre l’odioso principio “uguali ma separati” , che prevedeva la segregazione dei neri nei trasporti, nei servizi pubblici, nelle scuole, ciò grazie all’impegno degli attivisti per i diritti civili ed in particolare delle figure carismatiche di Martin Luther King, di Clarence Mitchell e Ros Parks, che si batterono per l’uguaglianza tra bianchi e neri.
La Rodhesia , in Africa, dal 1965 al 1980, fu soggetta al governo della minoranza bianca. La segregazione razziale cessò dopo che le sanzioni internazionali obbligarono il leader del governo di minoranza, Lan Smith, a indire elezioni multirazziali.
L’India della prima metà del novecento, soggetta ai soprusi del dominio dei colonizzatori britannici, si liberò dal giogo del Colonialismo il 15 agosto 1947, conquistando finalmente l’indipendenza, grazie alla guida carismatica del Mahatma Gandhi ed alla pratica della sua dottrina della resistenza passiva e della non violenza che, nella sua condizione dinamica, significa cosciente sofferenza, non mite sottomissione alla volontà dei malvagi, ma impegno di tutta l’anima ad opporsi alla volontà del tiranno. “ Voglio”, sosteneva Gandhi, “ che l’India si renda conto di avere un’anima che non può perire, ma che è capace di elevarsi trionfalmente al di sopra di ogni debolezza fisica e di sfidare il mondo intero”. Sfida che significava principalmente la realizzazione della fratellanza tra tutti gli uomini, indù, musulmani, cristiani, parsi ed ebrei.
In Sud Africa contro l’apartheid, a partire dal 1948 , la lotta fu dura e combattuta per decenni seppur sempre brutalmente soffocata dalle forze di sicurezza governative con migliaia di morti tra la popolazione nera. L’anima di questa lotta fu il leader pacifista e non violento Nelson Mandela, un uomo che in tutta la sua vita non venne mai meno al suo impegno per la democrazia,l’uguaglianza e l’educazione che sosteneva essere “l’arma più potente che si può usare per cambiare il mondo.” Nonostante le provocazioni subite e più volte imprigionato, condannato al carcere a vita e minacciato di morte per le sue idee e per la sua attività per l’affrancamento dei neri, Mandela non rispose mai al razzismo con il razzismo. Lottò per garantire la libertà al suo popolo, sorretto dall’ideale di una società democratica e libera nella quale tutti potessero vivere insieme in armonia e con eguali opportunità. Un ideale per il quale visse l’intera vita, pronto a morire, ma che alla fine lo vide trionfare, liberare il suo popolo dal potere del razzismo bianco. divenire il primo Presidente democraticamente eletto del Sudafrica e ricevere il Premio Nobel per la Pace.. L’Apartheid fu abolita in Sud Africa nel 1991, non solo per il boicottaggio economico internazionale contro il Governo del Paese , ma anche e soprattutto in seguito al rapido mutamento circa la segregazione razziale della opinione pubblica, educata alla democrazia ed alla libertà dalle idee del leader Mandela che aveva inculcato nell’animo e nella mente dei suoi fratelli neri a credere sempre nella vittoria finale, a resistere passivamente con pazienza, amore, tolleranza e ad opporsi in modo non violento alla oppressione ed alla repressione per arrivare un giorno al riconoscimento dei loro diritti.
Ricordiamo oggi, 18 luglio, nel giorno a lui dedicato, la figura ed il pensiero carismatico di Nelson Mandela, che nel mondo di oggi, ancora tormentato dai conflitti, dalle guerre, e con molte realtà di segregazione razziale, dai mille volti e sfaccettature, si colloca quale Icona di Pace con la sua dottrina ispirata alla non violenza e il suo insegnamento volto alla Pace. Le sue parole si levano ancora forti e solenni a ispirare quanti sono oppressi e privati dei loro diritti, nel senso che “Nessuno è nato schiavo, né signore, né per vivere in miseria, ma tutti siamo nati per essere fratelli.”

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore

IL RUMORE UCCIDE di Eduardo Terrana

Foto: Pixabay

IL RUMORE UCCIDE di Eduardo Terrana

~

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera la contaminazione acustica un problema ecologico e di salute pubblica, alla stregua dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo.
Viene rilevato che il rumore produce un’azione tossica sulla persona e sulla collettività, e pertanto :
“ Se in breve volgere di tempo l’uomo non riuscirà ad isolarsi, a riposare, per disinquinare il proprio udito dai rumori, la funzione uditiva dei nostri figli e dei nostri nipoti sarà abnormemente ridotta anche in età relativamente giovane, tanto che determinati suoni o musiche potranno a loro non giungere più”.
Tali previsioni oltremodo realistiche trovano fondamento nei fatti che si verificano tutti i giorni nelle nostre città, che sempre più prese dalla “civiltà dei rumori”, sono ormai degli autentici inferni sonori.
Si è ormai prossimi al livello di guardia.
Il valore di 120 decibel costituisce il limite oltre il quale può essere leso in modo irrimediabile l’orecchio, e comunque costituisce la soglia del dolore.
Se si considera che l’udibilità inizia a zero decibel, che a 19 decibel corrisponde il frusciare delle foglie nel bosco, che a 60 decibel il tono elevato o alterato della voce umana già disturba alquanto, che a 80 decibel il rumore dei tram agli incroci, già si fa pesante e può essere deleterio per l’udito se protratto per lungo tempo, e che i 90 decibel prodotti all’interno di una officina meccanica è già insopportabile, si può comprendere quanto sia dannoso una intensità di suono amplificato a 120 decibel prodotto in una sala di discoteca , che può danneggiare, in modo transitorio o permanente, la funzione uditiva del 30-50%.
Come non soffermarsi a riflettere allora sui risultati acquisiti da vari istituti di fisiologia di diversi stati che hanno accertato che un rumore di 110 decibel prodotto per un secondo toglie a un individuo la capacità di decisione per mezzo minuto , e che rumori dell’intensità di 115 decibel, agenti per qualche minuto sul cervello umano, producono un elettroencefalogramma simile a quello di un epilettico?
Come restare insensibili e inattivi di fronte alle rivelazioni della scienza che, nel mentre ci ammonisce che il rumore non intacca solamente l’udito ma disturba anche fortemente l’intero organismo ed in modo determinante il sistema nervoso, ci pone davanti gli effetti di avvelenamento prodotti dal rumore: l’astenia, la debolezza, l’insonnia, la depressione, l’inquietudine?
Il rumore inoltre contribuisce alla ipertensione, predispone alle malattie cardio-circolatorie e gastrointestinali, nonché all’insorgere dell’ulcera.
Il rumore è causa altresì di perdita di memoria e riduce la prontezza dei riflessi.
Il rumore prodotto da: ululati di sirene, stridore di freni, sferragliare di tram e treni, rimbombare di aerei, auto e moto, colpi di clacson sempre più nevrotici e rabbiosi, lo sbatacchiare ineducato di portiere, di bidoni della spazzatura degli appositi camion, e ancora martelli pneumatici, perforatrici, radio e televisori a tutto volume, e lo stesso vociare delle persone al telefonino, oggi si abbatte come uno tsunami sull’uomo e sulla collettività .
L’inquinamento acustico nelle nostre città è stimato ormai sulla media di 95 decibel, con minimi da 79-80 e massimi da 110 – 120 decibel.
Ormai drogati dal rumore, l’uomo e la collettività sembrano essersi assuefatti al fracasso infernale ed assordante degli ambienti urbani, al punto che sembrano manifestare paradossalmente fastidio per il silenzio, tanto da piombare, se isolati dal rumore, in una angoscia mortale.
Questo essere drogati da rumore investe allora precise sfere di competenze quella legislativa- istituzionale in primis e quella delle amministrazioni locali, poi, chiamati ad un ruolo legislativo e regolamentare di prevenzione che tarda a decollare, capace di avviare una adeguata campagna formativa ed informativa che dovrebbe poggiare, chiamandoli direttamente in causa, anche sulle due maggiori agenzie educative: la famiglia e la scuola .
Il rumore può uccidere! Serve un antidoto, che riduca la lunga lista di attesa di drogati da rumore e li riporti ad una dimensione di vita e di rapporto a misura d’uomo, in cui possa essere ritrovata il gusto pacato e sereno del conversare, oggi invece sempre più gridato, in famiglia come in tv, e perché possa essere ancora colta la poesia della natura, come il frusciare delle foglie nel bosco, che diletta l’orecchio e distende l’organismo.

~

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore

MEDITERRANEO UN MARE MALATO DA PROTEGGERE DALL’EGOISMO E DALL’INQUINAMENTO (di Eduardo Terrana)

MEDITERRANEO UN MARE MALATO DA PROTEGGERE
DALL’EGOISMO E DALL’INQUINAMENTO

(di Eduardo Terrana)

~

Lo guardiamo con stupore il nostro mare mediterraneo nelle belle giornate di sole e ne ammiriamo la serena distesa infinita, l’acqua limpida e trasparente, gli scorci incantevoli e i colori fantastici.
Una visione che ricrea la vista, una realtà che da piacevole refrigerio al corpo.
Ma il proverbio “ non è tutto oro quello che luccica “ vale anche per il Mare Nostrum , custode di tante ricchezze ma anche di tante tragedie umane e afflitto da tanti problemi.
Sono tante le persone , pescatori e marinai, che hanno da sempre riposto in questo mare le loro speranze di vita e di sostentamento, il sogno della loro vita. Sono tante le persone, i migranti, che a questo mare hanno affidato la speranza di un futuro migliore, che non sempre , però, ha avuto buon esito e spesso si è risolto in tragedia.
Sono però anche tante le persone che ogni giorno violano i diritti del mediterraneo, minacciandone la salute e quella dei suoi abitanti.
Ne consegue che non è limpido del tutto il colore azzurro del mare, maculato dal colore della morte dei tanti affogati che custodisce nelle sue acque, come non sono pure e immuni da insidie le sue chiare acque per gli effetti del grave inquinamento che ormai lo minaccia.
Un aspetto critico del mare è oggi rappresentato dalle vicende umane dei migranti che tragicamente si consumano sulle sue acque.
Così il Mediterraneo, bello a vedersi e a godersi, mostra il volto inusuale di un campo di battaglia, dove si accumulano feriti, morti e dispersi e fa da eco allo S.O.S dei disperati che vogliono sopravvivere e invece affogano.
È un S.O.S che arriva al cielo quello delle persone che finiscono in acqua, perché il gommone di salvataggio non regge il peso e affonda. E’ lo S.O.S di chi muore non di chi li sfrutta, che dopo aver preso i soldi del viaggio verso la speranza poi li abbandona lontano dai luoghi di approdo, sempre meno pronti e disposti ad ospitarli. E ci sono donne, anche incinte, e bambini tra quei morti.
Una tragedia che si registra ormai con tale frequenza che ha abituato all’indifferenza.
E facciamo il bagno nelle acque di questo mare che dà sempre meno pesci e sempre più restituisce cadaveri, anche di bambini.
I numeri parlano chiaro. Secondo l’O.I.M, (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), nell’ultimo quinquennio il triste primato delle vittime sarebbe di 15.000 morti. Ma ci saranno altri gommoni della speranza sul mare e purtroppo altri morti, anche perché gli Stati membri della Unione Europea hanno deciso in questi anni di attuare politiche di disimpegno e di non intervento di salvataggi in mare.
E sulle onde del mare che copre quei cadaveri senza vita mentre si leva da un lato la sensibilità di chi vuole celebrarli con un giorno alla memoria , dall’altro sembra ironico e beffardo che tutti appaiano smemorati nel decidere di affrontare seriamente il problema.
Altro aspetto critico del mare mediterraneo è rappresentato dall’’inquinamento che, non diversamente dalla realtà e dallo stato in cui versano ormai tutti i mari del mondo, ha raggiunto ormai il punto di crisi, che ne fa un mare sempre più soffocato dalla plastica e da altri agenti inquinanti . Ogni anno 570 mila tonnellate di plastica finiscono nelle sue acque e l’inquinamento cresce annualmente ad un ritmo tale che lascia prevedere , entro il 2050 , un inquinamento da plastica di oltre due milioni e mezzo di tonnellate.
In tutto il mar Mediterraneo, si stima, siano presenti non meno di 250 miliardi di frammenti di plastica.
Sono sempre più diffusi le immagini di grossi mammiferi marini, ritrovati morti anche sulle spiagge del mediterraneo con il ventre pieno di plastica. Una indagine recente di Legambiente con “Goletta Verde”, ha rilevato che il 96% dei rifiuti galleggianti nei nostri mari è plastica sotto forma di: buste (16,2%) , bottiglie (2,5%), e altri prodotti di plastica usa e getta quali posate, piatti, bicchieri. E non solo ma altri rifiuti inquinanti sono stati individuati in teli (9,6%), reti e lenze (3,6%), frammenti di polistirolo (3,1%).
Destano sempre più sensazione le immagini di pesci, anche di piccole dimensioni, uccisi da frammenti di plastica e di uccelli che muoiono per lo stesso motivo.
Una emergenza su cui il W.W.F. lancia l’allarme rilevando che entro il 2050 nel mediterraneo, come in tutti i mari del mondo, ci sarà più plastica che pesce. Si consideri ancora che negli ultimi trenta anni si sono registrati 27 sinistri navali nel mediterraneo che hanno versato in mare oltre 272.000 tonnellate di petrolio con effetti inquinanti gravissimi . Il rilascio di idrocarburi ha sempre effetti tossici e fisici molto negativi sulle specie animali e vegetali dell’ambiente marino, come anche sull’uomo.
Si considerino altresì le migliaia di sostanze tossico – nocive che vengono rilasciate in mare dalle navi in transito con ulteriori conseguenti effetti negativi sull’ecosistema e danni ambientali gravi difficilmente calcolabili. Si consideri infine che altra forma di inquinamento, che spesso non si manifesta in maniera evidente, è l’inquinamento biologico da microrganismi patogeni, causato dagli scarichi abusivi da terra.
Una emergenza , quindi, che a livello governativo deve trovare , da parte dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, attenzione e soluzione con l’introduzione, nei rispettivi sistemi legislativi, di apposite leggi, che possano avere un incisivo effetto drenante sull’errato modo di servirsi del mare mediterraneo da parte dell’uomo in modo egoistico e dannoso.
In memoria di tutti i caduti del nostro mare, è stata istituita , nel 2017, la “Giornata internazionale del mare mediterraneo”, che si celebra ogni anno l’8 luglio, anche con lo scopo di focalizzare l’attenzione sui problemi geo-politici dell’area mediterranea e di contribuire ad eliminarne lo sfruttamento malsano delle risorse da parte di tanta gente senza scrupoli, che causano povertà, disuguaglianza, discriminazione, migrazioni.
La “Giornata Internazionale del Mar Mediterraneo dedicata ai caduti” diventi, pertanto, non un rituale celebrativo senza senso, ma una giornata di seria riflessione per tutti.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore

Eduardo Terrana

LUCI ED OMBRE DEL NOSTRO IO di Eduardo Terrana

Foto: Pixabay

LUCI ED OMBRE DEL NOSTRO IO
(di Eduardo Terrana)

~
È dalle ombre che nasce la luce. Luce ed ombra sono le facce del nostro IO, perché ognuno di noi ha in sé la luce che ci fa essere la persona pubblica della vita di tutti i giorni, mentre l’altra, l’ombra, è la persona nascosta nel subconscio che nega la prima , alias la luce, e può espandersi sino allo stesso livello e oltre fino ad agire in modo indipendente. Questo lato oscuro, che è in ognuno di noi, celato a noi stessi, ci invia messaggi negativi e ci fa sminuire la portata dei nostri sentimenti. Siamo allora portati a credere ai messaggi negativi che il nostro lato oscuro ci invia oppure a lasciarci portare al traino da essi.
Ci convinciamo allora che in noi c’è qualcosa di sbagliato, che non siamo a posto, che valiamo poco o, addirittura, che non sappiamo amare. Nascono pertanto angosce, dubbi, ossessioni, tormenti. Espressioni angosciate tipo: “ sto attraversando un momento delicato – non nego che il tutto mi causa molta sofferenza e delusione” rivelano in ognuno gli impulsi negativi del lato oscuro. Perché succede questo? Perché inconsciamente ognuno di noi è portato a negare, a rifiutare e a reprimere i messaggi negativi del proprio lato oscuro, perché impediscono di vedere la luce dei propri sentimenti e di essere felice o di vivere serenamente una bella storia d’amore. Ma questo si traduce in una negazione della nostra seconda metà del nostro Io e ciò è impossibile, perché luce ed ombra sono in noi le due facce del nostro Essere Persona. Se infatti, da un lato: “L’Ombra è ciò che una persona non desidera essere”, (Jung), dall’altra : “Ci si deve addentrare nell’oscurità per poter emanare la propria luce”(Jung). Il che vuol dire che invece di cercare di reprimere la nostra ombra, dobbiamo svelare, fare nostre, abbracciare proprio le cose che abbiamo più paura di affrontare, e riconoscerle come qualità che ci appartengono.
“L’ombra custodisce l’essenza del nostro Essere, i nostri doni più preziosi”, sostiene il maestro spirituale Lazaris, secondo il quale finché continuiamo a nasconderci, a mascherarci e a proiettare ciò che abbiamo dentro di noi, non abbiamo la libertà di essere né di scegliere. I sentimenti che abbiamo represso non vogliono altro che essere integrati nel nostro Io, e sono dannosi solo quando sono repressi, perché in questo caso possono presentarsi all’improvviso nei momenti meno opportuni e danneggiarci nelle aree della vita per noi più importanti.
Afferma Og Mandino, «Amerò la luce perché mi mostra la strada, tuttavia sopporterò l’oscurità perché mi mostra le stelle.» E le stelle,si sa, risplendono di luce propria. Siamo tutti sempre portati a rilevare e a soffermarci sui difetti, trascurando che i cosiddetti difetti, ovvero tutte le cose che non ci piacciono di noi come di una persona, sono invece risorse straordinarie che possediamo. Ma non le vediamo in tale ottica, piuttosto le amplifichiamo in senso negativo.
Allora con animo sereno e facendo leva sul dialogo, sulla forza della sopportazione e dell’accettazione, basterà ricercare la migliore intesa ricercando i tanti punti deboli per trasformarli in punti forti e i lati negativi in lati positivi. Come fare? Tenendo sempre bassi i toni e alzando il volume dell’introspezione perché si possa fare appello a quei tratti della personalità in proporzioni adeguate al momento, con la volontà e la predisposizione dell’animo e della mente a valutare le dosi delle meravigliose qualità presenti nell’uno e nell’altra. Convivere ,alias stare insieme e amarsi , vuol dire solo questo: sapersi accettare per quello che si è senza forzare cambiamenti ma costruire insieme, mattone dopo mattone, il proprio edificio d’amore.
L’importante è non difettare nella qualità dei prodotti, alias sentimenti, che utilizziamo per le fondamenta.

~

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace

Diritti riservati all’autore