Il poeta contro lo spleen: “Catene” di Antonio G. D’Errico e Donato Placido (a cura di Sabrina Santamaria)

Il poeta contro lo spleen: “Catene” di Antonio G. D’Errico e Donato Placido
(a cura di Sabrina Santamaria)

Note biografiche di Antonio G. D’Errico

Antonio Gerardo D’Errico è uno scrittore italiano, poeta e autore teatrale e cinematografico. Due volte vincitore del prestigioso Premio nazionale Grinzane Pavese. Ha scritto le biografie di grandi interpreti della musica d’autore italiana, da Eugenio Finardi a Pino Daniele, da Tony Cercola agli Alunni del Sole, al produttore di Mia Martini Peppe Ponti. Anche il leader del Partito Radicale, Marco Pannella, lo ha scelto come interlocutore sapiente per la scrittura del saggio politico dal titolo “Segnali di distensione”. Vanta collaborazioni con autori di fama internazionale, tra i quali il venezuelano Jorge Real, con cui ha realizzato il romanzo “Rapinatore per gioco”, ispirato alla vita del rapinatore gentiluomo Palo Pennacchione. Antonio Gerardo D’Errico ha consolidato un sodalizio artistico ultraventennale con Donato Placido, poeta e attore, fratello del noto regista e attore Michele Placido.
Antonio Gerardo e Donato hanno pubblicato come coautori romanzi di successo, come “Montalto”, fino all’ultimo respiro, dedicato all’agente di polizia penitenziaria ucciso a Trapani, vittima di un agguato mafioso.

La loro ultima pubblicazione è la raccolta poetica “Catene”, pubblicata da edizioni romane Ensemble.

Un titolo ossimorico: liberarsi dai vuoti esistenziali.
La poesia è un genere letterario che libera gli autori da stati d’animo malinconici o tristi. Esprimere versi è un’attività solipsistica nella maggior parte dei casi, però in alcune circostanze capita che due poeti siano sulla stessa lunghezza d’onda e, magari, cavalcando le medesime emozioni danno vita a una raccolta poetica scritta a quattro mani; “Catene”(edita da Ensemble) è uno di questi casi infatti Antonio G. D’Errico e Donato Placido hanno incrociato i loro sentieri poetici incrociandoli in questa pubblicazione di alto pregio letterario. Il titolo dell’opera è ossimorico tanto è vero che in ogni espressione alberga una ricerca profonda della libertà e della verità, due aneliti molto carenti in questa umanità becera e senza scrupoli. Nei versi dei nostri autori si percepisce un loro ancoraggio ai valori, ai ricordi che forniscono una carta di identità alla loro anima poetica. Il loro verseggiare è assorto e ogni lettore può affacciarsi al loro mondo interiore, a volte nostalgico e malinconico a volte rapito da sofferte riflessioni. Scrivere poesie è quasi sempre un traguardo raggiunto dopo la rielaborazione dei propri vissuti, i testi racchiusi in “Catene” non sono alogici o arazionali, sviscerano la sensibilità dei nostri autori insofferenti all’insensato vuoto esistenziale che ai è impadronito dell’uomo contemporaneo, per questa ragione ben fondata Antonio G. D’Errico e Donato Placido si impegnano a trasmettere ancora la bellezza dell’infinito e il desiderio di irrobustire le proprie ali per volare in quanto non si accontentano di essere come lo stormo “Buon appetito” che si ingozzava in riva al mare, la loro poesia traccia le coordinate che potrebbero aiutare i lettori a ritrovare se stessi, in fondo in “Catene” possiamo ritrovare il sogno di libertà che, forse, tutti noi avevamo perso.

Sabrina Santamaria

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Intervista all’autore Antonio G. D’Errico

S.S: Raccontaci del tuo primo incontro con la poesia…

A.G.D: L’incontro mi suggerisce un modo di essere e di comportarmi di fronte a qualcuno. Di fronte a qualcosa invece mi sembra di essere solo coi miei pensieri, con le mie azioni. Qualcosa mi stimola la riflessione, la conoscenza, il metodo, la verità o il suo contrario. La poesia mi è arrivata tra le mani fin da piccolo, e naturalmente tra i banchi di scuola. Era una poesia intrisa di spirito ottocentesco: Carducci, Berchet, De Amicis, Viviani, Di Giacomo, Manzoni. Con la crescita ho proceduto a ritroso, dal Settecento, poi l’Arcadia seicentesca, Sannazzaro, Metastasio, il Rinascimento, fino a Dante e Petrarca. Con la maturità sono ritornato al Novecento e ho scoperto un mondo di fascino, di pensieri e immagini vicini a quelli che si costruivano dentro e fuori di me. Ho conosciuto i paesaggi della Liguria grazie alle suggestioni poetiche di Montale, ho sentito l’aria della Grecia e della Sicilia nelle liriche di Quasimodo. Ho visitato il mondo seguendo le prospettive poetiche dei versi di Ungaretti, di Saba. Ma poi tutta la ribellione viscerale di Pasolini, la “noia” di Moravia. Ho letto Zanzotto, la poetica cristallina di Clemente Rebora, lo sguardo tra cielo e terra di Padre Maria Turoldo. Poi la fine di un mondo remoto e pieno di spirito mi ha posseduto anima e corpo: la mia terra di origine, le persone semplici e uniche della mia infanzia, la bellezza del canto che risuonava tra le stanze di quelle casette con le finestre sempre spalancate. La vita ha preso forma sentimentale, illuminandomi la vita. Più tardi l’esigenza di condividere quella bellezza col resto del mondo. La scrittura: la poesia, ma non solo.

S.S: Se dovessi dare una definizione di “poesia” quali enunciati useresti?

A.G.D: La realtà. Farei riferimento alla realtà, al vero. L’ispirato non ha valore, se non nelle favole dei bambini: dei bambini, non per i bambini. Nell’immagine della poesia ritorna l’eco della voce di quanti mi hanno fatto sperare una bellezza stando tra i banchi di scuola. Ritorna l’immagine eroica del poeta “artistiere” di Carducci. Ma poi prevale la delicatezza crepuscolare di Gozzano o la sonorità meravigliosa e palpabile con le mani prima che con lo sguardo di Andrea Zanzotto.

S.S: Il titolo della tua raccolta poetica “Catene” allude anche alla tua espressione di sentimenti che ti tengono ancora legato?

A.G.D: No, esprimo verità che liberano, che portano seco il fuoco del bisogno di libertà. La libertà è un concetto smarrito ormai, dopo l’attacco che ha subito da una società che vive di propaganda e revisionismo storico vuoti, privi di valori eterni. Il senso eterno della vita è riposto nell’ontologia della libertà, la ribellione di Kunta Kinte, il martirio scelto dagli innocenti, quello perpetrato ai danni di chi ha fatto dell’innocenza la sua vita.

S.S: Quali nuovi orizzonti la letteratura potrebbe disegnare?

A.G.D: Se la letteratura è asservita al piacere personale, all’interesse economico, come capita per certi che scrivono parole da leggere poi in televisione, nei programmi dove vengono invitati da amici e conoscenti dei padroni dei contenitori, non serve a niente e a nessuno, a parte a coloro che vivono per divertire un pubblico che segue gossip e calcio. Due grandi argomenti di interesse pubblico, profondi, intimi, dove l’anima trova elevazione e interesse speciale, dove l’urlo e la sfida sono l’esaltazione dei sensi vibranti di passione.

S.S: In quale arcano punto della tua esistenza si incontrano la tua passione per la musica e per la letteratura?

A.G.D: Potrei risponderti nei silenzi, dove ognuno può contemplare l’eternità. Per me, come ho detto prima, i silenzi più significativi sono stati quelli della mia infanzia, dove tutto ha preso forma e destino, compiutezza del germe vitale.

S.S: Quando scrivi quali sensazioni ti fanno dondolare fra altalene dei tuoi ricordi?

A.G.D: Quando scrivo niente mi fa dondolare. I ricordi, i pensieri, la meraviglia, la bellezza non sono parole consumate dall’uso spropositato di una società che non vive di certe profondità; ma ripete le cose dette da chi gioca in televisione a fare il menestrello. A me tocca il cuore la vita con i suoi dolori e i suoi slanci. Mi preoccupa e mi impensierisce la vita di chi si dispera per andare avanti, di chi dorme dentro un cartone sotto un muro di cemento della stazione. MI piace gioire della luce del giorno quando la vita si desta con una felicità nuova per tutti. I pochi non rappresentano nulla: rappresentano, appunto, il mancante, il privato di pienezza. Io sono affascinato dal pieno e dal tutto che accoglie, che tiene insieme.

S.S: Quali autori ti ispirano maggiormente e, in particolare, quali testi?

A.G.D: “Non sempre il tempo la beltà cancella/ O la sfioran lacrime ed affanni/ Mia madre ha sessant’anni/ E più la guardo, più mi sembra bella”. Èuna strofa di De Amicis, nella poesia che dedica a sua madre, dal titolo perfetto e semplice: A mia madre. A me non piace la retorica, pallida di vissuto, ma mi commuove la verità. L’Iliade e la Divina Commedia, la Bibbia sono rivelazioni del divino che prende forma di racconto, di visione etica e morale. Tra gli autori che mi hanno sorpreso nomino Tommaso Landolfi, il suo romanzo breve: Ottavio di Saint-Vincent. Ha saputo investigare verità con un pensiero leggerissimo. Usando uno stile diverso, ha detto verità come ha fatto Pirandello in ogni ambito di dominio della parola.

S.S: Ti sei mai rallegrato allo spuntar di una tiepida alba?

A.G.D: Non mi rallegro facilmente, soprattutto per niente del genere. Mi meraviglia sicuramente il moto della terra, l’infinito, le stelle, il sole. Mi fanno pensare. Una volta guardando il cielo stellato non ho pensato a Kant, tanto parodiato di questi tempi, ma ho scoperto la verità del logos di Pitagora. È stata una scoperta sorprendente: ero in campagna, disteso in mezzo all’erba, sopra una collina. Mio papà stava arando col trattore in una piana di terra posta sotto la collina. Poco prima del tramonto del sole, con la prima stella che si è illuminata giusto sopra la mia testa, mi è sembrato quasi di poterla toccare, poi si è accesa una seconda stella, poi la terza, seguite da tutte le altre. In un attimo mi è comparso l’universo in quell’immagine del cielo completamente buio, le profondità del quale erano descritte dalle luci delle stelle. Quel moto di apparenze e di assenze mi ha rivelato la filosofia misterica di Pitagora. È bastato uno sguardo per capire quanto dai libri avevo appena scorto come parole messe una dietro l’altra.

S.S: Che ruolo hanno i poeti nella contemporaneità?

A.G.D: Hanno il ruolo che hanno tutte le persone. Spero per loro che vivano bene, in pace con tutti ma pronti a perdere la vita per la verità. Ci sono stati martiri di grande passione nella storia, tra cui persone che in carcere hanno scritto pagine di una bellezza struggente, da Silvio Pellico a Gramsci. Santa Maria Goretti ha preferito la morte davanti alla violenza di chi voleva abusare del suo corpo e della sua anima votata a Dio. Padre Kolbe, deportato in guerra ad Auschwitz, chiese di essere fucilato al posto di un condannato a morte, giovane e padre di famiglia. Altri filantropi durante guerra hanno salvato centinaia di vite umane: Perlasca, Schindler. La storia è piena di esempi di vite valorose. Ci sono vite valorose che passano sotto i nostri occhi ogni giorno, vite invisibili, ma di grande rispetto. I poeti facciano la loro part come tutti coloro che saranno ricordati per le loro scelte coraggiose e imprescindibili da ogni calcolo, ogni interesse velleitario.

S.S: Il candore della luna ti sussurra dei versi?

A.G.D: Ogni cosa mi ispira un moto dell’anima e della mente. Ma ciò che è stato già oggetto di ispirazione per qualcun altro che ha meravigliosamente cantato Alla luna non mi induce a fare nulla del genere. Vorrei cantare le stelle ma i Salmi sono un inno solenne alla bellezza di quelle luci del creato. Allora scrivo quando sento che le mie parole possano creare un moto nuovo che preservi la vita, la protegga, la elevi. La vita, che è dimensione dell’anima rinnovata da propositi non consumati dal tempo e dalle mode, è l’unica bellezza, necessità e verità che mi interessa sopra ogni altro desiderio, piacere, sentimento ideale. Non rifuggo la realtà quanto mi siedo al tavolo per scrivere, ma la realtà mi insegna, mi guida e mi suggerisce le parole che danno valore dal principio alla fine al mio modo di essere, di dire, di fare, di sentire.

(Intervista rilasciata dall’autore Antonio G. D’Errico a Sabrina Santamaria)

#RealismoTerminale RITRATTI: Valeria Di Felice

#realismoterminale #ritratti

Valeria Di Felice (1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni.
Ha pubblicato le sillogi L’antiriva (2014), Attese (2016) e Il battente della felicità (2018, seconda edizione 2019). Le sue poesie sono state tradotte in arabo, spagnolo e romeno e sono state pubblicate in Marocco (2012), negli Emirati Arabi (2015), in Romania (2016), in Palestina e Giordania (2017), in Tunisia (2020).
Nel 2016 ha curato l’antologia poetica La grande madre. Sessanta poeti contemporanei sulla Madre, nel 2017 la miscellanea di critica e poesia Alta sui gorghi, nel 2019 il libro intervista Antonio Camaioni. Nell’ordine del caos. Nel 2018 ha tradotto, in collaborazione con Antonella Perlino, i racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza.
È socia fondatrice della Casa della poesia in Abruzzo – Gabriele D’Annunzio.

Poesie inedite (Realismo terminale)

La macchia di caffè

Nell’ora dell’insonnia,
pigiama di sudore,
si è srotolata la pellicola notturna
e così sei andata via, mia cara gioia.

Hai lasciato la pista dove correvi
sognando l’oro del giorno
e il drone del risveglio è precipitato
in una macchia di caffè.

Il guardrail

Ho guardato troppo a lungo il passato
nello specchietto retrovisore,
e ho urtato il guardrail della rabbia,
la macchina si è compressa
come una scatoletta di alici senza mare.

Mentre provavo ad uscire dall’ingombro
ho visto che la strada cambiava direzione

sono scesa lo stesso, con le scarpe sull’asfalto,
per fare la curva senza la lattina dell’incidente.

Il cucù della bellezza

La bellezza è esplosa come il cucù
a mezzogiorno, rompendo la monotonia
di una stanza di paure.
È uscita cantando l’ora esatta,
dopo essersi alzata dalla sedia della ripetizione.

I tergicristalli

La spiaggia stasera è un materasso di sabbia
e le tue braccia sono la spalliera dorata del letto
mentre baci i tergicristalli impazziti dei miei occhi.

Tutti i diritti riservati all’autrice

Pubblicato anche sul portale giornalistico Alessandria Today:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2020/05/03/ritratti-del-realismoterminale-poesie-di-valeria-di-felice/?preview=true

Valeria Di Felice

PROSPETTIVA INQUIETANTE. UNA EPIDEMIA SENZA FRONTIERE (di Eduardo Terrana)

PROSPETTIVA INQUIETANTE.
UNA EPIDEMIA SENZA FRONTIERE (di Eduardo Terrana)

Mi preoccupa già tanto la situazione italiana dell’epidemia del coronavirus con la sua crescita esponenziale e con il suo alto numero di morti, che ha già superato quello verificatosi in Cina.
Ma il pensiero va oltre e una prospettiva inquietante si affaccia alla mente. Che succederà se e quando il virus raggiungerà le popolazioni più fragili e prive di risorse dei paesi, cosiddetti, sottosviluppati?
Quali ne saranno gli effetti quando il virus entrerà nelle baraccopoli poverissime: delle favelas brasiliane, dei barrios messicani, delle township del Sudafrica; delle slum delle ex colonie britanniche, come Kenia e India; delle tante bidonville , espressione della povertà più povera coniugata in varie lingue, ormai presenti un pò in tutti i Paesi del mondo, e dove vivono anche da tre a 10 persone in una stanza?
Aree della peggiore miseria umana, le baraccopoli sono agglomerati, a forte intensità abitativa, di dimore precarie, spesso ubicate ai margini delle megalopoli e molto diffuse, in particolare, nelle grandi aree urbane del Sud-est asiatico, dell’Africa subsahariana e dell’America meridionale.

Quanto si paventa non costituisce un problema da poco se si considera la concentrazione umana presente in queste aree e la possibilità di un contagio virale velocissimo a diffondersi, in pochissimo tempo, caratteristica del Covid 19, che immancabilmente produrrebbe un alto numero di morti nelle persone, anche per le pessime condizioni di vita igienico-sanitarie ed alimentari in cui queste persone vivono negli agglomerati, gravemente carenti, tra l’altro, di acqua potabile, e già esposti al rischio di contrarre il maggior numero di malattie, tra cui il colera, la febbre tifoide, l’aids, il dengue.
Ne discende che la fragilità dei corpi di questi soggetti, non resisterebbe all’urto del coronavirus Covid 19 e sarebbero in tanti a soccombere.
Si può avere un’idea della catastrofe se solo si considera l’insediamento abitativo nelle più popolose baraccopoli del mondo, quali sono, ad esempio: Ecatepec e Neza-Chalco-Itza, entrambe in Messico, dove vivono 6 milioni di persone, nella prima, e 4 milioni di persone,nella seconda; Kibera, in Kenya, con 2,5 milioni di persone; Orangi Town, in Pakistan, con 1,8 milioni di persone; Manshiet, in Egitto, con 1,5 milioni di persone; Khayelitsha, in Sud Africa, con 1,2 milioni di persone; Dharavi, in India, con 1 milione di persone; Petare, in Venezuela, con 370 mila persone; Cité Soleil, ad Haiti, con 241 mila persone; Makoko, in Nigeria, con 110 mila persone; Rocinha, in Brasile, dove vivono 69 mila persone. In Brasile, inoltre, si contano circa 700 favelas, tutte situate attorno alla città di Rio de Janeiro, che portano il numero delle persone nelle baraccopoli a cifre molto più alte.
Il problema, però, va visto anche in una prospettiva più ampia.
Il rapporto “The Challenge of Slums”, stima che quasi un miliardo di persone vive nelle circa 250 000 baraccopoli variamente diffuse su tutto il pianeta in una percentuale del 43% nei Paesi in via di sviluppo rispetto al 6% dei Paesi sviluppati.
I dati registrano che il paese con la maggiore popolazione nelle baraccopoli è la Cina, oltre 193 milioni di persone; seguono, tra le più densamente popolate, l’India con oltre 158 milioni di persone, la Nigeria con circa 42 milioni di persone ed il Pakistan con 36 milioni di persone nelle baraccopoli.
Non si può poi sottovalutare che percentuali molto alte di abitanti nelle baraccopoli si trovano, inoltre, in Etiopia, Ciad, Afghanistan e Nepal.
Esempi eclatanti, inoltre, di sovrappopolamento sono le baraccopoli delle città: di Mumbai, in India, con circa 12 milioni di persone; di Città del Messico, in Messico, e Dacca, nel Bangladesh, ciascuna con circa 10 milioni di persone; e le città di Lagos in Nigeria, Il Cairo in Egitto, Karachi in Pakistan, Kinshasa nella Repubblica Democratica del Congo, San Paolo in Brasile, Shanghai in Cina e Delhi in India, in ognuna delle quali nelle baraccopoli vivono circa 8 milioni di persone.
Il problema, pertanto, si prospetta criticamente serio. E riguarda tutti. Una epidemia in queste aree, pertanto, va scongiurata in assoluto.
Formulo allora l’auspicio che l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), d’intesa con l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e in concorso con i governi dei singoli Stati del mondo intervenga con tempestività anche con la nomina di un Commissario straordinario che abbia il compito di approntare e di gestire un piano d’interventi al fine di prevenire nel modo più ampio possibile il contagio in queste aree assolutamente impreparate a far fronte ad una emergenza pericolosa per la salute dell’essere umano quale è quella provocata dal coronavirus Covid 19.
E bisogna, anche, fare presto. Il virus ormai non è più dietro la porta, ma è già entrato in casa.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore.

Wiersze Realizmu Terminalnego: GIUSEPPE LANGELLA

PODTEKST KULTURALNY

Wiersze Realizmu Terminalnego – GIUSEPPE LANGELLA (autor: Izabella Teresa Kostka)

Giuseppe Langella

Giuseppe Langella urodził się 11 września 1952 w Loreto (Ancona). Jest profesorem zwyczajnym współczesnej literatury włoskiej na fakultecie Literatury i Filozofii Katolickiego Uniwersytetu im. Świętego Serca w Mediolanie, gdzie prowadzi także centrum badań ” Literatura i kultura zjednoczonych Włoch”, z załączonym “Archiwum literatury katolickiej i pisarzy w badaniach”. Jest członkiem zarządu “Włoskiego stowarzyszenia d/s studiów nad nowoczesnością literatury” (MOD) i współredaguje ” Czasopismo studiów manzoniańskich”. Znawca twórczości Alessandro Manzoni’ego i Italo Svevo, specjalista z zakresu poezji, prozy i kultury od Odrodzenia do lat 2000.
Publikacje naukowe: ” Il secolo delle riviste. Dal “Baretti” a “Primato” / Wiek czasopism. Od “Baretti” do “Prymatu” (Vita e Pensiero / Życie i myśl Mediolan 1982); Da Firenze all’Europa. Studi sul Novecento letterario / Z Florencji do Europy. Studium dziewiętnastego wieku literackiego (Ibid, 1989); Italo Svevo (Morano, Neapol 1992); Il tempo cristallizzato. Introduzione…

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Un’identità fanciullesca: “Si può essere felici anche di Lunedì” di Valentina Lazzeri (a cura di Sabrina Santamaria)

Un’identità fanciullesca: “Si può essere felici anche di Lunedì” di Valentina Lazzeri
(a cura di Sabrina Santamaria)

Valentina Lazzeri

Girovagare per arrampicarsi sugli specchi come vagabondi erranti verso probabili labirinti impervi è la condanna che sente dentro di sé la protagonista Adele Bonaiuti la quale si trova al capolinea o al confine di un percorso esistenziale. Le nostre scelte sono spontanee o ci vengono inconsapevolmente imposte dalla società? Quanto davvero noi siamo liberi? Valentina Lazzeri estrae pian piano i puzzle di una matrioska russa per svelare i falsi miti del self made man; la società consumistica e opulenta fagocita le relazioni umane e rende i suoi membri come dei robot o delle macchine operaie che devono necessariamente produrre profitto(l’instancabile logica del capitale finanziario) infatti in questo meccanismo “uomo-lavoro” o “consulente-impresa” si logora la fantasia e imperversa la nullità di un meccanismo sociale che vorrebbe trasformare la “persona” in un banale individuo ammalato di una grave epidemia che causa una forma di derealizzazione e di spersonalizzazione. L’accezione “Essere umano” abbraccia l’Homo Sapiens, l’Homo Faber, l’Homo Ludens e altre sfere inesplorate che ancora gli antropologi insieme agli psicologi stanno cercando di approfondire pertanto la diatriba è ancora aperta. L’autrice di “Si può essere felici anche di Lunedì” mediante il suo divertente e ironico romanzo azzarda un tentativo di sfatare i miti della società contemporanea: l’autorealizzazione personale, l’indipendenza lavorativa, il matrimonio e il “perfetto principe azzurro”. É una convinzione che per essere felici dobbiamo avere un ottimo lavoro e una casa grande? Oppure per forza per sentirci realizzati dobbiamo necessariamente sposarci? Adele Bonaiuti è una donna coraggiosa la quale abdica ai suoi doveri coniugali e divorzia rompendo il suo matrimonio con Alberto; la sua vita dopo di lui sarà molto problematica e moltissime delusioni amorose e lavorative la pervaderanno infatti subirà il licenziamento a causa del suicidio di Giulio, il suo titolare il quale era depresso. La protagonista ha perso la bussola e si trova in un’isola deserta senza la possibilità di poter riuscire a trovare una soluzione solo in preda allo smarrimento dell’io paradossalmente riscopre la felicità nelle minuzie della vita quotidiana: il sorriso e i racconti di zia Etta, il mare livornese, una passeggiata in una giornata soleggiata. Un incontro casuale cambierà la sorte della nostra Adele; una sua ex compagna di scuola, Adele è solita identificarla con l’epiteto “ la Canteruccio”, tradita dal marito benestante, prende l’iniziativa di affidarle suo figlio Gregorio, un “pargoletto” di cinque anni. Sulle prime l’impresa sembra titanica invece col passare dei giorni il lavoro di babysitter diventerà una nuova passione che la nostra ha scoperto perché ha compreso che la felicità è un bene di inestimabile valore, equivale a un tesoro che si trova nascosto in un fortezza che sarà espugnata da chi ha la caparbietà e il coraggio di osare per essere unici e insostituibili. “Essere o avere?” si chiede Erich Fromm in un suo saggio; quanto costa la propria identità? Di certo non la possiamo acquistare nei grandi centri commerciali oppure nei supermarket. L’identità è senso di appartenenza che si radica nell’entroterra dei battiti cardiaci; solo a questo punto l’appercezione humiana o abitudine diviene una passione spinoziana ben consolidata nell’uomo. Adele sente profondamente di essere felice di Lunedì nel momento in cui scopre di amare i bambini anche se dal suo precedente matrimonio con Alberto non sono nati figli. La pace interiore la attraversa come un lento fiume che percorre il suo alveo si spinge oltre le tempeste già affrontate infatti trova man forte l’avventura dell’asilo familiare(la semplicità del gioco, lo sguardo curioso di “piccoli ometti e donnine”, il role playing, il disegno, il parco, i super eroi e i cartoni animati) grazie al piccolo-grande mondo dei bimbi Adele Bonaiuti apre un capitolo allettante della sua storia personale. Alla base di questa singolare esperienza chi legge questo romanzo è consapevole che “l’indipendenza” può assumere questa rilevante forma. Valentina Lazzeri ci suggerisce di scrutare i substrati oscuri della malinconia con gli occhi giocosi e curiosi dei bambini tanto è vero che solo riconoscendo la validità della propensione fantasiosa dei piccoli fanciulli il mondo potrebbe diventare una fiaba o una favola dai toni di un fantasioso e ingenuo profitto.

Sabrina Santamaria

“IL MALE DI VIVERE” di MARIA ROSA ONETO

“Il Male di Vivere” di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

Abbiamo perso il senso dell’amore, volato via dal cuore come rondini in volo.
Abbiamo perso l’umanità di un tempo, fatta di confronto e di temperanza.
Abbiamo perso il dono del silenzio, che si nutriva di parabole e speranza.
Abbiamo smarrito il prestigio dell’eleganza, posato come un guanto bianco su barattoli di vernice.
Ci siamo abbruttiti, rinsecchiti, “storpiati” dal gusto di possedere, defraudare, rubare, togliere ai più miseri per allargare le pance sempre più gonfie dei “maiali a due zampe”! L’orgoglio, la rivalsa, i pregiudizi, offuscano le menti. I beceri, vengono trasformati in innovativi fautori dell’intellighenzia che spazia ovunque, devastando e compiendo scempi. Si è scarnificato il senso del dovere, la buona creanza, la parola saggia e adeguata all’occorrenza. Tutti pronti a sbraitare, ad affondare, a prevalere sull’altrui ragionamento. Il “bullismo televisivo” ancor più feroce di quello sociale, rosica le menti, accresce le divergenze, rendendo inutile e sterile ogni dialogo. “Bestie umane” prive di logica. Assetate di sangue e drammi individuali. Speculazioni che affrontano l’altrui dolore come merce di scambio. Si tende a fare spettacolo sulle disgrazie del popolo a colpi di share. Più aumenta l’audience e il guadagno cresce, tanto più viene sezionato il cadavere, l’ambiente famigliare, lavorativo; la vita privata. Finire in prima pagina, oggi, è un gioco da ragazzi , una sorta di videogame dove tutti si possono confrontare.
Abbiamo perso, l’onestà del fare, le sane abitudini, le tradizioni popolari; il senso del rispetto e della buona educazione. In famiglia, non esistono più i valori di una volta, quel senso abnegazione, di sacrificio e riconoscenza dei bambini verso gli adulti o di chi rappresentava: le Forze dell’Ordine, il Medico, il Professore o il Sacerdote della Parrocchia locale. Oggi, si sbraita come lupi o peggio ancora per un brutto voto. Si aggrediscono infermieri al Pronto Soccorso. Si prende a botte il Mister per una partitella di calcio da quattro soldi. Siamo diventati, “cannibali” di noi stessi e di chi ci passa accanto. Donne fatte a pezzi per in raptus di gelosia. Bambini picchiati, usati come scudi umani, espiantati degli organi, schiavizzati, defraudati dell’intimità sessuale o fatti morire di fame.
Abbiamo perso: l’intelletto e la ragione. Passeggeri senza confini di un mondo allo sfascio. Viviamo molto spesso d’illusioni, di sogni immaturi, di rivalse nei confronti di una gioventù passata.
Il cuore, non sa più regalare emozioni, è un muscolo che batte nel fremito stantio del tempo che passa. Ognuno, rovesciato sul proprio cellulare; nell’intento di non vedere, capire, affrontare il presente. Burattini senza occasioni (che non siano quelle dell’alcol e della droga) incapaci di stupirsi davanti alla meraviglia di un fiore che nasce, all’impalpabile evanescenza di un tramonto sul mare, al gorgheggio di un bimbo di pochi mesi.
Ognuno con la mente chiusa. Distanti da una vera realizzazione personale. Ottenebrati da “modelli sbagliati”,
da eroi della negatività, da falsi profeti dell’inganno e del turpiloquio.
A ben guardare, la difficoltà dell’esistere, ricadere sulle spalle dei più deboli. Di coloro i quali, resi invisibili, non hanno mezzi né denaro per difendersi e vengono oscurati con una semplice pennellata di catrame.
Il male di vivere, sta in un pugno chiuso dove neppure il sole può entrare!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

Venerdì 4 ottobre 2019 ore 20.30: sarò ospite della trasmissione radiofonica PROKSIME DE POESIO su Radio Gladys a Milano

Izabella Teresa Kostka Poesie

#realismoterminale

#izabellateresakostka

#guidooldani

! Con grande gioia ringrazio il redattore Ciro Bruno per il gradito invito e segnalo a tutti:
il 4 ottobre (venerdì) dalle ore 20.30 sarò ospite dell’ambizioso programma radiofonico PROKSIME DE POESIO Radio Gladys a Milano.
Parleremo della mia scrittura, dell’ attività culturale svolta e del movimento del Realismo Terminale fondato dal M° Guido Oldani. Vi invito a seguire la puntata perché le emozioni non mancheranno.
Un abbraccio e ci sentiamo venerdì alle 20.30 su

http://www.radiogladys.com

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Conclusa la magia della serata “Sogno di una notte di giugno”

VERSEGGIANDO SOTTO GLI ASTRI DI MILANO

Sabato 29 giugno 2019 abbiamo fatto uno splendido sogno insieme in una notte di giugno presso la nostra amata Cascina Linterno, l’evento organizzato nell’ambito del 29° “Verseggiando sotto gli astri di Milano”.

Con tanta musica e incanto di Corrado Coccia (canto, tastiera), le recite teatrali di Enzo Brasolin (Leopardi e “Gli espulsi dall’Eden” della sottoscritta), Domitilla Colombo (Shakespeare “Lady Macbeth”), poeti e scrittori: Franco Paone ,Giacomo Picchi, Barbara Rabita, Antonio Laneve, Daniele Ossola, Carlo Folcia, Francesco Saverio Bascio, Sis Lav, Margherita Bonfilio, Veronica Liga, Paola Mattioli, Giuseppe Leccardi, Tito Truglia, Enrico Ratti, Nuccio Coriale, Umberto Barbera, Maria Teresa Tedde, Maria Giuliana Campanelli, Patrizia Varnier, Maria Rosa Oneto, Rodica Cosma. Ringrazio di cuore i padroni di casa il presidente dell’Associazione Amici Cascina Linterno Gianni Bianchi e il vicepresidente Giuseppe Leccardi per la straordinaria accoglienza e l’affetto e tutti i Soci, in primis la Signora Enza Di Bona, Nunzia e il Signor…

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“SINO ALL’ ULTIMO” di MARIA ROSA ONETO

Foto: Pixabay

“Sino all’ultimo” di Maria Rosa Oneto

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Forse per apprezzare ancora l’esistenza, ci vorrebbe una canzone, scritta a quattro mani. Una sera d’agosto con stelle e lucciole in volo, nel “soffitto” del cielo. Per ritrovare la pace perduta, occorrerebbe farsi accarezzare il cuore, in un giardino pieno di fiori; dove le acque timidamente gorgheggiano, parlandosi d’amore.
Per mettere a tacere il male, bisognerebbe osare vestirsi da bambini. Rompere di colpo il salvadanaio per correre dietro al carrettino dei gelati ( ?). Riuscire ancora a prendere a fiondate le finestre e poi fuggire in fretta, a schiacciare tutti i campanelli della strada.
Andrebbe bene anche una falsa febbricciola, per restare a letto come facevano i malandrini di una volta. Mettere il termometro accanto al fuoco e aspettare che l’asticella del mercurio (quello che più non si usa!) si innalzi sino a sentire il botto.
O saltare di notte nell’orto del vicino (ma chi ce l’ha più l’orto!) e mangiare a crepapelle tutti i frutti di stagione; prima che costui se ne accorga e prenda in mano la scacciacani.
Per essere felici, bisognerebbe svegliarsi presto la mattina e a gambe levate raggiungere il mare e guardare con stupore l’alba alzarsi, vestita di luci e splendidi colori. L’armonia della natura, che mai abbandona, racchiude bellezze infinite, palpiti di stagione che leniscono la tristezza; essenze divine che scivolano nell’anima come una dolce litania da conservare.
La serenità, che tutti ricerchiamo, è una pozione di gioia e di piaceri quotidiani, che crescono spontaneamente accanto a noi e che con indifferenza lasciamo andare.
Ore d’inguaribile sospensione temporale, quando ci aggiriamo stressati, pieni di rabbia e rancore. Tormenti di spiriti inquieti, i cui bisogni e desideri non hanno più limiti per sentirsi appagati. Ricchezza, sperpero e denaro sono le componenti principali di una superficiale beatitudine che in verità mal ci sostiene. La perfezione fisica e l’eterna giovinezza, comprate a colpi di bisturi, con sedute massacranti in palestra e abiti di marca, non risparmia l’essere umano da incidenti di percorso, depressioni, stati d’ansia e patologie psico-fisiche. Nulla ci preserva dalla “sventura” di vivere, dal desiderio di farla finita, dalla voglia di stordirci con droghe e alcolici.
Questo nei confronti di giovani e giovanissimi, come nei riguardi di anziani, portati al vizio e alla ricerca del piacere smodato ad ogni costo.
Oggi, il peso dell’essere al mondo, è causa di deterioramento mentale, violenza domestica, bullismo, separazioni familiari, prepotenza ed egotismo. Pensare a noi stessi senza guardare all’altro, a chi sta peggio in tutti i sensi, è una mostruosa mancanza di compassione e umanità. La perdita del lavoro o la sua totale assenza, rappresentano uno smembramento di dignità e un venir meno degli equilibri interiori. Vivere tanto per farlo, come animali da circo tirati per la catena, è una condizione deplorevole e meschina. “Nutrirsi del proprio pane” è un merito e un appagamento che a tutti dovrebbe toccare.
Nessuno escluso!
Guardiamo, comunque, a ciò che gratuitamente ci è stato donato e che abbiamo preso in prestito per un tempo imprecisato. Godiamo così della carezza del vento, della pioggia che scivola lieve sulle foglie, delle nubi simili a pecorelle smarrite; sentendoci liberi di ridere, sperare e gioire sino all’ultimo istante in cui ci è dato sognare!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

“LA SENSIBILITÀ POLICROMATICA di ADRIANA FURCI” a cura di Sabrina Santamaria

• Note biografiche di Adriana Furci

Adriana Furci vive a Messina. Studia psicologia clinica e della salute nel ciclo di vita, ma è già una pedagogista abilitata, da ormai dieci anni e più. Lavora come libera professionista nel campo dell’educazione, della prevenzione e delle problematiche dell’infanzia e dell’adolescenza. Si occupa nello specifico di consulenze pedagogiche e sostegno educativo alla genitorialità e alle famiglie adottive, di potenziamento cognitivo negli apprendimenti di base e nei bambini con disturbi specifici dell’apprendimento e promuove attività finalizzate al miglioramento delle strategie di studio (ampliamento all’autonomia e motivazione allo studio).

• Cenni dell’artista sul dipinto “I take care of you”

È certamente uno dei miei lavori preferiti. Una cosa che noterai in quelli che ti invierò successivamente, così ti fai un’idea e ti può ispirare poi quando farai la presentazione, è che nella mia arte è molto presente la maternità e l’infanzia.
In questo caso specifico, si tratta di una maternità differente. Sì, c’è una madre e una figlia in questi dipinto. Ma il significato più profondo per me è che questo quadro mi rappresenta simbolicamente parlando. È una metafora della mia vita. Una madre, me donna, oggi, si sta prendendo cura di una figlia, me bambina. Io, nell’arco della mia vita, ho imparato ad amare la bambina che sono stata. Amare e curare. Perché ognuno di noi ha il proprio il bambino interiore, che a volte emerge in alcuni momenti della nostra vita e ci chiede di essere accolto, amato, ascoltato. E a noi spetta il compito di prendercene cura. Ecco, in questo quadro, c’è questo. Mi prendo cura di te. Noi dobbiamo prenderci cura di noi stessi, del nostro sentire, dei nostri dolori, delle nostre imperfezioni, delle nostre fragilità e vulnerabilità. Quella bambina rappresenta la mia vulnerabilità, le parti fragili e vulnerabili, le parti ferite.
“Ogni donna contiene in sé la propria madre e la propria figlia” – Jung
Ogni donna è madre e figlia di se stessa. Aggiungo io a parole mie.

• Critica artistica di Sabrina Santamaria al dipinto “I take care of you”

“I take care of you”: Acrilico su tela (20×30)

“Prendimi per mano e ti mostrerò l’universo” questa breve riflessione ha suscitato in me il quadro di Adriana Furci, il gesto della madre di prendere per mano la figlia rappresenta l’espressione più vera di genitorialità autentica. La madre è il topos comune per esprimere i sentimenti verso i genitori; è la fonte di ispirazione privilegiata degli artisti e poeti. Quando osserviamo la “Pietà” di Michelangelo non abbiamo di fronte la sofferenza di una madre per un figlio? La madre è una delle figure educative più importanti che ci accompagna lungo il percorso della nostra vita. In questo dipinto il gesto di prendere per mano è metaforico in quanto rappresenta l’azione incondizionata di “prendere per mano” lungo il cammino della vita. Non esiste un momento in cui l’uomo non bisogno di una mano, egli è per sua natura un essere relazionale. L’ “I care” in questa immagine si materializza nella genuinità di un gesto appassionato. Lo sfondo del dipinto è arancione, un colore caldo, sfumato, che indica l’azione calorosa ed affrettata della madre che accompagna la bambina, le figure protagonista dell’opera emergono dalla scena sapientemente, un contrasto cromatico che la nostra Adriana Furci ha voluto creare per far rendere inconfondibili le figure. La madre e la figlia si trovano in riva al mare, anche questo è emblematico, perché il mare rappresenta l’ignoto, le difficoltà della vita che possiamo incontrare, ma che non conosciamo, il mare quindi rappresenta il destino che preserva la vita; a volte calmo a volte agitato, quindi accompagnare la propria figlia nel mare significa per la mamma proiettarla all’incommensurabile cammino dell’esistenza incredibilmente incerto, ma, paradossalmente ricco di opportunità per crescere.

• Cenni dell’artista sull’opera “Cicatrici”

Questo disegno, lo portai a Ermal Meta a marzo al firma copie a Catania. Lo mostrai a Ermal e gli dissi che in realtà non era per lui, l’avevo fatto per me, mi rappresentava e mi avrebbe fatto piacere se mi avesse scritto una dedica sopra. Così lui, osservandolo attentamente, disse che gli piaceva molto e mi scrisse sul disegno – Da quelle cicatrici è entrata un sacco di luce – Quando ci salutammo con un abbraccio mi disse – e ricordati di disobbedire sempre, perché è vietato morire – Trovi in allegato il disegno con e senza la dedica di Ermal. Rispetto alla rappresentazione metaforica, ovviamente anche questo è una metafora della vita. Le cicatrici rimangono, ma nessuno ci può impedire di cucirci delle ali per volare.

• Critica artistica di Sabrina Santamaria al disegno “Cicatrici”.

“Cicatrici”: disegno a matita dalle diverse gradazioni su foglio 33×48.

Questo disegno è ispirato alla canzone “Lettera al padre” di Ermal Meta. I lividi del cuore sono i più drammatici ricordi che noi possediamo. Le esperienze forti connotano fortemente la nostra vita e ci condizionano in quanto marcano come solchi indelebili tutto il nostro percorso. Le ferite dell’anima sono tutti quei traumi che ci portiamo come dei pesi nella nostra mente. Tutti noi, più o meno, possiamo rammentare di avere ricordi e vissuti tristi, a volte inconfessabili, ma questi ci fossilizzano o ci proiettano per una consapevolezza maggiore del nostro essere? I sorrisi migliori nascono, spesso, dagli innumerevoli pianti. I dolori, i drammi che ci portiamo dietro, ci fortificano e ci hanno crescere, allo stesso tempo ci hanno tesi le persone che noi siamo oggi. La sofferenza sublimata fa esprimere l’essere umano come un’opera d’arte. Il disegno di Adriana Furci mostra la positività del dolore, è proprio nella profondità di una cicatrice che crescono le ali forti e robuste, il pathos che la vita ci dà permette ad ogni uomo di forgiare il suo presente per volare in alto, mentre i tagli diventano sempre più labili e sottili le ali dell’anima si irrobustiscono e rendono l’uomo forte. Ciò che mi ha particolarmente colpita è l’essenzialità di questo dipinto, la Nostra ci lancia un messaggio chiaro: “Solo chi ha molto sofferto sa gioire delle piccole minuzie della vita e vola in alto”, quindi la bellezza del soffrire sta proprio in questa capacità che l’essere umano ha di cicatrizzare le ferite, Adriana Furci ci ricorda che il male, sulla lezione di Hannah Arendt, in fondo, è banale, quello che rimane è l’intrinsecità che esiste nel bene per elevarsi in cielo con il fruscio alato di un sogno che racconta i momenti vissuti della nostra esistenza. Lo sfondo dell’opera è grigio per indicare che la vita è costituita da sfumature e sta a saper coglierla nelle sue tinte e saper dipingere il quadro del nostro essere.

COMPLIMENTI AD ADRIANA FURCI

Sabrina Santamaria,

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