GIUSEPPE IMBESI “DALLA TERRA ITALIANA ALLA TERRA POLACCA” a cura di SABRINA SANTAMARIA 

Recensione: “Dalla terra italiana alla terra polacca” di Giuseppe Imbesi, stile da melting pot culturale.  

Romanzo di stampo siciliano, lettura leggera e piacevole, la caratterizzazione degli spazi mi ha fatta tornare indietro nel tempo, al Verismo verghiano del primo novecento quando anni fa lessi per la prima volta  “I Malavoglia”, soprattutto la casa del protagonista Ferdinando mi ricorda la casa del nespolo di Padron ‘Ntoni, proprio nella stagnazione siciliana il romanzo è ambientato, la Sicilia ancora terra di illegalità e di rigidità mentale. L’opera comincia con la descrizione del protagonista che si trova in casa a letto vittima di un infortunio avuto a lavoro da qualche mese, improvvisamente il giovane riceve una chiamata inaspettata, una  donna lo chiama e gli chiede se può andare a prenderla all’aeroporto di Catania, attraverso un sapiente Flashback Imbesi svela al lettore chi è la seconda protagonista del romanzo, Kasia, donna polacca che Ferdinando conobbe due anni prima durante una gita in Polonia, la quarantenne gestiva l’albergo dove il ragazzo pernottava, infatti fra i due vi è pure un gap generazionale, una differenza di età notevole fra uomo e donna tipico ormai di alcune coppie della società contemporanea. I nostri protagonisti non avevano più avuto modo di vedersi e sentirsi per diversi anni, in quanto Kasia era totalmente scomparsa, ma Ferdinando non l’aveva mai dimenticata, il nostro personaggio dopo quella brusca chiamata interrotta si chiedeva cosa mai volesse Kasia da lui dopo che era scomparsa senza una ragione. Quando i due si rividero la donna svelò quasi subito ciò che si nascondeva dietro i suoi occhi dolci come delle “mandorle”, ella era preoccupata tantissimo perché sua cugina Casimira non aveva dato più notizie di sé da qualche mese, proprio per questa ragione chiede aiuto a Ferdinando per scoprire la verità dietro quella storia che agli occhi dei nostri protagonisti sapeva di “losco”; Perché Casimira aveva mandato una semplice lettera a Kasia scrivendole che sarebbe mancata senza dare maggiori spiegazioni visto che le due cugine erano molto affiatate? È un mistero che il nostro protagonista svelerà  giungendo alla verità giorno dopo giorno prima di Piero, un suo amico poliziotto che il giovane conosce da sempre, ecco il motivo perché questo libro non si può catalogare entro un genere preciso, ha i connotati del genere giallo in quanto dietro questa storia vi è un alone di mistero, ha le caratteristiche di un’opera di stampo giornalistico, in quanto non mancano sprazzi di denuncia sociale da parte dell’autore, soprattutto verso le politiche ambientali perché vi sono tante descrizioni del territorio che è stato distrutto dall’inquinamento: “Ferdinando se ne sta affacciato alla finestra di casa sua al primo piano, in cerca di qualche corrente d’aria che possa spezzare quella morsa d’afa. Gli piace stare a guardare il panorama attorno alle sue quattro mura. Il vecchio borgo dove abita è veramente suggestivo, malgrado in lontananza ci siano le maledette ciminiere industriali con i loro fumi tossici.”  Fra l’altro lo stile attira il lettore per i molteplici vocaboli dialettali disseminati nel testo che non fanno che rendere la lettura più piacevole, scorrevole e leggera: “Stava rianimannu” (rianimando), “cocciu alivu mpassulutu” (oliva nera) come era soprannominato Piero per la sua statura e il suo colorito scuro, “sceccu” (asino). Non mancano tipiche usanze del Sud Italia, nella fattispecie siciliane come la granita al caffè con panna per colazione, anche le scene di abitudini quotidiane tipiche del Sud: “Angelina (madre di Ferdinando) preparava una buona grigliata di mulinciani (melanzane), pumadoru (pomodori), pipi duci e iaddenti (peperoni dolci e piccanti), si sedette ad aspettare la buona cena. Quando tutto fu pronto, prese un cozzo (tozzo) di pane e vi mise quel miscuglio di ortaggi grigliati.” L’autore non si limita ad inserire termini siciliani, ma per rendere più interessante la narrazione inserisce sequenze descrittive, in cui vi sono termini e gerghi polacchi come: “zamknij dziòb”(chiudi il becco), “Cicho  bądź”(Fai silenzio), “kiełbasy”(salsicce polacche), “polędwica”(lonza di maiale affumicata), “chrzan”(salsa di rafano).  Giuseppe Imbesi per tutto il resto del romanzo riesce a compiere un parallelismo fra la cultura italiana e la cultura polacca, nazioni per certi versi simili come storia e come cultura gastronomica, d’altronde in tutto il romanzo non mancano i riferimenti alla nostra epoca in cui i prodotti non sono più “nostrani”, ma di massa, indice della globalizzazione ormai affermatasi e del sentimento di *glocalismo  che l’autore sente dentro di sé. 

*La glocalizzazione: un processo individuato da qualche anno dagli intellettuali, in cui nel mondo contemporaneo ormai globalizzato emergono con forza i particolarismi locali.

Sabrina Santamaria 

Foto cover dal web

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IL LAMENTO DI DIANA by ROBERTO MARZANO 

IL LAMENTO DI DIANA

Cosa dovrei pensare adesso che mi guardi 
così dall’alto in basso con disprezzo
l’assurda urgenza  di spegnermi la luce
punirmi, il sorriso farmi a pezzi?
Cosa n’è stato di noi? Cos’è successo?

Tu, che anelavi ansioso 
l’impulso irrefrenabile
di un contatto urgente
da consumarsi subito ovunque ci trovassimo
che prendeva fuoco nell’impeto di un lampo
nella brace di pochi ansimanti respiri
di quel piacere perverso, tormentato
come fossi un’amante di cui portar vergogna
ma troppo evidente agli occhi per celare 
il disgusto per la nostra sporca storia 
che ti impregna del mio odor fino ai capelli
fino all’ultimo fiato di piacere
voluttà, vizio torbido che leva l’aria…

Cosa, cosa dovrei pensare adesso? 
Quando mi scaraventi a terra con ripugno 
e mi schiacci sotto la suola della scarpa 
violento, crudele nel gesto rotatorio 
che mi scompatta, irrimediabilmente…

Ma non ti sarà facile dimenticarmi, bello mio
e tornerai a cercarmi disperato
mai potrai smettere di seguirmi come un cane
ed io pronta sarò a farmi comprare
in venti piccole dosi cilindriche fatali
sempre che bastino a quietare
le tue stupide brame da coglione.

Roberto Marzano
Tutti i diritti riservati all’autore

AL SILENZIO SERVONO SILENZI: LINA LURASCHI

(by I.T.K) La sua voce pretende la nostra attenzione e mai passa inosservata. Sublime intimista, riesce ad esprimere qualunque dolore e ferita dell’anima attraverso i soffusi silenzi tagliati dalle graffianti urla della sua penna. Nella scrittura, l’autrice ritrova “catharsi e nirvana”, crescita e ricerca interiore, dubbi e saggezza, mentre riscopre la strada per raccontare e ritrovare se stessa. Coraggiosa, mai cede ai compromessi, non cerca la gloria né il futile plauso, conosce il proprio valore e come una vera mistica crea visioni poetiche ondeggianti tra premonizione e retrospezione. Sprofonda nei meandri più profondi dell’interiorità e dell’umano sentire usando “la scucita voce” (cit.) come una specie di richiamo e di accusa, rimanendo incisa per sempre nella memoria dei lettori.  

Lina Luraschi nasce a Como nella cui provincia tutt’ora risiede. Dopo le scuole medie è in qualche modo costretta a scegliere un indirizzo scolastico non di suo gradimento e si ritrova ragioniera nella ditta di
famiglia per lungo tempo.
La passione per la lettura e la letteratura, trasmessale dal padre e insieme a lui coltivata sin dalla più tenera età, l’incontro con un’insegnante che ama i grandi autori, soprattutto i poeti, fa sì che il seme della poesia trovi in Lina un terreno già fertile.
Impegnata nel sociale, è stata vice sindaco e assessore alla cultura, pubblica istruzione e servizi sociali nel suo paese dal 1999 al 2006. Nel 1997 è fra le socie fondatrici dell’associazione di volontariato NOISEMPREDONNE O.N.L.U.S. che opera all’interno dei reparti oncologici degli ospedali comaschi, ricoprendo il ruolo di vicepresidente e segretaria fino al 2005. Nel 2017 co – fondatrice del Gruppo per la Diffusione della Cultura e dell’Arte “Valchiria”.

Ha all’attivo cinque sillogi poetiche più una in stampa , ” ENTENDEMENT ” – phoenix editrice, in lingua francese,
destinata al mercato francese.
Infatti il suo buen retiro , da decenni, è sulle coste dell’oceano fra la Normandia e la Bretagne.

• Lina Luraschi risponde:

COSA PENSO DELLA POESIA?

Ogni poesia è come un messaggio in una bottiglia che nel silenzio della sua trasparenza trattiene il suo grido,
la sua presentazione, la sua richiesta di aiuto. Al silenzio servono silenzi e da qui le parole poetiche fanno da segnavia ad un procedere per ascolto e attenzione: un riconoscimento. Questo stato di quiete ci permette di ascoltare cosa accade al nostro interno perchè riusciamo a sentire
i nostri conflitti, le nostre paure, le nostre fantasie : INSOMMA, IL RUMORE DELLA NOSTRA ANIMA.

Scrivo da oltre 30 anni , una vita, ma la verità è che non so perchè si scrive.

SO CHE PER ME È un po’ come il divano di Freud: sono la paziente e lo psicanalista allo stesso tempo.

QUELLO CHE SCRIVO È UN QUALCHE COSA CHE TROVO DENTRO DI ME, che vuole essere detto: fa bene a me stessa, è una mia necessità.

È UN GESTO CHE SÌ, PARTE DALLA MANO, MA PRIMA MI ATTRAVERSA IL CORPO, È UN LUNGO VIAGGIO
INTERIORE, È L’ INCONTRO CON ME STESSA. È il senso delle mie esperienze emotive, psicologiche, fantastiche, memoriali.

AMO LA SOLITUDINE E CERCO DISPERATAMENTE IL SILENZIO: IN ESSO POSSO SENTIRE IL RUMORE DELLA MIA ANIMA CHE È UN SENTIRE POETICO, È UN SILENZIO CHE MI DÀ PAROLE, QUELLE CHE MI SALVANO E RIPORTANO A RIVA.

Io sono pensiero  inchiostro  pergamena
ingabbiata in radicato vizio
di penetrare a nude mani
pieghe  crepe  terra  carne
in un gelido budello di annodate assenze
e sul braccio piegato a cuscino
macino il mio grumo di terra
al sapore di ruggine e sangue

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Trovare è altrove
fra fili d’erba
dal fresco linguaggio
dove il patto è conchiuso
e l’esplosiva gioia
smalta il giorno
nel gioco purpureo dell’intreccio.
L’esercizio della raccolta
diserta il cordoglio.
Siamo noi e le nostre ombre
nelle vostre mani
in cerca d’azzurro.

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Racconto del silenzio
la scucita voce
il pulsare del giugulo
l’attimo randagio
e gocce che scavano ossa
e ossa che parlano il linguaggio dei muti.
Racconto del silenzio
la curvata ombra
che per briciole di pelle
pulisce vetri dalle impronte
e lingue incatenate in vuote gole
punite da un dispetto della vita.
Ecco…
del silenzio ora sento i passi
in case orfane di raggi persi.
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Quella crepa nella terra
ha bevuto molti sguardi
Piangilo tutto il peso del diseredato
poi vivi la resurrezione
fra tralci che offrono saporiti frutti
E di nuovo gioiosa fuga
a cogliere latte materno
là dove scintillano conchiglie
dai capezzoli dorati.

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Vigorosa arsura,
è del fiore più raro l’occaso
stretto al patibolo delle ore.
Si vendemmiano compleanni
galleggiando sulle acque
senza forma né luna riflessa, 
consonanza con labbra di cera spaventate
e sfigurati esili giorni rantolano
nell’uragano della clessidra.
A nolo banalità di limiti
apparecchiati al quotidiano
nel sillabato tempo dei vinti.
Fioca e residua vita
non dà risveglio al nulla della mente,
il niente non chiede pane
ma succhia polline dal polso.
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Quando l’occhio del pavone
posa lo sguardo
cesella i miei versi
come diamanti rari
scrigni di operosi incanti
Questa sfida antica
avida di vita
muta in suoni
e mi scioglie nelle grida del vento
_______________________________    
Dirò al cieco che la luce ha nere schegge
e le stelle
quando scandagliano il pozzo dei sogni
accostandosi a piaghe
si spengono atterrite nell’umiltà della notte
        Dirò che le ciglia son ghirlande di spine
        che avvolgono i ricordi
        e nella clessidra è buio come in miniera
Dirò che la luce è un drappo sgualcito, oscuro,
rende zoppo il pianeta
e i salmi tacciono la resurrezione
Così parlerò al cieco quando si fermeranno i girasoli.

Lina Luraschi
Tutti i diritti riservati all’autrice

PUBLIC RELATIONS: GRUPPO CULTURALE “VALCHIRIA” 

GRUPPO PER LA DIFFUSIONE DELLA CULTURA E DELL’ARTE “VALCHIRIA”

In questa società contemporanea di puro degrado Noi combatteremo! Speriamo e vogliamo salvaguardare quell’ultima dimora della bellezza e dell’indipendente creatività intellettuale: ARTE e CULTURA in ogni forma e sfumatura. Le nostre attività principali sono focalizzate sullo sviluppo della rete degli eventi letterari – culturali tra cui i reading poetici, le presentazioni dei libri e dei singoli autori valenti (anche esordienti), organizzazione delle manifestazioni in grado di unire tutte le arti: letteratura, musica, pittura e teatro. Vogliamo stimolare e incoraggiare i giovani “Freschi Germogli”, donare un input alla rinascita della Corte di Apollo attraverso la libera espressione artistica di grande impatto, con l’estremo interesse verso la tematica riguardante la contemporaneità in rispetto delle problematiche della società moderna. Il Gruppo per la Diffusione della Cultura e dell’Arte “Valchiria” è aperto alla collaborazione con i singoli artisti e con le Associazioni Culturali senza scopo di lucro, partecipa e offre il sostegno organizzativo alle rassegne letterarie e a quelle d’arte. 

Per contattarci: 

gruppovalchiria@yahoo.com 

Ideatrice: Izabella Teresa Kostka 

Socie fondatrici in ordine alfabetico: 

– Mariateresa Bocca (Vigevano) 

– Izabella Teresa Kostka (Milano)

– Lina Luraschi Panicucci (Como)

– Vera Paola Termali

Su di noi: 

https://izabellateresakostkapoesie.wordpress.com/2017/02/26/gruppo-per-la-diffusione-della-cultura-e-dellarte-valchiria/

DUE VISIONI POETICHE di ROBERTO MARZANO 

SOGNI CORROSI

Cicogne in contro tempo danno buca
alla speranza vana di un tuo bacio
increspi il naso, la gonna prende vento
spandi lo sguardo d’urgenza senza dove

dolce creatura chiusa per inverno
lotti con acquazzoni d’antefatto
con calzamaglie statiche d’azzurro
gorgheggia un contralto in contrappunto…

Bellezza mia di concia neolatina
allappi incomprensibili miei stenti 
sospiro sul tuo collo zuccherato
l’incendio del mio amor senza ritegno

ma causa e effetto non producon sconto
dinoccolati stan sogni corrosi
che un nonsense di vuoti senza requie
non sbroglia i nodi di una vita illusa…

SE IL SOLE SAPESSE

Se solo il sole sapesse
districare le notti perdute
in grovigli di abiti in tralcio
darsi pena d’attendere ignaro
la campana e la tuba dorate
ed i turbini azzurri traditi
frantumati in luci divelte
da sospiri di fiati comuni
e le unghie a cercare l’ascesa
sulle creste dei monti di paglia
come in stanze di lune traverse
conficcate di sbieco ai soffitti…

Roberto Marzano
Tutti i diritti riservati all’autore

IL TEMPO DEL SALTAGRILLO: METASEMANTICA DI ALESSANDRA BERATTO

IL TEMPO DEL SALTAGRILLO OVVERO L’INFANZIA

Quel tempo possiede
due occhi spalandri,
pieni di blu e guardigna curiosa
che cuccula innanzi il sole
che albendro sbricchia novello.
In giorni pislazzi di sole e cianfruglie
correvo in bricchi tra canti e fischielli.
Vetraglie tondelle su piste renose
sassoli e bacche son sette gli alborni.
Conto gli alborni in terra di francia,
tira la lincia, tira la lancia.
Quante lance a ballar la cardana
quante lince sul filo di lana.
Filo celerzio tra dita frugghiose
il Saltagrillo rondava festicchio.
Mama o non mama petalavo in sognanza
mami o non mami val frusco importanza.
Rondolavo sul muro plasticosa tondanza
briccavo canticchia un solpiede dondando.
Il Saltagrillo è lontanzo e smemorio
in un cassetto le vetraglie tondelle.
Rondando, ciocchiando ripetono ciarle
di quando gli alborni eran cianfruglie.
Di quando in francia la cardana era danza
di quando il non mami
valeva frusco importanza.

Alessandra Beratto,2017
Tutti i diritti riservati all’autrice

PSICOTERAPEUTA, STUDIOSO DELLA PAROLA: GIANCARLO STOCCORO 

(by I.T.K.) Poche ma essenziali parole somministrate come un farmaco prezioso. La mente scientifica ma meravigliosamente talentuosa e agile nell’atto della “creazione poetica”. Mai banale, sorprende e stimola il nostro subconscio come uno psicoterapeuta, riesce a trovare un connubio perfetto tra la rigorosa medicina e la sovrana, quasi surreale indipendenza artistica. Giancarlo Stoccoro oscilla tra le visioni oniriche e la cruda realtà, l’eterea sfumatura dei sogni e la graffiante contemporaneità della sua scrittura. Pesa sulla bilancia poetica ogni espressione, ogni verso, ogni sospensione, lascia tanto alla nostra immaginazione. Diventa “Consulente del buio” per aprire “Occhi del sogno” ed esporre i suoi ricercati versi
aprendo “Il negozio degli affetti”. Non passa inosservato!

GIANCARLO STOCCORO, è psichiatra e psicoterapeuta. Studioso di Georg Groddeck, ne ha curato l’edizione italiana della biografia: Georg Groddeck Una vita (IL Saggiatore, Milano, 2005). Suo è il primo saggio che esplora il cinema associato al Social Dreaming: “Occhi del sogno” (Giovanni Fioriti editore, Roma, 2012). Del 2014 è la silloge “Il negozio degli affetti” (Gattomerlino/Superstripes), del 2015 Benché non si sappia entrambi che vivere (Alla chiara fonte), del 2016 “Parole a mio nome” (Il Convivio Editore), silloge vincitrice del Premio Carrera 2016, finalista al premio Guido Gozzano 2016. Di recente: Vincitore del Concorso Internazionale Salvatore Quasimodo 2017. È fresco di stampa il saggio da lui curato “Pierino Porcospino e l’analista selvaggio”, con scritti inediti di Groddeck e di Ingeborg Bachmann (ADV, Lugano 2016).

È appena uscita la raccolta poetica “Consulente del buio” (1983-2013) con prefazione di Giovanni Tesio, presso l’editore L’Erudita del Gruppo Perrone, Roma.

NORD COREA

I luoghi colmi di lune
che piovono dal soffitto
fermano gli alberi
a metà del guado
Sembrano soldatini
che camminano sulla via lattea
rubano al giorno
un sorriso di piombo

(Inedita)

THE ROAD

Luoghi pieni d’ombra e bambini
esclusi dal palcoscenico
Gente che spinge le cose avanti
e si curva sui carrelli della spesa 
Il tempo appena li imbriglia
non li trascina certo con sé
Questo a volte ci capita
di tracciare mappe per il mondo
e non avere terra dove andare

(2013)

Da “Consulente del buio” L’Erudita 2017

RICETTA 

Nei casi lievi
chiudere le ossa
nella tomba di famiglia
scegliere la foto più bella
e incidere nel marmo
il tempo caduto
Se invece la morte
forte vi prende
e del corpo
più niente rimane
che la vita
già non aveva corrotto
spargete la polvere
nei campi
e aspettate l’anno seguente
per raccogliere i fiori

(1991)

Da “Consulente del buio” L’Erudita 2017

Tutti i diritti riservati all’autore