“LETTERE” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “Lettere”

Ci sono lettere, che non scriveremo mai. Altre, che resteranno chiuse nei meandri fumosi della memoria.
Altre che non verranno mai spedite per pudore, per vergogna. O semplicemente gettate via per abitudine o per non spendere neppure un centesimo.
Lettere intrise d’amore, di passione. Fogli dove il dolore si squaglia come neve al sole. Frasi che le lacrime hanno confuso, profanato come lo smoccolare lento di una candela. Parole d’odio e rancore, virgolettate per non cadere nel volgare. Messe fra parentesi come un’equazione algebrica.
Lettere di menti malate, piene di scarabocchi e di ferite fatte con il pennino. Pensieri sull’esistenza e sul perché della morte di un filosofo in cerca di speme e fortuna. Autori, fuori stagione, che vergano la carta con inchiostro di china, imprimendovi la bocca sdentata e le mani usurate dall’invidia. Lettere sminuzzate in piccoli pezzi, gettate dalla finestra a disperdersi come coriandoli al vento.
Fiumi di parole che non hanno più suono. Sciabolate di spiriti persi che all’apparir del giorno sconfiggono i mulini a vento e le orme dei soliti passanti.
Lettere umide di piacere, di abbracci che hanno reciso la pelle. Di tremori reverenziali a guardarsi nudi, agghindati di peccati. Nell’ombra tremano persino le stelle e quei fiocchi di poesia deposti a sera sugli alberi ingialliti.
Parole. Soltanto parole, lievi come zucchero filato.
Dannose più del veleno gettato in cantina per uccidere i topi.
Lettere chiuse in bottiglia che l’Oceano inghiotte e rigetta con moto perpetuo. Diari spillati anno dopo anno che la solitudine ha sigillato per non essere mai aperti, toccati.
Lettere diventate testi di canzoni. Trame per un regista che riprende l’azione e a voce alta redarguisce gli attori
Parole messe a dimora nell’angolo segreto del cuore.
Inquietudini tracciate a matita e subito cancellate.

Maria Rosa Oneto

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“RICORDI” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “Ricordi”

Non sono mai stata bambina, nel senso più ampio del termine.
Quando nasci e a pochi mesi ti colpisce una menomazione fisica, la “tua palestra sperimentale” diventano: gli ospedali, gli sguardi impietosi della gente, l’esperienza che ogni giorno ti viene stampata addosso come una seconda pelle.
La fantasia, che credi di trattenere, è un esercizio mentale per confondere i pensieri e far credere all’anima che tutto possa cambiare.
Da piccolina, venivo additata e derisa come fossi un clown da circo o il risultato di un amplesso diabolico e infernale che mi avesse rovesciato addosso: sfortuna e castighi da sopportare.
Allora, ai miei tempi, neppure troppo lontani, venire al mondo con un handicap corporeo significava: essere isolati, tenuti nascosti, segregati dalla società dei “finti” normali.
Molti, a vedermi, si facevano un segno di croce, sputavano in terra in segno di disprezzo oppure giravano subito lo sguardo per non essere contaminati o reietti. Era l’epoca della religione infarcita di magia e superstizioni. Delle vecchie credenze portate avanti con ignoranza e grettezza di cuore.
La mia intelligenza, da subito vivace ed esuberante, non mi ha impedito di soffrire, di sentirmi avvilita e umiliata come un angelo scartato dal Paradiso.
Il mio unico peccato, era quello di non poter camminare o di avere per pochi minuti un’andatura scorretta e scoordinata, che le varie operazioni hanno sempre più aggravato.
Nonostante questo, ero una bambina “spudorata” e felice con una gran voglia di leggere e capire.
In questo i miei genitori mi hanno sempre aiutata, pur restando limitati (soprattutto mia madre) nel concedermi quel dono infinito, chiamato libertà. Una vita segregata, “punita”, avvilita che mi ha da sempre tenuta lontana dalla fede e dal vuoto bigottismo. Forse, a modo mio, ho riversato preghiere al Cielo. Ho avuto la forza necessaria e con essa la speranza di attendere dalla vita qualcosa di buono. Quasi sempre sono stata delusa; ancor più quando il destino si accaniva su di me come belva feroce.
Ho lottato e attraversato la mia solitudine con il sorriso sulle labbra e la sfrontatezza dell’età.
Certa che in qualche modo sarei stata ricompensata.
Sono ancora qui ad aspettare insieme ad un’amica fidata: la mia carrozzina nera e gialla che non mi abbandona mai!

Maria Rosa Oneto

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“IL FILO DI LANA” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “Il filo di lana”

La vita è un viaggio nell’immaginario. Un sortilegio spesso senza fortuna. Una tempesta da attraversare di corsa, quando il vento strappa le vesti e sei nuda davanti al destino.
La vita è un dono d’amore. Una carezza stesa al sole, la scatola di un puzzle con tante tesserine da sistemare.
Ti prende per mano e ti sorride nell’ingenuità dell’infanzia o quando la mente resta bambina. È una strega camuffata da fatina per ogni lacrima lasciata cadere in strada. O nel silenzio ovattato di nero di un monolocale.
Si vive con la speranza stirata in cortile, sopra pile di libri che vorrebbero insegnarti ad essere felice. Studi, giochi, lavori dando un senso compiuto al “mestiere di esistere”. Ognuno ne ha uno e alcuni segretamente nascosti. Con aria di sfida, affrontiamo le incognite, gli incidenti di percorso. Da soli o assiepati ad una folla di amici e parenti. L’amore, ci giuda, spesso anche la pazzia. Siamo gentili e cortesi. Spesso irascibili e affannati. Cresciamo ricercando la felicità, i dolci piaceri dell’amore, la ricchezza economica e intellettuale. Possediamo case dove mai abiteremo. Tuguri della fame e della pestilenza, dove esordisci già vecchio, pronto alla morte con le pupille pervase da una luce immensa e il ventre deformato dalla carenza di cibo e acqua.
Viviamo diventando grandi, grandi di età. Portiamo in testa, arroganza, spavalderia, voglia di fare. Il lussureggiare dei sensi arriva spogliandoti di vergogna e castità. Questo amore, assurdo e sconvolgente, ti fa conoscere i piaceri della carne, la sensualità di due corpi frementi, il desiderio assurdo dell’Eternità. Tu e l’altro a passeggiare il Mondo, a inventare filastrocche e canzoni, a gustare la meraviglia del tempo, per chi di tempo ne ha da sprecare.
Sogni imbastiti con il cuore. Sentimenti da copiare e disfare. “Nulla si crea, nulla si distrugge!” Il cammino procede e si interseca a variegate figure di giovani, bambini, anziani.
Crediamo di non essere più soli di quando siamo nati. Gli anni travalicano i pensieri, i desideri, la malinconia. La senilità è un traguardo per chi crede che porterà a Dio. Quello che è certo che da lì inizia la fine inesorabilmente. Attimo dopo attimo, collezionando: dolori, rimpianti, vuoti di memoria, rughe e inganni. Ingobbiti come alberi senza radici. Fragili e indifesi come bimbi appena nati. Malinconici, perversi e rabbiosi nel rimpiangere il passato.
E non ci resta che cantare, appesi ad un sottile filo di lana.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

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CURIOSITÀ SUI… LIBRI a cura di LINA LURASCHI

GIRAMONDO CULTURALE: CURIOSITÀ SUI… LIBRI

UNA SFIDA AI POETI CHI CI LEGGONO: VOGLIAMO PROVARE A SCRIVERE UNA POESIA CON LA TECNICA DEL LIPOGRAMMA ?

Il lipogramma è un testo letterario in cui possono comparire tutte le lettere dell’alfabeto tranne una, a scelta dell’autore. Lo scrittore francese Georges Perec (1936- 1982) è riuscito a scrivere un romanzo di oltre 300 pagine senza mai usare la “e”.
Fra i molti volumi rari custoditi nella biblioteca dell’Università di Harvard (Usa) ce n’è uno unico pubblicato nel 1880 e rilegato in pelle umana: “Dei destini dell’anima”, raccolta di versi del poeta francese Arsène Houssaye. Veniva preferita la pelle delle donne per la sua morbidezza e perché aggiungeva un tocco di depravazione quando veniva toccata. Questa pratica era diffusa fra il XVII° e XIX° secolo.
Uno dei libri più misteriosi di tutti i tempi è il Manoscritto Voynich: un volume illustrato di 204 pagine, vergato a mano su pergamena dell’inizio del XV sec. La cosa strana è la lingua in cui è scritto, che non assomiglia a nessuna di quelle conosciute. Finora nessuno è riuscito a decifrarlo.
Papa PAOLO IV nel 1558 creò un elenco di pubblicazioni ritenute dannose per la fede che i cattolici non dovevano leggere, pena la scomunica (abrogato nel 1966). Ancora oggi chi viene escluso si dice che è stato messo all’indice.
Nel 2010 è stato restituito alla New York Society Library, un libro prestato a George Washington nel 1789 e mai riportato. Per i 221 anni di ritardo gli eredi del presidente Usa avrebbero dovuto pagare una multa di 300 mila dollari, che è stata però condonata.
Nessuno vorrebbe stare sul Libro nero: se si compare fra le sue pagine, significa che qualcuno ha deciso di farci la guerra. Il modo di dire risale alla Rivoluzione francese, quando i nomi dei condannati alla ghigliottina venivano annotati su un volumetto di quel colore.
Il libro più piccolo del mondo, leggibile senza lente, si trova nella Biblioteca Malatestiana di Cesena. Stampato a Padova nel 1897, misura 15×9 mm e contiene una lettera di Galileo Galilei a Cristina di Lorena, in cui lo scienziato sostiene che la teoria copernicana non è in contrasto con la fede.
Che cosa c’entrano i libri con gli alberi? Molto, se si pensa che la carta è fatta di cellulosa, ricavata dagli alberi ad alto fusto. Ma c’è un’altra affinità: i latini chiamavano liber la parte interna della corteccia, che un tempo si usava come materiale da scrittura.

Lina Luraschi

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IL BOATO RUGGENTE DELL’ARTE: QUANDO GLI ARTISTI SI INORRIDISCONO a cura di SABRINA SANTAMARIA

Il Boato ruggente dell’arte: quando gli artisti si inorridiscono.

“Siate sempre capaci di sentire nel profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo” cit. di Ernesto Che Guevara

Un grande rivoluzionario come Ernesto Che Guevara affermò: “Vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere”. Vero pacifista, libertario tanto da morire in nome della libertà come i giovani della rivoluzione sessantottina che ripudiavano la guerra e la violenza i quali molti di loro furono pure arrestati. Ultimamente hanno denunciato le stesse problematiche due cantautori Ermal Meta e Fabrizio Moro con il testo musicale “Non mi avete fatto niente” che è un innovativo esempio di una denuncia nell’ambito della musica. Fabrizio Moro ed Ermal Meta decidono di creare a quattro mani un pezzo musicale che possa rimanere inciso nella storia di tutti i migliori cantautori dei tempi. A mio parere uno degli obiettivi dei Nostri è stato quello di dare origine ad un testo che possa scuotere nel profondo l’immaginario collettivo con lo scopo di far riflettere l’opinione pubblica su alcune problematiche di respiro mondiale: la guerra, il terrorismo, in generale se vogliamo la distruzione ingiustificata della violenza. Questo testo è risultato vincitore al Festival di Sanremo, primo posto a mio giudizio, sudato e meritato, non solo per il messaggio veicolato, ma anche per le scelte stilistiche adoperate; il testo di questa canzone mi riconduce mentalmente ad una poesia cantata. Ascoltando con dedizione e con accuratezza possiamo rintracciare figure retoriche come metafore, ossimori, iperboli (“Galassie di persone”). È come se i Nostri dicessero in modo chiaro ed esplicito: “La guerra non è mai un atto legittimo ed ogni modo non può essere mai giustificata. Il terrorismo nemmeno! Non si può ammazzare in nome di un dio, di una religione, di un’idea, è eticamente inaccettabile ed impensabile per un uditorio “sano” moralmente concepire di portare la pace nel mondo con una bomba o con una guerra”. Lo stesso discorso vale per il nostro paese, l’Italia, che manda i suoi soldati per fare le “missioni di pace” ed usano le armi da fuoco, un controsenso! Questa canzone mi ha riportata ai “Corsi e ricorsi storici” vichiani. La storia secondo Vico procede per cicli che si susseguono in un modo sempre uguale ripetendosi in tre cicli: età degli dei, età degli eroi ed età degli uomini. Oggi quale epoca stiamo attraversando? Qualche storico contemporaneo riuscirà a darci una chiave di lettura? E anche se uno studioso avanzasse ipotesi azzardate a proposito cosa potrebbe descriverci? E con quali coordinate storiche? Spesso gli intellettuali del nostro tempo, vedi la Turkle, ci forniscono un’interpretazione che è molto debitrice della posizione rousseauiana cioè: “Progresso-regresso”. Il progresso non ha portato più al benessere della società, il benessere lo ha portato agli albori della tecnologia, adesso la saturazione tecnologica per certi versi ha spaccato il mondo sociale creando: una società a microcosmo che diventa ipertrofica ed opulenta sempre più volubile e concentrata sul predominio dell’avere sull’essere come Erich Fromm ci suggerisce nella sua opera “Avere o essere?” mentre d’altro canto una società a macrocosmo dilaniata dalla miseria più assoluta. Tornando al nostro argomento iniziale pensiamo facilmente che in tutte le epoche ci sono state le ingiustizie e queste sono state denunciate attraverso le arti: musica, pittura, scultura, cinema, teatro e letteratura. Il video di “Non mi avete fatto niente” ha scosso la nostra mente, la nostra coscienza . Fra l’altro se dovessi fare un termine di paragone con un’opera d’arte mi piacerebbe creare un parallelismo con “Guernica” di Pablo Picasso. Sono due forme d’arte completamente diverse perché coinvolgono sensi percettivi completamente eterogenei, una il campo uditivo, l’altra visiva. Al di là di possibili analogie e differenze esse vivono come espressioni d’arte talmente espressive che sono avulse dai loro stessi creatori. Hanno lo stesso obiettivo: denunciare a gran voce gli obbrobri della violenza. La violenza non può essere accettata o considerata come fatto ovvio o normale. Picasso col suo pennello ci narra la triste vicenda della città Guernica colpita dalla guerra civile tra i monarchici guidati dal generale Francisco Franco e i repubblicani, il 26 Aprile del 1937 la città fu rasa al suolo. Lo spazio rappresentato è interno distrutto dal bombardamento. I dettagli sui quali i critici hanno gettato la loro attenzione sono: una figura di donna che sta cercando una candela , un toro, un cavallo grido di una madre che stringe il suo bambino, una donna che corre verso sinistra, un soldato a terra caduto in battaglia tra le mani ha un piccolo fiore segno della pace e della speranza . La lampada rappresenta il lume della ragione che secondo la riflessione del pittore cubista gli uomini contemporanei hanno perso. Proprio alla ragione umana Ermal Meta e Fabrizio Moro si rifanno e si richiamano. La ragione è il lume che l’uomo contemporaneo ha perso, altro che più evoluto! Anche il video della canzone menzionata mostra famiglie e bambini distrutte dalla violenza. “Guernica” rappresenta il grido di dolore universale di tutta l’umanità che nel novecento è stata sconvolta dalle guerre, infatti c’è da riflettere anche sulla scelta del colore, che è quasi un monocromo dalla tonalità grigia. Si rifà molto alle opere medievali perché presenta uno schema triangolare. Sia Picasso, sia i nostri cantautori mi hanno fatto pensare ad un poeta Quasimodo con la sua opera “Uomo del mio tempo”. Individuiamo un carattere fondamentale: “ Il boato ruggente di un grido contro ogni forma di violenza!”
“Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo (…). T’ho visto eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore , senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro la prima volta.” Cit. “Uomo del mio tempo” di Salvatore Quasimodo.

Sabrina Santamaria

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VERSO CONSIGLIA: IL REALISMO TERMINALE DELLA CONTEMPORANEITÀ CON GUIDO OLDANI E GIUSEPPE LANGELLA

Domenica 18 marzo 2018 alle ore 16.00, presso la prestigiosa Villa del Grumello a Como avrà luogo un imperdibile evento intitolato “Il Realismo Terminale della contemporaneità”, organizzato sotto l’egida del programma culturale itinerante “Verseggiando sotto gli astri di Milano” nell’ambito dell’ambizioso ciclo “Nuovi Orizzonti Poetici”. Tra i protagonisti dell’incontro il Maestro Guido Oldani: poeta, padre del Realismo Terminale e il Prof. Giuseppe Langella: poeta e critico letterario.
Il programma dell’evento verrà arricchito con lettura di poesie di autori appartenenti al RT e di alcuni poeti selezionati dal bando. Tra gli artisti previsti nel programma potremo ammirare Domitilla Colombo (attrice comasca molto amata dal pubblico), il sublime gruppo poetico – teatrale “Poeticanti” Paolo Provasi e Roberta Turconi, e il talentuoso cantautore Roberto Durkovič. Organizzazione dell’incontro a cura di Izabella Teresa Kostka e Lina Luraschi (responsabili per il programma “Verseggiando sotto gli astri…”) in collaborazione con l’Associazione Villa del Grumello.

Ingresso libero.

INFO DI SERVIZIO

Se qualcuno fosse interessato:

Materiali necessari per valutazione:

– curriculum professionale

– una foto

– presentazione dell’attività artistica

– 3 opere personali: poesie, racconto, foto dipinti o sculture, cover pubblicazioni etc.

Verranno prese in considerazione le candidature più interessanti e stimolanti.

Mail: itk.edizioni@yahoo.com

INRERVISTA A TANIA SCAVOLINI a cura di IZABELLA TERESA KOSTKA

INTERVISTA A TANIA SCAVOLINI a cura di Izabella Teresa Kostka

1. I.T.K.: Carissima Tania, è un piacere ospitarTi sulle pagine del VERSO – SPAZIO LETTERARIO INDIPENDENTE.
Sei un’ artista poliedrica ed eclettica, ti trovi a tuo agio sia generando intensi e scaltri versi poetici, sia dipingendo o disegnando con successo. Qual è il significato dell’arte per Te? Ti senti realizzata oppure sei alla ricerca infinita di un impeccabile e personalizzato linguaggio artistico?

T.S.: Cara Izabella è un grande piacere anche per me essere ospitata sulle pagine del “Verso” e ti ringrazio dell’intervista. Sono effettivamente una persona poliedrica, con tanti interessi in diverse forme artistiche. In qualità di artista, sento di poter offrire il mio contributo con il personale bagaglio di esperienza nella poesia e nella pittura, ma sono anche un’amante, come semplice spettatrice, di altre forme artistiche quali la scultura, la fotografia, il cinema, la musica e il teatro. L’arte secondo me è l’espressione massima dell’Io dell’artista, che può estrinsecare la sua interiorità o anche ciò che la sua personale lente può osservare del mondo circostante portandola, attraverso la sua espressività, ad essere oggetto di fruizione a vantaggio di tutti. L’arte in questo modo diventa universale.
Sono sempre in continua ricerca per soddisfare un’esigenza personale di miglioramento dello stile per quanto riguarda la poesia, e delle tecniche pittoriche per quanto riguarda la pittura. In poesia, l’esigenza di creare un buon livello stilistico mi rende soddisfatta, ma ritengo non sia sufficiente. Dico spesso che la poesia non è un’equazione matematica il cui risultato è il componimento perfetto, dico anzi che deve piacere, toccando determinate corde empatiche. Questo succede solo quando i versi sono veicolo di trasmissione di stati d’animo emozionali che viaggiano fino al cuore del lettore. Quando ciò accade mi sento veramente realizzata.

2. I.T.K.: Come poetessa hai pubblicato su numerose importanti antologie collettive e su tue individuali raccolte monografiche, attingendo l’ispirazione ad un mosaico di variopinta tematica. Ultimamente è uscito il tuo nuovo libro di poesie dedicato integralmente all’impegno sociale. Come mai questa scelta? Parlaci della tua ultima opera.

T.S.: Ho sempre creduto nell’idea di questo libro dal titolo “Urla dal silenzio”. Un’intuizione già accarezzata molti anni fa e finalmente realizzata tramite la ricerca di temi sociali a cui volevo porre un accento di rilievo, raccogliendo sia poesie già scritte nel corso degli anni, sia poesie inedite. È la mia quinta raccolta, la seconda pubblicata dalla CTL Editore Livorno, e l’esigenza di scrivere un libro di poesie interamente a sfondo sociale è stata avvertita per assolvere un preciso dovere d’impegno civile. Poesia di denuncia quindi che ritengo possa scuotere le coscienze spesso intorpidite dall’indifferenza in cui i versi si trasformano in ponte immaginario tra le realtà più disagiate, emarginate, abusate e la cosiddetta società civile. Il titolo è nato spontaneamente pensando alle urla degli oppressi che subiscono gravi soprusi, che si levano inascoltate contro il silenzio dell’indifferenza della società. La cover è stata disegnata da me ed elaborata poi fotograficamente e ritrae una giovane madre migrante col suo figlioletto in braccio, avvolti in una coperta appena sbarcati da un barcone. La raccolta è dedicata a Zihindula, la bambina congolese ora adolescente che ho adottato a distanza e che considero fortunata rispetto a tante sue conterranee, e che rappresenta un messaggio di speranza affinché tante situazioni di conflitto e disagio, di emarginazione e abusi, di violenza e di violazione dei diritti umani, possano un giorno non lontano migliorare, anche grazie alla sensibilizzazione, se non di tutta, di una parte dell’umanità.
Le dieci tematiche sono: disabilità e diversità, emarginazione, problemi legati al mondo del lavoro, migranti, abusi sui bambini, violenza contro la donna e femminicidio, mutamenti ambientali, disagi legati alla vecchiaia, terrorismo e guerra.
“Urla dal silenzio” è anche una raccolta di brevi racconti che introducono ai vari temi e sono per lo più tutti inediti. Sono da considerarsi come una porta che si apre su una stanza oscura che ci fa orrore e paura, ma che bisogna aprire per prenderne coscienza e conoscenza.
In ultimo, vorrei sottolineare che la prefazione attenta ed incisiva è stata sapientemente scritta dalla critica letteraria Marzia Carocci, persona che stimo enormemente, di estrema sensibilità e acutezza di analisi e che colgo l’occasione di ringraziare per aver compreso immediatamente quale fosse il mio messaggio e il mio intento.

3. I.T.K.: George Bernard Shaw disse: “Il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio ma l’indifferenza: questa è l’essenza della mancanza di umanità.” Sei d’accordo con questa affermazione? Secondo te la poesia e la scrittura di carattere sociale riusciranno a frantumare il muro dell’odio, sofferenza e disuguaglianza che ci circondano oppure, come spesso accade, rimarranno soltanto sugli scaffali delle librerie senza giungere al cuore dei lettori? Credi che questa tematica poco commerciale possa attirare l’attenzione delle masse?

T.S.: Sono assolutamente d’accordo con l’affermazione di Shaw a cui aggiungerei anche quella di Gramsci: “Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.”
Non so se la poesia e la scrittura a sfondo sociale riusciranno a frantumare il muro dell’indifferenza, e quindi scuotere coscienze prive di umanità, ma certamente nutro questa speranza. La tematica sociale è poco commerciale, non sufficientemente pubblicizzata, non se ne esalta il suo valore intrinseco e se anche venduti questi libri rischiano davvero di fare solo bella presenza nelle librerie, ma confido nei pochi che invece ancora non solo leggono questi libri ma ci riflettono sopra, ne fanno argomento di discussione, divulgandone i concetti di fondo e sensibilizzando anche altri possibili lettori. Una specie di catena umana che possa via via attirare sempre più persone.

4. I.T.K.: Sei un’artista a 360°, secondo Te qual è il futuro dell’arte nel nostro mondo sempre più ostile e meccanizzato? La supremazia dell’AVERE E APPARIRE sull’ ESSERE E SENTIRE lascia ancora qualche spazio alla sensibilità e fragilità dell’essere umano?

T.S.: Io credo che la storia sia composta di cicli e che in questo momento sicuramente l’arte è relegata ad un ruolo marginale e spesso di nicchia. Così non era molti anni fa e ciò si poteva riscontrare in tutte le arti, dalla pittura, alla poesia alla drammaturgia ecc. ecc. Un impoverimento culturale complessivo a cui non possiamo che assistere impotenti, continuando però a coltivare e a promuovere iniziative tese ad un risveglio della cultura in generale. Certo, il passaggio dall’essere, che ha contraddistinto le epoche precedenti, all’avere e apparire dei tempi attuali, complica la penetrazione dei valori espressi nell’arte. Tuttavia non sono affatto pessimista ed anzi, proprio la mia incessante ricerca di emozioni in forma poetica e talvolta in forma pittorica, mi spinge a sperare in un nuovo rinascimento dell’interesse per l’arte in generale, che saprà unire le forme tradizionali a quelle più innovative. Avremo bisogno in sintesi di uscire da meccanismi di puro business ed entrare in una fase nella quale si faccia cultura senza sottostare alle logiche di mercato, o peggio di speculazione che sviliscono l’artista vero e che a volte promuovono la mediocrità.

5. I.T.K.: In Italia si legge sempre di meno eppure… gli scrittori e gli aspiranti poeti sbocciano su internet come le margherite in primavera. Secondo Te è soltanto la corsa per un facile apprezzamento (like) oppure la voglia di ritrovare il perduto valore della letteratura? Al popolo mancano le emozioni oppure abbiamo a che fare con il fenomeno dei “contemporanei Narcisi”?

T.S.: È vero Izabella, si legge sempre meno e questo è un peccato. Il fluire veloce del tempo a volte è nemico della lettura in pieno relax, ma oltre a questo c’è anche da parte di tanti, una disaffezione alla lettura per l’assenza di questo desiderio. Nonostante ciò prolificano sui social e su piattaforme dedicate, aspiranti scrittori che sembrano avere un certo seguito, forse perché la lettura è veloce e raggiunge proprio tutti facilmente. Per quanto riguarda la nascita sorprendente di un gran numero di scrittori, credo sia un fenomeno dei tempi attuali in cui sono tanti a scrivere, ma pochi in modo apprezzabile. Diceva la grande Alda Merini, la casa della poesia non avrà mai porte e nel web c’è posto per tutti davvero, ma non nel senso che intendeva la Merini. E molto diffuso il concetto dell’apparire piuttosto che del sentire ed essere, quindi subentra un certo narcisismo e una conseguente corsa agli apprezzamenti (like) che sicuramente non porta al miglioramento delle proprie attitudini o capacità, ma piuttosto al solo esibizionismo. Di contro apprezzo e stimo tanti poeti e scrittori, di cui leggo i componimenti in versi o narrativi, con cui mi congratulo spesso sinceramente perché hanno indiscusse qualità letterarie. Non a caso sono scrittori che conservano una certa semplicità e dignità nel proporsi sul web.

6. I.T.K.: Qual è la differenza tra “TANIA – DONNA” e “TANIA – SCRITTRICE”? Secondo Te il fatto di “essere femmina” influenza il modo di scrivere e di percepire il Mondo?

T.S.: La differenza tra la Tania-donna e la Tania-scrittrice in fondo credo non ci sia. Il mio approccio col mondo, con la società è lo stesso sia come donna che come scrittrice. I miei scritti sono spesso la prosecuzione delle mie riflessioni. Il mio carattere di donna, che si batte contro le ingiustizie sociali, trapela prepotente dai miei scritti, il mio rispetto per altrui religioni, etnie, ecc. lo si può individuare facilmente nelle poesie a sfondo sociale. Come anche l’impotenza, la frustrazione a volte per non riuscire a vedere nella società attuale cambiamenti significativi. Anche per le poesie più intimiste che mettono a nudo l’animo, si può rintracciare ciò che sono io: un misto di fragilità e forza insieme, sia per poesie con riferimenti auto-biografici che per altre in cui riesco ad immedesimarmi in persone che conosco appena, ma che suscitano l’ispirazione. Certamente gli eventi dolorosi e difficili della vita che tutti attraversano in un modo o nell’altro, lasciano una traccia indelebile che può rafforzare o indebolire.
In me ci sono ambedue i fattori, dando vita a operazioni di sottrazione o addizione interiore a seconda del momento, della situazione e condizione d’animo, a seconda del grado di sofferenza. Sicuramente il sostegno dell’amore della mia famiglia, come anche l’amore che nutro per la vita stessa e per le persone per me importanti, mi permette di reagire in ogni caso, e la scrittura ne è una rappresentazione diretta. Il fatto di essere donna, mi permette di esplorare a 360° l’animo umano, sfruttando quel sesto senso tipico di noi appartenenti al sesso femminile. Ritengo infatti che le donne abbiano una percezione più ampia e maggiormente sensibile rispetto agli uomini della visione della realtà e della vita stessa. Fatte le debite eccezioni ovviamente per uomini che riescono a captare le medesime sollecitazioni, rispondendo alle stesse, seppur con modalità diverse, ma con uguale sensibilità.

7. I.T.K.: Sei sicuramente una poetessa di grande spessore, ti senti già realizzata oppure, come tanti artisti del passato, sei “tarlata” dai dubbi, dalle paure e dalle insicurezze personali? Come vorresti che fosse vista dai posteri la Tua poesia? Che cosa desidereresti trasmettere alle prossime generazioni?

T.S.: Con il mio ultimo libro di poesia sociale ho realizzato un altro obiettivo, ma come anche tu sai bene per essere anche tu scrittrice di talento, non si smette mai di ideare e voler vedere realizzati altri progetti. Quindi a breve riprenderò a riflettere su quale potrebbe essere il mio prossimo lavoro, non perché non sia soddisfatta di ciò che ho creato finora, ma perchè ritengo che l’artista debba continuare a cercare nuovi stimoli e nuovi traguardi, in qualsiasi modo e a qualunque età. Ammiro tantissimo gli artisti che pur molto anziani proseguono nel produrre opere, perché si sentono ancora di poter offrire qualcosa al mondo. Senza nessuna velleità di fama, vorrei che la mia poesia fosse vista dai posteri come poliedrica come sono io, malinconica, potente, profonda, diretta e senza orpelli come un pugno al centro dello stomaco, languida come lacrime che inumidiscono gli occhi, graffiante come i brividi di forti emozioni sulla pelle. Uno dei desideri più grandi che vorrei trasmettere ma non necessariamente per le mie poesie, è quello che le prossime generazioni imparino ad amare la Poesia in generale e che, una volta amata, non ne facciano mai a meno. Saranno persone non solo più ricche di sentimento, ma anche di compassione e di sensibilità, che a mio giudizio sono pregi incommensurabili.

I.T.K.: Carissima Tania,
Ti ringrazio per questa interessante conversazione che sicuramente ha emozionato tantissimo i nostri lettori. Ti auguro un meritato successo, tanta ispirazione artistica e soddisfazione personale. Che la Poesia sia con noi e… alla prossima volta!

T.S.: Carissima Izabella, è stato piacevolissimo discorrere con te, di così interessanti argomenti.
Grazie per la bella intervista e per gli auguri.
Un saluto a tutti quelli che ci leggeranno, e a presto.
Tania

L’intervista rilasciata da Tania Scavolini per il blog culturale “VERSO – spazio letterario indipendente” a cura di Izabella Teresa Kostka

18.02.2018

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● TANIA SCAVOLINI RECITA ALCUNE SUE POESIE TRATTE DAL LIBRO “URLA DAL SILENZIO”

Per ascoltare seguite il link allegato:

https://m.youtube.com/watch?feature=youtu.be&v=Wur0hS7Uk5U

● NOTA BIOGRAFICA DELL’ARTISTA

Tania Scavolini è nata a Roma il 10 ottobre 1959. Le sue passioni fin da bambina sono la pittura e la scrittura. Dal 2009 al 2012 ha collaborato come redattrice presso un sito di poesia. È risultata in diversi concorsi finalista, (50° Marcelli a Senigallia, Quelli che a Monteverde-Roma, Premio di Poesia Circolare -Barcellona Pozzo di Gotto, Donne sulle tracce di Eva-Roma, concorso In Vita) in altri ha riportato menzioni d’onore e targhe per le sue poesie e sillogi. Ultimi riconoscimenti sono nel 2016 Premio speciale per la musicalità del verso al Concorso Letterario Naz.le “Una perla per l’oceano”, nel 2017 Premio Speciale del Presidente di Giuria del 2°Premio Libri Editi Poesia e Narrativa Antonia Pozzi TraccePerLaMeta per il libro “Riflessi in volo” ed. CTL Livorno. Molte sue liriche sono in antologie edite da Ed. Creativa, Ursini Edizioni, TraccePerLaMeta Ed., Poetikanten Ed. Con la silloge “Ali di lieve battito” è stata inserita nell’Antologia “ Melancholy Collection” ed. da Rupe Mutevole presentata alla Fiera del libro di Francoforte 2015. Nel 2016 sue poesie sono state pubblicate su riviste on-line, tra cui la rivista letteraria del sito http://www.larecherche.it., la Liburni Arte e poesia e la rivista Euterpe. Altri prestigiosi inserimenti sono quelli di sue opere nelle Antologie Proustiane a cura del sito http://www.LaRecherche.it. anno 2016 e 2017. E’ stata nel 2017 giurata del concorso di poesia Amoroma-club amici Escluso Mortimer. Ha pubblicato finora cinque libri di poesie: 2010 “Squarci di cielo”, 2011 “Mare e Terra”, 2012“Diario di un’assenza”, 2016 “Riflessi in volo”, 2017 “Urla dal silenzio” editi entrambi da CTL Editore Livorno.

“CONCHIGLIE CAURIES POETI AFRICANI” DI ABDEL KADER KONATE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Conchiglie Cauries Poeti Africani” di Abdel Kader Konate

“Io non sono nero/ io non sono rosso/ io non sono giallo/ io non sono bianco/ non sono altro che un uomo. Aprimi fratello! Aprimi la porta/ aprimi il tuo cuore/ perché sono un uomo/ l’uomo di tutti i cieli/ l’uomo che ti somiglia!” cit. della poesia “Aprimi fratello!” di Rene Philombe.

Spesso immaginiamo l’Africa come un continente molto lontano da noi, lo pensiamo come un territorio poco fertile, come colonia, come terra assoggettata alle grandi potenze europee, ebbene, questo è in parte vero perché questi assunti la storia ci ha insegnato, sappiamo che i confini dell’Africa non sono geografici, ma politici, cioè divisi a “tavolino” duranti i trattati di pace dalle grandi potenze europee, avvenimenti politici davvero accaduti, basti pensare alle vicende sociopolitiche del novecento. La lettura di questa raccolta poetica ha suscitato in me diverse riflessioni che, a mio modesto parere, potrebbero essere una chiave di volta per comprendere almeno in superfice l’opera di un autore africano. Il titolo “Conchiglie Cauries Poeti africani” mi fa pensare ad una personificazione di un elemento naturale quale è la conchiglia, essa può stare in mare, come in spiaggia, può essere bagnata, oppure esposta continuamente al sole, quindi rimanere anni nella siccità, questa condizione è quella simile al poeta africano; per certi versi può trovarsi in un mare di emozioni, travolto dalla musicalità, dai colori, dai sapori della sua terra, quindi ispirato dalla bellezza del suo continente ha possibilità di salvezza, può emergere ed allo stesso tempo immergersi eterogeneità del bello, ma un uomo sensibile come un poeta può sentirsi travolto dall’immensità delle problematiche sociali, politiche, storiche del continente in cui vive, quindi restare anni in una condizione di aridità sul piano delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti. I nostri poeti africani sono appunto “conchiglie” scagliate nell’immensità dell’universo della loro vita, si precipitano come uomini pieni di umanità e di coraggio, scrutando la “bellezza” laddove un uomo qualunque vedrebbe solo il deserto più assoluto, il silenzio che sgomenta, che percuote gli stati d’animo più fragili, invece i Nostri poeti hanno la forza di prendere la loro penna e narrare, non solo se stessi, ma anche tutti i protagonisti delle loro storie, i posti dove sono vissuti come sono, senza remore o nascondimenti. Le loro poesie sono inviti alla solidarietà, al vero senso di “umanità”, spesso sono dei veri e propri Inni alle loro terre. Nella raccolta poetica sono stati accostati testi di Nelson Mandela e Senghor, autori che conosce anche il mondo letterario occidentale, questa scelta non é solo stilistica, ma ha un profondo significato, perché essa è la volontà piena ed incondizionata di voler creare una linea tra passato, presente e futuro. La storia dell’Africa come continente non è mai affrontata in modo approfondito nelle scuole europee, spesso si fa solo cenno alla segregazione razziale del Sudafrica, ai ku klux klan, agli anni di prigionia dell’ex Presidente del Sudafrica e alla sua lotta non-violenta per l’ indipendenza, tutti avvenimenti pedagogicamente e fenomenologicamente validi da affrontare, ma andrebbero accompagnati da premesse storiche più approfondite e spesso meno etnocentriche. Sarebbe necessario trattare aspetti legati alle loro culture, ai significati più nascosti e misteriosi delle loro culture, un insegnate dovrebbe partire da concetti antropologici sull’eziologia delle parole “mito”, “tribù”, “rito di iniziazione”, “magia”, “religione” e “dono”. L’antropologo Claude Levì-Strauss in “Tristi Tropici” ha sottolineato due modi del mondo occidentale di rapportarsi alla diversità: l’antropoemia e l’ antropofagia. Nel primo caso la diversità non viene accettata, non viene tollerata, le conseguenze di questo atteggiamento conducono a comportamenti xenofobici. Nel secondo caso, invece, l’altro concepito come diverso verrebbe completamente inghiottito, assorbito cultura altrui senza margine di possibilità di conservare nella quotidianità se stesso, il “Diverso” sarebbe quasi “costretto” inconsciamente ad un cambio di “rotta” rendendo ancora di più “inconsistente” la sua storia di vita in cui nell’oblio vi sono usi, costumi, affetti, sentimenti, riti che non può e non deve dimenticare. Proprio per quest’ ultima ragione i nostri poeti africani nei loro scritti hanno inciso musicalmente i loro versi attraverso varie figure retoriche quali anafore, allitterazioni (figure retoriche legate al suono), ma anche sinestesie (figura retorica che consiste nell’accostamento di oggetti, figure, immagini che si ricollegano a sensi percettivi diversi), non mancano in questa raccolta poetica figure retoriche del significato come metafore, similitudini, iperboli e qualche sineddoche. Per quanto riguarda le figure retoriche che riguardano la metrica il lettore più appassionato di una critica attenta della struttura dei versi può individuare il chiasmo, l’anastrofe e l’iperbato. È forte l’esigenza di questi autori di essere riconosciuti come persone al di là dell’appartenenza culturale e geografica, tanto che nelle loro espressioni ho sempre riscontrato la “Personificazione” non solo come figura retorica, ma come slancio vitale che ci conduce all’infinito.

“Dietro ogni sguardo
un infinito
un nome indefinito
un sogno predefinito
un universo, un’illusione, un infinito”.

Ultima strofa della poesia “Illusione” di Abdel Kader Konate.

Sabrina Santamaria
Foto dal web 

ROBERTO SAVIANO E LA SUA CRITICA DELL’INENARRABILE a cura di SABRINA SANTAMARIA

Roberto Saviano e la sua critica dell’inenarrabile.

“La mafia è una montagna di merda” esclamò il giovane Peppino Impastato negli anni ’70 anche lui stesso come sappiamo fu trucidato dai Boss mafiosi solo per aver avuto il coraggio di affermare la “verità”, la riproduzione cinematografia “I Cento passi” ha scosso moltissimo le nostre coscienze. Quando si parla di “fenomeni mafiosi”, “mafia”, “angherie”, “Camorra”, “Cosa Nostra” non possiamo dimenticarci dei Giudici Falcone e Borsellino. Maria Falcone, sorella del magistrato ammazzato nella strage di Capaci, ha scritto diversi libri per far vivere nell’immaginario collettivo l’immagine del fratello che ha avuto quel tragico destino. Nel 2012 ha scritto con una giornalista, Francesca Barra, uno dei tanti libri di tutto rispetto “Giovanni Falcone un eroe solo” in cui ci racconta la storia di vita del Magistrato dalla giovinezza fino alla tragica morte per dimostrare che ciò che non morirà mai di “Noi” sono le nostre idee, le nostre buone azioni, i nostri ideali. Le nuove generazioni vanno educate alla Legalità, alla civiltà, alla solidarietà, al rispetto di se stessi e degli altri ecco perché altri due grandi autori Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nel 2011 hanno pubblicato una raccolta di lettere di ragazzi di scuola secondaria di primo grado e secondo grado che si intitola “La mafia fa schifo” per sottolineare che i ragazzi non si rassegnano alle prepotenze, alle “angherie” di coloro i quali si sentono più forti, ma in realtà sono deboli. Quando lessi anni fa questo libro lettera dopo lettera mi resi conto di quanto i giovani siano stanchi di vivere in un mondo di omertà, di illegalità, di cattiveria allo stato puro. Ricordiamoci che i giovanissimi sono stati vittima dei fenomeni mafiosi, basti pensare alla vicenda atroce di Graziella Campagna vissuta in provincia di Messina a Saponara ammazzata nel 1985. Saviano, scrittore-giornalista e saggista italiano, ha narrato le vicende “affaristiche” e criminali della camorra nella sua opera “Gomorra” che è stata definita appunto “Un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra e dei luoghi dove questa è nata e vive: la Campania, Napoli, Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Casapesenna, Mondragone e Giuliano”. In “Vieni via con me” lo stesso Saviano critica e mette in luce le inadempienze italiane, le verità agghiaccianti su storie di vita, calamità naturali(come il terremoto in Abruzzo), le incongruenze delle congregazioni religiose cattoliche dei paesini italiani le quali a volte non hanno saputo “puntare i piedi” con i boss mafiosi dei luoghi circonvicini tanto da accettare che fossero fatti i funerali religiosi di mafiosi defunti, proprio questi avvenimenti contorti il Nostro denuncia a gran voce senza remore e senza riserve. Saviano, d’altronde, ha sempre scritto con cognizione di causa denunciando anche un sistema mediatico di “massa” ,appunto, che non fornisce agli italiani le conoscenze, le competenze per comprendere davvero i fenomeni mafiosi, lasciando al buon intendimento del lettore la complicità politica sottaciuta di queste agghiaccianti vicende di cui si è discusso seppur in modo abbozzato in questo articolo. La recente morte del boss Totò Riina è un esempio emblematico degli sproloqui del Nostro Saviano in quanto anche in questo caso vi è stato un forte impatto mediatico: giornali, telegiornali, trasmissioni televisive serali hanno ricordato Riina a mio parere in modo esasperato e inopportuno, hanno ripercorso la sua vita(costellata solo di delitti atroci e crudeli) tappa dopo tappa, sarebbe stato molto più umano e solidale ricordare le sue vittime perché Riina è un capitolo nero, una pagina scritta di rosso(per tutto il sangue che ha sparso) da “ricordare per non dimenticare” per delitti aberranti che ha commesso. Noi italiani dobbiamo concentrarci di più sulle persone che la mafia la combattono e non la assecondano, uno di questi è Roberto Saviano il quale con la sua penna non si stanca mai di rendere “narrabile” ciò che ai molti apparirebbe come “inenarrabile”.
“Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne.” Cit. dal romanzo d’inchiesta “Gomorra” di Roberto Saviano.

Sabrina Santamaria 
Foto dal web