“IL FILO DI LANA” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “Il filo di lana”

La vita è un viaggio nell’immaginario. Un sortilegio spesso senza fortuna. Una tempesta da attraversare di corsa, quando il vento strappa le vesti e sei nuda davanti al destino.
La vita è un dono d’amore. Una carezza stesa al sole, la scatola di un puzzle con tante tesserine da sistemare.
Ti prende per mano e ti sorride nell’ingenuità dell’infanzia o quando la mente resta bambina. È una strega camuffata da fatina per ogni lacrima lasciata cadere in strada. O nel silenzio ovattato di nero di un monolocale.
Si vive con la speranza stirata in cortile, sopra pile di libri che vorrebbero insegnarti ad essere felice. Studi, giochi, lavori dando un senso compiuto al “mestiere di esistere”. Ognuno ne ha uno e alcuni segretamente nascosti. Con aria di sfida, affrontiamo le incognite, gli incidenti di percorso. Da soli o assiepati ad una folla di amici e parenti. L’amore, ci giuda, spesso anche la pazzia. Siamo gentili e cortesi. Spesso irascibili e affannati. Cresciamo ricercando la felicità, i dolci piaceri dell’amore, la ricchezza economica e intellettuale. Possediamo case dove mai abiteremo. Tuguri della fame e della pestilenza, dove esordisci già vecchio, pronto alla morte con le pupille pervase da una luce immensa e il ventre deformato dalla carenza di cibo e acqua.
Viviamo diventando grandi, grandi di età. Portiamo in testa, arroganza, spavalderia, voglia di fare. Il lussureggiare dei sensi arriva spogliandoti di vergogna e castità. Questo amore, assurdo e sconvolgente, ti fa conoscere i piaceri della carne, la sensualità di due corpi frementi, il desiderio assurdo dell’Eternità. Tu e l’altro a passeggiare il Mondo, a inventare filastrocche e canzoni, a gustare la meraviglia del tempo, per chi di tempo ne ha da sprecare.
Sogni imbastiti con il cuore. Sentimenti da copiare e disfare. “Nulla si crea, nulla si distrugge!” Il cammino procede e si interseca a variegate figure di giovani, bambini, anziani.
Crediamo di non essere più soli di quando siamo nati. Gli anni travalicano i pensieri, i desideri, la malinconia. La senilità è un traguardo per chi crede che porterà a Dio. Quello che è certo che da lì inizia la fine inesorabilmente. Attimo dopo attimo, collezionando: dolori, rimpianti, vuoti di memoria, rughe e inganni. Ingobbiti come alberi senza radici. Fragili e indifesi come bimbi appena nati. Malinconici, perversi e rabbiosi nel rimpiangere il passato.
E non ci resta che cantare, appesi ad un sottile filo di lana.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

Foto Pixabay

Advertisements

MARIA ROSA ONETO E LA SUA NUOVA RUBRICA “PENSIERI E GIOCHI DI PAROLE”

Carissimi Lettori!

Con grande gioia vorrei dare il mio benvenuto alla nuova collaboratrice del blog “Verso”: MARIA ROSA ONETO poetessa, scrittrice e giornalista freelance. Con la pubblicazione di oggi inauguriamo la Sua nuova rubrica personalizzata intitolata “PENSIERI E GIOCHI DI PAROLE”, dedicata ai racconti, alle riflessioni, agli articoli vari tra la narrativa, la poesia e il giornalismo. Auguro buon lavoro alla nostra Cara Maria Rosa e tante profonde emozioni a tutti i Lettori del sito.

Izabella Teresa Kostka

● NOTA BIOGRAFICA DI MARIA ROSA ONETO

Maria Rosa Oneto, nasce a Rapallo (GE). L’amore per la scrittura e la Poesia si manifestano prestissimo nella Sua vita.
L’ambiente in cui cresce, dove il mare e la bellezza del paesaggio tolgono il respiro, le fanno superare i momenti di solitudine e smarrimento.
Disabile sin dalla nascita, ottenuto il Diploma Magistrale, continua per diletto gli studi. Ottiene numerosi Premi e Riconoscimenti in vari Concorsi Letterari. Pubblica personali Sillogi e Antologie poetiche con altri Autori.

Per “Pensieri e Giochi di Parole.”

ATTENDO

Son qui, in questo giacimento di cuore, che regala sofferenza e pensieri tardivi. Respiro l’aria che vagandomi attorno, raccoglie: ruscelli, canti di bimbi, cinguettii di uccelli a primavera.
Ammiro la vastità del cielo, quello scorrimento di nubi, simile alla transumanza.
Vado oltre, al di sopra del nulla, dove i sogni cercano rifugio.
Lo spazio si amplia, diventa Mondo del Divino e dell’Eterno.
Mi lascio incantare da quell’azzurro fluido che i tormenti dilata; ricuce le speranze, frantumando il tempo dell’oggi e della lontananza.
Anime dissolte nel vento. Corpi inceneriti senza più sostanza.
Voci scomparse all’improvviso. Abbracci che si sono persi dopo essersi trasformati in alberi secchi.
Anche le foglie sono cadute, nel tremolio del rimpianto.
Soli a guardare la vita, che odora ancora di latte e marmellata. Tracce di un rosso vivo su labbra silenziose. Mani da lavoro con i calli della fatica e una giostra di parole in fuga.
Sono morta e risorta dall’alba al tramonto, veleggiando sulle sponde di un mare sconfinato che riprende le onde.
Nel riflesso che trafigge lo sguardo, ho impugnato la penna come una lama acuminata.
Ho versato parole di sangue su un foglio nudo che la fame aveva macchiato. Ancora abbraccio me stessa come fossi una bambola di pezza negli scarti in soffitta.
Attendo la sera, raccontando fiabe davanti allo specchio.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

IL BOATO RUGGENTE DELL’ARTE: QUANDO GLI ARTISTI SI INORRIDISCONO a cura di SABRINA SANTAMARIA

Il Boato ruggente dell’arte: quando gli artisti si inorridiscono.

“Siate sempre capaci di sentire nel profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo” cit. di Ernesto Che Guevara

Un grande rivoluzionario come Ernesto Che Guevara affermò: “Vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere”. Vero pacifista, libertario tanto da morire in nome della libertà come i giovani della rivoluzione sessantottina che ripudiavano la guerra e la violenza i quali molti di loro furono pure arrestati. Ultimamente hanno denunciato le stesse problematiche due cantautori Ermal Meta e Fabrizio Moro con il testo musicale “Non mi avete fatto niente” che è un innovativo esempio di una denuncia nell’ambito della musica. Fabrizio Moro ed Ermal Meta decidono di creare a quattro mani un pezzo musicale che possa rimanere inciso nella storia di tutti i migliori cantautori dei tempi. A mio parere uno degli obiettivi dei Nostri è stato quello di dare origine ad un testo che possa scuotere nel profondo l’immaginario collettivo con lo scopo di far riflettere l’opinione pubblica su alcune problematiche di respiro mondiale: la guerra, il terrorismo, in generale se vogliamo la distruzione ingiustificata della violenza. Questo testo è risultato vincitore al Festival di Sanremo, primo posto a mio giudizio, sudato e meritato, non solo per il messaggio veicolato, ma anche per le scelte stilistiche adoperate; il testo di questa canzone mi riconduce mentalmente ad una poesia cantata. Ascoltando con dedizione e con accuratezza possiamo rintracciare figure retoriche come metafore, ossimori, iperboli (“Galassie di persone”). È come se i Nostri dicessero in modo chiaro ed esplicito: “La guerra non è mai un atto legittimo ed ogni modo non può essere mai giustificata. Il terrorismo nemmeno! Non si può ammazzare in nome di un dio, di una religione, di un’idea, è eticamente inaccettabile ed impensabile per un uditorio “sano” moralmente concepire di portare la pace nel mondo con una bomba o con una guerra”. Lo stesso discorso vale per il nostro paese, l’Italia, che manda i suoi soldati per fare le “missioni di pace” ed usano le armi da fuoco, un controsenso! Questa canzone mi ha riportata ai “Corsi e ricorsi storici” vichiani. La storia secondo Vico procede per cicli che si susseguono in un modo sempre uguale ripetendosi in tre cicli: età degli dei, età degli eroi ed età degli uomini. Oggi quale epoca stiamo attraversando? Qualche storico contemporaneo riuscirà a darci una chiave di lettura? E anche se uno studioso avanzasse ipotesi azzardate a proposito cosa potrebbe descriverci? E con quali coordinate storiche? Spesso gli intellettuali del nostro tempo, vedi la Turkle, ci forniscono un’interpretazione che è molto debitrice della posizione rousseauiana cioè: “Progresso-regresso”. Il progresso non ha portato più al benessere della società, il benessere lo ha portato agli albori della tecnologia, adesso la saturazione tecnologica per certi versi ha spaccato il mondo sociale creando: una società a microcosmo che diventa ipertrofica ed opulenta sempre più volubile e concentrata sul predominio dell’avere sull’essere come Erich Fromm ci suggerisce nella sua opera “Avere o essere?” mentre d’altro canto una società a macrocosmo dilaniata dalla miseria più assoluta. Tornando al nostro argomento iniziale pensiamo facilmente che in tutte le epoche ci sono state le ingiustizie e queste sono state denunciate attraverso le arti: musica, pittura, scultura, cinema, teatro e letteratura. Il video di “Non mi avete fatto niente” ha scosso la nostra mente, la nostra coscienza . Fra l’altro se dovessi fare un termine di paragone con un’opera d’arte mi piacerebbe creare un parallelismo con “Guernica” di Pablo Picasso. Sono due forme d’arte completamente diverse perché coinvolgono sensi percettivi completamente eterogenei, una il campo uditivo, l’altra visiva. Al di là di possibili analogie e differenze esse vivono come espressioni d’arte talmente espressive che sono avulse dai loro stessi creatori. Hanno lo stesso obiettivo: denunciare a gran voce gli obbrobri della violenza. La violenza non può essere accettata o considerata come fatto ovvio o normale. Picasso col suo pennello ci narra la triste vicenda della città Guernica colpita dalla guerra civile tra i monarchici guidati dal generale Francisco Franco e i repubblicani, il 26 Aprile del 1937 la città fu rasa al suolo. Lo spazio rappresentato è interno distrutto dal bombardamento. I dettagli sui quali i critici hanno gettato la loro attenzione sono: una figura di donna che sta cercando una candela , un toro, un cavallo grido di una madre che stringe il suo bambino, una donna che corre verso sinistra, un soldato a terra caduto in battaglia tra le mani ha un piccolo fiore segno della pace e della speranza . La lampada rappresenta il lume della ragione che secondo la riflessione del pittore cubista gli uomini contemporanei hanno perso. Proprio alla ragione umana Ermal Meta e Fabrizio Moro si rifanno e si richiamano. La ragione è il lume che l’uomo contemporaneo ha perso, altro che più evoluto! Anche il video della canzone menzionata mostra famiglie e bambini distrutte dalla violenza. “Guernica” rappresenta il grido di dolore universale di tutta l’umanità che nel novecento è stata sconvolta dalle guerre, infatti c’è da riflettere anche sulla scelta del colore, che è quasi un monocromo dalla tonalità grigia. Si rifà molto alle opere medievali perché presenta uno schema triangolare. Sia Picasso, sia i nostri cantautori mi hanno fatto pensare ad un poeta Quasimodo con la sua opera “Uomo del mio tempo”. Individuiamo un carattere fondamentale: “ Il boato ruggente di un grido contro ogni forma di violenza!”
“Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo (…). T’ho visto eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore , senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro la prima volta.” Cit. “Uomo del mio tempo” di Salvatore Quasimodo.

Sabrina Santamaria

Foto dal web Pixabay

LA POESIA IRONICA VA DI FESA… DI TACCHINO! – a cura di Roberto Marzano 

LA POESIA IRONICA VA DI FESA… DI TACCHINO!

Talvolta, i poeti ironici e/o divertenti sono relegati – da taluni presunti tali colti sul fatto a storcere il nasino all’accenno di un sorriso o un battimani da parte di un pubblico complice del misfatto – a poeti di serie B. Quasi che l’essere ironici fosse solo una posa di convenienza, e non un semplice aspetto di animi poetici differenti che, anzi, proprio a causa di ciò si complicano non poco la vita. E’ risaputo e ripetuto da secoli quanto sia molto più difficile far ridere che, invece, far piangere… farlo in versi lo è sicuramente di più. Per cui sarebbe oltremodo giusto dare ulteriore rispetto a chi sceglie i sentieri più impervi! Altro che poesia minore o di serie B.

Poesia e ironia. A prescindere che le due parole incontrandosi in una rima baciata che più baciata non si può, sono di per sé un fatto già abbastanza ironico, al punto che il discorso potrebbe chiudersi qui: punto. Ciò sarebbe di sicuro irriverente, forse poco poetico, ma indubbiamente beffardo, perché ironia è anche sorpresa e lo spiazzamento un ingrediente basilare per condurre l’incauto lettore in meandri imprevisti, quasi metafisici, dove ci si fa allegramente un baffo di stereotipi e luoghi comuni. 

E allora, una melanzana trova voce per dichiarare il proprio amore al cuoco che la riduce in cubetti, gli ubriachi sono ascoltati come guru dispensatori di saggezze, le capre decidono di testa loro se stare sopra o sotto la panca, senza paura di crepare e i tacchini formano un’estemporanea sezione fiati d’incommensurabile bravura. Si gioca, si cazzeggia, destreggiandosi disinvolti tra le regole implacabili dettate da non si sa chi… anzi proprio questi dogmi e il gusto perverso di infrangerli rendono il tutto ancora più intrigante. Versi come archibugi carichi a teste di carciofo pungenti e sottili, per dissacrare perbenismi e consuetudini, frantumare le ragnatele di schiavitù a conformismi triti e avvilenti e, non ultimo, bombardare l’arroganza del potere e i suoi orrori quotidiani. Insomma, se nelle poesie devono esserci  per forza gabbiani, tramonti, fringuelletti, luna e lacrime, che almeno se ne trovi uno spunto originale e autentico, che non dia l’impressione di aver già letto la cosa da qualche parte, cosa che non ci stupirebbe affatto. E, soprattutto, ironici e taglienti bisogna esserlo per davvero anche nella vita, e non depredare atteggiamenti o pose già prese, altrimenti il gioco si fa debole, e i dotti critici coi denti affilati che affollano blog e riviste letterarie lo smaschererebbero piuttosto facilmente. Fare a pezzi le regole (che bisogna conoscere!) per trasformarle in uno spasso che avvince il poeta quanto il lettore. 

Anni addietro visitai lo studio di un pittore il quale, sebbene la sue opere fossero in quel momento alquanto astratte e fuori dagli schemi, ci tenne molto a mostrarmi i suoi studi giovanili di anatomia. Come avesse voluto dire: ” Frantumo, contorco, gioco con le forme e la materia ma, all’occorrenza, sono in grado di fare le cose come vanno fatte”. Mi trovo molto d’accordo con il vecchio pittore. E penso addirittura che un rockettaro debba assolutamente saper suonare una beguine o un jazzista rockeggiare allegramente, perché l’Arte presume padronanza dei mezzi espressivi senza preclusione alcuna.

Ora, l’ironia è sì una “freccia aguzza che trafigge le banalità e genera stupore” ma, importante, per non ridurla a semplice sberleffo teso a sbalordire a tutti i costi, aldilà dei contenuti occorre che sia anche “bellezza”, “ritmo” e “suono”. Deve, io credo, – oltre ad attingere liberamente a metafore, ossimori, sinestesie, calembour e paradossi, in endecasillabi come settenari o versi liberi – essere frutto maturo di visioni e fantasie, di un saper abbandonarsi a immagini inconsce e oniriche, accarezzando così i cuoricini palpitanti di affamati fruitori di versi, generando bocche spalancate al sorriso, in un sottofondo d’irrequieta dolcezza… altrimenti gli eruditi poetoni di cui all’inizio si troverebbero ad aver ragione… e non ne saremmo per niente contenti!

Roberto Marzano


BIO – BIBLIOGRAFIA dell’autore:


ROBERTO MARZANO, Genova 7 marzo 1959, poeta e narratore “senza cravatta”, chitarrista, cantautore naif e bidello giulivo. 

Barcollando tra sentimento e visioni, verseggia di vagabondi e di prostitute, di amori folli, di ubriachi e dei quartieri ultrapopolari dov’è vissuto. Meditabondo, si arrabatta tra città arrugginite, bar chiusi, televisori diabolici, supermercati metafisici, operai, nottambuli… e oggetti inanimati ai quali dà viva voce. Una poetare pregno di originalità e dell’ironia pungente che lo ha  già contraddistinto nel campo della canzone d’autore. Come musicista (Roberto Marzano & gli “Ugolotti” e “Small Fair Band”) si è esibito in centinaia di concerti. Molto applaudite le sue performance poetiche: variopinti quadretti dove versi e gag vanno a incastrarsi nelle corde della chitarra, in un divertente e originale collage di endecasillabi, sberleffi e canzoni scoppiettanti che suscitano, volutamente, sorpresa e ilarità. Notevoli successi ottenuti a Roma, Torino, Milano, Napoli, Bari, Trieste, Modena, Crema, Sanremo, Savona e nella sua Genova… Sue poesie sono state tradotte in spagnolo da Carlos Vitale e in tedesco da Günter Melle.
Ha pubblicato: “Extracomunicante. Dov’è finita la poesia?”- De Ferrari (2012); “Senza Orto né Porto”- Edizioni di Cantarena – QP (2013);  “Senza Orto né Porto”- Bel-Ami Edizioni (2013); L’Ultimo Tortellino… e altre storie” (racconti) – Matisklo Edizioni (2013); “Dialoghi Scaleni” – Matisklo Edizioni (2014); “Come un Pandoro a Ferragosto” (romanzo) – Rogas Edizioni (2015); M’illumino di mensole” – Matisklo Edizioni (2016).