“Tempi così e sincronie in volo” di Loredana Borghetto (recensione di Federico Guastella)

Fonte originale: Sololibri.net 18/05/20

“Tempi così e sincronie in volo” di Loredana Borghetto (recensione di Federico Guastella)

La notte oscura del “nostro medioevo” genera un grande disagio e, nel contempo, un orizzonte di aperture più o meno ampio. Mi riferisco con questo pensiero alla poesia di Loredana Borghetto, bellunese e già insegnante di lettere, la cui silloge “Tempi così e sincronie in volo” (Libera editrice Urso, 2020), in due sezioni, si snoda lungo il tracciato del negativo alienante dove l’essere umano si sente ormai bene in compagnia d’una “stretta” assuefazione.
I suoi versi, generalmente brevi e melodici, dai lessemi vigorosi e inusuali e mai monotoni o uguali, fanno anima e con un linguaggio inesauribile puntano lo sguardo sul malessere della società globalizzata. La parola esce fuori dal presente “spento” in uno scenario apocalittico, incrostato di dolore, da orridi incavi danteschi, da abissi labirintici che sono la vita in cui brancoliamo alla ricerca di un senso, di una via di fuga.
Si odono in ogni componimento voci atroci che sensorialmente si sedimentano in ogni fibra dell’io poetico, dal momento che ogni verso è vissuto e sofferto. Nell’ulissiade viaggio sono i mostri quotidiani, identificati nelle mode consumistiche e omologanti, di vacui beni, da indurre alla resa. Fantasmi che dominano per la competizione e sopraffazione che vorrebbero far cadere nel vuoto il discorso poetico.
Nel componimento Vite, pensieri e gesti si svolgono in un centro commerciale popolato dall’anomia di travestiti in contrasto alla genuinità del sentire:

“Vite preconfezionate / in vendita a prezzi stracciati / vite bulimiche impigliate / tra desideri da supermercato / vite dai pensieri corti come uno spot / svuotate in carrelli pieni di disincanto / vite che sfilano con una faccia / indossata per recitare una parte”.

Vi è uno svolgersi di fotogrammi inquietanti che provocano riflessioni sul fondamento stesso dell’esistenza: quella che si vorrebbe ritrovare insieme alla fiducia nell’altro e quindi, in ultima analisi, alla fiducia in sé stessi. Ha ragione Jung quando dice che la vita esige sempre d’essere riconquistata da capo. È dal buio delle incertezze che procede un cercare con profonda umiltà l’istante della chiarezza. Difatti, nel dialogo con sé o l’altro da sé (il “tu” / “noi” implicito o esplicito), Loredana Borghetto, rifuggendo dalla retorica, si rimette in gioco con il bisogno di scrutare “l’architettura sacra del cielo” e cogliere in una distensione dell’animo possibilità di vita.
Ecco, allora, un filo di speranza:

“Abbiamo perso l’ingenuità (forse) / ma il nostro sguardo / cerca ancora sempre / profumo di musica”.

L’inventività sta nel voler vedere un mondo nuovo con la consapevolezza che la guarigione è data dalla bellezza. Ciò significa che la poesia è visionaria; si distacca in modo vigile dalla realtà che angoscia e svela la dimensione salvifica e profetica della parola.
I dati opachi, brucianti e assurdi vengono allora illuminati da una luce trasparente che fuga le insidie:

“l’occhio s’aggrappa a un campanile / lontano aspettando un suono / che sia rivincita su arroganti fragori, / insegue un lembo di cielo che restituisca / anche una sola stella o una fascia di terra / dove ascoltare un canto ancora / in questa babele senza armonia”.

La realtà che delude non sacrifica la passione per la vita; per ogni fine c’è sempre un nuovo inizio vogliono dire i suoi versi; il negativo non si conclude in sé, ma si apre alla rivelazione d’una verità che possa essere. Là dove c’è un faccia a faccia col male, la paura alchemicamente si muta in saggezza che tende a costruire armoniose allegorie ‘in volo’.
L’appello lanciato col ritmo dell’anafora rivela la liberazione dall’assenza:

“Noi che volevamo portare il cielo in terra / noi che ci eravamo eretti a profeti / di una rinnovata umanità / noi che volevamo smuovere / dio dalla sua assenza / lasciamo falsi idoli / e mondi irrespirabili”.

Versi poco consueti, di questi tempi, versi con l’anima. Non riuscendo a sentirsi bene, anela a un cambio di prospettiva nella storia del mondo ed è allora che acquistano più rilievo i timidi e discreti momenti di idilli deliricizzati: il filo d’erba che sottovoce racconta storie di libertà, una goccia di pioggia danzante nell’aria, la lentezza del ruminare parole e pensieri, ali di libertà azzurra, la riscrittura del rapporto amoroso “oltre le ossessioni / di ogni tassonomia”.

Sono alternative possibili all’orrore e alla morte e che svelano di fra le nebbie e nubi ‘l’isola dei Feaci’, dove il sentimento è fondamentale (Verso l’isola dei Feaci chiude la prima sezione). La poesia di Loredana Borghetto, che costa un altissimo prezzo e porta lo stigma della fragilità, ricca e sicura si apre a tempi lunghi e lenti, profumati da teneri freschi germogli. I segni d’una strada trovata mescolati a quelli della crisi del post-moderno si possono più agevolmente riconoscere leggendo la seconda parte della raccolta.
La verità redentrice racchiude felicissimi attimi, sintagmi brevi nella grammatica del paesaggio rinnovato, fervide sensazioni se ci si lascia trascinare dalla corrente vitale:

“Quando ti accade di vivere / sei acqua senz’argini / farfalla posata sull’allegria di begonie / pesca carica di mille sapori / quando ti accade di vivere / non senti odore d’autunno / e anche nell’ombra scorgi / avventure nuove da correre”.

Una dolorosa speranza, colta tra gli allarmi e i sistemi d’una contemporanea odissea, si fa in fondo tensione comunicativa: l’autrice interroga la realtà e fissa l’ora di “favolose congetture” verso “altre delizie” del “qui” irrisolvibile nell’evasione che evita ostacoli e responsabilità. Dalla nera ombra del dolore si giunge così alla possibile ricostruzione del “piccolo mondo imperfetto”. La lirica Non chiuderti evoca un atto di liberazione dagli artifici della socialità e richiama a una conquista di spazi aperti che si dilatano nel pieno dell’universo interiore per irresistibile richiamo di salvezza. Come l’uomo dovrebbe essere, sottratto alle obbligazioni del banale. Là dove c’è più spazio c’è poesia in possibili mappe d’uscita dove ci si inoltra per riconoscere la differenza tra due opzioni: lo stilema dell’essenza e quello d’uno sterile vagabondaggio.

“Ogni buio ha un cuore di luce / e ogni luce ha un cuore di buio / non chiuderti dentro i confini / di una pagina o di un link / tu sei un libro intero / sei l’intero mondo”.

Federico Guastella

L’inno ai miti partenopei: “Suoni del Sud-La musica tra i vicoli di Napoli” di Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti (a cura di Sabrina Santamaria)

L’inno ai miti partenopei: “Suoni del Sud-La musica tra i vicoli di Napoli” di Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti
(a cura di Sabrina Santamaria)L’amore per la musica ha sempre accomunato tantissime generazioni; spesso, può capitare che i giovani si appassionino a generi di musica di altri tempi, infatti alcuni cantanti, per via della qualità del loro stile e per i contenuti delle loro canzoni, sono riusciti a rimanere nella cresta dell’onda, ne possiamo citare alcuni come Zucchero, Celentano, Morandi, fra quelli scomparsi anche De André è un mito che attira molte leve giovanili. Il romanzo “I suoni del Sud- La musica tra i vicoli di Napoli” Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti è un inno alla musica, all’arte, anche all’amicizia. È una prosa che racconta le esperienze di un direttore artistico che rende tributo e merito alla musica napoletana degli anni ’70, ’80, ’90 e del decennio che stiamo ancora vivendo. Peppe Ponti, grazie la sua umiltà, la sua genuinità ha saputo scalare tantissime vette giungendo piano piano al successo; ha collaborato con tantissimi artisti validi come Murolo, Mia Martini, Zurzolo, Gragnaniello e tantissimi altri cantanti che hanno fatto la storia della musica partenopea. Lo stile del romanzo è molto leggero, scorrevole e rilassante, coinvolge il lettore nelle avventure di Peppe Ponti anche perché tre le pagine di questo entusiasmante romanzo trasuda la passione con la quale gli autori, in particolare la voce narrante Peppe Ponti, hanno narrato queste grandi esperienze. Il primo capitolo inizia con le vicende autobiografiche del protagonista, la storia familiare e le sue condizioni sociali molto modeste poi col proseguire dei capitoli l’andamento narrativo diventa più ritmico come la voce narrante stesse suonando uno strumento, tanto è vero che prima l’atmosfera è incantata, trasognata e nostalgica di vecchi tempi andati, man mano il ritmo narrativo diviene più veloce, quasi a suggerire l’idea del movimento ai lettori; credo che questa sia una scelta consapevole dei nostri autori per accordare la narrazione, gli stili musicali dei vari decenni e la vita stessa del direttore artistico che si evolve divenendo più frenetica fra i vari impegni che aumentano e progrediscono grazie all’arte musicale. Sicuramente il Sud Italia è immaginato da tutti come un luogo magico, surreale e sublime, caratterizzato da paesaggi di mare suggestivi, insomma una nicchia di mondo che conduce alle porte dei sogni. La musica dei cantanti del Sud Italia ha proprio queste caratteristiche, coloro i quali ascoltano volano fra i meandri dell’infinito ed entrano in una dimensione intima, pura e onirica. Nel romanzo vi sono, fra l’altro, degli spunti comici e divertenti ad esempio quando alcuni fans o i vigili urbani hanno creduto che Peppe Ponti fosse il cantante Tony Esposito oppure la paura di Mia Martini di affrontare i suoi viaggi con qualcuno che potesse essere definito “inaffidabile”, uno degli obiettivi del romanzo è quello di mettere in luce l’umanità e la simpatia di molti artisti al di là del loro talento. Peppe Ponti è stato capace di mediare con tutti gli artisti che si sono messi innanzi il suo cammino, ottenendo traguardi strepitosi come la collaborazione con Rai Trade di Dino Piretti oppure il lavoro impegnativo e soddisfacente della direzione dell’Orchestra italiana; le esperienze di questo direttore artistico non sono narrate con vanto o con vanagloria, non si intravede alcun velo di superbia o finta modestia fra le pagine di questo libro. Gli autori hanno voluto commemorare il ricordo di alcuni artisti, molti fra i quali sono scomparsi. “Suoni del Sud” potrebbe essere un monito a non dimenticare i “grandi” che ci hanno lasciato un segno nella storia, quindi questo romanzo è una narrazione autobiografica che ricalca le orme dei grandi artisti che ci hanno regalato delle emozioni e che sono stati un mito in quanto Peppe Ponti si posiziona sempre un passo indietro rispetto ai cantanti napoletani dei quali egli descrive il loro talento musicale e la loro indole che, in molti casi, riesce a trovare un’armonia con l’animo nobile del direttore artistico. La spontaneità, si lega ai non artefatti ritmi e ai suoni del Sud, è un’altra linea guida fondamentale che alberga in alcune espressioni, spesso gergali e dialettali, la voce narrante non ha un lessico colto e nemmeno troppo elevato; il lessico è colloquiale come se chi narra stesse raccontando la sua storia vis-à-vis e non mediante un canale cartaceo che potrebbe leggere chiunque. Gli autori hanno deciso di percorrere un entourage di elevata importanza, si sono impegnati per portare avanti la mémoire di canzoni che rappresenteranno sempre un mito per noi tutti, basti pensare a “Cu’ mme” di Roberto Murolo e Mia Martina, un capolavoro apprezzato da tutte le generazioni. Gli uomini senza arte di pregio rischiano di dimenticare il senso più intimo e vero della bellezza, è il nostro compito tenere viva la memoria di grandi artisti, sia in ambito musicale, sia in ambito letterario, artistico, teatrale e cinematografico. Ogni tipo di arte migliora l’uomo, lo nobilita e lo eleva alle essenze spirituali dell’uomo, l’eccessiva reificazione mortifica la nostra esistenza a un’oggettivazione troppo rude e fine a se stessa dunque alla luce di queste riflessioni apprezziamo e comprendiamo lo sforzo immane dei nostri autori che in “Suoni del Sud” hanno voluto infondere un testamento d’onore alla musica del Sud e ai suoi artisti che l’hanno rappresentata quindi quest’ultimi sono un’eredità per i nostri giovani e per i posteri affinché non si prosciughi questa acqua nei serbatoi della nostra creatività e fantasia, soprattutto il Sud ha avuto e avrà molti talenti, noi dobbiamo saperli valorizzare e su questa lunghezza d’onda Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti agiscono perché credono negli ideali della loro passione: la musica.

Sabrina Santamaria

L’inobliata “Storia d’amore” di Bruno Mohorovich (a cura di Sabrina Santamaria)

Bruno Mohorovich

L’inobliata “Storia d’amore” di Bruno Mohorovich (a cura di Sabrina Santamaria)

“Gli amori ritornano. Sono un lampo che lacera la quiete, il tuono stordente che scuote l’animo, l’imponderabile che svela l’incompiuto” cit. tratta dal prologo “D’IMPROVVISO…PER QUANTO TEMPO” di Bruno Mohorovich.

Mistificare un gioco di ritmi e suoni accordando termini cadenzati all’unisono non è una qualità che si può scorgere in qualsiasi persona così come scavare profondamente nei propri sentimenti per poi scoprire di conoscere se stessi meno di quanto in realtà si potesse immaginare questi, sopracitati, sono due dei tanti obiettivi della letteratura che io definirei terapeutici. Tra i racconti in versi di uno scrittore che decide di immortalare i propri momenti per firmarli in anteprima ci accorgiamo, spesso, che noi, tutti compresi, ci ritroviamo in quei vissuti che sono stati coraggiosamente messi a nudo, soprattutto nel momento in cui la missiva principale è l’amore. Questo sentimento, tanto decantato dai poeti diviene tema e soggetto privilegiato ancora nella nostra contemporaneità. Quali tinte assume l’amore nella società odierna? Possiamo noi riassumere l’amore solo in un mero fluttuarsi di emozioni e sensazioni? Sfiora questi interrogativi la storia in versi di Bruno Mohorovich; autore dalle doti espressive spiccate, il quale prende coscienza del significato connotativo dell’amore, al di là di una mera descrizione denotativa. “Storia d’amore – una fantasia” rientra nel genere poetico in quanto la fantasia amorosa di Bruno Mohorovich è raccontata attraverso dei versi che sono in stile libero, anche se non mancano nei testi mohorovichiani dei preziosissimi sintattici inoltre un altro aspetto predominante dell’opera è quella di essere imbevuta di innumerevoli figure retoriche del suono e del significato, infatti sono disseminate nel testo le allitterazioni, le anafore, l’iperbato, l’anastrofe, la sinestesia e alcune metafore e similitudini, al di sopra di tutto la figura retorica per eccellenza è la personificazione dell’amore stesso in sé e per sé, protagonista non è la donna amata, ma il sentimento verso colei alla quale le nobili avance sono rivolte. Qualche struttura figura retorica della metrica non manca come l’enjambement. Cattura l’attenzione del lettore il fil rouge amoroso che incanta chiunque si accosta a questo stile ossimorico perché sebbene siano dei versi a svelare l’arcano della donna amata possiamo anche riscontrare un andamento prosastico che inebria questa raccolta poetica fornendole un carattere di originalità letteraria in quanto le poesie non sono pensieri e stati d’animo scissi fra loro, ma l’ambient narrativo segue una trama precisa e uno svolgimento infatti “Storia d’amore – una fantasia” è un’opera suddivisa in tre parti: Inizio, Insieme e Fine. L’amore, però, in questo caso comporta uno struggimento tutto interiore, il pathos, che porta a far germogliare nuove consapevolezze, si consuma nelle proiezioni personali del poeta, la trama è un’avventura vissuta nell’inconscio tormentato; in questo caso, tuttavia, l’amore non è pulsione di morte, non coincide col thanatos freudiano, in cui amore e morte sono le facce della stessa medaglia, nel caso del nostro Bruno Mohorovich questo sentimento si affranca dall’impulso distruttivo, ma diventa linfa vitale, sorgente dalla quale scaturiscono le sensazioni più nobili. In guisa di questa chiave interpretativa l’amore, anche quando non è corrisposto, è la fonte più ricca degli impulsi che conducono ogni uomo a rigenerarsi. Nella visione del nostro autore “amare” è un atto incondizionato e libero, al soggetto amoroso non possono essere imposte catene o costrizioni di sorta. Questa narrazione amorosa in versi ci dimostra che il sentimento non si spegne, ma rimane indelebile, infatti esso non si sfalda, non si consuma, non si frantuma, non si disfa, non si scioglie, non si rompe mai del tutto, ecco perché certi amori rimangono dentro la memoria di ognuno di noi, alcuni ricordi restano immortalati, fissi e non sfumano mai. L’oblio, quindi, in sé e per sé non esisterebbe? Gli psicologi insieme ai filosofi hanno cercato di dimostrare la totale assenza di ricordo però la questione è complessa e non si è giunti a una conclusione univoca tanto è vero che l’oblio assume diverse forme: l’oblio di cancellazione, l’oblio delle tracce, l’oblio amnesico, tuttavia in nessun caso andiamo incontro a una totale e completa assenza di ricordo perché alcuni neuroni conservano frammenti di memoria così come asserisce l’autore: “Per quanto amiamo chi abbiamo scelto con cui vivere, comunque i nostri amori, che hanno avuto un finale, non avranno mai veramente una fine”. Al di là di questa breve digressione molto cara alle scienze cognitive tornando al nostro soggetto privilegiato cioè l’autore e la sua narrazione in versi ciò che spicca particolarmente è la sua preparazione letteraria e sociologica di ampio respiro tanto da mettere insieme abilmente il romance e la tematica dei ricordi, della memoria e dell’oblio che ultimamente ha aperto accesi dibattiti fra gli studiosi amalgamando con arguta aspirazione letteraria lo spleen con lo slancio vitale bergsoniano e l’accettazione di vivere nascosto attraverso la pace dei sensi che si avvicina alla scuola di Epicuro e agli insegnamenti stoici.

Sabrina Santamaria

SEZIONE POLACCA: RECENZJA ZBIORU WIERSZY p.t. “ZEGAR MELODII” MONIKI KNAPCZYK (autor: Izabella Teresa Kostka)

RECENZJA ZBIORU WIERSZY p.t. “ZEGAR MELODII” MONIKI KNAPCZYK (autor: Izabella Teresa Kostka)

Pisanie recenzji do tomiku poetyckiego nie należy do łatwych zadań, gdyż jak można oceniać uczucia? Właśnie wiersze, w przeciwieństwie do opowiadań, odzwierciedlają najskrytsze refleksje i odkrywają najgłębsze zakamarki ludzkiej wrażliwości, są jak spowiedź w konfesjonale, przy którym stajemy bezbronni i duchowo “nadzy”.

“Zegar melodii” pióra Moniki Knapczyk wydany został w 2018 roku przez założone przez nią wydawnictwo “Inspiracje” i dedykowany jest dwojgu dzieciom autorki. Nie spodziewajcie się jednak, mimo tej dość tradycyjnej dedykacji, tomiku wierszy przeznaczonych dla młodego pokolenia. To tylko pozory! Monika Knapczyk zabiera czytelnika w poetycką podróż zwaną “Życiem”, w którym to jak w kalejdoskopie przeplatają się godziny szczęścia, momenty rozgoryczenia, chwile zwątpienia i refleksji nad ludzką egzystencją, poranki matczynej miłości i noce ukrywanych często obaw. “Zegar melodii” zaskakuje różnorodnością tematyki i emocji, mimo przewagi poezji utrzymanych w klasycznej i rymowanej stylistyce, pojawiają się również wiersze białe, które osobiście uważam za najbardziej interesujące i godne uwagi, gdyż uzewnętrzniają lepiej życiową mądrość i spostrzeżenia autorki.
Zagłębiając się w lekturze tekstów przemierzamy sielankowy i bardzo łagodny wstęp będący w pewnym sensie odą do piękna natury ( “Miałam dziś sen”, “Pieśń poranka”), wraz z wierszami “Przed zachodem” i “Rzeki, które nie płyną” przywołani zostajemy do refleksji nad ludzkim “trwaniem” i przemijaniem, doznajemy gwałtownego przebudzenia czytając pełne żarliwości, gwałtowności i skargi strofy w zaskakującym swym przekazem “A tym, którzy błagają o litość”:

A tym, którzy błagają o litość
Kopniak w twarz
Niech nie żebrzą
Psy przeklęte

… A tym, którzy czekają na świt
Noc wieczna
Słońce ich nie obroni
Świat jest nasz

… A tym, którzy proszą zmiłowania
Męka wiecznego strachu
Tym jest piekło
Więc wyślijmy ich do wszystkich diabłów

… A tym, którzy utracili nadzieję
Wzgarda
Byliście moimi przyjaciółmi
Czeluść was pochłonie, druhowie

… A tym, którzy piszą takie wiersze
Męka wiecznego niespełnienia
Tym jest piekło
Tym jest piekło poetów


Wstrząsający i niespodziewany wiersz, nawiązujący wydźwiękiem i swą siłą werbalną do egzystencjalizmu i “poetów przeklętych”. Bezpośredni i nieupstrzony pustymi retorycznymi ozdobnikami język, który wyprowadza czytelnika z raczej “sielankowatego” i pastelowego początku książki, zapowiadając częste zmiany akcji i nastroju. Po kolejnych bardziej klasycznych lirykach utrzymanych w charakterze ballady i tradycyjnych refleksji o upływającym czasie, ludzkiej egzystencji i śmierci (czyli tzw. Kronos, Kairos i Thanatos), pojawia się kolejny przykłuwajacy mą uwagę tekst “Po powrocie z Warszawy”:

Mój świat jest zielono – złocisto – błękitny
I nie obchodzi mnie wcale
Że tam biurowce
Że dynamiczny rozwój
Że miejsca pracy
Że cudzoziemcy
Że ulice szerokie

Moje miasto jest zielono – złocisto – błękitne
Takie jak lubię
I chociaż pewnie za małe
Za ciche
Za spokojne
Dla tych, co życie nawlekają jak koralik
Na sznury pędzących aut
Chociaż bez szans dla ambitnych
Tych, co wciąż – więcej, wyżej
Kocham je dziką
Irracjonalną miłością

Mój świat jest zielono – złocisto – błękitny
I takim chcę go znać
Już zawsze

W tym utworze przychodzą mi na myśl bezpośrednie analogie z twórczością Wisławy Szymborskiej: pozorna prostota i współczesność języka, tematyka związana z codziennym życiem, przejrzystość lingwistyczna zawarta w białym wierszu o dość zwartej budowie i, w pewnym sensie, lekkie poczucie humoru. Czystość i oszczędność w użyciu przymiotników, dobrze otrzymany rytm i struktura nadają tekstowi zdecydowany charakter, bez nadmuchanego sztucznego pathosu i zbędnego “potoku słów”.
Kolejnymi utworami wartymi zauważenia są z pewnością dwa wiersze, w których znakomicie odczytać można wewnętrzny bunt Autorki. Mam na myśli liryki ” W mojej głowie myśli” i “Pytanie”. Pierwsza z nich zaskoczyła mnie wyjątkowo, gdyż z przyjemnością dopatrzyłam się w niej elementów w zgodzie z Realizmem Terminalnym – włoskim nurtem, o którym często wypowiadam się na łamach polskich czasopism literackich. Z pewnością zbieżność ta była przez Monikę Knapczyk całkowicie niezamierzona, ale nie można ignorować jej istnienia. To przecież czyste “similitudini rovesciate / odwrócone podobieństwa”:

W MOJEJ GŁOWIE MYŚLI

(…) Słowa-klucze
Odmykają znów drzwi
Które chciałam
Zatrzasnąć na zawsze (…)

(…) Plamki pod powiekami
W kolorach dopełniających
Pasma mroku w świetlanej kuli
Wszystkie barwy razem dają światło białe
Ta biel ostra jak skalpel
Kaleczy (…)

Do przytoczenia także tnący jak nóż język wiersza “Pytanie”:

Drę w strzępy gazety
Depczę z pasją książki
Wrzeszczę na przyjaciół
Niszczę telewizor
Wreszcie się przechylam
Przez otwarte okno
Jestem na krawędzi
I tylko patrzę…
Czy lepiej żyć w realnym świecie
Czy nie żyć wcale?

Te dwa utwory, jak i poprzednio przytoczone, wyłamują się całkowicie z całego cyklu i życzyłabym sobie, aby Autorka poświęciła więcej uwagi takiemu agresywniejszemu i bardziej drapieżnemu wyrażaniu myśli. Właśnie w białych wierszach Monika Knapczyk potrafi zaskoczyć bogactwem odczuć, głębią i trafnością metafor oraz analogii, oryginalnością oksymoronów i interesujących figur stylistycznych. Oczywiście nie zamierzam odbierać wartości poezjom utrzymanym w rymach, w formie płynnych tradycyjnych ballad o określonym rytmie i budowie. Doceniam zawsze znajomość kunsztu i zasad klasycznej poetyki, lecz faworyzuję szczególnie mocno poszukiwanie nowej ekspresji artystycznej, indywidualność i bezpośredni, współczesny impakt tekstu. “De gustibus” czyli są gusty i guściki, ale śledząc od lat światowe tendencje, uczestnicząc w wielu sympozjach i międzynarodowych targach wydawniczych, mogę śmiało potwierdzić, iż nastąpił całkowity odwrót od poezji rymowanej na rzecz oszczędności słowa, hermetyzmu, zwartej budowy tekstu i dbałości o czystość formy “białej strofy”. Nie chodzi tu bynajmniej o udziwnienie i sztuczność, ale o rewolucyjne podejście do samego merytorycznego znaczenia słowa. To taka dygresja na marginesie, która nie zamierza krytykować, lecz zasygnalizować bardziej poszukiwane i doceniane elementy we współczesnej poezji.
W wielu zręcznie napisanych balladach i rymowanych poezjach docenić należy z pewnością duży liryzm, naturalność strof i płynność poetyckiej narracji, hedonizm i pewną dozę miłości do ojczystego kraju. Wiersze stwarzają wrażenie konsekwentnych zmian pór roku czyli upływu godzin ludzkiego życia (świt – dzieciństwo, południe – młodość, popołudnie – wiek dojrzały, zmrok – starość). Pięknie obrazują to liryki “Sierpień”, “Zima”, “Ona”, “Zegary”, “Realizm”, “Tak wiele już przeżyć i poznać zdołałam” oraz “Sen”:

Niebo rozbrzmiewa śpiewem aniołów
Na ziemi
Zapada wreszcie latarniana cisza
Gdzieś daleko huczy
Ostatni spóźniony pociąg
Gdzieś blisko ciebie
Cichnie bezsilny
Szloch odrzuconej miłości

Czemu płaczesz, dziecinko?
To jeszcze nie twój czas

Patrz!
Gwiazdy gubią łzy
W kryształowych sadzawkach rozpaczy
Dziś jeszcze nie płacz
Kiedyś umrzeć nie starczy ci sił
A dziś śnij gwiazdy, anioły, pociągi
Dziś śpij

We wszystkich utworach Moniki Knapczyk odczuwamy głęboką wrażliwość, człowieczeństwo, miłość uniwersalną i tę matczyną, refleksyjny stoicyzm na przemian z gwałtownym buntem i oskarżeniem często kapryśnego ziemskiego przeznaczenia.

“Zegar życia” jest z pewnością interesującym i wartym lektury zbiorem poezji, wśród których na uprzywilejowanym miejscu znajdzie się z czytelnik o bardziej tradycyjnym guście, ale i wielbiciele poezji współczesnej wyszukają w nim godne pochwały wiersze. To wielki kalejdoskop uczuć i przeżyć, dziennik podróży i dojrzewania, patchwork o różnorodnych barwach i nastrojach. To karuzela emocji wirujących w rytm bicia zegara, którego nikt z nas nigdy nie będzie potrafił zatrzymać.

Izabella Teresa Kostka
Mediolan, 25.06.2019

Monika Knapczyk podczas jednego z licznych spotkań autorskich

VERSO CONSIGLIA: Il grande ritorno del poeta MARCO GALVAGNI “I SOTTILI PENSIERI DI CANTO” (Libeccio Edizioni – CTL, 2019)

(by I.T.Kostka)

Abbiamo sentito la sua mancanza da un lungo periodo di tempo e ora, finalmente, posso annunciare con gioia il grande ritorno del talentuoso e romantico autore milanese Marco Galvani. Il suo prossimo libro di poesie dal titolo “I sottili pensieri di canto” vedrà la luce tra pochi giorni grazie alla Casa Editrice CTL e il suo marchio Libeccio Edizioni.

Ovviamente non posso svelare in anteprima tutti i dettagli di questa incantevole ed emozionante raccolta, che sicuramente regalerà a ogni futuro lettore il meglio della poetica di Galvagni: ardenti canti d’amore scritti con un linguaggio sublime e raffinato, versi travolgenti come le maree di un amore profondo e passionale.

In seguito riporto uno stralcio della prefazione a cura della scrittrice e psicologa Valeria Bianchi Mian, tre poesie tratte dal libro e la nota biografica dell’autore. Buona lettura!

• Tratto dalla prefazione a cura della scrittrice e psicologa Valeria Bianchi Mian:

“Se non è facile scrivere storie d’amore, ancor più complesso è tessere i sentimenti in versi per cantare la poetica del desiderio.
Tradurre i dettami della passione in metafora non è un procedere per sublimazione; si tratta piuttosto di cogliere al volo una sensazione impellente, la necessità immediata del volto e del corpo dell’altro, per offrire le mani alla propria terra animica e scavare, aprendo varchi. Si tratta di lasciar emergere immagini ancora in abbozzo, affinché l’intuizione si possa far strada nel buio del ‘non ancora’. È così che la poesia d’amore nasce, cresce e, attraverso l’innamorato, parla un linguaggio universale.
Il poeta in amore è colui che con Eros opera trasformazioni, colui che rimescola la Prima Materia delle emozioni, della volontà imperante, dell’istinto, e ne fa componimento affettuoso dedicato all’oggetto amato – ché il soggetto è lo stesso poeta riflesso nel volto dell’altro/a.
Non è facile per me, per il mestiere che svolgo in questo spazio-tempo, leggere poesie amorose senza aprire le pagine della favola di Eros e Psiche. Faccio danzare i due protagonisti nella mia mente, li osservo prendere forma attraverso le parole di Marco Galvagni, un poeta capace di intrecciare il filo della terra al cielo, dando il via a un ballo-duello appassionato di farfalle in volo e onde in tumulto. Leggo le sue poesie e vedo l’anima – Psyché – alla ricerca di un Dio, quell’Amore che si cela nel non detto tra le parole e poi per incanto si mostra. Il lettore di questa silloge viene attratto dal percorso che si va delineando tra un uomo e una donna destinati all’incontro (…)”

• NOTE BIOGRAFICHE

MARCO GALVAGNI nato a Milano. Residente tuttora a Milano ma domiciliato a Lanzo D’Intelvi (CO).

Ha conseguito la maturità classica per poi frequentare un anno a Lettere Moderne all’Università Statale di Milano e l’anno successivo a Lettere e Filosofia all’Università di Pavia, seguendo contemporaneamente le lezioni di psicologia dell’Università di Padova.

Segnalato a soli 15 anni nel prestigioso Premio Internazionale Mosè Bianchi (Milano).

Autore di sei libri di poesia:
Nel 2001 “Nel labirinto” (Montedit), prefazione di Olivia Trioschi, secondo classificato nel Premio Nazionale Emma Piantanida, Legnano (MI). Commento 5/5 su http://www.ibs.it
Nel 2002 “L’arcobaleno” (Montedit), prefazione di Massimo Barile, secondo classificato al Premio Nazionale alla memoria di Maribruna Toni, Piombino (LI). Secondo classificato nel Premio Nazionale Emma Piantanida, Legnano (MI). Menzione d’onore al Premio Nazionale Pinayrano (TO).
Nel 2003 “Nel germoglio vergine” (Montedit), prefazione di Massimo Barile, vincitore assoluto del Premio Nazionale Falesia, Piombino (LI). Terzo classificato nel Premio Nazionale Peter Russell (NA).
Nal 2010 “Il gomitolo dei sogni” (ilmiolibro), quinto classificato nel Premio Nazionale Peter Russell (NA).
Nel 2016 “Profumo di vita” (CTL), prefazione di Izabella Teresa Kostka, recensione 5/5 della poetessa Francesca Piovesan su http://www.ibs.it Commento 5/5 su Amazon.
Nel 2018 “Gocce di stelle” (CTL), recensione 5/5 della poetessa, scrittrice e critico letterario Emilia Fragomeni su http://www.ibs.it Recensione 5/5 dello psicologo con Master Massimo De Bari.

Vincitore di numerosi primi, secondi e terzi posti (nonché Menzioni d’onore) sia in Concorsi Nazionali che in Concorsi Internazionali per la poesia singola nel periodo dell’intensa partecipazione ai Concorsi 2000-2004. Spiccano i 2.000.000 di lire vinti con il primo posto assoluto nell’importante Premio Nazionale Vernato Arte (Biella) nel 2001,
Segnalato nel 2010 nel famoso Premio Nazionale Città di Corciano (PG) e secondo ex-aequo nel 2015 nel Premio Nazionale Campodipietra, Jelsi (CB).

Autore di diversi reading poetici, tra i quali i più rilevanti sono quello tenutosi al Teatro Filodrammatici di Milano con Giuseppe Conte e Tomaso Kemeny, quelli che si sono svolti presso La Casa delle Arti che gestisce la casa di Alda Merini, in Via Magolfa 32, sempre a Milano, il “Binari in Versi” con Roberto Marzano (GE) e il “Verseggiando sotto gli astri” con Izabella Teresa Kostka (MI).

Dieci sue poesie sono state pubblicate dal mensile nazionale Poesia di cui è Direttore responsabile Nicola Crocetti. Inoltre, del Comitato di redazione, fanno parte, fra gli altri (in ordine alfabetico), Antonella Anedda, Maria Grazia Calandrone, Roberto Carifi, Milo De Angelis, Nicola Gardini, Vivian Lamarque, Franco Loi, Daniele Piccini, Marina Pizzi, Giancarlo Pontiggia e Silvio Ramat.
Alcune sue poesie sono state pubblicate dalla rivista Liburni Arte e Cultura.

Autore di saggi critici su libri di poesia e recensioni.

Sito internet: http://www.marcogalvagni.it

• Alcune poesie scelte tratte dal libro:

L’ISOLA

Incrociando i tuoi occhi in quella casa
dalle tegole ghiacciate, regno
dei nostri giardini d’innocenza
d’incanto è nato un seme d’amore;
sgorgherà a primavera come una polla alpina,
come un arco di cielo che s’accende
e ha un alfabeto segreto
per scambiarsi criptati messaggi di tenerezza,
fluttuanti nel vento d’aprile
con una pioggia che cade fitta sulle nostre vicende umane.
Mi struggo come un’orma nella neve
attendendo nella mia cripta di sfiducia
di volare con te sulle ali del vento
come una farfalla innamorata.
E aspettando di rotolarmi con te
nel prato di fiaba d’una verde isola
vi costruisco il nostro nido d’amore,
riposandomi nella grande spiaggia dell’attesa.

I COLORI DEL FUTURO

I colori del futuro,
una varietà di tonalità variopinte e dall’accento vivace.

L’anima invece è candida,
nutre il corpo di luce trasparente che l’occhio irradia.

E’ un contrasto d’amore,
in cui il palpitare per una nobile vita è ardente di fiamma.

Che è il cuore che batte,
nei pensieri ideati per occhi nocciola dai raggi di calore.

E sul volto si dipingerà di rosso l’emozione del sorriso
nel cogliere il varco sino a giungere alla sua stella.

LE GUANCE DELL’AURORA

Stamane, le guance dell’aurora
narravano stupite, al tremore dell’ultima stella,
dello splendore della tua grazia
e il primo raggio di sole
ha illuminato i tuoi capelli frumento.
Le nuvole erano minacciose,
presto la pioggia sarebbe scesa ad aghi sottili
e i rami senza foglie degli aceri
lottavano contro le folate del furioso vento.
Tu invece eri serena e candida,
gli occhi nocciola ornati da fiamme dorate
velati di tenerezza, sin dalle prime luci
lievi m’hai donato coccole e baci,
tu che sei il mio fuoco in questo gelido inverno
la notti ardenti trascorse accanto.
E quando stanotte il buio sarà ubriaco di tempesta
e la pioggia sarà il lenzuolo della notte
squarciato dai venti, giungerai a me,
isola felice di quiete, sotto forma del tuo amore.

Il poeta Marco Galvagni

LA POESIA DALL’ HABITUS EMOTIVO: “PAROLE SPORCHE” di DOMENICO GAROFALO a cura di Sabrina Santamaria

La poesia dall’habitus emotivo: “Parole sporche” di Domenico Garofalo a cura di Sabrina Santamaria

Quanti modi conosciamo per purificarci il nostro stato d’animo triste e pessimo? A volte una condizione depressiva potrebbe impadronirsi di noi fino ad atrofizzare il nostro essere, spesso a causa di un lutto, di una delusione o di una perdita non riusciamo a rielaborare il lutto e rimaniamo ingarbugliati dentro la gabbia dei nostri pensieri negativi. Comunemente sappiamo che facendo emergere le motivazioni del nostro malessere o raccontando a qualcuno dei nostri drammi potremo probabilmente sentirci risollevati e, sicuramente, ci farà l’effetto di sentirci meno soli. Dopo la lettura di “Parole sporche” scritto da Domenico Garofalo ho traslato il mio punto di vista, in quanto, senza rendercene conto, l’arte, la poesia, la musica possono fungere, alle volte, come catarsi dell’anima, come strumenti per far fuoriuscire lo sgomento che ci tiene legati alla rabbia o alla tristezza. Davanti ad un foglio bianco possiamo comporre poesie o qualsiasi testo narrativo che potrebbero salvare il loro stesso autore. Oggi ci troviamo sempre dinnanzi la solita retorica se la poesia possa salvare il mondo, le nuove generazioni, ma, in realtà, la poesia coadiuva a far emergere il poeta stesso affossato nelle sabbie mobili della sua stessa esistenza, da questa angolatura ci rendiamo conto che la poesia, forse in genere la letteratura, si tramutano in una mano invisibile tesa verso il suo stesso autore. La poesia, come il nostro Domenico Garofalo, ci dimostra è una catarsi dell’anima umana, poco importa se il poeta usi un linguaggio aulico, semplici, complesso, in vernacolo o se il testo poetico sia in rima o in stile libero, in questa sede chi scrive accompagna con la sua mano i tormentati strepiti del suo cuore che non osa indugiare a rimirar su stesso in un viaggio interiore che poeticamente viene codificato su carta. È come se il testo poetico non fosse più arazionale o senza emozioni, ma è come se i versi poetici indossassero l’habitus di un’emozione: la rabbia, la gioia, la tristezza, la malinconia. “Parole sporche” è una raccolta poetica che profuma da rito di purificazione, dai riti orgiastici o dionisiaci; l’autore anche nel momento peggiore, nel momento in cui tocca il fondo con le mani non si rassegna e trova una scorciatoia per riemergere. È probabile che molti critici letterari non definiscano la poesia del Nostro degna di essere definita tale, perché alcuni lettori potrebbero definirla scarna di contenuti e povera anche dal punto di vista stilistico. In realtà sforzandosi a leggerla tra le righe la poetica di Garofalo è tutt’altro che vuota di contenuti; sono innumerevoli i testi in cui leggiamo una profonda critica alla società come “Baracche, baraccopoli e baldracche” oppure in cui percepiamo un senso profondo di malinconia lieve che ondeggia a ticchettii fra i versi di alcune poesie. Non sono poesiole i testi di Domenico Garofalo per molteplici motivi; intanto perché questo libro è la sua quinta pubblicazione e il nostro autore ha già dimostrato in altri lavori la sua capacità di saper spaziare da un argomento all’altro, come nel caso di “Cambio matita”, ma adesso il Nostro esige uno scarto linguistico diverso perché è giunto ad una fase stilistico-letteraria che è mutata, vuoi perché un poeta si evolve durante il percorso del suo cammino e i suoi versi possono assumere tinte più accese o più atone. Mi sono piacevolmente immersa in “Parole sporche” perché ho costatato un tentativo da parte del suo autore di mostrarsi per quello che si è, senza timore del giudizio altrui. Una delle prime raccolte poetiche che io abbia letto in cui il lettore non troverà: il mare, l’aurora, le ali, il cielo, le stelle, il sole, la luna o l’amore. Per quanto possano emozionare le tematiche poc’anzi citate, ma, spesso, mi sono resa conto che molti testi poetici mancano di originalità stilistica e pur non volendo alcune espressioni diventano ripetitive, bacate e usurate. Nel libro di Garofalo si impone la quotidianità che, spesso, ci mette sotto scacco e ci domina. La rinuncia all’amore come atto supremo e la rievocazione della fisicità, traspare quasi un antiromanticismo per antonomasia, un tema ormai che tracciato il suo percorso in poesia e non ha più nulla di nuovo da dirci. Garofalo ricerca un nuovo campo tematico su cui comporre i suoi testi, un campo minato direi in cui nessun artista vorrebbe metterci piede. Il Nostro potrebbe catalogarsi fra gli indici dei poeti maledetti, forse il suo testo potrebbe trovarsi fra i libri proibiti però l’autore ha il coraggio di oggettivizzare l’Es freudiano che vive dentro di noi, ma che molti non vorrebbero riconoscere come facente parte perché ci inselvatichisce, tuttavia è proprio fra i “civilizzati” che accadono le peggiori cattiverie dell’umanità in cui a causa di molti cinici muoiono milioni di bambini nel mondo a causa delle guerre, delle pestilenze e della fame. Il Nostro a questa riflessione vuole indurci: dalla critica ai colletti bianchi alla povertà indotta, dal rimpianto di un’epoca che è stata alla macchinizzazione tecnomorfa dell’umanità che svilisce la sensibilità dell’uomo. Nello spazio creato da Garofalo la letteratura è un momento terapeutico in cui ogni attimo di vita deve necessariamente essere immortalato a prescindere se esso sia piacevole o sgradevole quel che conta in guisa è narrare e narrarsi, mi ha ricondotta alla sofferta Alda Merini che divenne poetessa dopo l’internamento in manicomio oppure a Virginia Woolf che frequentò dei corsi per la scrittura terapeutica o al tormentato Van Gogh il quale anelava ad un posto sociale negato infine al poeta Hölderlin. Il nostro autore decide di tendere la mano al sostegno dell’arte che talvolta può essere una valvola di sfogo e non motivo di sfoggio della propria bravura o talento, il Nostro apre una sfida che tanti autori hanno temuto di lanciare: la libertà di esprimersi come atto di purificazione dello spirito, infatti la poesia imprime su carta gli stati d’animo mentre il suo autore esprime il suo mondo interiore apparentemente illeggibile. Possiamo concludere che Domenico Garofalo abbia vinto la sfida? Sarebbe una conclusione affrettata rispondere che l’abbia vinta, sicuramente ha giocato ogni ultimo granello poetico nell’impari sfida dei versi amati ed usurati.

Sabrina Santamaria

Intervista a Carmine Laurendi: Quando il pathos diventa talento a cura di Sabrina Santamaria.

Intervista a Carmine Laurendi: Quando il pathos diventa talento a cura di Sabrina Santamaria.

• Alcuni cenni su Carmine Laurendi

Carmine Laurendi è un giovane poeta che in questi ultimi anni ha pubblicato due raccolte poetiche: “Ti pensu notti e ghiornu Bagnara” e “Ogni cosa cu so tempo”, spesso nelle sue liriche esalta l’amore per il suo paese natio, Bagnara oppure snocciola con grande stile spunti e riflessioni attuali e di carattere sociale.

S.S: Quando è stato il tuo primo incontro con la poesia?

C.L: Mi sono avvicinato alla poesia subito dopo la morte di mio padre. Grazie ad essa sono riuscito a liberarmi del peso che mi portavo dentro.

S.S: A quale poeta della letteratura ti sei ispirato maggiormente? Sempre se c’è uno stile che più di tutti ti ha affascinato…

C.L: Non mi ispiro a un poeta o a uno stile in particolare. La mia poesia nasce spontaneamente, da un attimo, da un pensiero o da una riflessione. Apprezzo tuttavia l’ermetismo di Salvatore Quasimodo, e recentemente ho iniziato a leggere con passione le opere di un poeta originario della mia terra, Vincenzo Spinoso.

S.S: Cosa ti ha particolarmente spinto a pubblicare due raccolte poetiche?

C.L: L’idea di pubblicare le mie raccolte poetiche è nata dai commenti, dai suggerimenti e dalle critiche costruttive dei miei amici e dei miei compaesani. Dal loro interesse sono scaturiti i miei libri.

S.S: Secondo te cosa la poesia può ancora trasmettere alle nuove generazioni?

C.L: Alle nuove generazioni la poesia può ancora trasmettere un’idea di bellezza, di purezza, di spontaneità, valori quanto mai necessari in questo mondo confuso.

S.S: Quale potrebbe essere il suo messaggio?

C.L: La mia vena poetica ha origine dal luogo in cui sono nato, dalle mie origini e dallo studio costante. Contestualmente cerco sempre di essere aperto verso altre culture e nuovi orizzonti.

S.S: Le poesie, spesso, hanno risvolti dal punto di vista sociale… Per quali fenomeni sociali pensi che la poesia possa essere incisiva?

C.L: La poesia è una forma d’arte, e come tutte le arti potrebbe allontanare i giovani dalla strada, attirando la loro attenzione e offrendogli una speranza. In questo senso, mi sento di poter affermare che la poesia ha un ruolo salvifico.

S.S: Al centro delle tue liriche metti sempre il tuo paese natio, Bagnara, pensi che lo spirito del poeta sia quello di mettere al centro i luoghi in cui viviamo? Oppure bisogna essere “cittadini del mondo”?

C.L: Io parlo del mio paese non perché sia speciale, ma perché lo amo. Questo amore lo rende unico. Allo stesso modo chi legge le mie poesie, attraverso le mie parole rivive l’amore per il proprio paese e le proprie origini.

S.S: Secondo te la poesia è il sentimento più profondo dell’essere umano? Oppure è il frutto di un’erudizione attenta e continua?

C.L: Sono due espressioni simbiotiche, nel senso che la poesia nasce spontaneamente come espressione profonda dell’anima, ma poi si evolve in erudizione, come allenamento costante.

S.S: Qual è il ruolo del poeta nella società attuale? E rivestendo questo ruolo come potrebbe agire?

C.L: Il poeta non deve ergersi a giudice, né pontificare. Nella società odierna il poeta deve essere soprattutto una persona umile che cerca di far riflettere il pubblico attraverso i suoi pensieri e le sue emozioni.

S.S: Per esprimere con i colori o con la musica la tua poetica a quale quadro o composizione musicale ti riferiresti?

C.L: Le opere di Renato Guttuso esprimono al meglio il mio modo di fare poesia. Vi ringrazio per questa opportunità che mi avete regalato, mi avete reso ospite su questo blog stupendo. Alla prossima.

LO SGORGARE DI UN AMORE: “OCEANO DI SENSI” di MARIA TERESA DE DONATO a cura di Sabrina Santamaria

Lo sgorgare di un amore: “Oceano di sensi” di Maria Teresa De Donato (in lingua italiana e inglese)

Percorrere il baricentro delle proprie emozioni e sensazioni significa giungere ad una maturità piena e consapevole. È un traguardo non sempre facile ed ovvio. L’amore come sentimento pienamente vissuto dal corpo e dall’anima è il sintagma completo del benessere psico-fisico dell’essere umano. A volte senza amore una persona può incamminarsi in un marasma di giornate senza coscienza permettendo che la vita trascorra inutilmente in un percorso monotono ed apatico; Claudia, la protagonista del romanzo “Oceano di sensi”, finirà per molti anni per imbattersi in un vivere piatto ed a-emozionale, un incontro casuale marcherà per sempre il suo esistere, la sua storia amorosa con Eugenio. Vivere una storia sentimentale e una relazione amorosa è la stessa cosa? Essere coinvolti interamente nell’amore succede a chiunque? Cosa significa amore? Questi ed altri interrogativi si pone la nostra autrice, Maria Teresa De Donato, nei panni del suo personaggio femminile Claudia. Quest’ultima è una donna che ogni uomo avrebbe voluto sposare: passionale, dolce, sensibile, sensuale e colta. La nostra protagonista è molto socievole, spigliata ed intelligente, ha un ottimo rapporto con i genitori, Rosaria e Franco, i quali la adorano. Alcuni eventi distruggeranno la serenità della Nostra. Maria Teresa De Donato ha qualità spiccate in quanto accompagna con la sua voce narrante il lettore coinvolgendolo nel setting narrativo attraverso un andamento fluido, scorrevole, ma non retorico; chi legge sente di essere preso per mano dall’autrice la quale con flebile e colloquiale voce accompagna mano per mano i suoi lettori tra le pagine del suo romanzo. “Oceani di sensi” è un sommesso fiume emotivo messo a nudo nel cuore di una donna ferita che ha un’unica esigenza: l’essere raccontata. Maria Teresa De Donato compone, a mio giudizio, la sua ordita trama su due principali tessuti narrativi: la tematica storico-sociologica e la tematica amorosa. Per quanto riguarda il primo snodo tematico la Nostra ha inquadrato il suo romanzo in un tempo del racconto che va dai primi anni del novecento fino agli anni settanta, fanno da cornice della vicenda: il fascismo, le campagne di colonizzazione di Mussolini, la sottomissione libica verso l’Italia. Arricchiscono e fanno da ornamento al romanzo i diversi riferimenti storici( che ho particolarmente apprezzato),l’impero romano durante le campagne di conquista dell’imperatore Settimio Severo il quale occupò la Libia, in quanto hanno conferito all’opera ricchezza di contenuto e sono stati espedienti letterari per una caratterizzazione psicologica dei personaggi. L’altro tema preponderante del romanzo è l’amore, aspetto reso particolareggiato in quanto si mette a nudo l’esigenza dell’incontro con l’altro con pienezza di anima e corpo; la nostra autrice non accetta l’idea, ancora oggi diffusa, di un amore avulso dal corpo, asettico e platonico. L’amore è “qualcosa di magico” scrive nel romanzo, ancora non del tutto spiegabile in termini scientifici, è inconscio e in quanto tale rende gli esseri umani che lo provano totalmente vitali, se vissuto pienamente nei bisogni che la sensualità del corpo richiama porta benessere a chi lo prova e non una condizione di schiavitù e di banali doveri affettivi. La Nostra, altresì, ci mette in guardia dal pensare che il sentimento amoroso rasenti la spiritualità e tocchi solo l’apice dell’orgasmo. Ella ci esprime, attraverso le riflessioni di Claudia, che l’amore è l’unione perfetta e sincronizzata di due spiriti che diventano uno solo mediante il contatto dei corpi. Lo sfondo dell’opera non costituisce un banale alogico romanzo rosa, “Oceano di sensi” è uno straripare di sensazioni dei personaggi che avvolgono in una leggera e accattivante lettura l’attenzione di chi legge attirando del tutto la sua curiosità. È un libro scritto per chi sa ancora sperare nei sentimenti profondi dell’anima e per chi, magari, vuole ripercorrere il canto delle muse di tutti i secoli in cui l’amore signoreggia affinché la fine di una storia non comporti una completa fossilizzazione dell’essere. Il messaggio che Maria Teresa De Donato ci lascia ha un’impronta forte; ci suggerisce che dopo una fine c’è pur sempre un inizio e dobbiamo sempre avere dei motivi per vivere ogni stralcio di attimo la nostra esistenza perché ci rende consapevoli di chi siamo noi stessi abbracciando i fermi immagine della nostra storia rischiando i nostri vissuti nella difficile quanto mai imprevedibile partita senza tempo e senza misure delle nostre scelte che potrebbero costarci lacrime, ma marcano la nostra identità senza rimpianti. La nostra autrice conduce davanti al suo lettore un oceano denso di sentimenti puramente umani che si esplicano con eleganza ed armonia fra le pagine del testo in cui i suoi personaggi Claudia ed Eugenio si imbattono nel vortice di una passione profonda scegliendo di provare delle emozioni fino in fondo senza rimpiangere di aver trattenuto lo sgorgare sinuoso di una scintilla che scatta rarissime volte in due cuori che imparano ad amarsi davvero.

Sabrina Santamaria

The gushing of a love: “Ocean of Senses” by Maria Teresa De Donato

Following the center of gravity of one’s emotions and sensations means reaching a full and conscious maturity. It is a goal that is not always easy and obvious. Love as a feeling fully lived by the body and the soul is the complete syntagma of the psycho-physical well-being of the human being. Sometimes, without love, a person can start down alone in a chaos of days without awareness and allow life to go by unnecessarily in a monotonous and apathetic way. Claudia, the protagonist of the novel “Ocean of Senses”, will end up for many years living a flat and unemotional life; a chance encounter will forever mark her existence, her love story with Eugenio. Is living a love story and a love affair the same? Does being completely involved in love happen to anyone? What does love truly mean? These and other questions asks our author, Maria Teresa De Donato, herself through her female character Claudia. The latter is the woman every man would like to have, to marry: passionate, sweet, sensitive, sensual and cultured. Our protagonist is very sociable, self-confident and intelligent; she has an excellent relationship with her parents, Rosaria and Franco, who love her dearly. Some events, though, will destroy the serenity of our protagonist.
Maria Teresa De Donato has strong qualities in that she accompanies the reader with her narrating voice, involving him in the narrative setting through a fluid, fluent, but not rhetorical trend; the one who reads feels to be taken by the hand by the author who with feeble and colloquial voice accompanies her readers hand in hand through the pages of her novel. “Ocean of Senses” is a subdued emotional river laid bare in the heart of a wounded woman who has only one need: to tell her story. Teresa De Donato composes, in my opinion, her warp plot on two main narrative fabrics: the historical-sociological theme and the amorous theme. With regard to the first thematic junction, the Author has framed her novel in a time of the story that goes from the early twentieth century to the seventies: fascism, the colonization campaigns of Mussolini, the Libyan submission to Italy are the frame of the story; the various historical references (which I particularly appreciated) of the Roman Empire that conquered Libya enrich and adorn the novel, as they give the work a wealth of content and act as literary expedients for a psychological characterization of the characters. The other preponderant theme of the novel is love, an aspect described in detail as it exposes the need for the encounter with the other as fullness of soul and body; our author does not accept the idea, still widespread today, of a love detached from the body, aseptic and platonic. Love is “something magical”, she writes in the novel, still not entirely explainable in scientific terms, it is mysterious and, as such, makes the human beings who are able to experience it totally vital, if fully lived according to the needs that the sensuality of the body recalls; it brings a state of well-being to those who experience it and not a condition of slavery and banal emotional duties. The Author likewise warns us against thinking that the feeling of love borders on spirituality and touches only the climax of orgasm.
She states, through Claudia’s reflections, that love is the perfect and synchronized union of two spirits who become one through the union of the bodies. The background of the work does not constitute a banal romance novel without logic: “Ocean of Senses” is a flood of sensations of the characters that wraps the attention of the reader in a light, yet captivating reading, attracting his curiosity. It is a book written for those who still know how to hope for the profound feelings of the soul and for those who, perhaps, wish to rekindle their hope towards love so that the end of a story does not culminate in a complete fossilization of the being. The message that Maria Teresa De Donato leaves us has a strong imprint: it suggests that after an end there is always a new beginning and we must always have reasons for living each moment of our existence, because it makes us aware of who we truly are; for embracing the still images of our history; for risking our experiences, in the difficult, unpredictable, timeless and measureless life match of our choices that could bring us much sorrow, and yet mark our identity without regrets. Our Author leads her reader to an ocean full of purely human feelings that unfold with elegance and harmony between the pages of the text in which her characters, Claudia and Eugenio, run into the vortex of a deep passion, and choose to fully live their emotions without regretting having withheld the sinuous gushing of a spark that shoots very rarely in two hearts that learn how to really love one another.

Sabrina Santamaria

“Una vita in bianco e nero” di Marco Messina: L’urlo strozzato dell’io (a cura di Sabrina Santamaria)

“Una vita in bianco e nero” di Marco Messina: L’urlo strozzato dell’io

Immaginate di pennellare il quadro della vita con colori accesi, vivi, in modo policromatico, però, mentre state per terminare il vostro bel capolavoro qualcuno per capriccio non fa altro che imbrattarlo ed insozzarlo di nero, voi cari lettori come vi sentireste? L’analisi della raccolta “Una vita in bianco e nero” del giovane talentuoso poeta Marco Messina mi ha suscitato questa visione; il poeta cerca di colorare la sua esistenza con colori pastello e vivaci, ma la banalità della vita reale lo costringe a portare un habitus in “bianco” e “nero”. Il Nostro si sente intrappolato nell’inutile macchina sociale in cui si scontra quotidianamente, il giovane poeta si rassegna di fronte all’inconsistente mondo caratterizzato dalla superficialità e dalla sorprendente rapacità del già dato? Ogni istante per i comuni esseri umani si appiattisce e diventa passato, quegli attimi di quegli orologi che misurano il tempo con una logica aritmetica? Il poeta investiga la realtà e non accetta la opulenta razionalità che massifica il pensiero rendendo gli uomini macchine per trasformare ogni desiderio realizzabile in un “tutto e subito”. Marco Messina sente dentro di sé uno slancio vitale bergsoniano che non potrà mai incastrarsi con le logiche omologanti della società massificata. I suoi componimenti poetici esprimono delle urla strozzate, dei gridi esistenziali trattenuti sul filo di lama e riversati su carta. In alcune poesie è stato sublimato il singhiozzare spezzato di un’anima troppo “pura” e “candida” che non riesce ad amalgamarsi nella plebaglia che preferisce l’apparire piuttosto che l’essere. Come finirà per un poeta che perde la sua fantasia si chiede Marco Messina? Ben consapevole che il vero artista può solo sopravvivere in una società che continuamente calpesta il suo essere fragile. Il Nostro non si riconosce facente parte di un corpo sociale che diviene facendosi anonimo, come una notte senza luna e senza stelle. Torniamo, allora, ai miti del poeta reietto sociale che mette ai margini della società? Nel caso di Marco Messina ci immergiamo oltre questa prospettiva in quanto egli non sta ai margini, ma per lui la marginalità non esiste perché la trascende creandosi uno squarcio visivo artistico che appartiene solo al poeta e a coloro che sanno bussare alla porta di questo panorama. L’Io nei versi si impone con il coraggio di chi ha sete di vittoria, ben consapevole di un probabile scacco, ma lo spirito militante è sempre sul campo di battaglia pronto a difendersi nella sua trincea di speranza. Mi ha trasmesso l’immagine suggestiva della “Ginestra” leopardiana in cui “umane sorti progressive” non giovano a nulla, ma portano l’ego umano a ipertrofizzarsi senza, tuttavia, averne alcun diritto. Il Nostro si muove sulla falsa riga dell’Ulisse Joyciano il quale vorrebbe ergersi ad eroe contemporaneo però il “dado è tratto” e rimane un essere inconsistente nel suo piccolo mondo quotidiano perché l’inconsistenza della realtà lo pervade. L’Io-eroe contemporaneo emerge e riemerge dal mare magnum del soffocante oblio presentificato che non vorrebbe lasciare tracce inghiottendo l’uomo nella frivolezza di istanti parcellizzati distruggendo la più profonda impronta umana: l’amore. Amore desiderato, spesso agognato dal poeta, lo cerca, non lo trova ed infine lo sogna. L’Io, infine, è lacerato, scucito, stracciato, un Io che rimane solo al centro del suo universo. Se la prima raccolta di Marco Messina raccontava di una storia del pensiero, “Una vita in bianco e nero” trasmuta di un piano ontologico, qui non è più solo il pensiero a narrare e narrarsi, ma il poeta trasfonde i piani trasformando in grafemi gli stati d’animo, i drammi del giovane Werther goethiano in Marco Messina diventano ritmi poetici: la vita del poeta viene resa in “bianco” e “nero” attraverso gli sguardi divoratori degli altri, dell’ “anonima” schiera che tarpa le ali a chi si ostina a sognare di sfiorare una cometa con la punta di una penna incrociando le rime libere che apostrofano il dramma di un giovane che è reso libero solo dalla poesia, questo è Marco Messina.

Sabrina Santamaria

Marco Messina