VERSO consiglia: Francesco Randazzo “Itaca deserta ruggine, opera poetica vincitrice al Narrapoetando”

Un tuffo contemporaneo nella mitologia attraverso “Itaca deserta ruggine” di Francesco Randazzo.

Consigliamo con piacere!

SINOSSI

Il nuovo libro di Francesco Randazzo, “Itaca deserta ruggine”, è un poemetto drammatico che rielabora in chiave contemporanea il mito di Odisseo, che diventa un uomo contemporaneo privo di punti di riferimento, approdato ad un’Itaca che è una piattaforma petrolifera abbandonata, fa i conti col suo passato e con la disgregazione della memoria e dell’io. Seguono altri due brevi poemetti: “Nell’Ade liquido” nel quale la voce di Penelope fa da breve contro canto smentendo il mito di moglie fedele e rassegnata; “Ἀρέθουσα”, frammento dialogico del mito di Aretusa.

Scheda del libro:

http://www.faraeditore.it/vademecum/42-Itacadeserta.html

• Booktrailer:

https://youtu.be/nhTuH9luVow

Autore: Francesco Randazzo

Titolo: Itaca deserta ruggine
(opera poetica vincitrice al Narrapoetando)

Fara Editore, Maggio 2020.

ISBN 978-88-94903-96-6

€ 10

• Tratto dal libro:

Mi tuffo, per sentire il mio corpo estendersi e svanire, nell’acqua

tutto si dilata e il rumore del sangue che mi scorre dentro pulsa

insieme al rumoroso silenzio degli abissi. Nuoto cercando

il fondo, scavo con le braccia l’oscurità, sbatto nel ferro

di un pilastro irto di scaglie e conchiglie, sussulto, annaspo,

tento la risalita, mentre la testa maculata di una murena stanca

sbuca da un anfratto del ferro e mi guarda con occhi stupiti…”

Dalla postfazione di Pippo Ruiz

Da duemila anni Odisseo è al centro del sentire occidentale e le sue vicende si sono ampiamente innervate nel cuore della comune condizione umana.

Questo Odisseo di Randazzo aggiunge un curioso elemento al lungo elenco: una brusca interrogazione su sé stesso, attraverso varie mappe le quali deludono sempre perché i suoi paesaggi non offrono spettacoli da contemplare. Sono linee poetiche che disegnano una biografia nuova dell’eroe omerico.

Il cuore di questi poemetti è cupo e pietroso, ma ricco di anfratti che aprono su mondi epici ben noti, rivisitati con le lacrime agli occhi (o forse è solo la pioggia che cade su Itaca…): c’è uno scacco nel dire poetico dell’argomentazione razionale, che Odisseo insiste a voler utilizzare per dare senso ai suoi itinerari, alle sue storie, e al suo ritorno. In contraddizione con sé stesso e con la sua storia e col suo mito, l’Odisseo di Randazzo denuncia il limite della ragione, che credeva fosse carnale e sensuale, per scoprire infine, in quest’isola piovosa, che il nocciolo del reale è sordo al canto, all’epos. Ne consegue una ferita che lo disorienta fino a fargli smarrire la bellezza del meraviglioso vissuto.

• Breve nota biografica

Francesco Randazzo

Francesco Randazzo si è laureato in Regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma nel 1991. Siciliano della diaspora, sovente col cervello in fuga all’estero, è scrittore e regista. Ha pubblicato, con vari editori, testi teatrali, poesie, racconti e tre romanzi; ha ottenuto numerosi riconoscimenti in premi e festival nazionali e internazionali. Ha svolto attività didattica con corsi di recitazione, regia, drammaturgia e scrittura creativa, storia dello spettacolo, stages e conferenze per varie istituzioni pubbliche e private. Ha creato e gestisce il blog Mirkal. Delle Arti e delle Lettere e Ozarzand (questo non è un diario). Per la webzine Maredolce.com cura la rubrica “Le lettere di Woland”.

VERSO consiglia: l’antologia poetica bilingue italo – polacca “Ponte poetico / Most poetycki” a cura di Izabella Teresa Kostka (Kimerik Edizioni, 2020)

• Nota introduttiva della curatrice

Carissimi Lettori!

Con grande soddisfazione affido alle Vostre mani questa
antologia che mi sta molto a cuore e riflette l’idea principale del programma culturale internazionale “Verseggiando sotto gli astri di Milano”, nato da una mia idea spontanea nell’anno 2015. A partire
dai primi incontri tenutisi nella sua “culla” presso il Centro di
Ricerca e Formazione Scientifica “Cerifos” di Milano, il mio obiettivo era quello di unire tutti i campi dell’arte, mostrare le diversità culturali e molte tendenze stilistiche spesso opposte.
Queste variegate sfaccettature artistiche, che ai nostri tempi sono innegabilmente associate alla rapida globalizzazione e allo sviluppo di una società multietnica, sono sempre state una grande ricchezza
per me. Diverse esperienze storiche e personali, ma allo stesso tempo, il percorso comune segnato dalla civiltà in via di sviluppo e dal progresso tecnologico, hanno portato a una “penetrazione illimitata” di culture, punti di vista, visioni artistiche e, naturalmente, anche politiche. Durante i miei incontri culturali ho sempre dedicato tanta attenzione al pacifico intreccio reciproco di
molte tendenze letterarie, musicali, canore e teatrali. Il programma “Verseggiando sotto gli astri di Milano” riserva da sempre molta attenzione al movimento letterario chiamato “Realismo Terminale”, ideato e creato in Italia dal poeta Guido Oldani, con il prezioso e insostituibile contributo del Prof. Giuseppe Langella.
L’antologia Ponte poetico – Most poetycki è la realizzazione del
sogno personale di unire le mie due “patrie” sotto un comune
denominatore letterario, per diffondere la tanto pregiata ma un po’ dimenticata “ars poetica”. Sono profondamente commossa e contenta dal fatto che questo progetto sia stato accolto con immenso entusiasmo e che il gruppo di poeti pubblicati in questo
volume includa le celebrità del Realismo Terminale, ovvero gli
ospiti d’onore Guido Oldani e Giuseppe Langella, molti poeti
italiani appartenenti alla soprannominata corrente, diverse individualità poetiche italiane di altre tendenze stilistiche e molti scrittori polacchi contemporanei residenti in Polonia e all’estero.
Spero che questo viaggio letterario internazionale Vi regalerà un’esperienza indimenticabile e stimolerà la riflessione, diventando
un simbolo della libertà dell’arte, dell’espressione e della vastità degli orizzonti intellettuali. Vorrei che mostrasse un percorso da
seguire per poter vivere in armonia con il Mondo e, come scrive la poetessa polacca Katarzyna Dominik, “…regalare un sorriso”.

Come vivere? (di Katarzyna “Kasia” Dominik, Polonia)

Ho versato del cemento sull’indifferenza,
ho rimosso l’escrezione dal cuore,
ho fatto il primo passo,
non si può tornare indietro,
la vita non è un boomerang.

Sguardi selvaggi,
serie di domande assurde
e nessuna risposta significativa…

Ho rotto la corda
del freno di sicurezza,
per regalare un sorriso
di giorno in giorno senza anestesia.

Con affetto e tanta simpatia.
Dott.ssa Izabella Teresa Kostka

(curatrice dell’antologia,
ideatrice e coordinatrice generale del programma culturale
“Verseggiando sotto gli astri…”)
Milano, 20.02.2020

Info editoriali

titolo: A.A.V.V. “Ponte poetico / Most poetycki” cura e traduzione di Izabella Teresa Kostka

Antologia italo – polacca
Prefazioni Prof. Giuseppe Langella e M° Guido Oldani

casa editrice Kimerik, Patti (ME), Italia 2020

ISBN: 978-88-5516-305-7

Edizione bilingue italo – polacca
Pagine 390
Sulla copertina due dipinti di Roberto Lacentra

Totale 44 autori italiani e polacchi pubblicati

• Realismo Terminale:

Guido Oldani, Giuseppe Langella, Giusy Càfari Panìco, Igor Costanzo, Sabrina De Canio, Tania Di Malta, Izabella Teresa Kostka, Massimo Silvotti, Antje Stehn

• Poeti italiani di altre tendenze stilistiche:
Luca Ariano, Lorenza Auguadra, Umberto Barbera, Lucia Bonanni, Margherita Bonfilio, Gabriele Borgna, Maria Giuliana Campanelli, Pasquale Comunale, Rosa Maria Corti, Maria Teresa Infante, Gianfranco Isetta, Giuseppe Leccardi, Veronica Liga, Roberto Marzano, Massimo Massa, Raffaella Massari, Giacomo Picchi, Barbara Rabita, Maria Teresa Tedde, Tito Truglia, Patrizia Varnier

• Poeti polacchi contemporanei:
Daniela Karewicz, Teresa Klimek Jasnota, Katarina Lavmel (Katarzyna Nazaruk), Anna Maria Mickiewicz, Jolanta Mielcarz, Olaf Polek, Krzysztof Rębowski, Marian Rodziewicz, Bogumiła Salmonowicz, Eliza Segiet, Alex Sławiński, Izabela Smolarek, Józefa Ślusarczyk – Latos, Tadeusz Zawadowski

Ecco tutti i link per ordinare l’antologia italo – polacca bilingue “Ponte poetico / Most poetycki” negli stores online:

• Casa editrice Kimerik
https://www.kimerik.it/SchedaProdotto.asp?Id=3912

• Mondadori
https://www.mondadoristore.it/Ponte-poetico-Most-poetycki-na/eai978885516305/

• Amazon

• IBS
https://www.ibs.it/ponte-poetico-most-poetycki-libro-vari/e/9788855163057

• Libreria Universitaria
https://www.google.com/amp/s/m.libreriauniversitaria.it/amp/product/BIT/9788855163057

• Libraccio
https://www.libraccio.it/libro/9788855163057/ponte-poetico-most-poetycki.html

VERSO consiglia: “Oggi ti sono passato vicino” di Tommaso Urselli

In questi tempi difficili segnaliamo con entusiasmo una nuova interessante e fresca di stampa raccolta poetica di Tommaso Urselli

• “Oggi ti sono passato vicino” – sinossi

I testi che compongono questa raccolta sono stati composti in periodi differenti.
Quelli relativi alla sezione Oggi ti sono passato vicino, fanno riferimento a un periodo dedicato al lavoro di raccolta e cura delle poesie di mio padre, cui la sezione è dedicata; lavoro non ancora terminato e che mi permette, dopo la sua scomparsa, di sentirlo vicino. Ogni tanto la sua voce mi tiene in qualche modo compagnia, e a tratti fa capolino tra un verso e l’altro dei testi di questa sezione. È, per forza di cose, una voce più udita che parlata: ho perciò deciso di riportarla in corsivo invece che tra virgolette – scelta poi adottata anche per le “voci” di altre sezioni –, soprattutto dopo la lettura del bel libro La seconda voce (Transeuropa, 2018) di Gabriela Fantato, che ringrazio anche per il sostegno “a distanza” durante la composizione di questo libro.
I testi di La lingua delle cose, come sarà in alcuni casi evidente in lettura, sono stati scritti o comunque rielaborati in periodo di “lockdown”; alcuni di essi sono stati letti in un cortile condominiale di via Settembrini, Milano, dall’attore e caro amico Massimiliano Speziani che durante la quarantena diceva storie, favole, poesie… teneva viva la sua arte… a salutare distanza di balcone.
Corpo-città è la rielaborazione poetica di alcuni miei testi nati per il teatro; in particolare il testo III è stato scritto per un laboratorio drammaturgico tenuto da Renata M. Molinari e dedicato al teatro e alla poesia di Antonio Neiwiller.
Frammenti di Ipazia è tratto dalla drammaturgia di Ipazia. La nota più alta, spettacolo da me scritto sulla tragica figura di Ipazia di Alessandria d’Egitto.
Le composizioni di In labirinto sono state scritte in seguito alla lettura e rilettura ossessiva de Il minotauro di Friedrich Durrenmatt; in particolare dal suo racconto è mutuata l’immagine del labirinto con le pareti a specchio.
Parole alle formiche: brevi composizioni di una raccolta per sua natura in fieri. In particolare a questi testi si riferiscono le parole in quarta di copertina del poeta Giuseppe Conte, che per primo li ha letti un paio di anni fa e mi ha incoraggiato, con una disponibilità non comune, ad andare avanti.

«Sono poesie che dietro una brevità quasi da haiku nascondono invece abissi di angoscia e visionarietà occidentale: I morti, Figlio soltanto (molto bella), Era, Mia piscina… vivono di immagini tra l’onirico e il metafisico che le rendono molto significative… sino a testi come Treno siderale, dove una maggiore complessità sviluppa sin dal titolo – quotidiano e cosmico – il tema centrale di tutta la silloge».

Giuseppe Conte

• Estratti dalla sezione “La lingua delle cose”

Unidentified flying virus

È silenzio tra le mura di casa
(sembra casa nuova, invece è solo
nuovo assetto delle cose), tagliato
unicamente dal passare tetro
di ambulanze: chissà per chi? domandi
quasi a scongiurare possano essere
per me per te o per qualcuno che
conosciamo. Come se già l’umano
genere non fosse unito da un filo, ora
viene un virus a ricordarcelo: non
umano non animale, nemmeno
cellulare: unidentified flying virus.

Estratti dalla sezione “Parole alle formiche”

Figlio soltanto

Vorrei essere nave, scivolare
sopra l’acqua scura del naviglio
senza più la novanta da prendere
per tornare a casa e questa rabbia
di essere sempre soltanto
figlio.

Caduta

Da piccolo nel sonno
cado dal letto: ti
sei fatto male? chiede
mio nonno preoccupato.
Sono abituato
rispondo io da bravo
bambino insanguinato.

• NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Tommaso Urselli è autore di teatro. In passato alcuni suoi componimenti poetici sono stati pubblicati e positivamente recensiti da Maurizio Cucchi su Lo Specchio de La Stampa. “Oggi ti sono passato vicino”, da poco pubblicata per Ensemble, è la sua prima silloge poetica; un estratto è pubblicato da Maurizio Cucchi per la sua Bottega della Poesia su Repubblica; la sezione “Parole alle formiche”, particolarmente apprezzata dal poeta Giuseppe Conte (sue le parole in quarta di copertina), è giunta finalista al Premio InediTO – Colline di Torino 2019. Tra i suoi testi teatrali rappresentati e pubblicati: “Un vecchio gioco“ (La Mongolfiera Editrice) commissionato da Compagnia Scena Nuda. “Boccaperta” (La Mongolfiera Ed.) commissionato da Teatro Periferico. “Ipazia. La nota più alta” (pubblicato da Sedizioni) su commissione di PactaDeiTeatri. “Il Tiglio. Foto di famiglia senza madre”, prodotto dall’autore in collaborazione con l’attore-regista Massimiliano Speziani: il testo, tra i vincitori del premio Borrello per la drammaturgia (e premio Fersen alla regia) è pubblicato sul n. 727 della rivista Sipario, in volume per La Mongolfiera Editrice, in e-book per Morellini Editore. Su commissione del Festival Connections – Teatro Litta, Milano, scrive “In-equilibrio”. Viene prodotto dal Teatro Litta il suo testo “Esercizi di distruzione. L’importanza di chiamarsi Erostrato” (pubblicato in volume per Edizioni Corsare e sul n. 758 della rivista Sipario; vincitore del premio Lago Gerundo). È attore-autore di “Ma che ci faccio io qua” (pubblicato da Edizioni Corsare). Cura con Renata Molinari e Renato Gabrielli la pubblicazione di “A proposito di menzogne – testi per Città in condominio”, L’Alfabeto urbano, Napoli. Scrive “Canto errante di un uomo flessibile”, tra i vincitori del Premio Fersen per la drammaturgia e pubblicato da Editoria&Spettacolo. Vince la prima edizione del premio Parole in scena per il teatro-ragazzi con il testo “La città racconta” (pubblicato da Edizioni Corsare). È autore-regista di “Piccole danze quotidiane” (messo in scena al PimOff e presso la Triennale di Milano per il Festival Tramedautore, Outis).

Blog d’autore:

https://tommasourselli.wordpress.com/

Il link per acquisto del libro presso l’editore:

Tommaso Urselli

VERSO consiglia: Un’antologia di racconti inediti per ragazzi a sostegno di ASROO per i malati rari

Segnaliamo con grande affetto questa pubblicazione benefica di importante spessore umanitario:

COMUNICATO STAMPA

Un’antologia di racconti inediti per ragazzi a sostegno di Asroo per i malati rari

Siena, lì 13 aprile 2020 – La beneficenza non si ferma anche in tempi di Coronavirus. E così, in poco tempo, autori volontari si sono messi a disposizione per una antologia di racconti, Fantàsià – il cui ricavato andrà completamente a sostenere le attività di ASROO, Associazione Scientifica Retinoblastoma e Oncologia Oculare di Siena. Il progetto, nato da un’idea dello scrittore Stefano Labbia, intende unire le forze della parola per un obiettivo comune: sostenere le attività di ricerca sul Retinoblastoma, il tumore oculare più frequente in età pediatrica.
Lo Staff di Siena, condotto dal medico oncologo di fama internazionale Prof.ssa Doris Hadjistilianou, segue dal 2011 un percorso di cura e diagnosi precoce di una malattia rara: il Retinoblastoma. Proprio a Siena ogni anno si celebra la Giornata di Oncologia Oculare che vede la partecipazione di massimi esperti sul tema. Siena è il terzo centro di Eccellenza in Europa per casi trattati.
L’intero ricavato dell’antologia fantasy – disponibile su Amazon – sarà devoluto ad ASROO.

Ecco il link per acquistare il libro (versione cartacea o e-book: https://www.amazon.it/dp/B086PMNDNR?ref_=pe_3052080_397514860.

Nell’antologia si sperimenta il tema della fantasia con gli autori: Aharan Lee, Elena Panzera, Giorgia Sbuelz (già vincitrice del concorso “Una fiaba per Asroo”), Greta Guerrini, Maggie van der Toorn, Monica Serra, Silvia Bruni e Stefano Labbia che hanno dedicato gratuitamente il loro tempo e le loro competenze in beneficenza. La prefazione è di Mattia Albani.
Un contributo speciale nella realizzazione del progetto va a Palma Caramia, interior design che ha intrapreso la strada da bookblogger per recensire e commentare i libri presenti nel catalogo Amazon e librerie fisiche e che attualmente collabora come grafica e illustratrice per autori emergenti e non.

ASROO – Associazione Scientifica Retinoblastoma e Oncologia Oculare è nata il 27 aprile 2010 per iniziativa di medici e biologi del Centro di riferimento del Retinoblastoma, dell’Unità di Oftalmologia e della Sezione di Biochimica del Dipartimento di Medicina Interna Scienze Endocrino Metaboliche e Biochimica di Siena, che già da alcuni anni stanno collaborando per un progetto di ricerca sul retinoblastoma.

L’Associazione si prefigge le seguenti finalità:

– migliorare le conoscenze medico-scientifiche nel vasto campo dei tumori oculari;
– migliorare la qualità dei servizi offerti ai pazienti;
– diffondere e divulgare le conoscenze scientifiche raggiunte nel settore attraverso opuscoli distribuiti negli ospedali, negli studi medici, nelle manifestazioni pubbliche quali seminari e convegni;
– sostenere tramite raccolta di fondi il miglioramento dei centri specialistici dedicati attraverso la donazione di apparecchiature scientifiche.

Ufficio Comunicazione ASROO
dott.ssa Marianna Alicino
e.mail: segreteria@asroo.org
http://www.asroo.org

VERSO consiglia: “Il virus delle verità” di Antonio Gerardo D’Errico (Santelli Editore)

Segnaliamo con piacere questa nuova interessante pubblicazione fresca di stampa:

“Un grande scrittore: Antonio Gerardo D’Errico, un mitico editore Santelli, dei luminari e professori della scienza : Luciano Gattinoni, Fabrizio Pregliasco, Gianluigi Spata e Paolo Antonio Ascierto nel libro “Il virus delle verità”, ma anche tanto altro ancora.
“Il virus delle verità”, un libro che affronta l’emergenza sanitaria del covid, in maniera scientifica, con la penna di un autore che descrive la pandemia e le problematiche correlate, in maniera impeccabile e precisa.” (tramite Gerardo D’Errico)

Acquistabile direttamente dalla casa editrice, tramite il link postato, a breve in tutte le librerie, a soli 9,99 euro.

Il virus delle verità (con interviste a Gattinoni, Pregliasco, Spata e Ascierto)

Anche su Alessandria Today:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2020/10/20/libri-il-virus-delle-verita-di-antonio-gerardo-derrico-santelli-editore/?preview=true

“L’età dell’insicurezza- L’amore supera le barriere”(Edizioni Smasher) di Gabriella Midili (a cura di Sabrina Santamaria)

“L’età dell’insicurezza- L’amore supera le barriere”(Edizioni Smasher) di Gabriella Midili
(a cura di Sabrina Santamaria)

Il mondo interiore altrui è sempre un campo minato tracciato da una serie di labirinti contorti in cui non si trova una via d’uscita perché, in fondo, sforzarsi di giungere a una “via di scampo” è impossibile se, ormai, siamo entrati in empatia con la sensibilità che alberga nel cuore di un essere vivente; ciò accade, a maggior ragione, se ci apprestiamo a un libro, scritto per lo più da un autore che conosciamo di persona o sui social, avvertiremo sicuramente una responsabilità verso quest’ultimo, noi comprendiamo che quella persona ci sta regalando un frammento di se stesso e noi questi doni li conserviamo con cura per il loro valore inestimabile. Ho avvertito immediatamente di aver varcato una sfera “sacra” quando mi sono accostata a “L’età dell’insicurezza- L’amore supera le barriere” di Gabriella Midili, un’autrice che ha una grande determinazione e ambizione tanto è vero che mi ha esternato con vera passione la sua velleità a crescere letterariamente, ella è colei che brama pedissequamente quel salto di qualità, ovviamente col nostro talento possiamo continuare a crescere affinché ognuno di noi si evolva mediante le esperienze che sono il frutto del nostro impegno costante.

Gabriella Midili

Il romanzo di Gabriella Midili è, sicuramente, un flatus vocis di anime che all’unisono creano una sinfonia asincrona (per metà dell’opera) e perfettamente armoniosa alla fine della vicenda che non segue un ordine logico e cronologico infatti sono molteplici i flashback, le prolessi e le analessi nel testo; questi espedienti letterari fanno da corollario a una fatica letteraria “sudata”, “sofferta” e “satura” di emozioni. “L’età dell’insicurezza” è un mosaico costituito da tantissimi pezzi apparentemente scissi fra loro, però vi è un arcano, un punto cruciale in cui i lettori troveranno la chiave di lettura del romanzo. L’autrice e la voce narrante coincidono, il romanzo è anche autobiografico quindi la nostra scrittrice decide senza riserve di confidarsi con colui il quale deciderà di sfogliare le pagine del suo libro, forse solo per curiosità, la sua fiducia verso il probabile sconosciuto che la leggerà non ha confini e nemmeno barriere. Questo romanzo, fra l’altro, lo possiamo inquadrare sotto diverse chiavi interpretative e per certi aspetti mi è sembrato che si avvicinasse al genere giallo, ma in questo caso a investigare è il lettore il quale deve svelare il mistero dell’anima dell’autrice, un mistero fitto e intrigato, nemmeno la psicanalisi avrebbe trovato delle risposte razionali al suo caso, forse accettando che la sua storia è un enigma riusciamo a stabilire il fatidico patto narrativo con Gabriella Midili. L’originalità dell’opera risiede nel contatto, quasi tangibile, che la protagonista dei fatti raccontati, ha con la quarta dimensione; il suo anelito spira all’invisibile, al “paranormale” infatti si tratta di porgere l’occhio e l’orecchio a entità che non sono visibili all’occhio umano, come gli angeli custodi. Colei che narra crede nella voce interiore che la guida a compiere azioni sagge e virtuose che può essere intesa in una duplice veste o come coscienza che conferisce nuova linfa oppure come il Daimon o entità angelica che le sussurra sospiri ineffabili; è colui il quale la nostra chiama Maestro a divenire la contro-voce, quasi l’aiutante fiabesco direi o l’architrave portante delle nuove consapevolezze di Gabri (vezzeggiativo di Gabriella). Il romanzo si regge su tre pilastri ove alla base troviamo la protagonista e il Maestro e al vertice un personaggio di cui non farò menzione perché è la pietra miliare e sarebbe uno spoiler, colui sul quale si sorregge la trama introspettiva di questa storia che oltrepassa ogni confine possibile e immaginabile, chissà il mondo in cui viviamo noi forse è solo uno dei mondi possibili? Spetta a noi scoprirlo, intanto ci delizieremo leggendo “L’età dell’insicurezza” di Gabriella Midili.

Sabrina Santamaria
Fonte: http://www.sabrinasantamaria.it

Gabriella Midili

“In direzione ostinata e contraria – L’altra faccia di Scampia” di Davide Cerullo (a cura di Sabrina Santamaria)

“In direzione ostinata e contraria – L’altra faccia di Scampia” di Davide Cerullo
(a cura di Sabrina Santamaria)

Ho riflettuto parecchio sull’ostentato disagio socio-culturale di Scampia e mi sovvenivano la valle delle “ossa secche” di Ezechiele e la resurrezione di Lazzaro, le ossa divennero un esercito con corpo e anima e Lazzaro dopo giorni dalla sua morte uscì dal suo sepolcro quindi l’impossibile non si impadronisce di una sorte che ci sembra beffarda.
Nessuno di noi sceglie il luogo dove nascere e crescere. Sappiamo che le vicende della nostra vita si forgiano in base alle esperienze che hanno formato il nostro carattere. A volte immaginiamo modelli di infanzia impeccabili, un po’ al pari di “David Copperfield” di Charles Dickens, invece, la realtà quasi sempre si discosta da certi paradigmi che imperano nella nostra mente.

Davide Cerullo

Testimone verace è Davide Cerullo il quale può raccontare la sua infanzia e la sua adolescenza a dir poco idilliache, un autore da stimare e apprezzare, non solo per il suo stile narrativo, ma, anche per la sua storia che meriterebbe una produzione cinematografica dedicata interamente alla sua forza di riscatto e al suo coraggio, sicuramente Cerullo è un uomo pregevole e un grande esempio per i ragazzi di oggi infatti egli è la dimostrazione empirica di un cambiamento; cresciuto fra le strade di Scampia a Napoli, fin da piccolo è stato adottato dalle cosche mafiose del quartiere. Davide ha conosciuto un mondo spietato dove i soldi erano l’unico dio da venerare, poco importava se per possederli bisognava esercitare violenza su violenza, cattiveria su cattiveria, tuttavia pur immergendosi in quel lerciume riesce a emergere e a rinnegare quella sporcizia nel momento in cui il dono preponderante della parola umana e divina ha attraversato ogni meandro più oscuro della sua mente e del suo cuore.

Oggi Davide Cerullo è un grande scrittore e ha fondato un’associazione “L’albero delle storie” proprio a Scampia per aiutare i giovani a crescere nel modo più sano e equilibrato possibile, mi è capitato di osservare diverse foto dei bambini che giocano con gli animali, le attività di lettura e scrittura creativa che il nostro autore svolge sono davvero encomiabili. Il nuovo libro “In direzione ostinata e contraria- L’altra faccia di Scampia” riassume gli snodi salienti degli sforzi di Davide Cerullo uniti, fra l’altro, alle sue poesie riflessioni che compungono fortemente l’animo umano; l’intento del nostro poeta e scrittore è quello di costruire ponti invisibili sorretti dalle fondamenta della lealtà, genuinità, cultura e riflessioni di ampio respiro. Questa ultima pubblicazione è impreziosita da frasi e aforismi di autori che sono ricordati perché le loro opere sono dei classici della letteratura, Cerullo si definisce un “operaio della parola” e non un maestro, però, a mio parere, la letteratura come sangue nelle vene lo attraversa e non lascia scoperto nemmeno un brandello del suo corpo. Il titolo “In direzione ostinata e contraria- L’altra faccia di Scampia” sta a sottolineare che esiste una Scampia diversa da quella che ci rappresentano i social e da quella che noi immaginiamo, infatti chi non vive in un luogo non ha la reale percezione dello stesso fin quando non fa esperienza sul campo; i social ci mostrano solo una faccia dei quartieri di Napoli indicandoli velatamente con aggettivi periferie “malfamate”, “degradate e degradanti” e i residenti sono descritti in modo tale da farceli pensare “reietti”, “emarginati” e “dannati” martiri di un destino che ha già scelto per loro invece l’autore ci mostra un’altra “faccia” di Scampia quella che i perbenisti tendono ad adombrare tanto è vero che alle Vele abitano, pure, persone oneste, operai che non hanno risorse economiche, ma vorrebbero che i loro figli studiassero, quindi esiste una parte di Scampia laboriosa, pronta a crescere culturalmente e l’azione di Cerullo è volta a mettere in risalto questo aspetto per dar voce a tutti coloro i quali vertono in questa dimensione contraria, le Vele non sono mafia, morte e distruzione, c’è una percentuale della popolazione che prosegue una direzione opposta, e il poeta fornisce degli ottimi incentivi per questa ragione è stato anche definito da qualcuno un “mago”. Le sue riflessioni(racchiuse nel libro) hanno un impatto sociale di rilievo in quanto mettono in luce i meccanismi contorti di alcune menti politiche “ben pensanti” e ipocritamente “garantiste”, condividendo gli ideali della lotta non violenta svela l’assurdità di un provvedimento politico che vorrebbe abbattere le Vele, come se con la rimozione del “problema visibile” svanisse, di colpo, lo svantaggio socio-culturale, purtroppo, ancora presente a Scampia, invece la migliore arma è la cultura, ovvero la crescita intellettuale di una determinata area geo-politica, il vero obiettivo dovrebbe essere quello di promuovere la mobilità delle classi sociali. In alcune pagine del testo Davide Cerullo si smaterializza e prende sostanza l’humus delle Vele, man mano che mi inoltravo nella lettura, capitolo dopo capitolo, mi sembrava di respirare l’energia dell’autore il quale per alcuni attimi chiude gli occhi materiali del lettore e gli permette di scrutare l’orizzonte accompagnato dall’animo della speranza proprio per questo motivo chi descrive Scampia non deve mai restituire uno specchio che riflette la violenza, rappresentare e narrare la crudeltà sarà sempre un boomerang anzi trasmettere un certo stereotipo di alcuni quartieri genera cancrena nell’immaginario collettivo, ragion per cui la serie TV “Gomorra” è diseducativa e non fa germogliare i semi sparsi da alcune persone, come Davide, i quali stanno seminando con lacrime e insegnano ai giovani valori e contenuti sani, dunque riprodurre certi orrori non è socialmente propedeutico, bensì deleterio perché suggerisce ancor di più l’idea aberrante secondo la quale è convenevole l’esistenza degli “esclusi” vittime della violenza, forse, in fondo, tutto questo serve a mantenere lo status quo? E se il pratico inerte venisse smontato dalle radici probabilmente davvero tutti potrebbero avere uguali opportunità? D’altronde Don Milani lo diede a intendere che le istituzioni fanno “parti uguali” fra diseguali. Il “ruolo della vittima privilegiata” è un’altra malattia del nostro secolo e il nuovo saggio di Cerullo senza trucchi e inganni svela questi falsi miti; possiamo emanciparci da certe condizioni, nulla è immutabile, non esistono nettamente il carnefice colpevole da trucidare e la vittima da salvare, al di là di queste polarizzazioni dovremmo imparare a considerare l’essere umano come creatura, facente parte di un microcosmo e macrocosmo, entità agente, atta a evolversi e a plasmare l’ambiente circostante. Davide Cerullo è l’archetipo dell’agire intellettualmente scevro dagli obsoleti residui di una carcassa risorta.

Sabrina Santamaria
Fonte: http://www.sabrinasantamaria.it

“Tempi così e sincronie in volo” di Loredana Borghetto (recensione di Federico Guastella)

Fonte originale: Sololibri.net 18/05/20

“Tempi così e sincronie in volo” di Loredana Borghetto (recensione di Federico Guastella)

La notte oscura del “nostro medioevo” genera un grande disagio e, nel contempo, un orizzonte di aperture più o meno ampio. Mi riferisco con questo pensiero alla poesia di Loredana Borghetto, bellunese e già insegnante di lettere, la cui silloge “Tempi così e sincronie in volo” (Libera editrice Urso, 2020), in due sezioni, si snoda lungo il tracciato del negativo alienante dove l’essere umano si sente ormai bene in compagnia d’una “stretta” assuefazione.
I suoi versi, generalmente brevi e melodici, dai lessemi vigorosi e inusuali e mai monotoni o uguali, fanno anima e con un linguaggio inesauribile puntano lo sguardo sul malessere della società globalizzata. La parola esce fuori dal presente “spento” in uno scenario apocalittico, incrostato di dolore, da orridi incavi danteschi, da abissi labirintici che sono la vita in cui brancoliamo alla ricerca di un senso, di una via di fuga.
Si odono in ogni componimento voci atroci che sensorialmente si sedimentano in ogni fibra dell’io poetico, dal momento che ogni verso è vissuto e sofferto. Nell’ulissiade viaggio sono i mostri quotidiani, identificati nelle mode consumistiche e omologanti, di vacui beni, da indurre alla resa. Fantasmi che dominano per la competizione e sopraffazione che vorrebbero far cadere nel vuoto il discorso poetico.
Nel componimento Vite, pensieri e gesti si svolgono in un centro commerciale popolato dall’anomia di travestiti in contrasto alla genuinità del sentire:

“Vite preconfezionate / in vendita a prezzi stracciati / vite bulimiche impigliate / tra desideri da supermercato / vite dai pensieri corti come uno spot / svuotate in carrelli pieni di disincanto / vite che sfilano con una faccia / indossata per recitare una parte”.

Vi è uno svolgersi di fotogrammi inquietanti che provocano riflessioni sul fondamento stesso dell’esistenza: quella che si vorrebbe ritrovare insieme alla fiducia nell’altro e quindi, in ultima analisi, alla fiducia in sé stessi. Ha ragione Jung quando dice che la vita esige sempre d’essere riconquistata da capo. È dal buio delle incertezze che procede un cercare con profonda umiltà l’istante della chiarezza. Difatti, nel dialogo con sé o l’altro da sé (il “tu” / “noi” implicito o esplicito), Loredana Borghetto, rifuggendo dalla retorica, si rimette in gioco con il bisogno di scrutare “l’architettura sacra del cielo” e cogliere in una distensione dell’animo possibilità di vita.
Ecco, allora, un filo di speranza:

“Abbiamo perso l’ingenuità (forse) / ma il nostro sguardo / cerca ancora sempre / profumo di musica”.

L’inventività sta nel voler vedere un mondo nuovo con la consapevolezza che la guarigione è data dalla bellezza. Ciò significa che la poesia è visionaria; si distacca in modo vigile dalla realtà che angoscia e svela la dimensione salvifica e profetica della parola.
I dati opachi, brucianti e assurdi vengono allora illuminati da una luce trasparente che fuga le insidie:

“l’occhio s’aggrappa a un campanile / lontano aspettando un suono / che sia rivincita su arroganti fragori, / insegue un lembo di cielo che restituisca / anche una sola stella o una fascia di terra / dove ascoltare un canto ancora / in questa babele senza armonia”.

La realtà che delude non sacrifica la passione per la vita; per ogni fine c’è sempre un nuovo inizio vogliono dire i suoi versi; il negativo non si conclude in sé, ma si apre alla rivelazione d’una verità che possa essere. Là dove c’è un faccia a faccia col male, la paura alchemicamente si muta in saggezza che tende a costruire armoniose allegorie ‘in volo’.
L’appello lanciato col ritmo dell’anafora rivela la liberazione dall’assenza:

“Noi che volevamo portare il cielo in terra / noi che ci eravamo eretti a profeti / di una rinnovata umanità / noi che volevamo smuovere / dio dalla sua assenza / lasciamo falsi idoli / e mondi irrespirabili”.

Versi poco consueti, di questi tempi, versi con l’anima. Non riuscendo a sentirsi bene, anela a un cambio di prospettiva nella storia del mondo ed è allora che acquistano più rilievo i timidi e discreti momenti di idilli deliricizzati: il filo d’erba che sottovoce racconta storie di libertà, una goccia di pioggia danzante nell’aria, la lentezza del ruminare parole e pensieri, ali di libertà azzurra, la riscrittura del rapporto amoroso “oltre le ossessioni / di ogni tassonomia”.

Sono alternative possibili all’orrore e alla morte e che svelano di fra le nebbie e nubi ‘l’isola dei Feaci’, dove il sentimento è fondamentale (Verso l’isola dei Feaci chiude la prima sezione). La poesia di Loredana Borghetto, che costa un altissimo prezzo e porta lo stigma della fragilità, ricca e sicura si apre a tempi lunghi e lenti, profumati da teneri freschi germogli. I segni d’una strada trovata mescolati a quelli della crisi del post-moderno si possono più agevolmente riconoscere leggendo la seconda parte della raccolta.
La verità redentrice racchiude felicissimi attimi, sintagmi brevi nella grammatica del paesaggio rinnovato, fervide sensazioni se ci si lascia trascinare dalla corrente vitale:

“Quando ti accade di vivere / sei acqua senz’argini / farfalla posata sull’allegria di begonie / pesca carica di mille sapori / quando ti accade di vivere / non senti odore d’autunno / e anche nell’ombra scorgi / avventure nuove da correre”.

Una dolorosa speranza, colta tra gli allarmi e i sistemi d’una contemporanea odissea, si fa in fondo tensione comunicativa: l’autrice interroga la realtà e fissa l’ora di “favolose congetture” verso “altre delizie” del “qui” irrisolvibile nell’evasione che evita ostacoli e responsabilità. Dalla nera ombra del dolore si giunge così alla possibile ricostruzione del “piccolo mondo imperfetto”. La lirica Non chiuderti evoca un atto di liberazione dagli artifici della socialità e richiama a una conquista di spazi aperti che si dilatano nel pieno dell’universo interiore per irresistibile richiamo di salvezza. Come l’uomo dovrebbe essere, sottratto alle obbligazioni del banale. Là dove c’è più spazio c’è poesia in possibili mappe d’uscita dove ci si inoltra per riconoscere la differenza tra due opzioni: lo stilema dell’essenza e quello d’uno sterile vagabondaggio.

“Ogni buio ha un cuore di luce / e ogni luce ha un cuore di buio / non chiuderti dentro i confini / di una pagina o di un link / tu sei un libro intero / sei l’intero mondo”.

Federico Guastella

L’inno ai miti partenopei: “Suoni del Sud-La musica tra i vicoli di Napoli” di Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti (a cura di Sabrina Santamaria)

L’inno ai miti partenopei: “Suoni del Sud-La musica tra i vicoli di Napoli” di Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti
(a cura di Sabrina Santamaria)L’amore per la musica ha sempre accomunato tantissime generazioni; spesso, può capitare che i giovani si appassionino a generi di musica di altri tempi, infatti alcuni cantanti, per via della qualità del loro stile e per i contenuti delle loro canzoni, sono riusciti a rimanere nella cresta dell’onda, ne possiamo citare alcuni come Zucchero, Celentano, Morandi, fra quelli scomparsi anche De André è un mito che attira molte leve giovanili. Il romanzo “I suoni del Sud- La musica tra i vicoli di Napoli” Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti è un inno alla musica, all’arte, anche all’amicizia. È una prosa che racconta le esperienze di un direttore artistico che rende tributo e merito alla musica napoletana degli anni ’70, ’80, ’90 e del decennio che stiamo ancora vivendo. Peppe Ponti, grazie la sua umiltà, la sua genuinità ha saputo scalare tantissime vette giungendo piano piano al successo; ha collaborato con tantissimi artisti validi come Murolo, Mia Martini, Zurzolo, Gragnaniello e tantissimi altri cantanti che hanno fatto la storia della musica partenopea. Lo stile del romanzo è molto leggero, scorrevole e rilassante, coinvolge il lettore nelle avventure di Peppe Ponti anche perché tre le pagine di questo entusiasmante romanzo trasuda la passione con la quale gli autori, in particolare la voce narrante Peppe Ponti, hanno narrato queste grandi esperienze. Il primo capitolo inizia con le vicende autobiografiche del protagonista, la storia familiare e le sue condizioni sociali molto modeste poi col proseguire dei capitoli l’andamento narrativo diventa più ritmico come la voce narrante stesse suonando uno strumento, tanto è vero che prima l’atmosfera è incantata, trasognata e nostalgica di vecchi tempi andati, man mano il ritmo narrativo diviene più veloce, quasi a suggerire l’idea del movimento ai lettori; credo che questa sia una scelta consapevole dei nostri autori per accordare la narrazione, gli stili musicali dei vari decenni e la vita stessa del direttore artistico che si evolve divenendo più frenetica fra i vari impegni che aumentano e progrediscono grazie all’arte musicale. Sicuramente il Sud Italia è immaginato da tutti come un luogo magico, surreale e sublime, caratterizzato da paesaggi di mare suggestivi, insomma una nicchia di mondo che conduce alle porte dei sogni. La musica dei cantanti del Sud Italia ha proprio queste caratteristiche, coloro i quali ascoltano volano fra i meandri dell’infinito ed entrano in una dimensione intima, pura e onirica. Nel romanzo vi sono, fra l’altro, degli spunti comici e divertenti ad esempio quando alcuni fans o i vigili urbani hanno creduto che Peppe Ponti fosse il cantante Tony Esposito oppure la paura di Mia Martini di affrontare i suoi viaggi con qualcuno che potesse essere definito “inaffidabile”, uno degli obiettivi del romanzo è quello di mettere in luce l’umanità e la simpatia di molti artisti al di là del loro talento. Peppe Ponti è stato capace di mediare con tutti gli artisti che si sono messi innanzi il suo cammino, ottenendo traguardi strepitosi come la collaborazione con Rai Trade di Dino Piretti oppure il lavoro impegnativo e soddisfacente della direzione dell’Orchestra italiana; le esperienze di questo direttore artistico non sono narrate con vanto o con vanagloria, non si intravede alcun velo di superbia o finta modestia fra le pagine di questo libro. Gli autori hanno voluto commemorare il ricordo di alcuni artisti, molti fra i quali sono scomparsi. “Suoni del Sud” potrebbe essere un monito a non dimenticare i “grandi” che ci hanno lasciato un segno nella storia, quindi questo romanzo è una narrazione autobiografica che ricalca le orme dei grandi artisti che ci hanno regalato delle emozioni e che sono stati un mito in quanto Peppe Ponti si posiziona sempre un passo indietro rispetto ai cantanti napoletani dei quali egli descrive il loro talento musicale e la loro indole che, in molti casi, riesce a trovare un’armonia con l’animo nobile del direttore artistico. La spontaneità, si lega ai non artefatti ritmi e ai suoni del Sud, è un’altra linea guida fondamentale che alberga in alcune espressioni, spesso gergali e dialettali, la voce narrante non ha un lessico colto e nemmeno troppo elevato; il lessico è colloquiale come se chi narra stesse raccontando la sua storia vis-à-vis e non mediante un canale cartaceo che potrebbe leggere chiunque. Gli autori hanno deciso di percorrere un entourage di elevata importanza, si sono impegnati per portare avanti la mémoire di canzoni che rappresenteranno sempre un mito per noi tutti, basti pensare a “Cu’ mme” di Roberto Murolo e Mia Martina, un capolavoro apprezzato da tutte le generazioni. Gli uomini senza arte di pregio rischiano di dimenticare il senso più intimo e vero della bellezza, è il nostro compito tenere viva la memoria di grandi artisti, sia in ambito musicale, sia in ambito letterario, artistico, teatrale e cinematografico. Ogni tipo di arte migliora l’uomo, lo nobilita e lo eleva alle essenze spirituali dell’uomo, l’eccessiva reificazione mortifica la nostra esistenza a un’oggettivazione troppo rude e fine a se stessa dunque alla luce di queste riflessioni apprezziamo e comprendiamo lo sforzo immane dei nostri autori che in “Suoni del Sud” hanno voluto infondere un testamento d’onore alla musica del Sud e ai suoi artisti che l’hanno rappresentata quindi quest’ultimi sono un’eredità per i nostri giovani e per i posteri affinché non si prosciughi questa acqua nei serbatoi della nostra creatività e fantasia, soprattutto il Sud ha avuto e avrà molti talenti, noi dobbiamo saperli valorizzare e su questa lunghezza d’onda Antonio G. D’Errico e Peppe Ponti agiscono perché credono negli ideali della loro passione: la musica.

Sabrina Santamaria

L’inobliata “Storia d’amore” di Bruno Mohorovich (a cura di Sabrina Santamaria)

Bruno Mohorovich

L’inobliata “Storia d’amore” di Bruno Mohorovich (a cura di Sabrina Santamaria)

“Gli amori ritornano. Sono un lampo che lacera la quiete, il tuono stordente che scuote l’animo, l’imponderabile che svela l’incompiuto” cit. tratta dal prologo “D’IMPROVVISO…PER QUANTO TEMPO” di Bruno Mohorovich.

Mistificare un gioco di ritmi e suoni accordando termini cadenzati all’unisono non è una qualità che si può scorgere in qualsiasi persona così come scavare profondamente nei propri sentimenti per poi scoprire di conoscere se stessi meno di quanto in realtà si potesse immaginare questi, sopracitati, sono due dei tanti obiettivi della letteratura che io definirei terapeutici. Tra i racconti in versi di uno scrittore che decide di immortalare i propri momenti per firmarli in anteprima ci accorgiamo, spesso, che noi, tutti compresi, ci ritroviamo in quei vissuti che sono stati coraggiosamente messi a nudo, soprattutto nel momento in cui la missiva principale è l’amore. Questo sentimento, tanto decantato dai poeti diviene tema e soggetto privilegiato ancora nella nostra contemporaneità. Quali tinte assume l’amore nella società odierna? Possiamo noi riassumere l’amore solo in un mero fluttuarsi di emozioni e sensazioni? Sfiora questi interrogativi la storia in versi di Bruno Mohorovich; autore dalle doti espressive spiccate, il quale prende coscienza del significato connotativo dell’amore, al di là di una mera descrizione denotativa. “Storia d’amore – una fantasia” rientra nel genere poetico in quanto la fantasia amorosa di Bruno Mohorovich è raccontata attraverso dei versi che sono in stile libero, anche se non mancano nei testi mohorovichiani dei preziosissimi sintattici inoltre un altro aspetto predominante dell’opera è quella di essere imbevuta di innumerevoli figure retoriche del suono e del significato, infatti sono disseminate nel testo le allitterazioni, le anafore, l’iperbato, l’anastrofe, la sinestesia e alcune metafore e similitudini, al di sopra di tutto la figura retorica per eccellenza è la personificazione dell’amore stesso in sé e per sé, protagonista non è la donna amata, ma il sentimento verso colei alla quale le nobili avance sono rivolte. Qualche struttura figura retorica della metrica non manca come l’enjambement. Cattura l’attenzione del lettore il fil rouge amoroso che incanta chiunque si accosta a questo stile ossimorico perché sebbene siano dei versi a svelare l’arcano della donna amata possiamo anche riscontrare un andamento prosastico che inebria questa raccolta poetica fornendole un carattere di originalità letteraria in quanto le poesie non sono pensieri e stati d’animo scissi fra loro, ma l’ambient narrativo segue una trama precisa e uno svolgimento infatti “Storia d’amore – una fantasia” è un’opera suddivisa in tre parti: Inizio, Insieme e Fine. L’amore, però, in questo caso comporta uno struggimento tutto interiore, il pathos, che porta a far germogliare nuove consapevolezze, si consuma nelle proiezioni personali del poeta, la trama è un’avventura vissuta nell’inconscio tormentato; in questo caso, tuttavia, l’amore non è pulsione di morte, non coincide col thanatos freudiano, in cui amore e morte sono le facce della stessa medaglia, nel caso del nostro Bruno Mohorovich questo sentimento si affranca dall’impulso distruttivo, ma diventa linfa vitale, sorgente dalla quale scaturiscono le sensazioni più nobili. In guisa di questa chiave interpretativa l’amore, anche quando non è corrisposto, è la fonte più ricca degli impulsi che conducono ogni uomo a rigenerarsi. Nella visione del nostro autore “amare” è un atto incondizionato e libero, al soggetto amoroso non possono essere imposte catene o costrizioni di sorta. Questa narrazione amorosa in versi ci dimostra che il sentimento non si spegne, ma rimane indelebile, infatti esso non si sfalda, non si consuma, non si frantuma, non si disfa, non si scioglie, non si rompe mai del tutto, ecco perché certi amori rimangono dentro la memoria di ognuno di noi, alcuni ricordi restano immortalati, fissi e non sfumano mai. L’oblio, quindi, in sé e per sé non esisterebbe? Gli psicologi insieme ai filosofi hanno cercato di dimostrare la totale assenza di ricordo però la questione è complessa e non si è giunti a una conclusione univoca tanto è vero che l’oblio assume diverse forme: l’oblio di cancellazione, l’oblio delle tracce, l’oblio amnesico, tuttavia in nessun caso andiamo incontro a una totale e completa assenza di ricordo perché alcuni neuroni conservano frammenti di memoria così come asserisce l’autore: “Per quanto amiamo chi abbiamo scelto con cui vivere, comunque i nostri amori, che hanno avuto un finale, non avranno mai veramente una fine”. Al di là di questa breve digressione molto cara alle scienze cognitive tornando al nostro soggetto privilegiato cioè l’autore e la sua narrazione in versi ciò che spicca particolarmente è la sua preparazione letteraria e sociologica di ampio respiro tanto da mettere insieme abilmente il romance e la tematica dei ricordi, della memoria e dell’oblio che ultimamente ha aperto accesi dibattiti fra gli studiosi amalgamando con arguta aspirazione letteraria lo spleen con lo slancio vitale bergsoniano e l’accettazione di vivere nascosto attraverso la pace dei sensi che si avvicina alla scuola di Epicuro e agli insegnamenti stoici.

Sabrina Santamaria