“CONCHIGLIE CAURIES POETI AFRICANI” DI ABDEL KADER KONATE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Conchiglie Cauries Poeti Africani” di Abdel Kader Konate

“Io non sono nero/ io non sono rosso/ io non sono giallo/ io non sono bianco/ non sono altro che un uomo. Aprimi fratello! Aprimi la porta/ aprimi il tuo cuore/ perché sono un uomo/ l’uomo di tutti i cieli/ l’uomo che ti somiglia!” cit. della poesia “Aprimi fratello!” di Rene Philombe.

Spesso immaginiamo l’Africa come un continente molto lontano da noi, lo pensiamo come un territorio poco fertile, come colonia, come terra assoggettata alle grandi potenze europee, ebbene, questo è in parte vero perché questi assunti la storia ci ha insegnato, sappiamo che i confini dell’Africa non sono geografici, ma politici, cioè divisi a “tavolino” duranti i trattati di pace dalle grandi potenze europee, avvenimenti politici davvero accaduti, basti pensare alle vicende sociopolitiche del novecento. La lettura di questa raccolta poetica ha suscitato in me diverse riflessioni che, a mio modesto parere, potrebbero essere una chiave di volta per comprendere almeno in superfice l’opera di un autore africano. Il titolo “Conchiglie Cauries Poeti africani” mi fa pensare ad una personificazione di un elemento naturale quale è la conchiglia, essa può stare in mare, come in spiaggia, può essere bagnata, oppure esposta continuamente al sole, quindi rimanere anni nella siccità, questa condizione è quella simile al poeta africano; per certi versi può trovarsi in un mare di emozioni, travolto dalla musicalità, dai colori, dai sapori della sua terra, quindi ispirato dalla bellezza del suo continente ha possibilità di salvezza, può emergere ed allo stesso tempo immergersi eterogeneità del bello, ma un uomo sensibile come un poeta può sentirsi travolto dall’immensità delle problematiche sociali, politiche, storiche del continente in cui vive, quindi restare anni in una condizione di aridità sul piano delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti. I nostri poeti africani sono appunto “conchiglie” scagliate nell’immensità dell’universo della loro vita, si precipitano come uomini pieni di umanità e di coraggio, scrutando la “bellezza” laddove un uomo qualunque vedrebbe solo il deserto più assoluto, il silenzio che sgomenta, che percuote gli stati d’animo più fragili, invece i Nostri poeti hanno la forza di prendere la loro penna e narrare, non solo se stessi, ma anche tutti i protagonisti delle loro storie, i posti dove sono vissuti come sono, senza remore o nascondimenti. Le loro poesie sono inviti alla solidarietà, al vero senso di “umanità”, spesso sono dei veri e propri Inni alle loro terre. Nella raccolta poetica sono stati accostati testi di Nelson Mandela e Senghor, autori che conosce anche il mondo letterario occidentale, questa scelta non é solo stilistica, ma ha un profondo significato, perché essa è la volontà piena ed incondizionata di voler creare una linea tra passato, presente e futuro. La storia dell’Africa come continente non è mai affrontata in modo approfondito nelle scuole europee, spesso si fa solo cenno alla segregazione razziale del Sudafrica, ai ku klux klan, agli anni di prigionia dell’ex Presidente del Sudafrica e alla sua lotta non-violenta per l’ indipendenza, tutti avvenimenti pedagogicamente e fenomenologicamente validi da affrontare, ma andrebbero accompagnati da premesse storiche più approfondite e spesso meno etnocentriche. Sarebbe necessario trattare aspetti legati alle loro culture, ai significati più nascosti e misteriosi delle loro culture, un insegnate dovrebbe partire da concetti antropologici sull’eziologia delle parole “mito”, “tribù”, “rito di iniziazione”, “magia”, “religione” e “dono”. L’antropologo Claude Levì-Strauss in “Tristi Tropici” ha sottolineato due modi del mondo occidentale di rapportarsi alla diversità: l’antropoemia e l’ antropofagia. Nel primo caso la diversità non viene accettata, non viene tollerata, le conseguenze di questo atteggiamento conducono a comportamenti xenofobici. Nel secondo caso, invece, l’altro concepito come diverso verrebbe completamente inghiottito, assorbito cultura altrui senza margine di possibilità di conservare nella quotidianità se stesso, il “Diverso” sarebbe quasi “costretto” inconsciamente ad un cambio di “rotta” rendendo ancora di più “inconsistente” la sua storia di vita in cui nell’oblio vi sono usi, costumi, affetti, sentimenti, riti che non può e non deve dimenticare. Proprio per quest’ ultima ragione i nostri poeti africani nei loro scritti hanno inciso musicalmente i loro versi attraverso varie figure retoriche quali anafore, allitterazioni (figure retoriche legate al suono), ma anche sinestesie (figura retorica che consiste nell’accostamento di oggetti, figure, immagini che si ricollegano a sensi percettivi diversi), non mancano in questa raccolta poetica figure retoriche del significato come metafore, similitudini, iperboli e qualche sineddoche. Per quanto riguarda le figure retoriche che riguardano la metrica il lettore più appassionato di una critica attenta della struttura dei versi può individuare il chiasmo, l’anastrofe e l’iperbato. È forte l’esigenza di questi autori di essere riconosciuti come persone al di là dell’appartenenza culturale e geografica, tanto che nelle loro espressioni ho sempre riscontrato la “Personificazione” non solo come figura retorica, ma come slancio vitale che ci conduce all’infinito.

“Dietro ogni sguardo
un infinito
un nome indefinito
un sogno predefinito
un universo, un’illusione, un infinito”.

Ultima strofa della poesia “Illusione” di Abdel Kader Konate.

Sabrina Santamaria
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POESIA CHE “… fa grondare il sangue”: “SCUCITA VOCE” di LINA LURASCHI by Izabella Teresa Kostka 

(by I.T. Kostka) 

La sofferenza stimola la crescita interiore condita, nel passare del tempo, col silenzio e ammutolito dolore. Lacera l’anima e, come ha detto l’autrice stessa durante la recente presentazione del libro “Scucita voce” (Gilgamesh Edizioni), fa nascere “… la poesia che graffia e fa grondare il sangue”. Lina Luraschi squarcia le coscienze con un bisturi affilato e pungente. I suoi versi ispirano l’immaginazione di ogni lettore rapito e, spesso, turbato dall’intensità espressiva ed emotiva dell’artista. Sicuramente non è la tipica e banale poesia “al femminile”. Attraversando il mondo poetico di Lina sprofondiamo nei meandri della sua complicata, gotica e raffinata sensibilità creativa, nella retrospettiva e inquieta riflessione femminile, nella ribellione e disperazione di una donna colpita da una terribile malattia e, infine, ci ritroviamo nella catartica dimensione dei suoi quasi “surreali” versi. Incomprensibile? No! Credo che, per comprendere pienamente ogni velato intento di Lina Luraschi, ciascuno di noi si debba semplicemente “liberare” da qualsiasi stereotipo e schema letterario, rendere la mente come “un libero e flessibile flusso di energia universale ” seguendo le burrascose maree della sua scrittura: senza pregiudizi né tabu né banali aspettative. La scrittura della Luraschi è come un immenso, astratto mosaico di cui tutti gli elementi vengono allestiti senza regole né precisi suggerimenti durante la lettura (da notare la mancanza di qualsiasi tipo di punteggiatura).  “Scucita voce” attrae e spaventa, incanta e turba, fa riflettere destando le più nascoste paure. Porre le infinite domande… Troveremo mai le risposte? Chissà, la vita è un pellegrinaggio verso l’eterno ignoto in cui svolazzerà soltanto la nostra lontana “scucita voce”.

Lina Luraschi recita alcune sue poesie durante la presentazione del libro “Scucita voce” presso il Circolo Letterario ACARYA a Como, 24.11.2017:

https://youtu.be/R4JRZsdbTyQ

Lina Luraschi a proposito della poesia: 

https://youtu.be/2nZQ2lvAhAc

Lina Luraschi con il Presidente dell’Acarya Antonio Bianchetti.

Alcune poesie tratte dal libro:

ROBERTO SAVIANO E LA SUA CRITICA DELL’INENARRABILE a cura di SABRINA SANTAMARIA

Roberto Saviano e la sua critica dell’inenarrabile.

“La mafia è una montagna di merda” esclamò il giovane Peppino Impastato negli anni ’70 anche lui stesso come sappiamo fu trucidato dai Boss mafiosi solo per aver avuto il coraggio di affermare la “verità”, la riproduzione cinematografia “I Cento passi” ha scosso moltissimo le nostre coscienze. Quando si parla di “fenomeni mafiosi”, “mafia”, “angherie”, “Camorra”, “Cosa Nostra” non possiamo dimenticarci dei Giudici Falcone e Borsellino. Maria Falcone, sorella del magistrato ammazzato nella strage di Capaci, ha scritto diversi libri per far vivere nell’immaginario collettivo l’immagine del fratello che ha avuto quel tragico destino. Nel 2012 ha scritto con una giornalista, Francesca Barra, uno dei tanti libri di tutto rispetto “Giovanni Falcone un eroe solo” in cui ci racconta la storia di vita del Magistrato dalla giovinezza fino alla tragica morte per dimostrare che ciò che non morirà mai di “Noi” sono le nostre idee, le nostre buone azioni, i nostri ideali. Le nuove generazioni vanno educate alla Legalità, alla civiltà, alla solidarietà, al rispetto di se stessi e degli altri ecco perché altri due grandi autori Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nel 2011 hanno pubblicato una raccolta di lettere di ragazzi di scuola secondaria di primo grado e secondo grado che si intitola “La mafia fa schifo” per sottolineare che i ragazzi non si rassegnano alle prepotenze, alle “angherie” di coloro i quali si sentono più forti, ma in realtà sono deboli. Quando lessi anni fa questo libro lettera dopo lettera mi resi conto di quanto i giovani siano stanchi di vivere in un mondo di omertà, di illegalità, di cattiveria allo stato puro. Ricordiamoci che i giovanissimi sono stati vittima dei fenomeni mafiosi, basti pensare alla vicenda atroce di Graziella Campagna vissuta in provincia di Messina a Saponara ammazzata nel 1985. Saviano, scrittore-giornalista e saggista italiano, ha narrato le vicende “affaristiche” e criminali della camorra nella sua opera “Gomorra” che è stata definita appunto “Un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra e dei luoghi dove questa è nata e vive: la Campania, Napoli, Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Casapesenna, Mondragone e Giuliano”. In “Vieni via con me” lo stesso Saviano critica e mette in luce le inadempienze italiane, le verità agghiaccianti su storie di vita, calamità naturali(come il terremoto in Abruzzo), le incongruenze delle congregazioni religiose cattoliche dei paesini italiani le quali a volte non hanno saputo “puntare i piedi” con i boss mafiosi dei luoghi circonvicini tanto da accettare che fossero fatti i funerali religiosi di mafiosi defunti, proprio questi avvenimenti contorti il Nostro denuncia a gran voce senza remore e senza riserve. Saviano, d’altronde, ha sempre scritto con cognizione di causa denunciando anche un sistema mediatico di “massa” ,appunto, che non fornisce agli italiani le conoscenze, le competenze per comprendere davvero i fenomeni mafiosi, lasciando al buon intendimento del lettore la complicità politica sottaciuta di queste agghiaccianti vicende di cui si è discusso seppur in modo abbozzato in questo articolo. La recente morte del boss Totò Riina è un esempio emblematico degli sproloqui del Nostro Saviano in quanto anche in questo caso vi è stato un forte impatto mediatico: giornali, telegiornali, trasmissioni televisive serali hanno ricordato Riina a mio parere in modo esasperato e inopportuno, hanno ripercorso la sua vita(costellata solo di delitti atroci e crudeli) tappa dopo tappa, sarebbe stato molto più umano e solidale ricordare le sue vittime perché Riina è un capitolo nero, una pagina scritta di rosso(per tutto il sangue che ha sparso) da “ricordare per non dimenticare” per delitti aberranti che ha commesso. Noi italiani dobbiamo concentrarci di più sulle persone che la mafia la combattono e non la assecondano, uno di questi è Roberto Saviano il quale con la sua penna non si stanca mai di rendere “narrabile” ciò che ai molti apparirebbe come “inenarrabile”.
“Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne.” Cit. dal romanzo d’inchiesta “Gomorra” di Roberto Saviano.

Sabrina Santamaria 
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“CUORE ZINGARO – AMORE A PRIMA VISTA” vol.I di FRANCESCA GHIRIBELLI a cura di SABRINA SANTAMARIA

“Cuore zingaro- Amore a prima vista” Vol.I di Francesca Ghiribelli

“È una sgualdrina dell’Est è una maledetta zingara”.
Il terzo romanzo di Francesca Ghiribelli mi ha profondamente scossa. Mi sono ricordata di un romanzo che lessi anni fa “Le nevi blu” in cui il protagonista della storia era un bambino che viveva nell’incubo della Russia Staliniana. Gli incubi di questo bambino erano “Stalin e i pidocchi”. Allo stesso tempo mi riportata alle reminiscenze infantili della principessa Anastasia, era rimasta orfana anche lei e nessuno voleva riconoscere le sue origini se non alla fine ricollegandoci alla riproduzione del cartone animato della vicenda. Questa terza pubblicazione è il segno tangibile del forte impegno che l’autrice manifesta sempre accorta, attenta conoscitrice delle vicende storiche del mondo sia della psicologia dell’essere umano, sia delle questioni sociali. Questo romanzo d’amore non è solo una storia amorosa, ma dietro la vicenda sentimentale, d’attrazione fisica vi sono ragioni sociali. La Ghiribelli manifesta in sé stralci della letteratura russa come Leòn Tolstoj mi riferisco soprattutto all’opera “Anna Karenina” ed anche allo studio attento psicologico dei personaggi di Dostoevskij. Questo piccolo libro è un ottimo spunto per riflettere sulla storia dell’Est tanto problematica e piena di colpi di scena. La protagonista del libro è Stana, la Ghiribelli la descrive come una “piccola principessa russa”, ma era un sogno della protagonista che la nostra scrittrice sottolinea: “Sin da bambina sognava di essere una principessa, ma le sue origini erano umili, e davvero non sapeva se la vita l’avrebbe mai accontentata”. Nell’opera ho rintracciato sequenze narrative sapientemente dettagliate dal punto di vista psicologico, i dialoghi fra i due protagonisti è breve a volte, ma intenso, la nostra descrive con cura gli sguardi, le espressioni del volto. È molto preponderante l’intenzione di analizzare freudianamente i personaggi. Stana è una ragazza che non si sente più degna di essere amata, rispettata da alcuno ecco perché rifiuta, rigetta sulle prime le buone intenzioni di Ottavio, l’altro nostro protagonista il quale nonostante provenga da una famiglia nobile e ricca e avesse origini militari mostra il lato più buono di se stesso senza giudicarla. La nostra protagonista non aveva scelto da se stessa la sua vita, il suo avvenire, ma era stata vittima del contesto in cui era vissuta, sua madre era russa, ma il padre era dell’est, questa unione di origini diverse l’avevano resa agli occhi degli altri una “zingara”. Da qui il titolo dell’opera “Cuore zingaro”, questo epiteto “zingaro” ci fa pensare un imbarbarimento delle culture dell’Est, ma non è solo questo l’unico spunto di riflessione del romanzo apparentemente solo sentimentale, la Russia in passato deteneva il potere sulle nazioni circonvicine facendole sue, tanto che prima del 1989 veniva chiamata Urss(Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) assoggettando la Polonia, la Romania, la Jugoslavia, tutti paesi che per culture, lingue, abitudini erano tutti diversi fra loro. Essere russi significava essere “nobili”, mentre appartenere essere rumeni, polacchi, jugoslavi, bielorussi era, forse ancora oggi è sinonimo di “zingaro”, essere di basso ceto, di scarsa considerazione sociale, anche in Italia, in genere vi è il pregiudizio che le donne dell’Est siano persone di malafede, gente poco seria di cui non potersi fidare. Fra l’altro la Ghiribelli sottolinea nelle sue pagine che la Russia è un paese molto vasto ed eterogeneo: “Era nata in un misero villaggio alle porte della popolosa Mosca, ma non aveva mai conosciuto la magia di quella città, che tutti affermava essere meravigliosa.[…]Lei amava essere russa, ma ciò che ripugnava era la goliardia di quella società impavida e usurpatrice di libertà”. I russi si consideravano di “razza” pura, infatti tutti gli uomini dell’est non erano considerati degni di vivere. Ottavio è il personaggio-protagonista che compie un’evoluzione dentro di sé, il suo cuore è duro all’inizio della storia, sente dentro il suo cuore un forte sentimento di rabbia, odio, quasi non volesse amare più. Le parole “cattive” “senza scrupoli” del carceriere penetrarono il suo essere come una spada si sentì trafitto, distrutto da quelle frasi di odio: “Se vuoi ti dico dove sono diretti: all’inferno!”. “Sapete le origini della donna di quel gruppo?”(Stana si trovava tra i prigionieri), “Luride, origini luride, di sicuro”. Ottavio si risentì profondamente ascoltando questi pregiudizi sintomi seri di un progetto di “pulizie etnica” aberrante: “Ottavio era inorridito da quel modo di fare così dannatamente esplicito, crudele, onnipotente e pregò in cuor suo di riuscire a liberare quell’angelo di ragazza”. In questo preciso momento quest’uomo rivendica il suo desiderio di appartenenza come genere umano, mi ha ricordata Einstein quando gli fu chiesto a quale “razza” appartenesse ed il grande scienziato rispose: “razza umana”. “Cuore zingaro” è un romanzo sentimentale che rispecchia l’amore a prima vista, la chimica degli sguardi, l’amore a prima vista, tema tipicamente femminile, ma la nostra autrice ha saputo intrecciare tematiche diverse in un libro piccolo a livello di brossura, ma di grande impatto per il lettore, ella ha saputo unire introspezione psicologica, motivi etico-sociali e politici, infine anche i sentimenti. Dopo “Un’altalena di emozioni”, “Twins’Obsession”, “Cuore zingaro” è la terza pubblicazione in prosa di tutto rispetto. Quest’autrice ha dimostrato di saper emozionare il lettore con la poesia nel caso del primo libro e con la prosa con le altre due pubblicazioni, la sua caratteristica principale è la sensibilità.

Sabrina Santamaria

INTERVISTA A FRANCESCA GHIRIBELLI SULL’OPERA “TWINS OBSESSION” a cura di SABRINA SANTAMARIA

INTERVISTA A FRANCESCA GHIRIBELLI SULL’OPERA “TWINS OBSESSION”

● Sinossi romanzo

Il diario di una donna dalle sfumature ossessive, dove in ogni riga albergano le sue più profonde paure e i suoi famelici dubbi.
Un’ossessione, come una specie di apnea, dalla quale a tratti sembra fuoriuscire e in altri momenti ricadere come un peso morto, ma sarà proprio il dialogo con il suo diario a mostrarle faccia a faccia i suoi più profondi tormenti fino ad arrivare a scoprire la verità su una inquietante storia.
La storia di se stessa e dell’indimenticabile legame con la persona più importante della sua vita.

● Note biografiche

Francesca Ghiribelli è ragioniera programmatrice. Fin dai sei anni ha coltivato la passione per la poesia e la scrittura. Ha ricevuto molti riconoscimenti nazionali nel suo percorso letterario, pubblicando anche un libro di poesie illustrate (Un’altalena di emozioni, Bancarella Editrice). L’autrice gestisce un blog (www.francescaghiribelli.blogspot.it), ed è stata insignita “SCUDIERO DELL’UNIONE MONDIALE DEI POETI” dal Cavaliere Silvano Bortolazzi per il suo impegno dimostrato nel campo della letteratura. L’autrice ha pubblicato il suo primo romanzo ‘TWINS OBSESSION-IL DIARIO DI UNA GEMELLA OSSESSIONE’ edito SACCO ARDUINO EDITORE DI ROMA. Il suo primo romanzo d’amore “Cuore zingaro – Amore a prima vista Vol.I” è stato pubblicato da Il seme bianco di Roma.

La seguente intervista aiuterà i lettori a comprendere la passione profonda che l’autrice nutre per la letteratura e a cogliere quelle che sono state le ispirazioni che l’hanno portata a scrivere questo suo nuovo romanzo, genere differente rispetto alla sua raccolta poetica “Un’altalena di emozioni”, già precedentemente recensita nel blog “Verso – spazio letterario indipendente”.

S.S.: Da dove nasce per te questo amore appassionato per la letteratura?

F.G.: Il mio amore per la letteratura e per la lettura in generale nasce fin da piccola. Quando avevo pochi mesi sfogliavo già libri illustrati per bambini, dove le figure colorate attiravano il mio sguardo rapito da quelle storie su carta. Se pensiamo che dei semplici fogli rilegati fra loro possano incantare un lettore, possiamo davvero dire che il libro resta e sarà sempre un’invenzione meravigliosa. L’unica invenzione che dà voce ai nostri sogni.

S.S.: Il personaggio del tuo romanzo potrebbe essere paragonato a quale mito della letteratura del Novecento?

F.G.: Una domanda davvero interessante e particolare. Diciamo che non mi sono ispirata a nessun tipo di mito della letteratura del Novecento e quindi il personaggio non può essere paragonato a nessun genere già esistente. Un’idea nuova arrivata dalla mia ispirazione inaspettatamente e all’improvviso.

S.S.: Come mai dopo la tua opera “Un’altalena di emozioni” hai deciso di cambiare matita e scrivere un romanzo?

F.G.: Dopo la pubblicazione del mio primo libro di poesie ‘Un’altalena di emozioni’ mi sono dedicata a poesia e a narrativa contemporaneamente. Di solito come tutti gli scrittori emergenti si inviano molti manoscritti in valutazione a varie case editrici e per caso ho voluto inviare questo tipo di nuovo romanzo che si differenzia dalle solite trame d’amore, che scrivo a sfondo storico o contemporaneo. Così è stata la volta buona, perché la Arduino Sacco Editore di Roma ha scelto proprio questo genere, dicendo che era molto particolare e che valeva la pena pubblicare. Da parte mia, sono rimasta stupita, visto che pensavo di saper scrivere meglio narrativa di altro tipo.

S.S.: Il tuo personaggio é un tuo alter ego? L’altra gemella potrebbe essere paragonata alla letteratura?

F.G.: Il personaggio della protagonista di ‘Twins Obsession’ non è un alter ego, né mio né di altre persone. E direi neanche una possibile altra gemella paragonata alla letteratura. Io la accomunerei alla singolare storia di una donna, dove i dubbi e le paure di un passato che non ricorda come suo, possano accomunare a volte la vita di tutti noi. Possiamo non ricordare per un vuoto improvviso di memoria, ma possiamo anche non voler ricordare per un particolare trauma subito o addirittura perché ci fa troppo male scoprire la verità che appartiene alla nostra vita quotidiana.

S.S.: Il fatto di dare un tono un po’ “paranormale” alla tua opera lo hai fatto per un tuo bisogno di trascendenza?

F.G.: Il lato paranormale del libro non è stato cercato volontariamente, anzi è venuto spontaneo passo dopo passo. Niente di trascendentale, anzi il mio credo è cattolico e credo non volendo sia stato questo a voler regalare alla storia un profondo significato esistenziale. Avere la consapevolezza, che la morte non può essere evitata, e riuscire a non perdere definitivamente le persone che amiamo. Non le perdiamo mai completamente, nonostante gli errori compiuti nella nostra vita.

S.S.: Per il pensiero che esistono altre vite al di là della vita materiale dei corpi?

F.G.: La materialità dei corpi oltre la vita e l’esistenza di altre vite dopo la morte riguarda più una religione trascendentale e non quella cattolica in cui credo. Io credo nell’esistenza di una dimensione paradisiaca dove potremo ritrovare i nostri cari dopo aver abbandonato questo mondo, ovvero nella resurrezione delle anime e dei corpi. La morte non è la fine di un tutto, ma una seconda possibilità per rincontrare chi abbiamo perso durante il nostro cammino terreno.

S.S.: Qual è stata la molla che ha fatto scattare in te questo pensiero di scrivere di una “gemella ossessionata”?

F.G.: Una domanda molto complicata anche per la sottoscritta che ha scritto il romanzo. La prima ispirazione è arrivata attraverso l’immagine di una donna sola rinchiusa in casa e abbandonata a se stessa, mentre la parte della gemella ossessionata è arrivata soltanto dopo i primi capitoli. Tutto è giunto quando ho dovuto scegliere l’identità della persona a cui la protagonista scrive e quest’idea della gemella mi sembrava molto promettente e curiosa.

S.S.: A quale target di lettori lo consiglieresti? Quale stato d’animo vorresti risollevare, divertire, distrarre con questo libro?

F.G.: Il mio romanzo è aperto a tutti i tipi di lettori che amano leggere, soprattutto narrativa contemporanea, ma ovviamente potrebbe piacere di più a chi ama i libri scritti in forma epistolare e a chi ama un po’ di mistery psicologico e surreale. Coloro che preferiscono unire realtà e paranormale attraverso una lettura che incuriosisce ad andare avanti per spingere il lettore a scoprire la verità fino all’ultima pagina. Le persone che lo hanno letto finora mi hanno detto proprio che la sua scorrevolezza e la sua trama ti spingono a restare incollato alle pagine per sapere come finirà. E per una come me, che non credeva neanche di poter arrivare ad una pubblicazione romanzesca, è una bellissima soddisfazione, credetemi. Vorrei che la mia opera potesse distrarre e al contempo lasciare il segno.

S.S.: Quale emozione ha suscitato in te la scrittura di questo romanzo, genere completamente diverso al primo tuo libro?

F.G.: Devo dire che nasco con la poesia, genere che preferisco in assoluto, ma posso confermare di essermi divertita a scrivere ‘Twins Obsession’, anzi per l’ispirazione giunta velocemente e improvvisamente sono riuscita a scriverlo in circa tre mesi. La stesura è stata emozionante, sorprendente e indimenticabile.

S.S.: Perché hai voluto dare al libro una forma diaristica?

F.G.: Questa è la prima opera a cui dedico una forma epistolare e diaristica. Non mi sono posta troppe domande, l’idea è arrivata di getto ed era l’unico modo per rendere la narrazione speciale e intima. Il lettore, anche quello che ama leggere di meno, credo possa preferire una forma narrativa più semplice come quella del diario. Un diario può essere interpretato bene da tutti e ogni lettore entra meglio nella storia. E poi tutti prima o poi abbiamo appuntato i nostri pensieri in un diario o in piccola agenda! Una forma di scrittura che avvicina il mondo prima o poi.

S.S.: Visto che ti occupi anche di recensire le opere altrui, se dovessi recensire la tua opera, quali aspetti metteresti in rilevanza?

F.G.: Già, da sempre mi dedico con passione a recensire opere altrui sul mio blog, soprattutto di autori emergenti italiani. Penso che soltanto leggendo possiamo arricchirci meglio, ogni libro esistente ci può regalare qualcosa di nuovo e utile per la nostra vita. Ogni storia ha la propria anima da donare. L’autore non può giudicare da solo la propria opera, anzi dovrebbero essere gli altri a commentare positivamente o negativamente con un parere sincero. Soltanto così chi scrive con passione può crescere e migliorare. L’unica cosa che posso dire a chi mi leggerà o recensirà è di tener presente il particolare genere del mio romanzo, potrebbe essere un piccolo punto in più che lo differenzia, perché unisce generi diversi: narrativa contemporanea, mistery psicologico e paranormale. Buona lettura!

Sabrina Santamaria

GIRAMONDO CULTURALE: FRA I CALVARI E LE CITTÀ DEL LIBRO a cura di LINA LURASCHI 

GIRAMONDO CULTURALE – Ultima tappa fra i Calvari e le Città del Libro

● KERGOAT – Chappelle de Notre Dame con Calvario e Cimitero
La Cappella Notre-Dame de Kergoat è un monumento che si trova nel comune di Quéménéven -(Finistere Bretagna). Rappresenta un’attrazione per i turisti durante il soggiorno nella regione.

E’ un paesino di circa 1.100 abitanti . Interessante, e meta di molti visitatori è appunto la Cappella situata all’interno di un Cimitero antico con l’immancabile Calvario.

 Cosa sono i Calvari ?

Pietra scolpita in verticale, i CALVARI, raccontavano i testi sacri, la vita di Cristo e dei Santi per immagini, con al centro la Passione e il Calvario. L’obiettivo era di farsi capire anche dalla gente semplice che non sapeva leggere. Per questo le figure sono ben definite con le teste sproporzionate rispetto al corpo per facilitare la comprensione delle espressioni. Venivano costruiti e commissionati a scultori e artigiani  per ringraziare la divina provvidenza per aver per esempio risparmiato il paese dalla peste o per chiedere perdono per chissà cosa. Spesso ad un calvario é associata una festa del perdono (appunto) a una data precisa dell’anno con processioni e costumi locali. Complessi religiosi di questo tipo sono molto numerosi in Bretagna: ne esistono una settantina soltanto nella Bassa Bretagna.

Foto di Lina Luraschi

● Fjærland  Norvegia. Città del libro.

Fino al 1985 Fjærland, cittadina norvegese il cui primo insediamento risale al tempo dei Vichinghi, era raggiungibile soltanto in barca. Qui libri e librerie si annidano nelle vecchie stalle e in diverse costruzioni rurali e da quando, nel 1996, la città ha aderito al progetto booktown, diventando una città letteraria, attrae ogni anno un flusso notevole  di turisti, tutti accomunati dall’amore per la lettura.

 Fjærland è una delle Booktown norvegesi poste ai piedi dello Jostedalsbreen, il più grande ghiacciaio dell’Europa continentale. Vecchi capannoni, case e persino un hotel sono stati trasformati in librerie che  sono aperte tutti i giorni dal 1 maggio al 21 settembre, ma la loro attività prosegue pure d’inverno, con minor frequenza e anche se “con la neve i librai devono trasportare i libri da un luogo all’altro sulle slitte, spesso trainate a forza di gambe“, racconta uno di essi.
Foto libreria tratta da web

“DENTRO ME STESSO” DI RENATO DI PANE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Dentro me stesso” di Renato Di Pane

Renato Di Pane è un uomo dalla profonda sensibilità, pieno di valori, ciò che ama più di tutto è la cultura, la poesia, condividere versi poetici ed emozioni profonde. La silloge che ha scritto parte da uno scavo interiore, da un’analisi attenta della sua vita. Fanno da corollario in questa raccolta poetica di ampio respiro  le persone piu care a lui; la moglie Ruslana della quale è follemente innamorato, il padre,ormai perso, ma mai dimenticato, gli amici. Il principale protagonista, pero, è il poeta stesso il quale con sapienti tecniche stilistiche svela se stesso, non cela la sua esistenza e il suo vissuto, ma lo mette a nudo, si fa conoscere pienamente dal lettore affinché quest’ultima possa entrare in un mondo diverso dal suo, per creare quell’essere-nel-mondo Heideggeriano che non è solo filosofare ,ma è,a mio modesto parere, una chiave di volta per stare bene con se stessi e con gli altri, è un con-esserci, che prescinde da ogni logica umana, da ogni fondamentalismo, da ogni opinione. Renato Di Pane svela un mistero importante che a volte rimane celato ad ognuno di noi, il segreto che egli ci mostra è la nostra umanità, siamo essere umano dobbiamo amarci, rispettarci, ascoltarci reciprocamente, mai attaccarci. Alcune sue poesie esprimono il senso di angoscia che il loro autore prova di fronte a certe problematiche sociali, come la guerra, la povertà, la miseria. La poesia “Il mio pensiero” è un esempio dello sguardo sensibile che Di Pane ha nei confronti del mondo dove viviamo: “Il mio pensiero va alle famiglie disagiate, quelle che fanno fatica pure a mangiare. Il mio pensiero va a quella povera gente, che ha solo un cuore stanco delle prepotenze.[…] Il mio pensiero va a tutti quei bambini, vittime di abusi e violenze senza fine…Il mio pensiero va a chi si sente onnipotente, perché in fondo della vita non ha mai capito niente.” Queste parole non sono solo un flatus vocis o uno strepitus sillabarum, citando le parole dei dotti universitari, ma sono molto di più, sono il segno di un grande senso della vita, di un amore provato dal poeta a trecento sessanta gradi. In questa Silloge il lettore trova la volontà del suo autore-narratore di scrivere nero su bianco il testamento della sua anima lasciato ai posteri con molta dedizione. “Dentro me stesso” è la volontà cieca, arazionale, ma propedeutica di narrare con coraggio e senza mezze misure i propri patimenti, nostalgie, due poesie che Di Pane dedica al padre ci fanno comprendere, sentire il pathos ci rende deboli, ma allo stesso tempo capaci di lottare contro le battaglie del nostro vissuto, le poesie “Oltre la luce” e “Quel che ho perduto”  hanno come tema la perdita del padre, mai dimenticato e sempre presente nella poetica del nostro autore. In “Quel che ho perduto” Di Pane esprime questi versi: “Ora una lacrima scende leggera, mentre i miei versi mi escon dal cuore, questa poesia te la dedico è vera, riposa in pace mio gran genitore.”, mentre in “Oltre la luce”  è la nostalgia a farsi sentire profondamente in chi legge: “[…] in questo turbine di emozioni mal celate, in questo fuoco che riscalda la mia anima, vorrei abbracciarti, accarezzarti, dirti tante cose…Ma so che sei felice in mezzo agli alberi, una distesa verde che ricopre ogni cosa, un prato di amore che ti invita alla dolcezza, un sogno di una notte qualunque che addormenta i tuoi sensi.”  Sono sempre le forti emozioni che fanno di un uomo un poeta, sono le sofferenze, la tristezza, quel velo di malinconia leggero che pervade la vita che portano un essere umano a scrivere e narrare i suoi turbamenti, ci danno il coraggio di parlare di noi, di descriverci, di mostrarci, non solo i nostri punti di forza, ma anche le nostre paure, ansie, angosce piu fitte, il poeta è solo un porta voce delle problematiche piu intense del mondo. Di Pane  sostiene sempre che il suo sogno è quello di “arrivare al cuore della gente” di carpire la sensibilità di chi legge ebbene quella è la missione della poesia, di chi scrive, di chi riempie un foglio bianco e nudo. Credo che il nostro abbia centrato il punto, toccato con mano il vero scopo di chi mette a nudo la sua anima, non deve farlo per mostrare le sue doti, ma deve essere il “messaggero” dell’umanità, senza presunzione, ma deve suscitare interrogative e non risposte impacchettate o preconfezionate, deve smuovere la polvere nella nostra mente e farci sentire l’autenticità del nostro essere , per dirla sempre come  Heidegger. Di pane ha ben compreso che non è un premio letterario che ci fa una persona migliore, anche se questa raccolta poetica ha ottenuto la segnalazione di Merito alla V Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Himera”, ma la grandezza di chi scrive sta nel saper trasmettere arte, gioia di vivere, sentimenti, emozioni, suscitare ricordi.  La Silloge “Dentro me stesso” è un altro tassello importante della nostra umanità, con questa raccolta si inserisce un altro tassello importante alla produzione letteraria di Di Pane che comincia con la prosa e finisce con la poesia, davvero un gran bel traguardo. Questo libro si avvicina molto alla filosofia ebraica per certi aspetti, Buber autore dell’opera “Io e Tu” immagina un rapporto molto vicino con il mondo trascendente, con Dio, mentre il nostro poeta questa relazione “Io e Tu” la crea col lettore instaurando in quest’ultimo quell’immagine fissa, quel “volto” dell’altro dal qual secondo il filosofo Lévinas non si può prescindere.

Sabrina Santamaria 

“L’ANIMA DEL PENSIERO” DI MARCO MESSINA a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“L’anima del pensiero” di Marco Messina

Questo libro è una breve raccolta di poesie in cui viene messo in risalto l’animo del giovane poeta; i versi contenuti in essa sono l’esempio chiaro e tangibile che il concetto di bellezza non ha generazione, non ha età, non ha confini territoriali o socio-culturali. Le poesie di questo giovane autore sono caratterizzate da un forte pathos, sentimentalismo, a tratti anche realismo, ma soprattutto ciò che il lettore prova approcciandosi a questi testi è un forte senso del dolore, ma anche l’amore profondo per la vita. Questi enunciati si interrogano sul significato, a volte misterioso, dell’esistenza. La poesia “Libero” contenuta in codesta raccolta, esprime appunto il desiderio incondizionato di volare con la fantasia; egli dice : ”Non sono un prigioniero”, con questa frase vuole sottolineare l’importanza di essere liberi dai vizi che ci rendono prigionieri, come la menzogna che il poeta stesso sottolinea. Un’altra poesia ad effetto è “Piove”, descrive il dolore, lo stato di pericolo, l’incombenza di una madre che in preda ad un alluvione è costretta a far salvare sua figlia e sacrificare la sua stessa vita, come sottolineano i seguenti versi: “Devi salvarti tu figlia mia, se la tua anima sarà salva lo sarà anche la mia”, l’autore esprime con le sue parole sommesse, cariche di emotività, l’importanza del sacrificio di un genitore. 
Io credo che la poesia per i giovani sia uno dei più bei mezzi di espressione, per comunicare i propri stati d’animo, le proprie emozioni, i propri sentimenti.

Poesia “Piove” 

Piove, piove forte
sei accanto a tua madre
che ti stringe forte.
L’acqua penetra nelle porte
tutto è sommerso,
tutto è disperso.
Lei ti copre ,ti protegge
é il tuo angelo custode.
La pioggia continua
e tutto va in rovina.
Hai paura, tanta paura.
Piangi,piangi perché lei soffre.
Le sussurri:”Mamma stringimi forte”.
La speranza è ormai persa.
Ma tua madre ha coraggio 
vuole portarti in salvo.
Ti prende in braccio,
ti spinge sul tetto,prova a seguirti.
Ma l’acqua sale sempre di più,
sta per travolgerla.
Ti sussurra piangendo :
“Devi salvarti tu figlia mia,
se la tua anima sarà salva 
lo sarà anche la mia”.

Questo testo stupendo ricorda le vite di chi in circostanze così orrende non è riuscito a salvarsi, ma l’animo dell’autore non estrinseca soltanto il dolore, ma anche la condizione del poeta che si sente un disadattato sociale, un incompreso dalla massa come ai tempi dei “poeti maledetti”, ad esempio Baudelaire, che descrive la condizione del poeta paragonandola a quella di un gabbiano o quando narra la vicenda della “perdita dell’aureola”, Marco Messina esprime la sua diversità,la sua particolare sensibilità attraverso la poesia “Libero”.

Non ho paura
non sono un prigioniero.
Non temo gli altri,
scrivo solo ciò che vero.
Mi sento libero
di osare
mi sento libero 
di raccontare, 
mi sento libero 
di emozionare.
Sono libero
dalla menzogna
e mai prigioniero 
della vergogna
perché non complice
di una carogna.
Sono un uomo che scrive
per passione,
Sono un uomo che vuol parlare
alle persone.
Sono un uomo che non si arrende,
perché non so cos’è un perdente.
Sono libero di odiare 
ciò che non so amare.

In questi versi scritti in un linguaggio molto semplice e colloquiale il poeta sottolinea la libertà che tutti coloro che scrivono dovrebbero possedere, la libertà di scrivere ciò che è vero, di scrivere per emozionare, per affascinare e non essere, invece, asserviti ad una casa editrice o ad un giornale che comandano ciò che bisogna scrivere. È un invito ad essere liberi anche se disapprovati solo in questo modo non si riceverà un falso elogio, ma la società proverà invidia o stima per il proprio coraggio.
Per ulteriori curiosità è sempre possibile visitare la pagina Facebook dell’autore che si intitola: 
“Poesie di Marco Messina”.

Sabrina Santamaria 

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“QUANDO LE PAROLE DIVENTANO EMOZIONI” di ANTONIO SCARITO a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Quando le parole diventano emozioni” di Antonio Scarito.

Quest’opera è un diario in versi, lo spiega anche il sottotitolo (Diario di un uomo innamorato della vita), ad ogni componimento poetico corrisponde una data. Le poesie raccolte in questo piccolo capolavoro narrano la quotidianità del suo autore; senza un ordine logico e cronologico, le poesie esprimono pienamente gli stati d’animo del poeta, uomo settantenne che talvolta scrive con l’animo di un ragazzino innamorato, talvolta si abbandona a licenze poetiche caratterizzate da uno scarto linguistico-semantico molto elitario. Scarito spesso si strugge descrivendo la tranquillità e la malinconia che evocano cieli notturni pieni di stelle, oppure descrive l’irrequietezza del mare associandolo al suo stato d’animo, spesso carico di riflessioni e pensieri sia ripiegati su se stesso, sia sulle sorti che toccheranno alla nostra società descrivendole in modo sempre chiaro, netto e preciso, infine non mancano spunti di critica, a mio giudizio davvero interessanti. 
Le poesie di Scarito spesso sono caratterizzate dall’incontro di due innamorati che si sfiorano, si abbracciano, che “godono” d’amore, ma mai l’autore sfocia in temi erotici o osceni; egli dalla fantasia giunge alla realtà dei rapporti umani per poi chiudere il cerchio con la sua espressività dal contenuto simbolico e molto raffinato. Questa raccolta di poesie è intergenerazionale, perché tratta temi di vasta portata e adatti a tutte le generazioni. 

 In una poesia risalente al 20 Maggio Scarito descrive la donna e trovo molto opportuno trasporre questo verso: 

“Donna, tu come uccello in volo, voglia di stare al centro, circondata d’attenzioni per far di te una regina”. 
Il poeta con questa frase si esprime con stile leopardiano, direi quasi dannunziano, e ricorda qualche Laude risalente al Decadentismo, ma nonostante ciò, dimostra la sua originalità scadendo dagli schemi consueti della poesia, sottolineando: “Donna, tu amante vera, sei capace di dare vita e sesso all’uomo, gli dai anche il tuo corpo come fosse ultimo essere”. Con questi toni di espressione il poeta sottolinea che la donna è anche carne, corpo, non solo spirito e chiude il cerchio sconvolgendo le aspettative del lettore, adulando la donna, continuando: “Sol se senti che ricambia tutto, lo fai senza interessi”, marcando che l’essere femminile non è un oggetto, ma un gioiello da amare, rispettare e accudire con amore.

Sabrina Santamaria 

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“YUMA: IL BAMBINO CHE VOLEVA LAVORARE” DI ENRICO VECCHI a cura di SABRINA SANTAMARIA 

Recensione “Juma: il bambino che voleva lavorare”, di Enrico Vecchi

Juma è un ragazzino ridotto in miseria; un giorno, scoraggiato dalla situazione economica della sua famiglia, decide di fuggire. Si reca in città, dove si imbatte tra sfruttatori, uomini senza scrupoli e incontra un suo vecchio amico, Nelson, e il suo cane Lisca. Tramite diverse conoscenze ha modo di essere ospitato da una famiglia che lo tratta come un figlio dandogli allo stesso tempo la possibilità di lavorare, però la legge impediva lo sfruttamento minorile, allora viene affidato ad un orfanotrofio, l’istituto Yomo Kaniatta, anche se si scoprirà che in realtà i proprietari di questo istituto sono dei malfattori che adescano i bambini per farli diventare soldati. Grazie all’amico Nelson riesce a fuggire; la narrazione viene interrotta e la fine del romanzo viene lasciata all’immaginazione del lettore. Vecchi, con quest’opera, vuole mostrare al lettore l’inconsistenza e la miseria in cui vivono i ragazzini africani, vuole trasmettere la precarietà dell’esistenza di queste vite che a molti occidentali appaiono molto lontane; l’autore vuole dare uno schiaffo morale ai colletti bianchi, a coloro i quali, senza scrupoli portano avanti lo sfruttamento minorile, la prostituzione infantile, il traffico di droga; il romanzo sfiora tutte queste tematiche, facendo riflettere chi legge e, allo stesso tempo, è un invito a farci apprezzare ciò che abbiamo, i nostri affetti e le nostre famiglie,dal momento che Juma vive solo, lontano dai suoi cari, è un invito a non lamentarsi in vano perché anche se non possediamo tutto ciò che desideriamo, almeno ci viene concessa la possibilità di avere ciò di cui abbiamo bisogno.

Citazioni di alcune parti del testo:

“La fame non arriva da un giorno all’altro. Si avvicina piano piano, in punta di piedi, senza fare rumore, come un ladro. Tu ti ci abitui senza nemmeno accorgertene. Riduci le porzioni di pranzo, cena dopo cena, fino a che un bel giorno ti ritrovi con il piatto”.

“L’acqua era torbida e sapeva di terra, ma la sete era talmente tanta che preferivo seguire l’esempio di Lisca di Pesce”( Lisca è il cane amico del protagonista).

“Verso mezzogiorno, dopo tre ore di sacchi sulla testa, ebbi un cedimento. Non mangiavo da tre giorni. O mettevo qualcosa sotto i denti ora, o non avrei rivisto il sole l’indomani”.

“Venti chili a carico, avanti e indietro, tutto il giorno, per dodici ore di seguito, senza sosta, senza feste, col sole, col vento, con la pioggia e con una misera patata rugosa”.

“Come letti usavamo dei cartoni”.

“Non vedevo l’ora che spuntasse il sole e si portasse via tutti quei fantasmi. Ma di giorno non andava molto meglio: la testa mi girava, facevo fatica a respirare e avevo conati di vomito”.

“Forse si può fregare fregare qualcuno, qualche volta. Ma non si può fregare tutti quanti, tutte le volte. E ora che hai visto la luce, sorgi e lotta per i tuoi diritti. Alzati! Coraggio! E non abbandonare la lotta.” 

“Non si può pretendere che i cittadini si comportino in modo onesto in un Paese dove i governanti rubano come topi”. 

“Andavamo in giro vestiti di stracci, barcollando come ubriachi, aggrappati ognuno ad una bottiglietta di plastica che gli penzolava dalle labbra”

“Solo in quella strada ci saranno stati una ventina di bambini e chi non sniffava da una bottiglietta, lo faceva da un sacchetto di plastica”.

“Era chiaro che quella vita ci avrebbe trascinati dritti dritti alla tomba. Se non era la colla oggi, sarebbe stata la fame domani…o il freddo o l’AIDS o la tubercolosi o la malaria o il colera o il tifo”.

“Un drogato è come uno struzzo che cerca di nascondersi”.

“Tutto era grigio, opaco, uguale.”

“Cielo, sole, nuvole, stelle erano solo un ricordo: la memoria di una vita passata che non sarebbe mai più tornata, perché il futuro non esisteva più e ormai non aspettavo che la morte”. 

Questa storia per me è stato un profondo insegnamento perché mi ha fatto comprendere che non tutti i bambini del mondo hanno le stesse opportunità degli occidentali di studiare, crearsi una professione, vivere in un ambiente sereno e tranquillo. Ancora oggi non tutti i bambini hanno salvaguardato il loro diritto alla salute, alla vita, affinché possano vivere in modo dignitoso. Amnesty International e l’ONU si battono per queste cause, ma ancora sono solo all’inizio della loro impresa e i TG ne sono una prova schiacciante: bambini che muoiono di fame e soffrono di malattie virali perché bevono l’acqua piovana. Il ruolo di un educatore dovrebbe essere quello di far capire alle nuove generazioni che non tutti sono fortunati come loro e allo stesso tempo un insegnante, prima di svolgere la sua lezione, dovrebbe insegnare i principi e i valori che concernono la legalità e l’umanità, e impartire l’importanza sacrosanta dei diritti dell’uomo, che non sono scontati come a volte potremmo pensare date le circostanze, poichè il mondo in cui viviamo a volte è disumano e senza principi morali.

Sabrina Santamaria 
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