“LA VITA È” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “La vita è”

La vita è dono. Grazia del Signore per chi crede.
Riconoscimento di un bene destinato a finire e per questo da gustare e centellinare.
La vita è speranza e regalo d’amore. Miracolo di due corpi infusi di Spirito Santo. Benedizione, caduta dall’alto per dare alla Terra sfogo del proprio sentire.
La vita è una strada da percorrere, lunga o breve che sia, ad occhi spalancati sulle bellezze del Creato. Profumo di stagioni mai colte. Fragranza di acerbi campi, dove divagando passerotti in gran fermento
La vita è un regalo, spesso inaspettato. Una foresta di bagliori che riflette il mare. Un susseguirsi di emozioni e gioie felpate. Di risate dimenticate all’ombra dei sentieri. Per ogni nuovo vagito, si riaccende la speranza, la malattia si affievolisce, le lacrime scompaiono e ritorna il sereno.
La vita è bramosia del cuore. Canto di un’anima a primavera. Dolce frammento di Eterno, conservato in tasca come un quadrifoglio portafortuna. La vita è leggenda, canovaccio di illusioni, trame d’affetto e bene vero. Talvolta, vergata con il sangue, altre volte con zucchero o veleno. La vita si tramanda di generazione in generazione, senza falsità e brutali inganni.
Con inchiostro indelebile, traccia il solco da seguire per trovare un’umanità più reale e vera. Per non lasciare nulla di intentato alla capacità intellettiva dell’essere; per modificare la psicologia turbata di chi è nato diverso non per sua scelta. La vita è ricompensa certa anche per chi non può camminare e corre, vola con estro e fantasia.
La vita non muore mai completamente. In ogni momento ci aiuta ad avere coraggio, pazienza, perseveranza. Nell’Aldilà, per chi crede, porgeremo ancora poesie. Dipingeremo colori con l’arcobaleno, canteremo canzoni di fiato e armonia. Saremo “santi” pur avendo peccato, con i nostri banali difetti e le solite ipocrisie. Saremo, forse, perdonati e resi gloriosi per sempre nella Pace dei Cieli.

Maria Rosa Oneto

Foto Pixabay

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INTERVISTA A VINCENZO CALÒ a cura di SABRINA SANTAMARIA

BIOGRAFIA

Vincenzo Calò è nato a Francavilla Fontana (Brindisi) nell’82. Diplomatosi come ragioniere, ha al suo attivo molti riconoscimenti letterari. Nel 2011 ha pubblicato una raccolta di poemetti dal titolo “C’è da giurare che siamo veri…” per Albatros/Il Filo Editore, nel 2014 la silloge “In un bene impacchettato male” grazie alla deComporre Edizioni, e nel 2016 “Storia di un alito di puzzola”, una raccolta ipercontemporanea di versi anch’essa, per la Winx Edizioni (ordinatela pure scrivendo a info@davidandmatthaus.it !). In campo pseudogiornalistico cura diversi servizi promozionali tra arte, cultura e filosofia spicciola: per esempio, conduce assieme a Giuseppe Di Summa il programma webradiofonico “Le letture che non ti aspetti”, trasmesso via Speaker; collabora principalmente col periodico romano “L’Attualità”, la testata online “Roma Capitale Magazine” e nel tempo libero con un blog, “Suoni del Silenzio”, opera del cantautore Antonio Di Lena. Si è cimentato in rappresentazioni teatrali e musicali: ha partecipato come comparsa a due cortometraggi; assieme al primo responsabile dell’ass. socio/culturale Koinòs, Antonio Maria Karelias Ferriero, si è esposto su YouTube con la serie “Cazzeggiando in sospensione”, curando un laboratorio (sperimentale) psico/culturale; e, sempre per conto della Koinòs, è l’artefice della Poesaggistica, più nello specifico di “All’anima di… Francavilla!”: trattasi di una “passeggiata col poeta”, per le vie del suo paese d’origine, per mezzo della quale ripropone tutto ciò che gli frulla da una vita nella testa, condizionato dal contesto urbano, purché ascoltato da concittadini e turisti davvero curiosi. Dal 2017 intrattiene i bambini animando le piazze italiane nelle vesti del pagliaccio Vincent, grazie alla realtà circense “Anthony and Vincent Show”, fondata anch’essa con Antonio Di Lena. Inoltre ha contribuito alla sceneggiatura di un film non ancora prodotto, ed è l’amministratore del gruppo fb di “Reading Mania”: un’occasione come poche per essere presi in considerazione al fine di organizzare reading letterari, con la partecipazione di vari scrittori a singoli e singolari eventi.

INTERVISTA

S.S.: Secondo te fare Poesia è un atto inconscio, incondizionato o richiede meditazione e una profonda ricerca interiore?

V.C.: È ciascuna di queste accezioni, a seconda del risultato che vuoi ottenere, in presenza o in assenza di un pubblico improvvisato o ricercato.
Perciò urge valutare tutti i pro e i contro dei tempi moderni, cogliere una qualsivoglia evoluzione che si rende veloce a tal punto da non accorgersi della precocità in certi casi, ed essere così pronti ad affrontare le parole come segni o addirittura graffi da sviluppare.
È tutta una questione da armonizzare portandoci all’ascolto di un caos arrecato da diritti e doveri che stanno diventando impraticabili a forza di non ammettere più ch’è importante apprendere qualcosa di nuovo sempre, anche insegnando operazioni matematiche.
Per poi dipendere dall’Ispirazione, che deve essere stupefacente per ritrovare il senso di ogni limite, per ritagliarsi sempre quel tempo, quando ci sentiamo come dei bambini, specie dinanzi alla criminalità, ch’è sempre più aggressiva e disperata.

S.S.: Come sente il poeta l’Amore, come lo percepisce?

V.C.: Come un lavoro per obiettivi, scollegato dal fattore tempo; da fare perfettamente, per rimanere una fonte naturale di emozioni, anche di notizie sui post di chicchessia, e far uscire la sostanza dalla forma dell’ultimo problema che ti fa battere il cuore del Pensiero, roba da esplodere e generare il contemporaneo in un attimo, in chi sa di contatto.
Come una vera sfida; che lega la lingua all’immagine di soggetti sradicati da territori industrializzati, famiglie arricchitesi investendo apparentemente su scelte fondate, di una vita che si calcola in percentuale, ma che necessita d’essere rappresentata all’istante per produrre efficientemente, straordinariamente.
Come la legittimità di reagire almeno quando siamo in pericolo di vita.

S.S.: La società contemporanea dovrebbe riscoprire i vecchi valori? Se sì, in tal senso cosa potrebbe fare l’artista?

V.C.: Succede con l’idea di stabilirsi emotivamente nell’ingiudicabile marasma del precariato, e cioè con la bravura soggettiva nel raccontare delle bugie oggettive… avendo a che fare con la gente, di che creare tra individui che si legano per ipocrisia, che riescono di nascosto a “sbancare” il lunario, ovvero l’ego, e quindi non con un popolo, con una questione utopica, rielaborabile dalla Politica sapendo di non essere in grado di focalizzare la paura di odiare in un mondo di disparità ricavato di conseguenza. I vecchi valori sono come delle radici profonde in un campo incolto, che ci divertiamo a strappare sfruttando dei lavoratori, o addirittura i nostri simili se continuiamo a non riconoscere il fatto di poter amare qualcuno/a/+; di viaggiare possedendo qualcosa, a costo di svanire nella gentilezza, nell’aria che dobbiamo respirare.
Ci vuole della sana leggerezza per toccare di nuovo l’insano profondo, e far riflettere in segreto sulla bontà d’animo da sviluppare per sorprendere sempre e solo chi vogliamo bene.

S.S.: I giovani di oggi, soprattutto gli adolescenti, sembrano disinteressati alla Letteratura, cosa potrebbero fare gli scrittori per destarli da quest’apatia?

V.C.: Rendere singolari delle presentazioni di libri tristemente singole, contaminandole artisticamente e svolgendole persino nei salotti privati, in modo informale apparentemente… basterebbe anche unirle, se non calamitare l’attenzione sui movimenti di un gruppo di amici prima che di scrittori, per non dare modo di pensare che sia necessario vendere un’immagine del tutto individuale spodestando gli altri a scapito dei contenuti magari (e perché no storie di svariato genere letterario, con protagonisti genitori e/o insegnanti incapaci di allearsi per far tornare all’essenziale i giovani e salvarli dal populismo, dalle paure dei poveri che si raggruppano alle parole d’ordine, troppo spesso e volentieri pronunciate dagl’insegnanti del superfluo, roba da crescere male, aspirando semmai a vivere alla meno peggio, che tanto l’importante è crescere appunto, cioè non venire accompagnati a scuola da genitori che per esempio ulteriore, ritenendo che lavarsi non sia chic, digrignano i denti per la Cassazione che stenta ad ammettere i risarcimenti in caso di disservizi nella raccolta dei rifiuti?)… e mettendo comunque così la pulce nell’orecchio ai grandi della Letteratura, che dovrebbero per legge aprire i loro eventi dando modo agli emergenti di esprimersi (come fa ultimamente Saviano) e non di competere essendoci pochissimi posti a disposizione per la ribalta.

S.S.: Il tuo “Storia di un alito di puzzola” è un grido sommesso verso la decadenza sociale e morale degli ultimi tempi?

V.C.: E’ un gioco di parole fermate poeticamente, consultando la tv per un anno sull’attualità in veste pubblica e pensando contemporaneamente ai sentimenti che scateniamo in privato.
Lo si può fare fino a immaginare di masticare la coscienza civile da emarginati; una mentina dimenticabile dalla massa ma non dall’Individuo che si può tranquillamente reputare indifferente ai fatti comuni tanto esasperati dai media quanto annientati dalle verità che ci si annoia però a riconoscere raccontando tutto ciò che siamo per gli altri.

S.S.: Cos’è per te lo stupore di fronte alla bellezza?

V.C.: Apprendere all’improvviso che il male di vivere non consiste nella paura di sbagliare, ma nel fuggire da essa.
Sentirsi di avere bisogno di definire dei lavori gravosi, di fare attenzione a non dire la parola chiave a chi non se la merita, ch’è Eccesso, per crescere, per rendere produttivo un grande patrimonio, quello italiota, affinché non faccia la fine della musica per esempio, soffocata dal rap; come se fossimo condannati al successo per non dire al fallimento delle istituzioni, che dovrebbero avere il vero ruolo educativo.

S.S.: Poetare per te è puro frutto che nasce da una penna innocente? È qualcuno che si solleva tra la massa e decide di far sentire la sua voce?

V.C.: È una pratica svolgibile per non avere dubbi sulla gratuità di una conversazione dato ch’è sempre più complicato distinguere gli abusi dalle provocazioni.
Una poesia può incantare anche se strattonati da colpe assunte, acclarate, ma che si aggravano col silenzio degl’innocenti.
È ridicolo imporsi poetando, verrebbe meno la sensibilità che serve per plasmare la curiosità che proviene dall’esterno se ti comporti in modo insolito, rinfrescando la memoria sull’indispensabile, pacificamente; consapevoli che tutto più finire perché è giusto definirsi prima o poi dal punto di vista concettuale, per dare un senso alle idee, che poi così possono cambiare per sincerarci meglio sulle strette di mano, e continuare a osservare la semplicità dei gesti, mentre si lascia sconvolgere dalla natura delle cose.

S.S.: Parlami di una poesia che dedicheresti al tuo lettore privilegiato.

V.C.: Premesso che le poesie (non è più obbligatorio schematizzarle, persuadendo con la rima, e rischiando di sottodimensionare gli umani sensi allegramente, ricordiamolo… come anche usare le parole!) si dividono almeno secondo me in interessanti (e quindi non importa che siano belle o brutte, alla faccia degli esteti desterebbe piuttosto meraviglia e impreziosirebbe il buongusto già l’intento di sensibilizzare su di una tematica, se insolita meglio ancora, e di tagliarsi dunque con un frammento di Coscienza, ignari della provenienza se l’attimo è fuggente), e indifferenti (mi riferisco a quelle prettamente nostalgiche, come ad aver dimenticato che ci sia uno e più cuori che ancora battono, e di certo mai a vuoto)… allora, premesso tutto ciò, mi torna in mente quella più complessa forse della mia ultima raccolta edita: “O come 0”, in cui mi soffermo in movimento solitario (la O e lo 0 mi suggestionano come la forma della ruota, non so voi!) sulla rassegnazione di molti a proposito della mancanza di alternative in molti, vitali contesti, e di conseguenza della variabilità del valore numerico, reso ahinoi assoluto, a tal punto da volerci stare dentro alla O e allo 0, e godere della malafede, dell’essere limitati… sottosopra, con la testa che gira al minimo urto, e non alla minima carezza…!

S.S.: Quale consiglio dai a chi si accosta alle tue opere per entrare nel vivo dei tuoi versi?

V.C.: Abbi la libertà di leggermi e rileggermi (e se proprio hai il terrore di perderti nel nulla torna ai titoli delle opere), senza che ci si senta giudicati, e cioè inferiori o superiori.
Tanto il tempo con me non si restringe, perché non vado compreso, bensì percepito, piacevolmente, quando meno te l’aspetti, quando la solitudine ha suonato male.
Perché le condizioni di vita cambiano e quindi storicamente ci si deve adeguare, ma presentabili come dei sogni nel cassetto, intenti a chiacchierare su rifiuti irrimediabili visto che si legifera senza fantasticare, cioè senza essere in odore di santificazione con l’accantonamento dei propri interessi.
Mettiti comodo, in ogni dove, come un segreto tra le mie parole; e ti accorgerai che l’onestà intellettuale va riempita nuovamente, emotivamente di istantanee che hanno un prima e un dopo, ossia il diritto a manifestarsi e a confermarsi con in mezzo il dovere di non passare per banale, come quel debito pubblico che nessuno riesce a prendere in considerazione.

S.S.: Raccontami dei tuoi prossimi progetti letterari.

V.C.: Meglio di no, culturalmente bisogna solo concretizzare, le spiegazioni semmai vengono dopo, quando si è in balia degli eventi, ossia delle sorprese una volta fatte…!
Grazie per lo spazio concessomi, e statemi bene!

Vincenzo Calò

Intervista rilasciata da Vincenzo Calò a Sabrina Santamaria

INTRECCI POETICI A BREVE #KA_R_MASUTRA e #SCUCITA VOCE

La presentazione dei libri #KA_R_MASUTRA di IZABELLA TERESA KOSTKA (KIMERIK ED.) E #SCUCITA VOCE di LINA LURASCHI (GILGAMESH ED.): INTRECCI POETICI con la parte musicale basata sulle poesie tratte dai libri a cura della bravissima MARIANGELA UNGARO e del giovane e talentuoso attore LORENZO ALFIERI. Con la partecipazione del M° GUIDO OLDANI e del critico letterario e poetessa LUCIA BONANNI. MICROFONO APERTO per tutti i poeti presenti alla presentazione (per aderire scriveteci su Messenger) e… OMAGGIO ALLA VITA. Non mancate perché l’emozioni non mancheranno!
29 settembre a Milano, presso MILANO MUSIC ZONE, ORE 17.00. VIA REINACH 7 (ZONA NIGUARDA). Ingresso libero e gratuito. Vi aspettiamo numerosi!

“Poveri, ricchi e benestanti” ovvero lo studio critico di Giulio Sacchetti: una inedita concettualizzazione del benessere economico (a cura di Sabrina Santamaria).

“Poveri, ricchi e benestanti” ovvero lo studio critico di Giulio Sacchetti: una inedita concettualizzazione del benessere economico.

Un’analisi attenta e critica della situazione italiana degli ultimi anni, un nuovo modo di considerare l’assetto economico-sociale italiano che vuole concentrarsi davvero sulle reali esigenze della popolazione. Uno studio molto certosino e minuzioso che ricontestualizza totalmente, a mio giudizio, concetti come povertà, ricchezza, benessere economico: “La povertà estrema (o assoluta) è basata su un paniere di consumo minimo, dove non si dispone delle primarie necessità (come acqua, cibo, vestiario ed abitazione). […] La povertà relativa, invece, è la percentuale del reddito medio che fa riferimento ad una soglia convenzionale, adottata intenzionalmente e individuata attraverso il consumo pro capite, o reddito medio, che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello individuale dello stato nazionale”. Lo scopo di Sacchetti è quello di gettare abbagli di luce su una mentalità che vorrebbe attanagliarsi completamente nei meandri della società anche meno abbiente secondo la quale la povertà è solo correlata agli indici di reddito pro capite o ai dati di disoccupazione sociale, in realtà la povertà abbraccia fasce di popolazioni sempre più ampie e non si misura solamente sulla base di possedere uno stipendio oppure no, ma vi sono diverse variabili da considerare e tenere assolutamente presenti: la qualità delle condizioni igienico-sanitarie, la possibilità di potersi permettere le adeguate cure sanitarie ed anche alla facoltà di poter possedere livelli di istruzione oltre la scuola secondaria: “ Scuola, università, lavoro dovrebbero essere i percorsi naturali che, senza pause ed interruzioni, potrebbero consentire al ceto medio di rivitalizzare la propria presenza nella società”. Sacchetti mi ha fatta riflettere molto su queste tematiche che non vanno assolutamente trascurate che riguardano tutto il pianeta. Il nostro autore ci fa notare che il numero dei “nuovi poveri” è aumentato considerevolmente e senza sosta negli ultimi anni del nuovo millennio, l’inflazione è stato un fenomeno che ha influito notevolmente sulle famiglie italiane soprattutto nel ceto medio: “ Il ceto medio, di fronte ai colpi della globalizzazione, che ha imposto profondi cambiamenti, sembra relegato in un angolo e pare, addirittura, che stia uscendo fuori di scena”, ma anche in Europa e negli USA volendo allargarci in modo ampio alla situazione dell’Eu. Lo scopo del Nostro è quello di aprire nuove prospettive e nuovi scenari con occhio clinico e in modo ponderato considerando le ultime statistiche dell’Istat e gli ultimi dati forniti dagli enti più attendibili, mettendoli a confronto in modo critico. Sacchetti mi ha fatto fare dei salti indietro ai miei studi della triennale quando in alcuni corsi di filosofia contemporanea approfondivamo i concetti del filosofo indiano Amartya Sen, il quale ha vinto il premio Nobel nel 1998 per l’economia, il suo criterio delle capacitazioni si incrocia perfettamente con l’itinerario del Nostro. Leggendo questo libro mi è venuto il “banchiere dei poveri” Mahumud Yunus che ha risollevato le sorti del suo paese, anche lui vincitore del Premio Nobel nel 2006, ha finanziato dei prestiti per i suoi compaesani dando loro possibilità di vita migliori.

Sabrina Santamaria

UNO SGUARDO CAPOVOLTO CHE APRE PROSPETTIVE SCONOSCIUTE “CONFUSIONE ILLUMINANTE” DI SERGIO RUSSO a cura di SABRINA SANTAMARIA

Uno sguardo capovolto che apre prospettive sconosciute
“Confusione illuminante” di Sergio Russo.

È possibile rendere concreta la bellezza? I giovani potrebbero farsi portavoce del bello? Autori come Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio, Baudelaire appartengono a quella schiera di letterati che i critici hanno catalogato nell’ampia schiera degli “Esteti”, dei “dandy” con personalità eccentrica. Nella società contemporanea è plausibile poetare sulla bellezza? Si può trasporre in un concetto? A mio giudizio essa è qualcosa di indefinito, di infinito, di inquantificabile, ad oggi possiamo tranquillamente affermare che non esiste una definizione univoca della bellezza perché racchiude diversi aspetti e significati, oso dire che con le nostre opere d’arte la possono sfiorare a mala pena, ma non viene mai raggiunta completamente è inafferrabile e irraggiungibile. La bellezza la possiamo trovare e scrutare nel caos del mondo, non nell’ordine e nella ponderatezza. È questa l’idea che ci vuole dare Sergio Russo, autore giovanissimo, nel suo itinerario mai scandito da ritmi perfetti, la sua è una ricerca di significato che non parte mai da uno sguardo logico, egli trasmuta la realtà che ci circonda, cambia l’usuale in inusuale. È un poeta che ama capovolgere la vita e osservarla con i piedi in aria e la mani per terra, guarda il mondo da un’angolazione nuova, che non esiste, fuori da ogni pensiero umano o da ogni logica, è così che il nostro giovane poeta scandaglia la bellezza del reale scrutandola da un punto di vista che non esisterebbe senza la sua invenzione e la sua penna, è un punto di vista che per certi versi apre varchi di luce ove prima vi era oscurità. Il Nostro è come se prendesse il mondo nelle sue mani lo mescolasse e cambiando l’ordine precostituito delle mode, degli usi e costumi crea una nuova prospettiva che prima era impensabile, ma che adesso crea luce, da qui anche il titolo della raccolta “Confusione illuminante”, infatti in “Così per dire” scrive: “Ti applaudirebbe il pubblico, in una muta esibizione?” e in “Fare e lasciar fare” così il poeta si esprime: “Serve morire per tornare a capire”. “Confusione illuminante” è l’espressione della penna di chi capovolge il consueto, il conosciuto, l’usuale, è come se il poeta ci invitasse a osservare la realtà in modo diverso, in modo capovolto, solo cambiando i nostri scontati punti di vista possiamo scoprire nuove verità su noi stessi e sugli altri, solo così si può fare più luce e chiarezza nei meandri più oscuri di una vita che a volte sembra sfuggirci di mano: “Sii più uomo di chi predica umanità” anche in “Mi chiedevo se sai tenere un segreto” vi è la tendenza al capovolgimento del reale anche nei suoi piccoli aspetti: “Ritrovarla vorrei, vagabondo tra il nero giorno e la bionda notte.” Sergio Russo ha il coraggio di mostrarsi non come il poeta con funzione di mentore per la società che regala al pubblico l’immagine del saggio consigliere, ma egli si mostra come un pagliaccio, un mimo, un saltimbanco, colui il quale con la sua satira crea un modo inedito di vita e ce lo mostra con tutta la sua sincerità senza finzioni o maschere, elimina la distanza anche impercettibile che fra scrittore e lettore mettendosi nella prospettiva di chi legge e non di chi scrive sconvolgendo i piani di osservazioni e come se creasse un “cubismo poetico” catturando tutti i possibili punti di vista, forse anche quelli inesistenti come in “Pagliaccio”: “Sei un comico dalla triste battuta, una risata di disperazione” oppure in “Quell’altra angolazione” ci svela le fragilità più intrinseche di appartenere al genere umano: “Perché non siamo saggi, perché siamo codardi”. “Confusione illuminante” è il tentativo, a mio giudizio, azzeccato di rendere nero su bianco l’immagine di noi stessi e degli altri che costantemente non realizziamo e ci sfugge come un sogno che non sappiamo mai raccontare, Sergio Russo “vola sul nido del cuculo” e ci prova a tessere versi che apparentemente potrebbero sembrare confusi, ma che in realtà aprono varchi in un mondo ancora inesplorato.
“Un’ultima cosa mi resta da dire… con me all’inferno ci vorreste venire?” (cit. “On the highway” S.Russo).

Sabrina Santamaria

● BIOGRAFIA DI SERGIO RUSSO

Sergio Russo, nato a Messina nel 1994, sta concludendo gli studi presso la facoltà di scienze politiche della sua città. Si interessa di scrittura e poesia già dall’età di 16 anni, anche grazie all’influenza del poeta e amico siciliano Filippo Faillaci. Vincitore di vari premi a livello cittadino e regionale, dalle sue poesie lascia spesso emergere passioni diverse come il cinema e la musica. Tra gli altri, cita spesso con profonda ammirazione e gratitudine, l’influenza indiretta di autori come Ungaretti, Pavese, Pasolini. Nel 2014, ha pubblicato per Armando Siciliano Editore la raccolta poetica “Confusione Illuminante”.

● INTERVISTA ALL’AUTORE

S.S.: Il titolo della tua raccolta “Confusione illuminante” è la volontà di voler mettere nero su bianco diverse emozioni apparentemente confuse per “illuminare il lettore”?

S.R.: La confusione dà l’idea di un lavoro da perfezionare. È nella confusione del proprio essere che l’io ritrova se stesso. Anche quando si tocca il fondo si può risalire perché non bisogna mai fermarsi.

S.S.: Quali sono i tuoi miti letterari contemporanei?

S.R.: Non voglio risponderti con la solita retorica, ma dopo autori come Pavese e altri come lui che sono riusciti a mettere a nudo la loro anima non ci sono stati in ambito letterario molti esempi da seguire come miti (mi riferisco ad autori molto conosciuti, non a quelli emergenti) questo è dovuto al fatto che i giovani si mantengono piuttosto defilati da certi ambiti come la letteratura o l’arte.

S.S.: La poesia deve necessariamente seguire uno stile , una metrica?

S.R.: La poesia deve apparire “naturale” come le foglie che crescono sugli alberi. Non ha uno stile preciso il poeta. Egli scopre se stesso e si racconta al lettore.

S.S.: La tua poetica ha un target di riferimento?

S.R.: Sì, penso che potrebbe far riflettere molti giovani della mia generazione per scuoterli dall’apatia per entrare in empatia con loro.

S.S.: Esiste una tua poesia che rispecchi la tua poetica?

S.R.: Il termine poetica è limitativo. Quando ci si esprime non si può sempre seguire un canone. I momenti della vita sono diversi come anche le mie poesie sono differenti e rispecchiano tutte molti significati, non c’è una poesia che possa racchiudere il mio stile perché cambia secondo il mio sentire.

S.S.: Quale compito ha la poesia per te?

S.R.: Non è compito dell’artista soccombere come disse un regista molto famoso come Woody Allen. La poesia può fungere da terapia per scavarsi dentro senza gravare sugli altri.

S.S.: Quando un poeta può sentirsi realizzato?

S.R.: La realizzazione non può arrivare al culmine, mai pienamente. Sentirsi realizzati è un processo in fieri.

S.S.: Da dove viene la tua ispirazione poetica?

S.R.: Il mio rapporto con la poesia è molto intimo. L’ispirazione per certi versi potrebbe definirsi “banale”. Non ha una sintonia con il paesaggio, ma è una ricerca profonda nel mio essere.

S.S.: Quali sensazioni ha suscitato in te la stesura di questa raccolta poetica vista la tua giovane età?

S.R.: Per me scrivere è colmare un vuoto, un bisogno esistenziale del poeta che scandaglia la sua vita con dei versi. È stato come riempire la mia anima.

S.S.: La pubblicazione è una scelta che rifaresti?

S.R.: Pubblicare la mia opera è stato un processo in evoluzione. Quando si scrive i primi tempi è un’esperienza intimistica poi però nasce l’esigenza di rendere noti i propri componimenti, credo sia automatico.

L’ETERNITÀ DELLA MORTE DEGLI ETERNI AMORI NARRATI a cura di SABRINA SANTAMARIA

“L’eternità della morte degli eterni amori narrati” a cura di Sabrina Santamaria

“L’amore è una mera questione sentimentale o entrano in gioco fattori socio-culturali?” Questa domanda è stata sempre ridondante nei secoli passati. L’Eros si è barcamenato tra gli angoli mai smussati delle classi sociali, delle caste, delle divisioni sociali. Due persone che si amano possono davvero lottare e vincere in modo incontrastato contro le insidie del contesto in cui vivono? Cosa accade quando due membri culturalmente differenti si incontrano e scatta la famosa scintilla amorosa o colpo di fulmine? Quanta vita può avere la loro storia d’amore? Tutti questi interrogativi ce li siamo posti nel tempo e negli anni. I mass-media, spesso, nei loro film ci danno un’illusione, una parvenza della realtà, soprattutto attraverso le fiction in cui sempre la “povera cenerentola” riesce a coronare il suo sogno di essere una principessa, una nobile attraverso il matrimonio perché l’uomo che si innamora di lei si imbatte contro le insidie e riesce a sposarla; basti pensare alla fiction “Elisa di Rivombrosa”. In tutti i secoli, anche nella antica Grecia, le divinità andavano a cercare le donne per giacere con loro almeno solo una notte, il mito narrato da Platone ci fa riflettere molto sull’attrazione a prima vista, Poros e Penià, lui divinità lei una povera mendicante, si sono uniti per una notte in un momento d’ebbrezza del dio ed generato il loro frutto d’amore: Eros. Quest’ultimo è metafora del filosofo, non è né una divinità, né un comune essere umano, ma un eclettico, colui che non possiede la conoscenza, ma la ricerca costantemente. La scrittrice Jane Austen in “Orgoglio e pregiudizio” ha sapientemente romanzato su questa annosa e secolare questione, infatti i protagonisti della storia sono contrastati fortemente dalle disuguaglianze sociali, ma tra mille peripezie alla fine sappiamo che le sue storie hanno tutte lieto fine, Jane Austen non lascia mai di pessimo d’animo i suoi lettori e forse, a mio giudizio, questa è stata una ricetta vincente della Nostra, una strategia che le ha portato successo. Molto più fosca e dalle tinte molto più aspre è la vicenda Heathcliff e Catherine di “Cime Tempestose” in cui l’ardito sentimento dei due protagonisti ha un prezzo molto alto in quanto i componenti di due famiglie vengono completamente sterminati dalla pazza furia di Heathcliff. La letteratura Occidentale e Orientale è ricca di storie d’amore contrastato: Shakespeare in “Romeo e Giulietta”, tragedia molto famosa, in cui i Montecchi e i Capuleti sono anch’essi “puniti” questa parola risuona alla fine della vicenda nelle espressioni del poliziotto: “All are punished”(Tutti siamo stati puniti). Ariosto nell’ “Orlando Furioso” racconta di una follia d’amore, Orlando impazzisce per un amore non ricambiato, egli si era innamorato perdutamente di Angelica principessa del Catai, l’unico modo per disamorarsi sarà quello di bere nella fonte dell’odio. Anche Dante Alighieri con il Dolce Stil Novo ci descrive l’amore, un sentimento candido e puro in cui la donna veniva descritta come un angelo, infatti nel Sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare” ci descrive la sua Beatrice: “Ella va sentendosi laudare benignamente d’umiltà vestuta e pare che sia una cosa venuta dal cielo in terra a miracol mostrare”, quando parliamo di Dante e dell’amore non possiamo non citare Paolo e Francesca del V canto dell’Inferno, questi due amanti si erano amati fino alla morte, tanto per morire a causa del loro stesso peccato, la lussuria, ma il loro era vero amore tanto da finire all’Inferno insieme e spartirsi le sofferenze. In ogni caso spesso è come se il vero amore coincidesse o con la morte o con la follia, infatti tutti i personaggi delle storie che qui ho avuto modo di analizzare, se contrastati fino alla fine o muoiono o impazziscono, è come se l’Eros profondo abbracciasse la morte, il Thanatos, oppure aprendoci alle opere moderne l’amore se è impedito, porta con sé uno struggente senso di solitudine, un abisso dell’anima dal quale è impossibile poterne uscire. Questo è il caso di Madjiguène Niang nel suo romanzo “La sentenza dell’amore” Mahè e Bebè vivono un amore dilaniato dalle differenze di caste senegalesi che alla fine li porterà ad allontanarsi, Mahè avverte però nel suo intimo uno splin baudelairiano che non la abbandona, perché la distanza da Bebè è stato un dolore forte che non ha potuto digerire. In “Memorie di una geisha” Artur Golden offre al lettore lo stesso panorama: “L’impossibilità di amare”. L’unica cosa che non poteva permettersi una geisha era l’amore, era vietato per lei amare davvero. L’amore in ogni storia dà una sentenza che sia la morte, che sia la follia, che sia la solitudine, questo sentimento ha un prezzo da pagare, una caparra che gli innamorati devono per forza scontare per definirsi agli occhi degli altri tali. Bauman nella nostra società post-moderna ha definiti i sentimenti liquidi. Queste vicende con i suoi eroi ci fanno comprendere che essi possono morire, ma le loro storie rimangono eterne, incise nella storia dell’umanità. E Voi lettori non pensate che i “grandi amori” non muoiono mai rimanendo vivi nelle storie di chi li narra?
“L’amore per me non porterà che un solo nome: Bébé. […] Bébé era l’ossigeno inspirato, necessario alla mia vita, contro l’espulsione dei veleni e del fiele della vita a due..”cit “La sentenza dell’amore” di Madjiguène Niang.

Sabrina Santamaria

Photo web: Francesco Hayez “Bacio” olio su tela

PRESENTAZIONI: ABOUT LUIGI MAIONE “ASSASSINI SI NASCE” 

(by I.T.K)

Parlando di Luigi Maione bisogna sottolineare soprattutto la sua illimitata poliedricità. L’artista cammina con grande libertà d’espressione sulle strade della creatività musicale e grida, senza alcuna inibizione, raccontando la sua “spavalda follia e ribellione” attraverso i versi di estremo impatto emotivo. “Assassini si nasce” – il titolo del suo ultimo CD è come CREDO, un comandamento da seguire. Maione è “un assassino” della banalità, dell’arte melensa e noiosa, “uccide” l’inutile retorica e le regole, si ribella descrivendo senza scuse ogni malessere e ogni dolore, esplode nelle strofe musicali oppure coi versi ardenti come lava. Non chiede il nostro perdono né il falso plauso, è sempre indipendente e imprevedibile. Affascina e turba, fa discutere, mai passa inosservato, la sua forte personalità attira sempre l’attenzione del pubblico sia durante le performance musicali, sia quelle poetiche. Si fa amare, a volte odiare, è come un’immensa ondata di calore che travolge distruggendo oppure riscaldando ogni ascoltatore, ogni lettore. Disinibito e coraggioso durante i reading letterari si distingue sempre grazie alla sua voce potente e al suo indiscutibile “talento teatrale”. Merita! E non lo dico per buonismo, Maione è un artista che sicuramente arricchisce la storia. 

Izabella Teresa Kostka 

BIOGRAFIA 

Musicista e poeta. Napoletano residente a Milano. 
Cantautore del Club Tenco (1995). Poeta (Premio Poesia Capodieci, Roma 1982)
Luigi Maione è il chitarrista storico del Rhapsodija Trio, il celebre gruppo milanese di musica zigana e klezmer, con cui ha inciso diversi cd.
Ha lavorato con Michele Serra, Antonio Albanese, Moni Ovadia, Antonella Ruggiero, La Compagnia di teatro danza Abbondanza-Bertoni, la danzatrice e attrice portoricana Kesia Elwin, la cantante inglese Rachel ‘o Brien, le attrici Benedetta Laurà e Debora Mancini e tanti altri… Ha partecipato a diverse colonne sonore di film tra cui  “Pane e Tulipani”  e “Agata e la Tempesta” di Silvio Soldini. Nel film Il Mnemonista di Paolo Rosa, è anche apparso in video.    
Ha lavorato e inciso con la band afro-beat, Mamud Band, col cantante e flautista israeliano Eyal Lerner, col sassofonista Massimo Cavallaro, e l’ Ensamble arabo- israeliana NUYALLA,con cui svolge concerti per la pace.

Attualmente sta promuovendo il suo ultimo lavoro discografico ASSASSINI SI NASCE.

Maione su YouTube:

https://youtu.be/29SdJD-op0M

Al “Verseggiando sotto gli astri di Milano ” BookCity 2016: 

https://youtu.be/PtupNh5hIzc 
Alla serata “Anime vaganti ” 12° Verseggiando sotto gli astri…: 

https://youtu.be/L0H7AodhII4

Alcuni testi scelti: 

Tutti i diritti riservati all’autore 

Foto copyright @verseggiandosottogliastridimilano

IL GREGORY E IL BRUNO di LUIGI BALOCCHI (graffiante!)

Il Gregory e il Bruno

Ma perché Gregory Corso è famoso e Bruno Brancher se lo caga nessuno? Semplice. Corso conosceva Kerouac, Burroughs e Ginsberg, il nostro Brancher, al massimo, quelli della banda di via Osoppo. E così. Come si direbbe in milanese, lè pròppi inscì. La butto in meneghino perché così parlava il Bruno Brancher, nato in quel Milano ora divorato dalla metropoli grifagna, cresciuto tra le osterie e quelli della Ligera, la vecchia mala dell’Ortica e di Porta Cicca. Anche Gregory Corso era nato pressappoco nelle stesse disgrazie, figlio di un calabrese, ma lo aveva fatto a New York. Il che fa differenza. Tutti e due poeti, certo. Entrambi finiti in galera e poi a loro modo, da simpatici balordi, redenti dalla zappa dell’arte. Il che ha portato a differenti conclusioni. Gregory Corso è diventato tra i poeti più conosciuti del novecento, alfiere stortignaccolo della Beat Generation e per questo acclamato in ogni dove. Bruno Brancher, ha continuato a fare avanti indrèe per varie gabbie. E già che gli inizi gli eran stati per nulla a suo sfavore! Da ragazzino, il suo nome aveva fatto il giro dei giornali per aver rubato nientemeno che la bici di Fausto Coppi. Poi, altra galera. Fino al giorno in cui ha cominciato con la penna. Scriveva racconti, il Bruno, racconti e poesie. Editori di non poco conto si sono interessati di lui. L’han pubblicato. Scriveva come Gregory Corso o forse Gregory Corso scriveva come lui. Se vogliamo dirla tutta, Corso un po da cane, il Brancher da gran portento. Alla fine della fiera, il Gregory vien fatto santo della Beat Generation, il Bruno è negli anni dimenticato. E ciò accade prima, molto prima che perda la ragione e finisca per morire come un ratt in un ospizio di provincia. Ora uno mi dice che ce l’ho con gli americani. Ma va là. Ce l’ho solo con gli imbecilli. Che mica stanno negli States. Ghjèmm in cà, li abbiamo tutti in casa, date retta a un pirla.

  
Luigi Balocchi 

Tutti i diritti riservati 

CONNUBI VISIONARI: PIETRO DI LEVA E IZABELLA TERESA KOSTKA 

(by I.T.K.) I nostri pensieri si sovrappongono e completano a vicenda, abbracciano tra il simbolismo delle forme e l’accusatorio urlo della parola. Nati separatamente eppure creano un connubio perfetto definito dai dipinti di Pietro Di Leva e dalle liriche tratte da alcune mie opere letterarie. La coincidenza? Probabilmente abbiamo raggiunto la stessa sorgente, il nucleo dell’ispirazione basata sulle sofferenze della specie umana, del simbolismo quasi biblico e del personale, retrospettivo traguardo terrestre. Le anime creative erranti nello spazio dell’indipendente e coraggiosa espressione artistica.

Dipinti: Pietro Di Leva 

Testi: Izabella Teresa Kostka 

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“Fede perduta”

LA RISURREZIONE

Giace sulla croce la purezza violata
sepolta da secoli nell’antro oscuro,
inutili sforzi degli angeli celesti,
nel limbo terrestre svaniscono le preghiere.

Giocano i mortali all’ombra del tempio
ignorando i corpi avvinghiati a terra,
in un sacrificio pagano dell’ingenuo agnello
perdono l’essenza del decalogo divino.

Vuoti sorrisi,
un’orgia di gioia,
il pianto taciuto degli sporchi barboni,
il sangue di Cristo,
la carne di pecora,
l’innocenza spezzata nel gioco dei ciechi.

Piange sulla croce la bontà divina
respinta dai cuori privi di fede,
la terza alba non trova l’aurora.

Non sorge il giorno della Risurrezione.

(tratto da “Peccati”, 2015)

MARIA 

Il tuo volto 
sradicato come un morto ulivo,
dissanguato dal pianto privato d’amore,
t’adagi inerte sotto un triste velo
strappato dall’urlo della disperazione.

Non c’è un domani sul cupo Golgota
adombrato dal piombo del terrore terrestre,
le tue dita s’aggrappano al fango 
in cerca del Figlio, 
della sua scia.

Luttuosa rimani in ogni altrove,
immune ai simboli di qualsiasi fede.

Benedetta tu sia nel materno dolore!

(2017, edita)

RIFLESSIONI DI UNA FEMMINISTA 

Che ne sapete di me ,
Voi, 
prepotenti uomini, 
che con le arroganti dita di ferro 
stropicciate le mie sorelle. 

Vi è stata donata la supremazia in questo Mondo,
così crudele e ingiusto 
come il sacrificio dell’ingenuo bestiame.
Sono una costola estratta dal vostro ego,
una quercia possente, immune al vento.
Potete piegarmi, ferendo la mia corteccia,
ma non tentate di spezzarmi 
– Vi ferirò come una freccia!

 
Che ne sapete delle mie curve,
Voi,
insaziabili maschi, 
che non riuscite a domare
neanche i vostri selvaggi membri. 

Elemosinate al buio le morbide grazie
perdendo ogni orgoglio,
svuotando il portafoglio,
giurate fedeltà inginocchiati a terra
in un facile spasimo confidando i peccati. 

Che ne sapete della mia vita,
Voi,
Grandi di questo Mondo
che va a rotoli da secoli 
come le viti di un’arrugginita giostra. 

Sono soltanto una donna 
che logora ogni quiete,
turba i vostri corpi e sfida la mente.

Non maleditemi invano,
dal mio grembo la Speranza sorgerà. 

(2017, edita)

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