CURIOSITÀ SUI BANCHI DI SCUOLA NEL MONDO a cura di LINA LURASCHI

GIRAMONDO CULTURALE…CURIOSITÀ SUI BANCHI DI SCUOLA NEL MONDO

Come funzionano le scuole nel resto del mondo? Che divise indossano gli alunni?

In GERMANIA, come regalo per il primo giorno di scuola, i bambini ricevono in dono dai genitori un cono ( SCHULTUTE ) pieno di leccornie e regalini che va aperto rigorosamente solo quando i piccoli si trovino già in classe.

In FINLANDIA le scuole sono considerate le migliori del mondo.
Qui gli alunni non ricevono voti fino alla terza elementare. Non devono affrontare prove e test fino a 12 anni e la scuola vera e propria inizia invece a 7 anni.

In GIAPPONE i bambini devono recarsi a scuola da soli e devono provvedere alla pulizia della classe.
A scuola non c’è la mensa e devono portare il pranzo al sacco. Il cibo deve essere contenuto in scatoline organizzate per contenere miniporzioni di pasto.
I nonni hanno il compito di acquistare lo zaino per la scuola, il cosiddetto RANDOSERU.

In POLONIA i bambini al primo giorno di scuola, indossano una divisa scolastica: camicetta bianca e pantaloni / gonna blu per le ragazze e un abito formale per i ragazzi.
Esiste anche una cerimonia d’apertura dell’anno scolastico in cui i bambini prestano
giuramento in quanto scolari di prima.

In RUSSIA i bambini iniziano la scuola sempre il primo settembre, anche se si tratta di un giorno festivo o di un fine settimana.
Questa data segna anche l’inizio dell’autunno ed è noto come GIORNO DEL SAPERE.

In INDIA vi si trova la più grande scuola, la CITY MONTESSORI SCHOOL e conta oltre 30.000 studenti.

In ISLANDA che è un paese con clima rigidissimo in inverno, tutti gli scolari devono imparare a lavorare a maglia per fare un maglione caldo.
Il KNITTING ( lavorare a maglia ) è una materia di classe.

In BRASILE le scuole funzionano dalle 7 fino a mezzogiorno. Così i bambini possono pranzare con i genitori. Per esigenze di spazio, gli alunni frequentano la scuola a rotazione su tre turni.

In CANADA il bilinguismo è d’obbligo; molte lezioni hanno luogo sia in francese che in inglese e gli alunni possono scegliere la lingua attraverso la quale studiare le singole materie.

Nella scuola tedesca gli intervalli durano non meno di 20 minuti e in Svezia solitamente non si hanno mai piu’ di tre materie per giorno e la scuola viene vissuta anche al di fuori delle lezioni, fra palestre, aule di studio , biblioteche.
Qui i libri di testo vengono forniti gratis e si pratica l’insegnamento bilingue.
La scuola tedesca è al primo posto in Europa per la capacità di inserire nuove tecnologie all’interno dei programmi didattici.

La vita scolastica dello studente AMERICANO è scandita, sin dai primissimi anni dell’infanzia, da una serie di esami di ammissioni e test attitudinali. Anche per l’ammissione all’asilo, soprattutto per le scuole private e più prestigiose, la lista d’attesa comincia addirittura in gravidanza.
La maggior parte dei bambini comincia il percorso educativo verso i 5 anni; l’anno scolastico americano inizia alla fine di agosto e termina a metà giugno.

Lina Luraschi

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VERSO CONSIGLIA: IL REALISMO TERMINALE DELLA CONTEMPORANEITÀ CON GUIDO OLDANI E GIUSEPPE LANGELLA

Domenica 18 marzo 2018 alle ore 16.00, presso la prestigiosa Villa del Grumello a Como avrà luogo un imperdibile evento intitolato “Il Realismo Terminale della contemporaneità”, organizzato sotto l’egida del programma culturale itinerante “Verseggiando sotto gli astri di Milano” nell’ambito dell’ambizioso ciclo “Nuovi Orizzonti Poetici”. Tra i protagonisti dell’incontro il Maestro Guido Oldani: poeta, padre del Realismo Terminale e il Prof. Giuseppe Langella: poeta e critico letterario.
Il programma dell’evento verrà arricchito con lettura di poesie di autori appartenenti al RT e di alcuni poeti selezionati dal bando. Tra gli artisti previsti nel programma potremo ammirare Domitilla Colombo (attrice comasca molto amata dal pubblico), il sublime gruppo poetico – teatrale “Poeticanti” Paolo Provasi e Roberta Turconi, e il talentuoso cantautore Roberto Durkovič. Organizzazione dell’incontro a cura di Izabella Teresa Kostka e Lina Luraschi (responsabili per il programma “Verseggiando sotto gli astri…”) in collaborazione con l’Associazione Villa del Grumello.

Ingresso libero.

“SULLE RIVE DEL TEMPO” di IMMACOLATA ROSSO e LA SUA GRAMMATICA DEL PRESENTE a cura di SABRINA SANTAMARIA.

“Sulle rive del tempo” di Immacolata Rosso e la sua grammatica del Presente a cura di Sabrina Santamaria.

Cos’è il tempo? Tutti per esperienza sappiamo che esso si regge su una linea cronologica di passato, presente e futuro, ma è davvero è solo così che possiamo definirlo? Questa è un’interpretazione capziosa e stereotipata, impacchettata, incapsulata e preconfezionata. In realtà noi siamo perché siamo stati e saremo perché appunto oggi siamo. Proprio da questi assunti la nostra autrice parte, uno dei tanti suoi obiettivi è suscitare questo snodo riflessivo: “Il tempo non è una sterile catena di eventi”. Primo Levi affermò che se avesse dovuto definire il suo tempo lo avrebbe paragonato ad un elastico che si poteva allargare o accorciare secondo il suo stato d’animo. Leggendo questa piccola, ma densa raccolta poetica ho cercato di decodificare, interpretare i molteplici e plurimi significati. La nostra autrice ha messo insieme con un artificio sincretico polisemia di linguaggio unita all’allegorismo e al simbolismo; basta già riflettere sul titolo. La riva è uno spazio di confine un limen tra la terra luogo topografico geograficamente definito e il mare, metafora per eccellenza dell’infinito, dell’immenso, dell’imponderabile, è come se la Nostra con la sua opera ci richiamasse all’attenzione con dei quesiti primitivi, i più antichi del mondo: “In questo momento nel quid ed ora anima sperduta dove sei? Stai ripercorrendo i “sempiterni calli” passati di petrarchiana memoria? Oppure te ne stai appollaiata in modo rassegnato prospettando un immaginario futuro che forse non accadrà? Questi appelli principalmente ella li fa alla sua anima che naviga tre le sponde dei suoi sogni e delle sue rappresentazioni oniriche però la Nostra fa sorgere questi spunti riflessivi anche ai suoi lettori, infatti non ha intitolato la raccolta con un termine al singolare, ma al plurale, il titolo riporta con sé una sana egoità mista ad un’alterità indefinita. Cosa rappresentano le rive? Me lo sono chiesta anche io, addentrandomi è nata dentro di me un’interpretazione, un’allegoria da svelare: la riva è il nostro presente, esso sta al confine tra il passato (la terra definita in cui abbiamo camminato ed abbiamo lasciato le nostre orme, abbiamo perfino forse contato i nostri giorni con gli anni) ed il futuro indefinito, infinito, ancora imperscrutabile come il mare, non conosciamo mica tutte le gocce dell’Oceano Atlantico, nemmeno in generale tutte le insidie che il mare ci potrebbe riservare a questo punto forse abbiamo svelato l’arcano perché il Presente, quasi personificato in questa raccolta poetica, è una linea cronotropa tra il passato che ci ricorda i suoi drammi (anche storici non solo personali) e il futuro incerto, liquido per eccellenza: “Eravamo ormai onda liquida”, la sinestesia “liquidi specchi”, “l’orizzonte liquido” , “Palpitavano nell’aria liquida” infatti la Nostra inserisce spesso questo termine nelle sue poesie. “Oblio” è una parola che compare spesso nei suoi versi: “Abiterò la casa sperduta sui monti, dove il gelo dell’oblio annichilisce l’antica fiamma.”, “E giacemmo nel seno dell’oblio.”, “Moriremo insieme, mentre un dolce oblio si distende sui tuoi occhi socchiusi”, “ (la solitudine) è un crudele spettro che ti rapisce e ti porta via dal sole, nelle nebbie dense dell’oblio”, “Anima e cuore, pelle e pensiero, tutto svanisce nel magico oblio.” , “Tu, sogno acqueo di dolce oblio.” L’oblio è l’assenza di ricordo, la rimozione freudiana completa di un vissuto, questa anafora continua in tutta l’opera ha un profondo significato per la nostra poetessa, solo obliando i propri dolori ci si può catapultare nell’incertezza di ciò che accade, creando una sorta di apocope dei propri ricordi possiamo sperimentare la bramosia del rischio. Molto in linea col pensiero Nietzschiano la Nostra ci sottolinea che i ricordi paralizzano l’azione presente, in “Mentre cammino” fa un richiamo implicito al gregge di Nietzsche: “Vagando tra le leggi in cerca di una fede non trovo il fondamento tra il senso e la morale: io vedo solo greggi di gente che non vede, dimentica del vento, persa nel temporale.” I versi di “Silenzio” ci catapultano nell’agghiacciante cornice dei campi di sterminio: “C’è puzza qui… di indumenti sporchi, di pelle, di odio e di dolore. (…) Non ci sono più uomini, in questo lembo di Male: solo sparvieri e bestie da macello.(…) Asciugati, lacrima inutile: nessuno ti sentirà cadere, lì, in mezzo a tutto quel gas.” Immacolata Rosso ricorre frequentemente alle figure retoriche del significato come gli ossimori e le sinestesie ne sono un esempio “Onirica realtà”, “misericordiosa amnesia”, “sguardi roventi” “morbide onde”, “arcobaleni di cascate”. Alla fine della lettura di questo piccolo itinerario in rime ci rimane un interrogativo: “Il presente può essere dunque vissuto?” Sì, attraverso un artificio particolare che i poeti possiedono più di tutti: “La rappresentazione onirica della realtà” cioè vivere un dolce ossimoro che sublima la nostra vita quotidiana la concretezza dei nostri sogni e non c’è niente di più palpabile di un sogno quando i poeti lo rendono materia sensibile con la loro penna cantando la dolce musica delle loro rime ricche di polisemici versi eternamente interpretabili e mai banali come nel caso della nostra poetessa Immacolata Rosso.

Sabrina Santamaria

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INFO DI SERVIZIO

Se qualcuno fosse interessato:

Materiali necessari per valutazione:

– curriculum professionale

– una foto

– presentazione dell’attività artistica

– 3 opere personali: poesie, racconto, foto dipinti o sculture, cover pubblicazioni etc.

Verranno prese in considerazione le candidature più interessanti e stimolanti.

Mail: itk.edizioni@yahoo.com

LA POESIA EROICA – SENTIMENTALE DI SILVANO BORTOLAZZI a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“La poesia eroica-sentimentale” di Silvano Bortolazzi

“Comunicare”, “Dialogare”, “Conversare” sono verbi che ho sempre preferito considerare sinonimi con altri termini molto diffusi della lingua italiana come “Narrare”, “Scrivere”, “Raccontare”; sono tutti aspetti diversi per esprimere l’esigenza più profonda dell’uomo: “Conoscere per amare”. La conoscenza non si esplica solo mediante i nostri astrusi processi mentali o attraverso i nostri neuroni, fra l’altro stanchi di un mondo “ipertecnologizzato”, “ipermacchinizzato” per dirla come i sociologi della comunicazione e con gli studiosi del MiT (Massachuttes Istitute of Tecnology), ma la vera conoscenza è ben altra cosa. “Conoscere” significa scavare dentro se stessi, essere consapevoli dei propri ricordi e dei propri sentimenti ed emozioni. Goleman, colui che ha coniato il termine “intelligenza emotiva” e ne ha posto le basi teoriche, sostiene che le giovani generazioni sono “analfabete” delle proprie emozioni cioè sono incapaci di leggere tra le righe di ciò che vivono, sentono, amano. Lo studioso Lowen stesso afferma che “sentire profondamente è respirare profondamente”, io aggiungerei, ciò che la vita ci offre di più stupefacente. Ultimamente ho avuto modo di immergermi nel piccolo-grande mondo della poetica del Cavaliere della Poesia Italiana Silvano Bortolazzi, cinque volte candidato al premio Nobel per la letteratura da parte di 68 università straniere e fondatore dell’ U.m.p (Unione Mondiale dei Poeti), ho avuto l’impressione di carpire, di “toccare con mano” il suo “respirare la vita” che ha suscitato in me molte riflessioni per prendere con noi almeno una infinitesima parte della sensibilità del Nostro Cavaliere. Il Nostro poeta sa cogliere le sue emozioni perché sa riconoscerle come sue e sa trasporle su carta e penna. Il Nostro imprime ed esprime con versi aulici, sublimi, talvolta quasi aspri e severi i suoi ricordi, la sua storia di vita, ciò che gli appartiene, come se in quel atto di comporre una poesia immortalasse un pezzo infinitesimo del suo vissuto per regalarlo a chiunque, non solo al fantomatico “lettore di poesia”, ma anche a colui che il genere letterario “Poesia” gli è stato spiegato solo a scuola, poi per problemi di povertà, disuguaglianze sociali ha smesso di appassionarsi alla lettura. Il Nostro ha il desiderio vivo ed acceso di dare uno Status nuovo alla Poesia perché vorrebbe renderla patrimonio dell’umanità affinché sia un mezzo salvifico per portare “dialogo”, “intesa” nel mondo, tra culture diverse. Il suo profondo sentimento è: “Elevare la Poesia per renderlo strumento salvifico tra popoli, culture, nazioni, religioni, paesi diversi” affinché essa non sia solo un hobby o un vezzo fra una ristretta cerchia di letterati, professori di lingua italiana o uomini colti in genere. Le poesie “A Sabrina”, “ A Marina”, “A Nonna Angela” aprono le porte ad un mondo trascorso di Silvano Bortolazzi, i versi di queste poesie trasmettono una lieve malinconia di affetti vissuti, di amori “perduti” che non tornano indietro, temi molto analoghi si percepiscono nella poesia “Settembre” in cui ho colto un parallelismo tra la crescita mentale, anagrafica del Nostro, ma anche dell’uomo in generale che si affaccia all’età adulta e la stagione autunnale; infatti nell’autunno le foglie “cadono dagli alberi” e i “capelli diventano grigi” segno, appunto, di una maturità nascente che conserva come un fiore all’occhiello tutte le “gioie” e i “drammi” di una giovinezza che è volata via come una rondine dopo i tre mesi estivi brevi, ma intensi come il cielo azzurro e il calore del sole caldo che brucia. Mi ha ricordato molto la poetica di Eugenio Montale che attraversa tutte le tendenze letterarie, ma non ne abbraccia mai nessuna totalmente, in particolare la poesia “Il mio piccolo mondo” mi ha molto ricordato il Montale della raccolta “Ossi di Seppia” per la descrizione viva ed attenta del paesaggio, della giovinezza narrata attraverso la descrizione fervida e pittorica dei territori italici. “A Sabrina”, “A Marina” mi hanno fatta tornare ai miei esami di maturità quando ebbi il piacere, invece, di discutere dell’altra raccolta montaliana “Le Occasioni” in cui la protagonista principale è Irma Braidese donna amata da Montale, ma costantemente questa donna gli sfuggiva, ovviamente con analogie e differenze, perché Silvano Bortolazzi al di là della sua vasta conoscenza letteraria, ha creato uno stile poetico che appartiene al Suo autore, usando espressioni di grandi poeti come Ungaretti, nella poesia “A Nonna Angela” lo cita anche, Quasimodo ed altri grandi autori che hanno fatto la storia della letteratura italiana. Le loro espressioni le custodisce dentro, le ha metabolizzate da parecchi anni, le ha plasmate, le ha “Impastate” per creare un nuovo stile letterario che si impone non solo nel panorama italico, ma in tutto il mondo, come sentire universale. Il suo stile poetico mi ha ricondotta ad un’ermeneutica che il Nostro poeta vorrebbe creare. Giambattista Vico nell’opera “ Scienza Nuova” divise la storia dell’Umanità in tre fasi: età degli dei, età degli eroi ed età degli uomini; Il Cavaliere Silvano Bortolazzi vorrebbe reclutare degli “eroi” con la sua poesia per formare un’era degli uomini. La poesia “Gerusalemme” è stata scritta proprio con questo obiettivo.

“Gerusalemme”

Lo hai mai sentito l’odore della neve nell’aria quando sta per nevicare Gerusalemme?

È un odore che sa di eterno e di giusto.
È l’odore della pace ed aulisce l’anima.

Attutisce i rumori
ed il male della Terra,
mentre incessantemente copre
il creato d’amore.

Guarda il cielo, o Palestina,
e cerca la neve
quando la tua anima è ferita e piange,
poiché dal caldo nascono i fiori
ma dal gelo nasce l’aurora.

Non odiare fratello tuo fratello
e impara a librarti nell’azzurro col pensiero,
lassù,
dove non esistono confini.

Non invidiare sorella tua sorella
poichè chi sa amare le piccole cose
è più ricco del ricco
e chi è povero, ma colto,
sa capire.

Un giorno la guerra finirà
e tutti potranno vedere
cadere la neve
dove v’è solo sabbia e nulla più.

Saggio è colui che perdona e che ama
dove non v’è nulla da perdonare e da amare.

Dalla nuda roccia può nascere un germoglio
e dalla pioggia può sorgere l’arcobaleno.

Verrà la pace e sarà eterna
ed avrà il nome di chi l’ha cercata.

CAVALIERE AL MERITO DELLA REPUBBLICA ITALIANA, PER LA POESIA, SILVANO BORTOLAZZI – PRESIDENTE FONDATORE E PRESIDENTE MONDIALE DELL’UNIONE MONDIALE DEI POETI

Sabrina Santamaria

“CONCHIGLIE CAURIES POETI AFRICANI” DI ABDEL KADER KONATE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Conchiglie Cauries Poeti Africani” di Abdel Kader Konate

“Io non sono nero/ io non sono rosso/ io non sono giallo/ io non sono bianco/ non sono altro che un uomo. Aprimi fratello! Aprimi la porta/ aprimi il tuo cuore/ perché sono un uomo/ l’uomo di tutti i cieli/ l’uomo che ti somiglia!” cit. della poesia “Aprimi fratello!” di Rene Philombe.

Spesso immaginiamo l’Africa come un continente molto lontano da noi, lo pensiamo come un territorio poco fertile, come colonia, come terra assoggettata alle grandi potenze europee, ebbene, questo è in parte vero perché questi assunti la storia ci ha insegnato, sappiamo che i confini dell’Africa non sono geografici, ma politici, cioè divisi a “tavolino” duranti i trattati di pace dalle grandi potenze europee, avvenimenti politici davvero accaduti, basti pensare alle vicende sociopolitiche del novecento. La lettura di questa raccolta poetica ha suscitato in me diverse riflessioni che, a mio modesto parere, potrebbero essere una chiave di volta per comprendere almeno in superfice l’opera di un autore africano. Il titolo “Conchiglie Cauries Poeti africani” mi fa pensare ad una personificazione di un elemento naturale quale è la conchiglia, essa può stare in mare, come in spiaggia, può essere bagnata, oppure esposta continuamente al sole, quindi rimanere anni nella siccità, questa condizione è quella simile al poeta africano; per certi versi può trovarsi in un mare di emozioni, travolto dalla musicalità, dai colori, dai sapori della sua terra, quindi ispirato dalla bellezza del suo continente ha possibilità di salvezza, può emergere ed allo stesso tempo immergersi eterogeneità del bello, ma un uomo sensibile come un poeta può sentirsi travolto dall’immensità delle problematiche sociali, politiche, storiche del continente in cui vive, quindi restare anni in una condizione di aridità sul piano delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti. I nostri poeti africani sono appunto “conchiglie” scagliate nell’immensità dell’universo della loro vita, si precipitano come uomini pieni di umanità e di coraggio, scrutando la “bellezza” laddove un uomo qualunque vedrebbe solo il deserto più assoluto, il silenzio che sgomenta, che percuote gli stati d’animo più fragili, invece i Nostri poeti hanno la forza di prendere la loro penna e narrare, non solo se stessi, ma anche tutti i protagonisti delle loro storie, i posti dove sono vissuti come sono, senza remore o nascondimenti. Le loro poesie sono inviti alla solidarietà, al vero senso di “umanità”, spesso sono dei veri e propri Inni alle loro terre. Nella raccolta poetica sono stati accostati testi di Nelson Mandela e Senghor, autori che conosce anche il mondo letterario occidentale, questa scelta non é solo stilistica, ma ha un profondo significato, perché essa è la volontà piena ed incondizionata di voler creare una linea tra passato, presente e futuro. La storia dell’Africa come continente non è mai affrontata in modo approfondito nelle scuole europee, spesso si fa solo cenno alla segregazione razziale del Sudafrica, ai ku klux klan, agli anni di prigionia dell’ex Presidente del Sudafrica e alla sua lotta non-violenta per l’ indipendenza, tutti avvenimenti pedagogicamente e fenomenologicamente validi da affrontare, ma andrebbero accompagnati da premesse storiche più approfondite e spesso meno etnocentriche. Sarebbe necessario trattare aspetti legati alle loro culture, ai significati più nascosti e misteriosi delle loro culture, un insegnate dovrebbe partire da concetti antropologici sull’eziologia delle parole “mito”, “tribù”, “rito di iniziazione”, “magia”, “religione” e “dono”. L’antropologo Claude Levì-Strauss in “Tristi Tropici” ha sottolineato due modi del mondo occidentale di rapportarsi alla diversità: l’antropoemia e l’ antropofagia. Nel primo caso la diversità non viene accettata, non viene tollerata, le conseguenze di questo atteggiamento conducono a comportamenti xenofobici. Nel secondo caso, invece, l’altro concepito come diverso verrebbe completamente inghiottito, assorbito cultura altrui senza margine di possibilità di conservare nella quotidianità se stesso, il “Diverso” sarebbe quasi “costretto” inconsciamente ad un cambio di “rotta” rendendo ancora di più “inconsistente” la sua storia di vita in cui nell’oblio vi sono usi, costumi, affetti, sentimenti, riti che non può e non deve dimenticare. Proprio per quest’ ultima ragione i nostri poeti africani nei loro scritti hanno inciso musicalmente i loro versi attraverso varie figure retoriche quali anafore, allitterazioni (figure retoriche legate al suono), ma anche sinestesie (figura retorica che consiste nell’accostamento di oggetti, figure, immagini che si ricollegano a sensi percettivi diversi), non mancano in questa raccolta poetica figure retoriche del significato come metafore, similitudini, iperboli e qualche sineddoche. Per quanto riguarda le figure retoriche che riguardano la metrica il lettore più appassionato di una critica attenta della struttura dei versi può individuare il chiasmo, l’anastrofe e l’iperbato. È forte l’esigenza di questi autori di essere riconosciuti come persone al di là dell’appartenenza culturale e geografica, tanto che nelle loro espressioni ho sempre riscontrato la “Personificazione” non solo come figura retorica, ma come slancio vitale che ci conduce all’infinito.

“Dietro ogni sguardo
un infinito
un nome indefinito
un sogno predefinito
un universo, un’illusione, un infinito”.

Ultima strofa della poesia “Illusione” di Abdel Kader Konate.

Sabrina Santamaria
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ROBERTO SAVIANO E LA SUA CRITICA DELL’INENARRABILE a cura di SABRINA SANTAMARIA

Roberto Saviano e la sua critica dell’inenarrabile.

“La mafia è una montagna di merda” esclamò il giovane Peppino Impastato negli anni ’70 anche lui stesso come sappiamo fu trucidato dai Boss mafiosi solo per aver avuto il coraggio di affermare la “verità”, la riproduzione cinematografia “I Cento passi” ha scosso moltissimo le nostre coscienze. Quando si parla di “fenomeni mafiosi”, “mafia”, “angherie”, “Camorra”, “Cosa Nostra” non possiamo dimenticarci dei Giudici Falcone e Borsellino. Maria Falcone, sorella del magistrato ammazzato nella strage di Capaci, ha scritto diversi libri per far vivere nell’immaginario collettivo l’immagine del fratello che ha avuto quel tragico destino. Nel 2012 ha scritto con una giornalista, Francesca Barra, uno dei tanti libri di tutto rispetto “Giovanni Falcone un eroe solo” in cui ci racconta la storia di vita del Magistrato dalla giovinezza fino alla tragica morte per dimostrare che ciò che non morirà mai di “Noi” sono le nostre idee, le nostre buone azioni, i nostri ideali. Le nuove generazioni vanno educate alla Legalità, alla civiltà, alla solidarietà, al rispetto di se stessi e degli altri ecco perché altri due grandi autori Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nel 2011 hanno pubblicato una raccolta di lettere di ragazzi di scuola secondaria di primo grado e secondo grado che si intitola “La mafia fa schifo” per sottolineare che i ragazzi non si rassegnano alle prepotenze, alle “angherie” di coloro i quali si sentono più forti, ma in realtà sono deboli. Quando lessi anni fa questo libro lettera dopo lettera mi resi conto di quanto i giovani siano stanchi di vivere in un mondo di omertà, di illegalità, di cattiveria allo stato puro. Ricordiamoci che i giovanissimi sono stati vittima dei fenomeni mafiosi, basti pensare alla vicenda atroce di Graziella Campagna vissuta in provincia di Messina a Saponara ammazzata nel 1985. Saviano, scrittore-giornalista e saggista italiano, ha narrato le vicende “affaristiche” e criminali della camorra nella sua opera “Gomorra” che è stata definita appunto “Un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra e dei luoghi dove questa è nata e vive: la Campania, Napoli, Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Casapesenna, Mondragone e Giuliano”. In “Vieni via con me” lo stesso Saviano critica e mette in luce le inadempienze italiane, le verità agghiaccianti su storie di vita, calamità naturali(come il terremoto in Abruzzo), le incongruenze delle congregazioni religiose cattoliche dei paesini italiani le quali a volte non hanno saputo “puntare i piedi” con i boss mafiosi dei luoghi circonvicini tanto da accettare che fossero fatti i funerali religiosi di mafiosi defunti, proprio questi avvenimenti contorti il Nostro denuncia a gran voce senza remore e senza riserve. Saviano, d’altronde, ha sempre scritto con cognizione di causa denunciando anche un sistema mediatico di “massa” ,appunto, che non fornisce agli italiani le conoscenze, le competenze per comprendere davvero i fenomeni mafiosi, lasciando al buon intendimento del lettore la complicità politica sottaciuta di queste agghiaccianti vicende di cui si è discusso seppur in modo abbozzato in questo articolo. La recente morte del boss Totò Riina è un esempio emblematico degli sproloqui del Nostro Saviano in quanto anche in questo caso vi è stato un forte impatto mediatico: giornali, telegiornali, trasmissioni televisive serali hanno ricordato Riina a mio parere in modo esasperato e inopportuno, hanno ripercorso la sua vita(costellata solo di delitti atroci e crudeli) tappa dopo tappa, sarebbe stato molto più umano e solidale ricordare le sue vittime perché Riina è un capitolo nero, una pagina scritta di rosso(per tutto il sangue che ha sparso) da “ricordare per non dimenticare” per delitti aberranti che ha commesso. Noi italiani dobbiamo concentrarci di più sulle persone che la mafia la combattono e non la assecondano, uno di questi è Roberto Saviano il quale con la sua penna non si stanca mai di rendere “narrabile” ciò che ai molti apparirebbe come “inenarrabile”.
“Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne.” Cit. dal romanzo d’inchiesta “Gomorra” di Roberto Saviano.

Sabrina Santamaria 
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RITRATTI: VERONICA LIGA “PERESTROIKA POETICA”

(by I.T.Kostka) Come un vento fresco dell’Est arriva sulle pagine del nostro blog la poetessa di origine russa: Veronica Liga.  Innamorata fin dall’acerba giovinezza della cultura italiana, ha scelto il Bel Paese come “Seconda Patria”. Un’ interessante artista di variopinte sfumature: sviluppa e fa percepire la sua poliedricità attraverso i versi originali, stimolanti e, spesso, sorprendenti. Apprezza il simbolismo:  possiamo notarlo in numerose analogie mitologiche, ma non disdegna qualche verso in rima (usata piuttosto come un effetto sonore, un ironico scherzetto  linguistico, una divertente parentesi creativa), sperimenta con la forma costruendo le proprie liriche in piena libertà d’espressione. Volete mettere un’etichetta sulla sua scrittura? Nulla di più difficile. Veronica Liga cambia come un camaleonte, stuzzicando ogni lettore senza inibizioni. Personalmente percepisco una certa dose di ribellione e di estrema indipendenza nei suoi versi, la grande forza di carattere che sgorga dalle sue poetiche creazioni come la storica “Perestroika”. Non riuscite a fermarla!  Un linguaggio moderno, quello della Liga, con alcuni segni dei nostri multietnici e multiculturali tempi (qualche parola in inglese, come all’epoca dell’internet accade, rende più contemporanea e “quotidiana” la dialettica). La Liga partecipa spesso alle letture poetiche e agli Slam Poetry. Questa ricca attività influenza anche i suoi scritti: la loro struttura ed espressività sono ben adattabili al palcoscenico, alle performance live molto popolari tra le giovani generazioni  (Slam, Angelico Certame, maratone poetiche etc.etc.). “Verso – spazio letterario indipendente ” accoglie con piacere questa scintillante e “imprevedibile” artista. In bocca al lupo Veronica!

● NOTA BIOGRAFICA 

Veronica Liga nasce e si laurea in lingue a San Pietroburgo. La sua adolescenza coincide con gli anni dei grandi cambiamenti – la “Perestroika”, la caduta dei regimi socialisti nel mondo. Dalla più tenera età nutre una passione per la lingua e la cultura italiana – passione che ha determinato le sue scelte di lavoro e di vita. Dopo aver visitato e girato l’Italia innumerevoli volte, nel 2003 si stabilisce in provincia di Como, dove ancora oggi vive e lavora come interprete. Trova naturale scrivere in quella lingua nella quale comunica e pensa al momento dell’ispirazione. Da anni collabora con diversi portali letterali, frequenta dei circoli culturali lombardi e non solo. I suoi testi sono stati musicati dal gruppo irpino “Nuove forme di Poesia”, dalla cantautrice modenese Almax, dal brianzolo Paolo Fan e dal francese Roudoudou. A maggio del 2011 con OTMA Edizioni pubblica il suo primo libro “Le parole sono segnali stradali”. Nel titolo sta la sua filosofia: “Le parole non possono trapiantare l’esperienza di un altro. Diventano però un dono prezioso – ed una missione per chi le genera – se vissute in questa chiave: come Segnali Stradali che indirizzano i pensieri, le vibrazioni verso i luoghi affini, condivisibili. Verso l’Incontro.”. A novembre del 2014 pubblica con “David and Matthaus edizioni” il secondo libro “Regolazione termica” dove continua ad esplorare il tema della ricerca del calore del Contatto.

● Alcune poesie scelte:

SABBIE MOBILI

Sabbie mobili
                   in un’invisibile clessidra…
Sabbie mobili
                   che bruciano i piedi…
Sabbie mobili
                   dove finisce ogni scarto ed ogni gemma…
Sabbie mobili
                   dove è dolce affogare…

Vorrei raggiungere
Il gelo permanente,
Romperlo, sbriciolarlo,
Mescolarlo alla sabbia calda!

E invece
scivolo con un fruscio
strisciando sulla superficie,
trascinata
dalle sabbie mobili

*

SOBRIETÀ MATTUTINA

La mattina
cambia le luci
e la scena –
Torna a cuccia
la iena…

Ti ritrovi
con un abito da sera
tanto zozzo
che pare ci sia scesa in miniera!..

La mattina
il risveglio tira
fuori dall’imballaggio
i tuoi nuovi compagni di viaggio:
i ricordi di ieri…

Li hai portati a letto
(addormentata in fretta)
senza accorgerti di loro,
forse senza amore…

Ma oramai c’è poco da fare:
starete insieme
finché Alzheimer non vi separi!

*

EVOLUZIONE DI UNA CORNICE

Volevo incorniciare il tuo nome
con le pietre preziose
dai migliori designer

Poi optai per una cornice nera
da fare con la biro nera.

Pensavo di riquadrare il tuo nome in nero
Poi smussai gli angoli.

Lo stavo cerchiando
Mi fermai a metà cornice,
Ad un mezzo cerchio:
Come un sorriso
sotto il tuo nome.

Ripassai più volte la biro sul sorriso
Che diventava sempre più spesso
Fino a trasformarsi in una barchetta.

Ci ho appoggiato il tuo nome
E l’ho affidato alle onde.

*

UN ABBOZZO DISPETTOSO

Presi un foglio bianco d’autrice,
un inchiostro con la schiuma,
una penna con la piuma
e ci scrissi: SONO FELICE.

Poi piegai il foglio in fretta
con l’inchiostro ancora fresco
per mandare la circolare
Urbi et orbi un messaggio solare!

Ma l’inchiostro non era asciutto
e si sparse dappertutto
nella fuga lasciando le orme
del messaggio oramai deforme,

E trovai fra le mie dita
un ammasso di carta sgualcita
ricoperto con le chiazze
dalle tinte e dalle forme pazze.

E ne feci una pallina
con dispetto da ragazzina,
E la getto contro i muri nemici
Fra di me e me felice!

*

MISSIONE PERSEO
(dedicata a tutti i fanatici sotto varie bandiere)

In una notte d’agosto che non finisce mai,
con 10 giorni che mancano sempre alla mia nascita,
aspettando il Sol-Leone che non sorge più
osservo lo sciame delle Perseidi
aritmico come tutti i pianti

è una lenta caduta degli dei
che volano senza più allenare le ali,
senza più valutare l’altitudine nel fumo tossico
senza rendersi conto se volano ancora nel cielo
o già negli inferi

Gli immortali prendono
la reminiscenza nera
mentre la testa del nemico
è attaccata al corpo e tenuta alta

Gli eroi che combattono i draghi
iniziano a ruggire, a coprirsi di squame
prima ancora che il drago nemico
perda la prima goccia di sangue

E non so se è più pericoloso
voltar loro le spalle e lasciarli fare
o guardar loro negli occhi e lasciarsi contagiare
da un virus che cambia i nomi e le parvenze
alla velocità del buio
e c’è spazio per tutti
in quel buco nero del suo dominio

Eppure c’è un mezzo per affrontarlo,
suggerito da Atena a Perseo:
lo scudo divino
LO SPECCHIO!

Tutti i diritti riservati all’autrice.

GIRAMONDO CULTURALE: FRA I CALVARI E LE CITTÀ DEL LIBRO a cura di LINA LURASCHI 

GIRAMONDO CULTURALE – Ultima tappa fra i Calvari e le Città del Libro

● KERGOAT – Chappelle de Notre Dame con Calvario e Cimitero
La Cappella Notre-Dame de Kergoat è un monumento che si trova nel comune di Quéménéven -(Finistere Bretagna). Rappresenta un’attrazione per i turisti durante il soggiorno nella regione.

E’ un paesino di circa 1.100 abitanti . Interessante, e meta di molti visitatori è appunto la Cappella situata all’interno di un Cimitero antico con l’immancabile Calvario.

 Cosa sono i Calvari ?

Pietra scolpita in verticale, i CALVARI, raccontavano i testi sacri, la vita di Cristo e dei Santi per immagini, con al centro la Passione e il Calvario. L’obiettivo era di farsi capire anche dalla gente semplice che non sapeva leggere. Per questo le figure sono ben definite con le teste sproporzionate rispetto al corpo per facilitare la comprensione delle espressioni. Venivano costruiti e commissionati a scultori e artigiani  per ringraziare la divina provvidenza per aver per esempio risparmiato il paese dalla peste o per chiedere perdono per chissà cosa. Spesso ad un calvario é associata una festa del perdono (appunto) a una data precisa dell’anno con processioni e costumi locali. Complessi religiosi di questo tipo sono molto numerosi in Bretagna: ne esistono una settantina soltanto nella Bassa Bretagna.

Foto di Lina Luraschi

● Fjærland  Norvegia. Città del libro.

Fino al 1985 Fjærland, cittadina norvegese il cui primo insediamento risale al tempo dei Vichinghi, era raggiungibile soltanto in barca. Qui libri e librerie si annidano nelle vecchie stalle e in diverse costruzioni rurali e da quando, nel 1996, la città ha aderito al progetto booktown, diventando una città letteraria, attrae ogni anno un flusso notevole  di turisti, tutti accomunati dall’amore per la lettura.

 Fjærland è una delle Booktown norvegesi poste ai piedi dello Jostedalsbreen, il più grande ghiacciaio dell’Europa continentale. Vecchi capannoni, case e persino un hotel sono stati trasformati in librerie che  sono aperte tutti i giorni dal 1 maggio al 21 settembre, ma la loro attività prosegue pure d’inverno, con minor frequenza e anche se “con la neve i librai devono trasportare i libri da un luogo all’altro sulle slitte, spesso trainate a forza di gambe“, racconta uno di essi.
Foto libreria tratta da web

I FRESCHI GERMOGLI: LAURA CALABRÒ

(by I.T.Kostka) Eppure non è morta quella forte voglia di poetare, di condividere le turbolenze e le inquietudini di un animo creativo. Quello spirito artistico di una ventenne fanciulla nata e avvolta nel calore di Messina. Passionale e intensa, come la Sicilia, vaga tra la ricerca e le classiche influenze, tra la riflessione e il giovane incolmabile ardore, tra le grida e le domande nate dalla sua penna. Un linguaggio incisivo, a volte con qualche dose di stilistica esaltazione dovuta alla dolce giovinezza, ma sicuramente di grande impatto emotivo. Laura Calabrò merita l’attenzione e con simpatia accogliamo i versi di questa esordiente artista nella nostra rubrica dedicata ai FRESCHI BOCCIOLI della letteratura. Al talento della giovane poetessa auguriamo una lunga e prolifica fioritura. 

● NOTA BIOGRAFICA

Laura Calabrò è nata a Messina il 12 aprile 1997, attualmente frequenta la facoltà di Scienze dell’informazione a Messina. È appassionata di giornalismo, ha avuto da sempre la passione per la scrittura, in particolare il suo amore per la poesia è nato per caso circa quattro anni fa quando si accinse a scrivere la sua prima poesia.

● Alcune poesie scelte:

“CARO THEO”

Scrivo per dei ciechi,
leggo a dei sordi,
nessuno comprende.
“Caro Theo..”
Solo la vista del
cielo mi fa sognare;
“Caro Theo..”
Solo dopo l’orizzonte
trovo la serenità.
Do vita a parole 
simili a crepe sui muri.
La mia penna seppur
consumata non smette di
dipingere parole su
un foglio ormai
troppo stanco.

*

L’INGANNEVOLE CUORE

Staccati da questo
corpo, oh anima!
Non vedi le brutture a cui
esso è soggetto?
Lascialo, lascialo morire,
dentro di sé ha un mostro
che lo divora, che
lo lacera.
Dentro il suo petto batte
il peggiore dei
mali.
Lascialo dov’è, incatenato
come Prometeo, lascia che
l’aquila divori
non il fegato,
ma il cuore,
costui è la causa
di una moltitudine
di mali, merita di
non esistere.
Anima, non avere compassione
dell’ingannevole cuore!
Ha una forza sovrumana,
lotta come un esercito
di arditi guerrieri,
resiste come uno scoglio
che s’affaccia sul mare
in tempesta,
seduce quanto la voce
di donna e uccide
senza pietà come la morte.
Non dargli ascolto, liberatene
piuttosto, oh anima, prima
che il suo nero
dolor invada ogni membra
dell’intelletto tuo.

*

LA SCALA INFINITA DI PENROSE

Al di sopra
di quest’ involucro
danzano le galassie
all’unisono;
le stelle si
preoccupano di
brillare sempre
più intensamente;
gli angoli oscuri
di quest’ universo
s’addolciscono e
alla vista appaiono
meno spaventosi.
Noi, invece,
camminiamo goffi,
muovendo i nostri
passi pesanti
su quest’infinita scala
di Penrose;
ci adagiamo su
quest’ intenso moto che
appaga i nostri
desideri distrutti.
Siamo degli esseri
stanchi, curvi
ma continuiamo a trascinarci
verso un finale
senza lieto fine.

Laura Calabrò

Tutti i diritti riservati all’autrice