L’ALCHIMIA INTROSPETTIVA DI TANIA GALLETTA (a cura di Sabrina Santamaria)

L’alchimia introspettiva di Tania Galletta

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Tania Galletta si innamora della poesia in tarda età, dopo aver vissuto esperienze assai dolorose. La poesia diventa terapia per l’anima.
La penna tramuta in versi le sue sofferenze e nascono così rime molto intime che, in una fase iniziale, tiene solo per sé.
Comincia a frequentare la domenica i “caffè letterari” di varie associazione, per poi divenire socia ordinaria dell’A.S.A.S. (Associazione Siciliana Arte e Scienza).
Un’amica poetessa già affermata, Maria Romanetti, la vuole relatrice per il suo libro per ragazzi “La Vittoria del Fantagatto”, presentato nei locali della Provincia di Messina, nel novembre del 2013, esperienza proficua che metterà in luce le sue capacità critiche.
Con l’amica poetessa si diletta a comporre poesie, alternandosi nella stesura dei versi, si tratta infatti di liriche estemporanee “non limate”, grazie a una pagina Facebook creata da entrambe, nella quale, una continua i versi postati dall’altra e viceversa.
Verranno alla luce ben quaranta poesie che saranno raccolte nel volume “Duettando in versi”. L’A.S.A.S. ne curerà la presentazione il 6 dicembre 2014, presso il Salone delle Bandiere del comune di Messina.
Nel febbraio 2016, con l’associazione culturale Kafka, è relatrice per la presentazione del libro di Carlo Barbera “Il migliore dei padri”, presso il Book-store Feltrinelli di Messina.
A settembre dello stesso anno conosce il poeta Giuseppe Anastasi, che la coinvolge nella prima elaborazione teatrale sperimentale del suo poema epico, ovvero “La Grande Seduzione”, decidendo quindi di aderire al progetto culturale indipendente Sedotti Sognatori Seducenti, anche denominato 3S-team, nel quale collabora tuttora attivamente.
Questi i trofei ottenuti:
23 marzo 2019 – Premio “Verba Volant, Amor Manet” (Acicastello) – Menzione d’Onore con la lirica “Sogno”
27 aprile 2019 – Premio “Antonino Bulla” (Catania) – 3° posto con la lirica “Le tue Mani”
5 luglio 2019 – Premio “Boccavento 2019” (Santa Teresa di Riva) – Premio Speciale della Critica con i racconti “Il piccolo intoppo” e “L’ultimo scatolone”
6 luglio 2019 – Concorso “Pina Alessio” (Gioia Tauro) – Menzione d’Onore con il racconto “Due numeri per Carla”

• DUE POESIE SCELTE di Tania Galletta

“TI CERCHERÒ”

Ti cercherò all’alba,quando rosate note
baciano gli occhi ancora assonnati.
Ti cercherò tra l’azzurro del cielo,
quando candidi cirri,si inseguono e mi sorridono.
Ti cercherò tra le spumose onde,
quando argentee dita,carezzano il mio corpo inquieto.
Ti cercherò tra le zolle appena smosse,
a cui mani fiduciose affidano future messi.
Ti cercherò tra le note del vento,
che mi riportano antiche e solenni promesse.
Ti cercherò anima mia,
flagellata da un amore impetuoso,
coccolata da fanciulleschi sorrisi,
delusa da promesse inattese.
Ti cercherò…
Tra i silenzi di austere mura,
tra i profumi dei fiori e dei ceri accesi,
tra perline sgranate da labbra ormai mute.
Li’ ti troverò.
Lenirò le tue ferite.
Bacerò le tue lacrime.
Insieme a te,sorriderò ad una vita nuova.

“LE TUE MANI”

Amavo le tue mani
Farfalle colorate sui bianchi tasti
Zefiro seducente che il corpo mi sfiora
Dolce abbraccio delle nostre notti
Alle mie intrecciate da nuziale anello
Amavo
Temo adesso le tue mani
Picchiano forte sui tasti
Bufera improvvisa che il corpo mi segna…
Morsa violenta d ‘amore priva
Ormai nude e alle mie lontane
Temo ma ancor più io amo
Da te fuggo, ma da te torno
Cerco le tue mani
Finché morte non ci separi.

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Trascrivere in versi le proprie emozioni è facile a dirsi, ma molto complesso a mettere in atto come attività poetico-letteraria. Da sempre noi tutti sosteniamo che l’artista, il poeta, lo scrittore attraverso l’ausilio della loro arte comunicano al pubblico il loro “sentire”, a volte mi sembra un’immagine che si è creata, ma, ormai sta diventando preconfezionata, allora chiunque mette nero su bianco un suo stato d’animo può definirsi artista? Certamente no, il poeta così come l’artista è colui che fa vibrare le corde dell’anima di chi legge o osserva, egli è colui che riesce a scandagliare la parte più nascosta dell’essere umano; questo è uno degli obiettivi che si pone la nostra Tania Galletta con la sua delicata “pena” che malgrado tutto scopre con ardore e passione la tenue fragilità dell’uomo, nei suoi versi non troveremo sicuramente gesta eroiche né bramosia né ambizione. La sua poesia appare navigare lentamente nel mare calmo di un’anima che si impegna ad osservare con uno sguardo forse timido, ma sincero. La lettura dei testi di Tania Galletta conduce ad un relax dei sensi completo in cui la mente si incontra col cuore e con lo spirito mentre ho posto attenzione ai suoi elaborati ho percepito nella Nostra un forte legame con i sentimenti che legati al genere poetico diventano alchimia pura. La nostra autrice ha un modo di darsi autentico al mondo ponendo tanta fiducia in chi la leggerà fiducia che i suoi enunciati si possano incontrare con un lettore sensibile. Lo stile poetico di Tania Galletta si mescola a quell’esser-per-la vita che Heidegger avrebbe definito inautentico, ma la Nostra riesce a vestirlo di una forte carica esistenziale tanto da far rivivere ancora oggi l’essere come mistero da scoprire.
Sabrina Santamaria

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INTERVISTA a TANIA GALLETTA

S.S: Cosa rappresenta la poesia per te?

T.G: All’inizio è stato il mezzo per farmi elaborare il dolore che portavo dentro l’anima, adesso, la poesia ha liberato il mio essere, è stata una catarsi, in quanto riesco a mettere su carta il mio sentire, da mezzo di elaborazione è diventato ora parte integrante del mio modo di guardare il mondo.

S.S: Quali sono secondo te le tematiche privilegiate della poesia?

T.G: La mia poesia è per di più intimistica, amo raccontare di me, ma, ultimamente ho affrontato temi sociali, come il caso di Lampedusa che ha colpito la mia sensibilità: “In tasca la foto di una vita vissuta nel cuore la speranza di una vita da vivere” questo verso è nato da una notizia che ho ascoltato in tv in quanto nella tasca di un uomo annegato hanno trovato una foto.

S.S: Quale sensazione lasceresti ad un tuo possibile lettore?

T.G: Mi piacerebbe imprimere nel cuore del mio lettore la scoperta di se stesso come essere autentico, vorrei fare emergere la parte più nascosta di sé.

S.S: A tuo giudizio la poesia è al di sopra delle altre arti?

T.G: Secondo me il punto di partenza è uguale per ogni forma d’arte, il pittore tinteggia sulla tela le sue emozioni, come il musicista che compone le note della sua anima, il poeta verseggia sul suo stato d’animo.

S.S: Qual è la tua missione poetica?

T.G: Oggi la poesia è una delle forme di comunicazione più valide perché sentiamo la necessità di esprimerci attraverso dei versi che possano tradurre i sentimenti, in questa società digitale io sento un ritorno da parte dei giovani a questa modalità espressiva anche io ho trovato un mezzo valido per aprirmi agli altri.

S.S: Quando i versi incontrano l’anima?

T.G: I versi incontrano l’anima quando l’animo umano ha bisogno di esprimersi e i questi diventano il mezzo mediante i quali l’anima si esprime.

S.S: Pubblicherai una tua prima silloge?

T.G: Ho pubblicato un libro di poesie a quattro mani. Io sono po’ timida, ma penso proprio che pubblicherò un’opera, da poco ho scoperto anche i racconti brevi quindi avrò il piacere di raccontarti in futuro della mia prima pubblicazione.

S.S: Un poeta potrà sentirsi mai soddisfatto?

T.G: Io penso proprio di no, in quanto il poeta cresce in divenire, nell’evoluzione eterna del suo poetare all’infinito, la poesia è una continua ricerca interiore.

S.S: Con le tue poesie c’è stato un momento in cui ti è sembrato di volare?

T.G: Sì, in diverse occasioni, quando leggo i miei testi alle mie amiche e loro valorizzano quello che ho scritto ma anche all’ultimo riconoscimento che ho avuto a Santa Teresa di Riva, ho ricevuto il “Premio Boccavento 2019” (Premio Speciale della critica) in cui la giuria ha percepito in me una crescita espressiva.

S.S: Da quali fonti trai maggiori ispirazione?

T.G.: L’ispirazione arriva improvvisa, può essere una notizia, o una persona, oppure come nel caso della poesia religiosa è stata una passeggiata in cui ho guardato il mondo non da spettatrice, ma da attrice, mi sono sentita parte integrante del creato quindi l’ispirazione nasce spontanea, da quello che senti, ma anche da quello che vivi, come nel caso della mia esperienza di volontariato con l’associazione “Bucaneve” vivendo a stretto contatto con bambini nati prematuri è nata in me l’esigenza di scrivere una poesia dal titolo “Bucaneve”.

“Le lacrime dell’anima che la penna ha tramutato in versi” cit. Tania Galletta

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Intervista rilasciata da Tania Galletta a Sabrina Santamaria

Tutti i diritti riservati, 2019

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INTERVISTA al cantautore LUIGI PAGANO: “Ho la sindrome dello zigano, ho bisogno di sentirmi straniero” (a cura di Izabella Teresa Kostka)

Luigi Pagano

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INTERVISTA AL CANTAUTORE LUIGI PAGANO: “Ho la sindrome dello zigano, ho bisogno di sentirmi straniero” a cura di Izabella Teresa Kostka.

1. I.T.K.: Esiste un proverbio che dice “Vedere Napoli e morire”: per i tuoi fans internazionali sei il simbolo di un italiano D.O.C: solare, caloroso, estroverso, un affascinante e talentuoso artista, cantante. Raccontaci un po’ delle tue radici italiane e del legame indissolubile con la tua Terra d’origine.

Lp: Sono nato a Pompei in provincia di Napoli. Ho sempre vissuto sul mare dalla parte di Torre Annunziata (Oplonti). Dal balcone dove sono nato vedevo il Vesuvio, il monte Faito e un pezzettino di mare che oggi non si vede più a causa delle costruzioni ma se salgo qualche rampa di scale ne vedo ancora. Ho Vissuto per 25 anni in medioriente tra mare e deserto trovando un po’ di Napoli ovunque, nella musica e nelle culture arabe. Napoli è più vicina a Beirut che non a New York quindi Napoli è più Libano che America infatti, è la città meno americanizzata d’Italia. Le radici napoletane sono forti di una cultura secolare e noi napoletani siamo consapevoli di avere una grande storia per questo siamo orgogliosamente “TERRONI”. Ovunque vada porto sempre con me Napoli. Le canzoni che scrivo hanno il ritmo e le sonorità mediterranee, non sono ricercate ma escono spontaneamente dalla mia anima.

2. I.T.K.: Com’è iniziata la tua carriera artistica: l’hai sempre sognata oppure è iniziata in modo spontaneo, accidentale? Hai suonato coi più grandi artisti di fama internazionale, tra cui Paul McCartney, e con famose star del cinema, partecipando anche a numerosi importanti programmi televisivi. Ti va di parlarne?

Lp: In casa mia ci sono sempre stati degli strumenti, mio padre era appassionato di canto. Mio fratello di 10 anni più grande di me suonava la chitarra e per me lui è sempre stato un esempio così ho incominciato ad emularlo. Quando i miei genitori si sono accorti che avevo un po di talento mi hanno fatto studiare. Mio fratello qualche volta mi pagava le lezioni. Io non vengo da una famiglia ricca ma sicuramente da una famiglia ricca di valori. Mio padre ha fatto sì che tutti noi figli (4) studiassimo. Ho formato la prima band a 14 anni e poi qualche anno dopo ho incominciato a lavorare nei pianobar di Napoli e provincia e non solo.
Paul l’ho conosciuto alle Maldive quando con mia moglie Agnes suonavamo lì. Ci siamo restati per 7 mesi e Paul per 3. È stato più un rapporto personale che professionale. Quando finivo di suonare ci incontravamo nelle spiaggia sotto la sua villa e suonavamo le nostre chitarre fino al mattino. Paul mi ha insegnato l’umiltà. Più si è grandi e più si è umili.
Io e mia moglie Agnes abbiamo vissuto per 7 anni in Kuwait dove è nato il nostro unico figlio Riccardo. Lavoravamo per la Sheraton hotels ma spesso di mattina eravamo ospiti di un pogramma TV che c’è anche in Polonia con nome di DD TVN, in Kuwait si chiamava GOOD MORNING KUWAIT.
In Polonia dove vivo sono spesso ospite in programmi TV come JAKA TO MELODIA?, WIELKI TEST, DD TVN, MAMMA MIA, CAFÈ PIOSENKA, e spessissimo con la mia famiglia in SPRAWA DLA REPORTERA ecc, ecc. Non ho mai forzato la mano per arrivare e neanche bussato alle porte.

3. I.T.K.: Dicono che l’amore possa cambiarci completamente la vita e, nel tuo caso, è stato proprio così. 20 anni fa il tuo destino si è incrociato con quello di una bellissima donna polacca di nome Agnese, tua moglie. Puoi svelare ai nostri lettori qualche dettaglio di questa splendida storia d’amore?

Lp: Quando terminai i miei studi di jazz il mio maestro mi disse che era giunto il momento di fare nuove esperienze e mi diede il numero di una agenzia di Milano. Dopo una settimana avevo un contratto in OMAN. In Muskat che è la capitale dell’ Oman e anche il nome della traccia N10 nel mio ultimo lavoro discografico incontrai una bellissima ragazza polacca, che oggi è moglie, che cantava nella band di suo cugino che è il mio attuale bassista. Ovviamente non avevo il benestare del cugino perché subito mi definì come il classico “casanova italiano”, ma dopo tanta fatica e qualche serenata sotto alla finestra riuscì a conquistare Agnes e da quel momento non ci siamo più separati. Ancora oggi cantiamo insieme.

4. I.T.K.: Hai mai pensato di lasciare il Bel Paese e trasferirti all’estero? Com’è nata la decisione di trasferirsi in Polonia, il Paese nel quale vivi dal 2015 e continui con successo la tua carriera?

Lp: Ho lasciato l’Italia da 25 anni. Non perché non mi piaceva stare in Italia ma perché ho la sindrome dello zigano, ho bisogno di sentirmi straniero. Quando il mio GIPSY SOUL incomincia a fremere devo cambiare paese. Per ora sto bene in Polonia ma ogni tanto ho bisogno di Napoli e quindi torno. Ho scelto io di vivere in Polonia, volevo costruire una casa in campagna col mio studio di registrazione e così ho fatto.

5. I.T.K:. Quali sono, secondo te, le principali differenze tra la vita nel sud e nel nord dell’Europa, ti senti un po’ spaesato oppure hai ritrovato al fianco di Agnese una nuova serenità e non ti manca nulla dell’Italia? Avresti fatto per la seconda volta la stessa scelta?

Lp: Rifarei esattamente tutto ciò che ho fatto, ogni singolo passo e ogni decisione presa era quella giusta. Non mi sono mai sentito spaesato perché io vivo sulla terra e non in un’altro pianeta che forse pure ci starei bene. Chi sta bene con se stesso sta bene ovunque. Non mi manca niente perché tutto quello che amo e che desidero è sempre con me e amo tutto ciò che ho e non penso mai a ciò che potrei avere e neanche mi interessa.
Gli uomini sono tutti uguali, cambia solo la lingua.

6. I.T.K.: Come sei stato accolto nell’ambiente artistico polacco? A braccia aperte oppure con una certa dose di invidia e riservatezza? Hai una personalità scintillante e piena di idee, sei determinato e amato dal pubblico e queste doti creano spesso “zizzanie” tra i colleghi in qualsiasi luogo. Sei soddisfatto da come prosegue la tua recente vita artistica in Polonia?

Lp: Ho dalla mia parte il fatto di essere napoletano. Io non sento e non soffro la concorrenza anche perché non credo di averne (perdona l’arroganza). Credo che la musica si faccia per emozione e non per competizione. Gli altri la vedono diversamente ma a me non importa. In Polonia trovo qualche difficoltà ma riesco benissimo a lavorare anche perché io sono un cantautore e non baso la mia vita artistica su musica che già ha avuto successo ma che appartiene ad altri. Ho un pubblico intelligente che conosce esattamente ciò che faccio e lo accetta. Non ho bisogno di un numero esagerato di pubblico ma di un pubblico di qualità.

7. I.T.K.: Ti occupi anche della moda italiana, sei diventato un “testimonial” della linea LP Luigi Pagano, puoi dirci qualcosa di più di questo progetto?

Lp: È mia moglie che in realtà si occupa anche di moda. È una disegnatrice capace anche di cucirsi a mano le cose che disegna, infatti, la maggior parte dei vestiti che indossa sono sue creazioni. Abbiamo vissuto a lungo a Dubai e amiamo una certa eleganza, perché non proporla in Polonia? Tra un po’ uscirà la nostra Linea Lp. La Lp non sarà solo sinonimo di musica ma anche di moda e del quality life.

8.I.T.K.: Essere o avere? Quali sono per Te le cose più importanti della vita? La famiglia o la carriera, l’amore o l’indipendenza, l’affetto o il successo economico? Sei mai stato costretto a fare delle scelte radicali sacrificando te stesso a favore della felicità degli altri? Sei un egoista o un altruista?

Lp: Bella domanda!!! Ho lasciato la mia carriera in Kuwait per incominciare da zero in Polonia (ho scelto la salute di mio figlio e l’aria del Kuwait non gli faceva bene). Scelgo sia l’essere che l’avere. L’essere sempre me stesso, tutte le scelte che ho fatto non mi hanno portato a nessun danno perché ho sempre scelto per il bene della mia famiglia e questo non si chiama sacrificio ma amore. Sì!! avrei potuto essere più ricco ma gli abbracci di mia moglie e lo sguardo di mio figlio valgono più di qualsiasi ricchezza. Non ho mai sacrificato me stesso, se le persone che amo sono felici io sono felice il doppio. Della carriera non mi è mai importato nulla e non corro mai dietro ai soldi forse per questo mi va sempre bene. Quando hai l’amore, l’affetto e il rispetto di chi ti sta vicino hai il successo più grande che si possa desiderare.
Detto ciò sono molto egoista. hahaha

9.I.T.K.: Cosa ti piace di più della Polonia e cosa invece detesti? Pregi e difetti di questo Paese? E cosa ti manca dell’Italia?

Lp: Amo i boschi della Polonia non amo in particolare il suo mare anche se le città di mare sono bellissime, forse perché io sono abituato ad un’altro mare.
Dell’Italia e specialmente dell’Italia del sud mi manca la spensieratezza, la leggerezza cosa che in Polonia non c’è o è difficile da trovare.

10. I.T.K.: Vorresti che tuo figlio seguisse le tue orme diventando un musicista? Su facebook vi si vede spesso insieme, siete immortalati in bellissime fotografie con le chitarre. Il piccolo Pagano ti seguirà nelle scelte oppure vuole diventare, per esempio, un calciatore della nazionale italiana? Il suo futuro lo vedi in Polonia oppure in Italia?

Lp: È un bimbo solare ed ha già scelto di vivere a Napoli. Non ama la pioggia e il grigiume e odia la nebbia. È proprio un terrone come me. Anche se io gli dico che tutto è necessario e che anche la pioggia serve ad avvicinare le persone nelle case intorno al focolare e a volersi più bene, a parlare di più ed ad essere più romantici. Gli dico sempre che il sole dobbiamo portarcelo dentro, mai lamentarsi e cogliere le cose belle in ogni momento.
Gli insegnerò ad essere felice. Gli piace la musica ma al contrario di me ama le macchine. Le scelte che farà le appoggerò, l’importante è che scelga col cuore e non dal bisogno economico.

11. I.T.K.: Cosa pensi della massiccia globalizzazione del nostro Mondo e del problema dell’immigrazione di massa che affligge numerosi paesi europei, soprattutto l’Italia? Sei favorevole a questo grande spostamento dei popoli oppure ti crea un po’ di angoscia?

Lp: Odio le barriere e le differenze, le abbiamo create noi con l’ignoranza. Vorrei vivere in una casa senza porte.
Ho scritto una canzone che si chiama SICILIA e si trova nel mio CD MY GIPSY SOUL. Parlo dei miei fratelli africani che muoiono in mare. Gli uomini si differiscono solo tra uomini buoni uomini cattivi. Ma perché quelli cattivi sono diventati cattivi???

12. I.T.K.: Progetti per il prossimo futuro? Non ti fermi mai, allora hai indubbiamente qualche sorpresa nella proverbiale saccoccia…

Lp: Nooo! Io vivo giorno dopo giorno e sono contento così. Domani si vedrà. Però in questo momento vorrei fare una bella partita a Golf. Il tempo non permette.

13. I.T.K: Caro Luigi, ti ringrazio di cuore per questa interessante intervista che apprezzo particolarmente visto che anch’io vivo tra l’Italia e la Polonia e sono molto legata a entrambe queste mie Patrie. Ti auguro mille di questi giorni impregnati di successo e affetto delle persone a Te care. Spero di poterti incontrare dal vivo in Polonia e di ammirare la tua travolgente e intensa personalità artistica durante qualche concerto. Un abbraccio e “do zobaczenia”!

Lp: Grazie a te, Iza. Spero di incontrarti. Scusa per il ritardo ma ho avuto pochissimo tempo ultimamente.
Un grosso abbraccio!!
Lp

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Luigi Pagano su YouTube: https://youtu.be/XdH_ZJV9Ifc

Luigi Pagano

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Intervista rilasciata dal cantautore Luigi Pagano a Izabella Teresa Kostka nel mese di luglio 2019 e disponibile anche sul portale giornalistico “Alessandria Today” di Pier Carlo Lava:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2019/07/11/intervista-al-cantautore-luigi-pagano-ho-la-sindrome-dello-zigano-ho-bisogno-di-sentirmi-straniero-a-cura-di-izabella-teresa-kostka/?preview=true

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Luigi Pagano

DONNA PACE, DIRITTI UMANI ED EQUITÀ DI GENERE (di Eduardo Terrana)

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DONNA PACE, DIRITTI UMANI ED EQUITÀ DI GENERE di Eduardo Terrana

La Pace, intesa come verità, giustizia e libertà, costituisce l’espressione più alta dell’aspirazione e dell’impegno di ogni essere umano e dei popoli del mondo. Per la donna rappresenta ancora la speranza più grande di crescita, di progresso, di sviluppo, perché ancora non si è giunti al traguardo dell’affermazione su scala mondiale di tali diritti.
La realtà della donna, come persona, presenta nel mondo contemporaneo ancora aspetti e situazioni di grande criticità e contraddizione, tanto che si può affermare che il processo di maturazione e di realizzazione della donna, libera di godere e di esercitare uguali diritti civili, politici e sociali, appare un obiettivo ancora non realizzato, perché molti diritti ed aspettative delle donne vengono ancora disattesi.
La realtà delle cifre, secondo i dati aggiornati dall’ONU, rileva su scala mondiale che la povertà femminile è sempre più in aumento e la condizione femminile è contrassegnata da violenze, abusi, soprusi, stupri, rapimenti, umiliazioni, negazioni, discriminazioni, che vengono ancora inflitte alla donna e le vietano il valore della dignità e il possesso e l’esercizio dei diritti.
I dati evidenziano, dal 2005 al 2016, che: il 19% delle donne tra i 15 e i 49 anni di età ha sperimentato violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner intimo; i matrimoni precoci non diminuiscono, con una età media che si attesta sui 15 anni; la pratica delle mutilazioni dei genitali femminili rimane molto diffusa e interessa una ragazza su tre tra i 15 e i 19 anni di età. Le donne risultano sempre più impegnate nel lavoro agricolo, domestico e di assistenza con retribuzioni più basse rispetto agli uomini, con scarse opportunità di accesso alla carriera e alla vita pubblica, politica e manageriale. La gestione del potere registra prevalentemente la presenza dell’uomo e non della donna.
Le cifre dicono ancora: che in tanti Paesi del mondo, le bambine e le ragazze ancora incontrano ostacoli e subiscono forti discriminazioni nell’accesso alla scuola primaria e secondaria, in particolare nell’Africa sub sahariana, in Australia e in Asia occidentale; che in Nord Africa, una donna su cinque occupa un posto di lavoro retribuito in settori non agricoli; che solo in 46 paesi le donne sono presenti nei parlamenti nazionali.
I dati dicono, pertanto: quanto la condizione della donna ancora contrasti con le affermazioni dello Statuto dell’ONU che dichiara sia la uguaglianza dei diritti tra uomini e donne, sia la dignità e il valore della persona umana; quanto la disuguaglianza di genere persista e impedisca alle donne di accedere in modo paritario a diritti di base ed opportunità ; quanto ancora freni il contributo delle donne allo sviluppo sociale ed economico dei singoli territori; quanto rilevi, altresì, la quasi totale assenza di una volontà comune e di una legislazione sovranazionale che sostenga con forza l’uguaglianza tra gli esseri umani ed individui il genere femminile come elemento non discriminatorio. I dati ci dicono però anche quanto è ancora lunga la strada che le donne devono percorrere per affermare “ l’equità di genere”, dopo 44 anni dalla Prima Conferenza mondiale dell’ONU sulle donne, tenutasi, nel 1975 a Città del Messico, a cui seguirono poi quelle di Copenaghen (1980), Nairobi (1985), Pechino (1995), New York (2000) e Milano (2015). La condizione della Donna evidenzia, pertanto, una situazione per niente positiva e confortante se vista in prospettiva, verso l’appuntamento prossimo del 2030 quando si terrà la prossima Conferenza Mondiale sulle donne. Tale realtà mette in risalto: da un lato, che resta ancora non attuato il pieno rispetto e la piena realizzazione della donna nella sua persona, nella sua dignità, nella sua specificità e nella sua diversità di essere donna, e dall’altro, che resta soprattutto ancora da realizzare il riconoscimento della donna come soggetto Giuridico Internazionale. A fronte di tale situazione va rilevato che la parità di genere, però, non è solo un diritto umano fondamentale, ma la condizione necessaria per un mondo prospero, sostenibile e in pace. Garantire alle donne e alle ragazze parità di accesso all’istruzione, alle cure mediche, a un lavoro dignitoso, così come la rappresentanza nei processi decisionali, politici ed economici, costituisce la base imprescindibile per promuovere economie sostenibili, di cui potranno beneficiare le società e l’umanità intera.
La necessità che vengano individuati dei modi per attribuire potere, responsabilità, rappresentatività alle donne, tale che esse possano introdurre le proprie priorità e i propri valori nei processi decisionali a tutti i livelli, in condizione di pari dignità con gli uomini, era già stata evidenziata nel 1995 dalla Conferenza delle donne di Pechino, che aveva riconosciuto il diritto delle donne ad essere coinvolte nel processo decisionale su vari aspetti dello sviluppo quali: l’ambiente, i diritti umani, la popolazione e lo sviluppo sociale, riconoscendo al contempo sul fronte della uguaglianza dei sessi, la necessità di spostare l’accento dalla donna al concetto di genere: riconoscendo che l’intera struttura della società e tutte le relazioni fra uomini e donne all’interno di essa, devono essere rivalutate ; e affermando che solo una simile fondamentale ristrutturazione della società e delle sue istituzioni potrebbe consentire alle donne la piena attribuzione del potere e delle responsabilità necessarie ad assumere il loro giusto posto come partner paritarie degli uomini in tutti gli aspetti dell’esistenza.
Questo cambiamento costituisce una forte riaffermazione del fatto che i diritti delle donne sono da considerare diritti umani nel loro significato più pieno e che l’uguaglianza dei sessi rappresenta un tema di interesse universale, di cui beneficiano tutti.
Pechino afferma, pertanto, che non può esserci progresso di diritti umani senza progresso dei diritti delle donne, perché questa è una condizione imprescindibile per la giustizia sociale e costituisce il solo modo per costruire una società sostenibile, giusta e sviluppata.
L’obiettivo, pertanto, per la donna di essere riconosciuta in modo pieno come soggetto politico, nazionale ed internazionale, e quindi acquisire potere, insieme all’obiettivo di raggiungere l’uguaglianza tra donne ed uomini, sono condizioni necessarie per raggiungere la sicurezza politica, sociale, economica, culturale , ed ambientale.
In tale ottica la Piattaforma per l’Azione scaturita dalla Conferenza di Pechino individua dodici aree di crisi che vengono viste come i principali ostacoli al progresso femminile e che richiedono quindi l’adozione di iniziative concrete da parte dei governi e della società civile, nonché l’impegno delle donne perché vengano rimossi .
Queste aree di crisi sono : la povertà, l’istruzione e la formazione, la salute, la violenza , i conflitti armati e altri tipi di conflitti , la partecipazione economica, la partecipazione al potere e ai processi decisionali, i meccanismi istituzionali, nazionali ed internazionali; i diritti umani; i mezzi di comunicazione; l’ambiente e lo sviluppo; le bambine.
La Conferenza di Pechino segna pertanto più di un punto a favore della causa della donna perché assicura , da un lato, “ il rispetto dei diversi valori religiosi, etici, culturali , degli individui e dei loro paesi “; e afferma, dall’altro, in maniera esauriente, la globalità delle questioni delle donne all’interno di un approccio generale ai diritti, riconoscendo , in particolare, che i diritti umani delle donne sono “ una parte inalienabile, integrante ed indivisibile dei diritti umani “, e confermando, al contempo, l’impegno di affrontare direttamente la questione centrale della violenza contro le donne.
La Conferenza di Pechino quindi : ha raccolto le novità più significative delle istanze delle donne incentrate per lo più sulla valorizzazione della differenza di genere come stimolo per una critica alle forme attuali dello sviluppo e della convivenza sociale, ed ha, conseguentemente, elaborato un programma coerente che ruota attorno a tre parole chiavi: Genere e differenza – Empowerment – Mainstraming. Genere e differenza, nel senso che per costruire una parità di opportunità ed uno sviluppo equo e sostenibile, è necessario mettere al centro delle politiche la reale condizione di vita delle donne e degli uomini, che è diseguale e diversa.
In tale accezione bisogna allora valutare l’impatto delle politiche sulle reali condizioni di vita di donne ed uomini, sapendo che esse sono tra loro disuguali e diversi.
Empowerment, nel senso di attribuire potere e responsabilità alle donne attraverso il perseguimento delle condizioni per una loro presenza diffusa nelle sedi in cui si assumono decisioni rilevanti per la vita della collettività.
Mainstraming, nel senso di una prospettiva fortemente innovativa per quanto attiene la politica istituzionale e di governo. Essa tende ad inserire una prospettiva di genere : e cioè il punto di vista delle donne, in ogni scelta politica, in ogni programmazione, in ogni azione di governo. Tutto ciò nell’ottica: che il rafforzamento del potere di azione delle donne e la loro piena partecipazione su basi paritarie a tutti i settori della vita sociale, inclusa la partecipazione ai processi decisionali, sono fondamentali per il raggiungimento dell’uguaglianza, dello sviluppo e della pace; che i diritti delle donne sono diritti fondamentali della persona; che la parità di diritti, di opportunità e di accesso alle risorse, l’uguale condivisione di responsabilità nella famiglia tra uomini e donne ed una armoniosa collaborazione tra essi, sono essenziali per il benessere loro e delle loro famiglie;
che l’eliminazione delle povertà, per mezzo di una crescita economica sostenuta, dello sviluppo sociale, della protezione dell’ambiente e della giustizia sociale, richiede la partecipazione delle donne allo sviluppo economico e sociale, la parità delle opportunità e la piena ed uguale partecipazione delle donne e degli uomini in qualità di protagonisti e beneficiari di uno sviluppo sostenibile avente al centro l’Essere Umano; che la pace a livello locale, regionale, nazionale e mondiale può essere raggiunta ed è strettamente legata al progresso delle donne, perché esse sono un motore fondamentale di iniziative per la soluzione di conflitti e per la promozione di una pace durevole.
Tutto ciò costituisce un ulteriore largo fronte di rivendicazione e di impegno per le donne del terzo millennio!
L’UNICEF, peraltro, ha sempre affermato : che le donne hanno un ruolo centrale nella comunità; che per aiutare i bambini e le bambine è necessario sostenere le loro madri; che investire nelle bambine vuol dire contribuire a cambiare il futuro delle nuove generazioni . Affermazioni queste che ribadiscono: che i diritti delle donne sono diritti umani e che la prospettiva di genere, ( inteso come sesso femminile , quindi differente , biologicamente, dal genere maschile), va applicata a tutte le politiche di sviluppo. L’uguaglianza di genere, facendo un ulteriore passo avanti, deve diventare , pertanto, il fine dello sviluppo , in quanto la donna, non più solo beneficiaria dell’aiuto, diventi parte integrante dei progetti di sviluppo, nei quali può finalmente portare il suo particolare contributo. La speranza futura per togliere dalla dipendenza maschile, dalla discriminazione, dalla violenza, dal fango in cui l’uomo da sempre ha collocato la donna, è riposta nella prossima “ Conferenza mondiale sulle donne ” , che mira a promuovere “Le donne in un mondo del lavoro in evoluzione “ attraverso il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e nello specifico : l’obiettivo che si incentra sull’accesso globale alla formazione di qualità e all’apprendimento continuo, ( obiettivo n.4); e l’obiettivo che si focalizza sull’uguaglianza di genere e sull’empowerment, ( maggior potere ), delle donne e delle ragazze, ( obiettivo n.5). In tal modo si spera che il progresso verso l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne, ancora molto lento, possa avere una concreta accelerazione verso i traguardi da raggiungere.
Traguardi che si riassumono brevemente nella realizzazione dei seguenti punti: Eliminare ovunque ogni forma di discriminazione, di violenza, compreso il traffico di donne e lo sfruttamento sessuale nei confronti di donne e ragazze; Eliminare ogni pratica abusiva come il matrimonio combinato, il fenomeno delle spose bambine e le mutilazioni genitali femminili; Riconoscere e valorizzare la cura e il lavoro domestico non retribuito, fornendo un servizio pubblico, infrastrutture e politiche di protezione sociale e la promozione di responsabilità condivise all’interno delle famiglie, conformemente agli standard nazionali; Garantire piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership ad ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica; Garantire accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti in ambito riproduttivo; Avviare riforme per dare alle donne uguali diritti di accesso alle risorse economiche così come alla titolarità e al controllo della terra e altre forme di proprietà, ai servizi finanziari, eredità e risorse naturali, in conformità con le leggi nazionali; Rafforzare l’utilizzo di tecnologie abilitanti, in particolare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per promuovere l’emancipazione della donna; Adottare e intensificare una politica sana ed una legislazione applicabile per la promozione della parità di genere e l’emancipazione di tutte le donne e bambine, a tutti i livelli.
Bisogna prendere atto che le donne hanno molto da offrire alla famiglia, alla società, all’umanità e possono essere le promotrici di un nuovo codice etico per un millennio di pace, che si fondi sulla giustizia, sull’equità, sullo sviluppo, sulla democrazia, sul rispetto della identità e della dignità della persona e dei popoli.
Le donne, però, possono essere altresì i costruttori di una nuova società che affondi le sue radici in una cultura di pace e contribuire così , d’intesa donne ed uomini, alla realizzazione del rispetto delle diversità, che oggi riveste una vitale importanza. Solo comprendendo e stabilendo nuove relazioni tra gli esseri umani, infatti, sarà possibile costruire società nelle quali la diversità linguistica e culturale sia rispettata.
Oggi purtroppo non diventa ancora possibile che la normativa relativa ai diritti della donna conosca, in un futuro non lontano, delle evoluzioni e delle trasformazioni che riflettano più da vicino lo sforzo di ricerca e l’esigenza verso una “ Identità culturale” che la donna incomincia appena a precisare.
Considero, infatti, che il discorso sulla “identità culturale della Donna” non ha ancora trovato la sua sede di formulazione come “diritto” da riconoscersi. E ciò costituisce, a mio avviso, un altro obiettivo importante di rivendicazione e d’impegno per le donne.
Premesso che il primo diritto della donna resta ancora oggi quello di essere se stessa, va evidenziato che l’attuale fase corrisponde al momento dello sviluppo pieno della personalità femminile, in quanto si delinea l’eventualità di un ulteriore riconoscimento, quello del diritto alla diversità.
Il discorso sui diritti della donna e quindi anche quello relativo alla identità culturale, deve dunque prendere avvio dall’analisi della personalità femminile e tenere presente da un lato i tratti fondamentali che la Donna, in quanto Essere Umano, ha in comune con l’uomo e dall’altro la ricchezza delle caratteristiche peculiari che la rendono distinta.
Uguaglianza di condizioni e possibilità di sviluppo diversi sono quindi i due termini entro cui necessariamente si svolge ancora il discorso sui diritti della donna che, a distanza di circa 50 anni dalla costituzione delle Nazioni Unite e a dispetto dei numerosi impegni presi dagli Stati membri, ancora non vede appieno rispettati, difesi e definiti come universali, inalienabili, indivisibili, i propri diritti umani.
Il significato dei termini: Universali, inalienabili, indivisibili, sono di rilevante importanza per affrontare la tematica della Donna ed Equità di Genere, perché:
Corrispondono alla sostanza della dignità dell’Essere Umano e quindi anche della donna, in quanto si riferiscono alla soddisfazione dei bisogni essenziali, all’esercizio della libertà, alle sue relazioni con altre persone: e quindi sempre o dovunque alla Persona ed alla sua piena dimensione umana, intesa universalmente, nell’unità di corpo e di anima, di cuore e di coscienza, di intelletto e di volontà;
Delineano la tutela e la valorizzazione della Persona Umana e quindi anche della Persona Donna, in quelle che sono le sue prerogative anche spirituali e le sue potenzialità globalmente intese nel rispetto di quella “universalità” che è la caratteristica peculiare dei diritti umani e del loro radicarsi;
e Rappresentano la realtà universale di un’idea di Persona Umana , e quindi anche di Persona Donna, che è portatrice di una sua originale impronta e di elementi costitutivi e distintivi propri, ma che ancora, in quanto tale, non è dato universalmente riscontrare.
E’ in tale contesto che va cercata , ritengo, la risposta al tema “ Donna: Pace, diritti Umani ed Equità di genere”.
Perché sta in questo il cogliere da un lato il senso della pace e dello sviluppo come opportunità di crescita della donna, e dall’altro la base d’impegno da parte delle Donne di essere capaci: di suscitare occasioni di dialogo e di confronto; di aiutare a praticare la cultura della tolleranza e della solidarietà per chi si differenzia da noi per razza, cultura, credenze religiose, ma, soprattutto, di contribuire allo sviluppo della civiltà e della cultura dell’amore, alla vita, alla non violenza, alla tenerezza, che ripudia l’egoismo, lo spreco, lo sfruttamento e l’amoralità e consente di guardare, con gli occhi di Donna, alla tematica, ancora oggi in primo piano, dei diritti umani e delle loro violazioni.
Tutto ciò però potrà effettivamente realizzarsi se l’Uomo sarà capace di apportare un sostanziale cambiamento nel suo modo di pensare e di agire nel senso di considerare la Donna una Persona, titolare di diritti oltre che di doveri, diversa solo nel genere rispetto all’uomo, ma per il resto in tutto e per tutto uguale a lui. L’Uomo, pertanto, non ha il diritto di vantare nessuna superiorità sulla donna o, ancora peggio, di considerarla una sua proprietà.
Eduardo Terrana

IL XXI SECOLO COME IL MEDIOEVO È ANCORA TORTURA di Eduardo Terrana

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26-6-19- Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime della Tortura

IL XXI SECOLO COME IL MEDIOEVO
È ANCORA TORTURA

Quella confessione estorta con la violenza è una ferita per la democrazia, una sconfitta per il diritto.

(di Eduardo Terrana)

Sembra inverosimile che ancora oggi, a 19 anni dall’inizio del terzo millennio, si debba parlare ancora di tortura. Invece è proprio così. La tortura, come altri trattamenti inumani o degradanti, è una pratica reale del nostro tempo con una diffusione che abbraccia i cinque continenti.
Il fine è sempre lo stesso praticare la violenza o il terrore psicologico per estorcere informazioni o far confessare gravi crimini.
La tortura incute terrore, annienta il fisico e la psiche, estorce senza tenere in alcuna considerazione la dignità e la libertà della persona e lo fa con violenza.
Le tecniche di tortura sono varie e sono state impiegate in tutte le epoche con sistemi e strumenti degni della peggiore mente criminale che si possa concepire.
I sistemi di tortura medioevali, come le macchine del dolore, oggi non si usano più, ma la ferocia degli aguzzini specializzati nell’infliggere il maggior dolore possibile è rimasta e si è anche affinata perché alla tortura fisica ha abbinato la tortura psicologica che fa uso di nuove tecniche molto sofisticate.
Le modalità del supplizio oggi prevedono duri pestaggi, fustigazioni, accecamenti e amputazioni, ma anche l’applicazione di scosse elettriche, anche nelle parti intime, e la rottura di arti. Il torturatore picchia, strangola, stupra e si serve di vari attrezzi, bastoni, stracci imbevuti di sostanze chimiche, congegni elettrici, materiali arroventati, per infliggere il massimo della sofferenza possibile.
Accanto alla tortura prevalentemente fisica, si registra anche la tortura psichica che devasta la mente.
Sono a tutti noti le immagini raccapriccianti dei sistemi di tortura praticati nel centro di detenzione statunitense della Base di Guantánamo dove i prigionieri venivano sottoposti: a luci accecanti, a temperature gelide, o a restare incappucciati per mesi o costretti all’isolamento visivo ed acustico per lunghi periodi, o a essere costretti a rimanere in posizioni di stress per vari giorni, o a essere privati del cibo o costretti a stare svegli.
Diversi Stati poi sottopongono i detenuti a prolungati periodi di isolamento, ignorando agli stessi il diritto ad accedere a un legale o a ricevere cure mediche.
Amnesty International redige ogni anno un rapporto che dà il quadro generale della situazione dell’applicazione della tortura nel mondo. Risulta che sono tante le realtà in cui la dignità umana non viene rispettata. Citiamo, in particolare, tra i Paesi che fanno pesante ricorso alla tortura: Turchia, Russia, Iran, Egitto, Israele, Palestina, Siria, Stati Uniti, Filippine, rilevando, tra l’altro, l’aberrante situazione esistente in Siria, dove il detenuto può essere sottoposto a oltre 30 possibili metodi di tortura, dai pestaggi su ogni parte del corpo e sui piedi, spesso con spranghe di silicone o di metallo e cavi elettrici, all’uso di varie altre tecniche dolorosissime.
Si dibatte sulla opportunità della tortura quale efficace strumento d’indagine. Al di là di ogni opinione umana valga, comunque, la considerazione che l’individuo sottoposto a tortura, pur di evitare la sofferenza e il dolore, si dichiara disposto a dire tutto, ad ammettere qualunque colpa e a giurare anche il falso.
Resta il dubbio, pertanto, che l’obiettivo della tortura più che la ricerca della verità, estorta con la violenza, sia la distruzione della persona e di ogni sua motivazione politica o legame affettivo per cancellare ogni forma di opposizione o di dissidenza.
È a questo fine che viene praticata dai governi contro ipotetici nemici armati o in dubbio di colpevolezza.
Per motivi di sicurezza interna o di difesa dal terrorismo, gli Stati, anche i più virtuosi, possono in qualsiasi momento varare provvedimenti restrittivi e detentivi e sistemi repressivi, operando nel silenzio e tenendone all’oscuro l’opinione pubblica.
In nome della lotta al terrorismo e col pretesto della sicurezza la tortura ha ottenuto una certa riabilitazione perché ritenuta utile per ottenere informazioni.
Negli Stati Uniti, ad esempio, sin dagli anni Ottanta, la Corte Suprema americana ha stabilito che la tortura è contro la legge in base all’ottavo emendamento della Costituzione americana. Quindi è vietata ogni forma di pena crudele. La norma però non trova più applicazione in quanto il dipartimento di Giustizia americano, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, ha inteso introdurre la sospensione del divieto quando si tratta di ottenere “informazione di intelligence da parte di combattenti catturati.”
Si consideri ancora che la tortura è anche un prodotto altamente tecnologico, un business che garantisce ottimi affari. Nel mondo attualmente operano oltre 100 aziende specializzate nella produzione di strumenti di tortura.
Nel 1997 le Nazioni Unite hanno designato il 26 giugno come “Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime della Tortura”, dopo che il 26 giugno 1987 era entrata in vigore la “ Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura”. Questo documento internazionale, che ha ribadito il divieto all’utilizzo della tortura come un diritto inderogabile, è stato ratificato da 146 dei 193 paesi membri dell’ONU.
Il 60% dei paesi democratici che hanno firmato la convenzione ONU contro la tortura del 1984 continuano, però, ad applicarla.
Circa metà della popolazione mondiale vive sotto governi che praticano la tortura.
In conclusione non si può non considerare che sono trascorsi 35 anni dall’adozione dell’Assemblea generale dell’ONU, nel 1984, della “Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura”, ma il testo, di fatto, è rimasto una mera enunciazione di principio. Il numero dei paesi che l’hanno ratificato, impegnandosi a prevenire e punire la tortura, è solo di poco superiore a quello dei paesi in cui la tortura viene applicata sempre nel silenzio più assoluto, lontano da occhi ed orecchie indiscreti. È difficile definire, pertanto, realmente i contorni del fenomeno e farne un identikit preciso. Resta il fatto che la tortura è una realtà del nostro tempo inumana, degradante, vergognosa, comunque la più crudele violazione dei diritti umani.
Anche quest’anno, pertanto, la Giornata Internazionale della celebrazione del 26 giugno sia un’opportunità per esprimere solidarietà alle vittime della tortura e alle loro famiglie, ma sia occasione anche per riaffermare i diritti inalienabili e la dignità di ciascun uomo e ciascuna donna; e altresì occasione per riaffermare, da un lato, l’impegno, che si progredisca nella lotta contro la tortura e il trattamento crudele, degradante e inumano, ovunque si verifichino e , dall’altro, l’impegno che l’Umanità voglia progredire nel suo cammino di civiltà nel rispetto dei diritti dell’Uomo e dei Popoli.

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Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Paci

Tutti i diritti riservati all’autore

IL FUTURISMO NEL CLIMA DI RINNOVAMENTO ARTISTICO-LETTERARIO DEL PRIMO NOVECENTO (di Eduardo Terrana)

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IL FUTURISMO
NEL CLIMA DI RINNOVAMENTO ARTISTICO-LETTERARIO
DEL PRIMO NOVECENTO

(di Eduardo Terrana)

Il Futurismo, di cui si ricorda quest’anno la centodecima ricorrenza dalla nascita, si inserisce, come movimento artistico-letterario, nel clima di rinnovamento del primo novecento di cui espressione significativa sono le riviste fiorentine : Il leonardo, Il regno, Hermes, Lacerba, L’unità, La voce.
La sua importanza sta nella funzione di rottura svolta rispetto ai rigidi schemi della tradizione, contribuendo così a spianare la strada a nuove e più significative sperimentazioni poetiche tra cui in particolare l’ermetismo.
È un movimento di avanguardia letteraria e artistica la cui nascita coincide con il primo dei manifesti programmatici dell’iniziatore Filippo Tommaso Marinetti, apparso il 20 febbraio del 1909 su “ Le Figaro”, ed esaurisce la carica innovativa nell’arco di un decennio, espandendosi nel periodo in Francia, dove ebbe influenza sul poeta Guillaume Apollinaire, in Svizzera ed in Russia dove riscontrò l’interesse e la sensibilità poetica di Vladimir Majakovskij.
Il futurismo influenza non solo la letteratura ma anche altre arti, elaborando per ognuna un manifesto programmatico, così: per la letteratura elabora il manifesto tecnico della letteratura futurista del 1912, firmato da Marinetti; per la pittura, il I° ed il II° manifesto della pittura futurista del 1912; per la musica, il manifesto dei musicisti futuristi del 1910; per il teatro, il manifesto del teatro futurista sintetico del 1915.
Gli intellettuali dell’avanguardia futurista ostentano un atteggiamento sdegnoso nei confronti della realtà comune e dei valori classici tradizionali.
In linea con il nuovo gusto di un pubblico avido di novità , si sforzano di essere originali ad ogni costo.
Esaltano l’ebbrezza di vivere momenti di fugace appagamento; mostrano disprezzo per tutto ciò che è debole o sentimentale; reagiscono alla caduta di ideali della loro epoca inneggiando alla tecnologia della società capitalistica ed agli aspetti esteriori della moderna società industriale e proponendo una fiducia fermissima nel futuro e nella civiltà delle macchine.
In linea con i fatti storici e le nuove tendenze ideologiche del momento, protese al culto della persona, all’esaltazione della virilità, del coraggio e dell’ardimento, i nuovi Intellettuali affermano gli ideali della forza, del moto, della vitalità, del dinamismo, dello slancio; esaltano l’amore del pericolo, l’abitudine all’energia, il culto per il coraggio e l’audacia; ostentano ammirazione per la velocità; propugnano la lotta contro il passato, affermando “ noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie”; si fanno paladini del movimento aggressivo, del passo di corsa, dello schiaffo e del pugno; ed esaltano il mito della violenza e della guerra, considerata la “ sola igiene del mondo “, il militarismo, il patriottismo e il disprezzo della donna.
“ Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia ed alla temerarietà; il coraggio, l’audacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia”, si legge testualmente nel “Manifesto del Futurismo”, di Marinetti, che inneggia alla velocità e sostiene che la “La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo”, e compito del poeta è quello di prodigarsi “con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali; non vi è più bellezza se non nella lotta.”
Il nuovo Movimento proclama di combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica ed utilitaristica e di cantare le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa, le marce delle rivoluzioni nelle capitali moderne e il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri.
Scopo del Movimento è quello di lanciare per il mondo il manifesto di violenza avvolgente e incendiaria su cui si fonda il Futurismo con l’obiettivo di liberare il paese dalla cancrena di professori, archeologi, ciceroni e antiquari che hanno ridotto “l’Italia a un mercato di rigattieri”.
Questi contenuti caratterizzano il Futurismo come espressione del dinamismo del mondo moderno che esalta e celebra “ la civiltà della macchina” , perché solo ad una velocità elevata si può avere una diversa percezione del paesaggio e si possono attingere sensazioni nuove dal mondo della scienza e della tecnica.
Questi contenuti, pertanto, andavano espressi in un modo nuovo, con una nuova Poetica, perciò Marinetti : rigetta le regole della grammatica e della sintassi tradizionale, dell’ortografia e della punteggiatura, proponendo la tecnica delle parole in libertà, cioè senza alcun legame grammaticale – sintattico fra di loro, senza organizzarle in frasi e in periodi; rigetta l’uso di aggettivi ed avverbi e propone la disposizione casuale dei sostantivi usati, in modo da suggerire l’immagine che descrivono; propone l’uso del verbo all’infinito e i collegamenti analogici, ma, in particolare, propugna la distruzione nella letteratura dell’uso dell’IO e ogni riferimento psicologico ad esso da sostituire con l’ossessione lirica della materia.
È quello futurista il manifesto di una letteratura e di un’arte rivoluzionarie che intende nascondere i nuovi miti del progresso che avanza trionfante,la velocità, l’automobile, la città industriale, gli aeroplani, il dominio tecnologico dell’uomo sulla materia e al contempo accoglie e glorifica ogni tipo di violenza, di lotta e di distruzione di ogni valore tradizionale e celebra la guerra perché “ elimina i deboli dal mondo “.
La produzione poetica del Futurismo, nei suoi autori più significativi :
Aldo Palazzeschi; Corrado Govoni e lo stesso teorico del movimento futurista Filippo Tommaso Marinetti, ispirata, pertanto, all’ottimismo, alla gioia di vivere aggressiva e prepotente, non si può dire che lasci pagine di poesia vera.
Si caratterizza da un lato per la celebrazione dell’audacia creativa, della vita dinamica attiva, e dall’altro per la testimonianza dello spirito nuovo che aleggia nell’ Europa del primo novecento, avida di dimostrare la sua forza ed al cui orizzonte già si profilano l’ombra della croce uncinata e della svastica.

Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

Diritti Riservati All’Autore

17 giugno 2019 – GIORNATA MONDIALE CONTRO LA DESERTIFICAZIONE E LA SICCITÀ. LA TERRA A ELEVATO RISCHIO DI DESERTIFICAZIONE GLOBALE (di Eduardo Terrana)

17 giugno 2019 – GIORNATA MONDIALE CONTRO LA DESERTIFICAZIONE E LA SICCITÀ.

LA TERRA A ELEVATO RISCHIO DI DESERTIFICAZIONE GLOBALE (di Eduardo Terrana)

WWF

È un S.O.S che non può restare inascoltato quello che ci viene dal nostro pianeta Terra sempre più in agonia per l’incalzare dei problemi gravi che lo affliggono: abuso di azoto e fosforo, acidificazione degli oceani, buco dell’ozono , cambiamento climatico, fusione dei ghiacci, inquinamento dell’aria, perdita della biodiversità, scorie radioattive, sovrappopolazione, spreco energetico, spreco di acqua dolce, uso del suolo e deforestazione.
Causa generatrice di sofferenza per il pianeta sono anche la desertificazione e la siccità.
La desertificazione oggi è un problema mondiale.
La percentuale di suolo la cui fertilità appare del tutto o in parte compromessa si stima ammonti, ad oggi, al 75% della superficie terrestre e si incrementa di anno in anno.
Il 40% delle terre emerse del Pianeta è minacciato dalla desertificazione, denuncia il Wwf.
Si stima che una superficie pari a 1,2 miliardi di ettari, l’11% della superficie vegetale della Terra, negli ultimi 45 anni è stata fortemente degradata dalle attività agricole dell’uomo. Si stima altresì che circa 12 milioni di ettari di terra fertile ogni anno venga trasformata in deserto.
Un dato particolarmente preoccupante se si pensa alla necessità basilare di sfamare una popolazione mondiale in costante crescita.
Il fenomeno appare consistente in Africa, dove è degradato circa il 65% dei terreni agricoli , in America latina (51%), in Asia (38%) e nell’America settentrionale (34%). Ma anche vaste zone dell’Europa non esclusa l’Italia sono interessate dal fenomeno desertificazione che si aggrava sempre di più.
Le cause della desertificazione sono da attribuire a fenomeni naturali quali: la siccità, l’erosione provocata dalle piogge intense, i cambiamenti climatici , che influiscono sulla capacità di accumulo dell’acqua con conseguente perdita di elementi nutrivi indispensabili alla crescita delle piante ed al mantenimento economico delle attività agricole. Alla desertificazione contribuisce però anche l’opera distruttiva dell’uomo ed in particolare gli incendi, l’urbanizzazione, l’inquinamento, lo sfruttamento eccessivo dei bacini acquiferi esistenti in superficie e sotterranei.
Altre cause generatrici di desertificazione sono anche la distruzione delle foreste e degli altri habitat naturali che proteggono i suoli, e la cattiva gestione dei suoli stessi e, inoltre, lo sfruttamento intensivo dei suoli a scopo agricolo.
Le conseguenze della desertificazione, rileva l’ONU, sono molto gravi e spesso irreversibili: la perdita di biodiversità, l’impoverimento dei suoli e la perdita di fertilità, l’aumento dei fenomeni erosivi e degli smottamenti, la contaminazione dei terreni e le manifestazioni climatiche, la salinizzazione cioè l’accumulo nel suolo di sali solubili che compromettono la sua qualità fisica e biologica.
Le ricadute della desertificazione in termini di vivibilità per gli esseri umani sono estremamente critiche.
L’esistenza e la sopravvivenza di oltre un miliardo di persone in oltre cento nazioni sono seriamente messe a rischio dal momento che la coltivazione e il pascolo diventano meno produttivi. Inoltre il degrado dei suoli incide fortemente sulla capacità dei terreni di produrre grano, minacciando la possibilità di soddisfare le esigenze alimentari della popolazione in crescita. Un dato ci da l’idea della enormità del problema. Il grano da solo rappresenta l’alimento che fornisce il 75% del cibo di tutta la Terra.
Il problema della produttività dei suoli è pertanto serio ed urgente. Riguarda la sopravvivenza delle persone, ma anche degli animali, perché i terreni, privi di acqua, diventano inutilizzabili sia per l’agricoltura che per il pascolo.
Per ultimo, ma non di minore importanza, va rilevato che l’accelerazione che oggi si riscontra nella deforestazione per ricavare nuovi terreni a scopo agricolo ed industriale renderà sempre più difficile mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.
Non meno preoccupante è il fenomeno della siccità che origina dalla scarsità delle precipitazioni su un arco di tempo esteso, ma concorrono a determinare il fenomeno anche la deforestazione ed il riscaldamento globale.
La scarsità idrica, in specie se prolungata nel tempo, può causare rilevanti conseguenze nei settori dell’agricoltura e della pastorizia con riduzione dell’estensione dei campi coltivati, distruzione dei raccolti, perdita di interi greggi e mandrie.
La siccità incide anche notevolmente sui livelli e sulle caratteristiche delle acque di fiumi, laghi e sorgenti con ripercussioni gravi sugli ecosistemi naturali ed i settori industriale e domestico. Risulta determinante nei processi di degrado del suolo e desertificazione e può condurre a rilevanti conseguenze ambientali, economiche e sociali quali: diminuzione della quantità d’acqua destinata alle industrie, desertificazione, tempeste di sabbia. Ed ancora impoverimento ed esaurimento delle scorte di beni di acqua e cibo, con conseguente proliferazione di povertà e fame che possono generare tensioni sociali e anche guerre per l’accaparramento di beni di prima necessità; e, inoltre, carestie e conseguenti migrazioni di massa.
Procedendo di questo passo la degradazione del suolo, se correlato alla desertificazione, alla scarsità delle risorse idriche ed alla siccità, avrebbe nel giro di qualche decennio conseguenze disastrose.
Senza interventi immediati e risolutivi già entro il 2050, l’avanzare della degradazione del suolo potrebbe produrre un crollo della produzione agricola mondiale, pari al 10%, con prospettive drammatiche in particolare per Paesi a forte densità abitativa come Cina, India e Africa sub sahariana. L’effetto immediato della scarsità delle risorse disponibili, sarebbe lo sfollamento di 700 milioni di persone, cifra che vista in prospettiva, al 2100, lieviterebbe enormemente tenendo conto anche dell’aumento della popolazione mondiale ormai prossima ai nove miliardi di persone.
E’ auspicabile pertanto che si proceda senza tentennamenti e rinvii per affrontare il problema secondo le raccomandazioni della “Convenzione contro la desertificazione e la siccità” siglata dagli Stati nel 1994 che invita ad evitare l’ulteriore ampliamento dei deserti esistenti, come anche la formazione, l’espansione o il peggioramento della sterilità dei suoli e della aridità dei terreni di vaste zone del Pianeta, che costituiscono una serie minaccia per la sopravvivenza delle specie e per la sicurezza alimentare.
La realtà della desertificazione ormai è tale che non ammette più alibi. Il Pianeta è a rischio desertificazione globale. Necessita con urgenza mettere al centro dell’agenda politica internazionale il tema della tutela dei suoli intensificando gli sforzi. E’ dovere di tutti intervenire per preservare il pianeta .
E’ in quest’ottica che si celebra oggi, 17 giugno, la Giornata Mondiale contro la desertificazione e la siccità.
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Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

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LA PAURA SI VINCE di EDUARDO TERRANA

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LA PAURA SI VINCE AFFRONTANDOLA
di Eduardo Terrana

Non ce ne accorgiamo neanche ma succede che ad un certo momento, ci scopriamo inquieti, ansiosi , timorosi, presi da trepidazione o da un pensiero che ci assorbe totalmente, in breve siamo preoccupati, uno stato d’animo oggi diffusissimo e quotidiano.
Ma perché lo siamo? Lo siamo, per la famiglia e per l’avvenire dei figli, per la salute, per il lavoro, per i problemi che ci crea la vita quotidiana, per i soldi che non bastano mai, per l’aspettativa di vita, per i rapporti con i vicini, per i disservizi e per tutto quello che non funziona nella società e mille altre ragioni ancora.
Di fatto siamo preoccupati per qualcosa che non dipende da noi e davanti al quale ci sentiamo sprovveduti e senza difesa. Freud distingueva tra preoccupazione e paura, definendo la preoccupazione la reazione a qualcosa che non si conosce e quindi l’ignoto e la paura uno stato d’animo rivolto verso qualcosa che si conosce.
La paura ce la portiamo dietro dall’infanzia: la paura del buio, la paura dei fantasmi, degli estranei. E’legata all’istinto di conservazione e rappresenta la reazione suscitata da una situazione di pericolo vera o immaginaria. E’ un fenomeno naturale che con la crescita e la maturazione generalmente si riesce a controllare di volta in volta che qualcosa dall’esterno provoca la sensazione di paura.
Ma recita un detto che la peggiore paura è quella di avere paura. Che succede allora in questo caso? Ovvero quando non si ha una normale tolleranza nei confronti della paura? Succede che scatta la preoccupazione, ovvero la reazione a qualcosa che non possiamo controllare o che non conosciamo, che avvertiamo come troppo pesante da portare e quindi siamo portati ad evitare o a nascondere.
La preoccupazione quindi produce l’effetto di distrarre dalla paura evitando il pensiero di tutto ciò che non è sotto il nostro controllo. Ne deriva che la preoccupazione viene vista, erroneamente, quasi come benefica perché ci allontana dal problema ma in realtà così non è. Mentre la cognizione della paura ci permette, affrontandola, di accettarla e di auto rassicurarci, la preoccupazione agisce al contrario, resistendo alla paura non ci fa vedere il problema e ci lascia in una situazione di insicurezza. Con il passare del tempo però le paure nascoste si amplificano e diventano difficili da gestire.
Non è contraddittorio dire che la paura è più utile della preoccupazione che invece è priva di utilità.
La paura è inevitabile ma può essere sfruttata positivamente, affrontandola, perché ci svela la natura del problema aiutandoci, così, nella crescita personale e nella espansione della emotività, mentre la preoccupazione, evitabile, non può mai essere sfruttata in modo produttivo, anzi può diventare un pericolo dannoso.
Il problema non è vivere senza paura ma non considerare la paura un nemico. Abituiamoci allora a gestire le nostre paure ed educhiamo i nostri figli a farlo, affrontando con loro, sin da quando sono nella fase della crescita, sempre il problema con il dialogo o con l’aiuto di un esperto. Non è opportuno mai nascondere il problema o tentare di ignoralo. La scelta migliore è affrontarlo. Preoccuparsi non serve e non aiuta.
Ognuno di noi affronta tante situazioni difficili nella vita e di paure ne vive tante.
Non bisogna allora mai voltare la faccia . Bisogna evitare di ingigantire il problema e impegnarsi per risolverlo. Non sempre è facile. Ma dialogando con se stessi alla fine si viene a capo delle situazioni. E’ sempre opportuno evitare di trovarsi in balia degli avvenimenti e di lasciarsi prendere dalla preoccupazione che, sempre presente, è pronta ad aggredirci senza che ce ne accorgiamo.
Allora è opportuno riflettere su ogni situazione e problema serenamente, in antitesi alle proprie proiezioni mentali, immaginarie e/o negative, cercando di dare alle proprie riflessioni positività. Questo eviterebbe di sentirci nulli ed impotenti dinanzi ai tanti problemi della vita che chiedono di essere risolti. L’esperienza è una grande maestra perché ci insegna che la vita reale va vissuta giorno dopo giorno e affrontata giorno dopo giorno, senza mai anticipare il problema e neanche trascurarlo quando si presenta.
Affrontare il presente è importante, dico il proprio presente, preoccuparsene però non ha senso perché più pregnante è la necessità di dare risposta al problema nel momento in cui la realtà lo richiede e quel momento va affrontato con decisione, con senso di realismo, responsabilità, maturità e soprattutto con coraggio.
Questa razionalità permette di vivere e di vedere il proprio futuro con un buon senso di ottimismo anche perché in tale ottica non preoccupano neanche le sorprese negative dei propri simili. Fanno parte della vita e sono, pertanto, da considerare come le lancette dell’orologio del nostro spazio temporale, reale ed affettivo, che ci permettono di regolare il flusso e la portata delle nostre emozioni, relazioni ed esperienze. Certamente fanno riflettere e talvolta creano anche dispiaceri per le delusioni che si portano dietro, ma non sofferenza e preoccupazione.
Sarà opportuno allora evitare illusioni e riserve mentali e concedersi con ampia disponibilità, poi aspettare gli eventi e decidere, a seconda delle risposte che arrivano dalle persone e dalla vita, cosa rottamare o conservare ma, soprattutto, cosa valga la pena di essere preso seriamente in considerazione e quindi meritevole di attenzione, riflessione e del massimo impegno.

Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

Tutti i diritti riservati all’autore

“POLIEDRI”: INTERVISTA ALLA POETESSA BARBARA RABITA (a cura di Izabella Teresa Kostka)

(by I.T.Kostka)

Invito tutti alla lettura di questa interessante intervista rilasciata dalla poetessa Barbara Rabita in occasione della pubblicazione del suo nuovo libro dal titolo “Poliedri” (Libeccio Edizioni / CTL Editore).

INTERVISTA a BARBARA RABITA

1.I.T.K.: Qual è la genesi del tuo poetare? Quale significato ha per te la scrittura? È uno sfogo o il nirvana?

B.R.: Avevo già da diversi anni l’impellenza di scrivere e di volgere sottoforma di brevi racconti tutto ciò che provavo durante varie situazioni particolari che vivevo o osservavo. Il filone della poesia è piuttosto recente: nasce nel 2014. Il mio legame con Antonio Laneve, poeta da lungo tempo, mi ha indotta a provare e devo dire che l’immediatezza di poche frasi poetiche che danno pennellate di sogno o di realtà, la sento più vicina al mio modo di essere.

Durante questo mio percorso appena iniziato, sento la poesia più come uno sfogo o come un tentativo di dare forma a sensazioni e connessioni che non hanno nome.
È come plasmare un paesaggio o dare vita ai lineamenti di un volto, o ancora come comporre musica su uno spartito.

2. I.T.K.: Com’è nata la silloge “Poliedri”? Potresti spiegarci meglio il significato del suo particolare titolo?

B.R.: “Poliedri” nasce da una situazione simpatica vissuta in ambiente scolastico: durante un’interrogazione un alunno, parlando di un intellettuale, lo aveva definito, piuttosto che “un personaggio poliedrico” “un poliedro”; ne abbiamo riso con lui simpaticamente e l’episodio mi è rimasto nel cuore.

3. I.T.K.: Cosa pensi della letteratura contemporanea e, soprattutto, della poesia? È “morta”, come si afferma spesso, oppure esiste per questa arte una Speranza di salvezza? Cosa pensi della sperimentazione e della ricerca di nuovi linguaggi poetici? Come ti senti addentrandoti, a volte, nella stilistica del Realismo Terminale?

B.R.: Apprezzo molto gli scrittori contemporanei, per citarne solo alcuni: Stephen King, Donna Tartt, Valerio Varesi; leggo anche molta poesia e sono rimasta colpita dalla poetica di Filippo Strumia, Valerio Magrelli, C.L.Candiani, A. Anedda (e altri). Forse la poesia, come la si intendeva in passato, rispettosa di rigorose regole metriche e di una certa musicalità, è morta, ma sta nascendo dalle sue ceneri qualcosa di nuovo, di completamente innovativo a cui forse non saprei dare ancora un nome. Una forma di poesia che parte dalla base e dà vita a nuove suggestioni; dalle letture fatte fino a ora le saluto con favore.
Per quanto riguarda il Realismo Terminale la sua poetica la sento molto affine, anche se non sempre riesco a produrre in tal senso. Al giorno d’oggi è molto più calzante una similitudine rovesciata con un oggetto piuttosto che con un elemento della natura. Il R.T. è lo specchio dei tempi, mi viene più facile affermare (le letture di Harari, di poesie di Guido Oldani che è padre del movimento – nella raccolta “La guancia sull’asfalto”- di Giuseppe Langella e altri autori nella raccolta “Luci di posizione” mi hanno molto influenzata) che siamo fatti di olio motore e bulloni, piuttosto che di muscoli e sangue: è più credibile, visto la realtà a cui stiamo andando incontro e che ancora non riusciamo a immaginare. Il R.T., aggiungo, non è solo lo specchio dei tempi, ma anticipa un futuro che ancora a molti di noi non è ben chiaro. Il R.T. rappresenta un cambiamento e i cambiamenti spesso spaventano.

4. I.T.K.: Sei una donna ambiziosa e indipendente. Secondo te bisogna sacrificare il proprio Ego per la felicità della famiglia e degli altri oppure mettere al primo posto se stesso per realizzare i propri obbiettivi e sentirsi appagato? “Essere” o “avere”, cosa sceglieresti?

B.R.: Bisogna dedicarsi prima di tutto alla felicità di se stessi e alla realizzazione dei propri sogni, in quanto se la persona che formerà una famiglia non è felice e realizzata in partenza, renderà infelici anche le persone che la circondano. La famiglia dovrebbe essere un rifugio nei momenti difficili e dovrebbe gioire delle tue vittorie, altrimenti diventa una gabbia, una prigione, come lo è e lo sarà ancora per molte persone che la formano e poi, crescendo, prendono strade diverse.
Tra “avere” ed “essere” scelgo “essere”: credo si debba prima essere per poter avere.
“Essere” però non visto come un mezzo per avere ma come un fine: prima ancora di scrivere una poesia, vorrei poter “essere” poesia e vivere pienamente momenti e atmosfere sottili che a molti, presi dalla frenesia della vita quotidiana, sfuggono.

5. I.T.K.: Tornando al libro “Poliedri”: qual è il suo punto di forza maggiore? Perché dovrebbe essere letto? Cosa desideri trasmettere ai lettori?

B.R.: Per quanto riguarda il libro “Poliedri” penso di poter puntare sull’autenticità che lo caratterizza, ho cercato di affrontare più argomenti che mi stanno a cuore, proponendo punti di vista sfaccettati. Ho provato a evitare il più possibile i luoghi comuni: spero di esserci riuscita. Attraverso il libro ho voluto comunicare la mia voglia di cambiamento di fronte a varie situazioni di vita che si ripetono seguendo sempre uno stesso schema. A volte ricorro all’autoironia per sdrammatizzare i problemi di salute sui quali spesso ci si cruccia.

6. I.T.K.: E alla fine la domanda di routine: quali sono i tuoi progetti per il prossimo futuro? Un altro libro oppure l’attività artistica ad ampio spettro?

B.R.: Per ora vorrei leggere a più non posso tutto ciò che mi appassiona, scrivere quando ne sento l’urgenza e, appunto, “essere” poesia, poi per il resto se ne riparla. Intanto continua la raccolta di materiale.

ALCUNE POESIE SCELTE di BARBARA RABITA

CAOS E MISTERO

L’ircocervo di un ordine
stabilito e imposto
da chi non conosce
il mutare del caos.

Discendi nel fango
nel disordine denso:
pazzia e anomalia
sono frutto di vita.

Ascolta i tuoi morti,
le anime bianche
di chi non si è perso
ma aspetta di vivere
giocando d’azzardo
con le tue scelte.

Completa il mistero
agisci in sordina
coltiva segreti
a dispetto di chi
non ti vuole potente.

ZENZERO E LIMONE

Una torbida bevanda
per ridurre il corpo chiaro,
una ripulita al sangue
e lo stomaco che langue
in assenza di spuntino.

Sono a dieta lo so già:
non tastare sulla piaga
tanto zenzero mi serve
a far leva su quei chili
il mio viso appare esangue
senza carne e latticini.

IL GIOVANE

Sono giovane,
a me appartiene
il mondo sfatto
da plagiare e sistemare
al mio gusto, al mio capriccio.

Tamburello sul bancone
incurante dei clienti
pago poco rido e scherzo
tanto a me tutto è dovuto.

Sono bello alto e magro
sono bianco e nerboruto
quel signore mi fa un baffo
più di lui son furbo e acuto

PASSAGGIO

Sei nella luce
poi cadi nell’ombra.
Ogni tuo movimento
diventa di stucco.

Il respiro si ferma
il cuore non batte,
non vedi più niente
sei goccia nel buio.

LA CONCHIGLIA

La conchiglia è inerme
su onde di carta
sento il mare accartocciato
in un pugno di vetro.

SONORITÀ

Sonorità di lago
si sciolgono a riva,
materia liquida
tra lo struscio estivo,
inutile come chiodi di ruggine.

AMBRA

Incastonata
nell’ambra di un’emozione
vivo il momento immobile.

Semplicemente sono.

BREVE NOTA BIOGRAFICA

È stato solo in quell’anno trascorso in Germania che ha scoperto veramente se stessa e ha continuato a seguire il sentiero, nonostante le numerose battute di arresto. Scrivere le “poesie” che scrive ora è una tappa e si augura che molte altre ne seguiranno: un percorso costellato di letture, riflessioni e pensieri. Spera che nei propri scritti qualcuno veda qualcosa di sé, magari anche di spiacevole e che dica: “ecco, è proprio così”.

L’intervista rilasciata da Barbara Rabita a Izabella Teresa Kostka nel mese di giugno 2019.

Tutti i diritti riservati.

L’articolo presente anche sul blog giornalistico “Alessandria Today”:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2019/06/13/128455/?preview=true

Barbara Rabita al Festival Internazionale di Poesia a Milano, maggio 2019. Foto: Umberto Barbera

GIOVANNI PASCOLI: I TEMI DELLA SUA POESIA di Eduardo Terrana

GIOVANNI PASCOLI: I TEMI DELLA SUA POESIA

Il poeta Giovanni Pascoli. Foto: Wikipedia

di Eduardo Terrana

La poesia di Giovanni Pascoli è segnata dalle vicende familiari, tragiche e dolorose e dalle deludenti esperienze di vita del poeta. Pascoli vive un’infanzia spensierata,in una casa spaziosa della tenuta “La Torre” dei principi Torlonia, di cui il padre è amministratore. All’età di 12 anni, però, perde il padre, assassinato da un ignoto,che non sarà mai individuato. Negli anni successivi si aggiungono altri lutti familiari:
la sorella, la madre e due fratelli.
La morte della madre segna un’ombra di dolore incancellabile nell’animo del poeta, che la considera la tragedia maggiore, perché viene meno il nucleo familiare: il “nido”.
Questa precoce esperienza di dolore e di morte sconvolge l’anima del poeta e segna il crollo di un mondo d’innocenza e di infanzia serena a cui sempre il Pascoli aspirerà con immutata nostalgia. D’ora in poi il suo proposito sarà sempre di riformare il nido familiare originario.
Alle tragedie familiari si sommeranno altre profonde delusioni che arriveranno al poeta dal fallimento dei miti del suo tempo: il mito del progresso tecnico e sociale del genere umano, che aveva generato speranze ed entusiasmi di miglioramento; il mito della scienza liberatrice di ogni male e di ogni dolore.
Tutto ciò concorre a generare nell’animo e nella mente del Pascoli una nuova stagione di tristezza esistenziale del vivere e di angoscia profonda.
Le pagine poetiche si fanno espressione di vera e propria paura per i tempi nuovi che si annunziano: per il disastro che sta per cogliere il genere umano; per le enormi e mostruose metropoli che stanno sorgendo, viste come strumenti e sedi della schiavitù dell’uomo; per la scienza , che è alla base di tutto questo e che non ha dato né la felicità né la liberazione dell’uomo dal male e dalle fatiche.
Pascoli matura allora: il sentimento doloroso della vita, la certezza che la sofferenza è alla radice del nostro vivere e che il male è prodotto degli uomini che complicano con la miseria dei loro contrasti la scena oscura e dolorosa del mondo.
Concretizza, quindi, il suo rifiuto della realtà e della ragione, della storia e della scienza, del progresso tecnico e scientifico, in un ripiegamento intimistico che assume la forma della fuga nell’infanzia, del desiderio del rifugio piccolo, ma sicuro, nella casa = nido, dove sentirsi isolato ma tranquillo rispetto ad una realtà che non capisce e quindi teme, ed in cui si fa anche forte il vagheggiamento della campagna e delle umili cose, scenario sul quale proiettare inquietudini e smarrimenti.
Deriva da ciò un’ immagine del Pascoli di poeta solitario, che manifesta il suo totale rifiuto della condizione adulta e della vita di relazione al di fuori del caldo e protettivo “nido familiare”; che regredisce a forme di emotività e sensibilità infantili, che si pongono in antitesi con la visione matura della realtà; immerso nella campagna vasta e silenziosa, ed inteso a descrivere le rivelazioni delle cose, da cui scaturiscono i vari simboli che ricorrono nella sua poesia, che si indirizza in un’unica direzione: la scoperta dell’infanzia.
Il poeta, in Pascoli, coincide con il “ Fanciullino” che è dentro di noi e che permane dentro di noi anche quando dall’infanzia siamo cronologicamente lontani, l’età veramente poetica è, quindi, quella infantile.
Questo “Fanciullino”, alla luce sogna cose mai viste, parla con le cose della natura: bestie, alberi, sassi, nuvole, stelle, e riesce a cogliere la loro musica; vede “ tutto con meraviglia”, come fosse la prima volta, e scopre la poesia che c’è nelle cose. Il poeta, pertanto, non ha bisogno di creare nulla di nuovo; ha solo bisogno di scoprire il particolare poetico che già c’è in natura, ma questo lo può fare solo se è capace di guardare alle cose con occhi puri, come se le vedesse per la prima volta, proprio con il modo di guardare del “Fanciullino”, e quindi il poeta è colui che sa dare voce a questo “Fanciullino”, che ne usa le qualità per il bene di tutti gli uomini.
Il poeta deve solo ricordare e ripetere le impressioni che provò da bambino, e la poesia gli serve solo per dare ad ogni cosa il suo nome, come fanno i bambini.
L’atteggiamento puro del “Fanciullino” permette, allora, al poeta di penetrare nel mistero della realtà, colto non attraverso la logica ma attraverso l’intuizione ed espresso con linguaggio non razionale.
In tal senso la poetica del “Fanciullino” trova, oltre alla “analogia”, un suo necessario strumento nel “simbolo” utilizzato come metodo di scoperta della poesia della realtà e del mistero insondabile che circonda la vita degli esseri e del cosmo. La funzione del simbolo è proprio quella di far comprendere il significato delle cose nella realtà, attraverso collegamenti apparentemente logici fra oggetti diversi oppure cogliendone
l’affinità associando colori, profumi, suoni o parole scelte non secondo il loro significato concreto ed oggettivo, ma per le suggestioni che sono in grado di evocare.
Ne consegue una costruzione poetica non regolata dall’intelletto e dalla morale, ma da un tumulto di impressioni, di sensazioni, di parole , sapientemente calcolati.
Tutta la poesia del Pascoli tende al simbolo per esprimere quelle verità di carattere generale sul senso dell’esistenza umana che non la scienza ma solo l’intuizione, lo sguardo senza pregiudizi e disinteressato del “Fanciullino”, può raggiungere. Ecco allora che: il “cuculo”, uccello che non si crea il suo nido, ma che occupa il nido degli altri, simboleggia l’immagine dell’assassino del padre; “l’aratro dimenticato” in mezzo
al campo diventa il corrispettivo di una vita solitaria, di uno stato d’animo pervaso di malinconia e di tristezza; “l’albero spoglio e contorto” diventa il simbolo dell’angoscia dell’uomo; “i fiori” diventano il simbolo della solitudine, della incomunicabilità dell’esistenza umana; “l’ala bianca di un gabbiano” diventa il simbolo che rappresenta la famiglia e la sua capacità di proteggere l’uomo dal male e dalle angosce esterne; la “siepe” simboleggia il desiderio del Pascoli ad una vita indipendente dall’esterno; il “campo santo” simboleggia la presenza costante dei morti, sempre presenti nella vita del Pascoli, che, continuamente, ritornano confondendosi con i vivi. Ma è “il nido” il simbolo più rappresentativo della poesia del Pascoli. Il “nido vuoto” diventa il simbolo della casa vuota dalle presenze familiari, il luogo che lo preserva dalla vita violenta e
difficile da affrontare e dove trovare tranquillità e serenità. Rappresenta il luogo degli affetti e il rifugio sicuro contro la cattiveria umana; ma soprattutto rappresenta la purezza, la bontà, il candore e l’innocenza dell’infanzia, ovvero il nido non disfatto, la famiglia prima dell’uccisione del padre, prima dell’intervento brutale degli uomini e della storia che disarticola quel legame naturale.
Il nido però è anche il simbolo del riparo offerto dalla natura contro la violenza della storia, pertanto è legato al polo positivo della campagna e della serena semplicità della vita contadina, contrapposto alla vita traumatica della città, dove gli uomini si riuniscono solo per farsi del male. Questi simboli assumono la particolare connotazione
di esprimere e soddisfare il bisogno di sicurezza e di protezione dall’esterno che alberga nell’animo e nella mente del Pascoli e lo riportano a un mondo chiuso, ricco di affetti tranquilli, capace di offrire un rifugio dal caos e dalla violenza del mondo esterno, da lui desiderato. A questi simboli il poeta circoscrive tutta quanta la sua esistenza.
Della poetica del Pascoli colpiscono tante cose: la genuinità e la purezza della sua poesia che guarda al “Fanciullino” ed invita alla fratellanza ed all’amore universale; la sua riscoperta dell’infanzia, sentita come candore, bontà, confidente rapporto col mondo; i suoi sentimenti verso la famiglia e la sua affettuosa partecipazione ad essa; il suo rispetto della natura e la sua totale adesione ad essa; l’amore per la vita della campagna; la realistica rappresentazione dell’ambiente contadino e le cose umili, che
divengono come un rifugio dall’ansia della morte, presenza continua nella vita del poeta; il suo ideale umanitario di pace; il suo essere scevro da ogni discriminazione verso la persona, così come in natura non fa differenza tra animali e cose: il fiore, l’ape, lo stelo, l’albero, tutti riflettono il mistero e il miracolo dell’esistenza, che il poeta cerca di guardare con gli occhi e lo stupore del “Fanciullino”, quasi che la poesia fosse ogni volta una prima scoperta del mondo.
Questi motivi si trovano un po’ dovunque in tutte le opere del Pascoli. Ma colpisce in particolare quanto si legge in “Odi ed Inni”, dedicata dal poeta ai giovani, ai quali, nella prefazione, si rivolge: “affinché non accettano le divisioni e gli schematismi, ogni gretta separazione del bene e del male, del giusto dall’ingiusto; perché s’avvedano come facilmente si possa vivere ossessi dal demone della cupidigia e della rivalità e non essere allora uomini di pace; perché sappiano che dubitare, indagare, provare, non significa essere privi d’alcuna fede.”
Queste parole esprimono un forte impegno morale da cui traspare evidente integrità e purezza d’intenti e sono da leggere, in chiave moderna, da parte dei giovani, come un invito a vivere la loro vita nel rispetto di principi e valori, in onestà di pensiero e coerenza d’azione, avendo sempre rispetto di sé e degli altri, e, mai disdegnando il dubbio, tendere sempre alla ricerca della verità.

Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

Tutti i diritti riservati all’autore

SIAMO GELOSI? PARLIAMONE! – di EDUARDO TERRANA

Foto: Pixabay

SIAMO GELOSI? PARLIAMONE!
di Eduardo Terrana

Chi può dire di non essere o di non essere stato geloso almeno una volta nella vita? Ma da cosa nasce la gelosia, perché siamo o diventiamo gelosi? Si afferma che non c’è amore senza gelosia e quindi i due sentimenti rimandano l’uno verso l’altro, ma, in realtà, la gelosia non è un sintomo d’amore, ma un fattore di insicurezza. È piuttosto una risposta emotiva alla paura di perdere qualcuno a cui siamo particolarmente legati da un forte sentimento e al quale vogliamo molto bene, ma la casistica è molto più ampia e più varia. La si può riscontrare all’interno di una coppia, ma anche tra fratelli, parenti, amici, colleghi di lavoro e in altri ambiti. La gelosia, però, tra innamorati è il classico più diffuso. Si fonda sull’idea sbagliata, conscia o inconscia, che qualcuno ci possa o ci debba appartenere in esclusiva, perché ci piace e lo desideriamo solo per noi, perché ci fa stare bene e lo vogliamo sempre vicino tutto per noi, perché magari ci ricrea e ci diletta ma il suo saper divertire lo vogliamo gestire come pare e piace solo a noi per il nostro piacere e godimento.
Si fonda, però, anche sul timore che si possa essere abbandonati o esclusi, ovvero essere oggetto di scarsa attenzione o considerazione. Bisogna allora partire dall’idea e vivere di conseguenza che l’Altro: fratello, sorella, compagno/a, fidanzato/a, coniuge, partner, amico/a, collega che sia, non è un OGGETTO , di cui impossessarsi, ma è un SOGGETTO, una PERSONA, un IO PENSANTE con il quale bisogna ricercare e stabilire un rapporto di equilibrio. L’ espressione, spesso reiterata sino all’ossessione: “ sono preoccupato/a per te “ oppure il chiedere continuamente :“ mi ami? … che fai?… dove sei?… con chi sei?… mi pensi?… farai tardi? … sei già al lavoro?… quando torni a casa?… cosa stai scrivendo?… con chi parlavi al telefono … con chi stai chattando su fb…?” e così via, non giustificano la gelosia, ma rivelano solo un difetto di iperprotezione, che inconsciamente nasconde il desiderio di tenere il partner possessivamente legato a sé.
E questo è la causa prima del fallimento di molte unioni, unitamente alla incapacità di sviluppare un dialogo maturo, responsabile e improntato al rispetto della indipendenza, dell’ autonomia, fisica e psichica, della persona verso al quale viene indirizzato il proprio sentimento o il proprio interesse. L’essere iperprotettivi o gelosi non è sinonimo d’amore. Ogni persona è giusto che abbia diritto a vivere la propria vita in autonomia e libertà, senza necessariamente subire i controlli o le censure del partner. Dire “ti amo” non vuol dire “ sono il tuo detective”. Ognuno, che sia uomo o donna, ha il diritto di vivere, di pensare, di fare e di decidere in assoluta libertà. La libertà nella coppia, fondata sulla reciproca fiducia , è presupposto basilare di equilibrio e di armonia e quindi di felicità, nella vita e nel rapporto di coppia.
Nella relazione d’amore la paura, spesso esagerata e ossessiva, di perdere la persona che si ama significa che non si è felici con se stessi e sicuri dei propri sentimenti e pertanto che il nostro benessere dipenda dallo stare con qualcuno del quale si vuole essere il pensiero primo ed esclusivo. Questo atteggiamento o modo di pensare è dannoso del proprio IO, perché manifesta che la persona è infelice. Allora costruire sulla FIDUCIA e sul DIALOGO, costante e continuo, nel rispetto della indipendenza del partner, accettandone i difetti e valorizzandone i pregi, con assoluta obiettività di visione e di analisi, e soprattutto accettare e comprendere i reciproci sentimenti e parlarne, ricercando la migliore integrazione dell’uno con l’altro, penso sia un relativo modo per affrontare le proprie debolezze e soprattutto il difetto della gelosia. Nello specifico l’Amore è il sentimento più bello che può esistere tra due esseri viventi. Viviamolo sempre in assoluta serenità secondo il principio che amare è donare.

Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

Tutti i diritti riservati all’autore