RITRATTI: CIPRIANO GENTILINO (psichiatra appassionato di poesia)

( by I.T.Kostka)

Navigando tra le onde dell’internet riesco, a volte, a scoprire qualche Terra Promessa. Stavolta, con grande gioia ed entusiasmo, sono rimasta affascinata dalla poetica di Cipriano Gentilino. I suoi versi privi di qualsiasi vuota retorica scorrono mai scontati, sono ben lontani dalla banalità mediatica di tante “produzioni poetiche” dei nostri tempi. La sua poesia segnata da un linguaggio schietto e diretto è compatta e immediata, trasmette le emozioni in maniera trasparente ed estroversa. Con piacere e a sorpresa ho scoperto nelle sue liriche alcuni elementi comuni con la stilistica del Realismo Terminale “… siamo geroglifici / sul quaderno a righe” e… mi sono sentita subito a mio agio. In seguito una brevissima bio dell’autore e alcune poesie scelte. Buona lettura!

GENTILINO CIPRIANO, nato a Erice, psichiatra e psicoterateuta a Mondovì, sin dagli studi liceali classici si interessa di poesia, blogger su:

https://ciprianogentilinonuccio.wordpress.com

ha pubbicato l’e-book ” Facciamo due passi incauti ” curato dal poeta Flavio Almerighi:

https://almerighi.files.wordpress.com/2018/09/libri-amargine-5-gentilino-cipriano1.pdf

Ha in corso di edizione un libro di poesie con Oedipus Editore.

• Poesie scelte

MEDITERRANEA

ti avrei amato
mediterranea
madre meticcia
di gelsomini
venere puttana
di imam
savoiardi e babbà
ti avrei amato
fossi stata
oriente di pretini
in camporella
e ti avrei tradito

CODICE BINARIO

siamo geroglifici
sul quaderno a righe
storte dall’umido
caduto alle palpebre
sul grembo incerto
senza madrasse,
candore tra tepori
di tagliole evanescenti
a caccia chiusa,
geroglifici ritagliati
senza sesso

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REALISMO, INTERIORITÀ SPIRITUALE E PSICOLOGIA NELLA “DANAIDE” DI AUGUSTE RODIN E “PERSEO” DI BENVENUTO CELLINI IN RELAZIONE ALLO “YIN E YANG” E ALLA VIOLENZA DI GENERE di LUCIA BONANNI

REALISMO, INTERIORITÀ SPIRITUALE E PSICOLOGIA
NELLA “DANAIDE” DI AUGUSTE RODIN E “PERSEO” DI BENVENUTO CELLINI
IN RELAZIONE ALLO “YIN E YANG” E ALLA VIOLENZA DI GENERE di LUCIA BONANNI

Il senso della parola latina “Ingenuus” è “nativo, originario, naturale, libero” e trattenersi ad esaminare l’ingenuità del corpo significa vederlo nella sua forma “nativa” e nei suoi tratti “naturali”. All’interno di una specifica fenomenologia il corpo rappresenta un sistema di segni, un codice simbolico che mette in relazione spazio e tempo, presenza nel mondo e comunicazione, materia e spirito, identità e conflitto, immaginario e inconscio.
Presso le comunità primitive il corpo non era visto come un’entità isolata e separabile dalla realtà oggettiva, ma come una zona comunitaria, un luogo cosmico che attraverso la pragmatica dei segni, modellava la comunicazione sociale e quella naturale mentre la danza era mezzo di trasmissione di significati e sintassi dell’ifralingua ossia del significato fluttuante dell’arte sciamanica. Secondo la filosofia greca il senso della corporeietà era affidato a Pan, dio del corpo, dell’istinto e del panico che nel suo valore ambivalente cadenzava la danza tragica. Nella religione biblica prima e nella iconografia cristiana dopo da simbolo coreutico e comparativo il dio del corpo diventa il diavolo, colui che divide, con la pelle, le corna e gli zoccoli di un capro per cui positività e negatività trovano posto nel cielo e sulla terra, mantenendo distinti il bene dal male, la fisicità dallo spirito con la conseguente divisione tra anima e corpo.
L’aspetto simbolico esiste dappertutto e l’intenzionalità del corpo va a coincidere col rapporto di trascendenza tra il corpo, il mondo, l’ambiente, a cui l’uomo, a differenza dell’animale che si adatta, si rapporta in senso dialettico. Nel contesto generale di significazione la mano diviene luogo di relazione col mondo in quanto costruisce strumenti e crea le dinamiche gestuali quale risposta agli stimoli esterni, risposta espressa anche col linguaggio e con la gestualità corporea, ossia con la voce del corpo, da cui prende avvio la comunicazione interpersonale.
Comunicare significa “mettere in comune”, stabilire un rapporto con l’altro, un “essere con”, derivato da un’emozione che può colmare la distanza e rafforzare il legame affettivo mentre è il reciproco “coabitarsi” a dare significato al messaggio emozionale.
Parlare del corpo non vuol dire fare riferimento ad un oggetto del mondo “ma ciò che dischiude un mondo”. Nel processo di conoscenza simbolica l’immagine corporea diviene modello di riferimento tra l’individualità e la moltitudine; in tale contesto la sessualità e il desiderio non sono interpretati come istinti e pulsioni bensì come attenzione all’altro, identificato come corpo e messaggio di scambio simbolico.
Il linguaggio non discorsivo si affida alla comunicazione indiretta, sempre molto insinuante ed allusiva ed è l’abi-valenza del sistema dei segni a restituire un rapporto preciso tra significante e significato, un tipo di complementarietà che instaura un codice inequivocabile. In sinossi con la semantica corporea il linguaggio mimico-gestuale sottintende uno spostamento di senso ed il gioco dell’ambivalenza può diventare espressione incontrollata dei segni si apre alla lingua virtuale che si fa espressione incontrollata dei segni.
Se la mimica è considerata spazio allusivo, la mostruosità come pure la caricatura rappresentano il corpo che dilaga in un tipo di confusione, in un tipo di caos indistinto, che turba e inquieta. In questo caso il sistema dei segni prende avio dalla emotività, da ciò che lo muove, infatti il linguaggio primitivo per esprimere le emozioni faceva uso delle “metafore organiche”, gli organi corporei come sede delle emozioni e questo fa sì che un codice venga tradotto nell’altro (la faccia della casa, la pancia del vaso, i denti della forchetta), formando quella che in poesia è detta personificazione. Occorre dire che la formulazione dello scambio simbolico è costruita dall’Idea che nel suo sviluppo passa dalle sensazioni al ragionamento, unendo il particolare all’universale, trasposti in poesia con la metonimia e la sineddoche, con prevalenza sui codici simbolici e sull’economia libidica, mantenendo la differenza tra il maschile e il femminile e la peculiarità dei ruoli sessuali.
Tale modello di simulazione si ritrova nelle varie espressioni artistiche come ad esempio la “Danaide” di Auguste Rodin ed il “Perseo” di Benvenuto Cellini
L’intera produzione di Auguste Rodin (1840 -1917) si colloca tra il classicismo e la modernità ed è d’ispirazione michelangiolesca in particolare nei “non finiti” che richiamano i “Prigioni” e che possono essere assimilati con la poesia ermetica. Nel dare forma al materiale grezzo, Rodin sembra voler animare il soggetto e nel plasticismo espressivo delle sue opere è possibile rinvenire sia l’interiorità spirituale e psicologica dell’autore sia quelle del soggetto medesimo mentre il marmo sembra perdere la caratteristica di materia immobile e pesante. Nell’opera marmorea “Danaide” Rodin dà forma ad una figura femminile, vista di schiena, in una postura accovacciata, la pelle lucente e i capelli lunghi che sfumano nel marmo in un “non finito”. La curva della schiena, ben definita in ogni dettaglio, è richiamo alla sensualità e all’amore, però rispetto al bozzetto preparatorio l’opera finita risulta più rannicchiata come a voler far risaltare il senso di isolamento e solitudine e la forma scolpita, assai sensuale e morbida, sembra emergere oppure immergersi nel sasso con grande fatica, una sasso che assomiglia ad un grande utero in cui la donna trova riparo e da cui cerca di uscire.
Con la “Danaide” Rodin ritrae una delle cinquanta figlie di Danao, condannata a riempire nell’Ade una botte senza fondo per aver ucciso il marito dietro ordine del padre. In realtà la donna è l’allieva e amante Camille Claudel, (1864 – 1943) piegata dalla sofferenza causata dal frantumarsi del sodalizio artistico e amoroso con il proprio maestro. Alla rottura relazionale per i due scultori seguì un periodo di forte disagio emotivo che entrambi proiettarono nei loro lavori. Rodin scolpì “Fugit amor” in cui realizzò un abbraccio tra due amanti con due figure schiena contro schiena che evocano la passione amorosa di Auguste per Camille e della quale più volte aveva tentato di impedire la fuga. Nello stesso periodo la scultrice realizza “L’età matura” dove è la donna che supplica l’uomo di restare e in cui si può leggere anche l’abbandono in età infantile da parte della propria madre. Alcuni lavori realizzati da Camille in quel periodo, disegni per lo più a contenuto erotico, si rifanno ad un tipo di Kama Sutra sintetizzato nella scultura “Le valse”. Il mito a cui si ispira Rodin è quello derivato da “Le Supplici” di Eschilo (525-455 a.C.) che insieme a “Gli egizi” e le “Danaidi” forma una trilogia tragica, datata intorno al 490 a. C. Secondo il mito greco le cinquanta figlie di Danao andarono spose ai cinquanta figli di Egitto, fratello gemello di Danao, con il quale aveva formato una diarchia sul regno d’Egitto, ma le donne fuggirono, chiedendo asilo a Pelasgo, re di Argo, in Grecia, rifiutando la supremazia maschile, il matrimonio e il dovere della procreazione e le consuetudini del tempo, trasformandosi poi in spietate carnefici. Temendo che le nozze fossero un espediente del fratello per distruggere la sua famiglia, Danao ordinò alle figlie di decapitare gli sposi dopo la prima notte di nozze e soltanto Ipermestra che non si era unita con lo sposo e di cui era innamorata, gli risparmiò la vita.
Qui tornano alla mente i dipinti a olio su tela “Giuditta e Oloferne” di Artemisia Gentileschi (1593-1654) che attraverso le sue opere esprime la profonda riprovazione verso gli abusi sulle donne, il primo si trova a Napoli presso il Museo nazionale di Capodimonte e fu dipinto subito dopo il processo per stupro, subito dalla pittrice, mentre il secondo che si connota per una diversa composizione e gamma cromatica, è esposto alla Galleria degli Uffizi nella sezione dei pittori caravaggisti. A questi dipinti si aggiunge la scultura in bronzo di Donatello, Giuditta e Oloferne, situata in Palzzo Vecchio e in copia sotto la Loggia della Signoria. Anche se il titolo dell’opera di Rodin indica la donna come una delle figlie di Danao, ben descritto da Eschilo, secondo l’interpretazione dello scultore la donna rappresenta il dolore di Ipermestra per aver dovuto lasciare lo sposo oppure un’altra delle altre figlie, spossata e immersa nella roccia ad espiare la propria colpa.
Se la “Danaide” rappresenta la protesta della donna contro il maschio ed elogia la libertà femminile, la Medusa del “Perseo” di Benvenuto Cellini (1550.1571) è simbolo di potere e seduzione femminile, infatti il significato lessicale del nome è quello di “ colei che domina”. Nei percorsi iconografici, riguardanti la Medusa, si ritrovano le opere di Fidia con Eros e Thanatos, le ceramiche, le maschere in terracotta, i mosaici pavimentali, le monete con il Triskeles, divenuto simbolo della Sicilia, la crudezza della realtà con lo scudo di Caravaggio (1571-1610), l’immagine raccapricciante di Rubens (1577-1640) vittima del maleficio in Bernini (1598-1680), la testa in bianco e nero con gli occhi vitrei di Franz van Stuck (1863-1928, pittore simbolista-espressionista, scultore e architetto tedesco) ed ancora Böcklin,(1827-1901) Klimt (1862-1918) e la pittura policromatica di Guttuso (1911-1987) per giungere ai fumetti di Dylan Dog, i Simpson e il marchio di Versace.
Medusa è una delle tre Gorgoni e come tutti gli esseri mostruosi ha un fine apotropaico (allontanare), protettivo contro i malefici ovvero dell’orrido che allontana l’orrido e per questo era posta a protezione dei templi e delle abitazioni. Il destino di Medusa fu deciso da Atena che la punì per aver ceduto alle profferte amorose di Poseidone ossia per aver cercato di sedurlo con la sua chioma fluente, trasformata in serpi e lo sguardo che pietrifica per l’eternità perché la bellezza e l’orrore si fondono nel volto di Medusa. Perseo riuscì ad uccidere il mostro, aiutandosi con uno scudo specchiante che gli era stato dato da Atena e poi donando la testa alla dea che la pose sul proprio scudo. Nel capolavoro di Cellini, realizzato in bronzo, il volto della Gorgone non esprime pathos, ma appare inespressivo e quasi dormiente in quanto l’artista, come pure Michelangelo (1475-1564) con il David, vuol dare un significato di senso all’affermazione della virtus, cioè alla forza morale dell’eroe contro la brutalità e la superbia del mostro, simboleggiate dalla hybris ovvero l’insolente violenza che lede l’onore e la dignità altrui e l’individuo cade nella sfera del bestiale perché non sa riconoscere i propri limiti e, prevaricando il volere divino, subisce la condanna a causa della sua arroganza e del suo orgoglio. . Il mito della Medusa è intriso di paure ancestrali e la sua immagine terrificante rappresenta la somma di quanto di brutto si può immaginare. Il Perseo inizia a prendere forma nel 1545 ed il procedimento scelto dall’artista è quello a cera persa, tipico degli antichi greci. Per prima cosa occorreva realizzare una statua di creta vuota all’interno, cuocerla e ricoprirla di cera, poi con altra creta e in seguito si univano i tre strati con dei chiodi e si cuoceva di nuovo ed in fine si toglieva la creta, i chiodi e si rifiniva. Cellini sapeva bene che più la statua è grande e più difficile diventa distribuire il bronzo, ma non sente ragioni, neppure davanti al Granduca che lo prende per pazzo. La fusione del Perseo si dimostrò assai complessa, la fornace era talmente calda che prese fuoco anche il tetto della casa e per le esalazioni dei metalli e la fatica l’artista fu costretto a mettersi al letto, ma venne subito richiamato perché la forte pioggia aveva spento il fuoco e nonostante l’esplosione della fornace il bronzo era uscito, però era poco fluido perché la lega si era consumata. Allora Cellini all’interno della fornace buttò tutti gli oggetti di stagno che aveva in casa e così il metallo raggiunse la giusta fluidità e la fusione riuscì bene. Fu Cosimo I (1519-1574) granduca di Toscana, figlio di Giovanni de’ Medici, detto dalla Bande Nere), a chiedere all’artista la statua dell’eroe greco quale rappresentazione della vittoria circa l’ assetto repubblicano della città di Firenze. Il Perseo venne esposto per la prima volta in quello che era il luogo destinato alle assemblee e alle cerimonie, ovvero la Loggia della Signoria, dei Priori, dei Lanzi o dell’Orcagna, nel 1554 e tutt’oggi si trova nella posizione in cui era stato collocato; insieme alle altre statue a tema mitologico, presenti sotto la Loggia: la copia del Ratto delle Sabine, Ercole e il centauro Nesso del Giambologna, l’ arte romana Patroclo e Menelao, il Ratto di Polissena, gruppo di figure muliebri, e Piazza della Signoria: Fontana del Nettuno, il David, Marzocco, Statua equestre di Cosimo I del Giambologna, la copia di Giuditta e Oloferne di Donatello (1386-1466), in modo allegorico stanno a significare le vicende dell’antica Firenze. Guardando la statua del Perseo dalla parte posteriore, si può osservare la giuntura della nuca ed il retro dell’elmo e si può notare un effetto ottico, un’illusione pareidolitica che mostra il volto di un uomo, l’autoritratto di Cellini. Alla grandiosità della scultura a scala urbana si unisce l’opera di cesello che l’autore realizza nei particolari dei calzari, nell’elmo e nell’elsa della spada che con il braccio forma un angolo retto. Il fascino seduttivo di Medusa deriva dal fatto che lei non è una giovane inerme di fronte al potere di Atena, ma una donna indipendente, capace di sedurre con lo sguardo mentre la femminilità risorge dalle ceneri del mostro con un nuovo significato del potere ammaliante dell’antica bellezza che nel mito si accosta ai capelli trasformati in serpi, gli occhi di fuoco, le zanne e la lingua penzolante. Il gusto per il conturbante, riscoperto con l’arte barocca, coniugato alla simbologia dello specchio, allo sguardo e alla maschera si assimilano alla violenza di genere ed il mostro leggendario diviene emblema di situazioni orride e violente mentre la funzione protettiva contro i malefici è rapresentata dall’eroe che annienta la ferina superbia dell’hybris. Anche il comportamento di Danao è dettato dalla superbia e dall’orgoglio e le figlie che prevaricano sui loro mariti, causandone la morte, contrariamente alla remissività di Ipermestra che paga il proprio gesto di bontà con l’isolamento e la solitudine.
Pertanto nei soggetti descritti, oltre alle funzioni allegoriche già conosciute, è da attribuire una simbologia in sinossi temporale e di significato con i vari e reiterati accadimenti del presente che trovano riscontro negli atti teratogeni e nella virtus dell’eroe quale espressione di una realtà che pone la donna in un contesto sacrificale oppure di considerazione e rispetto.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Antoinette Le Normand- Claudie Sadrin, Rodin, Giuni Editore, 2018
Odile Ayral-Simona Giordano, Camille Claudell, Formato Kindle, 2013
Anna Banti, Artemisia, Bompiani, 1994
Benvenuto Cellini, Opere, Rizzoli, 1968
Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, 1997
Eschilo, Le supplici, traduzione di Ezio Savino, Garzanti, 2015

Saggio per #Bookcity BCM18, evento “YIN e Yang- elemento maschile e femminile nell’arte e nella letteratura” con Guido Oldani e Giuseppe Langella, nell’ambito del ciclo “Verseggiando sotto gli astri di Milano”.

Foto Umberto Barbera 18.11.2018, Lucia Bonanni presso la Chiesetta dell’Assunta Cascina Linterno a Milano.

L’ETERNITÀ DELLA MORTE DEGLI ETERNI AMORI NARRATI a cura di SABRINA SANTAMARIA

“L’eternità della morte degli eterni amori narrati” a cura di Sabrina Santamaria

“L’amore è una mera questione sentimentale o entrano in gioco fattori socio-culturali?” Questa domanda è stata sempre ridondante nei secoli passati. L’Eros si è barcamenato tra gli angoli mai smussati delle classi sociali, delle caste, delle divisioni sociali. Due persone che si amano possono davvero lottare e vincere in modo incontrastato contro le insidie del contesto in cui vivono? Cosa accade quando due membri culturalmente differenti si incontrano e scatta la famosa scintilla amorosa o colpo di fulmine? Quanta vita può avere la loro storia d’amore? Tutti questi interrogativi ce li siamo posti nel tempo e negli anni. I mass-media, spesso, nei loro film ci danno un’illusione, una parvenza della realtà, soprattutto attraverso le fiction in cui sempre la “povera cenerentola” riesce a coronare il suo sogno di essere una principessa, una nobile attraverso il matrimonio perché l’uomo che si innamora di lei si imbatte contro le insidie e riesce a sposarla; basti pensare alla fiction “Elisa di Rivombrosa”. In tutti i secoli, anche nella antica Grecia, le divinità andavano a cercare le donne per giacere con loro almeno solo una notte, il mito narrato da Platone ci fa riflettere molto sull’attrazione a prima vista, Poros e Penià, lui divinità lei una povera mendicante, si sono uniti per una notte in un momento d’ebbrezza del dio ed generato il loro frutto d’amore: Eros. Quest’ultimo è metafora del filosofo, non è né una divinità, né un comune essere umano, ma un eclettico, colui che non possiede la conoscenza, ma la ricerca costantemente. La scrittrice Jane Austen in “Orgoglio e pregiudizio” ha sapientemente romanzato su questa annosa e secolare questione, infatti i protagonisti della storia sono contrastati fortemente dalle disuguaglianze sociali, ma tra mille peripezie alla fine sappiamo che le sue storie hanno tutte lieto fine, Jane Austen non lascia mai di pessimo d’animo i suoi lettori e forse, a mio giudizio, questa è stata una ricetta vincente della Nostra, una strategia che le ha portato successo. Molto più fosca e dalle tinte molto più aspre è la vicenda Heathcliff e Catherine di “Cime Tempestose” in cui l’ardito sentimento dei due protagonisti ha un prezzo molto alto in quanto i componenti di due famiglie vengono completamente sterminati dalla pazza furia di Heathcliff. La letteratura Occidentale e Orientale è ricca di storie d’amore contrastato: Shakespeare in “Romeo e Giulietta”, tragedia molto famosa, in cui i Montecchi e i Capuleti sono anch’essi “puniti” questa parola risuona alla fine della vicenda nelle espressioni del poliziotto: “All are punished”(Tutti siamo stati puniti). Ariosto nell’ “Orlando Furioso” racconta di una follia d’amore, Orlando impazzisce per un amore non ricambiato, egli si era innamorato perdutamente di Angelica principessa del Catai, l’unico modo per disamorarsi sarà quello di bere nella fonte dell’odio. Anche Dante Alighieri con il Dolce Stil Novo ci descrive l’amore, un sentimento candido e puro in cui la donna veniva descritta come un angelo, infatti nel Sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare” ci descrive la sua Beatrice: “Ella va sentendosi laudare benignamente d’umiltà vestuta e pare che sia una cosa venuta dal cielo in terra a miracol mostrare”, quando parliamo di Dante e dell’amore non possiamo non citare Paolo e Francesca del V canto dell’Inferno, questi due amanti si erano amati fino alla morte, tanto per morire a causa del loro stesso peccato, la lussuria, ma il loro era vero amore tanto da finire all’Inferno insieme e spartirsi le sofferenze. In ogni caso spesso è come se il vero amore coincidesse o con la morte o con la follia, infatti tutti i personaggi delle storie che qui ho avuto modo di analizzare, se contrastati fino alla fine o muoiono o impazziscono, è come se l’Eros profondo abbracciasse la morte, il Thanatos, oppure aprendoci alle opere moderne l’amore se è impedito, porta con sé uno struggente senso di solitudine, un abisso dell’anima dal quale è impossibile poterne uscire. Questo è il caso di Madjiguène Niang nel suo romanzo “La sentenza dell’amore” Mahè e Bebè vivono un amore dilaniato dalle differenze di caste senegalesi che alla fine li porterà ad allontanarsi, Mahè avverte però nel suo intimo uno splin baudelairiano che non la abbandona, perché la distanza da Bebè è stato un dolore forte che non ha potuto digerire. In “Memorie di una geisha” Artur Golden offre al lettore lo stesso panorama: “L’impossibilità di amare”. L’unica cosa che non poteva permettersi una geisha era l’amore, era vietato per lei amare davvero. L’amore in ogni storia dà una sentenza che sia la morte, che sia la follia, che sia la solitudine, questo sentimento ha un prezzo da pagare, una caparra che gli innamorati devono per forza scontare per definirsi agli occhi degli altri tali. Bauman nella nostra società post-moderna ha definiti i sentimenti liquidi. Queste vicende con i suoi eroi ci fanno comprendere che essi possono morire, ma le loro storie rimangono eterne, incise nella storia dell’umanità. E Voi lettori non pensate che i “grandi amori” non muoiono mai rimanendo vivi nelle storie di chi li narra?
“L’amore per me non porterà che un solo nome: Bébé. […] Bébé era l’ossigeno inspirato, necessario alla mia vita, contro l’espulsione dei veleni e del fiele della vita a due..”cit “La sentenza dell’amore” di Madjiguène Niang.

Sabrina Santamaria

Photo web: Francesco Hayez “Bacio” olio su tela

INTERVISTA A FRANCESCA GHIRIBELLI SULL’OPERA “TWINS OBSESSION” a cura di SABRINA SANTAMARIA

INTERVISTA A FRANCESCA GHIRIBELLI SULL’OPERA “TWINS OBSESSION”

● Sinossi romanzo

Il diario di una donna dalle sfumature ossessive, dove in ogni riga albergano le sue più profonde paure e i suoi famelici dubbi.
Un’ossessione, come una specie di apnea, dalla quale a tratti sembra fuoriuscire e in altri momenti ricadere come un peso morto, ma sarà proprio il dialogo con il suo diario a mostrarle faccia a faccia i suoi più profondi tormenti fino ad arrivare a scoprire la verità su una inquietante storia.
La storia di se stessa e dell’indimenticabile legame con la persona più importante della sua vita.

● Note biografiche

Francesca Ghiribelli è ragioniera programmatrice. Fin dai sei anni ha coltivato la passione per la poesia e la scrittura. Ha ricevuto molti riconoscimenti nazionali nel suo percorso letterario, pubblicando anche un libro di poesie illustrate (Un’altalena di emozioni, Bancarella Editrice). L’autrice gestisce un blog (www.francescaghiribelli.blogspot.it), ed è stata insignita “SCUDIERO DELL’UNIONE MONDIALE DEI POETI” dal Cavaliere Silvano Bortolazzi per il suo impegno dimostrato nel campo della letteratura. L’autrice ha pubblicato il suo primo romanzo ‘TWINS OBSESSION-IL DIARIO DI UNA GEMELLA OSSESSIONE’ edito SACCO ARDUINO EDITORE DI ROMA. Il suo primo romanzo d’amore “Cuore zingaro – Amore a prima vista Vol.I” è stato pubblicato da Il seme bianco di Roma.

La seguente intervista aiuterà i lettori a comprendere la passione profonda che l’autrice nutre per la letteratura e a cogliere quelle che sono state le ispirazioni che l’hanno portata a scrivere questo suo nuovo romanzo, genere differente rispetto alla sua raccolta poetica “Un’altalena di emozioni”, già precedentemente recensita nel blog “Verso – spazio letterario indipendente”.

S.S.: Da dove nasce per te questo amore appassionato per la letteratura?

F.G.: Il mio amore per la letteratura e per la lettura in generale nasce fin da piccola. Quando avevo pochi mesi sfogliavo già libri illustrati per bambini, dove le figure colorate attiravano il mio sguardo rapito da quelle storie su carta. Se pensiamo che dei semplici fogli rilegati fra loro possano incantare un lettore, possiamo davvero dire che il libro resta e sarà sempre un’invenzione meravigliosa. L’unica invenzione che dà voce ai nostri sogni.

S.S.: Il personaggio del tuo romanzo potrebbe essere paragonato a quale mito della letteratura del Novecento?

F.G.: Una domanda davvero interessante e particolare. Diciamo che non mi sono ispirata a nessun tipo di mito della letteratura del Novecento e quindi il personaggio non può essere paragonato a nessun genere già esistente. Un’idea nuova arrivata dalla mia ispirazione inaspettatamente e all’improvviso.

S.S.: Come mai dopo la tua opera “Un’altalena di emozioni” hai deciso di cambiare matita e scrivere un romanzo?

F.G.: Dopo la pubblicazione del mio primo libro di poesie ‘Un’altalena di emozioni’ mi sono dedicata a poesia e a narrativa contemporaneamente. Di solito come tutti gli scrittori emergenti si inviano molti manoscritti in valutazione a varie case editrici e per caso ho voluto inviare questo tipo di nuovo romanzo che si differenzia dalle solite trame d’amore, che scrivo a sfondo storico o contemporaneo. Così è stata la volta buona, perché la Arduino Sacco Editore di Roma ha scelto proprio questo genere, dicendo che era molto particolare e che valeva la pena pubblicare. Da parte mia, sono rimasta stupita, visto che pensavo di saper scrivere meglio narrativa di altro tipo.

S.S.: Il tuo personaggio é un tuo alter ego? L’altra gemella potrebbe essere paragonata alla letteratura?

F.G.: Il personaggio della protagonista di ‘Twins Obsession’ non è un alter ego, né mio né di altre persone. E direi neanche una possibile altra gemella paragonata alla letteratura. Io la accomunerei alla singolare storia di una donna, dove i dubbi e le paure di un passato che non ricorda come suo, possano accomunare a volte la vita di tutti noi. Possiamo non ricordare per un vuoto improvviso di memoria, ma possiamo anche non voler ricordare per un particolare trauma subito o addirittura perché ci fa troppo male scoprire la verità che appartiene alla nostra vita quotidiana.

S.S.: Il fatto di dare un tono un po’ “paranormale” alla tua opera lo hai fatto per un tuo bisogno di trascendenza?

F.G.: Il lato paranormale del libro non è stato cercato volontariamente, anzi è venuto spontaneo passo dopo passo. Niente di trascendentale, anzi il mio credo è cattolico e credo non volendo sia stato questo a voler regalare alla storia un profondo significato esistenziale. Avere la consapevolezza, che la morte non può essere evitata, e riuscire a non perdere definitivamente le persone che amiamo. Non le perdiamo mai completamente, nonostante gli errori compiuti nella nostra vita.

S.S.: Per il pensiero che esistono altre vite al di là della vita materiale dei corpi?

F.G.: La materialità dei corpi oltre la vita e l’esistenza di altre vite dopo la morte riguarda più una religione trascendentale e non quella cattolica in cui credo. Io credo nell’esistenza di una dimensione paradisiaca dove potremo ritrovare i nostri cari dopo aver abbandonato questo mondo, ovvero nella resurrezione delle anime e dei corpi. La morte non è la fine di un tutto, ma una seconda possibilità per rincontrare chi abbiamo perso durante il nostro cammino terreno.

S.S.: Qual è stata la molla che ha fatto scattare in te questo pensiero di scrivere di una “gemella ossessionata”?

F.G.: Una domanda molto complicata anche per la sottoscritta che ha scritto il romanzo. La prima ispirazione è arrivata attraverso l’immagine di una donna sola rinchiusa in casa e abbandonata a se stessa, mentre la parte della gemella ossessionata è arrivata soltanto dopo i primi capitoli. Tutto è giunto quando ho dovuto scegliere l’identità della persona a cui la protagonista scrive e quest’idea della gemella mi sembrava molto promettente e curiosa.

S.S.: A quale target di lettori lo consiglieresti? Quale stato d’animo vorresti risollevare, divertire, distrarre con questo libro?

F.G.: Il mio romanzo è aperto a tutti i tipi di lettori che amano leggere, soprattutto narrativa contemporanea, ma ovviamente potrebbe piacere di più a chi ama i libri scritti in forma epistolare e a chi ama un po’ di mistery psicologico e surreale. Coloro che preferiscono unire realtà e paranormale attraverso una lettura che incuriosisce ad andare avanti per spingere il lettore a scoprire la verità fino all’ultima pagina. Le persone che lo hanno letto finora mi hanno detto proprio che la sua scorrevolezza e la sua trama ti spingono a restare incollato alle pagine per sapere come finirà. E per una come me, che non credeva neanche di poter arrivare ad una pubblicazione romanzesca, è una bellissima soddisfazione, credetemi. Vorrei che la mia opera potesse distrarre e al contempo lasciare il segno.

S.S.: Quale emozione ha suscitato in te la scrittura di questo romanzo, genere completamente diverso al primo tuo libro?

F.G.: Devo dire che nasco con la poesia, genere che preferisco in assoluto, ma posso confermare di essermi divertita a scrivere ‘Twins Obsession’, anzi per l’ispirazione giunta velocemente e improvvisamente sono riuscita a scriverlo in circa tre mesi. La stesura è stata emozionante, sorprendente e indimenticabile.

S.S.: Perché hai voluto dare al libro una forma diaristica?

F.G.: Questa è la prima opera a cui dedico una forma epistolare e diaristica. Non mi sono posta troppe domande, l’idea è arrivata di getto ed era l’unico modo per rendere la narrazione speciale e intima. Il lettore, anche quello che ama leggere di meno, credo possa preferire una forma narrativa più semplice come quella del diario. Un diario può essere interpretato bene da tutti e ogni lettore entra meglio nella storia. E poi tutti prima o poi abbiamo appuntato i nostri pensieri in un diario o in piccola agenda! Una forma di scrittura che avvicina il mondo prima o poi.

S.S.: Visto che ti occupi anche di recensire le opere altrui, se dovessi recensire la tua opera, quali aspetti metteresti in rilevanza?

F.G.: Già, da sempre mi dedico con passione a recensire opere altrui sul mio blog, soprattutto di autori emergenti italiani. Penso che soltanto leggendo possiamo arricchirci meglio, ogni libro esistente ci può regalare qualcosa di nuovo e utile per la nostra vita. Ogni storia ha la propria anima da donare. L’autore non può giudicare da solo la propria opera, anzi dovrebbero essere gli altri a commentare positivamente o negativamente con un parere sincero. Soltanto così chi scrive con passione può crescere e migliorare. L’unica cosa che posso dire a chi mi leggerà o recensirà è di tener presente il particolare genere del mio romanzo, potrebbe essere un piccolo punto in più che lo differenzia, perché unisce generi diversi: narrativa contemporanea, mistery psicologico e paranormale. Buona lettura!

Sabrina Santamaria

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VERSO – SPAZIO LETTERARIO INDIPENDENTE 

Non esiste l’unica strada giusta né la destinazione predefinita. “Verso” – spazio letterario indipendente desidera offrire l’attenzione alla letteratura contemporanea, sperimentale ma di gran impatto, alle novità stilistiche e alla libera espressione poetica. Sorprendeteci, diventate “V O C E ” della società contemporanea così turbata e logorata dagli avvenimenti e dalle mutazioni dei nostri tempi. Vi sentite pronti? Siete “ribelli” e pieni di creatività intellettuale? Mandate la vostra breve nota biografica, max tre testi a tema libero (versi liberi, poesie, prosa, brevi racconti, saggi, recensioni etc.) e una Vostra foto recente alla mail:

itk.edizioni@yahoo.com

I testi considerati coerenti con la politica editoriale della pagina verranno pubblicati sul nostro sito WordPress e diffusi su vari portali e social network. “Verso” – la strada verso l’indipendenza e la libertà d’espressione artistica. Vi aspettiamo!!

Redazione – Izabella Teresa Kostka 
mail: itk.edizioni@yahoo.com

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