“CONCHIGLIE CAURIES POETI AFRICANI” DI ABDEL KADER KONATE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Conchiglie Cauries Poeti Africani” di Abdel Kader Konate

“Io non sono nero/ io non sono rosso/ io non sono giallo/ io non sono bianco/ non sono altro che un uomo. Aprimi fratello! Aprimi la porta/ aprimi il tuo cuore/ perché sono un uomo/ l’uomo di tutti i cieli/ l’uomo che ti somiglia!” cit. della poesia “Aprimi fratello!” di Rene Philombe.

Spesso immaginiamo l’Africa come un continente molto lontano da noi, lo pensiamo come un territorio poco fertile, come colonia, come terra assoggettata alle grandi potenze europee, ebbene, questo è in parte vero perché questi assunti la storia ci ha insegnato, sappiamo che i confini dell’Africa non sono geografici, ma politici, cioè divisi a “tavolino” duranti i trattati di pace dalle grandi potenze europee, avvenimenti politici davvero accaduti, basti pensare alle vicende sociopolitiche del novecento. La lettura di questa raccolta poetica ha suscitato in me diverse riflessioni che, a mio modesto parere, potrebbero essere una chiave di volta per comprendere almeno in superfice l’opera di un autore africano. Il titolo “Conchiglie Cauries Poeti africani” mi fa pensare ad una personificazione di un elemento naturale quale è la conchiglia, essa può stare in mare, come in spiaggia, può essere bagnata, oppure esposta continuamente al sole, quindi rimanere anni nella siccità, questa condizione è quella simile al poeta africano; per certi versi può trovarsi in un mare di emozioni, travolto dalla musicalità, dai colori, dai sapori della sua terra, quindi ispirato dalla bellezza del suo continente ha possibilità di salvezza, può emergere ed allo stesso tempo immergersi eterogeneità del bello, ma un uomo sensibile come un poeta può sentirsi travolto dall’immensità delle problematiche sociali, politiche, storiche del continente in cui vive, quindi restare anni in una condizione di aridità sul piano delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti. I nostri poeti africani sono appunto “conchiglie” scagliate nell’immensità dell’universo della loro vita, si precipitano come uomini pieni di umanità e di coraggio, scrutando la “bellezza” laddove un uomo qualunque vedrebbe solo il deserto più assoluto, il silenzio che sgomenta, che percuote gli stati d’animo più fragili, invece i Nostri poeti hanno la forza di prendere la loro penna e narrare, non solo se stessi, ma anche tutti i protagonisti delle loro storie, i posti dove sono vissuti come sono, senza remore o nascondimenti. Le loro poesie sono inviti alla solidarietà, al vero senso di “umanità”, spesso sono dei veri e propri Inni alle loro terre. Nella raccolta poetica sono stati accostati testi di Nelson Mandela e Senghor, autori che conosce anche il mondo letterario occidentale, questa scelta non é solo stilistica, ma ha un profondo significato, perché essa è la volontà piena ed incondizionata di voler creare una linea tra passato, presente e futuro. La storia dell’Africa come continente non è mai affrontata in modo approfondito nelle scuole europee, spesso si fa solo cenno alla segregazione razziale del Sudafrica, ai ku klux klan, agli anni di prigionia dell’ex Presidente del Sudafrica e alla sua lotta non-violenta per l’ indipendenza, tutti avvenimenti pedagogicamente e fenomenologicamente validi da affrontare, ma andrebbero accompagnati da premesse storiche più approfondite e spesso meno etnocentriche. Sarebbe necessario trattare aspetti legati alle loro culture, ai significati più nascosti e misteriosi delle loro culture, un insegnate dovrebbe partire da concetti antropologici sull’eziologia delle parole “mito”, “tribù”, “rito di iniziazione”, “magia”, “religione” e “dono”. L’antropologo Claude Levì-Strauss in “Tristi Tropici” ha sottolineato due modi del mondo occidentale di rapportarsi alla diversità: l’antropoemia e l’ antropofagia. Nel primo caso la diversità non viene accettata, non viene tollerata, le conseguenze di questo atteggiamento conducono a comportamenti xenofobici. Nel secondo caso, invece, l’altro concepito come diverso verrebbe completamente inghiottito, assorbito cultura altrui senza margine di possibilità di conservare nella quotidianità se stesso, il “Diverso” sarebbe quasi “costretto” inconsciamente ad un cambio di “rotta” rendendo ancora di più “inconsistente” la sua storia di vita in cui nell’oblio vi sono usi, costumi, affetti, sentimenti, riti che non può e non deve dimenticare. Proprio per quest’ ultima ragione i nostri poeti africani nei loro scritti hanno inciso musicalmente i loro versi attraverso varie figure retoriche quali anafore, allitterazioni (figure retoriche legate al suono), ma anche sinestesie (figura retorica che consiste nell’accostamento di oggetti, figure, immagini che si ricollegano a sensi percettivi diversi), non mancano in questa raccolta poetica figure retoriche del significato come metafore, similitudini, iperboli e qualche sineddoche. Per quanto riguarda le figure retoriche che riguardano la metrica il lettore più appassionato di una critica attenta della struttura dei versi può individuare il chiasmo, l’anastrofe e l’iperbato. È forte l’esigenza di questi autori di essere riconosciuti come persone al di là dell’appartenenza culturale e geografica, tanto che nelle loro espressioni ho sempre riscontrato la “Personificazione” non solo come figura retorica, ma come slancio vitale che ci conduce all’infinito.

“Dietro ogni sguardo
un infinito
un nome indefinito
un sogno predefinito
un universo, un’illusione, un infinito”.

Ultima strofa della poesia “Illusione” di Abdel Kader Konate.

Sabrina Santamaria
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POESIA CHE “… fa grondare il sangue”: “SCUCITA VOCE” di LINA LURASCHI by Izabella Teresa Kostka 

(by I.T. Kostka) 

La sofferenza stimola la crescita interiore condita, nel passare del tempo, col silenzio e ammutolito dolore. Lacera l’anima e, come ha detto l’autrice stessa durante la recente presentazione del libro “Scucita voce” (Gilgamesh Edizioni), fa nascere “… la poesia che graffia e fa grondare il sangue”. Lina Luraschi squarcia le coscienze con un bisturi affilato e pungente. I suoi versi ispirano l’immaginazione di ogni lettore rapito e, spesso, turbato dall’intensità espressiva ed emotiva dell’artista. Sicuramente non è la tipica e banale poesia “al femminile”. Attraversando il mondo poetico di Lina sprofondiamo nei meandri della sua complicata, gotica e raffinata sensibilità creativa, nella retrospettiva e inquieta riflessione femminile, nella ribellione e disperazione di una donna colpita da una terribile malattia e, infine, ci ritroviamo nella catartica dimensione dei suoi quasi “surreali” versi. Incomprensibile? No! Credo che, per comprendere pienamente ogni velato intento di Lina Luraschi, ciascuno di noi si debba semplicemente “liberare” da qualsiasi stereotipo e schema letterario, rendere la mente come “un libero e flessibile flusso di energia universale ” seguendo le burrascose maree della sua scrittura: senza pregiudizi né tabu né banali aspettative. La scrittura della Luraschi è come un immenso, astratto mosaico di cui tutti gli elementi vengono allestiti senza regole né precisi suggerimenti durante la lettura (da notare la mancanza di qualsiasi tipo di punteggiatura).  “Scucita voce” attrae e spaventa, incanta e turba, fa riflettere destando le più nascoste paure. Porre le infinite domande… Troveremo mai le risposte? Chissà, la vita è un pellegrinaggio verso l’eterno ignoto in cui svolazzerà soltanto la nostra lontana “scucita voce”.

Lina Luraschi recita alcune sue poesie durante la presentazione del libro “Scucita voce” presso il Circolo Letterario ACARYA a Como, 24.11.2017:

https://youtu.be/R4JRZsdbTyQ

Lina Luraschi a proposito della poesia: 

https://youtu.be/2nZQ2lvAhAc

Lina Luraschi con il Presidente dell’Acarya Antonio Bianchetti.

Alcune poesie tratte dal libro:

ROBERTO SAVIANO E LA SUA CRITICA DELL’INENARRABILE a cura di SABRINA SANTAMARIA

Roberto Saviano e la sua critica dell’inenarrabile.

“La mafia è una montagna di merda” esclamò il giovane Peppino Impastato negli anni ’70 anche lui stesso come sappiamo fu trucidato dai Boss mafiosi solo per aver avuto il coraggio di affermare la “verità”, la riproduzione cinematografia “I Cento passi” ha scosso moltissimo le nostre coscienze. Quando si parla di “fenomeni mafiosi”, “mafia”, “angherie”, “Camorra”, “Cosa Nostra” non possiamo dimenticarci dei Giudici Falcone e Borsellino. Maria Falcone, sorella del magistrato ammazzato nella strage di Capaci, ha scritto diversi libri per far vivere nell’immaginario collettivo l’immagine del fratello che ha avuto quel tragico destino. Nel 2012 ha scritto con una giornalista, Francesca Barra, uno dei tanti libri di tutto rispetto “Giovanni Falcone un eroe solo” in cui ci racconta la storia di vita del Magistrato dalla giovinezza fino alla tragica morte per dimostrare che ciò che non morirà mai di “Noi” sono le nostre idee, le nostre buone azioni, i nostri ideali. Le nuove generazioni vanno educate alla Legalità, alla civiltà, alla solidarietà, al rispetto di se stessi e degli altri ecco perché altri due grandi autori Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nel 2011 hanno pubblicato una raccolta di lettere di ragazzi di scuola secondaria di primo grado e secondo grado che si intitola “La mafia fa schifo” per sottolineare che i ragazzi non si rassegnano alle prepotenze, alle “angherie” di coloro i quali si sentono più forti, ma in realtà sono deboli. Quando lessi anni fa questo libro lettera dopo lettera mi resi conto di quanto i giovani siano stanchi di vivere in un mondo di omertà, di illegalità, di cattiveria allo stato puro. Ricordiamoci che i giovanissimi sono stati vittima dei fenomeni mafiosi, basti pensare alla vicenda atroce di Graziella Campagna vissuta in provincia di Messina a Saponara ammazzata nel 1985. Saviano, scrittore-giornalista e saggista italiano, ha narrato le vicende “affaristiche” e criminali della camorra nella sua opera “Gomorra” che è stata definita appunto “Un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra e dei luoghi dove questa è nata e vive: la Campania, Napoli, Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Casapesenna, Mondragone e Giuliano”. In “Vieni via con me” lo stesso Saviano critica e mette in luce le inadempienze italiane, le verità agghiaccianti su storie di vita, calamità naturali(come il terremoto in Abruzzo), le incongruenze delle congregazioni religiose cattoliche dei paesini italiani le quali a volte non hanno saputo “puntare i piedi” con i boss mafiosi dei luoghi circonvicini tanto da accettare che fossero fatti i funerali religiosi di mafiosi defunti, proprio questi avvenimenti contorti il Nostro denuncia a gran voce senza remore e senza riserve. Saviano, d’altronde, ha sempre scritto con cognizione di causa denunciando anche un sistema mediatico di “massa” ,appunto, che non fornisce agli italiani le conoscenze, le competenze per comprendere davvero i fenomeni mafiosi, lasciando al buon intendimento del lettore la complicità politica sottaciuta di queste agghiaccianti vicende di cui si è discusso seppur in modo abbozzato in questo articolo. La recente morte del boss Totò Riina è un esempio emblematico degli sproloqui del Nostro Saviano in quanto anche in questo caso vi è stato un forte impatto mediatico: giornali, telegiornali, trasmissioni televisive serali hanno ricordato Riina a mio parere in modo esasperato e inopportuno, hanno ripercorso la sua vita(costellata solo di delitti atroci e crudeli) tappa dopo tappa, sarebbe stato molto più umano e solidale ricordare le sue vittime perché Riina è un capitolo nero, una pagina scritta di rosso(per tutto il sangue che ha sparso) da “ricordare per non dimenticare” per delitti aberranti che ha commesso. Noi italiani dobbiamo concentrarci di più sulle persone che la mafia la combattono e non la assecondano, uno di questi è Roberto Saviano il quale con la sua penna non si stanca mai di rendere “narrabile” ciò che ai molti apparirebbe come “inenarrabile”.
“Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne.” Cit. dal romanzo d’inchiesta “Gomorra” di Roberto Saviano.

Sabrina Santamaria 
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“CUORE ZINGARO – AMORE A PRIMA VISTA” vol.I di FRANCESCA GHIRIBELLI a cura di SABRINA SANTAMARIA

“Cuore zingaro- Amore a prima vista” Vol.I di Francesca Ghiribelli

“È una sgualdrina dell’Est è una maledetta zingara”.
Il terzo romanzo di Francesca Ghiribelli mi ha profondamente scossa. Mi sono ricordata di un romanzo che lessi anni fa “Le nevi blu” in cui il protagonista della storia era un bambino che viveva nell’incubo della Russia Staliniana. Gli incubi di questo bambino erano “Stalin e i pidocchi”. Allo stesso tempo mi riportata alle reminiscenze infantili della principessa Anastasia, era rimasta orfana anche lei e nessuno voleva riconoscere le sue origini se non alla fine ricollegandoci alla riproduzione del cartone animato della vicenda. Questa terza pubblicazione è il segno tangibile del forte impegno che l’autrice manifesta sempre accorta, attenta conoscitrice delle vicende storiche del mondo sia della psicologia dell’essere umano, sia delle questioni sociali. Questo romanzo d’amore non è solo una storia amorosa, ma dietro la vicenda sentimentale, d’attrazione fisica vi sono ragioni sociali. La Ghiribelli manifesta in sé stralci della letteratura russa come Leòn Tolstoj mi riferisco soprattutto all’opera “Anna Karenina” ed anche allo studio attento psicologico dei personaggi di Dostoevskij. Questo piccolo libro è un ottimo spunto per riflettere sulla storia dell’Est tanto problematica e piena di colpi di scena. La protagonista del libro è Stana, la Ghiribelli la descrive come una “piccola principessa russa”, ma era un sogno della protagonista che la nostra scrittrice sottolinea: “Sin da bambina sognava di essere una principessa, ma le sue origini erano umili, e davvero non sapeva se la vita l’avrebbe mai accontentata”. Nell’opera ho rintracciato sequenze narrative sapientemente dettagliate dal punto di vista psicologico, i dialoghi fra i due protagonisti è breve a volte, ma intenso, la nostra descrive con cura gli sguardi, le espressioni del volto. È molto preponderante l’intenzione di analizzare freudianamente i personaggi. Stana è una ragazza che non si sente più degna di essere amata, rispettata da alcuno ecco perché rifiuta, rigetta sulle prime le buone intenzioni di Ottavio, l’altro nostro protagonista il quale nonostante provenga da una famiglia nobile e ricca e avesse origini militari mostra il lato più buono di se stesso senza giudicarla. La nostra protagonista non aveva scelto da se stessa la sua vita, il suo avvenire, ma era stata vittima del contesto in cui era vissuta, sua madre era russa, ma il padre era dell’est, questa unione di origini diverse l’avevano resa agli occhi degli altri una “zingara”. Da qui il titolo dell’opera “Cuore zingaro”, questo epiteto “zingaro” ci fa pensare un imbarbarimento delle culture dell’Est, ma non è solo questo l’unico spunto di riflessione del romanzo apparentemente solo sentimentale, la Russia in passato deteneva il potere sulle nazioni circonvicine facendole sue, tanto che prima del 1989 veniva chiamata Urss(Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) assoggettando la Polonia, la Romania, la Jugoslavia, tutti paesi che per culture, lingue, abitudini erano tutti diversi fra loro. Essere russi significava essere “nobili”, mentre appartenere essere rumeni, polacchi, jugoslavi, bielorussi era, forse ancora oggi è sinonimo di “zingaro”, essere di basso ceto, di scarsa considerazione sociale, anche in Italia, in genere vi è il pregiudizio che le donne dell’Est siano persone di malafede, gente poco seria di cui non potersi fidare. Fra l’altro la Ghiribelli sottolinea nelle sue pagine che la Russia è un paese molto vasto ed eterogeneo: “Era nata in un misero villaggio alle porte della popolosa Mosca, ma non aveva mai conosciuto la magia di quella città, che tutti affermava essere meravigliosa.[…]Lei amava essere russa, ma ciò che ripugnava era la goliardia di quella società impavida e usurpatrice di libertà”. I russi si consideravano di “razza” pura, infatti tutti gli uomini dell’est non erano considerati degni di vivere. Ottavio è il personaggio-protagonista che compie un’evoluzione dentro di sé, il suo cuore è duro all’inizio della storia, sente dentro il suo cuore un forte sentimento di rabbia, odio, quasi non volesse amare più. Le parole “cattive” “senza scrupoli” del carceriere penetrarono il suo essere come una spada si sentì trafitto, distrutto da quelle frasi di odio: “Se vuoi ti dico dove sono diretti: all’inferno!”. “Sapete le origini della donna di quel gruppo?”(Stana si trovava tra i prigionieri), “Luride, origini luride, di sicuro”. Ottavio si risentì profondamente ascoltando questi pregiudizi sintomi seri di un progetto di “pulizie etnica” aberrante: “Ottavio era inorridito da quel modo di fare così dannatamente esplicito, crudele, onnipotente e pregò in cuor suo di riuscire a liberare quell’angelo di ragazza”. In questo preciso momento quest’uomo rivendica il suo desiderio di appartenenza come genere umano, mi ha ricordata Einstein quando gli fu chiesto a quale “razza” appartenesse ed il grande scienziato rispose: “razza umana”. “Cuore zingaro” è un romanzo sentimentale che rispecchia l’amore a prima vista, la chimica degli sguardi, l’amore a prima vista, tema tipicamente femminile, ma la nostra autrice ha saputo intrecciare tematiche diverse in un libro piccolo a livello di brossura, ma di grande impatto per il lettore, ella ha saputo unire introspezione psicologica, motivi etico-sociali e politici, infine anche i sentimenti. Dopo “Un’altalena di emozioni”, “Twins’Obsession”, “Cuore zingaro” è la terza pubblicazione in prosa di tutto rispetto. Quest’autrice ha dimostrato di saper emozionare il lettore con la poesia nel caso del primo libro e con la prosa con le altre due pubblicazioni, la sua caratteristica principale è la sensibilità.

Sabrina Santamaria

“QUANDO LE PAROLE DIVENTANO EMOZIONI” di ANTONIO SCARITO a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Quando le parole diventano emozioni” di Antonio Scarito.

Quest’opera è un diario in versi, lo spiega anche il sottotitolo (Diario di un uomo innamorato della vita), ad ogni componimento poetico corrisponde una data. Le poesie raccolte in questo piccolo capolavoro narrano la quotidianità del suo autore; senza un ordine logico e cronologico, le poesie esprimono pienamente gli stati d’animo del poeta, uomo settantenne che talvolta scrive con l’animo di un ragazzino innamorato, talvolta si abbandona a licenze poetiche caratterizzate da uno scarto linguistico-semantico molto elitario. Scarito spesso si strugge descrivendo la tranquillità e la malinconia che evocano cieli notturni pieni di stelle, oppure descrive l’irrequietezza del mare associandolo al suo stato d’animo, spesso carico di riflessioni e pensieri sia ripiegati su se stesso, sia sulle sorti che toccheranno alla nostra società descrivendole in modo sempre chiaro, netto e preciso, infine non mancano spunti di critica, a mio giudizio davvero interessanti. 
Le poesie di Scarito spesso sono caratterizzate dall’incontro di due innamorati che si sfiorano, si abbracciano, che “godono” d’amore, ma mai l’autore sfocia in temi erotici o osceni; egli dalla fantasia giunge alla realtà dei rapporti umani per poi chiudere il cerchio con la sua espressività dal contenuto simbolico e molto raffinato. Questa raccolta di poesie è intergenerazionale, perché tratta temi di vasta portata e adatti a tutte le generazioni. 

 In una poesia risalente al 20 Maggio Scarito descrive la donna e trovo molto opportuno trasporre questo verso: 

“Donna, tu come uccello in volo, voglia di stare al centro, circondata d’attenzioni per far di te una regina”. 
Il poeta con questa frase si esprime con stile leopardiano, direi quasi dannunziano, e ricorda qualche Laude risalente al Decadentismo, ma nonostante ciò, dimostra la sua originalità scadendo dagli schemi consueti della poesia, sottolineando: “Donna, tu amante vera, sei capace di dare vita e sesso all’uomo, gli dai anche il tuo corpo come fosse ultimo essere”. Con questi toni di espressione il poeta sottolinea che la donna è anche carne, corpo, non solo spirito e chiude il cerchio sconvolgendo le aspettative del lettore, adulando la donna, continuando: “Sol se senti che ricambia tutto, lo fai senza interessi”, marcando che l’essere femminile non è un oggetto, ma un gioiello da amare, rispettare e accudire con amore.

Sabrina Santamaria 

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“YUMA: IL BAMBINO CHE VOLEVA LAVORARE” DI ENRICO VECCHI a cura di SABRINA SANTAMARIA 

Recensione “Juma: il bambino che voleva lavorare”, di Enrico Vecchi

Juma è un ragazzino ridotto in miseria; un giorno, scoraggiato dalla situazione economica della sua famiglia, decide di fuggire. Si reca in città, dove si imbatte tra sfruttatori, uomini senza scrupoli e incontra un suo vecchio amico, Nelson, e il suo cane Lisca. Tramite diverse conoscenze ha modo di essere ospitato da una famiglia che lo tratta come un figlio dandogli allo stesso tempo la possibilità di lavorare, però la legge impediva lo sfruttamento minorile, allora viene affidato ad un orfanotrofio, l’istituto Yomo Kaniatta, anche se si scoprirà che in realtà i proprietari di questo istituto sono dei malfattori che adescano i bambini per farli diventare soldati. Grazie all’amico Nelson riesce a fuggire; la narrazione viene interrotta e la fine del romanzo viene lasciata all’immaginazione del lettore. Vecchi, con quest’opera, vuole mostrare al lettore l’inconsistenza e la miseria in cui vivono i ragazzini africani, vuole trasmettere la precarietà dell’esistenza di queste vite che a molti occidentali appaiono molto lontane; l’autore vuole dare uno schiaffo morale ai colletti bianchi, a coloro i quali, senza scrupoli portano avanti lo sfruttamento minorile, la prostituzione infantile, il traffico di droga; il romanzo sfiora tutte queste tematiche, facendo riflettere chi legge e, allo stesso tempo, è un invito a farci apprezzare ciò che abbiamo, i nostri affetti e le nostre famiglie,dal momento che Juma vive solo, lontano dai suoi cari, è un invito a non lamentarsi in vano perché anche se non possediamo tutto ciò che desideriamo, almeno ci viene concessa la possibilità di avere ciò di cui abbiamo bisogno.

Citazioni di alcune parti del testo:

“La fame non arriva da un giorno all’altro. Si avvicina piano piano, in punta di piedi, senza fare rumore, come un ladro. Tu ti ci abitui senza nemmeno accorgertene. Riduci le porzioni di pranzo, cena dopo cena, fino a che un bel giorno ti ritrovi con il piatto”.

“L’acqua era torbida e sapeva di terra, ma la sete era talmente tanta che preferivo seguire l’esempio di Lisca di Pesce”( Lisca è il cane amico del protagonista).

“Verso mezzogiorno, dopo tre ore di sacchi sulla testa, ebbi un cedimento. Non mangiavo da tre giorni. O mettevo qualcosa sotto i denti ora, o non avrei rivisto il sole l’indomani”.

“Venti chili a carico, avanti e indietro, tutto il giorno, per dodici ore di seguito, senza sosta, senza feste, col sole, col vento, con la pioggia e con una misera patata rugosa”.

“Come letti usavamo dei cartoni”.

“Non vedevo l’ora che spuntasse il sole e si portasse via tutti quei fantasmi. Ma di giorno non andava molto meglio: la testa mi girava, facevo fatica a respirare e avevo conati di vomito”.

“Forse si può fregare fregare qualcuno, qualche volta. Ma non si può fregare tutti quanti, tutte le volte. E ora che hai visto la luce, sorgi e lotta per i tuoi diritti. Alzati! Coraggio! E non abbandonare la lotta.” 

“Non si può pretendere che i cittadini si comportino in modo onesto in un Paese dove i governanti rubano come topi”. 

“Andavamo in giro vestiti di stracci, barcollando come ubriachi, aggrappati ognuno ad una bottiglietta di plastica che gli penzolava dalle labbra”

“Solo in quella strada ci saranno stati una ventina di bambini e chi non sniffava da una bottiglietta, lo faceva da un sacchetto di plastica”.

“Era chiaro che quella vita ci avrebbe trascinati dritti dritti alla tomba. Se non era la colla oggi, sarebbe stata la fame domani…o il freddo o l’AIDS o la tubercolosi o la malaria o il colera o il tifo”.

“Un drogato è come uno struzzo che cerca di nascondersi”.

“Tutto era grigio, opaco, uguale.”

“Cielo, sole, nuvole, stelle erano solo un ricordo: la memoria di una vita passata che non sarebbe mai più tornata, perché il futuro non esisteva più e ormai non aspettavo che la morte”. 

Questa storia per me è stato un profondo insegnamento perché mi ha fatto comprendere che non tutti i bambini del mondo hanno le stesse opportunità degli occidentali di studiare, crearsi una professione, vivere in un ambiente sereno e tranquillo. Ancora oggi non tutti i bambini hanno salvaguardato il loro diritto alla salute, alla vita, affinché possano vivere in modo dignitoso. Amnesty International e l’ONU si battono per queste cause, ma ancora sono solo all’inizio della loro impresa e i TG ne sono una prova schiacciante: bambini che muoiono di fame e soffrono di malattie virali perché bevono l’acqua piovana. Il ruolo di un educatore dovrebbe essere quello di far capire alle nuove generazioni che non tutti sono fortunati come loro e allo stesso tempo un insegnante, prima di svolgere la sua lezione, dovrebbe insegnare i principi e i valori che concernono la legalità e l’umanità, e impartire l’importanza sacrosanta dei diritti dell’uomo, che non sono scontati come a volte potremmo pensare date le circostanze, poichè il mondo in cui viviamo a volte è disumano e senza principi morali.

Sabrina Santamaria 
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“IL TESTAMOUR O DEI RIMEDI ALLA MALINCONIA” di MARC SORIANO. Recensione a cura di SABRINA SANTAMARIA 

Recensione “Il testamour o dei rimedi alla malinconia” di Marc Soriano.

Quest’opera racconta un grosso dramma; l’autore, Marc Soriano, soffre di una malattia incurabile, la miastenia; con gli anni non riesce a deglutire il cibo, infatti si alimenterà grazie al sondino naso-gastrico. Tutti i medici all’inizio della sua sventura gli diagnosticavano una semplice depressione, ma in effetti vomita il cibo e grazie all’ausilio di determinati controlli riesce a comprendere che è affetto da un tumore incurabile.

La narrazione dell’opera non è continua, ma spezzettata, fatta da componimenti lirici scritti non solo da Soriano, ma anche dalle figlie Véronique e Isabelle le quali esprimono tutto il dolore di vedere un padre che diventa un vegetale. Di origine francese, il grande Soriano, é un brillante insegnante, i suoi alunni lo ricordano come un uomo dalle ampie prospettive, comprensivo, capace di esprimere il vero senso dell’insegnamento, cioè trasmettere ai ragazzi lezioni di vita attraverso l’esemplarità, come afferma la pedagogista Nosari. 

L’esperienza di Soriano insegna al lettore che bisogna amare la vita anche quando la morte ci attraversa. Quest’opera ha vinto la morte perché il suo autore è rimasto vivo nel cuore di tutti. 

Ecco alcune parti del testo che a mio giudizio meritano di essere attenzionate:

“Trascinato via da un cavallo pazzo attraverso foreste e colline.

Respiro ansimando al ritmo di zoccoli incerti e potenti.

Gli alberi si diradano, vomiti di vulcani, zolfatare, discese improvvise a rotto di collo, poi la caduta ed un calore intenso.

Allora affiorano alcune parole  che mi sono state dette e ripetute.

Tieni duro, non mollare, ti pensiamo sempre, siamo con te, fatti coraggio. E il mio respiro diventa più regolare, il mio cuore ritrova piano piano il suo ritmo quasi normale. Ancora una volta loro mi hanno salvato, il cavallo marcia al piccolo trotto,al passo.

Quante volte ancora riusciremo a controllarlo?”;

“Non sopporto più il rumore del mio cuore, non va più bene, si arresta di colpo, sembra una mantice di fucina, mi sveglia: sono io, mi dice, l’avresti mai creduto che ero tuono ed orchestra? 

Ascolto é vero non é più un cuore, ma chiasso e furore, una campana a martello. 

Gli chiedo cosa vuole, lui raddoppia i colpi senza rispondere. Allora sento l’abbaiare dei cani il suono del corno il galoppo dei cavalli é la preda in pasto ai cani la condanna a morte. Di chi? Per chi? Ma non mi risponde e raddoppia il suo baccano. Non sopporto più il rumore del mio cuore.” 

Ho trovato molto commovente questo scritto di Isabelle che si intitola “Libertà”:

“Libertà provvisoria 
improvvisata

Libertà 

io ti addomestico

con le mie mani

serrate su di te

sono la tua più dolce prigione improvvisata e imprevedibile

Se un giorno mi rinserro nel tepore

delle tue notti

se somiglio 

a una parure

preziosa perché

piccola

e fragile, ricordati 

se ritorno 

non ci sarà nulla da dire

che non somigli a questa sofferenza

neppure scambiare il mio posto con il suo

oh come vorrei con i denti e con le unghie

strappando al suo corpo

Uomo e donna a un tempo

non mi ha affatto concepita normale 

è vero, all’inizio,

né uomo né donna,

umana, semplicemente,

e così tenera

sentirti

le parole furono per me il latte paterno 

E così cos’altro

se oggi, in questo stesso istante,

ti raccontassi questa storia

forse appena abbozzata 

al momento 

del mio ultimo minuto 

Libertà 

ma la storia non é finita 

perché il “tuo nome”

perché no?

mi ricordo

nascosta a metri  sottoterra

in quest’altra vita

che non risale se non a pochi giorni

Avevo, ingannata forse,

avevo in me, scintillante come neve sotto la luna,

come le tue pupille a volte,alla luce,

questo sentimento di 

Libertà 

la tua fronte é liscia

non una ruga

e tuttavia hai l’età 

del tempo che resta

é certamente per questo 

vedi

anche per questo 

che passo tanto spesso

la mia mano nei tuoi capelli 

Omaggio 

Oh disperazione.”

Véronique, a sua volta, si é impegnata a scrivere questa fantastica poesia:

“Cos’è morire?”

Morire, 

cos’è

quest’acino d’uva che cresce

che cresce 

e che si raggrinza fino a diventare

vinacciolo?

Marcire, morire,

é quando ti lascio

il mio corpo si tende,

ho male, ho freddo

tu mi uccidi a distanza

la tua tenerezza en rasoir

morire per tutte le parole,

morire senza le tue carezze,

e i tuoi occhi a specchio.

Morire disperata

Questa camera d’albergo,

Un letto, un copriletto

Un tavolo, e io

in un angolo

che traccio  febbrilmente

Il nostro antro sigillato

Queste gocce di pioggia

che stillano a una a una

tristezza alla mia finestra

rivivo tutte le nostre confidenze

la tua vita,soprattutto la tua vita

io non esisto più 

ti ascoltavo

memoria automatica

fra l’incudine 

e il martello

fra l’ombra

e il doppio 

soffrire 

la prigione

l’umiliazione

l’odio ingiustificato

il sorriso innocente

beffardo

soffrire per te

il soffrire al tuo posto

filantropia esacerbata

semplicemente

forse 

la paura di vivere.
Isabelle: “Se te ne vai”

in questo incubo no decido più su nulla

sono loro

con lui

l’unico, l’ insostituibile.

Se te ne vai

ancora una volta non avrò deciso su nulla 

non scelto di vivere

non scelto di vederti morire

Se te ne vai

mi sgualcisci, ti riprendi, mi laceri

mi getti

mi scavi mi àncori

mi metti in delirio 

mi dispensi

mi muri

mi chiudi e perdi la chiave 

mi rinserri 

mi org-asma-tichi,

le grandi, quelle di San Marco

Sono loro

tue

le tue parole.

Sabrina Santamaria 
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GIUSEPPE IMBESI “DALLA TERRA ITALIANA ALLA TERRA POLACCA” a cura di SABRINA SANTAMARIA 

Recensione: “Dalla terra italiana alla terra polacca” di Giuseppe Imbesi, stile da melting pot culturale.  

Romanzo di stampo siciliano, lettura leggera e piacevole, la caratterizzazione degli spazi mi ha fatta tornare indietro nel tempo, al Verismo verghiano del primo novecento quando anni fa lessi per la prima volta  “I Malavoglia”, soprattutto la casa del protagonista Ferdinando mi ricorda la casa del nespolo di Padron ‘Ntoni, proprio nella stagnazione siciliana il romanzo è ambientato, la Sicilia ancora terra di illegalità e di rigidità mentale. L’opera comincia con la descrizione del protagonista che si trova in casa a letto vittima di un infortunio avuto a lavoro da qualche mese, improvvisamente il giovane riceve una chiamata inaspettata, una  donna lo chiama e gli chiede se può andare a prenderla all’aeroporto di Catania, attraverso un sapiente Flashback Imbesi svela al lettore chi è la seconda protagonista del romanzo, Kasia, donna polacca che Ferdinando conobbe due anni prima durante una gita in Polonia, la quarantenne gestiva l’albergo dove il ragazzo pernottava, infatti fra i due vi è pure un gap generazionale, una differenza di età notevole fra uomo e donna tipico ormai di alcune coppie della società contemporanea. I nostri protagonisti non avevano più avuto modo di vedersi e sentirsi per diversi anni, in quanto Kasia era totalmente scomparsa, ma Ferdinando non l’aveva mai dimenticata, il nostro personaggio dopo quella brusca chiamata interrotta si chiedeva cosa mai volesse Kasia da lui dopo che era scomparsa senza una ragione. Quando i due si rividero la donna svelò quasi subito ciò che si nascondeva dietro i suoi occhi dolci come delle “mandorle”, ella era preoccupata tantissimo perché sua cugina Casimira non aveva dato più notizie di sé da qualche mese, proprio per questa ragione chiede aiuto a Ferdinando per scoprire la verità dietro quella storia che agli occhi dei nostri protagonisti sapeva di “losco”; Perché Casimira aveva mandato una semplice lettera a Kasia scrivendole che sarebbe mancata senza dare maggiori spiegazioni visto che le due cugine erano molto affiatate? È un mistero che il nostro protagonista svelerà  giungendo alla verità giorno dopo giorno prima di Piero, un suo amico poliziotto che il giovane conosce da sempre, ecco il motivo perché questo libro non si può catalogare entro un genere preciso, ha i connotati del genere giallo in quanto dietro questa storia vi è un alone di mistero, ha le caratteristiche di un’opera di stampo giornalistico, in quanto non mancano sprazzi di denuncia sociale da parte dell’autore, soprattutto verso le politiche ambientali perché vi sono tante descrizioni del territorio che è stato distrutto dall’inquinamento: “Ferdinando se ne sta affacciato alla finestra di casa sua al primo piano, in cerca di qualche corrente d’aria che possa spezzare quella morsa d’afa. Gli piace stare a guardare il panorama attorno alle sue quattro mura. Il vecchio borgo dove abita è veramente suggestivo, malgrado in lontananza ci siano le maledette ciminiere industriali con i loro fumi tossici.”  Fra l’altro lo stile attira il lettore per i molteplici vocaboli dialettali disseminati nel testo che non fanno che rendere la lettura più piacevole, scorrevole e leggera: “Stava rianimannu” (rianimando), “cocciu alivu mpassulutu” (oliva nera) come era soprannominato Piero per la sua statura e il suo colorito scuro, “sceccu” (asino). Non mancano tipiche usanze del Sud Italia, nella fattispecie siciliane come la granita al caffè con panna per colazione, anche le scene di abitudini quotidiane tipiche del Sud: “Angelina (madre di Ferdinando) preparava una buona grigliata di mulinciani (melanzane), pumadoru (pomodori), pipi duci e iaddenti (peperoni dolci e piccanti), si sedette ad aspettare la buona cena. Quando tutto fu pronto, prese un cozzo (tozzo) di pane e vi mise quel miscuglio di ortaggi grigliati.” L’autore non si limita ad inserire termini siciliani, ma per rendere più interessante la narrazione inserisce sequenze descrittive, in cui vi sono termini e gerghi polacchi come: “zamknij dziòb”(chiudi il becco), “Cicho  bądź”(Fai silenzio), “kiełbasy”(salsicce polacche), “polędwica”(lonza di maiale affumicata), “chrzan”(salsa di rafano).  Giuseppe Imbesi per tutto il resto del romanzo riesce a compiere un parallelismo fra la cultura italiana e la cultura polacca, nazioni per certi versi simili come storia e come cultura gastronomica, d’altronde in tutto il romanzo non mancano i riferimenti alla nostra epoca in cui i prodotti non sono più “nostrani”, ma di massa, indice della globalizzazione ormai affermatasi e del sentimento di *glocalismo  che l’autore sente dentro di sé. 

*La glocalizzazione: un processo individuato da qualche anno dagli intellettuali, in cui nel mondo contemporaneo ormai globalizzato emergono con forza i particolarismi locali.

Sabrina Santamaria 

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PASQUALE ERMIO “SIGILLO” a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Sigillo” di Pasquale Ermio

Pasquale Ermio non si dichiara un poeta e nemmeno uno scrittore, ma sono stati i critici a considerarlo tale. Egli, infatti, si definisce un veterinario che ha molto da imparare e scoprire. Ad oggi ha scritto tre raccolte di poesie: “Venti in versi”,  “Eracle e Iolao” e quella di cui vi parlerò in questo articolo, che si intitola “Sigillo” in cui nelle prime pagine leggiamo un piccolo pensiero dell’autore che afferma: “Spesso mi ritrovo a sognare cose impossibili per realizzare sogni possibili”. A volte noi pensiamo che i sogni siano evanescenti e che non si realizzino, invece, con la nostra buona volontà possiamo forgiare e trasformare le cose impossibili e farle diventare reali e tangibili. Questa raccolta è carica di inni alla natura, la quale viene esaltata evidenziando la sua indole ignota e sconosciuta. Ciò mi ricorda un po’ il superomismo dannunziano e il simbolismo baudelairiano in cui la natura viene narrata come un tempio del quale non si possono conoscere i segreti svelati solo dal poeta che con la sua sensibilità straordinaria decodifica i simboli della natura. Tra le liriche di Ermio mi ha particolarmente colpita l’ode “Senza ritorno”: 

Nave in deriva, fermi gli incatenati remi. Superstiti d’arsura, balia di onde estranee, stranieri sandali giacenze umane. Embargo d’acqua, imbarco di emazie, trasbordo di salme. Croce depenna le sponde, rotte su carta, partenze in affanno, spesso senza rientro alcuno.

Questa lirica è stata scritta per tutti i migranti che partono senza un avvenire e muoiono in mare, mi ricorda molto l’unanimismo ungarettiano in cui tutti gli esseri umani vengono riconosciuti come fratelli. È chiara la conoscenza di Pasquale Ermio della letteratura italiana tanto da prendere spunto dai maggiori scrittori che hanno fatto la storia italiana. Possiamo citare Carducci che nella sua ode “Funerea eclissi” parla della morte in modo paradossale dandole quasi vita e riconoscendole potenzialità di agire. “Infida sopraggiungi folgore e litania”, mi fa pensare il Carducci che descrive la morte che ha colto il piccolo Dante in tenera età. Credo che l’autore abbia manifestato una straordinaria sensibilità descrivendo paesaggi aridi e torbidi secondo il proprio stato d’animo, talora rigogliosi e verdeggianti , come nell’ode “Migrazione”: 

Il cielo è indicato da nuvole imponenti, bordate di luce. I colori pastello s’incendiano nel globo infuocato, nell’esodo di una coppia, anatre che, a stretto contatto, si defilano ansiose nell’ultimo bagliore del giorno. L’anima volteggia voluttuosa nell’ordita sagoma dei corpi.

Chi legge sa che ai poeti non è rimasto niente da dire, ma la poesia, con la sua dolce musicalità, può ancora scuotere le coscienze in questo secolo di vuoto esistenziale. Anche altri recensori  hanno descritto la poetica di Ermio, per esempio alcuni poeti nel sito “Poesiabar” hanno scritto queste espressioni  sull’opera: 

“La poesia salverà il mondo? In un certo senso sì, perché riesce a interpretarlo e a farlo vivere, in un dialogo fertile con l’universale e con il divino, grazie al suo potere simbolico ed espressivo, grazie alla sua musica, al suo ritmo, in grado di creare connessioni necessarie tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Questo è “Sigillo” (Kimerik Editrice) di Pasquale Ermio, a conclusione di una trilogia poetica che giunge a un ideale di poesia come atto di parola capace non solo di indagare il reale, ma di rovesciare il male in bene, di incidere sul mondo. Un occhio esperto, attento al dettaglio e all’armonia della natura e degli animali, quello del poeta: ma nel sentire di uomo, nelle rime, nelle assonanze, nell’ispirazione ad altre forme d’arte come la pittura, tali dettagli – nel loro essere talvolta, quasi scientifici -, rivelano una trama profonda, quella dell’interconnessione armoniosa tra gli elementi del creato, dove ognuno ha un suo posto necessario e dove la poesia è vita, respiro, alito”. 

Condivido pienamente questa sinossi. Mi sembra utile e interessante inserire qualche stralcio di intervista che è stata fatta all’autore per capire meglio il significato del titolo e dell’opera.

“Qual è stata la scintilla che l’ha condotta a scrivere questo libro?”

Sigillo è la mia terza pubblicazione. Completa un percorso umano e poetico, una fase importante della mia esistenza, quella vissuta fino ad oggi. Giunge in un periodo di maturità, forse anche per questo si differenzia dalle precedenti, ma rappresenta, di pari grado, un tassello essenziale di riflessioni, di pensieri e di domande sul senso che può avere la vita. La scintilla è stata la stessa di sempre, un compendio di ispirazione, di creatività, di passione e di quel desiderio espressivo necessario al modo di relazionarmi con gli altri. La poesia aiuta molto a farmi sentire pienamente partecipe dell’universo.

“Ci vuole dire perché questo titolo?”

Nel rispondere a questa domanda mi sovviene la scena di un film comico dei famosi Stanlio e Onlio. Stanlio, dovendo spedire una lettera a una gentildonna, scriveva sulla busta la sigla SCUB (Sigillata con un bacio). Così, il mio libro ha come Sigillo “Il bacio del colibrì“, il dipinto in copertina realizzato dall’artista Angela Viola. Il termine “Sigillo” comprende vari significati, molti dei quali, anche se soffusi o sottaciuti, sono presenti nel libro. Spero che ciascun lettore li sveli e dia una sua interpretazione al titolo, dopo essersi immerso pienamente nel contenuto. La scelta è legata a “sigillo di mani”, uno dei versi della poesia “Amarsi”, quindi abbastanza datata nel tempo; la poesia “Sigillo” è arrivata successivamente. Ultimamente questo libro è arrivato primo al premio  “L’Anfora di Calliope”.

Sabrina Santamaria

Fonti del web://viruspoesia.beepworld.it/interviste.htm ,  Poesia.bar.wordpress

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NICHOLAS SPARKS “LE PAROLE CHE NON TI HO DETTO” a cura di SABRINA SANTAMARIA 

Le parole che non ti ho detto” di Nicholas Sparks

Avvincente storia d’amore che ancora fa battere il cuore di chi la conosce e la scopre.  È un romanzo dai toni aspri e tristi, per certi versi, per altri è una vicenda che ancora emoziona, suscita commozione e sentimento di nostalgia nel lettore. I sentimentalisti, infatti, definiscono Sparks “Poeta dell’amore” perché nei giorni nostri chi meglio di lui ha saputo esprimere i sentimenti? Il romanzo comincia con una lettera scoperta da Theresa in una bottiglia, l’autore della lettera è Garrett, scrive alla donna amata, Catherine, tristemente scomparsa e mai dimenticata da quest’uomo. Theresa quando la lesse sentì una profonda puntura al cuore, qualcosa di molto profondo e vero che suscitava in lei molta tristezza, ma allo stesso tempo quella lettura la indusse ad avere la curiosità di conoscere Garrett. La nostra protagonista aveva avuto un trascorso negativo sul piano dei sentimenti, perché era divorziata ed era rimasta sola con un figlio, Bryan. Per anni aveva deciso di allontanarsi da qualsiasi uomo  per evitare di soffrire, ma quella lettera era rimasta scolpita nella sua mente tanto da non poter dimenticare quelle parole così sentite tanto che lei percepiva la sofferenza di quell’uomo come se fosse sua: “Mi manchi, amore, come sempre, ma oggi è più dura del solito, perché il mare ha cantato per me, e la canzone era quella della nostra vita insieme. Mi sembra di averti accanto, mentre scrivo questa lettera e sento il profumo dei fiori di campo che mi hanno sempre ricordato te. Ma ora queste cose mi lasciano indifferente. Le tue visite si sono diradate, e a volte ho la sensazione che la parte più importante di me stia scivolando lentamente via. Eppure mi sforzo. Di notte, quando sono solo, ti chiamo, e tutte le volte che il mio dolore giunge al culmine, riesci ancora a trovare il modo per tornare da me.”  Quando Theresa lesse queste frasi cercò di immaginare il suo autore, si sforzava di immaginare il suo volto, la sua età. Un giorno tramite i dati della lettera riuscì a risalire alla città di Garrett. Grazie al supporto di Deanne, un’amica sua,  riesce a trovare il nostro protagonista, tra i due nacque subito un’intesa, sempre di più cresceva un affetto profondo , un legame indissolubile. Entrambi si liberarono dai fantasmi delle loro paure, la figura di Catherine diventava sempre più fievole, più labile, svaniva, mentre Theresa  provava sempre più amore nei suoi riguardi, ebbe la gioia di vivere una vera storia d’amore. Theresa non disse subito a Garrett di essere a conoscenza delle lettere, solo alla fine rivela questo segreto, che il lettore conosce da sempre, ma rimane quasi per tutto il resto della vicenda celato al personaggio, da questo si evince il titolo di questo capolavoro, inoltre egli  non comunica fino in fondo i suoi propositi(vivere con Theresa), solamente nell’ultimo capitolo si palesano, ma ci sarà un impedimento più forte di loro che non li farà stare insieme. Si potrebbe facilmente creare un parallelismo tra la figura del protagonista e quella del suo autore, leggendo il romanzo si ha l’impressione che Sparks abbia voluto raccontare di sé, narrare dei suoi sentimenti e immetterli nelle parole di Garrett, è come se la voce narrante e l’autore si unissero insieme per decantare le stesse emozioni alla donna amata, anche fra le due donne vi è un consonanza, l’una completa l’altra, la storia comincia quando già Catherine non c’è più e la sua triste vicenda viene scoperta passo passo durante la scoperta del libro, mentre Theresa si racconta da se stessa, sono i suoi gesti, i suoi pensieri a parlare di lei, ella è materia vivente, si muove ed è proprio la pedina grazie alla quale nasce tutta la vicenda, da un suo atto di coraggio partirà una grande storia emozionante che ha fatto appassionare intere generazioni. A  Sparks  non piace narrare un lieto fine, per quanto nella sua prosa vi sia della poesia fa sempre i conti con la realtà, i suoi romanzi non hanno mai finali da fiaba o da favola, ma riproducono in modo nudo e crudo le tristezze della vita quotidiana, i suoi personaggi dipendono dalla sua penna come noi siamo sottoposti alla vita, essi di questo Bestseller sono vittime della sorte del destino, tutto si chiude come un cerchio, Theresa all’inizio dell’opera è sola e rimane tale. Lo consiglio come lettura perché è coinvolgente, può essere letto solo di un fiato e fa aprire gli animi più anti-romantici ai sentimenti.

Sabrina Santamaria

Tutti i diritti riservati all’autrice 

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