ANGOSCIA, DECLINO, RIPIEGAMENTO e SOFFI DI SPERANZA NEL “DITTICO POETICO” LEOPARDI – MARCUCCIO (di Lucia Bonanni)

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ANGOSCIA, DECLINO, RIPIEGAMENTO e SOFFI DI SPERANZA NEL “DITTICO POETICO” LEOPARDI – MARCUCCIO (di Lucia Bonanni)

“A se stesso” (Giacomo Leopardi)
“A Giacomo Leopardi” (Emanuele Marcuccio)

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Nato il 29 giugno del 1798 a Recanati, un piccolo borgo dell’entroterra marchigiano, Giacomo Leopardi è il primo di cinque figli. Suo padre, il conte Monaldo, lo asseconda negli studi, ma dopo aver sperperato gran parte del patrimonio di famiglia, è la madre ad occuparsi dell’amministrazione domestica. A soli dieci anni Giacomo inizia a comporre i primi testi poetici e le prime prose, traduce le Odi di Orazio e la precocità del suo ingegno conferma il cimento e l’armonia nel cimentarsi nei vari campi del sapere. Quelli che trascorre il giovane Leopardi sono anni di studio matto e disperatissimo, che sotto alcuni aspetti compromettono sia la salute sia l’aspetto fisico del poeta che, secondo alcuni critici, non rimasero come rapporto tra vita strozzata e pessimismo, ma divennero strumento conoscitivo del condizionamento che la natura può esercitare sull’uomo. Da autodidatta il Nostro studia il greco, l’ebraico, le lingue moderne ed inizia a scrivere un diario, lo Zibaldone di pensieri in cui raccoglie riflessioni, appunti e speculazioni filosofiche e più tardi dà avvio alle Operette morali, stampate a Milano nel 1827.
Il mese di novembre del 1822 segna la data della prima partenza da Recanati verso Roma, Milano, Bologna, e Firenze dove il poeta interviene nel dibattito culturale che gli offre anche la possibilità di prendere le distanze da un certo tipo di intellettuali che riservano pareri incompatibili con le sue idee e le sue convinzioni. A Firenze stipula contratti con l’editore Stella, come accade tempo dopo con l’editore Starita di Napoli dove scrive “La ginestra”, che gli garantiscono una rendita mensile ed una certa autonomia dalle sovvenzioni paterne.
Il 1828 è l’anno dei grandi idilli, a Pisa compone “Risorgimento” e “A Silvia”, ma nel mese di novembre è costretto a far ritorno a Recanati a causa della morte del fratello Luigi e di altre incombenze familiari. Nel ritrovare i luoghi e gli oggetti dell’età giovanile, nell’animo del poeta si genera un moto di emozioni e ricordi che lo portano a vedere con sguardo diverso quella che egli aveva sempre considerato la prigionia giovanile. Da tale esperienza derivano i Canti maggiori quali “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, mentre la lirica “A se stesso” è ispirata dall’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, incontrata nel capoluogo toscano.
Leopardi muore a Napoli nel 1836 e finì di XXXIX anni la vita/ per continue malattie miserrima, come lo ricorda l’iscrizione sulla lapide, dettata da Pietro Giordani che nell’epitaffio ne esalta anche la grandezza di filologo ammirato fuori d’Italia/ [e] scrittore di filosofia e di poesie altissimo. Un poeta immenso e sublime, come immenso può essere “L’Infinito” in cui la parola idillio assume significato di visione più che di veduta, infatti il paesaggio, il colle è visto nella sua essenzialità, uno spazio solitario dove il poeta siede in stato contemplativo, e la siepe che limita la visuale, dà luogo all’immaginazione. Spazi, silenzi, quiete con la vastità senza confini che si fingono nel pensiero del poeta in opposizione con ciò che è indefinito e finito come poesia del vero e dell’eternità, determinata dall’infinito temporale ([…] mi sovvien l’eterno) con l’anima che cerca un senso di meraviglia in cui si smarrisce la mente e la voce misteriosa e immateriale del vento ([…] e la presente/ e viva, e il suon di lei) evoca l’estensione del tempo, un topos dove il poeta crea una specie di alterità, anche a livello lessicale con parole indefinite, equilibrate, timbriche e piacevoli.
Da evidenziare in Leopardi è l’uso degli endecasillabi sciolti ed una certa avversione verso la forma chiusa del sonetto, ritenuta priva di novità e su cui sembra ritornare in modo del tutto originale attraverso un modello celato che conferisce senso di compiutezza enunciativa all’idillio de “L’Infinito”. E nell’espressione figurata del naufragar è doveroso annoverare un pensiero idilliaco di Emanuele Marcuccio: «Che meraviglia! È la mia poesia preferita, di tutte quelle mai scritte. Ogni volta che la rileggo, mi perdo in quel mare di Infinito».
E quel suo perdersi nell’immensità del sentire, del silenzio e della quiete, crea una poesia cosmica che si realizza sulla percezione e si risolve in esiti di elevata dialettica e singolare dolcezza.

Il canto XXVIII A se stesso appartiene al Ciclo di Aspasia”, una serie di poesie ispirate all’amore non corrisposto per la suddetta Targioni Tozzetti, conosciuta durante il suo ultimo viaggio a Firenze e alla quale il poeta aveva attribuito lo pseudonimo di Aspasia. Il componimento si colloca nel punto più alto dell’intero ciclo e rappresenta angoscia, declino e ripiegamento su se stesso e soltanto con “La ginestra” a questo atto di rinuncia ad essere nel mondo si opporrà il senso della dignità umana come risposta al dolore, al cedimento e alla morte. Pur nel cupo risentimento verso se stesso, il poeta sente la necessità di guardarsi intorno e mescolarsi tra gli uomini onde ritrovare quella speranza e quel desiderio ormai spenti nel cuore, luogo principe di turbamenti e illusioni.
Nella lirica la percezione dell’esistenza non è altro che noia e dolore e il mondo è soltanto fango e niente è degno di appartenere alle vibrazioni dell’animo: «Tacqueta omai. Dispera/ l’ultima volta». Il climax discendente di questi versi è voce di annullamento di sentimenti e quel disperare per un’ultima volta si avvicina al mito della speranza come ultima dea che Foscolo enuncia ne “I Sepolcri”. Pertanto l’unica cosa lecita e positiva che resta, è la morte perché di nascosto la Natura tesse insidie, disinganni, e disperazione.
I versi frammentati, a volte aspri, spezzati e quasi scarni del componimento non formano una partizione in strofe, ma un’unica strofa, articolata in tre parti simmetriche, diversamente dalla strofa, o lassa, della canzone libera leopardiana. I sedici versi della lirica si dividono in dieci endecasillabi e sei settenari e sono disposti in gruppi di cinque e sei versi e soltanto per l’infinita vanità del tutto è concesso l’endecasillabo, derogando dallo schema normativo per conferire valore al significato intrinseco del verso.
Con l’uso di tale architettura Leopardi intende celare la struttura equilibrata della lirica in modo che siano l’orecchio e l’animo e non l’occhio a cogliere il messaggio compositivo. Con la sintassi spezzata e il frantumarsi della metrica mediante l’uso frequente dell’enjambement Leopardi crea un tipo di misura per l’occhio e un’altra per l’orecchio e nell’opposizione tra unità metriche e frasi sintattiche il tessuto ritmico si rivela e si nasconde, affidando al lettore la chiave interpretativa dei singoli versi.
La lirica A Giacomo Leopardi di Emanuele Marcuccio, qui in dittico con quella del poeta di Recanati, trova ispirazione, come ci avverte l’autore in nota, dall’incipit (“Or poserai per sempre,/ stanco mio cor”) e si enuncia quale richiamo all “eterno illuminator affinché continui a posare uno sguardo benevolo sugli spiriti vaganti e dolenti. Il componimento marcucciano, come nei poemi classici, assume valore di invocazione alla musa quale guida alla ragione e al fuoco dell’ispirazione e il costrutto sintattico e quello metrico rivelano il mondo interiore del poeta e soggettiva diviene la visione del tempo e dello spazio in cui il Nostro rivive sentimenti e stati d’animo.
L’anello di congiunzione tra i due testi poetici è la dimensione del pessimismo, in Leopardi, ma anche in Marcuccio, definito cosmico perché tipico dell’uomo e contrapposto a quello storico. Lo stile dell “infaticabile poeta palermitano è molto ricercato sia a livello lessicale, sintattico e retorico sia nella ricerca attenta di un contesto linguistico, che si colloca tra la tradizione classica e quella volgare e che il Nostro usa come strumento di conoscenza. Nei suoi anni di studi, scrittura, valutazione e revisione dei suoi elaborati Marcuccio mostra curiosità nuova e consapevolezza per l’evoluzione del proprio pensiero; così dalla prima stagione della sua poesia, con diversa coscienza e immutata passione giunge a rinnovare stile e linguaggio di scrittura.
La scansione in endecasillabi, novenari e settenari degli otto versi che formano il componimento si dispone in una partizione di due strofe di cinque e tre versi, ambedue terminanti con i puntini di sospensione ([S]pirto errante…// […] spira…), qui non usati come reticenza, bensì nel significato di un finale aperto che lascia maggior spazio interpretativo. Il sostantivo spirto, variante poetica di “spirito”, accostato all’aggettivo flebil e al participio errante, mutando l’interpretazione di senso, diviene linea guida per l’intero componimento, mentre il movente interpretativo dell’aggettivo flebil, dal latino “flēbĭlis”, nell’accezione lessicale di “commovente”, “infelice”, “triste”, “dolente”, “piangente”, “degno di essere compianto”, forma una locuzione illustrativa dell’ingegno e della fisionomia della vita del poeta di Recanati, per la maggior parte trascorsa nella dimora del natio borgo selvaggio, mentre i suoi versi imperituri saranno guida all’animo errante ovvero inappagato, dell’uomo che, a causa della sua cecità culturale si sposta di qua e di là senza alcuna capacità di poter gustare la bellezza dell’arte poetica.
Il participio errante non può non richiamare il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” la cui stesura si impernia su due entità, l’una inanimata e lontana, la luna, e l’altra animata e vicina, il gregge, entrambi compagni del pastore che trascorre la notte seduto su un sasso ad ammirare la luna, cercando di interpretare misteri e trovare il perché della solitudine e della noia.
Nella seconda strofa del componimento Marcuccio pone in analogia Leopardi con la vergine luna, pura e intatta come la dea Diana, che circonda gli esseri umani di un alone luminoso, di un aura divina, equilibrata di meraviglia nel vasto mare delle illusioni. A chiusura del verso e a conclusione del componimento la dicitura … spira…, formula alchemica dal senso allargato di “soffiare”, “respirare”, “emanare” in modo favorevole e propizio frasi e parole poetiche da pronunciare con soffio leggero. Ma in tale espressione si annida anche il desiderio di vedere nuove realtà, incontrare persone e conversare con l’ambiente circostante, come succede nel tumulto dei sentimenti che agitano l’animo dei due poeti, l’uno costretto e isolato nel borgo recanatese e l’altro immerso nella salsa bellezza marina della sua Palermo.
Il componimento di Marcuccio, plasmato su un tipo di poesia immaginativa e sentimentale, rinnova le tematiche care a Leopardi, a sostegno di una morale volta alla riflessione filosofica, che insegna a saper distinguere la sofferenza dalla convinzione del dolore, il giudizio dalla verità, la natura delle illusioni dai disincanti annunciati dal destino, condizione ineludibile a cui l’uomo deve sottostare nel suo iter umano. E anche Marcuccio come Leopardi per mezzo della misura metrica e sintattica vuol celare quel male di vivere di impronta montaliana che gli deriva dal suo modo di essere e da quel senso di malinconica appartenenza alle cose della natura. Il suo canto è formato da un’alternanza di versi brevi e versi lunghi, ritmati da un tipo di musicalità appoggiata su forme allitteranti e assonanze e consonanze, anche tra parole gestite attraverso quel moto interiore che si converte in invocazione per Giacomo Leopardi, che il Nostro definisce “il [suo] grande maestro di Poesia” e che, oltre al suo modo di poetare gli ha mostrato la via per nuove scritture, sempre degne di attenzione e apprezzato valore poetico.

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Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 8 dicembre 2017

* Il dittico poetico, rivisitato in una accezione a due voci dal poeta Emanuele Marcuccio e da lui definito come una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. Il presente saggio è in pubblicazione, in Dipthycha 4. Corrispondenze sonore, emozionali, empatiche… si intessono su quel foglio di vetro impazzito…, quarto volume del progetto poetico-antologico Dipthycha (2013; 2015; 2016) su idea e cura di Emanuele Marcuccio a scopo benefico.

• Bibliografia

AA.VV., Storia intertestuale della letteratura italiana, a cura di Angelo Marchese, DAnna, 1990.
AA.VV., Testi nella storia, a cura di Cesare Segre e Clelia Martignoni, Mondadori, 1992.

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A SE STESSO *

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
cheterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanità del tutto.

Giacomo Leopardi
(1798 – 1837)

* Giacomo Leopardi, Canti, Laterza, 1917, p. 106. Il presente dittico poetico è proposto da Emanuele Marcuccio.

A GIACOMO LEOPARDI *

Or posa, stanca mano,
e il flebil spirto ancor risuona…
riluce ancora il verso tuo immortale…
o eterno illuminator dell’uman cieco
spirto errante…
Infondi ancor, su noi mortali,
aura divina del meraviglioso
mare di mille illusioni… spira…

Emanuele Marcuccio

* Ispirato dall’incipit di “A se stesso” di Giacomo Leopardi: «Or poserai per sempre,/ stanco mio cor.» [N.d.A.]

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OGGETTI, PERCEZIONI E MUTAMENTI NELLE LIRICHE DI GUIDO OLDANI a cura di Lucia Bonanni

OGGETTI, PERCEZIONI E MUTAMENTI NELLE LIRICHE DI GUIDO OLDANI

Ho avuto l’onore di poter conoscere di presenza il Maestro Oldani a Cascina Linterno in occasione di uno dei tanti eventi organizzati dalla poetessa Izabella Teresa Kostka nell’ambito del programma itinerante “Verseggiando sotto gli astri di Milano” ed incluso nella rassegna MilanoBookCity 2018. Devo dire che tanto mi ha rassicurata la cordiale accoglienza insieme alla gentilezza del Maestro nel suo interagire con le persone nonché la lettura di una sua poesia direttamente da un quaderno pieno di cancellature e rimandi.
Nei versi del Maestro Oldani si evidenzia quella che viene definita “similitudine rovesciata”, un modello di scrittura che mette al primo posto gli oggetti e produce versi che declinano l’esigenza di tornare ad un nuovo umanesimo, recuperando il perduto contatto con la natura. E come “La Terra è in piena pandemia abitativa” anche l’essere umano è visto al pari di un condominio i cui nuclei abitativi rappresentano le diverse sfaccettature dell’animo mentre la comunicazione interpersonale si nutre più di artefici e codici non verbali che sulla conoscenza diretta. Le similitudini, le comparazioni e perché no le personificazioni prendono in prestito il linguaggio oggettuale e non quello mutuato dagli ambienti naturali. In un simile contesto la realtà si fa fluttuante, variabile, mutevole, spesso ambigua e incostante fino a giungere ad uno stadio terminale ovvero ad un cippo che segna il confine, il termine, il capolinea, la fine di un ciclo vitale come pure l’hardware elettronico, definizioni, queste, che decodificano l’oggetto e lo pongono come primo termine di paragone. Così, da richiamo romantico, la luna, sia essa in fase calante o crescente, diventa di color calce e prende forma di un appiglio uncinato a cui appendere un nodo scorsoio per porre fine ad una vita di incongruenze e disagi. Con l’uso sapiente di traslati di significato, attinti dalla realtà oggettiva, il termine “calcinato” si pone in relazione con l’aggettivo “sbrecciata” mentre quella “confezione del mercato”, rotta e avariata, rimanda al “traffico ingorgato” e al “carnevale di petardi”. Qui sono le stelle, rinchiuse alla rinfusa nella confezione, ad avere un’anima e, pure non cadendo dal cielo con le loro code luninose, riescono a trasmettere un senso di romanticismo agli sguardi che si girano in altro e non vedono altro che rotte inceppate dalle scie turbolente di velivoli metallici (Il gancio). In un mondo dove sono gli oggetti a dominare le emozioni anche il “fischiare dell’uomo” assomiglia alla frenata stridula di un camion e lo zampettio e il tubare dei piccioni, avvolti in calde pellicce di piume, sono i veri elementi umanizzati poi contaminati dal riflusso incessante degli oggetti, si assimilano al rumore prodotto dalla rotelline dei bidoni in uso per la raccolta differenziata. Nel loro cicaleccio disordinato gli abitanti dei caseggiati subiscono involuzioni comportamentali a causa di influenze negative e nella loro reclusione sociale sempre più assomigliano a codirossi ciarlieri (I bidoni).
“Come sparse vitine per occhiali” le formiche lasciano sul pavimento una chiazza così scura da farla sembrare un frittella assai difficile da ripulire. Ma il poeta, che un tempo bruciava quegli insetti, forse per impeto di umano sentire e trasposizione di pacata saggezza, adesso non ha premura di cacciarli dalle piastrelle della cucina. Nella macchia nera, descritta dal Maestro, si può rintracciare la massificazione degli individui nella società odierna, spesso omologati tanto nel pensiero e quanto nell’agire e solo un gemito di libertà può salvarli dalla inevitabile necrosi (Le vitine). In un quadro sinottico tra etologia e compotamentismo il criceto, pure vivendo in cattività, riesce a mantenere la propria indipendenza di carattere, diversamente dall’uomo che vive in un teatro dell’assurdo e la sedia su cui resta immoto, rivela solitudine e mancata destrezza nel rivedere il corso degli eventi e modificare la propria impronta di personalità. Dentro la gabbietta il piccolo mammifero, girando e girando sulla ruota con la sua postura disordinata, trascorre il proprio tempo e si stanca. Con le vibrisse e le unghie riesce sempre a difendersi dagli attacchi esterni al contrario dell’uomo che, restando immobile sulla sedia, predilige la finzione dei “viaggi virtuali” e nel suo moto rotatorio intorno al globo terrestre lascia che l’apatia annienti l’anima e la mente (Il criceto). Intanto la trasparente bellezza delle “vetrate su del cielo”, spiragli di luce, necessitano di attenta manutenzione e nessuno pensa a ripulirle dalla polvere dell’indifferenza. Al pari di organismi modificati si cangiano le tonalità dei colori e nel caos indistinto dell’industrializzazione non si riesce a distinguere tra “pioggia e asciutto”, infatti il pulviscolo forma una cappa grigia sopra le città e rende pesante il respiro perchè “l’afa è gonfia come un salvagente” e dio non interviene a fermare lo scempio che distrugge e non rigenera (Le vetrate).
Nei propri componimenti il Maestro Oldani paragona e contrappone i comportamenti umani con le meteore e le forme astronomiche, le nicchie ecologiche , la volontà divina e mediante l’uso di tropi e traslati riesce a sorprendere e meravigliare il lettore per una sintassi di comunicazione che traguarda la materialità e conduce ad una riflessione attiva, richiamando alla mente quella realtà “terminale” tanto strana e inquientante, ma che può divenire spinta di motivazione ad essere nel mondo quali individui non più catturati e manipolati da certi oggetti che assumono istanze valoriali, ma esseri senzienti e in piena autonomia di comportamenti e idee.

Lucia Bonanni

Foto: Umberto Barbera

Guido Oldani durante la serata organizzata nell’ambito del programma “Verseggiando sotto gli astri” dal titolo “Yin e Yang”, la rassegna letteraria internazionale Bookcity, Milano 2018, presso la Cascina Linterno in via Fratelli Zoia 194.

REALISMO, INTERIORITÀ SPIRITUALE E PSICOLOGIA NELLA “DANAIDE” DI AUGUSTE RODIN E “PERSEO” DI BENVENUTO CELLINI IN RELAZIONE ALLO “YIN E YANG” E ALLA VIOLENZA DI GENERE di LUCIA BONANNI

REALISMO, INTERIORITÀ SPIRITUALE E PSICOLOGIA
NELLA “DANAIDE” DI AUGUSTE RODIN E “PERSEO” DI BENVENUTO CELLINI
IN RELAZIONE ALLO “YIN E YANG” E ALLA VIOLENZA DI GENERE di LUCIA BONANNI

Il senso della parola latina “Ingenuus” è “nativo, originario, naturale, libero” e trattenersi ad esaminare l’ingenuità del corpo significa vederlo nella sua forma “nativa” e nei suoi tratti “naturali”. All’interno di una specifica fenomenologia il corpo rappresenta un sistema di segni, un codice simbolico che mette in relazione spazio e tempo, presenza nel mondo e comunicazione, materia e spirito, identità e conflitto, immaginario e inconscio.
Presso le comunità primitive il corpo non era visto come un’entità isolata e separabile dalla realtà oggettiva, ma come una zona comunitaria, un luogo cosmico che attraverso la pragmatica dei segni, modellava la comunicazione sociale e quella naturale mentre la danza era mezzo di trasmissione di significati e sintassi dell’ifralingua ossia del significato fluttuante dell’arte sciamanica. Secondo la filosofia greca il senso della corporeietà era affidato a Pan, dio del corpo, dell’istinto e del panico che nel suo valore ambivalente cadenzava la danza tragica. Nella religione biblica prima e nella iconografia cristiana dopo da simbolo coreutico e comparativo il dio del corpo diventa il diavolo, colui che divide, con la pelle, le corna e gli zoccoli di un capro per cui positività e negatività trovano posto nel cielo e sulla terra, mantenendo distinti il bene dal male, la fisicità dallo spirito con la conseguente divisione tra anima e corpo.
L’aspetto simbolico esiste dappertutto e l’intenzionalità del corpo va a coincidere col rapporto di trascendenza tra il corpo, il mondo, l’ambiente, a cui l’uomo, a differenza dell’animale che si adatta, si rapporta in senso dialettico. Nel contesto generale di significazione la mano diviene luogo di relazione col mondo in quanto costruisce strumenti e crea le dinamiche gestuali quale risposta agli stimoli esterni, risposta espressa anche col linguaggio e con la gestualità corporea, ossia con la voce del corpo, da cui prende avvio la comunicazione interpersonale.
Comunicare significa “mettere in comune”, stabilire un rapporto con l’altro, un “essere con”, derivato da un’emozione che può colmare la distanza e rafforzare il legame affettivo mentre è il reciproco “coabitarsi” a dare significato al messaggio emozionale.
Parlare del corpo non vuol dire fare riferimento ad un oggetto del mondo “ma ciò che dischiude un mondo”. Nel processo di conoscenza simbolica l’immagine corporea diviene modello di riferimento tra l’individualità e la moltitudine; in tale contesto la sessualità e il desiderio non sono interpretati come istinti e pulsioni bensì come attenzione all’altro, identificato come corpo e messaggio di scambio simbolico.
Il linguaggio non discorsivo si affida alla comunicazione indiretta, sempre molto insinuante ed allusiva ed è l’abi-valenza del sistema dei segni a restituire un rapporto preciso tra significante e significato, un tipo di complementarietà che instaura un codice inequivocabile. In sinossi con la semantica corporea il linguaggio mimico-gestuale sottintende uno spostamento di senso ed il gioco dell’ambivalenza può diventare espressione incontrollata dei segni si apre alla lingua virtuale che si fa espressione incontrollata dei segni.
Se la mimica è considerata spazio allusivo, la mostruosità come pure la caricatura rappresentano il corpo che dilaga in un tipo di confusione, in un tipo di caos indistinto, che turba e inquieta. In questo caso il sistema dei segni prende avio dalla emotività, da ciò che lo muove, infatti il linguaggio primitivo per esprimere le emozioni faceva uso delle “metafore organiche”, gli organi corporei come sede delle emozioni e questo fa sì che un codice venga tradotto nell’altro (la faccia della casa, la pancia del vaso, i denti della forchetta), formando quella che in poesia è detta personificazione. Occorre dire che la formulazione dello scambio simbolico è costruita dall’Idea che nel suo sviluppo passa dalle sensazioni al ragionamento, unendo il particolare all’universale, trasposti in poesia con la metonimia e la sineddoche, con prevalenza sui codici simbolici e sull’economia libidica, mantenendo la differenza tra il maschile e il femminile e la peculiarità dei ruoli sessuali.
Tale modello di simulazione si ritrova nelle varie espressioni artistiche come ad esempio la “Danaide” di Auguste Rodin ed il “Perseo” di Benvenuto Cellini
L’intera produzione di Auguste Rodin (1840 -1917) si colloca tra il classicismo e la modernità ed è d’ispirazione michelangiolesca in particolare nei “non finiti” che richiamano i “Prigioni” e che possono essere assimilati con la poesia ermetica. Nel dare forma al materiale grezzo, Rodin sembra voler animare il soggetto e nel plasticismo espressivo delle sue opere è possibile rinvenire sia l’interiorità spirituale e psicologica dell’autore sia quelle del soggetto medesimo mentre il marmo sembra perdere la caratteristica di materia immobile e pesante. Nell’opera marmorea “Danaide” Rodin dà forma ad una figura femminile, vista di schiena, in una postura accovacciata, la pelle lucente e i capelli lunghi che sfumano nel marmo in un “non finito”. La curva della schiena, ben definita in ogni dettaglio, è richiamo alla sensualità e all’amore, però rispetto al bozzetto preparatorio l’opera finita risulta più rannicchiata come a voler far risaltare il senso di isolamento e solitudine e la forma scolpita, assai sensuale e morbida, sembra emergere oppure immergersi nel sasso con grande fatica, una sasso che assomiglia ad un grande utero in cui la donna trova riparo e da cui cerca di uscire.
Con la “Danaide” Rodin ritrae una delle cinquanta figlie di Danao, condannata a riempire nell’Ade una botte senza fondo per aver ucciso il marito dietro ordine del padre. In realtà la donna è l’allieva e amante Camille Claudel, (1864 – 1943) piegata dalla sofferenza causata dal frantumarsi del sodalizio artistico e amoroso con il proprio maestro. Alla rottura relazionale per i due scultori seguì un periodo di forte disagio emotivo che entrambi proiettarono nei loro lavori. Rodin scolpì “Fugit amor” in cui realizzò un abbraccio tra due amanti con due figure schiena contro schiena che evocano la passione amorosa di Auguste per Camille e della quale più volte aveva tentato di impedire la fuga. Nello stesso periodo la scultrice realizza “L’età matura” dove è la donna che supplica l’uomo di restare e in cui si può leggere anche l’abbandono in età infantile da parte della propria madre. Alcuni lavori realizzati da Camille in quel periodo, disegni per lo più a contenuto erotico, si rifanno ad un tipo di Kama Sutra sintetizzato nella scultura “Le valse”. Il mito a cui si ispira Rodin è quello derivato da “Le Supplici” di Eschilo (525-455 a.C.) che insieme a “Gli egizi” e le “Danaidi” forma una trilogia tragica, datata intorno al 490 a. C. Secondo il mito greco le cinquanta figlie di Danao andarono spose ai cinquanta figli di Egitto, fratello gemello di Danao, con il quale aveva formato una diarchia sul regno d’Egitto, ma le donne fuggirono, chiedendo asilo a Pelasgo, re di Argo, in Grecia, rifiutando la supremazia maschile, il matrimonio e il dovere della procreazione e le consuetudini del tempo, trasformandosi poi in spietate carnefici. Temendo che le nozze fossero un espediente del fratello per distruggere la sua famiglia, Danao ordinò alle figlie di decapitare gli sposi dopo la prima notte di nozze e soltanto Ipermestra che non si era unita con lo sposo e di cui era innamorata, gli risparmiò la vita.
Qui tornano alla mente i dipinti a olio su tela “Giuditta e Oloferne” di Artemisia Gentileschi (1593-1654) che attraverso le sue opere esprime la profonda riprovazione verso gli abusi sulle donne, il primo si trova a Napoli presso il Museo nazionale di Capodimonte e fu dipinto subito dopo il processo per stupro, subito dalla pittrice, mentre il secondo che si connota per una diversa composizione e gamma cromatica, è esposto alla Galleria degli Uffizi nella sezione dei pittori caravaggisti. A questi dipinti si aggiunge la scultura in bronzo di Donatello, Giuditta e Oloferne, situata in Palzzo Vecchio e in copia sotto la Loggia della Signoria. Anche se il titolo dell’opera di Rodin indica la donna come una delle figlie di Danao, ben descritto da Eschilo, secondo l’interpretazione dello scultore la donna rappresenta il dolore di Ipermestra per aver dovuto lasciare lo sposo oppure un’altra delle altre figlie, spossata e immersa nella roccia ad espiare la propria colpa.
Se la “Danaide” rappresenta la protesta della donna contro il maschio ed elogia la libertà femminile, la Medusa del “Perseo” di Benvenuto Cellini (1550.1571) è simbolo di potere e seduzione femminile, infatti il significato lessicale del nome è quello di “ colei che domina”. Nei percorsi iconografici, riguardanti la Medusa, si ritrovano le opere di Fidia con Eros e Thanatos, le ceramiche, le maschere in terracotta, i mosaici pavimentali, le monete con il Triskeles, divenuto simbolo della Sicilia, la crudezza della realtà con lo scudo di Caravaggio (1571-1610), l’immagine raccapricciante di Rubens (1577-1640) vittima del maleficio in Bernini (1598-1680), la testa in bianco e nero con gli occhi vitrei di Franz van Stuck (1863-1928, pittore simbolista-espressionista, scultore e architetto tedesco) ed ancora Böcklin,(1827-1901) Klimt (1862-1918) e la pittura policromatica di Guttuso (1911-1987) per giungere ai fumetti di Dylan Dog, i Simpson e il marchio di Versace.
Medusa è una delle tre Gorgoni e come tutti gli esseri mostruosi ha un fine apotropaico (allontanare), protettivo contro i malefici ovvero dell’orrido che allontana l’orrido e per questo era posta a protezione dei templi e delle abitazioni. Il destino di Medusa fu deciso da Atena che la punì per aver ceduto alle profferte amorose di Poseidone ossia per aver cercato di sedurlo con la sua chioma fluente, trasformata in serpi e lo sguardo che pietrifica per l’eternità perché la bellezza e l’orrore si fondono nel volto di Medusa. Perseo riuscì ad uccidere il mostro, aiutandosi con uno scudo specchiante che gli era stato dato da Atena e poi donando la testa alla dea che la pose sul proprio scudo. Nel capolavoro di Cellini, realizzato in bronzo, il volto della Gorgone non esprime pathos, ma appare inespressivo e quasi dormiente in quanto l’artista, come pure Michelangelo (1475-1564) con il David, vuol dare un significato di senso all’affermazione della virtus, cioè alla forza morale dell’eroe contro la brutalità e la superbia del mostro, simboleggiate dalla hybris ovvero l’insolente violenza che lede l’onore e la dignità altrui e l’individuo cade nella sfera del bestiale perché non sa riconoscere i propri limiti e, prevaricando il volere divino, subisce la condanna a causa della sua arroganza e del suo orgoglio. . Il mito della Medusa è intriso di paure ancestrali e la sua immagine terrificante rappresenta la somma di quanto di brutto si può immaginare. Il Perseo inizia a prendere forma nel 1545 ed il procedimento scelto dall’artista è quello a cera persa, tipico degli antichi greci. Per prima cosa occorreva realizzare una statua di creta vuota all’interno, cuocerla e ricoprirla di cera, poi con altra creta e in seguito si univano i tre strati con dei chiodi e si cuoceva di nuovo ed in fine si toglieva la creta, i chiodi e si rifiniva. Cellini sapeva bene che più la statua è grande e più difficile diventa distribuire il bronzo, ma non sente ragioni, neppure davanti al Granduca che lo prende per pazzo. La fusione del Perseo si dimostrò assai complessa, la fornace era talmente calda che prese fuoco anche il tetto della casa e per le esalazioni dei metalli e la fatica l’artista fu costretto a mettersi al letto, ma venne subito richiamato perché la forte pioggia aveva spento il fuoco e nonostante l’esplosione della fornace il bronzo era uscito, però era poco fluido perché la lega si era consumata. Allora Cellini all’interno della fornace buttò tutti gli oggetti di stagno che aveva in casa e così il metallo raggiunse la giusta fluidità e la fusione riuscì bene. Fu Cosimo I (1519-1574) granduca di Toscana, figlio di Giovanni de’ Medici, detto dalla Bande Nere), a chiedere all’artista la statua dell’eroe greco quale rappresentazione della vittoria circa l’ assetto repubblicano della città di Firenze. Il Perseo venne esposto per la prima volta in quello che era il luogo destinato alle assemblee e alle cerimonie, ovvero la Loggia della Signoria, dei Priori, dei Lanzi o dell’Orcagna, nel 1554 e tutt’oggi si trova nella posizione in cui era stato collocato; insieme alle altre statue a tema mitologico, presenti sotto la Loggia: la copia del Ratto delle Sabine, Ercole e il centauro Nesso del Giambologna, l’ arte romana Patroclo e Menelao, il Ratto di Polissena, gruppo di figure muliebri, e Piazza della Signoria: Fontana del Nettuno, il David, Marzocco, Statua equestre di Cosimo I del Giambologna, la copia di Giuditta e Oloferne di Donatello (1386-1466), in modo allegorico stanno a significare le vicende dell’antica Firenze. Guardando la statua del Perseo dalla parte posteriore, si può osservare la giuntura della nuca ed il retro dell’elmo e si può notare un effetto ottico, un’illusione pareidolitica che mostra il volto di un uomo, l’autoritratto di Cellini. Alla grandiosità della scultura a scala urbana si unisce l’opera di cesello che l’autore realizza nei particolari dei calzari, nell’elmo e nell’elsa della spada che con il braccio forma un angolo retto. Il fascino seduttivo di Medusa deriva dal fatto che lei non è una giovane inerme di fronte al potere di Atena, ma una donna indipendente, capace di sedurre con lo sguardo mentre la femminilità risorge dalle ceneri del mostro con un nuovo significato del potere ammaliante dell’antica bellezza che nel mito si accosta ai capelli trasformati in serpi, gli occhi di fuoco, le zanne e la lingua penzolante. Il gusto per il conturbante, riscoperto con l’arte barocca, coniugato alla simbologia dello specchio, allo sguardo e alla maschera si assimilano alla violenza di genere ed il mostro leggendario diviene emblema di situazioni orride e violente mentre la funzione protettiva contro i malefici è rapresentata dall’eroe che annienta la ferina superbia dell’hybris. Anche il comportamento di Danao è dettato dalla superbia e dall’orgoglio e le figlie che prevaricano sui loro mariti, causandone la morte, contrariamente alla remissività di Ipermestra che paga il proprio gesto di bontà con l’isolamento e la solitudine.
Pertanto nei soggetti descritti, oltre alle funzioni allegoriche già conosciute, è da attribuire una simbologia in sinossi temporale e di significato con i vari e reiterati accadimenti del presente che trovano riscontro negli atti teratogeni e nella virtus dell’eroe quale espressione di una realtà che pone la donna in un contesto sacrificale oppure di considerazione e rispetto.

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

Antoinette Le Normand- Claudie Sadrin, Rodin, Giuni Editore, 2018
Odile Ayral-Simona Giordano, Camille Claudell, Formato Kindle, 2013
Anna Banti, Artemisia, Bompiani, 1994
Benvenuto Cellini, Opere, Rizzoli, 1968
Umberto Galimberti, Il corpo, Feltrinelli, 1997
Eschilo, Le supplici, traduzione di Ezio Savino, Garzanti, 2015

Saggio per #Bookcity BCM18, evento “YIN e Yang- elemento maschile e femminile nell’arte e nella letteratura” con Guido Oldani e Giuseppe Langella, nell’ambito del ciclo “Verseggiando sotto gli astri di Milano”.

Foto Umberto Barbera 18.11.2018, Lucia Bonanni presso la Chiesetta dell’Assunta Cascina Linterno a Milano.

GENESI, SCRITTURE E RICONOSCIMENTI NEL PERCORSO LETTERARIO DELLA SILLOGE “KA_R_MASUTRA” DI IZABELLA TERESA KOSTKA (KIMERIK, 2018) a cura di LUCIA BONANNI

GENESI, SCRITTURE E RICONOSCIMENTI NEL PERCORSO LETTERARIO DELLA SILLOGE “KA_R_MASUTRA” DI IZABELLA TERESA KOSTKA (KIMERIK, PATTI 2018).

“Sono l’urlo della Terra
arata da secoli di conquiste,
sottoposta all’inquisizione dei governi
nel nome del sociale progresso.”

cit. Izabella Teresa Kostka

Ho appena ricevuto la mail di notifica da parte del Premio “L’arte in versi di Jesi” nella persona del Presidente del Premio, Dott.r Lorenzo Spurio, in cui si dice quanto segue:
Gentilissima sig.ra LUCIA BONANNI,
con la presente siamo a informarLe che le Commissioni di Giuria del VII Premio Nazionale di Poesia “L’arte in versi”, ideato e presieduto da Lorenzo Spurio e organizzato dall’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, si sono concluse.
Ci complimentiamo vivamente con Lei per l’ottimo risultato che ha conseguito nella sezione G – PREFAZIONE DI LIBRO DI POESIA con l’opera dal titolo “PREFAZIONE A KA_R_MASUTRA DI IZABELLA TERESA KOSTKA – KIMERIK EDIZIONI, PATTI, 2018” che è risultata meritoria del 3° PREMIO ASSOLUTO.
Non è stato compito facile, scrivere la prefazione per una silloge poetica della caratura del testo di Izabella Teresa Kostka “KA_R_MASUTRA” e per questo penso che il riconoscimento ricevuto, sia un bel traguardo non solo per me come scrittrice, ma anche per il libro stesso che in pochi mesi dalla sua pubblicazione è già protagonista nel vasto panorama dell’editoria italiana. Al suo esordio, avvenuto alla Fiera del libro di Torino, si sono susseguiti altri momenti espositivi come la Fiera del libro a Napoli, la Fiera editoriale a Imperia, il Taormina Book Festival “TAOBUK” e il Bordighera Book Festival, per non dimenticare il “Premio Speciale della Critica al 1° Concorso Internazionale di Letteratura Lucius Anneus Seneca (Bari, 2017)” e la Menzione speciale al 5° Premio Internazionale di Poesia “I colori dell’anima” Mondo Fluttuante (Sanremo, 2017), per giungere al Premio del Concorso “L’arte in versi” e non ultimo il prossimo evento “Intrecci poetici” per il ciclo di incontri del progetto “Verseggiando sotto gli astri di Milano” dove sarò co-relatrice durante la presentazione del libro. Mi sento di dire che il merito ideale e morale della buona riuscita della prefazione va anche all’autrice della silloge che mediante la notevole padronanza culturale, la connaturata disposizione all’accoglienza, al sostegno affettivo e alla condivisone ha reso possibile una corrispondenza relazionale che si è rivelata assai motivante e costruttiva sul profilo umano e culturale. Così scrivo a pag. 5 della raccolta: “Dal desio al karma”, dal desiderio alla quiete, è il filo logico da seguire per una lettura consona di questa raccolta poetica dove l’autrice, facendo uso di un linguaggio aulico ed essenziale con immagini coerenti, esprime la visione della propria femminilità e del suo essere Donna”, continuando con la citazione estrapolata dalle pagine 15 e 16 e in cui affermo che “Attraverso una sintassi poetica agile, fluida e sempre trasparente, campi semantici accessibili ed un lessico mai esoso ed impacciato, la poetessa conduce il lettore su un tracciato labirintico dove il filo di Arianna è rappresentato da quella circolarità temporale in cui fine ed inizio coincidono con la figura archetipica dell’uroboro anche per quanto concerne la simbologia del passaggio dalla morte alla rigenerazione. Infatti nell’immaginario collettivo alla sinuosità serpentina si associano le idee di forza, salute, armonia e la sua utilità è rivolta alla capacità di tenere lontano i demoni tanto che nei paesi orientali è effigiato sopra l’architave d’ingresso a protezione della casa. Ad una lettura sistematica la raccolta della poetessa assume carattere di allegoria ovvero di una metafora continuata che, percorrendo le vie tortuose dell’amore terreno, avvicina a quell’Amore ultimo che l’Uomo incessantemente ricerca fuori e dentro di sé. La raccolta si configura come un racconto biblico per una narrazione che prende avvio dalla Creazione e termina con un ragionamento “a proposito dell’amore”. L’intera silloge è un viaggio all’interno del sé, un percorso odisseico in cui l’autrice non si avvale del potere della frode e dell’inganno per cercare il seme di quella spiritualità già in nuce all’atto del concepimento e neppure tenta di assaggiare il frutto dell’oblio per dimenticare gli intralci del tempo, ma nel suo viaggio verso Itaca ascolta il canto delle sirene, legata all’albero maestro dell’etica morale e della consapevolezza di essere persona di spiccata sensibilità e partecipazione emotiva sempre condivisa con elementi di arte e vera umanità”
Un grazie sentito alla Giuria del Premio per il riconoscimento ricevuto e alla poetessa Izabella Teresa Kostka per avermi assegnato il compito di scrivere la prefazione alla sua ultima raccolta poetica.

Lucia Bonanni
San Piero a Sieve (FI)
8 settembre 2018

● Informazioni riguardanti il Premio ottenuto:

Premio di Poesia “L’arte in versi” di Jesi

Presidente del Premio Dott.r Lorenzo Spurio

Presidente di Giuria Dott.ssa Michela Zanarella

Cerimonia di Premiazione il 10 novembre 2018 presso il Palazzo dei Congressi di Jesi

3° Premio Assoluto per la sez. G. prefazione a libro di poesia

IMPRONTE DI SPIRITUALITÀ E ORFISMO NELLA LIRICA “RICORDO” DI EMANUELE MARCUCCIO a cura di LUCIA BONANNI

IMPRONTE DI SPIRITUALITÀ E ORFISMO
NELLA LIRICA RICORDO DI EMANUELE MARCUCCIO

RICORDO

O tu che lampia volta
della vita ascendi,
o tu che lampia prora
dell’azzurro varchi!
Il sonno m’inabissa profondo,
il mare mi plasma tranquillo,
ricado riverso
nel fianco ritorto,
ricado sommerso
nel freddo glaciale,
quel bianco dolore,
che mi arrossa la faccia,
quel freddo vapore,
che m’avvampa tremendo.

La poesia è il ricordo delle immagini, vissuti evocati dalla memoria con l’uso di parole musicali e di quelle referenti un colore. Chi legge in modo partecipe una poesia diventa un po’ poeta, infatti fare il poeta e diventare poeta sono passaggi di un percorso poetico e l’uno richiede l’esistenza dell’altro. Il diventare poeta è sempre in costante divenire e necessita di esercizio continuo che si connota nel fare il poeta. Non esiste una definizione univoca di poesia perché essa esprime intrecci di emozioni, sensazioni e sentimenti ed il primo fuoco dell’ispirazione é dato dalle percezioni e dal vissuto personale dell’autore. La lirica “Ricordo”, scritta da Emanuele Marcuccio il 28 ottobre del 1994, è una concentrazione di significati, una realtà sublimata in fantasia dove la forza di immagini e contrasti forma una grandezza variabile con posture idiomatiche di saggezza, capacità e sentimento. L’occasione di scrittura di questa lirica non si riferisce ad un ricordo transitorio ovvero ad un soggetto definito, bensì ad un qualcosa di cosmico, di ancestrale e il contenuto si accentua nel messaggio di chiara impronta ascetica. Già il titolo, parola chiave del componimento, introduce elementi narrativi, un tipo di prosa poetica che si caratterizza per logica e fantasia e come nella narrazione si struttura in analessi, metalessi e prolessi, prendendo anche l’evidenza filosofica della tesi, antitesi e sintesi. La messa a fuoco delle immagini è per Marcuccio momento di contemplazione, libertà e sincerità con accento di purezza e senso di appartenenza universale e soltanto pochi versi a comporre questo stato di grazia poetica, idealmente divisibile in tre quartine ed un distico in versi liberi. La prima quartina, impreziosita dal doppio vocativo iniziale, è disseminata dal valore polisemico dell’aggettivo ampia qui inserito come anadiplosi, un raddoppiamento voluto per conferire maggiore rilevanza al significato lessicale, ed ancora dai verbi ascendere e varcare nonché dai sostantivi volta e prora. L’aggettivo ampio, esteso, vasto, di notevole dimensione, è attribuito sia alla superficie ad arco della cupola celeste sia alla parte anteriore dello scafo azzurro, la prora, prua in dialetto genovese, mentre il verbo ascendere, salire, andare dal basso verso l’alto e varcare, oltrepassare, andare oltre insieme alla sacralità della vita e l’azzurro del cielo fanno pensare ad un contesto storico-culturale di conoscenze e avvenimenti nella vita dell’autore che ben conosce la funzione del poeta, sa parlare al cuore degli altri, riesce a cogliere sensazioni e sa dare forma all’analogia. Il vocativo o tu, scritto in anafora, si connota nell’io poetante che si immerge nell’azione meditativa e a guisa di un aedo dell’antichità con un piccolo plettro fa vibrare le corde dell’animo nella più ampia aspirazione di poter elevare la propria anima al di sopra dei miasmi del mondo e varcare la porta dell’azzurro incontaminato. I lemmi prora e azzurro, intese come metonimia nel senso di contiguità spaziale e nel significato di nave e ambiente, è tecnica di sostituzione della parola porta che apre un varco nell’immensità dell’azzurro. L’enjambement, il gioco di suoni, le metafore nominali e quelle dei colori, l’aggettivo metaforico, l’allitterazione e il ritmo sono parte di una metalessi, ma anche di una tesi, in cui il poeta parla e riflette in colloquio intimo con se stesso e con chi legge. Il distico è costruito sulla personificazione e la figura di significato si avvale delle metafore verbali inabissare (con sinomino di sommergere) e plasmare, degli aggettivi profondo e tranquillo ed i sostantivi mare e sonno in gradazione di ampiezza lessicale. Il verbo inabissare, sprofondare in un abisso o nelle profondità del mare, prende il significato di straniamento dalla realtà con valenza di ascetismo. Come i figli di Hypnos che nei sogni portavano forme umane, animali, piante e paesaggi, nei versi del Nostro il sonno si colloca in accezione meditativa, un Phantasos che appare quale medium della fantasia necessaria per una riflessione di senso mentre il mare, archetipo per eccellenza, modella i processi intellettivi e meditativi dell’io lirico. Ma per contrari voleri il soggetto ricade rovesciato su un fianco e affondato nel gelo. Oppure, come si legge nella nota dell’autore, in tutto ciò si può leggere Un’allegoria che ha per tema il giustapporre un’anima che si eleva alle cose celesti a un’altra che ricade nelle cose mondane. Prora come direzione diritta, in traslato retta via; varcare la retta via: andare oltre l’umano, andare oltre l’ordinario. Il significato di ascendere si trova in antitesi con ricadere cioè cadere nuovamente, discendere e l’effetto secondario sta nel lato del corpo che si attorciglia su se stesso ed è di nuovo deformato da un movimento energico e di conseguenza l’essere si ritrova sommerso da un forte senso di smarrimento e solitudine.

La bella sinestesia bianco dolore in apertura della quarta strofa fa aggallare la sofferenza che opprime l’animo e senza alcun riserbo si fa notare nella tinta forte che al pari di un vento di borea imporpora il viso e con suggestione si allaccia alla figura ossimorica del freddo vapore che in modo ostile, avverso, contrario chiude tra le vampe l’intera persona. Il vapore può essere un’esalazione oppure lo stato aeriforme di un addensamento o di una sostanza. Ciò rimanda al senso figurato che in Dante diviene fiamma delle anime beate, scia di stella cadente ed emanazione divina. Tra l’altro la posizione antitetica tra lazione dell’avvampare e il vapore che pur essendo freddo, rende sempre l’idea del caldo, fa pensare all’estasi contemplativa dove il colore della tinta albina evoca il bianco della tunica che veste l’anima purificata, concretezza di spiritualità che nella Cappella Brancacci con grande estro creativo Masaccio rappresenta nella profondità delle figure narranti le storie di San Pietro che guarisce con l’ombra e Il battesimo dei neofiti. Nella gradazione semantica tra arrossa, vapore, avvampa oltre all’idea del calore che ristora e fa maturare emozioni e sentimenti, si ritrova una metafora nominale con significato di identità ed anche una certa idea di chiasmo; così per sillogismo se il vapore é aeriforme allora anche il dolore può diventare aereo ed esalare dal corpo. I dati sensoriali, la frugalità delle rime, le armonie imitative, l’enjambement, le figure sintattiche e quelle di significato, l’accumulazione di idee, la posizione delle parole anche in inizio e fine del componimento, literazione emozionale e la sintesi espositiva fanno di questo componimento un testo di prosa poetica, strutturato sulle cinque W della narrazione (who,what,where,when,why,how), e che lascia libero il lettore di immaginare personaggi, luoghi e tempo come accade nella rappresentazione drammatica del teatro nel teatro, impronta di scrittura usata dall’autore per meglio denominare le caratteristiche analogiche di comprensione del messaggio di umana spiritualità con immagini nitide e suggestioni orfiche. “Ricordo” è una poesia che rimane tra le più care e significative tra quelle scritte dal Nostro , un’ideazione lirica in cui si può leggere la sintesi dell’intera produzione marcucciana, un viaggio che dura da più di vent’anni e si riflette nella prassi del “fare il poeta” e “diventare poeta” perché solo così, come afferma l’autore, si può essere “poeta”. L’andatura narrativa e la rielaborazione concettuale sono talmente ricche di ampiezze spirituali ed intime corrispondenze da far pensare a ciò che insegna Kavafis, quando scrive che nell’arte del poetare la vera ed unica difficoltà sta nel salire il primo scalino: Essere giunto qua non è da poco;/quanto hai fatto non è una piccola gloria perché Se per Itaca volgi il tuo viaggio,/fa voti che ti sia lunga la via,/e colma di vicende e conoscenze e sappi in ogni luogo tenere l’isoletta nella mente perchè ciò che importa è il viaggio e non la meta. E Marcuccio di scalini ne ha saliti talmente tanti da trovarsi tra le Muse del Parnaso e dal suo viaggio verso Itaca torna all’approdo sempre più saggio e sempre più esperto.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve
3 marzo 2017

LUCIA BONANNI per VERSO