La prosa sensuale di Fabio Adso Da Melk: “La fermata dell’autobus e altri racconti” (a cura Sabrina Santamaria)

La prosa sensuale di Fabio Adso Da Melk: “La fermata dell’autobus e altri racconti” (a cura Sabrina Santamaria)

La narrazione è un filtro che si impregna di contenuti che la nostra società, spesso, veicola; lo scrittore e l’artista esprimono con veemenza i disagi socio-culturali e molti casi, nel corso dei secoli, l’artista “maledetto” o fuori dagli schemi veniva tacciato di immoralità o di follia, ne abbiamo chiari esempi nella storia: Caravaggio, Torquato Tasso, Hölderlin, Vincent Van Gogh, Wilde, Pasolini e tanti altri autori i quali, tutt’oggi, gli studenti approfondiscono le loro opere. Nella letteratura contemporanea, anche inconsciamente, noi lettori tracciamo una linea di demarcazione fra ciò che, a nostro parere, potrebbe essere definita cultura alta e cultura bassa come se alcune tematiche o argomenti avessero una priorità rispetto ad altri, ma forse questo è un errore? Nel fare questa considerazione probabilmente scadiamo in un giudizio di valore? Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una evoluzione della letteratura infatti i contenuti dei romanzi descrivono molto di più il disagio giovanile e i cambiamenti che si verificano all’interno delle famiglie, basti pensare che le coppie che decidono di sposarsi diminuiscono sempre di più e stanno aumentando esponenzialmente i numeri di persone omosessuali che si uniscono per abitare sotto lo stesso tetto. “La fermata dell’autobus e altri racconti” di Fabio Adso Da Melk è un’antologia costituita da dieci racconti carica di questo speculum letterarium in cui l’autore si dissolve e si trasforma in altro da sé; la sua identità riesce a mettersi da parte per far emergere le vicende dei suoi personaggi che desiderano essere “raccontati”, essi spasimano, ansimano in quanto anelano ad avere uno spazio, anche virtuale, in cui possano essere autenticamente se stessi tuttavia l’encomiabile sforzo dell’autore, il quale è onnisciente, non è vano, ma non è mai del tutto esaustivo perché, ho sempre amato credere da lettrice incallita, che i protagonisti delle vicende che noi raccontiamo diventano materia e sostanza “altre” e hanno un’anima che non è quella del loro autore, detto in altri termini i personaggi assumono forme che non sempre sono quelle dello scrittore; potrei azzardare dicendo che un libro che noi scriviamo è simile a un figlio che partoriamo, egli proviene da noi, ma non sarà mai tale e quale al suo creatore! Fabio Adso Da Melk attraverso sapienti artifici di straniamento diviene la voce narrante di diverse prose in cui i protagonisti vivono la loro sfera intima e privata in un’atmosfera disincantata; i loro inconsci passionali ed erotici urlano in un’epopea in cui l’erotismo fagocita e sembra volesse annientare l’essere umano reso a oggetto delle passioni carnali che prova, ma nel provare intensamente un’emozione sia un uomo sia una donna sono, in ogni caso, perdenti? Anche in queste considerazioni potrebbero entrare in gioco forti implicazioni di carattere morale però il nostro autore non intende suscitare disquisizioni di tal riguardo infatti fra le sue intenzioni vi è certamente il proposito di far vivere intensamente i suoi eroi che si barcamenano nella società liquida in cui siamo immersi volenti o nolenti; per Fabio Adso Da Melk non esistono “buoni” o “cattivi” libri così come non si possono annoverare fra le storie narrate quelle “morali” e quelle “immorali”, sulla scia dell’aforisma di Oscar Wilde, egli, come una seduta psicanalitica, partorisce delle vicende in cui uomini e donne, usando un’espressione freudiana, vivono a trecentosessanta gradi il disagio della civiltà. La rigidità delle regole, degli schemi prestabiliti e delle strutture e sovrastrutture di pensiero appesantiscono l’infermiera ligia al dovere lavorativo e matrimoniale la quale poi devierà dalla routine quotidiana, nel racconto “Infermiera di notte” a predominare è l’incanto notturno di una notte eterna nella memoria che ha regalato emozioni che durano una vita intera, in “Principe azzurro” l’insegnante privato non ha più un’intesa emotiva e sentimentale con il suo partner e per questa ragione la cinquantenne con la forza della sua immaginazione entra in un regno fantastico in cui crea una sorta di teletrasporto fra il regno e la terra, anche in questa circostanza il fulcro dei desideri si riversa sempre sul proibito, su ciò che molti definirebbero, oltre inusuale e anormale, fuori da ogni logica del buonsenso perfino in “Relazione aperta” predomina questo leitmotiv tanto è vero che Marco e Jessica agli occhi dei molti sono considerati una coppia che sta insieme solo carnalmente senza un profondo sentimento che li unisce giacché nell’immaginario collettivo il pizzico di gelosia e di possessività è un elemento propedeutico a dimostrare l’amore. La sfera intima prevale in ogni racconto, sebbene sia onnipresente una sorta di libertinaggio sessuale, se vogliamo aggettivarlo come tale, ci accorgiamo che c’è un’ossimorica relazione fra i modi a volte sfrontati dei personaggi sempre aperti nelle loro esclamazioni rispetto ai contesti prevalentemente chiusi, gli spazi sono spesso quelli delle mura domestiche; in ogni capitolo vi è ricerca spasmodica di liberi costumi per abbracciare uno stile di vita fuori dai generis, tuttavia è il protagonista di questa antologia è l’Eros scrutato da quasi tutti i possibili punti di vista; è questi come personificazione un comune denominatore. L’atmosfera è onirica e surreale, una chiara scelta letteraria per donare una sensazione mista fra sogno e realtà. Fabio Adso Da Melk scardina ogni piano teologico della fisicità(il suo stile assomiglia molto a quello del romanzo “Paolo il caldo” di Brancati) per giungere a molteplici traguardi teleologici, in tal senso l’autore parte da Orfeo per percorrere i sentieri di un Eros che si erge a un’ontologia archetipica che non rinuncia alla piena sua esplicitazione.

Sabrina Santamaria

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Immagine tratta dal racconto “Il Tronco”

La saggistica soave: “Amore e morte nel melodramma dell’800” di Martina Ferrarini (a cura di Sabrina Santamaria)

La saggistica soave: “Amore e morte nel melodramma dell’800” di Martina Ferrarini

“Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l’amore,
tenace come il regno dei morti è la passione:
le sue vampe sono vampe di fuoco,
una fiamma divina!

Le grandi acque non possono spegnere l’amore
né i fiumi travolgerlo.
Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa
in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo.”

Cit. tratta da “Cantico dei cantici”, cap 8,6-7

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Il canto antico dell’Eros è una leggiadra sinfonia che fa origliare la sua morbida eco fin dall’inizio dell’umanità; già secondo i testi sacri nel momento della creazione Eva divenne carne dalla costola di Adamo e i due si amarono però un evento sconvolse la loro lieta unione: il morso del frutto proibito, infatti la potente arma della seduzione messa in essere dal serpente ha sortito il suo effetto su Eva la quale spinse Adamo a reiterare il gesto che il Sommo creatore aveva loro proibito, se riflettessimo attentamente analizzando ogni aspetto di questa arcaica vicenda potremmo facilmente assimilare la cacciata dal Paradiso di Terrestre, non solo come punizione per la disubbidienza dell’essere umano, perché c’è un sentimento umano che ci sfugge quasi sempre; è l’amore. Adamo si lascia convincere da Eva per via del sentimento amoroso che induce il nostro progenitore a scadere dalla Grazia di Dio. La cacciata dall’Eden non solo veste i panni di un peccato originario, ma anche di una doppia seduzione che riesce a far leva sull’Eros ardente che l’uomo provò, quindi la fedeltà a favore di Eva a scapito di Dio ha un’altra conseguenza grave: la corruttibilità del corpo e dunque l’inevitabile morte di ogni uomo sulla terra. Già dalla Genesi del mondo Eros e Thanatos coincidono inesorabilmente e su questa ispirazione e costatazione lavora con fervente impegno l’autrice Martina Ferrarini, la sua riflessione trasposta nel suo ammirevole saggio “Amore e morte nel melodramma dell’800” è un fiore all’occhiello nella letteratura di tutti i tempi. Una giovane donna che dimostra al lettore il suo fondersi con le opere teatrali, con i miti della musica, della letteratura e dell’arte, ella è colei che arde di passione e con la sua analisi dona un soffio di alito di vita agli autori e ai personaggi di tragedie e commedie come Macbeth, Otello, Romeo e Giulietta divenuti classici e intramontabili nell’immaginario collettivo, anche di coloro che si definiscono profani della cultura cosiddetta “alta” ebbene Martina Ferrarini rispolvera grandi opere dell’800, e antecedenti al Romanticismo, per dimostrare la stretta connessione fra l’amore e la morte, nonostante non si tratta di un romanzo bensì di un saggio l’autrice trova spesso il giusto espediente per non tediare i lettori; a volte molti lettori hanno qualche pregiudizio sulla saggistica in quanto la considerano noiosa e “superata” per la presenza, fra l’altro, della speculazione filosofica e storica che nei saggi, spesso, fa da cornice alle tesi espresse dagli autori tuttavia cercare di apprestarsi a delle opere di questo genere fa accrescere il vocabolario e lo spessore culturale. Addentrandomi fra le pagine mi sovvenivano le passionali furie di Orlando impazzito a causa del sentimento non corrisposto di Angelica, la tempesta infernale in cui furono travolti Paolo e Francesca, l’antico Impero Romano che fronteggiò il tradimento di Antonio per via della sua tresca amorosa con Cleopatra, Tristano e Isotta, Lancillotto e Ginevra e gli eroi problematici Werther e Jacopo Ortis. Questo saggio viene alla luce ed è scritto con un lessico colto e raffinato, giammai antiquato o obsoleto; ogni disquisizione, presente nel testo di questa opera breve di brossura e allo stesso tempo di ampio respiro, allieta gli spiriti leggiadri che albergano negli animi che divinizzano la “Bellezza” come un culto d’eternità. Espressione dopo espressione si ha l’impressione di ringiovanire e l’animo si adorna di una catarsi, di una purificazione dalla stanchezza che la quotidianità, nostro malgrado, ci impone. Alcuni epiteti in greco impreziosiscono alcuni snodi di questa opera infatti l’abnegazione della nostra giovane autrice nella stesura della stessa dimostra che ancora oggi c’è un barlume di speranza, esistono giovani culturalmente impegnati, coloro i quali sono amanti del nostro patrimonio storico quindi fra le fila delle nuove generazioni non è vero che tutti sono lavativi o moralmente inaffidabili. Pleonastica è la contestualizzazione nel Romanticismo, età storico-letteraria che Martina Ferrarini osa affrontare con molta disinvoltura, appaiono folgoranti e carichi di approfondita ricerca i riferimenti a Verdi, a Shakespeare e l’analisi della furia omicida di Otello si affianca molto alla critica matura e all’unanime riconosciuta come tale. Martina Ferrarini rientra nel rango degli autori emergenti che hanno tanto da raccontarci e suscitarci tanto è vero il saggio “Amore e morte nel melodramma dell’800” è un’alba, un ottimo inizio della futura, si spera fiorente carriera letteraria, di questa giovane scrittrice, speriamo che questa pubblicazione sia seguita da tantissime altre affinché l’autrice possa sempre estendere le sue qualità pienamente nell’intento di gettare un seme per una cultura “per” e “delle” nuove generazioni.

Sabrina Santamaria

Martina Ferrarini

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Il sinolo antichità-tecnologia nel poeta Vincenzo Cinanni (a cura di Sabrina Santamaria)

Il sinolo antichità-tecnologia nel poeta Vincenzo Cinanni
(a cura di Sabrina Santamaria)

Cenni biografici di Vincenzo Cinanni

Il poeta Vincenzo Cinanni

Vincenzo Cinanni, soprannominato lo “Scriban poeta”, è nato 47 Anni fa, a Palizzi, in provincia di Reggio Calabria. Fin da giovane ha sentito forte la passione per la letteratura. Ha partecipato a Concorsi Poetici Nazionali ed Internazionali. È Attualmente amministratore di 17 Pagine Web su Facebook. Ha collaborato, in passato, cfon poetesse e scrittrici. Si dichiara: “Innamorato dell’ AMORE”. Nel 2015 ha scritto la silloge “Anatemi del passato”, opera autopubblicata. Nel novembre 2019 ha collaborato per la pubblicazione scopo benefico dell’antologia “Tra Nenie e Canti” edita dall’associazione culturale “La Luna nera”. La raccolta poetica “Introteca” è la sua seconda pubblicazione.
Il fautore dell’antica tecnologia Lo Scriban poeta è un autore che unisce l’amore per le lettere classiche insieme alle potenzialità del web. Nel suo impegno letterario albergano l’attenzione profusa per ciò che è antico, desueto e obsoleto e la fiducia che egli nutre per la comunità virtuale e per l’ubiquità del cyberspazio. Cultore dell’austerità del passato egli crea un ponte inevitabile per collegarsi alle vie del futuro sfruttando i social network come risorsa e come motore pulsante della società contemporanea, infatti per questa caratteristica preponderante possiamo annoverare Vincenzo Cinanni fra i poeti che si pongono l’obiettivo di aprirsi all’ipotetico “domani” con coraggio e onestà intellettuale.

Sabrina Santamaria

Intervista a Vincenzo Cinanni

S.S: Come è germogliato in te l’amore per la poesia?

V.C: Saluto tutti i Lettori e Nauti. Mi chiamo Vincenzo Cinanni, ho 47 anni e sono un poeta. Ritengo che il primo seme che potesse somigliare ad una poesia, sia stata una semplice filastrocca scritta da bambino.

S.S: Scrivere per te è un’arte terapeutica?

V.C: La scrittura per me è parte della mia giornata. Talvolta, anche durante gli impegni contingenti, mi fermo a meditare, e porre sul nudo, bianco foglio ciò che penso di me e del mondo.

S.S: Quali sono i temi preponderanti della raccolta poetica “Introteca”?

V.C: Sabrina, mi hai posto la domanda da un milione di euro. Dunque, non credo vi sia un fil rouge, che possa legare ogni composizione. INTROTECA è diviso in 2 parti, “Anatemi dal passato”, che è l’elaborazione della mia autopubblicazione del 2015, e “Sensazioni Dinamiche”. Parlo di me, parlo della realtà che sento. Questo posso rivelare ai lettori.

S.S: Per quale motivo intrinseco ti sei attribuito l’epiteto “ Scriban poeta”?

V.C: La ragione di questo Pseudonimo trova risposta nel mio piacere di scrivere col calamo, la mia fedele penna, per come si direbbe all’ “antica”.

S.S: Quanto la tua passione per la poesia rispecchia la tua storia personale?

V.C: Trovo che le mie vicende umane abbiano battuto la medesima strada del mio, iter poetico, in fieri.

S.S: Con l’ausilio dei tuoi versi filosofeggi anche?

V.C: Ho compiuto studi classici, al liceo. Poi, ho intrapreso la strada delle lingue straniere. Parlo e scrivo, in inglese e francese. Ho studiato la Filosofia degli Antichi e dei Moderni. Mi limito ad essere poeta scrivente.

S.S: C’é stata un’evoluzione stilistica fra la tua opera “Anatemi del passato” e la tua ultima pubblicazione?

V.C: Credo proprio di sì. Alcune vicende personali, hanno favorito la mia maturazione letteraria.

S.S: Hai scritto dei testi poetici inediti nel senso che non sono pubblicati?

V.C: Dopo aver pubblicato, nello scorso novembre, in occasione della Giornata Internazionale Contro la Violenza di Genere, caduta il giorno 25, ora, mi sto dedicando al progetto di un secondo libro di poesia. Gli inediti, li lascio nel cassetto.

S.S: Senti la necessità di far da mentore ai tuoi lettori?

V.C: Mi piacerebbe che i lettori di “INTROTECA”, conoscessero lo Scriban poeta, tramite i miei elaborati. In conclusione di questa itervista, Voglio ringraziare la gentile, Signora, scrittrice Sabrina Santamaria. Auguro A Lei ed A Tutti i Lettori, Buone Feste! Alla prossima.

S.S: Grazie carissimo Vincenzo. In bocca al lupo per i tuoi progetti letterari e alla prossima!

Intervista rilasciata dal poeta Vincenzo Cinanni a Sabrina Santamaria

Il poeta-eroe contemporaneo in “Un dove di trasparenze” di Felice Serino (a cura di Sabrina Santamaria)

Felice Serino

Il poeta-eroe contemporaneo in “Un dove di trasparenze” di Felice Serino
(a cura di Sabrina Santamaria)

La ricerca spasmodica della luce è una costante di Felice Serino; il panteismo è un afflato che lo rende originale come se la seconda variabile (panteismo) fosse direttamente proporzionale alla variabile indipendente (la luce). L’effabile “volo di Ulisse” tra gli amabili versi di Serino solleticano il desiderio di evasione di ogni comune mortale che percepisce dentro di sé un macigno piuttosto del cuore, infatti affrontando le problematiche quotidiane un uomo o una donna si trasforma in un eroe/eroina della contemporaneità. Il nostro poeta si esprime in modo chiaro, non si avvale di uno stile ricercato, questa credo sia una sua caratteristica poetica infatti questa è una delle motivazioni del titolo di questa raccolta poetica. Un aggeggio trasparente ci dà la possibilità di guardare il mondo esistente al di là della trasparenza, ma ciò costituisce un punto di forza o debolezza? Forse un orpello trasparente non è appunto inutile? Oppure ciò che traspare suggerisce anche una certa idea di limpidezza che un medium troppo artefatto non può fornire in quanto illusorio? I testi poetici del nostro autore mettono insieme l’utopia della chiarezza; i sentimenti e le emozioni pullulano fra le sue riflessioni, a volte tristi, a volte malinconiche o ironiche. Le espressioni racchiuse in “Un dove di trasparenze” si accordano con tonalità pacate che donano ai lettori sensazioni serafiche di estasi mistiche, l’attaccamento di Serino alla vita è a dir poco profondo giacché l’amore per la luce si estrinseca nell’imprescindibile culto divino in nome delle istanze vitali che il nostro autore venera al canto delle sue Muse ispiratrici: “La morte ti cerca? /Uscito dal guscio tu sarai altro”, << mi “nascondo” nel corpo/ da me emergono alfabeti afflati/ enunciate sillabe>> questi versi costituiscono un lodevole canto alla speranza di una rinascita, badi bene il lettore che sperare un’alba non equivale a illudersi come un prigioniero che agogna la sua libertà, in guisa della tempra coraggiosa del nostro autore possiamo sostenere che egli è un Ulisse dei nostri tempi perché sa, nonostante tutto, ben sperare quindi la sua armatura è composta da una spada, uno scudo e un elmo ossia metaforicamente: la speranza, il coraggio e la poesia. Gioviali canti sono accostati a inni malinconici però Felice Serino non si abbandona mai a sproloqui laconici ovviamente chi si appresta a leggere le sue poetiche riflessioni potrà schiettamente valutare che egli non è un letterato spartano dai toni rudi o aspri altresì il suo stile poetico non può definirsi del tutto classico o classicista; i suoi versi hanno un patrimonio lessicale colto, ma, allo stesso tempo, il nostro autore serba nell’animo la lodevole premura di farsi comprendere da un target di lettori ampio e questo impegno che il poeta manifesta dovrebbe essere inteso come un potenziale intrinseco che nel corso delle sue pubblicazioni l’autore ha certamente concretizzato con grandi risultati e apportando un profitto umano e di notevole spessore culturale. Felice Serino è un eroe del nostro periodo storico perché si protende verso sentieri che altri intellettuali, per pigrizia o per inerzia, non attraversano più, forse per timore di essere incompresi dalla massa uniformante che dirige l’uomo verso un’unica dimensione (vedi “L’uomo a una dimensione” di Marcuse) tanto è vero che l’umanità contemporanea è plasmata in un’amorfa intelligenza emotiva che la disorienta fossilizzandola in un’esistenza sempre più reietta; “Un dove di trasparenze” è il topos in versi in cui le insufficienze umane divengono palesi suggerendo l’idea di una libertà di espressione ancora oggi carente cioè la possibilità di poter raccontare i drammi, i dubbi, le angosce e le perplessità che pesano come carichi insormontabili nella mente umana soprattutto se non impariamo a saper comunicare e a saper dialogare condividendo con l’altro le nostre paure e anche in questa nuova chiave interpretativa l’eroe-poeta(in questo caso il nostro Felice Serino) assume connotati di una persona che tenta di elevarsi con l’ausilio della forza del grafema-fonema che rende liberi. L’eroe contemporaneo non rimane scevro dalle problematiche quotidiane, ma è colui che le vive metabolizzandole e affrontando le paure di ogni giorno quindi attraverso la presa di coscienza delle proprie debolezze ogni uomo può fortificarsi rigettando l’idea pietistica che causerebbe il nichilismo dell’Io purtroppo già reso vulnerabile da alcuni contemporanei fattori etico-sociali. L’Ulisse dell’Odissea di “Un dove di trasparenze” vuole tornare a un’Itaca interiore, senza confini, ecco la ragion per cui il “dove” del nostro poeta è utopia e allo stesso tempo ucronia perché il naufrago interiore cerca la regione o il porto (definizione di Kurt Lewin) sicuro nelle sfere più recondite di un Io che troppo spesso si smarrisce e brancola nell’oscurità; per venir fuori da questo tunnel la poetica di Felice Serino verseggia fra i fotoni di una luce ontologica e teleologica che ha un grande impatto in ogni lettore assetato di una via che possa donare le coordinate per un’isola ancora da scoprire, individuare i significati nascosti in “Un dove di trasparenze” ci farà valutare la sua fatica letteraria come un’ opera molto attuale e giammai obsoleta.

Sabrina Santamaria

L’anticamera di un amore: “Incontrasti il mio sguardo” di Fabio Adso Da Melk (a cura di Sabrina Santamaria)

L’anticamera di un amore: “Incontrasti il mio sguardo” di Fabio Adso Da Melk
(a cura di Sabrina Santamaria)

Lo sfavillante luccichio degli occhi, spesso, è l’anticamera dell’innamoramento infatti l’attrazione fisica è scaturita dalla chimica degli sguardi. Nel momento in cui la freccia di cupido si scaglia l’essere umano, proprio perché prova sentimenti ed emozioni, non ne rimane illeso, ma saturo di infatuazione comincia a far scoccare la piccola scintilla che nel suo cuore scatenerà un passionale incendio: “ Scoprire l’amore/ vedere il tuo viso/ Restare accecati/ Dal tuo bel sorriso/ Un fulgido sguardo/ Risale dall’anima”( Scoprire l’amore, poesia di Fabio Adso Da Melk). L’accecante desiderio voluttuoso avvolge e ammanta candidamente la raccolta poetica Incontrasti il mio sguardo di Fabio Adso Da Melk; l’amore passionale che sfiora e investiga il contatto fisico è il leit motiv che accompagna il tema di quasi tutte le poesie presenti nell’opera. Lo stile di questo autore è avulso e scisso da ogni scevro e mero spiritualismo che annichilisce e svilisce l’essere umano a un comportamento castigato e bigotto pertanto il nostro poeta parte dall’inevitabile premessa che l’uomo è l’addictio di spirito, corpo, anima, mente e psiche. I versi di Fabio Adso Da Melk proseguono il fil rouge letterario dei fatidici romanzi in cui i protagonisti sono Tristano e Isotta, Lancillotto e Ginevra e del V Canto dell’Inferno in cui Paolo e Francesca nella Divina Commedia Dantesca raccontavano a Dante e Virgilio del loro tormentato e contrastato amore; anche i sentimenti del nostro autore toccano, tantissime volte, delle vette esasperate che si fondono a momenti di estasi o ad attimi in cui la follia amorosa si quieta in una pace dei sensi seppur per pochi e brevi istanti perché l’uomo innamorato avverte dentro di sé un’esigenza che lo induce a desiderare famelicamente la donna come soggetto privilegiato nella quale si concentrano le pulsioni primordiali e la libidine: “ Prima abbracci coccole/ strusciare di indumenti,/ sventolare di capelli/ e sussurro e parole proibite/ Poi svolazzare di vestiti/ opprimenti le libertà della passione,/ contatti ed esplorazioni,/ penetrazioni, fusioni e gemiti soffocati( Le tre fasi, poesia di Fabio Adso Da Melk). Lo struggimento dell’autore per la propria lady assomiglia molto alla follia del famoso Orlando di Ariosto il quale divenne furioso per il sentimento che provò per Angelica, principessa del Catai, quest’ultima, però, ella amava Medoro e nel suo cuore non c’era spazio per lui. Lo stile poetico racchiuso in Incontrasti il mio sguardo si dinoccola fra il desiderio passionale (direi anche carnale) e il legame che si consolida nel tempo infatti benché la tematica si incentri molto sull’erotismo questa impronta non esclude del tutto l’humus spirituale e sentimentale tanto è vero che serpeggia in ogni componimento della raccolta il timore del distacco eterno dalla lady decantata perché l’attrazione provata non è solo fisica bensì, fra i vari enjambement, vi è pur sempre un viaggio trascendentale e mentale che l’Io compie in relazione al Tu dell’amata: “Portasti le tue coppe rigogliose/ dove mescemmo il vino/ inebriante per i nostri corpi/ collante per le nostre anime/ già intrecciate e vicine”(Incontro di Fabio Adso Da Melk). Il titolo Incontrasti il mio sguardo segna il crocevia di un cambiamento esistenziale dei due innamorati giacché l’uso del passato remoto marca la locuzione di un tempo che non è solo esatto grammaticalmente perché il folgorante momento in cui i due sguardi si incontrano traccia e funge da rito di iniziazione per riscrivere enunciati nuovi della loro vita; quello spasmodico e idilliaco attimo in cui gli innamorati sentono di poter toccare il cielo con la punta delle dita avviene, appunto, solo quando i propri occhi si incontrano con quelli altrui e ciò costituisce l’antefatto di una storia di vita che si trasforma mediante la forza propulsiva dell’amore quindi questa raccolta scandisce e narra in versi l’istante fulmineo che ha reso memorabile l’innamoramento del poeta il quale adora la sua musa ispiratrice; è una raccolta poetica che immortala l’attrazione di pochi secondi altresì quest’opera potrebbe suggerire che tutte le sensazioni corporee provate dal poeta siano solo frutto dell’immaginazione scaturita dagli occhi della sua lady. Le sensazioni fisiche davvero vissute sono estensione delle riflessioni passionali? Oppure uno sguardo può generare in un uomo dei pensieri appassionati che trovano luogo nell’ispirazione poetica? Sicuramente, a prescindere da questi interrogativi, l’antefatto di una storia d’amore è l’incontro degli occhi vicendevolmente puntati, l’ante-litteram che apre le danze al vortice della passione è lo sguardo, linguaggio non verbale che si eleva al di sopra del verbo( la parola) che non fa altro che catalogare le emozioni in grafemi e fonemi ecco la ragione per la quale Incontrasti il mio sguardo non poteva essere più azzeccato per una raccolta sagace e saccente come quella del nostro stimabile autore Fabio Adso Da Melk il quale continuerà ancora a stupirci.

Sabrina Santamaria

Il poeta Giovanni Malambrì e le sue radici unite alla irrinunciabile “messinesità” (a cura di Sabrina Santamaria)

Il poeta Giovanni Malambrì e le sue radici unite alla irrinunciabile “messinesità”
(a cura di Sabrina Santamaria)

Giovanni Malambrì

Note biografiche di Giovanni Malambrì

Giovanni Malambrì è ragioniere, funzionario di banca in quiescenza. Ha ripreso a scrivere poesie, in dialetto messinese e in lingua italiana, dal Novembre 2013 ha ottenuto numerosi ottenuti tra i quali: 1 Posto vincitore Medaglia d’Oro alla XXXVI ed. Premio Int. Le di Poesia per la Pace Universale “Frate Ilaro del Corvo” nella Sez. Poesia in Lingua Italiana; 4 posto alla X Ed del Premio letterario Int. Le Città di Cattolica “Pegasus Cattolica Oscar della Letteratura Italiana” nella Sez. Opere inedite di poesia in lingua italiana; Vincitore Assoluto del II Memorial GP Accardo-Partanna (TP) ottenendo il primo posto in lingua, secondo posto in Vernacolo, primo Posto alla III Ed. Concorso di Poesia “Una lirica per l’anima”- Caiazzo-Caserta e II Posto al Concorso Int. le di Poesia e Letteratura “De Finibus Terrae”. Nell’arco del 2019 ha vinto più di duecento premi in Sicilia e in diverse regioni italiane. “Accademico” dell’Accademia di Sicilia, per meriti artistici-letterari e accademico dell’ “Accademia Int. Il Convivio”, per meriti artistici. “Pioniere della Cultura” per la Sezione Lettere dalla International Vesuvian Accademy Napoli-Palermo. Nominato Socio Onorario del Versilia Club e l’Accademia Mediterranea Mare Nostrum Roma- Messina gli ha conferito il Premio Speciale per la Salvaguardia e la Valorizzazione della Lingua Dialettale Siciliana. Insignito del titolo: “Poeta della Città Ideale” dal Centro Lunigianese di Studi Danteschi” – Ameglia (SP).

Uno stile unico conforme al sentire del poeta
Giovanni Malambrì è un poeta messinese innamorato delle sue radici e della sua città, si esprime con genuinità e spontaneità. Egli adopera uno stile eterogeneo sia per quanto riguardano le tematiche trattate sia per il suo genere poetico, infatti ogni suo testo sprigiona unicità e originalità perché i suoi versi sono intimamente consoni al suo sentire; la sua ultima pubblicazione “Frutti misti…” (Billeci edizioni) è il crogiolo in divenire che marca il percorso in fieri della precoce e rapida crescita letteraria del poeta Giovanni Malambrì.

Sabrina Santamaria

Intervista a Giovanni Malambrì

S.S: L’ispirazione del titolo “Frutti misti…” da quale spunto ti è sorta?

G.M: Nasce letteralmente, dal susseguirsi delle opere “miste”, scritte in dialetto messinese e in lingua italiana, pubblicate.
Poi è chiaramente metaforico, associo spesso espressioni tra parole riferite a sfere sensoriali diverse.
L’immagine in copertina è un quadro (opera del bravissimo “Maestro” Tanino Bruschetta), che mostra in bella evidenza arance, limoni e fichidindia, prodotti della nostra terra incastonati sullo sfondo del panorama dello stretto, macchie di colori ed immagini che fanno compagnia sempre, a tutte le mie opere.
L’attaccamento alle mie radici, alla mia terra , la mia “messinesità” non è un mistero per alcuno, l’ho sempre portata nel mondo, in ogni occasione della mia vita.

S.S: Nel momento in cui i tuoi versi divengono poesia quale sentiero nascosto percorre la tua mente?

G.M: Premetto che non ho uno stile poetico di riferimento infatti “ Io, sono io. ” e credetemi non è un narcisismo, ma è il mio modo di essere sempre stato, uno spirito libero, libero da tutto, lacci, laccioli o dipendenze non mi sono mai appartenuti. Nel rispetto di tutti e ci mancherebbe, io do rispetto, ma lo pretendo, l’ho sempre fatto nella mia vita. Scrivo di tutto, nel modo più semplice e diretto possibile, dei ricordi di una vita del cappero, il presepe, farfalle, una perla che nasce, i panorami della mia terra, del mio mare, della mia città della mia vita, di amore, di violenza di genere e anche di fatti di cronaca. Mi esalto nella immediatezza dei sentimenti semplici e penso di essere riuscito a conseguire una felice osmosi tra parola scritta ed elaborazione grafica.
Il mio desiderio è che i miei versi raggiungano l’animo del lettore, ma soprattutto i giovani, che sono “distanti” da quest’arte, vorrei farli innamorare della poesia, come valore aggiunto alle loro forme di espressione, in modo particolare, della nostra lingua, la parlata dialettale messinese.

S.S: Ami definirti “poeta”?

G.M: Assolutamente, NO ! Sono gli altri che mi hanno definito tale, certo sentirmi considerare “sinceramente” un Poeta, mi inorgoglisce, ma non mi sentirete dire mai nel presentarmi: “io sono il poeta…” come qualcuno, purtroppo “ a p p a n n a to ”, (da intendersi, come poco lucido o come prodotto di pasticceria), suole fare.

S.S: Secondo te dove si interseca l’apice dell’unione poetica con la musicalità?

G.M: Ritengo sia il crocevia tra la mente ed il cuore, da cui nascono la musicalità e l’emozione e trovano terreno di espressione, molto fertile nella poesia.
Parole e musica per me sono un connubio indissolubile del mio poetare, ovviamente questo esplode in maniera esponenziale, nel mio dire poetico nella parlata dialettale messinese, che è musicale e francesizzante, così come il leccese, un linguaggio unico, infatti, nascono entrambi dalla cultura di quella che fu la felice occupazione di Federico II°.
Questo trasforma tutto in amore, immagini e profumi della mia terra in una bellissima ed esclusiva musicalità da toccare nel profondo chi si accosta con “animo puro” alla lettura delle rime , questo in ogni parte del mondo, lo dico, perché mi leggono con la nostalgia per la loro SICILIA gli emigranti, che ringrazio, che coinvolgono le sei generazioni già passate dalla fuga per fame, dalla loro amata terra, che hanno portato nel cuore ed è diventata la terra di tutti i loro discendenti.

S.S: Se dovessi tinteggiare con degli acquerelli i chiaroscuri delle tue rime che genere di schizzo verrebbe alla luce?

G.M: Di tutto, basta leggermi, i miei versi si tingono di una messinesità dalle tinte forti, dalla sinfonia dolce che mi riferiscono, sia i critici e sia i lettori, si sentono trasportare da rime coinvolgenti e ispirate ed è facilissimo capire il messaggio che trasuda dalle mie liriche, e cerco di essere comunicativo al massimo. I miei scritti nascono come espressione libera di sentimenti e stati d’animo vissuti. La nostra vita è costellata da momenti particolari in cui si crede di perdersi e di non ritrovarsi, altri in cui si rinasce di nuovo, riscoprendo ciò che i nostri occhi non erano riusciti a vedere, ad andare oltre. L’amore è la tematica dominante, la ricerca di risposte, di se stessi, l’allontanamento di ciò che si teme e il desiderio di ciò che si brama. Le poesie sono specchi della mia anima, frammenti di vita che mostro. Ad affermare che la poesia è il respiro dell’anima non ci si sbaglia.

S.S: Dopo aver declamato una tua poesia ti è mai capitato sentirti pienamente realizzato?

G.M: Realizzato mai. Però onestamente, quando le declamo cerco di dare il massimo per trasmettere il mio pensiero. Invece, quando sento degli attori e/o declamatori, che recitano le mie Poesie, resto incantato e spesso mi commuovo per quello che mi arriva dentro e ciò mi dà una ulteriore spinta a proseguire e dare sempre il meglio possibile della mia espressione in versi.

S.S: Quante essenze spirituali attribuisci alla letteratura?

G.M: Poesia è commozione, che a mio avviso, nasce da riflessione, da aspirazioni, da sofferenza interiore da esplosioni d’amore sia spirituale che materiale, e poi per me anche dalla fede. Tutto questo, mi fa sentire, sensibilmente, il ritmo del Creato e gli impulsi di una Essenza che non è fisica ma mistica. La mia poetica, specie quella a tema religioso, ma anche tutti gli altri temi, è sempre alimentata dalla visione di cose semplici, al di là delle quali sento la presenza del divino, e cerco di trasmetterla.

S.S: La poesia in vernacolo quante potenzialità possiede?

G.M: Ne ha illimitate, ma deve tornare ad essere insegnato nelle scuole per come hanno detto che sarebbe stato, è necessaria istituzionalmente la “ riabilitazione letteraria ” del dialetto. In quanto è cultura è arte e soprattutto “radici”, non bisogna vergognarsi di parlarlo, io mi diverto ad utilizzarlo nella mia parlata o ad intercalarne i termini nell’italiano, ti assicuro che il discorso spesso arriva in modo semplice, diretto e quando serve anche efficace. Dante venne in Sicilia per studiare il nostro linguaggio, per cercare di capire i nostri termini, e molte delle nostre frasi idiomatiche, che con una sola parola sintetizzano un discorso, non riuscì manco a tradurli in toscano. Oggi il dialetto lo si usa scritto solamente in poesia o nei racconti, lo si parla sempre meno e soprattutto lo si italianizza. Tanti che dicono di scrivere in dialetto, non ne conoscono né la grammatica né i veri lemmi del dialetto, e questo è gravissimo, ma anche molti di quelli che chi giudicano, nei tanti concorsi non sono esenti da queste carenze…e sai come giudicano? leggendo la traduzione in italiano, siamo al Top.

S.S: Quali sono i tuoi futuri progetti letterari e artistici?

G.M: Mi stai chiedendo cosa voglio fare da grande? Ma io sono già grande, per l’età. Passami la battuta.
Ti rispondo che quello che faccio nell’immediato, per come ho già detto prima lo porto avanti per il piacere di farlo e perché mi viene spontaneo eseguirlo. Poi sai, l’ho sempre detto, per me la poesia è una scala senza fine, quando pensi di arrivare, trovi altre scale davanti, e che fai? Ti fermi? Mai guardare indietro e allora bisogna proseguire nel cammino.
Mi domandi di futuri progetti letterari e artistici, ecco posso dirti con sincerità, che una cosa veramente importante a cui sto lavorando da mesi, c’è. Ci vorrà ancora tempo per finirla, ma con la grazia di Dio arriverò a completarla, i critici e gli esperti del settore mi spingono e mi confortano dicendomi di andare avanti nel progetto, in quanto di una bellezza unica, valido e di grande interesse.
Ritengo, che bisogna avere il cuore pieno di gioia per poter donare agli altri “bellezza”. Se non si è in pace con se stessi, non si può dare nulla a nessuno. Se doni il bello, il buono, questo resiste ad ogni tempesta, perché resta per sempre nell’animo di chi li riceve, ed il bello, il bene, il buono che si fa e si dona nella vita, posso garantirlo, ha sempre un ” effetto domino”, tende ad unire e non a disgregare e distruggere.

Ti ringrazio di cuore per le domande che mi hai posto, da brava giornalista e critica letteraria quale tu sei e che sinceramente apprezzo;
Spero di essere stato capace di esprimere bene, ciò che volevi sapere. Ti garantisco che quanto dichiarato corrisponde al mio “pensiero” in tutto e che non cambierei una virgola di quanto detto, in quanto dichiarato con tutta la mia “Onestà Intellettuale”.

Messina, 20 Dicembre 2019
Giovanni Malambrì
Intervista rilasciata dal poeta Giovanni Malambrì a Sabrina Santamaria

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“I pennelli della speranza: I soggetti artistici arpeggiano nelle tele” (a cura di Sabrina Santamaria)

Carmen Crisafulli

I pennelli della speranza: l soggetti artistici arpeggiano nelle tele

L’amore per l’arte della nostra pittrice e poetessa orchestra un coro solenne naturale e luminoso allo stesso tempo; è come se la nostra con i suoi pennelli arpeggiasse agli inni di essenze spirituali. L’accostamento di colori caldi e freddi e di quelli primari con i secondari creano delle melodie accese, ambrate da bagliori di serenità e di speranza e, solo, così, l’osservatore sente dentro di sé una squisita arpa che si unisce all’unisono all’orchestra dei pennelli “accordati” dalla nostra Carmen Crisafulli.

Sabrina Santamaria

Cenni biografici di Carmen Crisafulli

Vive e opera a Messina. In più di trent’anni di attività ha prodotto opere di rilevante successo artistico. Nel 1983 è stata ospita all’Expo mostra d’arte Internazionale di Bari. Molte sue tele si trovano al “Museo Internazionale dei Pittori Nails” di Cesare Zavattini. Ha partecipato alle Fiere Internazionali d’Arte di Palermo e Padova. Essendo, anche, una muralista ha dipinto circa 300 murales in tutta Italia. Nell’ambito delle manifestazioni “Città Spettacolo di Benevento” ha realizzato un importante murales e ha esposto per “Telethon” alla BNL di Messina. Con i suoi dipinti sono state realizzate copertine di riviste come: “Giovani Amici” dell’Università Cattolica di Milano e il “Messaggero” dei ragazzi di Padova. Negli ultimi anni, Carmen Crisafulli, ha attribuito alla sua estrosa tecnica pittorica una “evoluzione” che conferisce alle sue opere una conferma ulteriore di luce, brillantezza, vivacità e corposità dei soggetti raffigurati.

Note critiche al dipinto “La mia Messina”

Lo Stretto di Messina è ammantato da foglie e piante stilizzate rese vivide da colori accesi che sottolineano la naturalezza genuina e spontanea della pittrice Carmen Crisafulli; il crepuscolo-aurora, nel cielo variopinto, si dirama e si riflette nell’infinito del mare, il nostro mare che con la sua lieve brezza allieta l’animo di ogni messinese. La nostra Carmen Crisafulli tinteggia con fantasia ed estrosità il panorama della nostra terra mediante un’osservazione scandita da sinfonie melodiose ambrate che si impadroniscono soavemente del talento pittorico della nostra artista. La tela fortemente “imbevuta” del blu (nuance che infonde il senso dell’imponderabile e dell’infinito) pulsa con spasmi lucenti caratterizzati dai colori caldi come giallo e arancio (sfumature che trasmettono positività e voglia di rinascere). Il messaggio che si diffonde nella tela racchiude molteplici armonie melodiose che ricordano i canti omerici rivolti alla sua agognata patria Itaca; questo dipinto è impregnato dalle speranze che nutre Carmen Crisafulli per la rinascita di Messina tanto è vero che le pennellate vivide navigano tra un’ambivalenza importante: l’aurora-crepuscolo. Messina rinasce o tramonta? La risposta dipende dall’occhio “indagatore” del quadro giacché la nostra artista regala ai suoi ammiratori libero arbitrio, ma, allo stesso tempo, li richiama all’attenzione affinché possano, nonostante le varie problematiche economiche e sociali, amare la città di Messina.

Critica artistica al dipinto “L’ultimo sbarco a Lampedusa”

La corposità animosa dei soggetti è tridimensionale, lo sguardo della donna “profuga”, considerata dall’opinione pubblica come reietta sociale, trasuda un travaglio tortuoso e angoscioso che è stato patito nel tragitto dall’Africa del Nord al Sud Italia; la sofferenza nei volti delle figure protagoniste del dipinto rappresenta la carica espressiva della tela infatti la vittoria su una morte quasi certa funge da contrasto ai colori accesi e fulgidi che si impadroniscono della madre e della bimba. La prima, però, è personificazione di uno struggimento e di un “reo” destino che ha riservato delle battaglie alla donna-madre, la quale, nonostante tutto, non si dà per vinta e non si rassegna alle incombenze del suo esistere, la bimba, invece, sublima il dolore e dona porti inconsueti di nuova vita affinché ogni uomo non rimanga vittima delle prigioni politiche imposte dai colletti bianchi e dai regimi dittatoriali che affliggono ancora alcuni paesi africani e asiatici. Di rilevante importanza è la scelta del genere femminile; sono due donne quelle raffigurate coraggiose e forti che si sostentano l’una con l’altra, oltre lo sfacelo morale e materiale, la mamma e la bimba si protendono verso un avvenire sognato e meritato. La realizzazione dell’opera si pone lo scopo di sfatare i miti dell’uomo eurocentrico e occidentale il quale si mostra come modello inimitabile invece l’artista si impegna a fare a brandelli le discriminazioni di genere(in quanto è una donna che salva se stessa e la sua bimba) e gli stereotipi culturali che fanno indossare una corazza di un ego smisurato. Il dolore è l’altra metà della gioia? Dopo la tristezza si potrebbero aprire i cancelli di un avvenire pacifico? Forse sì, la nostra Carmen Crisafulli ci invita ad abbracciare i nostri sogni e solo questi ci doneranno le chiavi per immaginare orizzonti rosei di serenità infatti l’atmosfera di “quiete dopo la tempesta” coccola lievemente l’animo di chi osserva il dipinto “L’ultimo sbarco a Lampedusa”.

Critica al dipinto “Maternità”

Siamo di fronte alla pietà di Michelangelo tramutata in dipinto? Per certi aspetti sì, in quanto è una madre che piange per la morte del suo bambino però in questo caso siamo di fronte a una figura comune, una donna in “carne e ossa”, tanto è vero che sono esaltati la fisicità e lo sconvolgimento umano che stritolano il cuore per la perdita subita. La fisicità del soggetto artistico è quasi manieristica e mi ricorda l’arte datata tra il tramontato umanesimo e le prime aurore del Barocco (come ad esempio il “Tondo Doni” di Michelangelo), ovviamente nel caso della nostra Carmen non si tratta di un’esagerazione stilistica o di una raffigurazione pacchiana, come spesso hanno lasciato intendere i critici riferendosi a questo movimento artistico. L’umanità e l’espressività della madre raffigurata nel dipinto è caravaggesca proprio il talento di Carmen Crisafulli la quale ha immortalato l’affetto, l’emotività della madre che versa lacrime di sangue, ciò che l’osservatore sente davanti al dipinto è l’impunibile naturalezza del dolore umano che si identifica col pianto che non deve assolutamente incontrare il biasimo altrui. Le lacrime usurate dal tormento materno potrebbero anche ricordare i patimenti della Madre Maria per il suo figliolo Gesù, ma la madre dipinta dalla nostra poetessa e pittrice è umana a trecento sessanta gradi; l’aura mistica e divina nell’opera aleggia esaltando l’essere umano in quanto creato da Dio tanto è vero che la madre non ha aureola e non si fregia di santità perché non le appartiene del tutto però ella è il riflesso dell’atto creatore del Santo Padre.

Sabrina Santamaria

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Le prigioni dell’ignoranza:“…E adesso parlo!” di Maria Teresa Liuzzo (a cura di Sabrina Santamaria)

Maria Teresa Liuzzo

Le prigioni dell’ignoranza:“…E adesso parlo!” di Maria Teresa Liuzzo (a cura di Sabrina Santamaria)

Il sangue di Caino grida rabbia e furore in un’ecatombe macchiata da un’eutanasia tritata che si mostra all’anima innocente di Mary e quest’ultima viene portata al mattatoio come carne da macello. Il corpo di bimba legato al muro con le spalle verso la luce(simile al “mito della caverna” di Platone) è barcamenato fra i gioghi familiari che pesano tonnellate di sadismo e di gratuito cinismo. Spirano fra i sussurri delle pagine i singhiozzi soffocati della pargoletta Mary, la candida martire del romanzo “… E adesso parlo!”.

I dolori fisici e morali della nostra protagonista trasmettono al lettore un imperativo e un assertivo pathos infatti nel momento in cui ci accostiamo al romanzo di Maria Teresa Liuzzo sentiamo un dovere morale che si concretizza nella completa presa di coscienza delle gravi condizioni sociali e familiari di Mary. I capitoli dell’opera fungono da monito perentorio a difendere ad ogni costo la verità anche quando questa si palesa come rude da accettare. Il padre di Mary, uomo spietato e senza scrupoli, mortifica con ogni tipo di violenza la nostra protagonista la quale custodisce come stigmate le sanguinanti cicatrici nel suo corpo e nel suo cuore; la madre, senza pietà e senza ripensamenti, svilisce la piccola al patibolo come vittima sacrificale di un reo antefatto di cui il nostro angelo non ha colpe, infatti Mary è reificata e ridotta fra i ranghi di un banale oggetto fra gli oggetti come se non avesse emozioni e sentimenti, primogenita di una famiglia numerosa sarà costretta (anche a schiaffi, pugni e vergate) a badare alla pulizia della casa e ai suoi fratellini neonati tanto è vero che l’idea secondo la quale una bimba di cinque anni possa fare il bagnetto a un neonato è semplicemente orribile e inaccettabile. A questo contesto cataclismatico si aggiungono l’insensibilità dei nonni paterni e la perversione sessuale di uno degli zii paterni che ha palpato il corpo di Mary quando aveva nove anni e di Fiamma (sorella della nostra protagonista) quando ne aveva sette, tuttavia una cappa di omertà ottunde non solo la famiglia della nostra protagonista, ma anche quasi tutti gli abitanti del paesino dell’Italia meridionale dove è ambientata la vicenda. Quasi ogni personaggio della storia è lontano anni luce dai gridi, a volte muti a volte assordanti, della nostra Mary benché quest’ultima sia un essere innocente e senza macchia nessuno difende la sua causa lasciandola sola e spoglia di speranza; ella appare condannata a indossare il saio della mestizia per espiare inganni altrui. Maria Teresa Liuzzo tesse la trama di un palcoscenico dell’assurdo in cui i diritti dell’infanzia e delle donne sembrano non aver ragione di esistere, sulla stessa stregua di un inutile orpello che impedisce all’economia di quel lager, del quale tutti fingevano di non esserne a conoscenza per i propri torna conti personali. Combattere contro il mostro-padre (assecondato dalla madre) diviene per la nostra Mary la croce gigantesca che lei porta alle spalle verso un sentiero di immotivata redenzione giacché l’unica sua responsabilità è quella, purtroppo, di essere venuta al mondo. Le vergate del padre sono come dardi infuocati nel corpicino della pargoletta la quale, spesso, abdica a se stessa per proteggere i suoi fratellini e le sue sorelline, fra l’altro sacrificio, alla fine della vicenda, non ricambiato da costoro che continuano a percepire la nostra protagonista come un’intrusa davanti alla quale recitare nel teatro delle “pupare” (marionette) nei momenti dei bisogni economici ai fini di sfruttarla al proprio tornaconto; la sorella Fiamma si rivelerà una delle più perfide e invidiose sprovvista di qualsivoglia ombra di misericordia verso la sorella maggiore. Come si può amare in queste fiamme che inaridiscono e corrodono fino al midollo la vita di Mary? Come non resistere alla tentazione di non restituire il male al proprio male? In questo secco limbo dove possiamo scrutare la parvenza del bene? Qual è la fonte in cui Mary nutre e abbevera la sua esistenza disidrata e arsa al gelo dell’infamia? La nostra protagonista fa germogliare dentro di sé la fede in Dio come un fiore di loto che è nato nella melma, nel fango e nel lerciume morale, infatti il coraggio che le dà linfa vitale è animato dal sacrificio di Cristo che si è sacrificato per i peccati dell’intera umanità, sulle orme tracciate da Gesù (il rabbì-maestro) Mary fortifica i suoi meandri stracciati nella sua mansuetudine umiliata identificandosi nel redento travaglio patito dal Figliol di Dio ella abbraccia, con innegabile sofferenza, il suo martirio; gli unici amori che la consolano sono il Signore e Raf (il Daimon), quest’ultimo un angelo custode, un amico immaginario, un cherubino dai capelli biondi che le scalda il cuore, questi è anche metafora dell’arte e della poesia che si materializza nelle lettere della nostra; proprio dell’oscurità dell’oblio in cui è emarginata dal mondo (durante il sequestro di persona a sedici anni) Raf la prende per mano e le mostra un regno sublime, alto, un cielo oltre il cementificato muro che la segrega nell’afflizione di ogni forma di sopraffazione. Solo grazie ai prati verdeggianti e alle cascate di acqua limpida che il Daimon mostra a Mary che quest’ultima si innamora del suo esistere come essere innestato al ramo della purezza nella sua vita activa harendtiana. Davanti al volto dell’altro, quell’altro che martirizza e sminuisce Mary sa bene che grava dentro di sé il peso della sua responsabilità, da questo punto di vista la sua condizione è in sintonia con l’agire ebraico del filosofo Lèvinas, il quale non trova alcuna giustificazione all’Io egoistico dell’uomo a prescindere dal pessimo agire umano; alle volte l’altruismo di Mary verso i suoi familiari appare ingiustificato, ma solo alla luce di questa interpretazione giudaico-cristiana la mitezza della nostra trova la sua ovvia collocazione. “… E adesso parlo!” di Maria Teresa Liuzzo è un impegno letterario di grande spessore che veicola la grande lezione del perdono, ciò non significa insabbiare i torti subiti, perché il perdono della nostra autrice è inteso come insegnamento cristiano e ricoeuriano poiché nel bagaglio della memoria ogni essere umano ha il diritto e il dovere di denunciare le ingiustizie umane per evitare i supplizi inflitti ad anime innocenti quindi nell’onesto riconoscimento della bassezza morale del peccato commesso (corrispondente alla verità oggettiva dei fatti) e alla rielaborazione dello stesso, al pari di un’ azione ascetica dell’estasi mistica; l’oblio come tabula rasa non innalza l’uomo all’Essere supremo. Alberga in tutto il romanzo la ricerca socratica dell’aletheìa (dal greco=verità) e da questa incessante maturazione dei segreti nascosti ognuno di noi può pur percorrere la valle di Baca provando, nonostante tutto, una pace spirituale profonda. Dulcis in fundo la nostra protagonista risorge dalle sue stesse ceneri perché il riscatto invocato non tarda a materializzarsi difatti allo stesso modi di un crisalide che si trasforma in farfalla adora svolazzare nelle aurore plumbee della sua amata poesia. Alcuni spiragli luminosi si affacciano nell’oscura prigione? Forse sì, perché la chiave interpretativa del lieto fine dipende dallo sguardo critico di ogni lettore che sarà inorridito da questa macabra storia, provando, però, stima e compassione per l’indomabile protagonista la quale alla fine trionferà annegando ogni malvagità nel battesimo dell’amore oltre ogni logico confine.

Sabrina Santamaria

Maria Teresa Liuzzo

Lo “scrittore delle piccole cose” e la sua Silloge “Frutti misti…” Edizioni Billeci (a cura di Sabrina Santamaria).

Lo “scrittore delle piccole cose” e la sua Silloge “Frutti misti…” Edizioni Billeci
(a cura di Sabrina Santamaria).

Sugnari
‘U suli calava,
e ‘a luna vaddava.
‘U mari cantava…
e ‘u ventu cuntava…
(Il sole calava,/ e la luna guardava/ il mare cantava…/ Ed il vento raccontava…)

Poesia Sugnari- Sognare di Giovanni Malambrì, Silloge Frutti misti…pag 29

La poesia è la porta, l’unica possibilità che ha il lettore per varcare la soglia della casa, metafora dell’anima, del poeta. Creare una fusione ellittica tra chi scrive e chi legge, spesse volte, non è un’operazione scontata perché, appunto, quando argomentiamo sui versi che le nostre muse ci ispirano scolpiamo nero su bianco le nostre emozioni e i nostri sentimenti; di certo non si tratta di trovare la soluzione a un’equazione logico-matematica. Le rime baciate della Silloge poetica “Frutti misti…” (edita da Billeci edizioni) trasportano gli animi sensibili verso l’imperscrutabile limbo dei ricordi e delle sensazioni del loro autore Giovanni Malambrì; certamente ha un animo semplice e genuino tanto è vero che per certi aspetti gli ho attribuito l’epiteto “scrittore delle piccole cose” ad esempio l’attenzione che mostra verso i dettagli che apparentemente potrebbero sembrarci insignificanti come il cappero, il presepe, il crisalide e una perla che nasce. Poeta pluripremiato in Sicilia e in diverse regioni italiane nei suoi versi dona se stesso ai lettori senza veli o fronzoli nella speranza che questi ultimi possano tentare di trovare la chiave per aprire i cancelli del suo andirivieni emotivo; sicuramente una delle ricette dei lettori, più attenti e innamorati della poesia, è l’empatia. Il titolo dell’opera è metaforico e tra le righe possiamo intravedere una sinestesia, in quanto accosta il senso del gusto( mangiare la frutta) al senso visivo (la lettura delle poesie e le immagini colorate vivacemente a esse accostate); metaforico perché la varietà dello stile poetico malambriano si innesta con l’eterogeneità dei temi affrontati: l’incanto del panorama dello Stretto di Messina e delle Isole Eolie, il femminicidio, le stragi terroristiche, la Fede in Dio e il dolore umano. L’attaccamento del nostro poeta alle nostre radici messinesi è preponderante riuscendo a trasferire la medesima passione per il passato al lettore che si impegna a tamburellare gli strumenti a percussione fra gli accordi musicali nel pentagramma sinfonico orchestrato dal nostro Giovanni Malambrì. Nella Silloge, tuttavia, guizza un unico fil rouge che si amplifica nell’amore, è un leitmotiv che armoniosamente si lega a ciascun testo poetico presente in “Frutti misti…”: amore per il creato: “Si picciriddu, ma donu da natura, chi a nostra terra ci fai fari figura/ Sei piccolino, ma dono della natura, che alla nostra terra fa fare figura.” ( poesia ‘U ghiappuru- Il Cappero pag 8) , amore per l’essere umano: “ ‘Sti morti a tutt’i parti ann’a finiri, ‘u munnu voli ‘a paci e l’am’a diri. A tutti i populi dignità s’ava dari, picchì ‘a genti voli sulu amari/ Questi morti da tutte le parti devono finire, il mondo vuole pace e lo dobbiamo dire. A tutti i popoli dignità si deve dare, perché la gente vuole solo amore.” (poesia Né banneri né culuri-Né bandiere né colore pag 17), amore per il genere femminile e per i piccoli fanciulli: “La pietà non giudica, è un attimo di misericordia, senza condizioni, non vuole essere ricambiata. Il volto dei bimbi di Nizza, vittime innocenti di un mostro, dobbiamo solo immaginarlo” (poesia Il volto dell’innocenza pag 45), “Un bimbo con il viso dal mare appena carezzato, le braccia abbandonate, immobile nella morte.” (poesia Involontario attore pag 21) “Dai fiato alla tua voce, non stare nel dolore, fai saper la verità, devi farlo per te ed anche per i tuoi figli” (poesia Essenza negata pag 31), amore per il nostro dialetto messinese e, infine, amore per Cristo che ha dato la sua vita per noi infatti in “Non smettere di amarmi” tesse le sue lodi: “E tu Gesù, in quel momento, offrivi al Padre il tuo patimento e col sangue che versavi, con misericordia l’umanità salvavi.” (poesia Non smettere di amarmi pag 57), “Mi dugni ristoru e cunfortu, mi pruteggi a tutti l’uri, Tu si ‘u me Signori…/ Mi dai ristoro e conforto, mi proteggi a tutte le ore, tu sei il mio Signore.” (poesia Tu ci si sempri-Tu ci sei sempre pag 41). L’obiettivo ante litteram del nostro poeta Giovanni Malambrì è stimolare le nuove generazioni affinché possano innamorarsi della poesia, come valore supremo di espressione, e, soprattutto, del nostro dialetto messinese.

Sabrina Santamaria

Il 13 dicembre ci sarà l’incontro con l’autore, tra i relatori Sabrina Santamaria.

Il brulichio di catene nascoste: “Una donna in gabbia” di Antonella Polenta (a cura di Sabrina Santamaria)

Il brulichio di catene nascoste: “Una donna in gabbia” di Antonella Polenta
(di Sabrina Santamaria)

Antonella Polenta

Il decorrere della nostra vita si snoda come la bobina di un nastro contenuto in una video cassetta, a volte la pellicola si aggroviglierà e incespicandosi il film dei nostri attimi vissuti si bloccherà non permettendoci di proiettare i fermo immagine degli atti successivi; questa apocope immancabilmente ci crea uno stato d’ansia che, spesso, noi non sappiamo gestire, immortalandoci in cristallizzati granelli di sprazzi vitali noi diveniamo statue di sale infatti così in questo susseguirsi nella nostra prospettiva il presente sarà flemmatico e il futuro inconsistente. La parcellizzazione dei nostri anni, spesso, mortifica la nostra essenza vitale, incatenandoci in prototipi di esseri umani massificati e massificanti e trascuriamo il significato più intrinseco di un termine tanto usato e usurato, ma difficilmente conseguibile nella routine quotidiana: la libertà. Da queste riflessioni ante litteram l’autrice Antonella Polenta si impegna a scrivere e partorire una maieutica socratica di pregevole merito come “Una donna in gabbia” (edito da Bertoni editore); apparentemente, dai primi capitoli, potrebbe sembrare una storia comune narrata da Alina, una giovane laureanda nella facoltà di Farmacia a Roma, la quale ha una sorella maggiore, Agave. Il contesto storico-culturale è quello degli anni ’70, definiti dagli storici “anni di piombo” per i numerosi fenomeni di stragismo politico che si sono verificati. Le due sorelle vivono un ambiente familiare borghese ammantato di idee stereotipate e di modelli preconfezionati e impacchettati “pronti per l’uso”; non reagiranno allo stesso modo in risposta a questo stile educativo, infatti Alina si comporta in modo conforme ai precetti paterni che non ammettono repliche mentre Agave incarna la ribellione giovanile sessantottina, ella è colei che si opporrà alle scelte precostituite del sistema perbenista dell’epoca, a volte anche a caro prezzo. Entrambe avevano letto “Il manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels, solo che Alina era perplessa e scettica sulla concretizzazione dei principi comunisti invece Agave si identificava pienamente con le idee del partito comunista italiano. La voce narrante cioè la sorella minore si trova recisa, rinchiusa dalle imposizioni familiari e sociali, la nostra protagonista vive in una “gabbia d’oro”, incatenata in un recinto ella si trova invischiata e impantanata in una palude, come se stesse sprofondando nelle sabbie mobili senza una via d’uscita oppure come se si trovasse in un tunnel senza una via di fuga, Alina non intravede uno spiraglio di luce nella mentalità oscura e gretta allora decide pirandellianamente di lasciarsi vivere permettendo che l’altro, un “qualunque altro” decida al posto suo. Agave (il suo nome deriva da un determinato tipo di pianta grassa) è l’esatto contrario, ella la ragazza di ventisei anni che non si dà mai per vinta, la sua “lotta di classe” è animata da ardore e zelo giovanile, in guisa di questa Jean D’Arque dei figli dei fiori, Antonella Polenta si schiude il varco per romanzare sulle scorribande sessantottine dei giovani sostenitori del Comunismo o del fascismo (un esempio sono stati i “gruppi universitari fascisti” o Guf ancora oggi ricordati) la presenza di Agave nel romanzo costituisce l’azione genuinamente istintiva del donarsi al mondo, alla vita, all’altro come essere al mondo totalmente diverso, invece Alina è rinchiusa nella sua sfera minimalista: la sua casa, la sua stanza, forse è concentrata nel suo Io ipertrofico? Soprattutto nei primi capitoli vive uno stato di chiusura di pensiero che costituisce la sua “gabbia mentale” impreziosita dalle agiate condizioni economiche. L’ambient narrativo catapulta le riflessioni del lettore sul delitto di Aldo Moro e sulla morte del giovane Peppino Impastato avvenute durante il fervore della nascita delle “grandi ideologie” e dello schieramento dei due partiti politici: i Comunisti e la Democrazia Cristiana. Di rilevante importanza sono le sequenze dialogiche intervallate nel romanzo che contengono delle meritevoli dissertazioni che sono state disquisite a livello artistico, letterario e filosofico; le ostinate argomentazioni filosofiche-cristiane dell’appassionato e onesto Leon (l’amoroso di Alina) che lo rendono apparentemente sicuro delle sue asserzioni vengono a sgretolarsi come un castello di sabbia o a cadere come un muro di cartapesta nel momento in cui si confronta con Mino (uno dei fidanzati di Susanna), medico omeopata, sostenitore della filosofia indiana e della “macrobiotica”, Leon si mostra molto affezionato a quell’architrave sulla quale si sono costruiti secoli di filosofia occidentale (greca e giudaico-cristiana). L’autrice è stata molto sagace inserendo anche degli snodi critici sulla mistificazione dell’arte e ai compromessi che gli artisti spesso sono costretti ad accettare; Alina, preda della morsa dei suoi pregiudizi non comprende i motivi artistici controcorrenti di Guy (pittore amico di Leon) tanto da entrare in contrasto con Leon, questi sostiene che i grandi artisti come Van Gogh o Gauguin sono ancora ricordati perché hanno disobbedito ai canoni artistici della loro epoca e non hanno seguito le mode artistiche del loro momento storico. Tuttavia il romanzo intrattiene il lettore grazie a quel pizzico di ironia e di humor saccenti nella descrizione dei vari personaggi come nel caso del ritratto di Susanna, l’amica di Alina. Fra l’altro man mano che l’ordito narrativo si districa ci sarà un’evoluzione delle protagoniste che sorprenderà il lettore, un rovescio dell’inizio che condurrà alle nuove conquistate consapevolezze di Alina perfino Ruggero, merlo e compagno di infanzia della nostra voce narrante, ottiene la libertà. L’animale è desideroso di volare, come Alina in fondo, ma entrambi provano vertigine e sono implumi. Adelina, “zia” di Susanna e donna anziana, il suo nome è fra l’altro con una radice molto simile, questa veneranda signora sarà lo sprone finale per far abbandonare ad Alina la gabbia o le gabbie che la tenevano prigioniera. Quali avventure vivrà la piccola sorellina minore di Agave? Quali scelte prenderà? E Agave da ribelle incallita si cucirà le ali cerate di Icaro?
“La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare” cit. tratta da “Mi fido di te” di Jovanotti.

Sabrina Santamaria

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Antonella Polenta