TRE LIRICHE di MARIA ROSA ONETO

Foto: Pixabay

~
AMARSI

Amarsi, è forse,
una passione senza vento.
Un abbaglio di cuore
che ferisce e sconvolge.
Movenze di carne,
di mani aggrappate
al silenzio.
Di frasi sfumate
al sapore di un bacio.
Amarsi, è forse,
una malattia senza tempo.
Un’oasi colma d’acqua corrente.
Un pertugio dove interrare
il veleno del tempo.
Amarsi, è forse,
un garbuglio d’incoscienza,
dove antiche vestali,
siedono ridendo,
come nature morte!

DESIO UMANO

E fummo vento,
gocce di pioggia
su davanzali istoriati.
Altalene strette
fra ginocchia di vetro.
Fronde d’alberi maestosi,
cortecce disegnate
a sangue,
radici nella pietra viva.
E fummo canto,
tormento di una stagione
arrivata in ritardo.
Brina a scolpire
la gioia del silenzio,
nel brivido tenace
del desio umano!

CUORE DI PANE

Ho scritto poesie
sulla carne
martoriata dal dolore.
Seminato fiordalisi
sulla terra di nessuno.
Scoperchiato il tetto
per raccogliere
il cielo e fiocchi
di pudore nella notte
oscura.
Come gatta randagia
ho partorito in strada
gli amori mai vissuti,
i sogni trattenuti
nella bacheca dei pensieri,
le miti illusioni al volo
di una falena.
Quanta luce ho raccolto
per farne dono
a chi non vedeva!
Umile
con il cuore di pane,
a spargere preghiere e
spruzzi d’incenso
su piaghe mai guarite!

~

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

Advertisements

ANGOSCIA, DECLINO, RIPIEGAMENTO e SOFFI DI SPERANZA NEL “DITTICO POETICO” LEOPARDI – MARCUCCIO (di Lucia Bonanni)

Foto: Pixabay

ANGOSCIA, DECLINO, RIPIEGAMENTO e SOFFI DI SPERANZA NEL “DITTICO POETICO” LEOPARDI – MARCUCCIO (di Lucia Bonanni)

“A se stesso” (Giacomo Leopardi)
“A Giacomo Leopardi” (Emanuele Marcuccio)

~
Nato il 29 giugno del 1798 a Recanati, un piccolo borgo dell’entroterra marchigiano, Giacomo Leopardi è il primo di cinque figli. Suo padre, il conte Monaldo, lo asseconda negli studi, ma dopo aver sperperato gran parte del patrimonio di famiglia, è la madre ad occuparsi dell’amministrazione domestica. A soli dieci anni Giacomo inizia a comporre i primi testi poetici e le prime prose, traduce le Odi di Orazio e la precocità del suo ingegno conferma il cimento e l’armonia nel cimentarsi nei vari campi del sapere. Quelli che trascorre il giovane Leopardi sono anni di studio matto e disperatissimo, che sotto alcuni aspetti compromettono sia la salute sia l’aspetto fisico del poeta che, secondo alcuni critici, non rimasero come rapporto tra vita strozzata e pessimismo, ma divennero strumento conoscitivo del condizionamento che la natura può esercitare sull’uomo. Da autodidatta il Nostro studia il greco, l’ebraico, le lingue moderne ed inizia a scrivere un diario, lo Zibaldone di pensieri in cui raccoglie riflessioni, appunti e speculazioni filosofiche e più tardi dà avvio alle Operette morali, stampate a Milano nel 1827.
Il mese di novembre del 1822 segna la data della prima partenza da Recanati verso Roma, Milano, Bologna, e Firenze dove il poeta interviene nel dibattito culturale che gli offre anche la possibilità di prendere le distanze da un certo tipo di intellettuali che riservano pareri incompatibili con le sue idee e le sue convinzioni. A Firenze stipula contratti con l’editore Stella, come accade tempo dopo con l’editore Starita di Napoli dove scrive “La ginestra”, che gli garantiscono una rendita mensile ed una certa autonomia dalle sovvenzioni paterne.
Il 1828 è l’anno dei grandi idilli, a Pisa compone “Risorgimento” e “A Silvia”, ma nel mese di novembre è costretto a far ritorno a Recanati a causa della morte del fratello Luigi e di altre incombenze familiari. Nel ritrovare i luoghi e gli oggetti dell’età giovanile, nell’animo del poeta si genera un moto di emozioni e ricordi che lo portano a vedere con sguardo diverso quella che egli aveva sempre considerato la prigionia giovanile. Da tale esperienza derivano i Canti maggiori quali “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, mentre la lirica “A se stesso” è ispirata dall’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, incontrata nel capoluogo toscano.
Leopardi muore a Napoli nel 1836 e finì di XXXIX anni la vita/ per continue malattie miserrima, come lo ricorda l’iscrizione sulla lapide, dettata da Pietro Giordani che nell’epitaffio ne esalta anche la grandezza di filologo ammirato fuori d’Italia/ [e] scrittore di filosofia e di poesie altissimo. Un poeta immenso e sublime, come immenso può essere “L’Infinito” in cui la parola idillio assume significato di visione più che di veduta, infatti il paesaggio, il colle è visto nella sua essenzialità, uno spazio solitario dove il poeta siede in stato contemplativo, e la siepe che limita la visuale, dà luogo all’immaginazione. Spazi, silenzi, quiete con la vastità senza confini che si fingono nel pensiero del poeta in opposizione con ciò che è indefinito e finito come poesia del vero e dell’eternità, determinata dall’infinito temporale ([…] mi sovvien l’eterno) con l’anima che cerca un senso di meraviglia in cui si smarrisce la mente e la voce misteriosa e immateriale del vento ([…] e la presente/ e viva, e il suon di lei) evoca l’estensione del tempo, un topos dove il poeta crea una specie di alterità, anche a livello lessicale con parole indefinite, equilibrate, timbriche e piacevoli.
Da evidenziare in Leopardi è l’uso degli endecasillabi sciolti ed una certa avversione verso la forma chiusa del sonetto, ritenuta priva di novità e su cui sembra ritornare in modo del tutto originale attraverso un modello celato che conferisce senso di compiutezza enunciativa all’idillio de “L’Infinito”. E nell’espressione figurata del naufragar è doveroso annoverare un pensiero idilliaco di Emanuele Marcuccio: «Che meraviglia! È la mia poesia preferita, di tutte quelle mai scritte. Ogni volta che la rileggo, mi perdo in quel mare di Infinito».
E quel suo perdersi nell’immensità del sentire, del silenzio e della quiete, crea una poesia cosmica che si realizza sulla percezione e si risolve in esiti di elevata dialettica e singolare dolcezza.

Il canto XXVIII A se stesso appartiene al Ciclo di Aspasia”, una serie di poesie ispirate all’amore non corrisposto per la suddetta Targioni Tozzetti, conosciuta durante il suo ultimo viaggio a Firenze e alla quale il poeta aveva attribuito lo pseudonimo di Aspasia. Il componimento si colloca nel punto più alto dell’intero ciclo e rappresenta angoscia, declino e ripiegamento su se stesso e soltanto con “La ginestra” a questo atto di rinuncia ad essere nel mondo si opporrà il senso della dignità umana come risposta al dolore, al cedimento e alla morte. Pur nel cupo risentimento verso se stesso, il poeta sente la necessità di guardarsi intorno e mescolarsi tra gli uomini onde ritrovare quella speranza e quel desiderio ormai spenti nel cuore, luogo principe di turbamenti e illusioni.
Nella lirica la percezione dell’esistenza non è altro che noia e dolore e il mondo è soltanto fango e niente è degno di appartenere alle vibrazioni dell’animo: «Tacqueta omai. Dispera/ l’ultima volta». Il climax discendente di questi versi è voce di annullamento di sentimenti e quel disperare per un’ultima volta si avvicina al mito della speranza come ultima dea che Foscolo enuncia ne “I Sepolcri”. Pertanto l’unica cosa lecita e positiva che resta, è la morte perché di nascosto la Natura tesse insidie, disinganni, e disperazione.
I versi frammentati, a volte aspri, spezzati e quasi scarni del componimento non formano una partizione in strofe, ma un’unica strofa, articolata in tre parti simmetriche, diversamente dalla strofa, o lassa, della canzone libera leopardiana. I sedici versi della lirica si dividono in dieci endecasillabi e sei settenari e sono disposti in gruppi di cinque e sei versi e soltanto per l’infinita vanità del tutto è concesso l’endecasillabo, derogando dallo schema normativo per conferire valore al significato intrinseco del verso.
Con l’uso di tale architettura Leopardi intende celare la struttura equilibrata della lirica in modo che siano l’orecchio e l’animo e non l’occhio a cogliere il messaggio compositivo. Con la sintassi spezzata e il frantumarsi della metrica mediante l’uso frequente dell’enjambement Leopardi crea un tipo di misura per l’occhio e un’altra per l’orecchio e nell’opposizione tra unità metriche e frasi sintattiche il tessuto ritmico si rivela e si nasconde, affidando al lettore la chiave interpretativa dei singoli versi.
La lirica A Giacomo Leopardi di Emanuele Marcuccio, qui in dittico con quella del poeta di Recanati, trova ispirazione, come ci avverte l’autore in nota, dall’incipit (“Or poserai per sempre,/ stanco mio cor”) e si enuncia quale richiamo all “eterno illuminator affinché continui a posare uno sguardo benevolo sugli spiriti vaganti e dolenti. Il componimento marcucciano, come nei poemi classici, assume valore di invocazione alla musa quale guida alla ragione e al fuoco dell’ispirazione e il costrutto sintattico e quello metrico rivelano il mondo interiore del poeta e soggettiva diviene la visione del tempo e dello spazio in cui il Nostro rivive sentimenti e stati d’animo.
L’anello di congiunzione tra i due testi poetici è la dimensione del pessimismo, in Leopardi, ma anche in Marcuccio, definito cosmico perché tipico dell’uomo e contrapposto a quello storico. Lo stile dell “infaticabile poeta palermitano è molto ricercato sia a livello lessicale, sintattico e retorico sia nella ricerca attenta di un contesto linguistico, che si colloca tra la tradizione classica e quella volgare e che il Nostro usa come strumento di conoscenza. Nei suoi anni di studi, scrittura, valutazione e revisione dei suoi elaborati Marcuccio mostra curiosità nuova e consapevolezza per l’evoluzione del proprio pensiero; così dalla prima stagione della sua poesia, con diversa coscienza e immutata passione giunge a rinnovare stile e linguaggio di scrittura.
La scansione in endecasillabi, novenari e settenari degli otto versi che formano il componimento si dispone in una partizione di due strofe di cinque e tre versi, ambedue terminanti con i puntini di sospensione ([S]pirto errante…// […] spira…), qui non usati come reticenza, bensì nel significato di un finale aperto che lascia maggior spazio interpretativo. Il sostantivo spirto, variante poetica di “spirito”, accostato all’aggettivo flebil e al participio errante, mutando l’interpretazione di senso, diviene linea guida per l’intero componimento, mentre il movente interpretativo dell’aggettivo flebil, dal latino “flēbĭlis”, nell’accezione lessicale di “commovente”, “infelice”, “triste”, “dolente”, “piangente”, “degno di essere compianto”, forma una locuzione illustrativa dell’ingegno e della fisionomia della vita del poeta di Recanati, per la maggior parte trascorsa nella dimora del natio borgo selvaggio, mentre i suoi versi imperituri saranno guida all’animo errante ovvero inappagato, dell’uomo che, a causa della sua cecità culturale si sposta di qua e di là senza alcuna capacità di poter gustare la bellezza dell’arte poetica.
Il participio errante non può non richiamare il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” la cui stesura si impernia su due entità, l’una inanimata e lontana, la luna, e l’altra animata e vicina, il gregge, entrambi compagni del pastore che trascorre la notte seduto su un sasso ad ammirare la luna, cercando di interpretare misteri e trovare il perché della solitudine e della noia.
Nella seconda strofa del componimento Marcuccio pone in analogia Leopardi con la vergine luna, pura e intatta come la dea Diana, che circonda gli esseri umani di un alone luminoso, di un aura divina, equilibrata di meraviglia nel vasto mare delle illusioni. A chiusura del verso e a conclusione del componimento la dicitura … spira…, formula alchemica dal senso allargato di “soffiare”, “respirare”, “emanare” in modo favorevole e propizio frasi e parole poetiche da pronunciare con soffio leggero. Ma in tale espressione si annida anche il desiderio di vedere nuove realtà, incontrare persone e conversare con l’ambiente circostante, come succede nel tumulto dei sentimenti che agitano l’animo dei due poeti, l’uno costretto e isolato nel borgo recanatese e l’altro immerso nella salsa bellezza marina della sua Palermo.
Il componimento di Marcuccio, plasmato su un tipo di poesia immaginativa e sentimentale, rinnova le tematiche care a Leopardi, a sostegno di una morale volta alla riflessione filosofica, che insegna a saper distinguere la sofferenza dalla convinzione del dolore, il giudizio dalla verità, la natura delle illusioni dai disincanti annunciati dal destino, condizione ineludibile a cui l’uomo deve sottostare nel suo iter umano. E anche Marcuccio come Leopardi per mezzo della misura metrica e sintattica vuol celare quel male di vivere di impronta montaliana che gli deriva dal suo modo di essere e da quel senso di malinconica appartenenza alle cose della natura. Il suo canto è formato da un’alternanza di versi brevi e versi lunghi, ritmati da un tipo di musicalità appoggiata su forme allitteranti e assonanze e consonanze, anche tra parole gestite attraverso quel moto interiore che si converte in invocazione per Giacomo Leopardi, che il Nostro definisce “il [suo] grande maestro di Poesia” e che, oltre al suo modo di poetare gli ha mostrato la via per nuove scritture, sempre degne di attenzione e apprezzato valore poetico.

~

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 8 dicembre 2017

* Il dittico poetico, rivisitato in una accezione a due voci dal poeta Emanuele Marcuccio e da lui definito come una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. Il presente saggio è in pubblicazione, in Dipthycha 4. Corrispondenze sonore, emozionali, empatiche… si intessono su quel foglio di vetro impazzito…, quarto volume del progetto poetico-antologico Dipthycha (2013; 2015; 2016) su idea e cura di Emanuele Marcuccio a scopo benefico.

• Bibliografia

AA.VV., Storia intertestuale della letteratura italiana, a cura di Angelo Marchese, DAnna, 1990.
AA.VV., Testi nella storia, a cura di Cesare Segre e Clelia Martignoni, Mondadori, 1992.

~

A SE STESSO *

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
cheterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanità del tutto.

Giacomo Leopardi
(1798 – 1837)

* Giacomo Leopardi, Canti, Laterza, 1917, p. 106. Il presente dittico poetico è proposto da Emanuele Marcuccio.

A GIACOMO LEOPARDI *

Or posa, stanca mano,
e il flebil spirto ancor risuona…
riluce ancora il verso tuo immortale…
o eterno illuminator dell’uman cieco
spirto errante…
Infondi ancor, su noi mortali,
aura divina del meraviglioso
mare di mille illusioni… spira…

Emanuele Marcuccio

* Ispirato dall’incipit di “A se stesso” di Giacomo Leopardi: «Or poserai per sempre,/ stanco mio cor.» [N.d.A.]

TRE PENSIERI POETICI di MARIA ROSA ONETO

Foto: Pixabay

NON CI SARÀ

Non ci sarà che cielo
nei romanzi vergati
ad occhi bendati,
nel silenzio d’edera
di una giostra smontata,
all’odore di morte
al chiuso di un obitorio.
Ci sarà soltanto cielo
nella minestra riscaldata
dell’altro ieri,
in quel tugurio di casa
che il libeccio frenava
per non spaventare
i bambini.
Scarpe messe ad asciugare,
stracci sporchi di sugo
che le galline beccavano
al posto del grano.
Non ci sarà che cielo
sui davanzali anneriti
di fuliggine.
Corde stese
a richiamare il mare.
Lenzuola come vele
strappate e il senso del nulla
fissato ad un orologio
a pendolo che non batteva
più rintocchi da circa
trent’anni!

SE QUALCUNO

Se qualcuno mi portasse
a casa il mare
dentro una tinozza
color vermiglio
per immergervi le mani
e bere il sale della vita,
potrei giocare,
costruendo barchette
di carta di giornale
e vedere le parole liquefarsi
tra sangue, coltelli
e morte.
Se qualcuno raccogliesse
il vento, umido di rabbia e rugiada
dentro un fiasco di vetro
intrecciato alla paglia,
farei grandi feste
come per un addio
al nubilato.
Se qualcuno mi portasse
sulle vette dell’Himalaya
a respirare il Creato,
resterei seduta in eterno
senza più temere gli affanni.
Gli occhi attoniti d’amore,
l’Anima leggiadra di farfalla!

NON BASTA

Non basta vivere
di pane e poesia.
Celati dietro maschere
di cera.
Non basta cantare
l’ultimo sonetto
in un’aria di armonia
per nascondere le lacrime
che non vogliono uscire.
Non basta saper sognare
senza soldi in tasca
e un curriculum
più volte ricopiato.
L’attesa si fa angoscia,
delusione, follia cupa.
Non basta
dipingere il peccato
con la fantasia
del perdono e ruggini
di asprezza stese al sole.
Non basta cibarsi
di fede e filosofia
quando nulla si compie
nel breve viaggio della vita!

~

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

TRE POESIE di MARIA ROSA ONETO

LASCIAMI ANDARE

Lasciami andare,
non ho più molto tempo
da perdere.
Vestita a fresco,
voglio respirare il mare.
Sentire il richiamo
di una conchiglia.
Guardare lontano
dove le vele
sfiorano il cielo.
Lasciami andare
a raccogliere fiori
di primo mattino.
A scambiare canti d’amore
con l’ultimo usignolo.
A immergere le mani
nella fontanella in giardino
per accarezzare
quel pesciolino rosso
vinto alla Fiera del paese.
Non ho più molto tempo
da sprecare.
Già le ombre si avvicinano
a togliere il sereno.
Lascia che vada
a sospirare altrove
la mia pena.

TI TERRÒ

Ti terrò nel palmo
della mano
per avvicinare
il cuore alla tua bocca.
Sarà d’oro puro
il respiro
che uscirà lieve
vagando su sentieri
di pietra,
su passi
mai camminati,
su frusciami d’edera
tormentati
dall’ansia di restare.
Ti terrò
accanto a questo
dolore,
come un libricino
di preghiere.
Un cerino acceso
nella notte buia.
Il pianto di una donna
che non ha
consolazione
e ancor si attarda
a chiedere amore!

SCRIVO

Scrivo
affinché la gioia
non si trasformi
in fatica.
Ore di noia
nella sabbia di una
clessidra.
Traccio parole
per far bere
il cuore.
Ho bisogno
di mani amorose
e di un’alcova
d’aprile,
gialla di fiori,
per lasciar
risorgere
l’anima
intorpidita.
Scrivo
senza spegnere
la malinconia,
che si dipana
in gomitoli
di seta intrecciati.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

IL REALISMO TERMINALE AL BIVIO (di Tania Di Malta)

Il Realismo Terminale al bivio (di Tania Di Malta)

Se all’inizio del secolo scorso l’esigenza di cambiamento e interpretazione del tempo, venne rappresentato a livello letterario, principalmente dal Futurismo, oggi a mio parere, il Realismo Terminale ha l’autorevolezza e i giusti strumenti di comprensione di questa epoca ingarbugliata. Per forza maggiore sarà all’interno del grande spazio espressivo del Realismo Terminale, che si giocherà una partita decisiva. Nel secolo scorso in letteratura, il Futurismo ebbe due poli diametralmente opposti, l’uno situato in Filippo Tommaso Marinetti suo fondatore, l’altro in Vladimir Majakovskij, massimo rappresentante del Futurismo russo. Distanti anni luci su principi etici, politici e culturali, rappresentarono il loro tempo, accomunati da una parola, un concetto di fondo: la velocità, nella sua globalità. Analogamente accadrà qualcosa di simile al Realismo Terminale. Navigando nella complessità del tempo (cit. di Guido Oldani): ognuno è Realista Terminale a modo proprio), è vero che (è sempre Oldani ad affermarlo) è più probabile che oggi un poeta sia un ragazzo che lavora in un call center piuttosto che un letterato ufficiale. Sicuramente intorno ad accatastamento e similitudine rovesciata, parole chiave su cui Oldani crea il Realismo Terminale, c’è tutto un mondo da costruire, ognuno con i i propri strumenti, etica e formazione. A mio parere anche la poesia civile dovrà trovare la sua collocazione, il giusto bypass comunicativo al problematico tema dell’appartenenza, nel suo significato più intimo e alto, in un’era ancora tutta da comprendere. Nel secolo scorso Italo Calvino nelle “Città invisibili” fa il paragone fra la città e la macchina, evidenziando quanto fosse pertinente e fuorviante il paragone stesso, dato che la macchina è creata per una specifica funzione, mentre le città sono i risultati di adattamenti successivi a funzioni diverse. Oggi si potrebbe dire che nel paragone fra l’uomo e la natura con l’oggetto, i realisti terminali dovranno fare i conti con un confronto che sarà anche in questo caso pertinente e fuorviante. D’altra parte, come ci ricorda Giuseppe Langella, altro rappresentante del Realismo Terminale e suo critico valente, è questo il mondo con cui dobbiamo confrontarci, non abbiamo altro e non possiamo tornare indietro perché è la sfida del secolo. Credo che chiunque si accosti al Realismo Terminale debba portare con se questa lezione, questo tavolaccio messo al guado fra un secolo e l’altro. All’interno di un nuovo paradigma in cui si gioca la partita dell’etico/non etico, ognuno prenderà la propria strada ed il proprio spazio. Probabilmente accadrà come già nel Futurismo, che il Realismo Terminale si dividerà in due percorsi. Il tempo e il corso della storia sarà testimone di questa avvincente avventura.

Tania Di Malta

L’articolo pubblicato in precedenza sul sito “Almanacco punto” della Puntoacapo Editrice:

https://www.almanaccopunto.com/single-post/2019/02/10/Tania-di-Malta-Il-Realismo-Terminale-al-bivio

Tutti i diritti riservati all’autrice

ANGOLO DI POESIA: MARIA ROSA ONETO e la sua SFIDA POETICA col REALISMO TERMINALE

Foto: Pixabay

(by I.T.K.).

Continua la sperimentazione e la sfida, un gioco ribelle con un po’ di ironia con la stilistica del Realismo Terminale. Per Voi i nuovi pensieri terminali della poetessa Maria Rosa Oneto.

LA DENTIERA

La dentiera
galleggiava nel bicchiere
come feto abortito,
reperto archeologico
per addetti agli scavi.
La bocca
sbavava colla
e catrame.
Gengive marmoree
trituravano
il ghiaccio del frigo,
l’aria condizionata.
Mosche e zanzare
facevano corteo
in quelle fauci
spalancate.
Sorrideva la dentiera
tra le sgrinfie
del gatto di casa!
E l’uomo russava
ebro di vecchiaia!

LA FUGA

Gradini
in corsa
per le scale.
Tegole sbalzate
arrostite dal fumo.
Vetri saltati
in strada
come per un brindisi
di Capodanno.
Muri simili a foglie
dell’autunno.
Lingue di fuoco
attorcigliate
alle grida della gente.

Fu una fuga d’amore
all’odore acre del gas!

UN ULTIMO SPASMO

La telecamera
illuminò la scena
con occhi di vetro.
Scorreva vita –
biglia rossa
nell’ultimo gioco
di una donna agonizzante.
Uomini di plastica –
novelli figuranti –
le giravano attorno
senza calpestare le impronte.
Utensili, ferri da chirurgo,
fiato corto
dentro maschere assettiche.
Un ultimo spasmo
al compiersi della morte,
all’ironia sguaiata
di una telecamera spenta.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti intellettuali riservati

RITRATTI: GIANFRANCO ISETTA – l’orologiaio della parola

Gianfranco Isetta

(by I.T.Kostka)

In questa rubrica presento diversi mondi poetici e contemplo variegate stilistiche contemporanee, dedico molta attenzione alla sperimentazione e alle novità letterarie ma, lo ammetto con tanta ammirazione, leggendo le opere di Gianfranco Isetta provo sempre una profonda estasi paragonabile alla lettura delle liriche di Giacomo Leopardi. Come disse il Grande Maestro “La poesia malinconica e sentimentale è un respiro dell’anima” ed è così nel caso di Isetta il quale, nei suoi intimistici e riflessivi versi, sfida l’arte poetica con grande agilità e fascino simile a quello leopardiano: mai nessun eccesso o espressione superflua, la struttura delle opere è sempre mirata ed evidenziata con trasparenza grazie all’uso raffinato ed essenziale di ogni parola scritta. La poesia di Isetta non grida ma, basandosi su una profonda riflessione e retrospettiva, scava nelle profondità della psiche umana sfiorando gli abissi e le corde più nascoste. Isetta non commette mai l’errore di cedere alla pomposa e inutile retorica né alle vuote descrizioni, è come un orologiaio della parola che sottopone un lettore ad una precisa analisi ed emozione con ogni strofa. È un caso raro perché non siamo mai sazi delle liriche di Isetta, al contrario, la loro essenza diventa sollievo e una specie di droga nella nostra rumorosa e aggressiva quotidianità.

Izabella Teresa Kostka, Milano 2019

ALCUNE POESIE SCELTE di GIANFRANCO ISETTA

(FINGERE DI CHIEDERLO ALLA LUNA)

Ho rimediato parole ogni giorno
tra i sassolini e le foglie ingiallite
come fossero voci in letargo
onde sismiche a propagarsi intorno
pronte alla luce che pure ci inganna.

E adesso che ne sarà del mio sangue? (1)
Che penseranno gli uccelli migranti
del mio stare con la ruggine ai piedi!
Non c’è un nulla a cui potersi aggrappare,
forse qualche promessa che si rinsaldi
lasciandola al sole ad asciugare.

E se arrivasse la notte, che dire…
proviamo a gustare qualcosa di vuoto.
Io fingerò di chiederlo alla luna
poi mi nasconderò tra i ciuffi d’erba
e nel mostrarmi e scomparire, il tempo
potrebbe dirci se possiamo scegliere.
O forse c’è un non-tempo che rapprende?

*

(1) cit. Paul CELAN

(CAPITA)

Capita

di voler chiuse le finestre agli occhi
che si levano sempre fissi e uguali
senza un progetto per vincere il vuoto.

Capita d’invecchiare, come neve
sporcata dalle polveri sottili,
su una linea curva che s’attorciglia
sempre più, come un nido sotto gronda.

Capita che il chissà cosa e il quando,
che ci attende, non sempre ci riguardi
e poi capita che l’incontri al varco

Capita.

(CI SONO ACCENNI DI NOIA)

Per il paese s’ascoltano suoni
come voci di venti d’Occidente
c’è chi dice siano imposte annoiate
recitanti dalle finestre aperte.

Ne ha contezza la notte
quando la luna s’infiltra
con la sua lenza di luce
sui vetri già svelati.

Noi ci si incontra per questa ragione,
non per sconfiggere il tedio che incombe
o consolarci le menti confuse
ma a simulare più dense esistenze.

COME FOGLIA

Rivedo d’esser stato come foglia.
pur come foglia che col vento sale.
Ora che tocco a terra lento, e spenta
ogni ragione per puntare al cielo,
m’ accovaccio al caldo delle mie sere
disteso sulle membra rugginose.

Se sembra irraggiungibile l’interno
di un tempo che si pensa sogno eterno
è buona solitudine da accogliere
quella che mi accompagna ad una soglia
dove c’è sempre un ramo che mi invita
ad un ritorno che metta germogli.

*

(Pur come foglia, che col vento sale,
verso di Giovanni Della Casa
da LE RIME E I VERSI LATINI)

BIO – BIBLIOGRAFIA

Gianfranco Isetta è nato a Castelnuovo Scrivia (AL) nel 1949. Ha conseguito il diploma di laurea in Statistica presso l’Università Cattolica di Milano. Ora in pensione, è stato Direttore amministrativo dell’Istituto Scolastico Comprensivo di Castelnuovo Scrivia. Per 10 anni è stato sindaco del suo paese promuovendo il rilancio del Centro Internazionale di Studi Matteo Bandello sulla Letteratura rinascimentale, presieduto dal prof. Giorgio Barberi Squarotti.

Ha pubblicato: SONO VERSI SPARSI (Joker, Novi Ligure 2004), STAT ROSA (Puntoacapo, Novi Ligure 2008), entrambi i libri arricchiti da interventi di Giorgio Bárberi Squarotti. Il terzo volume “INDIZI… forse” è una raccolta antologica introdotta da un saggio critico di Luca Benassi, Nel 2014 esce PASSAGGI CURVI- Poesie non euclidee (Puntoacapo – Pasturana ) con prefazione di Alessandra Paganardi e postfazione di Ivano Mugnaini. È del 2015 una plaquette del pittore Adalberto Borioli con alcuni testi poetici di Isetta. Questa pubblicazione fa parte di una serie da collezione che vede presenti tra gli altri Fabio Pusterla, Giampiero Neri, Franco Loi, Maurizio Cucchi, Gilberto Isella, Donatella Bisutti, Vivian Lamarque, Patrizia Valduga. Ha partecipato e partecipa a numerosi incontri di poesia in varie parti d’Italia e tiene incontri di poesia con gli alunni della Scuole medie e superiori in varie località. Recensioni importanti sui suoi libri sono presenti in riviste come POESIA Rivista internazionale di poesia di Crocetti Editore, LA MOSCA di Milano, VERNICE LETTERARIA di Torino, MOLTINPOESIA di Milano, MANGIALIBRI on line, POETRYDREAM on-line, COMPITU RE VIVI on-line CRITICA LETTERARIA on line LA RECHERCHE di Roma, IL SEGNALE di Milano SENECIO di Napoli (con cui collabora). È presente in varie antologie e raccolte, nazionali.

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI OTTENUTI

Finalista nelle Edizioni 2004 e 2012 del Premio di poesia Jacques Prevert, selezionato al premio David M.Turoldo del 2009. Selezionato al Premio Nabokov 2012. Finalista nell’edizione 2012 del Premio nazionale Carver. Ha vinto il Premio nazionale di poesia “ Andrea il Pisano” di Pontedera, Finalista al Premio Nazionale Laurentum a Roma per il libro “Stat rosa” e finalista con menzione speciale della giuria per la poesia inedita “Come uno scialle”. “Stat rosa” ha vinto (ex-aequo) la XXIV edizione del Premio internazionale di poesia e letteratura dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Ha vinto nel 2013 la III Edizione del Concorso Nazionale Letterario Oubliette 03 con il libro “INDIZI … forse”. Premio speciale della giuria “Corrado Alvaro ” del Concorso “Colori e parole 2012” a cura del Centro Studi Accademia Internazionale G.Leopardi per la silloge di poesie “Del tempo, il caso e il senso”. Nel 2014 una sua silloge poetica 3^ al Premio Internazionale di poesia “G. De Scalzo” a Sestri Levante. Nel 2017 gli è stato assegnato il Premio speciale del Salotto letterario per la poesia sempre a Sestri Levante e tre suoi testi hanno ottenuto riconoscimenti al Premio letterario biennale internazionale “Pensieri e parole d’Oltrepò” . Suoi testi hanno ricevuto nel 2015 e nel 2016 una menzione speciale del Premio letterario La recherche Il giardino di Babuk-Proust en Italie a Roma. Sempre nel 2016 è stato finalista due volte al Premio internazionale di Letteratura e poesia Città di Recco, nel 2016 un suo testo ha conseguito il Premio speciale al Premio letterario nazionale Lampi di Poesia a Torino. Ha vinto nel 2017 la IX edizione del prestigioso Premio Internazionale di poesia città di Acqui Terme con il libro “Passaggi curvi – poesie non euclidee”. Nel 2017 ha ricevuto la menzione speciale al IX Premio internazionale di poesia Don Luigi di Liegro a Roma per la poesia “Invecchiano le nuvole” e il Diploma d’onore con mezione speciale al Premio intenazionale Michelangelo Buonarroti III edizione per il libro “Passaggi curvi – poesie non euclidee” . Il libro “Gigli a colazione” (Puntoacapo editrice 2017) ha ricevuto la segnalazione di merito al Premio internazionale di poesia Europa in versi 2018, e sempre nel 2018 il 2^ premio al concorso internazionale il CASENTINO, fondato da Carlo Emilio Gadda. Vincitore assoluto del VII Premio nazionale “L’arte in versi” organizzato dall’Associazione culturale Euterpe di Jesi. Altri riconoscimenti ottenuti nel 2019 Il Sigillo di Dante a Sarzana, Il Litorale a Marina di Massa, la Medaglia d’onore al Premio Di Liegro a Roma e menzione d’onore al premio Internazionale di Poesia Città di Moncalieri, finalista 4^ classificato al Premio nazionale Albero Andronico. È membro della Giuria del Concorso nazionale di poesia e narrativa “GUIDO GOZZANO” dal 2013. Scrive e collabora, sul Blog giornalistico nazionale ALGANEWS, diretto dal giornalista Rai Lucio Giordano con uno spazio riservato alla poesia.

Tutti i diritti intellettuali riservati.

L’articolo pubblicato anche sul blog giornalistico “Alessandria Today”:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2019/06/15/ritratti-gianfranco-isetta-lorologiaio-della-poesia/?preview=true

POESIA: “ROTTAMI” (ispirata al Realismo Terminale) di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

(by I.T.Kostka)

È una grande soddisfazione vedere le valenti voci poetiche sfidare e sperimentare, con entusiasmo, la stilistica del Realismo Terminale – corrente artistica creata da Guido Oldani. Ci vuole grinta, ispirazione, fantasia e tanto coraggio. Tutte quelle doti, arricchite con una bella dose di spiccato talento, possiede sicuramente la poetessa Maria Rosa Oneto.

Compito compiuto con successo e… un po’ di brividi.

Buona lettura!

“ROTTAMI” (testo ispirato al Realismo Terminale)

Come pali
lungo i binari
restammo inchiodati
al vento.
Le gonne di cartapesta
pesanti di pioggia.
L’arrivo del treno
spezzò la notte
in un groviglio
di rottami.
Corpi sezionati
in laboratorio,
scarti per topi
senza fame.
Valigie sparse,
tracce di rossetto
sulla camicia bianca.
Urla di madri
all’abbaglio dei flash!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

GIOVANNI PASCOLI: I TEMI DELLA SUA POESIA di Eduardo Terrana

GIOVANNI PASCOLI: I TEMI DELLA SUA POESIA

Il poeta Giovanni Pascoli. Foto: Wikipedia

di Eduardo Terrana

La poesia di Giovanni Pascoli è segnata dalle vicende familiari, tragiche e dolorose e dalle deludenti esperienze di vita del poeta. Pascoli vive un’infanzia spensierata,in una casa spaziosa della tenuta “La Torre” dei principi Torlonia, di cui il padre è amministratore. All’età di 12 anni, però, perde il padre, assassinato da un ignoto,che non sarà mai individuato. Negli anni successivi si aggiungono altri lutti familiari:
la sorella, la madre e due fratelli.
La morte della madre segna un’ombra di dolore incancellabile nell’animo del poeta, che la considera la tragedia maggiore, perché viene meno il nucleo familiare: il “nido”.
Questa precoce esperienza di dolore e di morte sconvolge l’anima del poeta e segna il crollo di un mondo d’innocenza e di infanzia serena a cui sempre il Pascoli aspirerà con immutata nostalgia. D’ora in poi il suo proposito sarà sempre di riformare il nido familiare originario.
Alle tragedie familiari si sommeranno altre profonde delusioni che arriveranno al poeta dal fallimento dei miti del suo tempo: il mito del progresso tecnico e sociale del genere umano, che aveva generato speranze ed entusiasmi di miglioramento; il mito della scienza liberatrice di ogni male e di ogni dolore.
Tutto ciò concorre a generare nell’animo e nella mente del Pascoli una nuova stagione di tristezza esistenziale del vivere e di angoscia profonda.
Le pagine poetiche si fanno espressione di vera e propria paura per i tempi nuovi che si annunziano: per il disastro che sta per cogliere il genere umano; per le enormi e mostruose metropoli che stanno sorgendo, viste come strumenti e sedi della schiavitù dell’uomo; per la scienza , che è alla base di tutto questo e che non ha dato né la felicità né la liberazione dell’uomo dal male e dalle fatiche.
Pascoli matura allora: il sentimento doloroso della vita, la certezza che la sofferenza è alla radice del nostro vivere e che il male è prodotto degli uomini che complicano con la miseria dei loro contrasti la scena oscura e dolorosa del mondo.
Concretizza, quindi, il suo rifiuto della realtà e della ragione, della storia e della scienza, del progresso tecnico e scientifico, in un ripiegamento intimistico che assume la forma della fuga nell’infanzia, del desiderio del rifugio piccolo, ma sicuro, nella casa = nido, dove sentirsi isolato ma tranquillo rispetto ad una realtà che non capisce e quindi teme, ed in cui si fa anche forte il vagheggiamento della campagna e delle umili cose, scenario sul quale proiettare inquietudini e smarrimenti.
Deriva da ciò un’ immagine del Pascoli di poeta solitario, che manifesta il suo totale rifiuto della condizione adulta e della vita di relazione al di fuori del caldo e protettivo “nido familiare”; che regredisce a forme di emotività e sensibilità infantili, che si pongono in antitesi con la visione matura della realtà; immerso nella campagna vasta e silenziosa, ed inteso a descrivere le rivelazioni delle cose, da cui scaturiscono i vari simboli che ricorrono nella sua poesia, che si indirizza in un’unica direzione: la scoperta dell’infanzia.
Il poeta, in Pascoli, coincide con il “ Fanciullino” che è dentro di noi e che permane dentro di noi anche quando dall’infanzia siamo cronologicamente lontani, l’età veramente poetica è, quindi, quella infantile.
Questo “Fanciullino”, alla luce sogna cose mai viste, parla con le cose della natura: bestie, alberi, sassi, nuvole, stelle, e riesce a cogliere la loro musica; vede “ tutto con meraviglia”, come fosse la prima volta, e scopre la poesia che c’è nelle cose. Il poeta, pertanto, non ha bisogno di creare nulla di nuovo; ha solo bisogno di scoprire il particolare poetico che già c’è in natura, ma questo lo può fare solo se è capace di guardare alle cose con occhi puri, come se le vedesse per la prima volta, proprio con il modo di guardare del “Fanciullino”, e quindi il poeta è colui che sa dare voce a questo “Fanciullino”, che ne usa le qualità per il bene di tutti gli uomini.
Il poeta deve solo ricordare e ripetere le impressioni che provò da bambino, e la poesia gli serve solo per dare ad ogni cosa il suo nome, come fanno i bambini.
L’atteggiamento puro del “Fanciullino” permette, allora, al poeta di penetrare nel mistero della realtà, colto non attraverso la logica ma attraverso l’intuizione ed espresso con linguaggio non razionale.
In tal senso la poetica del “Fanciullino” trova, oltre alla “analogia”, un suo necessario strumento nel “simbolo” utilizzato come metodo di scoperta della poesia della realtà e del mistero insondabile che circonda la vita degli esseri e del cosmo. La funzione del simbolo è proprio quella di far comprendere il significato delle cose nella realtà, attraverso collegamenti apparentemente logici fra oggetti diversi oppure cogliendone
l’affinità associando colori, profumi, suoni o parole scelte non secondo il loro significato concreto ed oggettivo, ma per le suggestioni che sono in grado di evocare.
Ne consegue una costruzione poetica non regolata dall’intelletto e dalla morale, ma da un tumulto di impressioni, di sensazioni, di parole , sapientemente calcolati.
Tutta la poesia del Pascoli tende al simbolo per esprimere quelle verità di carattere generale sul senso dell’esistenza umana che non la scienza ma solo l’intuizione, lo sguardo senza pregiudizi e disinteressato del “Fanciullino”, può raggiungere. Ecco allora che: il “cuculo”, uccello che non si crea il suo nido, ma che occupa il nido degli altri, simboleggia l’immagine dell’assassino del padre; “l’aratro dimenticato” in mezzo
al campo diventa il corrispettivo di una vita solitaria, di uno stato d’animo pervaso di malinconia e di tristezza; “l’albero spoglio e contorto” diventa il simbolo dell’angoscia dell’uomo; “i fiori” diventano il simbolo della solitudine, della incomunicabilità dell’esistenza umana; “l’ala bianca di un gabbiano” diventa il simbolo che rappresenta la famiglia e la sua capacità di proteggere l’uomo dal male e dalle angosce esterne; la “siepe” simboleggia il desiderio del Pascoli ad una vita indipendente dall’esterno; il “campo santo” simboleggia la presenza costante dei morti, sempre presenti nella vita del Pascoli, che, continuamente, ritornano confondendosi con i vivi. Ma è “il nido” il simbolo più rappresentativo della poesia del Pascoli. Il “nido vuoto” diventa il simbolo della casa vuota dalle presenze familiari, il luogo che lo preserva dalla vita violenta e
difficile da affrontare e dove trovare tranquillità e serenità. Rappresenta il luogo degli affetti e il rifugio sicuro contro la cattiveria umana; ma soprattutto rappresenta la purezza, la bontà, il candore e l’innocenza dell’infanzia, ovvero il nido non disfatto, la famiglia prima dell’uccisione del padre, prima dell’intervento brutale degli uomini e della storia che disarticola quel legame naturale.
Il nido però è anche il simbolo del riparo offerto dalla natura contro la violenza della storia, pertanto è legato al polo positivo della campagna e della serena semplicità della vita contadina, contrapposto alla vita traumatica della città, dove gli uomini si riuniscono solo per farsi del male. Questi simboli assumono la particolare connotazione
di esprimere e soddisfare il bisogno di sicurezza e di protezione dall’esterno che alberga nell’animo e nella mente del Pascoli e lo riportano a un mondo chiuso, ricco di affetti tranquilli, capace di offrire un rifugio dal caos e dalla violenza del mondo esterno, da lui desiderato. A questi simboli il poeta circoscrive tutta quanta la sua esistenza.
Della poetica del Pascoli colpiscono tante cose: la genuinità e la purezza della sua poesia che guarda al “Fanciullino” ed invita alla fratellanza ed all’amore universale; la sua riscoperta dell’infanzia, sentita come candore, bontà, confidente rapporto col mondo; i suoi sentimenti verso la famiglia e la sua affettuosa partecipazione ad essa; il suo rispetto della natura e la sua totale adesione ad essa; l’amore per la vita della campagna; la realistica rappresentazione dell’ambiente contadino e le cose umili, che
divengono come un rifugio dall’ansia della morte, presenza continua nella vita del poeta; il suo ideale umanitario di pace; il suo essere scevro da ogni discriminazione verso la persona, così come in natura non fa differenza tra animali e cose: il fiore, l’ape, lo stelo, l’albero, tutti riflettono il mistero e il miracolo dell’esistenza, che il poeta cerca di guardare con gli occhi e lo stupore del “Fanciullino”, quasi che la poesia fosse ogni volta una prima scoperta del mondo.
Questi motivi si trovano un po’ dovunque in tutte le opere del Pascoli. Ma colpisce in particolare quanto si legge in “Odi ed Inni”, dedicata dal poeta ai giovani, ai quali, nella prefazione, si rivolge: “affinché non accettano le divisioni e gli schematismi, ogni gretta separazione del bene e del male, del giusto dall’ingiusto; perché s’avvedano come facilmente si possa vivere ossessi dal demone della cupidigia e della rivalità e non essere allora uomini di pace; perché sappiano che dubitare, indagare, provare, non significa essere privi d’alcuna fede.”
Queste parole esprimono un forte impegno morale da cui traspare evidente integrità e purezza d’intenti e sono da leggere, in chiave moderna, da parte dei giovani, come un invito a vivere la loro vita nel rispetto di principi e valori, in onestà di pensiero e coerenza d’azione, avendo sempre rispetto di sé e degli altri, e, mai disdegnando il dubbio, tendere sempre alla ricerca della verità.

Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

Tutti i diritti riservati all’autore

ANGOLO DI POESIA: TRE LIRICHE di MARIA ROSA ONETO

Foto Pixabay

(by I.T.Kostka)

Quando le parole diventano sfogo dei nostri turbamenti e mali interiori trasformandosi in arte di rara bellezza…

Quando ogni pensiero scava negli abissi dell’anima sfiorando le corde più intime…

Accade sempre così quando addentriamoci nel mondo dei versi di Maria Rosa Oneto.

Buona lettura!

TRE POESIE SCELTE

LASCERÒ

Lascerò
il mio cuore d’amante
alla Terra
perché se ne sazi
con ingordigia.
Spargerò il sangue
di una vita intera
a dar rigoglio alle foglie,
nutrimento di radici
che scavano nel profondo
alla ricerca dell’oro.
Sarò tronco
d’alberi maestosi
che a primavera
accolgono nidi.
Humus fertile
portato dall’acqua dei fiumi
per incidere germogli
e sonni invernali
fra brividi di freddo.
Stenderò la pelle
dove i folletti
cercano casa,
nell’intrico dei boschi
dove la luna non bada!

ME NE ANDRÒ

Me ne andrò,
truccata da bambola,
la veste corta,
la bocca accigliata.
Me ne andrò
in un giorno qualunque
quando il sole
danza,
precipitando in mare.
Me ne andrò
ridendo e scherzando,
con un paio di baffi
appiccicati con la colla.
Me ne andrò
senza gridare
alcun nome.
Tra le dita,
l’ultima sigaretta.
Non piangerò
lacrime di dolore,
né sussulti di rabbia
sul cuscino a fiori.
Me ne andrò
in punta di piedi…
senza disturbare nessuno!

ACCOGLIMI

Accoglimi, Signore,
come migrante
alla deriva.
Ho trangugiato
acqua salata
e pane rancido
ad ogni lacrima
versata.
Accoglimi, Signore,
come figlia di nessuno.
Peccatrice di sogni,
di amori sbagliati.
Gemella prediletta
del Tuo Golgota.
Accoglimi
senza fare domande,
senza puntare il dito,
con braccia stese
a dar luce all’Anima.
Sarò nuda
come quando sono nata.
Gravata di mali,
di pesi non voluti.
Sarò donna di poca fede,
al cospetto del Tuo
Volto.
Sincera e vera
come ho vissuto.
Accoglimi lo stesso…
Saprò farmi
perdonare,
aggrappata
ad un lembo di Cielo!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice