IL REALISMO TERMINALE AL BIVIO (di Tania Di Malta)

Il Realismo Terminale al bivio (di Tania Di Malta)

Se all’inizio del secolo scorso l’esigenza di cambiamento e interpretazione del tempo, venne rappresentato a livello letterario, principalmente dal Futurismo, oggi a mio parere, il Realismo Terminale ha l’autorevolezza e i giusti strumenti di comprensione di questa epoca ingarbugliata. Per forza maggiore sarà all’interno del grande spazio espressivo del Realismo Terminale, che si giocherà una partita decisiva. Nel secolo scorso in letteratura, il Futurismo ebbe due poli diametralmente opposti, l’uno situato in Filippo Tommaso Marinetti suo fondatore, l’altro in Vladimir Majakovskij, massimo rappresentante del Futurismo russo. Distanti anni luci su principi etici, politici e culturali, rappresentarono il loro tempo, accomunati da una parola, un concetto di fondo: la velocità, nella sua globalità. Analogamente accadrà qualcosa di simile al Realismo Terminale. Navigando nella complessità del tempo (cit. di Guido Oldani): ognuno è Realista Terminale a modo proprio), è vero che (è sempre Oldani ad affermarlo) è più probabile che oggi un poeta sia un ragazzo che lavora in un call center piuttosto che un letterato ufficiale. Sicuramente intorno ad accatastamento e similitudine rovesciata, parole chiave su cui Oldani crea il Realismo Terminale, c’è tutto un mondo da costruire, ognuno con i i propri strumenti, etica e formazione. A mio parere anche la poesia civile dovrà trovare la sua collocazione, il giusto bypass comunicativo al problematico tema dell’appartenenza, nel suo significato più intimo e alto, in un’era ancora tutta da comprendere. Nel secolo scorso Italo Calvino nelle “Città invisibili” fa il paragone fra la città e la macchina, evidenziando quanto fosse pertinente e fuorviante il paragone stesso, dato che la macchina è creata per una specifica funzione, mentre le città sono i risultati di adattamenti successivi a funzioni diverse. Oggi si potrebbe dire che nel paragone fra l’uomo e la natura con l’oggetto, i realisti terminali dovranno fare i conti con un confronto che sarà anche in questo caso pertinente e fuorviante. D’altra parte, come ci ricorda Giuseppe Langella, altro rappresentante del Realismo Terminale e suo critico valente, è questo il mondo con cui dobbiamo confrontarci, non abbiamo altro e non possiamo tornare indietro perché è la sfida del secolo. Credo che chiunque si accosti al Realismo Terminale debba portare con se questa lezione, questo tavolaccio messo al guado fra un secolo e l’altro. All’interno di un nuovo paradigma in cui si gioca la partita dell’etico/non etico, ognuno prenderà la propria strada ed il proprio spazio. Probabilmente accadrà come già nel Futurismo, che il Realismo Terminale si dividerà in due percorsi. Il tempo e il corso della storia sarà testimone di questa avvincente avventura.

Tania Di Malta

L’articolo pubblicato in precedenza sul sito “Almanacco punto” della Puntoacapo Editrice:

https://www.almanaccopunto.com/single-post/2019/02/10/Tania-di-Malta-Il-Realismo-Terminale-al-bivio

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ANGOLO DI POESIA: MARIA ROSA ONETO e la sua SFIDA POETICA col REALISMO TERMINALE

Foto: Pixabay

(by I.T.K.).

Continua la sperimentazione e la sfida, un gioco ribelle con un po’ di ironia con la stilistica del Realismo Terminale. Per Voi i nuovi pensieri terminali della poetessa Maria Rosa Oneto.

LA DENTIERA

La dentiera
galleggiava nel bicchiere
come feto abortito,
reperto archeologico
per addetti agli scavi.
La bocca
sbavava colla
e catrame.
Gengive marmoree
trituravano
il ghiaccio del frigo,
l’aria condizionata.
Mosche e zanzare
facevano corteo
in quelle fauci
spalancate.
Sorrideva la dentiera
tra le sgrinfie
del gatto di casa!
E l’uomo russava
ebro di vecchiaia!

LA FUGA

Gradini
in corsa
per le scale.
Tegole sbalzate
arrostite dal fumo.
Vetri saltati
in strada
come per un brindisi
di Capodanno.
Muri simili a foglie
dell’autunno.
Lingue di fuoco
attorcigliate
alle grida della gente.

Fu una fuga d’amore
all’odore acre del gas!

UN ULTIMO SPASMO

La telecamera
illuminò la scena
con occhi di vetro.
Scorreva vita –
biglia rossa
nell’ultimo gioco
di una donna agonizzante.
Uomini di plastica –
novelli figuranti –
le giravano attorno
senza calpestare le impronte.
Utensili, ferri da chirurgo,
fiato corto
dentro maschere assettiche.
Un ultimo spasmo
al compiersi della morte,
all’ironia sguaiata
di una telecamera spenta.

Maria Rosa Oneto

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RITRATTI: GIANFRANCO ISETTA – l’orologiaio della parola

Gianfranco Isetta

(by I.T.Kostka)

In questa rubrica presento diversi mondi poetici e contemplo variegate stilistiche contemporanee, dedico molta attenzione alla sperimentazione e alle novità letterarie ma, lo ammetto con tanta ammirazione, leggendo le opere di Gianfranco Isetta provo sempre una profonda estasi paragonabile alla lettura delle liriche di Giacomo Leopardi. Come disse il Grande Maestro “La poesia malinconica e sentimentale è un respiro dell’anima” ed è così nel caso di Isetta il quale, nei suoi intimistici e riflessivi versi, sfida l’arte poetica con grande agilità e fascino simile a quello leopardiano: mai nessun eccesso o espressione superflua, la struttura delle opere è sempre mirata ed evidenziata con trasparenza grazie all’uso raffinato ed essenziale di ogni parola scritta. La poesia di Isetta non grida ma, basandosi su una profonda riflessione e retrospettiva, scava nelle profondità della psiche umana sfiorando gli abissi e le corde più nascoste. Isetta non commette mai l’errore di cedere alla pomposa e inutile retorica né alle vuote descrizioni, è come un orologiaio della parola che sottopone un lettore ad una precisa analisi ed emozione con ogni strofa. È un caso raro perché non siamo mai sazi delle liriche di Isetta, al contrario, la loro essenza diventa sollievo e una specie di droga nella nostra rumorosa e aggressiva quotidianità.

Izabella Teresa Kostka, Milano 2019

ALCUNE POESIE SCELTE di GIANFRANCO ISETTA

(FINGERE DI CHIEDERLO ALLA LUNA)

Ho rimediato parole ogni giorno
tra i sassolini e le foglie ingiallite
come fossero voci in letargo
onde sismiche a propagarsi intorno
pronte alla luce che pure ci inganna.

E adesso che ne sarà del mio sangue? (1)
Che penseranno gli uccelli migranti
del mio stare con la ruggine ai piedi!
Non c’è un nulla a cui potersi aggrappare,
forse qualche promessa che si rinsaldi
lasciandola al sole ad asciugare.

E se arrivasse la notte, che dire…
proviamo a gustare qualcosa di vuoto.
Io fingerò di chiederlo alla luna
poi mi nasconderò tra i ciuffi d’erba
e nel mostrarmi e scomparire, il tempo
potrebbe dirci se possiamo scegliere.
O forse c’è un non-tempo che rapprende?

*

(1) cit. Paul CELAN

(CAPITA)

Capita

di voler chiuse le finestre agli occhi
che si levano sempre fissi e uguali
senza un progetto per vincere il vuoto.

Capita d’invecchiare, come neve
sporcata dalle polveri sottili,
su una linea curva che s’attorciglia
sempre più, come un nido sotto gronda.

Capita che il chissà cosa e il quando,
che ci attende, non sempre ci riguardi
e poi capita che l’incontri al varco

Capita.

(CI SONO ACCENNI DI NOIA)

Per il paese s’ascoltano suoni
come voci di venti d’Occidente
c’è chi dice siano imposte annoiate
recitanti dalle finestre aperte.

Ne ha contezza la notte
quando la luna s’infiltra
con la sua lenza di luce
sui vetri già svelati.

Noi ci si incontra per questa ragione,
non per sconfiggere il tedio che incombe
o consolarci le menti confuse
ma a simulare più dense esistenze.

COME FOGLIA

Rivedo d’esser stato come foglia.
pur come foglia che col vento sale.
Ora che tocco a terra lento, e spenta
ogni ragione per puntare al cielo,
m’ accovaccio al caldo delle mie sere
disteso sulle membra rugginose.

Se sembra irraggiungibile l’interno
di un tempo che si pensa sogno eterno
è buona solitudine da accogliere
quella che mi accompagna ad una soglia
dove c’è sempre un ramo che mi invita
ad un ritorno che metta germogli.

*

(Pur come foglia, che col vento sale,
verso di Giovanni Della Casa
da LE RIME E I VERSI LATINI)

BIO – BIBLIOGRAFIA

Gianfranco Isetta è nato a Castelnuovo Scrivia (AL) nel 1949. Ha conseguito il diploma di laurea in Statistica presso l’Università Cattolica di Milano. Ora in pensione, è stato Direttore amministrativo dell’Istituto Scolastico Comprensivo di Castelnuovo Scrivia. Per 10 anni è stato sindaco del suo paese promuovendo il rilancio del Centro Internazionale di Studi Matteo Bandello sulla Letteratura rinascimentale, presieduto dal prof. Giorgio Barberi Squarotti.

Ha pubblicato: SONO VERSI SPARSI (Joker, Novi Ligure 2004), STAT ROSA (Puntoacapo, Novi Ligure 2008), entrambi i libri arricchiti da interventi di Giorgio Bárberi Squarotti. Il terzo volume “INDIZI… forse” è una raccolta antologica introdotta da un saggio critico di Luca Benassi, Nel 2014 esce PASSAGGI CURVI- Poesie non euclidee (Puntoacapo – Pasturana ) con prefazione di Alessandra Paganardi e postfazione di Ivano Mugnaini. È del 2015 una plaquette del pittore Adalberto Borioli con alcuni testi poetici di Isetta. Questa pubblicazione fa parte di una serie da collezione che vede presenti tra gli altri Fabio Pusterla, Giampiero Neri, Franco Loi, Maurizio Cucchi, Gilberto Isella, Donatella Bisutti, Vivian Lamarque, Patrizia Valduga. Ha partecipato e partecipa a numerosi incontri di poesia in varie parti d’Italia e tiene incontri di poesia con gli alunni della Scuole medie e superiori in varie località. Recensioni importanti sui suoi libri sono presenti in riviste come POESIA Rivista internazionale di poesia di Crocetti Editore, LA MOSCA di Milano, VERNICE LETTERARIA di Torino, MOLTINPOESIA di Milano, MANGIALIBRI on line, POETRYDREAM on-line, COMPITU RE VIVI on-line CRITICA LETTERARIA on line LA RECHERCHE di Roma, IL SEGNALE di Milano SENECIO di Napoli (con cui collabora). È presente in varie antologie e raccolte, nazionali.

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI OTTENUTI

Finalista nelle Edizioni 2004 e 2012 del Premio di poesia Jacques Prevert, selezionato al premio David M.Turoldo del 2009. Selezionato al Premio Nabokov 2012. Finalista nell’edizione 2012 del Premio nazionale Carver. Ha vinto il Premio nazionale di poesia “ Andrea il Pisano” di Pontedera, Finalista al Premio Nazionale Laurentum a Roma per il libro “Stat rosa” e finalista con menzione speciale della giuria per la poesia inedita “Come uno scialle”. “Stat rosa” ha vinto (ex-aequo) la XXIV edizione del Premio internazionale di poesia e letteratura dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Ha vinto nel 2013 la III Edizione del Concorso Nazionale Letterario Oubliette 03 con il libro “INDIZI … forse”. Premio speciale della giuria “Corrado Alvaro ” del Concorso “Colori e parole 2012” a cura del Centro Studi Accademia Internazionale G.Leopardi per la silloge di poesie “Del tempo, il caso e il senso”. Nel 2014 una sua silloge poetica 3^ al Premio Internazionale di poesia “G. De Scalzo” a Sestri Levante. Nel 2017 gli è stato assegnato il Premio speciale del Salotto letterario per la poesia sempre a Sestri Levante e tre suoi testi hanno ottenuto riconoscimenti al Premio letterario biennale internazionale “Pensieri e parole d’Oltrepò” . Suoi testi hanno ricevuto nel 2015 e nel 2016 una menzione speciale del Premio letterario La recherche Il giardino di Babuk-Proust en Italie a Roma. Sempre nel 2016 è stato finalista due volte al Premio internazionale di Letteratura e poesia Città di Recco, nel 2016 un suo testo ha conseguito il Premio speciale al Premio letterario nazionale Lampi di Poesia a Torino. Ha vinto nel 2017 la IX edizione del prestigioso Premio Internazionale di poesia città di Acqui Terme con il libro “Passaggi curvi – poesie non euclidee”. Nel 2017 ha ricevuto la menzione speciale al IX Premio internazionale di poesia Don Luigi di Liegro a Roma per la poesia “Invecchiano le nuvole” e il Diploma d’onore con mezione speciale al Premio intenazionale Michelangelo Buonarroti III edizione per il libro “Passaggi curvi – poesie non euclidee” . Il libro “Gigli a colazione” (Puntoacapo editrice 2017) ha ricevuto la segnalazione di merito al Premio internazionale di poesia Europa in versi 2018, e sempre nel 2018 il 2^ premio al concorso internazionale il CASENTINO, fondato da Carlo Emilio Gadda. Vincitore assoluto del VII Premio nazionale “L’arte in versi” organizzato dall’Associazione culturale Euterpe di Jesi. Altri riconoscimenti ottenuti nel 2019 Il Sigillo di Dante a Sarzana, Il Litorale a Marina di Massa, la Medaglia d’onore al Premio Di Liegro a Roma e menzione d’onore al premio Internazionale di Poesia Città di Moncalieri, finalista 4^ classificato al Premio nazionale Albero Andronico. È membro della Giuria del Concorso nazionale di poesia e narrativa “GUIDO GOZZANO” dal 2013. Scrive e collabora, sul Blog giornalistico nazionale ALGANEWS, diretto dal giornalista Rai Lucio Giordano con uno spazio riservato alla poesia.

Tutti i diritti intellettuali riservati.

L’articolo pubblicato anche sul blog giornalistico “Alessandria Today”:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2019/06/15/ritratti-gianfranco-isetta-lorologiaio-della-poesia/?preview=true

POESIA: “ROTTAMI” (ispirata al Realismo Terminale) di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

(by I.T.Kostka)

È una grande soddisfazione vedere le valenti voci poetiche sfidare e sperimentare, con entusiasmo, la stilistica del Realismo Terminale – corrente artistica creata da Guido Oldani. Ci vuole grinta, ispirazione, fantasia e tanto coraggio. Tutte quelle doti, arricchite con una bella dose di spiccato talento, possiede sicuramente la poetessa Maria Rosa Oneto.

Compito compiuto con successo e… un po’ di brividi.

Buona lettura!

“ROTTAMI” (testo ispirato al Realismo Terminale)

Come pali
lungo i binari
restammo inchiodati
al vento.
Le gonne di cartapesta
pesanti di pioggia.
L’arrivo del treno
spezzò la notte
in un groviglio
di rottami.
Corpi sezionati
in laboratorio,
scarti per topi
senza fame.
Valigie sparse,
tracce di rossetto
sulla camicia bianca.
Urla di madri
all’abbaglio dei flash!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

GIOVANNI PASCOLI: I TEMI DELLA SUA POESIA di Eduardo Terrana

GIOVANNI PASCOLI: I TEMI DELLA SUA POESIA

Il poeta Giovanni Pascoli. Foto: Wikipedia

di Eduardo Terrana

La poesia di Giovanni Pascoli è segnata dalle vicende familiari, tragiche e dolorose e dalle deludenti esperienze di vita del poeta. Pascoli vive un’infanzia spensierata,in una casa spaziosa della tenuta “La Torre” dei principi Torlonia, di cui il padre è amministratore. All’età di 12 anni, però, perde il padre, assassinato da un ignoto,che non sarà mai individuato. Negli anni successivi si aggiungono altri lutti familiari:
la sorella, la madre e due fratelli.
La morte della madre segna un’ombra di dolore incancellabile nell’animo del poeta, che la considera la tragedia maggiore, perché viene meno il nucleo familiare: il “nido”.
Questa precoce esperienza di dolore e di morte sconvolge l’anima del poeta e segna il crollo di un mondo d’innocenza e di infanzia serena a cui sempre il Pascoli aspirerà con immutata nostalgia. D’ora in poi il suo proposito sarà sempre di riformare il nido familiare originario.
Alle tragedie familiari si sommeranno altre profonde delusioni che arriveranno al poeta dal fallimento dei miti del suo tempo: il mito del progresso tecnico e sociale del genere umano, che aveva generato speranze ed entusiasmi di miglioramento; il mito della scienza liberatrice di ogni male e di ogni dolore.
Tutto ciò concorre a generare nell’animo e nella mente del Pascoli una nuova stagione di tristezza esistenziale del vivere e di angoscia profonda.
Le pagine poetiche si fanno espressione di vera e propria paura per i tempi nuovi che si annunziano: per il disastro che sta per cogliere il genere umano; per le enormi e mostruose metropoli che stanno sorgendo, viste come strumenti e sedi della schiavitù dell’uomo; per la scienza , che è alla base di tutto questo e che non ha dato né la felicità né la liberazione dell’uomo dal male e dalle fatiche.
Pascoli matura allora: il sentimento doloroso della vita, la certezza che la sofferenza è alla radice del nostro vivere e che il male è prodotto degli uomini che complicano con la miseria dei loro contrasti la scena oscura e dolorosa del mondo.
Concretizza, quindi, il suo rifiuto della realtà e della ragione, della storia e della scienza, del progresso tecnico e scientifico, in un ripiegamento intimistico che assume la forma della fuga nell’infanzia, del desiderio del rifugio piccolo, ma sicuro, nella casa = nido, dove sentirsi isolato ma tranquillo rispetto ad una realtà che non capisce e quindi teme, ed in cui si fa anche forte il vagheggiamento della campagna e delle umili cose, scenario sul quale proiettare inquietudini e smarrimenti.
Deriva da ciò un’ immagine del Pascoli di poeta solitario, che manifesta il suo totale rifiuto della condizione adulta e della vita di relazione al di fuori del caldo e protettivo “nido familiare”; che regredisce a forme di emotività e sensibilità infantili, che si pongono in antitesi con la visione matura della realtà; immerso nella campagna vasta e silenziosa, ed inteso a descrivere le rivelazioni delle cose, da cui scaturiscono i vari simboli che ricorrono nella sua poesia, che si indirizza in un’unica direzione: la scoperta dell’infanzia.
Il poeta, in Pascoli, coincide con il “ Fanciullino” che è dentro di noi e che permane dentro di noi anche quando dall’infanzia siamo cronologicamente lontani, l’età veramente poetica è, quindi, quella infantile.
Questo “Fanciullino”, alla luce sogna cose mai viste, parla con le cose della natura: bestie, alberi, sassi, nuvole, stelle, e riesce a cogliere la loro musica; vede “ tutto con meraviglia”, come fosse la prima volta, e scopre la poesia che c’è nelle cose. Il poeta, pertanto, non ha bisogno di creare nulla di nuovo; ha solo bisogno di scoprire il particolare poetico che già c’è in natura, ma questo lo può fare solo se è capace di guardare alle cose con occhi puri, come se le vedesse per la prima volta, proprio con il modo di guardare del “Fanciullino”, e quindi il poeta è colui che sa dare voce a questo “Fanciullino”, che ne usa le qualità per il bene di tutti gli uomini.
Il poeta deve solo ricordare e ripetere le impressioni che provò da bambino, e la poesia gli serve solo per dare ad ogni cosa il suo nome, come fanno i bambini.
L’atteggiamento puro del “Fanciullino” permette, allora, al poeta di penetrare nel mistero della realtà, colto non attraverso la logica ma attraverso l’intuizione ed espresso con linguaggio non razionale.
In tal senso la poetica del “Fanciullino” trova, oltre alla “analogia”, un suo necessario strumento nel “simbolo” utilizzato come metodo di scoperta della poesia della realtà e del mistero insondabile che circonda la vita degli esseri e del cosmo. La funzione del simbolo è proprio quella di far comprendere il significato delle cose nella realtà, attraverso collegamenti apparentemente logici fra oggetti diversi oppure cogliendone
l’affinità associando colori, profumi, suoni o parole scelte non secondo il loro significato concreto ed oggettivo, ma per le suggestioni che sono in grado di evocare.
Ne consegue una costruzione poetica non regolata dall’intelletto e dalla morale, ma da un tumulto di impressioni, di sensazioni, di parole , sapientemente calcolati.
Tutta la poesia del Pascoli tende al simbolo per esprimere quelle verità di carattere generale sul senso dell’esistenza umana che non la scienza ma solo l’intuizione, lo sguardo senza pregiudizi e disinteressato del “Fanciullino”, può raggiungere. Ecco allora che: il “cuculo”, uccello che non si crea il suo nido, ma che occupa il nido degli altri, simboleggia l’immagine dell’assassino del padre; “l’aratro dimenticato” in mezzo
al campo diventa il corrispettivo di una vita solitaria, di uno stato d’animo pervaso di malinconia e di tristezza; “l’albero spoglio e contorto” diventa il simbolo dell’angoscia dell’uomo; “i fiori” diventano il simbolo della solitudine, della incomunicabilità dell’esistenza umana; “l’ala bianca di un gabbiano” diventa il simbolo che rappresenta la famiglia e la sua capacità di proteggere l’uomo dal male e dalle angosce esterne; la “siepe” simboleggia il desiderio del Pascoli ad una vita indipendente dall’esterno; il “campo santo” simboleggia la presenza costante dei morti, sempre presenti nella vita del Pascoli, che, continuamente, ritornano confondendosi con i vivi. Ma è “il nido” il simbolo più rappresentativo della poesia del Pascoli. Il “nido vuoto” diventa il simbolo della casa vuota dalle presenze familiari, il luogo che lo preserva dalla vita violenta e
difficile da affrontare e dove trovare tranquillità e serenità. Rappresenta il luogo degli affetti e il rifugio sicuro contro la cattiveria umana; ma soprattutto rappresenta la purezza, la bontà, il candore e l’innocenza dell’infanzia, ovvero il nido non disfatto, la famiglia prima dell’uccisione del padre, prima dell’intervento brutale degli uomini e della storia che disarticola quel legame naturale.
Il nido però è anche il simbolo del riparo offerto dalla natura contro la violenza della storia, pertanto è legato al polo positivo della campagna e della serena semplicità della vita contadina, contrapposto alla vita traumatica della città, dove gli uomini si riuniscono solo per farsi del male. Questi simboli assumono la particolare connotazione
di esprimere e soddisfare il bisogno di sicurezza e di protezione dall’esterno che alberga nell’animo e nella mente del Pascoli e lo riportano a un mondo chiuso, ricco di affetti tranquilli, capace di offrire un rifugio dal caos e dalla violenza del mondo esterno, da lui desiderato. A questi simboli il poeta circoscrive tutta quanta la sua esistenza.
Della poetica del Pascoli colpiscono tante cose: la genuinità e la purezza della sua poesia che guarda al “Fanciullino” ed invita alla fratellanza ed all’amore universale; la sua riscoperta dell’infanzia, sentita come candore, bontà, confidente rapporto col mondo; i suoi sentimenti verso la famiglia e la sua affettuosa partecipazione ad essa; il suo rispetto della natura e la sua totale adesione ad essa; l’amore per la vita della campagna; la realistica rappresentazione dell’ambiente contadino e le cose umili, che
divengono come un rifugio dall’ansia della morte, presenza continua nella vita del poeta; il suo ideale umanitario di pace; il suo essere scevro da ogni discriminazione verso la persona, così come in natura non fa differenza tra animali e cose: il fiore, l’ape, lo stelo, l’albero, tutti riflettono il mistero e il miracolo dell’esistenza, che il poeta cerca di guardare con gli occhi e lo stupore del “Fanciullino”, quasi che la poesia fosse ogni volta una prima scoperta del mondo.
Questi motivi si trovano un po’ dovunque in tutte le opere del Pascoli. Ma colpisce in particolare quanto si legge in “Odi ed Inni”, dedicata dal poeta ai giovani, ai quali, nella prefazione, si rivolge: “affinché non accettano le divisioni e gli schematismi, ogni gretta separazione del bene e del male, del giusto dall’ingiusto; perché s’avvedano come facilmente si possa vivere ossessi dal demone della cupidigia e della rivalità e non essere allora uomini di pace; perché sappiano che dubitare, indagare, provare, non significa essere privi d’alcuna fede.”
Queste parole esprimono un forte impegno morale da cui traspare evidente integrità e purezza d’intenti e sono da leggere, in chiave moderna, da parte dei giovani, come un invito a vivere la loro vita nel rispetto di principi e valori, in onestà di pensiero e coerenza d’azione, avendo sempre rispetto di sé e degli altri, e, mai disdegnando il dubbio, tendere sempre alla ricerca della verità.

Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

Tutti i diritti riservati all’autore

ANGOLO DI POESIA: TRE LIRICHE di MARIA ROSA ONETO

Foto Pixabay

(by I.T.Kostka)

Quando le parole diventano sfogo dei nostri turbamenti e mali interiori trasformandosi in arte di rara bellezza…

Quando ogni pensiero scava negli abissi dell’anima sfiorando le corde più intime…

Accade sempre così quando addentriamoci nel mondo dei versi di Maria Rosa Oneto.

Buona lettura!

TRE POESIE SCELTE

LASCERÒ

Lascerò
il mio cuore d’amante
alla Terra
perché se ne sazi
con ingordigia.
Spargerò il sangue
di una vita intera
a dar rigoglio alle foglie,
nutrimento di radici
che scavano nel profondo
alla ricerca dell’oro.
Sarò tronco
d’alberi maestosi
che a primavera
accolgono nidi.
Humus fertile
portato dall’acqua dei fiumi
per incidere germogli
e sonni invernali
fra brividi di freddo.
Stenderò la pelle
dove i folletti
cercano casa,
nell’intrico dei boschi
dove la luna non bada!

ME NE ANDRÒ

Me ne andrò,
truccata da bambola,
la veste corta,
la bocca accigliata.
Me ne andrò
in un giorno qualunque
quando il sole
danza,
precipitando in mare.
Me ne andrò
ridendo e scherzando,
con un paio di baffi
appiccicati con la colla.
Me ne andrò
senza gridare
alcun nome.
Tra le dita,
l’ultima sigaretta.
Non piangerò
lacrime di dolore,
né sussulti di rabbia
sul cuscino a fiori.
Me ne andrò
in punta di piedi…
senza disturbare nessuno!

ACCOGLIMI

Accoglimi, Signore,
come migrante
alla deriva.
Ho trangugiato
acqua salata
e pane rancido
ad ogni lacrima
versata.
Accoglimi, Signore,
come figlia di nessuno.
Peccatrice di sogni,
di amori sbagliati.
Gemella prediletta
del Tuo Golgota.
Accoglimi
senza fare domande,
senza puntare il dito,
con braccia stese
a dar luce all’Anima.
Sarò nuda
come quando sono nata.
Gravata di mali,
di pesi non voluti.
Sarò donna di poca fede,
al cospetto del Tuo
Volto.
Sincera e vera
come ho vissuto.
Accoglimi lo stesso…
Saprò farmi
perdonare,
aggrappata
ad un lembo di Cielo!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

FABRIZIO CACCIOLA E IL SUO STILE DELL’ “OLTRE TEMPO” a cura di Sabrina Santamaria

Fabrizio Cacciola e il suo stile dell’ “Oltre tempo” a cura di Sabrina Santamaria

• Note biografiche di Fabrizio Cacciola

Fabrizio Cacciola nasce a Messina, il 28 Marzo del 1981, da Cesare Cacciola e Katya Marotta, in un ambiente familiare che valorizza l’arte e la cultura.
Bambino estroverso e vivace, dalle spiccate capacità comunicative, accompagnate da una grande sensibilità e da un’innata predisposizione alla recitazione, rivela una precoce propensione verso l’arte in tutte le sue forme.
Manifesta dapprima nelle scuole elementari e successivamente alle medie una predilezione per la rima, creando delle irriverenti filastrocche, volte ad ironizzare su maestri, professori e compagni di scuola.
Terminata la scuola dell’obbligo, asseconda il suo interesse verso le materie umanistiche, conseguendo un diploma magistrale nel 1999.
Decide di scrivere una poesia per il proprio bambino, “Canto di un padre” e si accorge con stupore di produrre con estrema naturalezza versi in rima in endecasillabo dantesco.
Ha recentemente iniziato un cammino che lo sta conducendo alla notorietà nel panorama poetico, inanellando svariati premi, saltando da podio a podio, a Messina, a Catania, a Palermo ed in Calabria nonché alla composizione della sua prima silloge, formata da più di quaranta opere ed al suo primo romanzo, ispirato al poema epico “La grande seduzione” dell’amico Anastasi, attraverso il quale aderisce al progetto culturale indipendente dei Sedotti Sognatori Seducenti, anche denominato 3S-team.

Il Canto delle muse ispira i cuori sensibili che sanno origliare il dolce suono dei versi che comunicano la musicalità poetica. Il poeta compie un viaggio interiore dell’anima che pennella a tinte fosche i suoi sentimenti. L’amore a livello tridimensionale viene narrato da Fabrizio Cacciola, poeta al crocevia tra la tradizione e la modernità; riprende gli stili metrici del passato traslandoli alle tematiche odierne, proprio per questa ragione il Nostro esprime grandi doti poetiche ed è molto gettonato nei concorsi conquistando la maggior parte dei podi. Talvolta lancia delle vere provocazioni a se stesso e ai lettori, mostrando oltre che talento anche sincerità espressiva. Quest’ultimo aspetto, in particolare, spesso è molto apprezzato dai giurati di vari concorsi, in quanto ipocrisia e finto perbenismo non entrano nei panni del nostro Cacciola. La poesia diventa mezzo salvifico, in primis, per Fabrizio Cacciola che trova in essa la manifestazione più intrinseca e aulica del suo essere. Egli si cataloga oltre i luoghi e il tempo, in una dimensione atemporale che trascende ogni epoca storica oserei ardire nella dimensione dell’oltre tempo.

Sabrina Santamaria

CANTO DI UN PADRE di Fabrizio Cacciola

Per te sarò compagno d’avventura
E Terra sotto i piedi saldamente,
Insieme spegneremo ogni paura
E fonderem col cuore anche la mente.

Sarò chi cerchi dentro la battaglia,
Legati in corsa lungo la salita
E quando la tristezza t’attanaglia,
Sai già che curerò ogni tua ferita.

Il tempo che do a te mi rende ricco,
Le libertà lasciate non rimpiango;
Mi nutre il fuoco che ogni sera appicco,
Mentre ti stringo in un paterno tango.

Amico sempre è vero, ma, t’avverto,
Dovrò tagliare i rami che non vanno;
Tu non sarai d’accordo quest’è certo,
Ma cose son che i veri padri fanno.

Sicuramente anch’io commetto sbagli,
Non mi hanno certo dato un patentino,
Ché dalla vita ho preso pugni e tagli…
Vorrei tu fossi pronto piccolino;

Per questo a volte tu mi trovi duro,
Sarò il tuo scudo sì, ma non per sempre
E quando dormirò, sarò sicuro
Che il mio ragazzo è un uomo d’alte tempre.

• Intervista a Fabrizio Cacciola

S.S: Se dovessi fare una classificazione, a quale posto della tua vita metteresti la poesia?

F.C: Per me è un antidolorifico che mi permette di sfogarmi e raccontarmi. Adoro dire che scrivere mi aiuta ad evitare di andare in giro con un machete. Sicuramente nella mia vita, la poesia ha un ruolo di fondamentale importanza, al pari del cibo e dell’aria che respiro.

S.S: Chi è il vero poeta secondo te?

F.C: Sarei ipocrita se dicessi che il vero poeta è chiunque metta nero su bianco un’emozione. Il poeta meritevole di questo appellativo deve riuscire a strapparsi l’anima ed imprimerla su un foglio, affinché chi leggerà i suoi versi possa rivivere in prima persona sensazioni, luci e colori, carpendone l’essenza.

S.S: Quale tematica, a tuo giudizio, un poeta dovrebbe affrontare?

F.C: Senza ombra di dubbio il poeta, come ogni essere umano, è soggetto a contaminazioni dettate dal contesto sociale-politico-ideologico in cui vive. Non credo possa esistere una tematica giusta o sbagliata su cui scrivere ed è proprio questo il bello: il poeta può utilizzare la penna come un fiore da donare al proprio amore o come un’arma per distruggere i suoi nemici.

S.S: Della tua esperienza con la poesia cosa ti ha emozionato di più?

F.C: I premi, i riconoscimenti e gli applausi sono sicuramente piacevoli, ma ciò che mi gratifica di più è vedere una scintilla di sincera emozione negli occhi di chi apprezza una mia lirica.

S.S: Quando scrivi tenti di avvicinarti al lettore?

F.C: Assolutamente sì! Cerco di creare delle immagini, di evocare luoghi e profumi che albergano nella mia mente, in modo tale da suscitare al lettore attento una visione totale ed una immedesimazione nei versi. Un po’ come un regista nella realizzazione di un film. La mia visione futura legata alla poesia mi spinge ad immaginarla non più su un libro, ma arricchita da musica ed immagini che amplifichino la potenza dei versi e per questo sto creando delle video poesie.

S.S: La poesia sfiora la bellezza, ma in quale punto infinitesimale?

F.C: Per rispondere in modo esauriente a questa domanda ci dilungheremmo oltre ogni limite, perché dovremmo innanzitutto dare una definizione alla bellezza che ovviamente è oltremodo soggettiva. C’è chi trova bellissimo un temporale o chi ama i pipistrelli ed ovviamente dall’altro lato ci sarà chi li detesta. La poesia sicuramente pone le proprie radici sulla bellezza, ma, a mio avviso, oltre all’emozione ed alla tematica trattata, la bellezza nella poesia va ricercata tramite metrica e rima.

S.S: In cosa trovi ispirazione quando scrivi?

F.C: Le mie poesie sono lo specchio della mia anima, per cui è facile asserire che non sia io a trovare l’ispirazione, ma piuttosto è lei a chiamarmi, talvolta a svegliarmi in piena notte ed a farmi scrivere come se fossi sotto dettatura. Scrivo per raccontare l’amore per mio figlio e per i miei cari, per denunciare un disagio sociale e scrivo anche delle vere e proprie invettive contro chi, in un determinato momento, scatena la mia collera.

S.S: In quale testo poetico che hai scritto ti identifichi maggiormente?

F.C: Indubbiamente ‘Dignità’! Questa lirica è totalmente autobiografica. Ho ricevuto numerose coltellate alle spalle, soprattutto in ambito lavorativo. Porte sbattute in faccia e tradimenti mi hanno fatto perdere la pazienza, talvolta la speranza, ma una cosa che non ho mai perso è proprio la dignità.

S.S: Come intitoleresti dei versi che raccontano di te?

F.C: In molte mie liriche ci sono versi che mi raccontano e probabilmente il titolo l’ho già scritto: ‘Signora della rima’.

S.S: La musa della poesia quali personalità ispira?

F.C: Tutte! La musa solletica i meandri più reconditi del mio pensiero e m’aiuta a tramutarli in versi. Ispira il mio essere romantico, come ispira il guerriero che è in me.

S.S: Cosa ti ha particolarmente spinto a scrivere i tuoi primi versi?

F.C: La prima poesia che ho scritto si chiama: “Canto di un padre”, ovviamente dedicata a Cesare, mio figlio, che con orgoglio porta il nome del mio amato Papà.

CONTRO ME STESSO di Fabrizio Cacciola

Son tronfio, antipatico e borioso,
Trabocco d’ogni sorta di difetto,
Saccente, tracotante e dispettoso,
Spregevole per qualsivoglia aspetto,
Dall’umor altamente fastidioso,
Propenso ad esser definito abietto.

Letteralmente privo di morale,
Amante dello scontro ed iracondo,
Puerile e dal sapor superficiale,
Sicuro d’esser io centro del mondo,
Etichettando il prossimo banale,
In vanagloria ed in superbia abbondo.

Il mio melenso affianca l’indolenza,
Che insieme all’apatia van sottobraccio,
Scortati da una punta d’indecenza.
Concedo il mio perdono e lo rinfaccio,
Eterna preda della mia impazienza
Mi soffoca il respiro col suo laccio.

Or che tutte le colpe ho confessato
E forse qualcheduna l’ho obliata,
Non temo affatto l’esser giudicato,
Da chi s’erge a censor per dote innata,
Con boria da superbo magistrato,
Avvezzo a dar sentenza conclamata.

Mi sento in vena sol di consigliare,
Se pronti ad imitar la mia catarsi,
A fare un tentativo similare,
E in versi sopraffini destreggiarsi,
Le pecche di voi stessi enumerare,
Rendendo veritiero lo specchiarsi.

Tutti i diritti riservati all’autore

RITRATTI: GIUSEPPE LECCARDI – al bivio col tempo

(by I.T.Kostka)
Il tempo non va misurato in ore e minuti, ma in trasformazioni.
(Fabrizio Caramagna)

Oggi vorrei presentare un poeta nato nel lodigiano nel lontano 1948, un artista di spiccata sensibilità e maturità, una penna classica ma per niente demodé o all’antica. Giuseppe Leccardi è arrivato all’età della saggezza e dell’equilibrio interiore, della profonda introspettiva riflessione sull’umana esistenza e sullo scorrere dei nostri giorni. Ha lasciato lontano i giorni delle primizie tornando al loro sapore attraverso i versi spesso malinconici, colmi di sentimenti e preziosi ricordi. Giuseppe Leccardi come il leggendario Merlino condivide con noi la conoscenza dei valori della vita e di ogni sua sorprendente sfumatura. La poetica di Leccardi non grida e non graffia l’animo del lettore ma conduce i suoi passi verso la consapevolezza e la rassegnazione, la purificazione spirituale e, in un certo senso, costringe ad un piccolo, intimo esame di coscienza. Le liriche del Nostro sono come un abbraccio paterno e accogliente, come un prezioso coprispalle posato sul corpo infreddolito da troppe paure. Facciamoci incantare e guidare dall’armoniosa bellezza delle sue parole:

• ALCUNE POESIE SCELTE di Giuseppe Leccardi

RIFLESSIONI

Lo sguardo fissa attento l’orizzonte
seguendo il girotondo dei pensieri
nei ciechi labirinti della notte,
su fino all’altopiano delle stelle
dove regna il silenzio dei millenni.

Lì è l’attesa, il punto di passaggio
di comete che rincorrono l’istante,
il casuale infrangersi del tempo,
sul muro dell’umano calendario.

L’universo è lo specchio, la misura
del nostro breve, flebile respiro
dei nostri passi incerti, titubanti:
nani, in un mondo fatto da giganti.

BIVIO

Giunto all’incrocio che solleva dubbi,
al bivio degli estremi e dei contrari
m’interrogo, senza trovar risposte,
sull’origine del tempo e l’universo.

La vita è una meteora di luce
nel curvo tratto che disegna il cielo,
un breve istante, l’attimo fugace.

Il volo senza meta d’un pensiero,
la traccia lieve che non lascia il segno.

LONTANE ASSENZE

Voglio ascoltare il silenzio dei pensieri,
i passi incerti, timidi dell’alba,
l’affaccio sorprendente della luce
ai vetri dell’opaca sonnolenza
che nelle chiuse palpebre nasconde
il tremore dei sogni ed il mistero
che la notte distratta ci ha lasciato
in specchi rotti di lontane assenze.

VIA DI FUGA

Nella grande città che mi circonda
mi sento un numero qualunque
da una mano innocente estratto a sorte.

I sogni sono barche sul naviglio
sul filo di correnti alla deriva.

Vanno a lontani approdi di pianura
carichi di segreti desideri
cresciuti sule rive della notte.

La nebbia silenziosa là, in attesa,
è la balena bianca che li inghiotte.

LEGAMI

A te mi lega non una catena,
né una robusta corda, né un collare,
né il filo teso d’un burattinaio

e nemmeno mi sento prigioniero
in una gabbia stretta ma dorata
d’una solitudine pregressa

A te mi unisce l’amore profondo,
la trama fragile,complessa,
d’un condiviso identico pensiero
e la visione surreale del mondo.

ORA SOLARE

Nell’ora ritrovata, aggiunta ai sogni
o sottratta alla vita quotidiana,
il tempo di pensare e d’investire
in un progetto nuovo, da inventare.

La calma del silenzio mattutino
induce a rivedere il mio vissuto
al filtro d’una luce passeggera
che scivola su tende ricamate
appese alla finestra della stanza.

E l’anima risponde insonnolita
ancora prigioniera di quel sogno
che ci conduce altrove, sul confine
che divide le ombre dalla vita.

• NOTA BIOGRAFICA

Leccardi Giuseppe è nato il 27/03/1948 a Livraga (LO), paese della “Bassa” lodigiana ma da cinquant’anni vive a Milano. Laureato in Economia e Commercio ha lavorato in proprio come libero professionista ed è ora in pensione.
Scrive dall’età adolescenziale ma solo da pochi anni ha preso la decisone di estrarre dal cassetto i suoi scritti pubblicando due raccolte di versi con “Il mio libro.it”: “Diario poetico” nel 2010 e “Oltre ogni ragionevole incertezza” nel 2011.
Nel 2013 ha fondato il Gruppo “Poesia sull’aia in Cascina Linterno”, nell’antica cascina che la tradizione indica come dimora agreste di Francesco Petrarca a Milano.
Ha vinto diversi concorsi di poesia e ottenuto numerosi riconoscimenti.
Attualmente frequenta i gruppi: “Ogginpoesia”, “Poeti al Ponte delle Gabelle”, “Verseggiando sotto gli astri di Milano” e “Cesare Frigerio – Amici delle Parole”.
Nell’aprile 2018 ha pubblicato la sua terza raccolta di poesie “Settantadue” con AV Editoria, libro che nello stesso anno ha vinto il “Premio della Critica” del Concorso Internazionale di Arti Letterarie “THESAURUS – LA BRUNELLA” VII Edizione di Aulla e il “Premio della Giuria” del Concorso Internazionale di Poesia e Narrativa “CINQUE TERRE – GOLFO DEI POETI” XXX Edizione.

Il poeta Giuseppe Leccardi durante “Verseggiando sotto gli astri” a Sovico. Foto: Umberto Barbera

VERSO CONSIGLIA: Il grande ritorno del poeta MARCO GALVAGNI “I SOTTILI PENSIERI DI CANTO” (Libeccio Edizioni – CTL, 2019)

(by I.T.Kostka)

Abbiamo sentito la sua mancanza da un lungo periodo di tempo e ora, finalmente, posso annunciare con gioia il grande ritorno del talentuoso e romantico autore milanese Marco Galvani. Il suo prossimo libro di poesie dal titolo “I sottili pensieri di canto” vedrà la luce tra pochi giorni grazie alla Casa Editrice CTL e il suo marchio Libeccio Edizioni.

Ovviamente non posso svelare in anteprima tutti i dettagli di questa incantevole ed emozionante raccolta, che sicuramente regalerà a ogni futuro lettore il meglio della poetica di Galvagni: ardenti canti d’amore scritti con un linguaggio sublime e raffinato, versi travolgenti come le maree di un amore profondo e passionale.

In seguito riporto uno stralcio della prefazione a cura della scrittrice e psicologa Valeria Bianchi Mian, tre poesie tratte dal libro e la nota biografica dell’autore. Buona lettura!

• Tratto dalla prefazione a cura della scrittrice e psicologa Valeria Bianchi Mian:

“Se non è facile scrivere storie d’amore, ancor più complesso è tessere i sentimenti in versi per cantare la poetica del desiderio.
Tradurre i dettami della passione in metafora non è un procedere per sublimazione; si tratta piuttosto di cogliere al volo una sensazione impellente, la necessità immediata del volto e del corpo dell’altro, per offrire le mani alla propria terra animica e scavare, aprendo varchi. Si tratta di lasciar emergere immagini ancora in abbozzo, affinché l’intuizione si possa far strada nel buio del ‘non ancora’. È così che la poesia d’amore nasce, cresce e, attraverso l’innamorato, parla un linguaggio universale.
Il poeta in amore è colui che con Eros opera trasformazioni, colui che rimescola la Prima Materia delle emozioni, della volontà imperante, dell’istinto, e ne fa componimento affettuoso dedicato all’oggetto amato – ché il soggetto è lo stesso poeta riflesso nel volto dell’altro/a.
Non è facile per me, per il mestiere che svolgo in questo spazio-tempo, leggere poesie amorose senza aprire le pagine della favola di Eros e Psiche. Faccio danzare i due protagonisti nella mia mente, li osservo prendere forma attraverso le parole di Marco Galvagni, un poeta capace di intrecciare il filo della terra al cielo, dando il via a un ballo-duello appassionato di farfalle in volo e onde in tumulto. Leggo le sue poesie e vedo l’anima – Psyché – alla ricerca di un Dio, quell’Amore che si cela nel non detto tra le parole e poi per incanto si mostra. Il lettore di questa silloge viene attratto dal percorso che si va delineando tra un uomo e una donna destinati all’incontro (…)”

• NOTE BIOGRAFICHE

MARCO GALVAGNI nato a Milano. Residente tuttora a Milano ma domiciliato a Lanzo D’Intelvi (CO).

Ha conseguito la maturità classica per poi frequentare un anno a Lettere Moderne all’Università Statale di Milano e l’anno successivo a Lettere e Filosofia all’Università di Pavia, seguendo contemporaneamente le lezioni di psicologia dell’Università di Padova.

Segnalato a soli 15 anni nel prestigioso Premio Internazionale Mosè Bianchi (Milano).

Autore di sei libri di poesia:
Nel 2001 “Nel labirinto” (Montedit), prefazione di Olivia Trioschi, secondo classificato nel Premio Nazionale Emma Piantanida, Legnano (MI). Commento 5/5 su http://www.ibs.it
Nel 2002 “L’arcobaleno” (Montedit), prefazione di Massimo Barile, secondo classificato al Premio Nazionale alla memoria di Maribruna Toni, Piombino (LI). Secondo classificato nel Premio Nazionale Emma Piantanida, Legnano (MI). Menzione d’onore al Premio Nazionale Pinayrano (TO).
Nel 2003 “Nel germoglio vergine” (Montedit), prefazione di Massimo Barile, vincitore assoluto del Premio Nazionale Falesia, Piombino (LI). Terzo classificato nel Premio Nazionale Peter Russell (NA).
Nal 2010 “Il gomitolo dei sogni” (ilmiolibro), quinto classificato nel Premio Nazionale Peter Russell (NA).
Nel 2016 “Profumo di vita” (CTL), prefazione di Izabella Teresa Kostka, recensione 5/5 della poetessa Francesca Piovesan su http://www.ibs.it Commento 5/5 su Amazon.
Nel 2018 “Gocce di stelle” (CTL), recensione 5/5 della poetessa, scrittrice e critico letterario Emilia Fragomeni su http://www.ibs.it Recensione 5/5 dello psicologo con Master Massimo De Bari.

Vincitore di numerosi primi, secondi e terzi posti (nonché Menzioni d’onore) sia in Concorsi Nazionali che in Concorsi Internazionali per la poesia singola nel periodo dell’intensa partecipazione ai Concorsi 2000-2004. Spiccano i 2.000.000 di lire vinti con il primo posto assoluto nell’importante Premio Nazionale Vernato Arte (Biella) nel 2001,
Segnalato nel 2010 nel famoso Premio Nazionale Città di Corciano (PG) e secondo ex-aequo nel 2015 nel Premio Nazionale Campodipietra, Jelsi (CB).

Autore di diversi reading poetici, tra i quali i più rilevanti sono quello tenutosi al Teatro Filodrammatici di Milano con Giuseppe Conte e Tomaso Kemeny, quelli che si sono svolti presso La Casa delle Arti che gestisce la casa di Alda Merini, in Via Magolfa 32, sempre a Milano, il “Binari in Versi” con Roberto Marzano (GE) e il “Verseggiando sotto gli astri” con Izabella Teresa Kostka (MI).

Dieci sue poesie sono state pubblicate dal mensile nazionale Poesia di cui è Direttore responsabile Nicola Crocetti. Inoltre, del Comitato di redazione, fanno parte, fra gli altri (in ordine alfabetico), Antonella Anedda, Maria Grazia Calandrone, Roberto Carifi, Milo De Angelis, Nicola Gardini, Vivian Lamarque, Franco Loi, Daniele Piccini, Marina Pizzi, Giancarlo Pontiggia e Silvio Ramat.
Alcune sue poesie sono state pubblicate dalla rivista Liburni Arte e Cultura.

Autore di saggi critici su libri di poesia e recensioni.

Sito internet: http://www.marcogalvagni.it

• Alcune poesie scelte tratte dal libro:

L’ISOLA

Incrociando i tuoi occhi in quella casa
dalle tegole ghiacciate, regno
dei nostri giardini d’innocenza
d’incanto è nato un seme d’amore;
sgorgherà a primavera come una polla alpina,
come un arco di cielo che s’accende
e ha un alfabeto segreto
per scambiarsi criptati messaggi di tenerezza,
fluttuanti nel vento d’aprile
con una pioggia che cade fitta sulle nostre vicende umane.
Mi struggo come un’orma nella neve
attendendo nella mia cripta di sfiducia
di volare con te sulle ali del vento
come una farfalla innamorata.
E aspettando di rotolarmi con te
nel prato di fiaba d’una verde isola
vi costruisco il nostro nido d’amore,
riposandomi nella grande spiaggia dell’attesa.

I COLORI DEL FUTURO

I colori del futuro,
una varietà di tonalità variopinte e dall’accento vivace.

L’anima invece è candida,
nutre il corpo di luce trasparente che l’occhio irradia.

E’ un contrasto d’amore,
in cui il palpitare per una nobile vita è ardente di fiamma.

Che è il cuore che batte,
nei pensieri ideati per occhi nocciola dai raggi di calore.

E sul volto si dipingerà di rosso l’emozione del sorriso
nel cogliere il varco sino a giungere alla sua stella.

LE GUANCE DELL’AURORA

Stamane, le guance dell’aurora
narravano stupite, al tremore dell’ultima stella,
dello splendore della tua grazia
e il primo raggio di sole
ha illuminato i tuoi capelli frumento.
Le nuvole erano minacciose,
presto la pioggia sarebbe scesa ad aghi sottili
e i rami senza foglie degli aceri
lottavano contro le folate del furioso vento.
Tu invece eri serena e candida,
gli occhi nocciola ornati da fiamme dorate
velati di tenerezza, sin dalle prime luci
lievi m’hai donato coccole e baci,
tu che sei il mio fuoco in questo gelido inverno
la notti ardenti trascorse accanto.
E quando stanotte il buio sarà ubriaco di tempesta
e la pioggia sarà il lenzuolo della notte
squarciato dai venti, giungerai a me,
isola felice di quiete, sotto forma del tuo amore.

Il poeta Marco Galvagni

RITRATTI: UMBERTO BARBERA – il connubio perfetto tra la fotografia e la poesia

Umberto Barbera, Atelier Spazio Galleria dell’architetto Giovanni Ronzoni, Verseggiando sotto gli astri di… Lissone

(by I.T.Kostka)

L’arte ha mille volti e sfumature, spesso impregna l’anima di un uomo fino all’ultimo neurone. Umberto Barbera convive da anni con le sue due amate Muse: quella della fotografia e quella della poesia. Umberto è un artista generoso e umile, sempre gentile e disponibile verso il prossimo, ricco di elevata empatia e sensibilità. Ironico e sorprendente, innamorato della natura ma, allo stesso tempo, aperto alle nuove tendenze stilistiche e alle sfide. Da menzionare soprattutto quella nata dall’incontro con la corrente del Realismo Terminale, alla quale si è avvicinato partecipando al programma “Verseggiando sotto gli astri di Milano” e alle puntate con il M° Guido Oldani. La sua crescita espressiva non si ferma, il Nostro si fa apprezzare come un buon vino: la sua scrittura mette in evidenza sempre più originale e ricca creatività artistica. Chissà quante sorprese ci regalerà nel prossimo futuro!

Izabella Teresa Kostka, Milano

• NOTA BIOGRAFICA

Umberto Barbera, nato a Sandigliano, in provincia di Biella . Sognatore e amante della libertà. Il viaggiare, la fotografia e la poesia sono espressione di continua ricerca e sfogo di emozioni.
Alcune sue opere sono presenti in alcune antologie: “Bugella’S Heart”, “Il fruscio delle parole mai dette”, “Tra le braccia di Turan”, “Per non dimenticare” e “Le maree della vita”.
Nella Collana Orizzonti Aletti editore:
“Verrà il mattino e avrà un tuo verso” vol.XII, “Tra un fiore colto e l’altro donato”.
Poeta Federiciano nelle edizioni 2016 e 2018 di Rocca Imperiale “Il Paese della poesia”.
Dal 2016 fa parte dei Poeti Verseggiatori di Milano – Serate cicliche di poesie con il patrocinio del Cerifos a cura di Izabella Teresa Kostka.

• ALCUNE POESIE SCELTE

FIAMMIFERI

Erano fiammiferi,
semplici fiammiferi dalla punta rossa
colpo in testa ed il fuoco innescava

Petardi impazziti nel silenzio della notte
Mortai pronti per la battaglia
Anonime opere d’arte su quadri di tela dipinte
come i sogni dei giovani dai mille volti
dal futuro in salita verso mete ambite
Lento e faticoso il cammino al buio
tortuose e tormentate le strade

Ultimo cerino ribelle
su di un piano grezzo striscia
nuova luce infiamma
nuova marcia nel motore al minimo
pronto a risalire la china

IL POLITICHESE

Ammasso di filo spinato arrugginito
Contorto ed annerito
Strade strette, tornanti infiniti
Teatrino di luci e sfondi
Plasmato con ciprie e costumi
in ambienti ovattati
Fattucchiera attenta nel leggerti la mano
Intento primario ed assoluto
creare ingorghi sullautostrada dei pensieri
far ingoiare il dolce di cioccolato
su di un panino salato

L’AMORE MATTUTINO

Appena sveglio già mi manchi
Sotto lenzuola ancora calde
il profumo attira prepotente
il desiderio assale la mente

Labbra desiderose affondano su di te

Calda, morbida e vellutata
schiuma dal sapore dolce amaro

Con le mani a coppa ti accolgo
Il biscotto inzuppo delicatamente
il tuo calore lo fonde velocemente

Sei il primo amore del mattino
Caro schiumato… cappuccino.

RISVEGLIO QUOTIDIANO

O mio Dio è tardi!
Ma nooo…
La notte prepara ancora la valigia
alla porta il giorno suonerà

Il gallo già canta!
la sveglia ancor non l’ho udita

Suonaaa!
Anch’essa impettita,
come una sirena impazzita

Sul filo di lana l’aurora si è vestita
All’ordine il sole richiama
ancor non risponde,
assonnato… nel letto si rigira

Nascosto dal piumone
stanco per la notte di passione
le ciabatte ancor non trova

Sbiancata la luna… scivola via…
tra lenzuola stropicciate e coperte vellutate
con l’occhiolino sottovoce lo saluta

Rosso come un semaforo infuocato
del palcoscenico pian piano le scale sale
sornione teatrante
di primo attore…
la parte!

Umberto Barbera

Tutti i diritti riservati all’autore

“Amore a prima vista” foto: Umberto Barbera