VERSO CONSIGLIA: “SI DISSOLVONO LE ORME SU QUALSIASI TERRA” PRESENTAZIONE DEL LIBRO 

Domenica 18 giugno alle ore 17.00 a Vigevano: presentazione del libro bilingue “Si dissolvono le orme su qualsiasi terra – Rozmywają się ślady na każdej ziemi “. Con Izabella Teresa Kostka  (autrice del volume) dialogherà la poetessa e relatrice della libreria Feltrinelli Mariateresa Bocca, intermezzi musicali a cura del gruppo poetico – teatrale “Poeticanti” (Paolo Provasi e Roberta Turconi). Sala Ridotto di Teatro Cagnoni, C.so Vittorio Emanuele 43, Vigevano (Pv). Ingresso libero.

IL LAMENTO DI DIANA by ROBERTO MARZANO 

IL LAMENTO DI DIANA

Cosa dovrei pensare adesso che mi guardi 
così dall’alto in basso con disprezzo
l’assurda urgenza  di spegnermi la luce
punirmi, il sorriso farmi a pezzi?
Cosa n’è stato di noi? Cos’è successo?

Tu, che anelavi ansioso 
l’impulso irrefrenabile
di un contatto urgente
da consumarsi subito ovunque ci trovassimo
che prendeva fuoco nell’impeto di un lampo
nella brace di pochi ansimanti respiri
di quel piacere perverso, tormentato
come fossi un’amante di cui portar vergogna
ma troppo evidente agli occhi per celare 
il disgusto per la nostra sporca storia 
che ti impregna del mio odor fino ai capelli
fino all’ultimo fiato di piacere
voluttà, vizio torbido che leva l’aria…

Cosa, cosa dovrei pensare adesso? 
Quando mi scaraventi a terra con ripugno 
e mi schiacci sotto la suola della scarpa 
violento, crudele nel gesto rotatorio 
che mi scompatta, irrimediabilmente…

Ma non ti sarà facile dimenticarmi, bello mio
e tornerai a cercarmi disperato
mai potrai smettere di seguirmi come un cane
ed io pronta sarò a farmi comprare
in venti piccole dosi cilindriche fatali
sempre che bastino a quietare
le tue stupide brame da coglione.

Roberto Marzano
Tutti i diritti riservati all’autore

AL SILENZIO SERVONO SILENZI: LINA LURASCHI

(by I.T.K) La sua voce pretende la nostra attenzione e mai passa inosservata. Sublime intimista, riesce ad esprimere qualunque dolore e ferita dell’anima attraverso i soffusi silenzi tagliati dalle graffianti urla della sua penna. Nella scrittura, l’autrice ritrova “catharsi e nirvana”, crescita e ricerca interiore, dubbi e saggezza, mentre riscopre la strada per raccontare e ritrovare se stessa. Coraggiosa, mai cede ai compromessi, non cerca la gloria né il futile plauso, conosce il proprio valore e come una vera mistica crea visioni poetiche ondeggianti tra premonizione e retrospezione. Sprofonda nei meandri più profondi dell’interiorità e dell’umano sentire usando “la scucita voce” (cit.) come una specie di richiamo e di accusa, rimanendo incisa per sempre nella memoria dei lettori.  

Lina Luraschi nasce a Como nella cui provincia tutt’ora risiede. Dopo le scuole medie è in qualche modo costretta a scegliere un indirizzo scolastico non di suo gradimento e si ritrova ragioniera nella ditta di
famiglia per lungo tempo.
La passione per la lettura e la letteratura, trasmessale dal padre e insieme a lui coltivata sin dalla più tenera età, l’incontro con un’insegnante che ama i grandi autori, soprattutto i poeti, fa sì che il seme della poesia trovi in Lina un terreno già fertile.
Impegnata nel sociale, è stata vice sindaco e assessore alla cultura, pubblica istruzione e servizi sociali nel suo paese dal 1999 al 2006. Nel 1997 è fra le socie fondatrici dell’associazione di volontariato NOISEMPREDONNE O.N.L.U.S. che opera all’interno dei reparti oncologici degli ospedali comaschi, ricoprendo il ruolo di vicepresidente e segretaria fino al 2005. Nel 2017 co – fondatrice del Gruppo per la Diffusione della Cultura e dell’Arte “Valchiria”.

Ha all’attivo cinque sillogi poetiche più una in stampa , ” ENTENDEMENT ” – phoenix editrice, in lingua francese,
destinata al mercato francese.
Infatti il suo buen retiro , da decenni, è sulle coste dell’oceano fra la Normandia e la Bretagne.

• Lina Luraschi risponde:

COSA PENSO DELLA POESIA?

Ogni poesia è come un messaggio in una bottiglia che nel silenzio della sua trasparenza trattiene il suo grido,
la sua presentazione, la sua richiesta di aiuto. Al silenzio servono silenzi e da qui le parole poetiche fanno da segnavia ad un procedere per ascolto e attenzione: un riconoscimento. Questo stato di quiete ci permette di ascoltare cosa accade al nostro interno perchè riusciamo a sentire
i nostri conflitti, le nostre paure, le nostre fantasie : INSOMMA, IL RUMORE DELLA NOSTRA ANIMA.

Scrivo da oltre 30 anni , una vita, ma la verità è che non so perchè si scrive.

SO CHE PER ME È un po’ come il divano di Freud: sono la paziente e lo psicanalista allo stesso tempo.

QUELLO CHE SCRIVO È UN QUALCHE COSA CHE TROVO DENTRO DI ME, che vuole essere detto: fa bene a me stessa, è una mia necessità.

È UN GESTO CHE SÌ, PARTE DALLA MANO, MA PRIMA MI ATTRAVERSA IL CORPO, È UN LUNGO VIAGGIO
INTERIORE, È L’ INCONTRO CON ME STESSA. È il senso delle mie esperienze emotive, psicologiche, fantastiche, memoriali.

AMO LA SOLITUDINE E CERCO DISPERATAMENTE IL SILENZIO: IN ESSO POSSO SENTIRE IL RUMORE DELLA MIA ANIMA CHE È UN SENTIRE POETICO, È UN SILENZIO CHE MI DÀ PAROLE, QUELLE CHE MI SALVANO E RIPORTANO A RIVA.

Io sono pensiero  inchiostro  pergamena
ingabbiata in radicato vizio
di penetrare a nude mani
pieghe  crepe  terra  carne
in un gelido budello di annodate assenze
e sul braccio piegato a cuscino
macino il mio grumo di terra
al sapore di ruggine e sangue

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Trovare è altrove
fra fili d’erba
dal fresco linguaggio
dove il patto è conchiuso
e l’esplosiva gioia
smalta il giorno
nel gioco purpureo dell’intreccio.
L’esercizio della raccolta
diserta il cordoglio.
Siamo noi e le nostre ombre
nelle vostre mani
in cerca d’azzurro.

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Racconto del silenzio
la scucita voce
il pulsare del giugulo
l’attimo randagio
e gocce che scavano ossa
e ossa che parlano il linguaggio dei muti.
Racconto del silenzio
la curvata ombra
che per briciole di pelle
pulisce vetri dalle impronte
e lingue incatenate in vuote gole
punite da un dispetto della vita.
Ecco…
del silenzio ora sento i passi
in case orfane di raggi persi.
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Quella crepa nella terra
ha bevuto molti sguardi
Piangilo tutto il peso del diseredato
poi vivi la resurrezione
fra tralci che offrono saporiti frutti
E di nuovo gioiosa fuga
a cogliere latte materno
là dove scintillano conchiglie
dai capezzoli dorati.

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Vigorosa arsura,
è del fiore più raro l’occaso
stretto al patibolo delle ore.
Si vendemmiano compleanni
galleggiando sulle acque
senza forma né luna riflessa, 
consonanza con labbra di cera spaventate
e sfigurati esili giorni rantolano
nell’uragano della clessidra.
A nolo banalità di limiti
apparecchiati al quotidiano
nel sillabato tempo dei vinti.
Fioca e residua vita
non dà risveglio al nulla della mente,
il niente non chiede pane
ma succhia polline dal polso.
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Quando l’occhio del pavone
posa lo sguardo
cesella i miei versi
come diamanti rari
scrigni di operosi incanti
Questa sfida antica
avida di vita
muta in suoni
e mi scioglie nelle grida del vento
_______________________________    
Dirò al cieco che la luce ha nere schegge
e le stelle
quando scandagliano il pozzo dei sogni
accostandosi a piaghe
si spengono atterrite nell’umiltà della notte
        Dirò che le ciglia son ghirlande di spine
        che avvolgono i ricordi
        e nella clessidra è buio come in miniera
Dirò che la luce è un drappo sgualcito, oscuro,
rende zoppo il pianeta
e i salmi tacciono la resurrezione
Così parlerò al cieco quando si fermeranno i girasoli.

Lina Luraschi
Tutti i diritti riservati all’autrice

IL GREGORY E IL BRUNO di LUIGI BALOCCHI (graffiante!)

Il Gregory e il Bruno

Ma perché Gregory Corso è famoso e Bruno Brancher se lo caga nessuno? Semplice. Corso conosceva Kerouac, Burroughs e Ginsberg, il nostro Brancher, al massimo, quelli della banda di via Osoppo. E così. Come si direbbe in milanese, lè pròppi inscì. La butto in meneghino perché così parlava il Bruno Brancher, nato in quel Milano ora divorato dalla metropoli grifagna, cresciuto tra le osterie e quelli della Ligera, la vecchia mala dell’Ortica e di Porta Cicca. Anche Gregory Corso era nato pressappoco nelle stesse disgrazie, figlio di un calabrese, ma lo aveva fatto a New York. Il che fa differenza. Tutti e due poeti, certo. Entrambi finiti in galera e poi a loro modo, da simpatici balordi, redenti dalla zappa dell’arte. Il che ha portato a differenti conclusioni. Gregory Corso è diventato tra i poeti più conosciuti del novecento, alfiere stortignaccolo della Beat Generation e per questo acclamato in ogni dove. Bruno Brancher, ha continuato a fare avanti indrèe per varie gabbie. E già che gli inizi gli eran stati per nulla a suo sfavore! Da ragazzino, il suo nome aveva fatto il giro dei giornali per aver rubato nientemeno che la bici di Fausto Coppi. Poi, altra galera. Fino al giorno in cui ha cominciato con la penna. Scriveva racconti, il Bruno, racconti e poesie. Editori di non poco conto si sono interessati di lui. L’han pubblicato. Scriveva come Gregory Corso o forse Gregory Corso scriveva come lui. Se vogliamo dirla tutta, Corso un po da cane, il Brancher da gran portento. Alla fine della fiera, il Gregory vien fatto santo della Beat Generation, il Bruno è negli anni dimenticato. E ciò accade prima, molto prima che perda la ragione e finisca per morire come un ratt in un ospizio di provincia. Ora uno mi dice che ce l’ho con gli americani. Ma va là. Ce l’ho solo con gli imbecilli. Che mica stanno negli States. Ghjèmm in cà, li abbiamo tutti in casa, date retta a un pirla.

  
Luigi Balocchi 

Tutti i diritti riservati 

CONNUBI VISIONARI: PIETRO DI LEVA E IZABELLA TERESA KOSTKA 

(by I.T.K.) I nostri pensieri si sovrappongono e completano a vicenda, abbracciano tra il simbolismo delle forme e l’accusatorio urlo della parola. Nati separatamente eppure creano un connubio perfetto definito dai dipinti di Pietro Di Leva e dalle liriche tratte da alcune mie opere letterarie. La coincidenza? Probabilmente abbiamo raggiunto la stessa sorgente, il nucleo dell’ispirazione basata sulle sofferenze della specie umana, del simbolismo quasi biblico e del personale, retrospettivo traguardo terrestre. Le anime creative erranti nello spazio dell’indipendente e coraggiosa espressione artistica.

Dipinti: Pietro Di Leva 

Testi: Izabella Teresa Kostka 

 •

“Fede perduta”

LA RISURREZIONE

Giace sulla croce la purezza violata
sepolta da secoli nell’antro oscuro,
inutili sforzi degli angeli celesti,
nel limbo terrestre svaniscono le preghiere.

Giocano i mortali all’ombra del tempio
ignorando i corpi avvinghiati a terra,
in un sacrificio pagano dell’ingenuo agnello
perdono l’essenza del decalogo divino.

Vuoti sorrisi,
un’orgia di gioia,
il pianto taciuto degli sporchi barboni,
il sangue di Cristo,
la carne di pecora,
l’innocenza spezzata nel gioco dei ciechi.

Piange sulla croce la bontà divina
respinta dai cuori privi di fede,
la terza alba non trova l’aurora.

Non sorge il giorno della Risurrezione.

(tratto da “Peccati”, 2015)

MARIA 

Il tuo volto 
sradicato come un morto ulivo,
dissanguato dal pianto privato d’amore,
t’adagi inerte sotto un triste velo
strappato dall’urlo della disperazione.

Non c’è un domani sul cupo Golgota
adombrato dal piombo del terrore terrestre,
le tue dita s’aggrappano al fango 
in cerca del Figlio, 
della sua scia.

Luttuosa rimani in ogni altrove,
immune ai simboli di qualsiasi fede.

Benedetta tu sia nel materno dolore!

(2017, edita)

RIFLESSIONI DI UNA FEMMINISTA 

Che ne sapete di me ,
Voi, 
prepotenti uomini, 
che con le arroganti dita di ferro 
stropicciate le mie sorelle. 

Vi è stata donata la supremazia in questo Mondo,
così crudele e ingiusto 
come il sacrificio dell’ingenuo bestiame.
Sono una costola estratta dal vostro ego,
una quercia possente, immune al vento.
Potete piegarmi, ferendo la mia corteccia,
ma non tentate di spezzarmi 
– Vi ferirò come una freccia!

 
Che ne sapete delle mie curve,
Voi,
insaziabili maschi, 
che non riuscite a domare
neanche i vostri selvaggi membri. 

Elemosinate al buio le morbide grazie
perdendo ogni orgoglio,
svuotando il portafoglio,
giurate fedeltà inginocchiati a terra
in un facile spasimo confidando i peccati. 

Che ne sapete della mia vita,
Voi,
Grandi di questo Mondo
che va a rotoli da secoli 
come le viti di un’arrugginita giostra. 

Sono soltanto una donna 
che logora ogni quiete,
turba i vostri corpi e sfida la mente.

Non maleditemi invano,
dal mio grembo la Speranza sorgerà. 

(2017, edita)

Tutti i diritti riservati agli autori

SI FA SERA con ROBERTO MARZANO

SCACCOFAGIA

Puoi fare ciò che vuoi senza teoremi
disporre d’ogni mossa incontrastata
non ti darò intralcio, oh mia Regina
monta a cavallo, calpestami le ossa
io non m’arrocco, desisto a braccia basse 
aspettami convinta in “effe quattro”
non sono matto, ma lo sarò al più presto
stringiamo i tempi, divorami sul posto.

20.08

La verità è che nulla è vero 
c’ero, io, acceso 
sull’altare immondo della concupiscenza 
nera notizia gettata in pasto agli ignari 
ovatta pregna di sangue catodico
stipata a forza in angusti pertugi irrisi 
da clamorose voragini colmate appena 
dall’intorpidito pollice sul telecomando.

Lo sporco gioco che propinavano astuti
era solo una scusa bieca 
perché ammutolissero occhi di pietra
dinanzi allo spot delle 20.08
pavidi spettatori ingordi dell’altrui disgrazia 
un solo brivido d’immedesimazione 
duro di freccia aguzza piantata nello sfiato
delle vertebre lombari prone sul divano 
poi un vuoto pneumatico 
e l’irrefrenabile moto insano 
di ingurgitare a grosse cucchiaiate
la nota pietanza “pronta in 1 minuto”
al “gusto-novità”… di carne umana!

Roberto Marzano
Tutti i diritti riservati all’autore