NOVITÀ EDITORIALI: “SETTANTADUE” di GIUSEPPE LECCARDI (AV Editoria)

Con soddisfazione annuncio l’uscita del mio nuovo libro di poesie “Settantadue” edito da AV Editoria di Antonio Valentino. Come dice il titolo comprende settantadue poesie selezionate fra quelle scritte negli ultimi sette anni. Composizioni che esprimono tutte il mio sentire interiore, pensieri e riflessioni che si basano sulla realtà della vita quotidiana, sull’amore, sull’osservazione della natura e di tutto ciò che ci circonda, oltre agli interrogativi esistenziali che da sempre ci accompagnano ed ai quali è difficile se non impossibile dare una risposta. Spero che queste mie poesie possano trovare nei lettori una buona accoglienza e soprattutto riescano a trasmettere almeno in parte le emozioni che ho provato.

Giuseppe Leccardi

Per l’acquisto rivolgersi direttamente a me ( leccardi.giuseppe@gmail.com )
o al sito dell’Editore:

https://www.aveditoria.it/shop-online-store/.

Note di lettura per il libro di poesia: “ SETTANTADUE”
di Giuseppe Leccardi – Marzo 2018, a cura di Fabiano Braccini.

È sufficiente sfogliare a caso alcune pagine e scorrere qualche brano per rendersi subito conto che “SETTANTADUE” contiene gli ingredienti essenziali e i requisiti imprescindibili per venire annoverato tra i libri di poesia: la Poesia!
Nella stesura di quest’opera, lo scrittore ha costantemente mirato ad arricchire i diversi temi trattati associando alla sua genuina e schietta ispirazione un linguaggio colto ma mai ricercato e notazioni di finissima tensione emotiva che rendono piacevole e avvincente la trama dell’intero volume.
Nella raccolta si parla molto di buoni sentimenti, di progetti; di passato confrontato col presente e di prospettive future: il tutto pervaso da una misurata visione nostalgica che aggiunge tenui colori al tessuto narrativo.
In particolare, quando l’Autore scrive dell’amore raggiunge alti livelli poetici e riesce a trasmettere a chi legge, l’emozione, la gratitudine e l’incontenibile gioia per il dono unico e prezioso ricevuto dalla vita:
“Nevia è il suo nome, dolce come il miele / leggero come un fiocco di neve,/
stupendo come un sogno che s’avvera”. (Diamante, 57)

Altro importante e significativo spazio viene riservato dall’Autore ai propri momenti di meditazione, di introspezione, di solitario ascolto dei silenzi e soprattutto alla percezione (ora ansiosa, ora serena) del fluire del tempo verso arcani, imperscrutabili orizzonti. E mi piace, a tal proposito, concludere la dissertazione citando, in fine, quanto il Poeta ha posto in apertura della sua mirabile opera:
“Vorrei che il tempo si fermasse / a questa soglia d’anni, /
a questa età matura, / a questa luce che promette l’alba.” (Il tempo, 1)

NOTA IN PREMESSA ALLA SILLOGE POETICA “ 72 “ DI GIUSEPPE LECCARDI

Ho piacevolmente ritmato la lettura dei versi di Giuseppe Leccardi sull’endecasillabo, un verso che il poeta sfrutta con felice maestria.
Ma ritorniamo all’excursus esegetico dei suoi versi. Innanzitutto spicca il tema sentimentale paesaggistico: dall’alone del paese natale ( Livraga ) a quello d’elezione ( Lierna ) in un’aurea di nostalgiche memorie. Molto bello e sentito il respiro della Cascina Linterno a cui dedica l’omonima poesia, o l’attualità metropolitana ( Metro Lilla ) e geopolitica ( Terra Madre ).
Ma dove l’autore incide di più è il versante dell’amore in quanto tale: versi sinceri, semplici, appassionati dediti alla Dolce Compagna di una vita che vanta tra l’altro un nome poetico di per sé Nevia ( da Nives o Nivea ). Sensibile e ispirato anche il richiamo ad altri affetti familiari tra genitori ( Radici ) e il figlio Alberto.
Sorprendente, gustosa, spiazzante e gradevole la chiusa epigrammatica di alcuni componimenti ( Gli Occhi di Milano, Lucciole, La Maschera, Donna, Brindisi di Capodanno, ecc. ).
( Michele Francipane )

PREFAZIONE alla Raccolta Poetica dal titolo: “ SETTANTADUE “
di Giuseppe LECCARDI a cura di Rodolfo Vettorello.

Accostarsi a un genere poetico come quello di Giuseppe Leccardi apre immediatamente il cuore, la sua poesia è di un fascino immediato e semplice perché le emozioni sono forti e delicate insieme e vengono comunicate con una tecnica accessibile e accattivante.
La parola è ricca di aggettivazioni di modo che la frase diventa molto esplicativa ed esaustiva perché gli espedienti semantici fanno riferimento a una tradizione colta.
Rare le rime e più frequenti le assonanze per sottolineare la musicalità del testo. Molto frequente il tributo alla indiscutibile perfezione dell’endecasillabo ma senza una sottomissione cieca e acritica a un rigore di maniera perché la discorsività del testo porta non raramente a scivolare in versi ipermetrici, spesso dodecasillabi.
“Luci di un circo di periferia/ sotto il nero tendone della notte.” da “Lucciole”.
“Per quanto il treno corra e sia veloce/ divorando pianure e le colline/ mai potrà raggiungere il confine/ che da te mi separi e mi allontani.” da “Frecciarossa”.
Solo pochi versi per esemplificare l’interesse di Leccardi per i temi della quotidianità, degli affetti e in particolare dell’amore per la donna del cuore e per dare un saggio della perizia metrica e del controllo della musicalità delicata e suadente.

Leccardi esprime una poesia molto riflessiva dove le emozioni anche più forti e impegnative trovano modi di grande tenerezza, spesso di piacevole sapore crepuscolare.
Poeta della mezza luce e della penombra, poeta antiretorico che deve trattenere quasi le proprie emozioni per custodire meglio la propria personale riservatezza.
Gli ambiti poetici sono quelli quasi gozzaniani del proprio intorno familiare. La casa, il paese natale, la città abitata, il lago e le sue atmosfere, le rare fughe nell’irrealtà dei viaggi in terre lontane, tutto è riportato e restituito con i colori delle albe e dei tramonti di casa.
Uomo dai solidi affetti, coinvolge tutto ciò che ama nella sua poesia, Livraga, Lierna e Milano, per non parlare delle persone care, Nevia prima di tutti.
Una raccolta poetica come questa di Leccardi rappresenta un evento letterario di vasto interesse al quale auguriamo il più significativo successo.

NOTA BIOGRAFICA

LECCARDI GIUSEPPE è nato a Livraga (LO) piccolo e vivace centro rurale della “Bassa” lodigiana ma vive a Milano da molti anni. Laureato in Economia e Commercio presso l’università Cattolica di Milano ha lavorato in proprio come libero professionista ed è ora in pensione.

Appassionato di letteratura e poesia, scrive dall’età adolescenziale ma solo da pochi anni ha preso la fatidica decisone di estrarre dal cassetto i suoi scritti ed ha così pubblicato due raccolte di versi con “Il mio libro.it”: “Diario poetico” nel 2010 e “Oltre ogni ragionevole incertezza” nel 2011 nonché alcune plaquette frutto di premi letterari : “Il Silenzio del Tempo”, “Fiori di Zucca” e “Filo di Nebbia”.

Nel 2013 ha fondato il Gruppo “Poesia sull’aia in Cascina Linterno”, nell’antica cascina che la tradizione indica come dimora agreste di Francesco Petrarca ed è Vicepresidente dell’Associazione “Amici Cascina Linterno”.

Ha partecipato e vinto diversi concorsi di poesia oltre a numerosi riconoscimenti.

Attualmente frequenta i gruppi: “Ogginpoesia”, “Poeti al Ponte delle Gabelle”, “Verseggiando sotto gli astri di Milano” e “Cesare Frigerio – Amici delle Parole”.

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“LA MULTIFORME IMPALCATURA DEL MALE” di LORENZO SPURIO

LA MULTIFORME IMPALCATURA DEL MALE,  TRÀ REALTÀ E LETTERATURA di LORENZO SPURIO 

Saggio pubblicato come prefazione all’antologia “Non uccidere. Caino e Abele dei nostri giorni” (The Writer 2017, curatori del volume: Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio).

Le poesie che compongono questo libro girano tutte, a loro modo e con stili diversi, attorno a tematiche che hanno un’incidenza sociale, vale a dire che hanno a che fare con questioni che interessano tutti. L’iniziativa nata e sviluppata assieme alla poetessa Izabella Teresa Kostka è stata quella di aver voluto parlare del Male, nelle varie forme e concettualizzazioni. Non solo rappresentato dalla violenza sessuale che oggi, un po per la spasmodica ricorrenza di casi esecrabili, un po per una serie di campagne di informazione più incisive, sembra monopolizzare la cronaca. Abbiamo, cioè, voluto creare un progetto che fosse il più possibile ampio e aperto a varie testimonianze e dimostrazioni di come il Male possa potenzialmente intaccare tutti, proprio come il bene che la società civile ci indica di perseguire per evitare, condannare e allontanarsi da ogni concreta offesa alla civiltà.

L’azione spregiudicata di persone che coscientemente inquinano un corso d’acqua con bitumi ed altri prodotti residui dalle loro attività economiche è, a suo modo, una laida forma di violenza: una offesa nei confronti della natura che ci ospita, un maltrattamento contro gli altri umani che abitano la terra e, addirittura, un atto malevole e inquinante anche per la nostra stessa vita. Anche se un comportamento illegale come questo viene qui richiamato in maniera assai semplicistica, può servire, comunque, per riflettere due secondi su una sacrosanta verità, ossia che chi produce il Male lo fa sempre con consapevolezza nonché spesso con predeterminazione. Vale a dire che l’azione violenta o spregiudicata non è altro che l’acme di un progetto instabile già configurato nella mente che trova poi la sua applicazione concreta. Di sadismo, brutalità e menefreghismo si parla, ma anche di omertà e silenzio, di indifferenza e tacita approvazione di un delitto, di un abuso, di un caso di insubordinazione che non può in ogni modo essere accettato.

Di tutto questo siamo puntualmente informati, avvisati, messi in guardia, tartassati e impauriti da quanto gli organi di informazione giornalmente ci somministrano notizie di episodi di disagio e marginalità, prevaricazione e sopruso, di inciviltà propriamente detta, di denigrazione ed emarginazione sociale. Rientrano in questo discorso, che è un infinito mare magnum di casi dove la violenza si mostra in maniera più esplicita, anche le sottomissioni e la sospensione dei diritti civili in tanti paesi del mondo. Vi sono, poi, una miriade di altre situazioni, svariate nelle dinamiche e nelle forme con le quali si manifestano, che rimangono nel silenzio, lontano dalla grancassa dell’informazione, volutamente tenute nell’ombra, lontane anni luce da un qualsiasi spiraglio che possa rompere il legame tremendo tra aguzzino e vittima. Storie domestiche che non vengono denunciate, popoli segregati con la forza, anziani che vivono nella più profonda indigenza, clochard che vengono derisi ed arsi vivi, ragazzini che si gettano dal quarto piano perché sopraffatti dalle violenze verbali di maledetti coetanei che ne assuefanno la psiche semplicemente perché effeminato, di povere condizioni, grasso, o il miglior bersaglio da colpire, perché incapace di reagire. 

Questa è la realtà. E la letteratura?

La letteratura, che è una delle tante proiezioni della realtà, con una buona dose di finzione frutto dell’ispirazione creativa e del genio di chi la produce, non è che l’attestazione concreta, in termini oggettivi, del vasto spettro del Male, della sua tentacolare diffusione, della sua ambiguità e polimorfismo, dell’incapacità spesso di individuarlo. Alcuni brevi cenni ad opere possono servire, forse, ad ampliare una trattazione che è nevralgica nella nostra attualità e che deve essere percorsa affinché anche la letteratura, sia essa di finzione o di approfondimento, interagisca con queste forme endemiche e faccia sue le preoccupazioni di una società spesso distratta, incapace di comprendere il dramma prima che esso si manifesti in forma di tragedia, gravata da preoccupazioni economico-finanziarie pesanti che, non di rado, vengono a configurarsi anche come concausa se non come motivo trainante dell’adozione di piani omicidiari, suicidiari, stragisti, volti all’annullamento di sé e degli altri. 

Mi viene in mente, allora, la vicenda dei fratelli Tamar e Amnon descritta nella Bibbia in cui la giovane donna, Tamar, viene sedotta con la forza da Amnon con uno stratagemma infido riuscendo a violentarla. Il comune padre, il re David, non condanna laccaduto né solidarizza con Tamar ma un ulteriore fratello, Assalonne, vendicherà la violenza subita dalla sorella uccidendo Amnon in un duello. L’episodio, ripreso anche dal poeta spagnolo Federico García Lorca che gli dedicò una sua poesia, è significativo del fatto che la violenza sessuale, addirittura dalle nervature incestuose come è questo il caso, sia connaturata nella storia dell’uomo, dalla notte dei tempi. Nel testo più importante per la religione cristiana sono contenuti molti altri esempi di prevaricazione dell’uomo, di violenza, di ignoranza sociale e di sperequazione tra i sessi.

Facendo un bel balzo in avanti nella letteratura contemporanea, tre sono i riferimenti che, a primo acchito mi sento di richiamare dove il tema della violenza si fa palese e preponderante da segnare in maniera ineluttabilmente tragica i destini delle persone coinvolte nelle tre narrazioni. 

In “Cuore di tenebra” (1899) di Joseph Conrad il confronto in terra d’Africa che si ha tra Marlowe e Kurtz, entrambi di origini inglesi, è sconvolgente. Marlowe rappresenta il bianco, l’esploratore coscienzioso che ha bisogno di intraprendere un viaggio per vedere e conoscere, saldo in un patrimonio di valori che si basano sulla giustizia e la libertà dell’uomo. Kurtz, invece, è rappresentante di un’altra parte d’Occidente, quella più crudele e insensibile, ovvero del conquistatore, del depredatore di spazi e persone. In quell’angolo di Africa si è autonominato capo e ha asservito quelle povere genti ai suoi voleri diventando un despota sanguinario. Conrad sottolinea, con una descrizione disgustosa e spietata, le cattive azioni protratte da Kurtz, la potenza di un Male che può intaccare l’uomo dotato di vanagloria e animato da spinte di superomismo, invincibilità e supremazia sul genere umano. 

Ne “Il signore delle mosche” (1954) di William Golding si realizza qualcosa di simile: cambia l’ambientazione, che non è quella africana ma quella di un’imprecisata isola del Pacifico e cambiano le dinamiche relazionali. Non più il bianco colonizzatore, sprezzante razzista che schiavizza l’indigeno, ma un gruppo di adolescenti che devono cercare di coabitare sul piccolo spazio dove si trovano e provvedere autonomamente al cibo per sfamarsi, non essendovi adulti con loro. Lì, per cercare di darsi delle regole per la comune convivenza e per emulare il mondo degli adulti, danno vita a un sistema di auto-governo fondato su elementi democratici e plurali: la convocazione dell’Assemblea e la rotazione della conchiglia tra i suoi membri, a rappresentare una sfera decisionale nel gruppo che varia di volta in volta, appunto a rotazione. Il sistema, però, non funziona. Non perché siano bambini o perché non sia un buon sistema, semplicemente perché viene prima sospeso, poi decretato inefficace e, infine, asservito a una logica personalistica. S’instaura così, nel gruppo dei ragazzini, una sorta di dittatura retta da Jack Merridew che di tutta prima risulta essere ben seguita da un ampio gruppo di ragazzi che intravvedono nel capo carismatico i caratteri di forza, autorità e prestigio. Un’esigua componente di ragazzi osteggiano la neonata soppressione dei diritti e fa gruppo a parte continuando a richiamare l’importanza della convocazione assembleare. La situazione sfugge di mano e la fazione autodichiaratasi l’unica fonte di governo commette sevizie, atti ignominiosi sino ad arrivare all’assassinio di Piggy, uno dei ragazzi. La democrazia è rotta per sempre, il Male, nella forma viscida della fascinazione per il potere, ha prodotto vittime a seguito della degenerazione di un piano politico che è impazzito e ha prevaricato il diritto alla libertà di espressione.

Infine propongo una riflessione su “Il giardino delle Vergini suicide” (1999) del greco-statunitense Jeffrey Eugenides, meglio noto per essere l’autore del romanzo Middlesex (2002). Esso contiene la vicenda familiare dei coniugi Lisbon con le loro cinque figlie adolescenti che vengono fatte crescere in un clima di stagnante asfissia, di claustrofilia indotta, per rispondere alle prescrizioni maniacali e repressive della madre e la subordinazione del padre nei confronti della madre che decreta la sua inefficacia nel rapporto con le figlie. Il narratore sottolinea con particolari enfasi dei semplici momenti di apertura della famiglia Lisbon verso il mondo di fuori marcando l’interesse su quanto per la madre, ed i coniugi in genere, sia difficile e insostenibile accettare che le figlie possano andare al ballo della scuola con un compagno, piuttosto che uscire e ritrovarsi con le proprie amiche. Nella severità di una casa dove l’imposizione materna sgretola sogni e fa ardere progetti, desideri nonché annichilire l’esistenza delle giovani matura, in quel mix pericoloso di noia, sofferenza e impossibilità di fuga, lo stratagemma per l’acquisizione della libertà. Ecco allora che si chiarisce in quale circostanza ha preso piede il suicidio della prima ragazza, descritto velocemente in apertura del romanzo, dipinta come adolescente strana quando in realtà era semplicemente l’asfittico contesto familiare a non farla respirare né a permetterle di esprimersi. Se la ribellione di Adela nell’opera teatrale “La casa di Bernarda Alba” (1936) del summenzionato Federico García Lorca (diversi gli scenari, diverse le ambientazioni, è vero) era possibile sulla base di un temperamento istintivo e combattivo contro l’autorità della madre, qui per le quattro ragazze che mai diventeranno donne, non c’è scampo. L’appuntamento finale sarà per un banchetto amaro, quello di una festa della morte dove ciascuna ragazza opterà per la soluzione finale pensata come più diretta e infallibile, tutte particolarmente spiazzanti. La sequela di suicidi che si realizzano in contemporanea, di cui la città mai avrà completa comprensione, viene in un certo modo occultata dal trasferimento dei coniugi Lisbon, ormai drammaticamente soli, mentre la loro casa invecchia e viene riappropriata dalla natura. 

Il Male qui si configura in uno stato di lancinante sofferenza e desolazione interiore, in uno spiazzamento totalizzante che provoca assenza di autostima, annullamento della propria identità, l’adozione di un’esistenza fatta di rituali ed imposizioni, arsura demozione, carenza di ascolto, mancanza di condivisione, tacita soppressione delle esigenze personali. Ecco, allora, che la via suicidiaria sembra dare scampo a un dolore che è possibile espiare solo con un volo pericoloso, verso un baratro inconoscibile, gesto che fa rabbrividire ma che, forse, neppure abbiamo il diritto di condannare del tutto. Giovani che eterizzano la loro beltà e che pongono un profondo ricatto morale ai genitori, agli adulti, al mondo disattento, a chi crede che un bambino non ha motivo per essere infelice.

Lorenzo Spurio
Jesi, 19-01-2017

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