GOSSIP LETTERARIO: I GRANDI AMORI FRA SCRITTORI – BORIS PASTERNAK E OLGA IVINSKAJA by LINA LURASCHI 

GOSSIP LETTERARIO: i grandi amori fra scrittori – per GIRAMONDO CULTURALE 

BORIS PASTERNAK E OLGA IVINSKAJA si incontrarono nel 1946 nella redazione della rivista letteraria dove lei era redattrice e il loro amore continuò a crescere a caro prezzo per lei.

 Nel 1949 Olga fu arrestata e portata in gulag. Per settimane fu torturata: volevano convincerla a firmare una “confessione” nella quale avrebbe dovuto dichiarare che Pasternak stava scrivendo un romanzo antisovietico, ma lei resistette. Dopo tre anni di carcere venne liberata dalla prigionia e trasferitasi vivino alla residenza di Boris. Quando, tre anni dopo, fu liberata dalla prigionia, si trasferì in una casetta vicino alla residenza di Boris e i due continuarono a vivere un amore “clandestino” fino alla morte di lui, avvenuta nel 1960. Nello stesso anno, però, fu arrestata e condannata, per la seconda volta, a quattro anni di lavori forzati, con l’accusa di aver partecipato alla stesura del romanzo incriminato. Olga continuò ad essere legata a Pasternak fino alla fine dei suoi giorni.

 Il cuore di Pasternak non regge alle perfidie dei suoi persecutori, provocate dallo “scandalo Zivago” esploso due anni prima. Nell’ottobre del 1958 l’ hanno costretto a rifiutare il premio Nobel, pena l’esilio. È considerato un Giuda, cacciato dall’Unione degli scrittori, insultato dai suoi colleghi. «È peggiore d’un maiale», arringa Vladimir Semichastni, capo della Gioventù comunista. Non sono da meno i poeti di regime. Sul finire del’59 Pasternak si mostra prostrato, nel fisico e nell’umore. Ha anche pensato al suicidio, con delle pastiglie e non si fida quasi di nessuno, neppure della moglie Zinaida, che pure cerca di proteggerlo attraverso le sue relazioni con Kruscev.

 Dopo la pubblicazione del  Dottor Zivago (1957), Olga è stata inviata nuovamente nel 1960 per quattro anni nel Gulag  per “traffico di valute”, un modo per punirla per aver permesso la pubblicazione del  Dottor Zivago all’estero.

 Il Kgb lo tiene sotto stretta sorveglianza, una microspia viene ritrovata nella casetta di Olga a Peredelkino. Dolce ed energica Ivìnskaja: è l’unico riparo, l’amore a cui aggrapparsi. Lo scrittore teme come il fuoco la visita dell’editore italiano Feltrinelli e lo supplica :  «Voi non immaginate quali dolorose conseguenze, incredibilmente umilianti e pericolose, potrà avere una vostra visita e la vostra partenza». È il 18 novembre del 1959, Feltrinelli rinuncia al viaggio a Mosca. Sei mesi più tardi, il 30 maggio del 1960, Pasternak muore tra lancinanti dolori al petto: gli è stato diagnostico un cancro al polmone, già metastatizzato. Lo scrittore aveva esplicitamente chiesto che la sua salma fosse sottratta alle autorità sovietiche. Non viene accontentato. Il funerale si svolge il 2 giugno a Peredelkino: partecipano centinaia di persone, molti gli agenti del Kgb. 

  «Il premio Nobel a Pasternak, attribuitogli con evidenti intenzioni politiche, ha avuto come primo risultato quello di risvegliare le tendenze peggiori della società culturale del suo paese». In altre parole, la responsabilità della feroce campagna contro lo scrittore è da attribuirsi innanzitutto ai saggi di Stoccolma, secondo lo scrittore italiano Italo Calvino.

Olga morì a 85 anni, nel 1995.  Olga Ivinskaja, musa misteriosa e affascinante Lara del Dottor Zivago di Boris Pasternak, che per anni visse con estrema discrezione il suo legame clandestino col poeta, a tre chilometri dalla dacia dove lui viveva con la moglie e i figli . “Lara” se n’è andata a 85 anni senza farsi sentire né notare, in una Russia differente.
Foto dal web

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L’antologia poetica “DONNE – VOCI NEL VENTO” a cura di FORTUNATA CAFIERO DODDIS

“Donne – voci nel vento”  a cura di Fortunata Cafiero Doddis

La donna è quel soffio che porta vita, la forza, il motore propulsore della società, senza l’essere femminile l’uomo non potrebbe riprodursi, non potrebbe sopravvivere. È la donna colei che insegna ad amare, che sa sorridere, che sa combattere nonostante una marea di problemi vorrebbero soffocarla. In molte epoche l’essere femminile è stato considerato inferiore, portatore di deficit oppure semplicemente non una persona che per caratteristiche fisiche, psicologiche non poteva stare alla stessa stregua. Nella storia troviamo esempi di donne che hanno mostrato molta forza e coraggio, molto più degli uomini, basti pensare a Giovanna D’Arco, alle Suffragette, a tutte le donne che hanno fatto la Resistenza durante il periodo Fascista in Italia. Proprio l’Italia è uno di quei paesi in cui la donna non aveva diritti fino a pochi anni fa infatti le donne hanno votato per la prima volta il 2 Giugno del 1946 nel referendum per scegliere fra monarchia o repubblica e per votare l’assemblea costituente, una data molto recente paragonata a tutta la storia dell’umanità. Nella società ateniese il genere femminile era poco considerato, anzi veniva giudicato inferiore anche il filosofo e matematico Pitagora indicava la donna con il numero due, numero pari quindi considerato imperfetto, secondo la scuola pitagorica la donna poteva raggiungere la sua perfezione solo con il matrimonio , l’uomo veniva designato con il numero tre, dispari , dunque perfetto. Nella polis le madri, mogli non potevano prendere parte alla vita politica, non dovevano lavorare, la loro unica possibilità era quella di essere madri e mogli. La donna doveva vivere nella casa, luogo privilegiato perché chiuso avulso dai giudizi sociali e critiche. Facendo salti avanti nella storia la scrittrice Jane Austin non si sposò mai, la sua società del buon costume non permetteva ad una donna di essere artista, scrittrice, pittrice perché quella era roba da uomini, l’esperienza cinematografica del film “Chocolat” ci fa riflettere molto su questa tema, la protagonista senza marito era madre di una bambina , ella gestiva un negozio, ma veniva considerata da tutti come suscitatrice di peccati, una persona senza moralità, non degna di considerazione. Nel novecento in Italia la prima donna medico è stata Maria Montessori anche lei oggetto di critica, soprattutto del Fascismo, il suo metodo pedagogico venne considerato troppo scientifico tanto che nel nostro paese fu conosciuto molti anni dopo. Arrivando ad oggi anche ora possiamo dire che il cammino per i riconoscimenti dei diritti della donna deve fare ancora molta strada, in alcuni paesi, come quelli orientali il sesso “debole” non può andare in bicicletta, non può avere la patente, non il libero accesso agli studi, all’università come nei paesi occidentali. Nella parte occidentale del mondo, però, le discriminazioni sono più sottili, la donna non viene sempre valorizzata, il suo corpo diventa merce, appare nel palinsesti televisivi e viene oltraggiato, ostentato, mostrato solo per attrarre i telespettatori, la donna mette il suo corpo a nudo, spesso non sono apprezzate le qualità creative, mentali dell’essere femminile, ma le sue forme fisiche. A dispetto di tutto questo molte di noi si sono opposte a questa “carneficina” dimostrando che non siamo solo un corpo che si offra, ma siamo anima, spirito, arte, creatività, sogni, intelligenza e sensibilità. “Donne” è un’antologia poetica scritta da diverse scrittrici, pittrici che hanno deciso di mettere insieme i loro talenti per creare qualcosa che lascia il segno, che rimane tangibile in ogni uomo, nessuno può arrecarsi il diritto di dire che questa antologia è mediocre, nemmeno banale in quanto rimarca l’incanto dell’essere “femmina”, l’appartenenza al proprio genere vista non come vergogna, ma onore. Dieci talenti: Rosanna Affronte, Tina Andaloro, Fortunata Cafiero Doddis, Katia Donato Masciari, Silvana Foti, Teresa Fresco, Maria Morganti Privitera, Giulia Maria Sidoti, Teresa Vadalà Fierro e Angela Viola, sono fenomeni che si sono uniti, hanno donato la loro arte per lasciarci un ricordo di loro, una traccia indelebile che non si cancella, rimanendo scolpita nel patrimonio dell’umanità.  I loro enunciati sono tutti diversi, hanno tematiche profonde, talvolta nostalgiche, ricchi di amore, sensibilità, legame di cuore con la vita.  Rosanna Affronte con i suoi versi della poesia “Cara Meg” mette a nudo la sua nostalgia per i tempi passati, per la sua infanzia, la poetessa ricorda la sua fanciullezza, per certi aspetti vorrebbe tornare negli anni passati, ma sa che in fondo è rimasta legata alla sua casa di un tempo. Tina Andaloro Giordano nel suo componimento “Sarà Domani” esprime  profonda speranza per il futuro, per il giorno seguente, è fiduciosa in ciò che le accadrà perché pone amore nei suoi sogni, molto appassionata del poeta Foscolo ha scritto una poesia che si intitola “Sera” come il poeta settecentesco la paragona ad un “serafico angelo” che le dà pace: “mi concedi e il cuor s’allenta ai soliti gesti rituali che smorzano quel senso di antica nostalgia”. La Doddis, invece, pone fede in Dio come unica possibilità di salvezza in “Genesi” scrive: “Nella sfida di giorni di fiele misuro la mia fede Signore”.   La Masciari mette nero su bianco le sue incertezze, i misteri del suo esistere che diventano una chiave di volta della sua penna diventando il cavallo di battaglia della sua carriera letteraria come in “I misteri della notte” e “Incertezze”. Silvana Foti è pervasa  dall’infinto della bellezza della terra, mi ricorda Leopardi con i Idilli, la poesia “Infinito” ha molti sembianti con l’idillio leopardiano, questi versi sono emblematici: “Abbandonando la mente a faticosi pensieri di inutile esistenza, fiduciosa di ritrovarti ancora tra gli infiniti spazi senza tempo”, gli “infiniti spazi” mi ricordano i “sovrumani silenzi” leopardiani. La fresco  si sente sempre più vicina al suo destino come segno indelebile della sua esistenza, in “Sorriso di cartapesta” la nostra si rifugia nel suo passato per scappare da un presente che non ha futuro tipico dell’essere umano del ventunesimo secolo che si sente al vertice di una parabola discendente,  nella poesia “Destino” vi è la consapevolezza di voler fare propri gli avvenimenti futuri anche se l’incertezza pervade il suo stato d’animo: “Mi aggrappo al mio destino. Che ne farò dei miei giorni.”  Maria Morganti Privitera  è una donna molto legata alle sue origini, alla sua terra, tanto da decantarla in ogni sua poesia, ma ella sa anche delle inadempienze che pervadono la sua terra come la mafia, una piaga sociale che ancora ci fa male e ci schiaccia, infatti nella lirica “Sicilia” cita i giudici Falcone e Borsellino, piangendo la sua Sicilia che si trova piegata “sotto la bocca degli infami”. La Sidoti mi ricorda le poesie di Alfieri e Baudelaire ella scrive: “Se leggi i miei versi t’accorgi che versi non sono ma pietre. Epigrammi scritti su pietre di lava.”  Troviamo la crudezza di Alfieri e l’asprezza baudelairiana in questi soli versi. La Fierro ha uno spirito carducciano  la lettura dei suoi versi mi ha fatta pensare al piccolo dante e alla sua “pargoletta” mano, consiglio le poesie “L’ulivo” e “Senza attesa di alba”, infine la nostra Angela Viola ci fa riflettere e ci porta alla nostra realtà che non è prescritta, definita, ma è indefinita, in “Quel bisogno d’infinito” ci ricorda che in fondo noi siamo infinito, il nostro legame con Dio è indissolubile: “Ho quel bisogno d’immenso, d’infinito di eterno che Tu solo, Dio, puoi colmare.” “Nell’immensità del cielo” si ricollega alla tematica della poesia precedente, il cielo, la neve , il mare ci danno l’idea della nostra immensità, dell’infinito di cui facciamo parte. Il lettore alla fine di questo excursus comprenderà che la donna è molto di più di quello che i mass-media possono far sembrare, la donna è la spinta, la musica dolce che di un cantore innamorato. Ella è colei che porta chiarezza, che si mostra con beltà solo se si sente amata, non è un oggetto o un desiderio, ricordandoci di Dante e del dolce Stil Novo è una creatura angelica venuta in terra a “miracol mostrare”.

Sabrina Santamaria 
Foto presa dal Globus Magazine 

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I FRESCHI GERMOGLI: LAURA CALABRÒ

(by I.T.Kostka) Eppure non è morta quella forte voglia di poetare, di condividere le turbolenze e le inquietudini di un animo creativo. Quello spirito artistico di una ventenne fanciulla nata e avvolta nel calore di Messina. Passionale e intensa, come la Sicilia, vaga tra la ricerca e le classiche influenze, tra la riflessione e il giovane incolmabile ardore, tra le grida e le domande nate dalla sua penna. Un linguaggio incisivo, a volte con qualche dose di stilistica esaltazione dovuta alla dolce giovinezza, ma sicuramente di grande impatto emotivo. Laura Calabrò merita l’attenzione e con simpatia accogliamo i versi di questa esordiente artista nella nostra rubrica dedicata ai FRESCHI BOCCIOLI della letteratura. Al talento della giovane poetessa auguriamo una lunga e prolifica fioritura. 

● NOTA BIOGRAFICA

Laura Calabrò è nata a Messina il 12 aprile 1997, attualmente frequenta la facoltà di Scienze dell’informazione a Messina. È appassionata di giornalismo, ha avuto da sempre la passione per la scrittura, in particolare il suo amore per la poesia è nato per caso circa quattro anni fa quando si accinse a scrivere la sua prima poesia.

● Alcune poesie scelte:

“CARO THEO”

Scrivo per dei ciechi,
leggo a dei sordi,
nessuno comprende.
“Caro Theo..”
Solo la vista del
cielo mi fa sognare;
“Caro Theo..”
Solo dopo l’orizzonte
trovo la serenità.
Do vita a parole 
simili a crepe sui muri.
La mia penna seppur
consumata non smette di
dipingere parole su
un foglio ormai
troppo stanco.

*

L’INGANNEVOLE CUORE

Staccati da questo
corpo, oh anima!
Non vedi le brutture a cui
esso è soggetto?
Lascialo, lascialo morire,
dentro di sé ha un mostro
che lo divora, che
lo lacera.
Dentro il suo petto batte
il peggiore dei
mali.
Lascialo dov’è, incatenato
come Prometeo, lascia che
l’aquila divori
non il fegato,
ma il cuore,
costui è la causa
di una moltitudine
di mali, merita di
non esistere.
Anima, non avere compassione
dell’ingannevole cuore!
Ha una forza sovrumana,
lotta come un esercito
di arditi guerrieri,
resiste come uno scoglio
che s’affaccia sul mare
in tempesta,
seduce quanto la voce
di donna e uccide
senza pietà come la morte.
Non dargli ascolto, liberatene
piuttosto, oh anima, prima
che il suo nero
dolor invada ogni membra
dell’intelletto tuo.

*

LA SCALA INFINITA DI PENROSE

Al di sopra
di quest’ involucro
danzano le galassie
all’unisono;
le stelle si
preoccupano di
brillare sempre
più intensamente;
gli angoli oscuri
di quest’ universo
s’addolciscono e
alla vista appaiono
meno spaventosi.
Noi, invece,
camminiamo goffi,
muovendo i nostri
passi pesanti
su quest’infinita scala
di Penrose;
ci adagiamo su
quest’ intenso moto che
appaga i nostri
desideri distrutti.
Siamo degli esseri
stanchi, curvi
ma continuiamo a trascinarci
verso un finale
senza lieto fine.

Laura Calabrò

Tutti i diritti riservati all’autrice

PRESENTAZIONI: ABOUT LUIGI MAIONE “ASSASSINI SI NASCE” 

(by I.T.K)

Parlando di Luigi Maione bisogna sottolineare soprattutto la sua illimitata poliedricità. L’artista cammina con grande libertà d’espressione sulle strade della creatività musicale e grida, senza alcuna inibizione, raccontando la sua “spavalda follia e ribellione” attraverso i versi di estremo impatto emotivo. “Assassini si nasce” – il titolo del suo ultimo CD è come CREDO, un comandamento da seguire. Maione è “un assassino” della banalità, dell’arte melensa e noiosa, “uccide” l’inutile retorica e le regole, si ribella descrivendo senza scuse ogni malessere e ogni dolore, esplode nelle strofe musicali oppure coi versi ardenti come lava. Non chiede il nostro perdono né il falso plauso, è sempre indipendente e imprevedibile. Affascina e turba, fa discutere, mai passa inosservato, la sua forte personalità attira sempre l’attenzione del pubblico sia durante le performance musicali, sia quelle poetiche. Si fa amare, a volte odiare, è come un’immensa ondata di calore che travolge distruggendo oppure riscaldando ogni ascoltatore, ogni lettore. Disinibito e coraggioso durante i reading letterari si distingue sempre grazie alla sua voce potente e al suo indiscutibile “talento teatrale”. Merita! E non lo dico per buonismo, Maione è un artista che sicuramente arricchisce la storia. 

Izabella Teresa Kostka 

BIOGRAFIA 

Musicista e poeta. Napoletano residente a Milano. 
Cantautore del Club Tenco (1995). Poeta (Premio Poesia Capodieci, Roma 1982)
Luigi Maione è il chitarrista storico del Rhapsodija Trio, il celebre gruppo milanese di musica zigana e klezmer, con cui ha inciso diversi cd.
Ha lavorato con Michele Serra, Antonio Albanese, Moni Ovadia, Antonella Ruggiero, La Compagnia di teatro danza Abbondanza-Bertoni, la danzatrice e attrice portoricana Kesia Elwin, la cantante inglese Rachel ‘o Brien, le attrici Benedetta Laurà e Debora Mancini e tanti altri… Ha partecipato a diverse colonne sonore di film tra cui  “Pane e Tulipani”  e “Agata e la Tempesta” di Silvio Soldini. Nel film Il Mnemonista di Paolo Rosa, è anche apparso in video.    
Ha lavorato e inciso con la band afro-beat, Mamud Band, col cantante e flautista israeliano Eyal Lerner, col sassofonista Massimo Cavallaro, e l’ Ensamble arabo- israeliana NUYALLA,con cui svolge concerti per la pace.

Attualmente sta promuovendo il suo ultimo lavoro discografico ASSASSINI SI NASCE.

Maione su YouTube:

https://youtu.be/29SdJD-op0M

Al “Verseggiando sotto gli astri di Milano ” BookCity 2016: 

https://youtu.be/PtupNh5hIzc 
Alla serata “Anime vaganti ” 12° Verseggiando sotto gli astri…: 

https://youtu.be/L0H7AodhII4

Alcuni testi scelti: 

Tutti i diritti riservati all’autore 

Foto copyright @verseggiandosottogliastridimilano

INTENSITÀ E RIBELLIONE DI CLAUDIO MECENERO: URLO, ANCORA UN PARTO NELLA STORIA 

(by I.T.K.) Le opere graffianti, accusatorie e prive di fronzoli retorici, intense come un oleastro petrolio che per sempre rimane nella nostra mente e… sulla pelle. Leggere e assaporare le liriche di Claudio Mecenero vuol dire provare una scarica emotiva di 220 V, conoscere la rabbia e il dolore, la saggezza e la disperazione, l’istinto e l’equilibrio, la follia e la maturità di un artista coinvolgente e mai banale. Coraggioso nell’uso della parola e libero da ogni rigida regola stilistica, Claudio Mecenero riesce sempre a sorprenderci e a trasportare ogni lettore nell’estrema dimensione della propria sconcertante e impressionante espressività. Non credete? Ecco un piccolo Grande esempio della sua creatività: 

• 

Attendevo, chi mi annunciasse L’alba
che ancora non mi arriva.
Che ciò che non è nominato
come un serpente, a volte
mi urla come il vento tra le foglie.

URLO, ANCORA UN PARTO NELLA STORIA 

Là dove sempre sono come un poeta folle, a destra e a sinistra scruto il fallo, che genera il vento. Santo, questo mio nero buco che vede nel fondo del mio sacco; e ospita il serpente, che abita le grotte e dalla notte, sale, avvoltolato sulla croce, per assaggiare un Dio che per troppo amore, toglie il respiro, che di eterno mi diventa voce. E santo il mio tormento, che striscia nel roveto ardente la dove la parola, vive vera, rasente alla follia che scotta, in questo tempo di passioni tristi.

Novecento volte ferito

novecento volte offeso.

Tra queste pareti collettive d’ospedale, con quotidiani elettroshock e psichiatria ad alto gradimento tra carrelli della spesa, Alzheimer con memoria ceduta a poco prezzo e lobotomia gratuita, incartata nel miglior inchiostro di penna da giornale. Tutti in groppa a cavalcare fornicando il treno che su un binario morto, corre ebbro verso la sua corsa folle. Da questo terrazzo d’universo dove ho visitato l’occhio cieco e lo storpio che lì dorme. Volto il ricordo al parto di mia madre, quando succhiavo avido il suo seno, e le stringevo forte con la mano il dito. Oh! adesso ancora, nudo e indifeso stringo eoni di memoria, ricolmi dei dolori e delle gioie vissute nel corso della storia. Scorrono i ricordi dei passi dei padri e dei figli dei padri e dei figli dei figli. Li vedo scritti nei volti posti sulle lapidi, a memoria. Come altari vivi di saperi che una volta maneggiavano la vanga, aravano la terra e pregavano la speranza, con un bicchier di vino, e una corona di rosario, e raccontavano storie di barbastrio e arrotolavano i baffi e si lisciavano la barba e crescevano figli con le braghe corte, la fame lunga e il moccio sotto al naso.

Novecento volte feriti 

novecento volte offesi.

Partiti a respirar mostarda d’iprite mangiando pan bagnato col fango di trincea, nel Carso o nel Cadore a colorar l’Isonzo con il sangue, e scrivevano alle mamme e ricevevano cartoline in bianco e nero e avevano filo spinato per piangere l’amore perso e una sbiadita foto per sognare. Tornati redivivi a ballare nelle aie gettando al vento, i cappelli della guerra, brindando l’amore che è rimasto, tra i fienili rubando baci di speranza, tra l’uva dei filari mietendo il grano dell’estate e lievitando il pane di fatica.

Novecento volte feriti, ancora, novecento volte, ancora, offesi.

Partiti per la Russia o l’ Albania, e a sudar la fronte tra gli spari in Abissinia, fedeli sull’altare della patria bevendo un calice ricolmo di sangue e di follia. O visti scesi dalle montagne con novecento sogni di speranza novecento fratelli da ricordare. Cantando bella ciao, coi fazzoletti rossi al collo, gettando al vento i cappelli della guerra e ribevendo la gioia dell’amore che è rimasto. Tornando a piedi per l’Europa a camminare passi di gioia e di sudore. scesi nelle piazze con un sogno già tradito e novecento bandiere a ricordare il patto di dignità sancito.

Novecento volte offeso 

novecento volte tradito.

Guardate ora le vostre fucine forse che fondono badili o assemblano rastrelli? no! è solo metallo pesante che viene lavorato, e pesa come il piombo che non diventa oro per putrefare ancora, lo stesso tanfo dell’iprite. Lo stesso odore che ha reclamato i morti a Reggio Emilia le stesse urla in piazza a Brescia o in banca a Milano, lo stesso odore che ha invaso l’autostrada alla morte di Falcone, lo stesso boato davanti al portone che ha ucciso Borsellino, le stesse bombe che cadono dal cielo come confetti sulle teste delle mamme e dei bambini. La stessa paura che ci coglie alla sprovvista e tiene i conti, morti sulle spiagge e nelle strade, ora che pare arrivare da lontano, che parla in fonemi strani inneggiando un dio che così è morto.

Novecento volte ferito 

novecento volte tradito.

Eppur è sempre la stessa mano, lo stesso specchio d’ombra abile a far di conto, con l’occhio cieco e il cuore incrostato di petrolio e troppo, troppo vicino al portafoglio pieno, e l’anima avvolta di carta impecorita sporca di sterile sperma che spreca e non dà vita.  No! non abbiate paura, alzate la testa, volgete lo sguardo al parto delle vostre madri e delle figlie delle madri e delle figlie delle figlie Non hanno partorito forse nel dolore? non hanno pianto poi di gioia? non siamo noi il frutto, di questo pazzo amore? che ha corso e correrà tra tutti gli eoni della storia. Non siamo noi i destinati al regno? più nudi di un bambino più crocifissi di un cristo sulla croce. Pensate che fosse solo dolore? quella voce, che nel perdono ha respirato un parto eterno. Non inseguite la prostituta nel deserto non serve avere Babilonia grande, divisa nelle lingue e nelle razze, non servono le bombe, che cadono dal cielo o esplodono con fragore, la paura d’animale nelle strade e nelle piazze. Abbiamo un ascolto più profondo là dove sono le sorgenti da bere e da ascoltare. Là dove è, lo sposalizio eterno che sempre si rinnova e abita l’estate, come abita l’inverno. Sdraiatevi all’abisso nudi e disarmati, sentite con amore come palpita e geme il parto della terra. Forse che anche voi abbassando lo sguardo o alzando gli occhi al cielo, canterete il salmo eterno del poeta:  “Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Santo! Il mondo è santo! L’anima è santa! La pelle è santa!………. ……Tutto è santo! tutti sono santi! dappertutto è santo! tutti i giorni sono nelleternità! Ognuno è un angelo!…… 
(Allen Ginsberg)  

Piegate dunque il ginocchio e offrite le vostre ombre al cielo che non sia più sola l’ombra, divisa dalla luce ma vi conduca al sole là dove il poeta ancora vi risponde :

 Santo perdono! pietà! carità! fede! Santi! Nostri! corpi! sofferenza! magnanimità! Santa la soprannaturale ultrabrillante intelligente gentilezza dell’animo!…(Allen Ginsberg)  

E novecento volte risorti, insorgeremo e novecento volte vi guarderò, diversamente amabili e novecento volte canterò con voi, nel dolore, i salmi della gioia

 Amen

 Claudio Mecenero

Tutti i diritti riservati all’autore

Alla mia domanda riguardante la sua biografia risponde:

“Per quanto riguarda la biografia sono minimalista.  Io la esprimerei così: Ho aperto gli occhi 26/03/56.

Poeta?

Un esistente forse, almeno lo spero.”

COLLABORATORI: ROBERTO MARZANO 

ROBERTO MARZANO , Genova 7 marzo 1959, poeta e narratore “senza cravatta”, chitarrista, cantautore naif e bidello giulivo. 

Barcollando tra sentimento e visioni, verseggia di vagabondi e di prostitute, di amori folli, di ubriachi e dei quartieri ultrapopolari dov’è vissuto. Meditabondo, si arrabatta tra città arrugginite, bar chiusi, televisori diabolici, supermercati metafisici, operai, nottambuli… e oggetti inanimati ai quali dà viva voce. Una poetare pregno di originalità e dell’ironia pungente che lo ha  già contraddistinto nel campo della canzone d’autore. Come musicista (Roberto Marzano & gli “Ugolotti” e “Small Fair Band”) si è esibito in centinaia di concerti. Molto applaudite le sue performance poetiche: variopinti quadretti dove versi e gag vanno a incastrarsi nelle corde della chitarra, in un divertente e originale collage di endecasillabi, sberleffi e canzoni scoppiettanti che suscitano, volutamente, sorpresa e ilarità. Notevoli successi ottenuti a Roma, Torino, Milano, Napoli, Bari, Trieste, Modena, Crema, Sanremo, Savona e nella sua Genova… Sue poesie sono state tradotte in spagnolo da Carlos Vitale e in tedesco da Günter Melle.
Ha pubblicato: “Extracomunicante. Dov’è finita la poesia?”- De Ferrari (2012); “Senza Orto né Porto”- Edizioni di Cantarena – QP (2013);  “Senza Orto né Porto”- Bel-Ami Edizioni (2013); L’Ultimo Tortellino… e altre storie” (racconti) – Matisklo Edizioni (2013); “Dialoghi Scaleni” – Matisklo Edizioni (2014); “Come un Pandoro a Ferragosto” (romanzo) – Rogas Edizioni (2015); M’illumino di mensole” – Matisklo Edizioni (2016).