“CONCHIGLIE CAURIES POETI AFRICANI” DI ABDEL KADER KONATE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Conchiglie Cauries Poeti Africani” di Abdel Kader Konate

“Io non sono nero/ io non sono rosso/ io non sono giallo/ io non sono bianco/ non sono altro che un uomo. Aprimi fratello! Aprimi la porta/ aprimi il tuo cuore/ perché sono un uomo/ l’uomo di tutti i cieli/ l’uomo che ti somiglia!” cit. della poesia “Aprimi fratello!” di Rene Philombe.

Spesso immaginiamo l’Africa come un continente molto lontano da noi, lo pensiamo come un territorio poco fertile, come colonia, come terra assoggettata alle grandi potenze europee, ebbene, questo è in parte vero perché questi assunti la storia ci ha insegnato, sappiamo che i confini dell’Africa non sono geografici, ma politici, cioè divisi a “tavolino” duranti i trattati di pace dalle grandi potenze europee, avvenimenti politici davvero accaduti, basti pensare alle vicende sociopolitiche del novecento. La lettura di questa raccolta poetica ha suscitato in me diverse riflessioni che, a mio modesto parere, potrebbero essere una chiave di volta per comprendere almeno in superfice l’opera di un autore africano. Il titolo “Conchiglie Cauries Poeti africani” mi fa pensare ad una personificazione di un elemento naturale quale è la conchiglia, essa può stare in mare, come in spiaggia, può essere bagnata, oppure esposta continuamente al sole, quindi rimanere anni nella siccità, questa condizione è quella simile al poeta africano; per certi versi può trovarsi in un mare di emozioni, travolto dalla musicalità, dai colori, dai sapori della sua terra, quindi ispirato dalla bellezza del suo continente ha possibilità di salvezza, può emergere ed allo stesso tempo immergersi eterogeneità del bello, ma un uomo sensibile come un poeta può sentirsi travolto dall’immensità delle problematiche sociali, politiche, storiche del continente in cui vive, quindi restare anni in una condizione di aridità sul piano delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti. I nostri poeti africani sono appunto “conchiglie” scagliate nell’immensità dell’universo della loro vita, si precipitano come uomini pieni di umanità e di coraggio, scrutando la “bellezza” laddove un uomo qualunque vedrebbe solo il deserto più assoluto, il silenzio che sgomenta, che percuote gli stati d’animo più fragili, invece i Nostri poeti hanno la forza di prendere la loro penna e narrare, non solo se stessi, ma anche tutti i protagonisti delle loro storie, i posti dove sono vissuti come sono, senza remore o nascondimenti. Le loro poesie sono inviti alla solidarietà, al vero senso di “umanità”, spesso sono dei veri e propri Inni alle loro terre. Nella raccolta poetica sono stati accostati testi di Nelson Mandela e Senghor, autori che conosce anche il mondo letterario occidentale, questa scelta non é solo stilistica, ma ha un profondo significato, perché essa è la volontà piena ed incondizionata di voler creare una linea tra passato, presente e futuro. La storia dell’Africa come continente non è mai affrontata in modo approfondito nelle scuole europee, spesso si fa solo cenno alla segregazione razziale del Sudafrica, ai ku klux klan, agli anni di prigionia dell’ex Presidente del Sudafrica e alla sua lotta non-violenta per l’ indipendenza, tutti avvenimenti pedagogicamente e fenomenologicamente validi da affrontare, ma andrebbero accompagnati da premesse storiche più approfondite e spesso meno etnocentriche. Sarebbe necessario trattare aspetti legati alle loro culture, ai significati più nascosti e misteriosi delle loro culture, un insegnate dovrebbe partire da concetti antropologici sull’eziologia delle parole “mito”, “tribù”, “rito di iniziazione”, “magia”, “religione” e “dono”. L’antropologo Claude Levì-Strauss in “Tristi Tropici” ha sottolineato due modi del mondo occidentale di rapportarsi alla diversità: l’antropoemia e l’ antropofagia. Nel primo caso la diversità non viene accettata, non viene tollerata, le conseguenze di questo atteggiamento conducono a comportamenti xenofobici. Nel secondo caso, invece, l’altro concepito come diverso verrebbe completamente inghiottito, assorbito cultura altrui senza margine di possibilità di conservare nella quotidianità se stesso, il “Diverso” sarebbe quasi “costretto” inconsciamente ad un cambio di “rotta” rendendo ancora di più “inconsistente” la sua storia di vita in cui nell’oblio vi sono usi, costumi, affetti, sentimenti, riti che non può e non deve dimenticare. Proprio per quest’ ultima ragione i nostri poeti africani nei loro scritti hanno inciso musicalmente i loro versi attraverso varie figure retoriche quali anafore, allitterazioni (figure retoriche legate al suono), ma anche sinestesie (figura retorica che consiste nell’accostamento di oggetti, figure, immagini che si ricollegano a sensi percettivi diversi), non mancano in questa raccolta poetica figure retoriche del significato come metafore, similitudini, iperboli e qualche sineddoche. Per quanto riguarda le figure retoriche che riguardano la metrica il lettore più appassionato di una critica attenta della struttura dei versi può individuare il chiasmo, l’anastrofe e l’iperbato. È forte l’esigenza di questi autori di essere riconosciuti come persone al di là dell’appartenenza culturale e geografica, tanto che nelle loro espressioni ho sempre riscontrato la “Personificazione” non solo come figura retorica, ma come slancio vitale che ci conduce all’infinito.

“Dietro ogni sguardo
un infinito
un nome indefinito
un sogno predefinito
un universo, un’illusione, un infinito”.

Ultima strofa della poesia “Illusione” di Abdel Kader Konate.

Sabrina Santamaria
Foto dal web 

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POESIA CHE “… fa grondare il sangue”: “SCUCITA VOCE” di LINA LURASCHI by Izabella Teresa Kostka 

(by I.T. Kostka) 

La sofferenza stimola la crescita interiore condita, nel passare del tempo, col silenzio e ammutolito dolore. Lacera l’anima e, come ha detto l’autrice stessa durante la recente presentazione del libro “Scucita voce” (Gilgamesh Edizioni), fa nascere “… la poesia che graffia e fa grondare il sangue”. Lina Luraschi squarcia le coscienze con un bisturi affilato e pungente. I suoi versi ispirano l’immaginazione di ogni lettore rapito e, spesso, turbato dall’intensità espressiva ed emotiva dell’artista. Sicuramente non è la tipica e banale poesia “al femminile”. Attraversando il mondo poetico di Lina sprofondiamo nei meandri della sua complicata, gotica e raffinata sensibilità creativa, nella retrospettiva e inquieta riflessione femminile, nella ribellione e disperazione di una donna colpita da una terribile malattia e, infine, ci ritroviamo nella catartica dimensione dei suoi quasi “surreali” versi. Incomprensibile? No! Credo che, per comprendere pienamente ogni velato intento di Lina Luraschi, ciascuno di noi si debba semplicemente “liberare” da qualsiasi stereotipo e schema letterario, rendere la mente come “un libero e flessibile flusso di energia universale ” seguendo le burrascose maree della sua scrittura: senza pregiudizi né tabu né banali aspettative. La scrittura della Luraschi è come un immenso, astratto mosaico di cui tutti gli elementi vengono allestiti senza regole né precisi suggerimenti durante la lettura (da notare la mancanza di qualsiasi tipo di punteggiatura).  “Scucita voce” attrae e spaventa, incanta e turba, fa riflettere destando le più nascoste paure. Porre le infinite domande… Troveremo mai le risposte? Chissà, la vita è un pellegrinaggio verso l’eterno ignoto in cui svolazzerà soltanto la nostra lontana “scucita voce”.

Lina Luraschi recita alcune sue poesie durante la presentazione del libro “Scucita voce” presso il Circolo Letterario ACARYA a Como, 24.11.2017:

https://youtu.be/R4JRZsdbTyQ

Lina Luraschi a proposito della poesia: 

https://youtu.be/2nZQ2lvAhAc

Lina Luraschi con il Presidente dell’Acarya Antonio Bianchetti.

Alcune poesie tratte dal libro:

“CUORE ZINGARO – AMORE A PRIMA VISTA” vol.I di FRANCESCA GHIRIBELLI a cura di SABRINA SANTAMARIA

“Cuore zingaro- Amore a prima vista” Vol.I di Francesca Ghiribelli

“È una sgualdrina dell’Est è una maledetta zingara”.
Il terzo romanzo di Francesca Ghiribelli mi ha profondamente scossa. Mi sono ricordata di un romanzo che lessi anni fa “Le nevi blu” in cui il protagonista della storia era un bambino che viveva nell’incubo della Russia Staliniana. Gli incubi di questo bambino erano “Stalin e i pidocchi”. Allo stesso tempo mi riportata alle reminiscenze infantili della principessa Anastasia, era rimasta orfana anche lei e nessuno voleva riconoscere le sue origini se non alla fine ricollegandoci alla riproduzione del cartone animato della vicenda. Questa terza pubblicazione è il segno tangibile del forte impegno che l’autrice manifesta sempre accorta, attenta conoscitrice delle vicende storiche del mondo sia della psicologia dell’essere umano, sia delle questioni sociali. Questo romanzo d’amore non è solo una storia amorosa, ma dietro la vicenda sentimentale, d’attrazione fisica vi sono ragioni sociali. La Ghiribelli manifesta in sé stralci della letteratura russa come Leòn Tolstoj mi riferisco soprattutto all’opera “Anna Karenina” ed anche allo studio attento psicologico dei personaggi di Dostoevskij. Questo piccolo libro è un ottimo spunto per riflettere sulla storia dell’Est tanto problematica e piena di colpi di scena. La protagonista del libro è Stana, la Ghiribelli la descrive come una “piccola principessa russa”, ma era un sogno della protagonista che la nostra scrittrice sottolinea: “Sin da bambina sognava di essere una principessa, ma le sue origini erano umili, e davvero non sapeva se la vita l’avrebbe mai accontentata”. Nell’opera ho rintracciato sequenze narrative sapientemente dettagliate dal punto di vista psicologico, i dialoghi fra i due protagonisti è breve a volte, ma intenso, la nostra descrive con cura gli sguardi, le espressioni del volto. È molto preponderante l’intenzione di analizzare freudianamente i personaggi. Stana è una ragazza che non si sente più degna di essere amata, rispettata da alcuno ecco perché rifiuta, rigetta sulle prime le buone intenzioni di Ottavio, l’altro nostro protagonista il quale nonostante provenga da una famiglia nobile e ricca e avesse origini militari mostra il lato più buono di se stesso senza giudicarla. La nostra protagonista non aveva scelto da se stessa la sua vita, il suo avvenire, ma era stata vittima del contesto in cui era vissuta, sua madre era russa, ma il padre era dell’est, questa unione di origini diverse l’avevano resa agli occhi degli altri una “zingara”. Da qui il titolo dell’opera “Cuore zingaro”, questo epiteto “zingaro” ci fa pensare un imbarbarimento delle culture dell’Est, ma non è solo questo l’unico spunto di riflessione del romanzo apparentemente solo sentimentale, la Russia in passato deteneva il potere sulle nazioni circonvicine facendole sue, tanto che prima del 1989 veniva chiamata Urss(Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) assoggettando la Polonia, la Romania, la Jugoslavia, tutti paesi che per culture, lingue, abitudini erano tutti diversi fra loro. Essere russi significava essere “nobili”, mentre appartenere essere rumeni, polacchi, jugoslavi, bielorussi era, forse ancora oggi è sinonimo di “zingaro”, essere di basso ceto, di scarsa considerazione sociale, anche in Italia, in genere vi è il pregiudizio che le donne dell’Est siano persone di malafede, gente poco seria di cui non potersi fidare. Fra l’altro la Ghiribelli sottolinea nelle sue pagine che la Russia è un paese molto vasto ed eterogeneo: “Era nata in un misero villaggio alle porte della popolosa Mosca, ma non aveva mai conosciuto la magia di quella città, che tutti affermava essere meravigliosa.[…]Lei amava essere russa, ma ciò che ripugnava era la goliardia di quella società impavida e usurpatrice di libertà”. I russi si consideravano di “razza” pura, infatti tutti gli uomini dell’est non erano considerati degni di vivere. Ottavio è il personaggio-protagonista che compie un’evoluzione dentro di sé, il suo cuore è duro all’inizio della storia, sente dentro il suo cuore un forte sentimento di rabbia, odio, quasi non volesse amare più. Le parole “cattive” “senza scrupoli” del carceriere penetrarono il suo essere come una spada si sentì trafitto, distrutto da quelle frasi di odio: “Se vuoi ti dico dove sono diretti: all’inferno!”. “Sapete le origini della donna di quel gruppo?”(Stana si trovava tra i prigionieri), “Luride, origini luride, di sicuro”. Ottavio si risentì profondamente ascoltando questi pregiudizi sintomi seri di un progetto di “pulizie etnica” aberrante: “Ottavio era inorridito da quel modo di fare così dannatamente esplicito, crudele, onnipotente e pregò in cuor suo di riuscire a liberare quell’angelo di ragazza”. In questo preciso momento quest’uomo rivendica il suo desiderio di appartenenza come genere umano, mi ha ricordata Einstein quando gli fu chiesto a quale “razza” appartenesse ed il grande scienziato rispose: “razza umana”. “Cuore zingaro” è un romanzo sentimentale che rispecchia l’amore a prima vista, la chimica degli sguardi, l’amore a prima vista, tema tipicamente femminile, ma la nostra autrice ha saputo intrecciare tematiche diverse in un libro piccolo a livello di brossura, ma di grande impatto per il lettore, ella ha saputo unire introspezione psicologica, motivi etico-sociali e politici, infine anche i sentimenti. Dopo “Un’altalena di emozioni”, “Twins’Obsession”, “Cuore zingaro” è la terza pubblicazione in prosa di tutto rispetto. Quest’autrice ha dimostrato di saper emozionare il lettore con la poesia nel caso del primo libro e con la prosa con le altre due pubblicazioni, la sua caratteristica principale è la sensibilità.

Sabrina Santamaria

RITRATTI: VERONICA LIGA “PERESTROIKA POETICA”

(by I.T.Kostka) Come un vento fresco dell’Est arriva sulle pagine del nostro blog la poetessa di origine russa: Veronica Liga.  Innamorata fin dall’acerba giovinezza della cultura italiana, ha scelto il Bel Paese come “Seconda Patria”. Un’ interessante artista di variopinte sfumature: sviluppa e fa percepire la sua poliedricità attraverso i versi originali, stimolanti e, spesso, sorprendenti. Apprezza il simbolismo:  possiamo notarlo in numerose analogie mitologiche, ma non disdegna qualche verso in rima (usata piuttosto come un effetto sonore, un ironico scherzetto  linguistico, una divertente parentesi creativa), sperimenta con la forma costruendo le proprie liriche in piena libertà d’espressione. Volete mettere un’etichetta sulla sua scrittura? Nulla di più difficile. Veronica Liga cambia come un camaleonte, stuzzicando ogni lettore senza inibizioni. Personalmente percepisco una certa dose di ribellione e di estrema indipendenza nei suoi versi, la grande forza di carattere che sgorga dalle sue poetiche creazioni come la storica “Perestroika”. Non riuscite a fermarla!  Un linguaggio moderno, quello della Liga, con alcuni segni dei nostri multietnici e multiculturali tempi (qualche parola in inglese, come all’epoca dell’internet accade, rende più contemporanea e “quotidiana” la dialettica). La Liga partecipa spesso alle letture poetiche e agli Slam Poetry. Questa ricca attività influenza anche i suoi scritti: la loro struttura ed espressività sono ben adattabili al palcoscenico, alle performance live molto popolari tra le giovani generazioni  (Slam, Angelico Certame, maratone poetiche etc.etc.). “Verso – spazio letterario indipendente ” accoglie con piacere questa scintillante e “imprevedibile” artista. In bocca al lupo Veronica!

● NOTA BIOGRAFICA 

Veronica Liga nasce e si laurea in lingue a San Pietroburgo. La sua adolescenza coincide con gli anni dei grandi cambiamenti – la “Perestroika”, la caduta dei regimi socialisti nel mondo. Dalla più tenera età nutre una passione per la lingua e la cultura italiana – passione che ha determinato le sue scelte di lavoro e di vita. Dopo aver visitato e girato l’Italia innumerevoli volte, nel 2003 si stabilisce in provincia di Como, dove ancora oggi vive e lavora come interprete. Trova naturale scrivere in quella lingua nella quale comunica e pensa al momento dell’ispirazione. Da anni collabora con diversi portali letterali, frequenta dei circoli culturali lombardi e non solo. I suoi testi sono stati musicati dal gruppo irpino “Nuove forme di Poesia”, dalla cantautrice modenese Almax, dal brianzolo Paolo Fan e dal francese Roudoudou. A maggio del 2011 con OTMA Edizioni pubblica il suo primo libro “Le parole sono segnali stradali”. Nel titolo sta la sua filosofia: “Le parole non possono trapiantare l’esperienza di un altro. Diventano però un dono prezioso – ed una missione per chi le genera – se vissute in questa chiave: come Segnali Stradali che indirizzano i pensieri, le vibrazioni verso i luoghi affini, condivisibili. Verso l’Incontro.”. A novembre del 2014 pubblica con “David and Matthaus edizioni” il secondo libro “Regolazione termica” dove continua ad esplorare il tema della ricerca del calore del Contatto.

● Alcune poesie scelte:

SABBIE MOBILI

Sabbie mobili
                   in un’invisibile clessidra…
Sabbie mobili
                   che bruciano i piedi…
Sabbie mobili
                   dove finisce ogni scarto ed ogni gemma…
Sabbie mobili
                   dove è dolce affogare…

Vorrei raggiungere
Il gelo permanente,
Romperlo, sbriciolarlo,
Mescolarlo alla sabbia calda!

E invece
scivolo con un fruscio
strisciando sulla superficie,
trascinata
dalle sabbie mobili

*

SOBRIETÀ MATTUTINA

La mattina
cambia le luci
e la scena –
Torna a cuccia
la iena…

Ti ritrovi
con un abito da sera
tanto zozzo
che pare ci sia scesa in miniera!..

La mattina
il risveglio tira
fuori dall’imballaggio
i tuoi nuovi compagni di viaggio:
i ricordi di ieri…

Li hai portati a letto
(addormentata in fretta)
senza accorgerti di loro,
forse senza amore…

Ma oramai c’è poco da fare:
starete insieme
finché Alzheimer non vi separi!

*

EVOLUZIONE DI UNA CORNICE

Volevo incorniciare il tuo nome
con le pietre preziose
dai migliori designer

Poi optai per una cornice nera
da fare con la biro nera.

Pensavo di riquadrare il tuo nome in nero
Poi smussai gli angoli.

Lo stavo cerchiando
Mi fermai a metà cornice,
Ad un mezzo cerchio:
Come un sorriso
sotto il tuo nome.

Ripassai più volte la biro sul sorriso
Che diventava sempre più spesso
Fino a trasformarsi in una barchetta.

Ci ho appoggiato il tuo nome
E l’ho affidato alle onde.

*

UN ABBOZZO DISPETTOSO

Presi un foglio bianco d’autrice,
un inchiostro con la schiuma,
una penna con la piuma
e ci scrissi: SONO FELICE.

Poi piegai il foglio in fretta
con l’inchiostro ancora fresco
per mandare la circolare
Urbi et orbi un messaggio solare!

Ma l’inchiostro non era asciutto
e si sparse dappertutto
nella fuga lasciando le orme
del messaggio oramai deforme,

E trovai fra le mie dita
un ammasso di carta sgualcita
ricoperto con le chiazze
dalle tinte e dalle forme pazze.

E ne feci una pallina
con dispetto da ragazzina,
E la getto contro i muri nemici
Fra di me e me felice!

*

MISSIONE PERSEO
(dedicata a tutti i fanatici sotto varie bandiere)

In una notte d’agosto che non finisce mai,
con 10 giorni che mancano sempre alla mia nascita,
aspettando il Sol-Leone che non sorge più
osservo lo sciame delle Perseidi
aritmico come tutti i pianti

è una lenta caduta degli dei
che volano senza più allenare le ali,
senza più valutare l’altitudine nel fumo tossico
senza rendersi conto se volano ancora nel cielo
o già negli inferi

Gli immortali prendono
la reminiscenza nera
mentre la testa del nemico
è attaccata al corpo e tenuta alta

Gli eroi che combattono i draghi
iniziano a ruggire, a coprirsi di squame
prima ancora che il drago nemico
perda la prima goccia di sangue

E non so se è più pericoloso
voltar loro le spalle e lasciarli fare
o guardar loro negli occhi e lasciarsi contagiare
da un virus che cambia i nomi e le parvenze
alla velocità del buio
e c’è spazio per tutti
in quel buco nero del suo dominio

Eppure c’è un mezzo per affrontarlo,
suggerito da Atena a Perseo:
lo scudo divino
LO SPECCHIO!

Tutti i diritti riservati all’autrice.

“DENTRO ME STESSO” DI RENATO DI PANE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Dentro me stesso” di Renato Di Pane

Renato Di Pane è un uomo dalla profonda sensibilità, pieno di valori, ciò che ama più di tutto è la cultura, la poesia, condividere versi poetici ed emozioni profonde. La silloge che ha scritto parte da uno scavo interiore, da un’analisi attenta della sua vita. Fanno da corollario in questa raccolta poetica di ampio respiro  le persone piu care a lui; la moglie Ruslana della quale è follemente innamorato, il padre,ormai perso, ma mai dimenticato, gli amici. Il principale protagonista, pero, è il poeta stesso il quale con sapienti tecniche stilistiche svela se stesso, non cela la sua esistenza e il suo vissuto, ma lo mette a nudo, si fa conoscere pienamente dal lettore affinché quest’ultima possa entrare in un mondo diverso dal suo, per creare quell’essere-nel-mondo Heideggeriano che non è solo filosofare ,ma è,a mio modesto parere, una chiave di volta per stare bene con se stessi e con gli altri, è un con-esserci, che prescinde da ogni logica umana, da ogni fondamentalismo, da ogni opinione. Renato Di Pane svela un mistero importante che a volte rimane celato ad ognuno di noi, il segreto che egli ci mostra è la nostra umanità, siamo essere umano dobbiamo amarci, rispettarci, ascoltarci reciprocamente, mai attaccarci. Alcune sue poesie esprimono il senso di angoscia che il loro autore prova di fronte a certe problematiche sociali, come la guerra, la povertà, la miseria. La poesia “Il mio pensiero” è un esempio dello sguardo sensibile che Di Pane ha nei confronti del mondo dove viviamo: “Il mio pensiero va alle famiglie disagiate, quelle che fanno fatica pure a mangiare. Il mio pensiero va a quella povera gente, che ha solo un cuore stanco delle prepotenze.[…] Il mio pensiero va a tutti quei bambini, vittime di abusi e violenze senza fine…Il mio pensiero va a chi si sente onnipotente, perché in fondo della vita non ha mai capito niente.” Queste parole non sono solo un flatus vocis o uno strepitus sillabarum, citando le parole dei dotti universitari, ma sono molto di più, sono il segno di un grande senso della vita, di un amore provato dal poeta a trecento sessanta gradi. In questa Silloge il lettore trova la volontà del suo autore-narratore di scrivere nero su bianco il testamento della sua anima lasciato ai posteri con molta dedizione. “Dentro me stesso” è la volontà cieca, arazionale, ma propedeutica di narrare con coraggio e senza mezze misure i propri patimenti, nostalgie, due poesie che Di Pane dedica al padre ci fanno comprendere, sentire il pathos ci rende deboli, ma allo stesso tempo capaci di lottare contro le battaglie del nostro vissuto, le poesie “Oltre la luce” e “Quel che ho perduto”  hanno come tema la perdita del padre, mai dimenticato e sempre presente nella poetica del nostro autore. In “Quel che ho perduto” Di Pane esprime questi versi: “Ora una lacrima scende leggera, mentre i miei versi mi escon dal cuore, questa poesia te la dedico è vera, riposa in pace mio gran genitore.”, mentre in “Oltre la luce”  è la nostalgia a farsi sentire profondamente in chi legge: “[…] in questo turbine di emozioni mal celate, in questo fuoco che riscalda la mia anima, vorrei abbracciarti, accarezzarti, dirti tante cose…Ma so che sei felice in mezzo agli alberi, una distesa verde che ricopre ogni cosa, un prato di amore che ti invita alla dolcezza, un sogno di una notte qualunque che addormenta i tuoi sensi.”  Sono sempre le forti emozioni che fanno di un uomo un poeta, sono le sofferenze, la tristezza, quel velo di malinconia leggero che pervade la vita che portano un essere umano a scrivere e narrare i suoi turbamenti, ci danno il coraggio di parlare di noi, di descriverci, di mostrarci, non solo i nostri punti di forza, ma anche le nostre paure, ansie, angosce piu fitte, il poeta è solo un porta voce delle problematiche piu intense del mondo. Di Pane  sostiene sempre che il suo sogno è quello di “arrivare al cuore della gente” di carpire la sensibilità di chi legge ebbene quella è la missione della poesia, di chi scrive, di chi riempie un foglio bianco e nudo. Credo che il nostro abbia centrato il punto, toccato con mano il vero scopo di chi mette a nudo la sua anima, non deve farlo per mostrare le sue doti, ma deve essere il “messaggero” dell’umanità, senza presunzione, ma deve suscitare interrogative e non risposte impacchettate o preconfezionate, deve smuovere la polvere nella nostra mente e farci sentire l’autenticità del nostro essere , per dirla sempre come  Heidegger. Di pane ha ben compreso che non è un premio letterario che ci fa una persona migliore, anche se questa raccolta poetica ha ottenuto la segnalazione di Merito alla V Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Himera”, ma la grandezza di chi scrive sta nel saper trasmettere arte, gioia di vivere, sentimenti, emozioni, suscitare ricordi.  La Silloge “Dentro me stesso” è un altro tassello importante della nostra umanità, con questa raccolta si inserisce un altro tassello importante alla produzione letteraria di Di Pane che comincia con la prosa e finisce con la poesia, davvero un gran bel traguardo. Questo libro si avvicina molto alla filosofia ebraica per certi aspetti, Buber autore dell’opera “Io e Tu” immagina un rapporto molto vicino con il mondo trascendente, con Dio, mentre il nostro poeta questa relazione “Io e Tu” la crea col lettore instaurando in quest’ultimo quell’immagine fissa, quel “volto” dell’altro dal qual secondo il filosofo Lévinas non si può prescindere.

Sabrina Santamaria 

“QUANDO LE PAROLE DIVENTANO EMOZIONI” di ANTONIO SCARITO a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Quando le parole diventano emozioni” di Antonio Scarito.

Quest’opera è un diario in versi, lo spiega anche il sottotitolo (Diario di un uomo innamorato della vita), ad ogni componimento poetico corrisponde una data. Le poesie raccolte in questo piccolo capolavoro narrano la quotidianità del suo autore; senza un ordine logico e cronologico, le poesie esprimono pienamente gli stati d’animo del poeta, uomo settantenne che talvolta scrive con l’animo di un ragazzino innamorato, talvolta si abbandona a licenze poetiche caratterizzate da uno scarto linguistico-semantico molto elitario. Scarito spesso si strugge descrivendo la tranquillità e la malinconia che evocano cieli notturni pieni di stelle, oppure descrive l’irrequietezza del mare associandolo al suo stato d’animo, spesso carico di riflessioni e pensieri sia ripiegati su se stesso, sia sulle sorti che toccheranno alla nostra società descrivendole in modo sempre chiaro, netto e preciso, infine non mancano spunti di critica, a mio giudizio davvero interessanti. 
Le poesie di Scarito spesso sono caratterizzate dall’incontro di due innamorati che si sfiorano, si abbracciano, che “godono” d’amore, ma mai l’autore sfocia in temi erotici o osceni; egli dalla fantasia giunge alla realtà dei rapporti umani per poi chiudere il cerchio con la sua espressività dal contenuto simbolico e molto raffinato. Questa raccolta di poesie è intergenerazionale, perché tratta temi di vasta portata e adatti a tutte le generazioni. 

 In una poesia risalente al 20 Maggio Scarito descrive la donna e trovo molto opportuno trasporre questo verso: 

“Donna, tu come uccello in volo, voglia di stare al centro, circondata d’attenzioni per far di te una regina”. 
Il poeta con questa frase si esprime con stile leopardiano, direi quasi dannunziano, e ricorda qualche Laude risalente al Decadentismo, ma nonostante ciò, dimostra la sua originalità scadendo dagli schemi consueti della poesia, sottolineando: “Donna, tu amante vera, sei capace di dare vita e sesso all’uomo, gli dai anche il tuo corpo come fosse ultimo essere”. Con questi toni di espressione il poeta sottolinea che la donna è anche carne, corpo, non solo spirito e chiude il cerchio sconvolgendo le aspettative del lettore, adulando la donna, continuando: “Sol se senti che ricambia tutto, lo fai senza interessi”, marcando che l’essere femminile non è un oggetto, ma un gioiello da amare, rispettare e accudire con amore.

Sabrina Santamaria 

Foto dal web

VERSO: REDAZIONE, COLLABORATORI, I NOSTRI AUTORI

Ecco in poche essenziali parole la redazione, i collaboratori fissi e gli autori pubblicati di recente su VERSO – SPAZIO LETTERARIO INDIPENDENTE: 

●  Fondatrice e capo – redattrice: 

Izabella Teresa Kostka  (rubrica interviste, articoli vari, ritratti, VERSO consiglia)

● Collaboratori fissi:

Roberto Marzano ( per “I nostri autori”)

Luigi Balocchi ( per “I nostri autori “, articoli vari)

Lina Luraschi  (responsabile della rubrica esclusiva “Giramondo culturale”)

Sabrina Santamaria  (per la rubrica “Novità e recensioni letterarie”)

● Collaborazione occasionale 

Lorenzo Spurio (saggi e critica letteraria) 

● Autori pubblicati fino ad oggi:

Luigi Balocchi, Claudio Mecenero, Roberto Marzano, Lina Luraschi, Izabella Teresa Kostka, Alessandra Beratto, Giancarlo Stoccoro, Lucia Audia, Mauro Cesaretti, Luigi Maione, Fabio Strinati, Raffaella Amoruso

Per contattare la redazione: 

itk.edizioni@yahoo.com

FLASH QUIZ: IZABELLA TERESA KOSTKA 

FLASH QUIZ: IZABELLA TERESA KOSTKA

1 – Nome e Cognome: Izabella Teresa Kostka 

2 – Professione: Pianista, docente di pianoforte (laureata in pianoforte e belle arti con qualifiche pedagogiche), interprete, presentatrice eventi 

3 – Passioni / hobby: scrittura, organizzazione eventi culturali, giornalismo freelance, animali, arte in ogni sua forma e sfumatura, nuoto, teatro, fotografia

4 – Quale significato hanno per Te “Arte e Cultura”: L’arte e la cultura sono la più sublime espressione dell’intelletto e dell’emozione umana. Sono come catarsi e nirvana, fanno parte di me dall’acerba età, sono indispensabili per purificare questo nostro malato Mondo.

5 – Artisti preferiti: Tanti, sarebbero troppi da menzionare. Apprezzo soprattutto la passione,  l’umiltà e la “verità” nelle performance e nelle opere di ogni settore. Detesto il manierismo e la falsità. 

6 – Progetti attuali: Condurre la 3° stagione del Verseggiando sotto gli astri di… e far crescere il Gruppo per la diffusione della cultura e dell’arte Valchiria. Collaborare con la Carovana dei Poeti e far crescere “Verso – spazio letterario indipendente”.

7 – Sogni nel cassetto: Finire i miei prossimi due libri. Per il futuro più lontano: non morire nella solitudine cit.”vorrei non sparire nella dimenticanza”

8 – Essere intelligente vuol dire per te: Avere la mente aperta e senza pregiudizi. Sapere ritrovare il proprio equilibrio emotivo – intellettuale, saper ascoltare senza giudicare a priori e avere una bella dose di autoironia e senso dell’umorismo. Adattarsi ai cambiamenti.

9 – Dove va l’umanità di oggi?: Verso il dirupo dell’autodistruzione. Ha perso ogni ragione e non rispetta più nulla, conta soltanto il profitto. Sono piuttosto black nelle mie previsioni ma combatto ancora.

10 – Dove conduce l’arte contemporanea?: Verso i nuovi orizzonti e la ricerca sperimentale non sempre riuscita. Nonostante tutto amo l’arte contemporanea e faccio del mio meglio per “crearla” e per diffonderla in ogni modo possibile. L’arte arricchisce ogni società e non può essere trascurata.

11 – Ti piace sperimentare?: Sì, soprattutto cucinando  🙂

12 – Preferisci l’arte viva (teatro, performance live etc.) oppure scegli la registrazione (cinema, CD, Youtube etc.): Quella viva. L’emozione unica che vive nell’aria. Per la prima volta sono salita sul palcoscenico avendo appena 5 anni e… ne sono rimasta affascinata.

13 – Libri preferiti: narrativa, thriller legali e medici, libri storici e biografie. Poesia “ribelle” e filosofica.

14 – Secondo te i social network sono importanti? Sono molto utili ma devono essere usati con cautela. Personalmente mi trovo abbastanza bene sui social.

15 -Che cosa vorresti augurare ai nostri lettori?
Di sperare sempre e di non arrendersi mai. Memento audere semper, importante vivere in equilibrio interiore e capire che cit. “siamo piccole formiche nell’immenso Universo”. Pace sia con Voi!

GRAZIE PER AVER RISPOSTO A QUESTO FLASH QUIZ.

Izabella Teresa Kostka
per il Gruppo per la diffusione della cultura e dell’arte “Valchiria” 
Settembre 2017

Sito originale: 

http://gruppoculturalevalchiria.blogspot.com/

Tutti i diritti riservati

RITRATTI: CINQUE POESIE DI FABIO STRINATI 

(by I.T. Kostka) Un artista poliedrico per niente scontato. Un linguaggio contemporaneo in cui possiamo ritrovare la ricerca stilistica sia nelle figure metaforiche sia nell’uso degli spazi e dei tempi. Niente tabù per la Sua travolgente e inquietante scrittura: nelle poesie di Fabio Strinati si riflette ogni dubbio, ogni dolore e malessere, ogni introspettiva riflessione dell’essere umano. L’autore, nonostante la giovane età, riesce a usare la penna in un modo molto efficace e non cede mai al vizio di “vuota e balbuziente retorica”. Ogni parola è perfettamente al posto giusto: né una di troppo né una di meno.  Oggi su “VERSO” presentatiamo un breve ritratto di questo talentuoso e promettente artista.

BIOGRAFIA
Fabio Strinati (poeta, scrittore, compositore) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche.

Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di  “Itinerari D’Ascolto”,   manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore.
Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini. La rivista culturale Odissea, diretta da Angelo Gaccione, Il giornale indipendente della letteratura e della cultura nazionale ed Internazionale Contemporary Literary Horizon, la rivista di scrittura d’arte Pioggia Obliqua,  la rivista “La Presenza Di Èrato”, la revista Philos de  Literatura da Unia Latina, L’EstroVerso,  Fucine Letterarie, La Rivista Intelligente, aminAMundi, EreticaMente, Il Filorosso, Diacritica, la rivista Euterpe, Il Foglio Letterario, Versante Ripido, L’Ottavo, Nel Futuro.

Pubblicazioni:

2014  Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo.

2015 Un’allodola ai bordi del pozzo.

2016 Dal proprio nido alla vita.

2017 Al di sopra di un uomo.

2017 Periodo di transizione.

● 

Alcune poesie scelte: 

HO IMPARATO

Ho imparato presto a camminare
sulla scacchiera di un’epoca
a me contraria.
Ho visto nella folta spirale
l’imbarazzo per un’avventura
chiamata vita
che ormai per dissimmetria
ho presto dimenticato.

Ho visto te come nutrice di astri,
e in me, la moltiplicazione
di speranze indomabili
come sospiro ad ogni patimento.
Ho imparato la parola, 
rarissima perla contro il pianto
e la tristezza carica d’aroma.

*

A VOLTE

A volte, mi sento come sequestrato

e a tratti, 

come ominoso trambusto
dentro questa minuscola vita di trincea

e spesso, 

sento da me un distacco
che stravolge senza freni
il difetto della macchia, di quest’ombra
spesso schiava della strada

e poi,

tutto ricomincia dietro quella porta
chiusa per errore.

*

LA MIA ANIMA

Ho il cuore che batte forte sulla gola come
col bastone si batte sulla legna;
l’ansia si rivolge a me, astuta, mi muove
come un fuscello al vento 
di maggio
come sugli alberi lasciati soli a invecchiare nel tempo,

 

mentre la mia anima è dispersa, dove?

 

Nulla è più vasto dell’infinito che varia, che sfuma,
si disorienta, mai muore, come il dissolversi di una luce chiara
tra le scurite ore,
ombre,
come del suo ago la cruna.

*

ANORESSIA

Corpo svuotato, fermo, tracciato dentro
da invisibili tremolii,

dove fradicio l’umore, scola
l’anima sul pavimento
e la disperde nel momento che si cela.

Dentro, una bufera è nella selva smagrita
e l’alba, che negli occhi recide una crepa

in un’aria che osa aprire un varco
tra le vene, gli intrecci di nebbie
assiepate come ombre in un cesto d’ombra,

la morte è sulla riva, cruda nel suo cuore
come un aquilone che persino non vola.

*

LA MACCHIA

Come si dissolvono le nostre polveri nell’incertezza
della vita, o della morte che penetra che arriva
e alimenta altra morte, che impregna
la nostra vita che finalmente, al tocco della falce si svela.

Il tempo è in movimento e lontano;
e la solitudine serpeggia senza catene di ferro
durante i nostri momenti vuoti, 
e quando un po’d’ombra arriva a noi come
una macchia di petrolio su questa lavagna di vita,
il nostro vivere diventa fievole,
la nostra anima sbiadita.

Tutti i diritti riservati all’autore.

PASQUALE ERMIO “SIGILLO” a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Sigillo” di Pasquale Ermio

Pasquale Ermio non si dichiara un poeta e nemmeno uno scrittore, ma sono stati i critici a considerarlo tale. Egli, infatti, si definisce un veterinario che ha molto da imparare e scoprire. Ad oggi ha scritto tre raccolte di poesie: “Venti in versi”,  “Eracle e Iolao” e quella di cui vi parlerò in questo articolo, che si intitola “Sigillo” in cui nelle prime pagine leggiamo un piccolo pensiero dell’autore che afferma: “Spesso mi ritrovo a sognare cose impossibili per realizzare sogni possibili”. A volte noi pensiamo che i sogni siano evanescenti e che non si realizzino, invece, con la nostra buona volontà possiamo forgiare e trasformare le cose impossibili e farle diventare reali e tangibili. Questa raccolta è carica di inni alla natura, la quale viene esaltata evidenziando la sua indole ignota e sconosciuta. Ciò mi ricorda un po’ il superomismo dannunziano e il simbolismo baudelairiano in cui la natura viene narrata come un tempio del quale non si possono conoscere i segreti svelati solo dal poeta che con la sua sensibilità straordinaria decodifica i simboli della natura. Tra le liriche di Ermio mi ha particolarmente colpita l’ode “Senza ritorno”: 

Nave in deriva, fermi gli incatenati remi. Superstiti d’arsura, balia di onde estranee, stranieri sandali giacenze umane. Embargo d’acqua, imbarco di emazie, trasbordo di salme. Croce depenna le sponde, rotte su carta, partenze in affanno, spesso senza rientro alcuno.

Questa lirica è stata scritta per tutti i migranti che partono senza un avvenire e muoiono in mare, mi ricorda molto l’unanimismo ungarettiano in cui tutti gli esseri umani vengono riconosciuti come fratelli. È chiara la conoscenza di Pasquale Ermio della letteratura italiana tanto da prendere spunto dai maggiori scrittori che hanno fatto la storia italiana. Possiamo citare Carducci che nella sua ode “Funerea eclissi” parla della morte in modo paradossale dandole quasi vita e riconoscendole potenzialità di agire. “Infida sopraggiungi folgore e litania”, mi fa pensare il Carducci che descrive la morte che ha colto il piccolo Dante in tenera età. Credo che l’autore abbia manifestato una straordinaria sensibilità descrivendo paesaggi aridi e torbidi secondo il proprio stato d’animo, talora rigogliosi e verdeggianti , come nell’ode “Migrazione”: 

Il cielo è indicato da nuvole imponenti, bordate di luce. I colori pastello s’incendiano nel globo infuocato, nell’esodo di una coppia, anatre che, a stretto contatto, si defilano ansiose nell’ultimo bagliore del giorno. L’anima volteggia voluttuosa nell’ordita sagoma dei corpi.

Chi legge sa che ai poeti non è rimasto niente da dire, ma la poesia, con la sua dolce musicalità, può ancora scuotere le coscienze in questo secolo di vuoto esistenziale. Anche altri recensori  hanno descritto la poetica di Ermio, per esempio alcuni poeti nel sito “Poesiabar” hanno scritto queste espressioni  sull’opera: 

“La poesia salverà il mondo? In un certo senso sì, perché riesce a interpretarlo e a farlo vivere, in un dialogo fertile con l’universale e con il divino, grazie al suo potere simbolico ed espressivo, grazie alla sua musica, al suo ritmo, in grado di creare connessioni necessarie tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Questo è “Sigillo” (Kimerik Editrice) di Pasquale Ermio, a conclusione di una trilogia poetica che giunge a un ideale di poesia come atto di parola capace non solo di indagare il reale, ma di rovesciare il male in bene, di incidere sul mondo. Un occhio esperto, attento al dettaglio e all’armonia della natura e degli animali, quello del poeta: ma nel sentire di uomo, nelle rime, nelle assonanze, nell’ispirazione ad altre forme d’arte come la pittura, tali dettagli – nel loro essere talvolta, quasi scientifici -, rivelano una trama profonda, quella dell’interconnessione armoniosa tra gli elementi del creato, dove ognuno ha un suo posto necessario e dove la poesia è vita, respiro, alito”. 

Condivido pienamente questa sinossi. Mi sembra utile e interessante inserire qualche stralcio di intervista che è stata fatta all’autore per capire meglio il significato del titolo e dell’opera.

“Qual è stata la scintilla che l’ha condotta a scrivere questo libro?”

Sigillo è la mia terza pubblicazione. Completa un percorso umano e poetico, una fase importante della mia esistenza, quella vissuta fino ad oggi. Giunge in un periodo di maturità, forse anche per questo si differenzia dalle precedenti, ma rappresenta, di pari grado, un tassello essenziale di riflessioni, di pensieri e di domande sul senso che può avere la vita. La scintilla è stata la stessa di sempre, un compendio di ispirazione, di creatività, di passione e di quel desiderio espressivo necessario al modo di relazionarmi con gli altri. La poesia aiuta molto a farmi sentire pienamente partecipe dell’universo.

“Ci vuole dire perché questo titolo?”

Nel rispondere a questa domanda mi sovviene la scena di un film comico dei famosi Stanlio e Onlio. Stanlio, dovendo spedire una lettera a una gentildonna, scriveva sulla busta la sigla SCUB (Sigillata con un bacio). Così, il mio libro ha come Sigillo “Il bacio del colibrì“, il dipinto in copertina realizzato dall’artista Angela Viola. Il termine “Sigillo” comprende vari significati, molti dei quali, anche se soffusi o sottaciuti, sono presenti nel libro. Spero che ciascun lettore li sveli e dia una sua interpretazione al titolo, dopo essersi immerso pienamente nel contenuto. La scelta è legata a “sigillo di mani”, uno dei versi della poesia “Amarsi”, quindi abbastanza datata nel tempo; la poesia “Sigillo” è arrivata successivamente. Ultimamente questo libro è arrivato primo al premio  “L’Anfora di Calliope”.

Sabrina Santamaria

Fonti del web://viruspoesia.beepworld.it/interviste.htm ,  Poesia.bar.wordpress

Foto cover dal web