I MALEODORANTI VERSI DI VINCENZO CALÒ “STORIA DI UN ALITO DI PUZZOLA” a cura di SABRINA SANTAMARIA.

I Maleodoranti versi di Vincenzo Calò “Storia di un alito di puzzola”.

Marcel Duchamp nel 1917 creò un’opera che si intitolava “Fontana”, ma altro non era che un orinatoio, d’altronde l’arte Dada era un’avanguardia che creava volutamente queste “opere d’arte” in forma di protesta contro la guerra e le ingiustizie sociali. “Arte” non è solamente il gusto per il sublime o per la bellezza come hanno sostenuto i massimi teorici del Naturalismo francese il cui principale esponente era Emile Zola l’”Arte” principalmente deve avere un utile, deve denunciare le problematiche sociali, Zola stesso denunciò il caso Dreyfus in un suo articolo in cui denunciava l’accusa di un uomo ebreo arrestato per spionaggio, in realtà l’uomo era stato messo in carcere solo perché era ebreo e in questo vediamo come i miti dell’antisemitismo si propagavano in Europa prima dell’avvento del Nazismo. Ma i poeti in tutta questa storia che ruolo hanno? Possono abdicare al loro sublime, al loro cantuccio per venire fuori e urlare con i loro versi le perversioni sociali? Spesso mi chiedo chi è davvero il poeta? Chi può essere considerato tale? Chi scrive bene l’italiano? Chi usa molte rime e figure retoriche? Chi sa rispettare pause, accenti e la lunghezza del verso? Forse queste sono ottime qualità che si addicono ad un poeta, è indubbio che è meglio che questi le abbia, ma gli danno in sé l’essenza della poesia. Spesso autori che hanno ricevuto molti Premi, riconoscimenti hanno utilizzato delle espressioni tutt’altro che sublimi o auliche. È il caso di Vincenzo Calò, giovane autore, molto in gamba, ma che respira poesia; un ragazzo capace di formulare un verso in un attimo, anche quando nel quotidiano si esprime, ho avuto modo di scambiare vari e frequenti dialoghi con lui e una qualità che ho apprezzato molto è stata proprio questa tuttavia nelle sue raccolte è stato spesso aspro e duro usando un linguaggio che dai perbenisti potrebbe essere definito non consono per una raccolta poetica come nel caso di “Minacce di Morte”: “Quel tuo essere da curare facendo scodinzolare cuccioli di burla” oppure in “Per reagire”: “Fai luce per questo Novembre bruciato da forti venti di scirocco che provoca furti di droga a metà”. Spesso il Nostro senza mezze misure esprime la verità senza celare nulla al lettore anzi portandolo a riflettere su alcuni perbenismi sociali finti sbattendoci in faccia la verità che non sono i miserabili a distruggere l’economia, ma gli uomini in giacca e cravatta (i politici) apparentemente perfetti come esprime ironicamente in “Quando le ferie son volute”: “La montagna democratica ci suggerisce di dar retta ai direttori artistici a quelli che studiano ancora caratteristiche e qualità dei rocciosi custodi della crisi economica” per certi aspetti anche la poesia “Quand’è molto che non ci si vede” sfiora la stessa tematica: “Per imparare che la povertà non va temuta (…). Ti ferisci accorrendo alla finestra per un mio grido di allarme, nato e vissuto tra le stagioni truccate come le gare d’appalto”. Calò getta anche dei sassolini spigolosi per quanto riguarda il consumismo come in “Maleducazione”: “Spendo lacrime di mucca per sapere cosa vuoi dalla gente bella quanto la vita che guarda da lontano in mezzo ai maiali che si intendono di commercio lanciando clessidre nella fronte spaziosa del cliente che osa consigliare sul diversivo della sera quando il cuore ci spezza le ossa”. Non è nell’acquisto di un bene di consumo che copriamo il vuoto che abbiamo nel cuore, i giovani di oggi i propri disagi acquistando capi di abbigliamento seguendo la logica dell’apparire piuttosto di quella dell’essere e proprio su questo il Nostro lancia il sasso per poi nascondere la mano. “Storia di un alito di puzzola” è un titolo che non avevo immaginato mai potesse esistere per una raccolta poetica al massimo lo avrei pensato per una storia comica, invece questo autore mi ha lasciata piacevolmente sorpresa in quanto ha completamente fuorviato con le regole che secondo il senso comune dovrebbero appartenere al “Bravo poeta” di turno, in molte poesie ho avuto l’impressione che il Nostro lanciasse moltissimi sassi per poi ritrarre la mano esprimendo se stesso con moltissima originalità e stile quasi ricercato direi. La puzzola è quell’animale che puzza nel momento in cui si sente minacciato da qualcosa o qualcuno oppure perché avverte un pericolo, appunto Calò quanto percepisce con tatto fine e sguardo attento realtà sbagliate comincia ad emanare un cattivo odore per la società, deleterio perché “puzza” di sincerità, di lealtà, di genuinità, tutte qualità che non piacciono a chi vorrebbe giocare sporco. Ha, infatti, un “alito” di puzzola perché racconta tanti problemi che molti vorrebbero rimanessero celati. Il suo alito, la sua bocca puzzano al naso di chi vuole continuare a fingere che in fondo il mondo funziona bene, è colpa di alcuni individui che non si sono saputi impegnare ed integrare come alcune correnti di pensiero sostengono in cui vi sono dei soggetti che devono necessariamente soccombere a favore di alcuni membri alfa eletti destinati a conquistare il mondo. Non è così che funziona! Dietro questi deleteri meccanismi sociali vi sono logiche politiche, economiche, di potere che vogliono farci credere che noi siamo “imprenditori di noi stessi” quando invece dipendiamo da un grosso mercato globale in cui non ci sono né vincitori né vinti, ma se ancora continuiamo su questa scia usciremo tutti sconfitti, questo Calò lo sa proprio bene, ecco perché la sua poesia è maleodorante fin dentro il midollo anzi si scaglia contro il vero sudiciume della società. Il Nostro si inserisce nella categoria di molti giovani che si sono distinti dalla massa per essersi espressi a gran voce rischiarando anche verità intime dell’uomo che difficilmente confessiamo appunto nella poesia “Sconfessati” scrive: “Come dei giovani pazzi sprovvisti di commenti tecnici (…). Siamo esperti del tutto per niente”.
“Perché i progetti puzzano di burocrazia per fare colore e togliersi una vita, ma sempre allerta” cit. tratta da “Una struttura che crollerà” di Vincenzo Calò.

Sabrina Santamaria

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LO SCOTTANTE “LIBECCIO” DI MATTEO AUTUORI a cura di SABRINA SANTAMARIA

Lo scottante “Libeccio” di Matteo Autuori.

Chi può essere considerato poeta? Colui che si esprime nei suoi versi con un linguaggio sublime, aulico? O colui che si rifà ai canoni classici della poetica (la rima, la lunghezza del verso)? Non vorrei peccare di presunzione nel dire che il vero poeta non è niente di tutto questo. Il poeta è lo spasimante più azzeccato delle sue emozioni e di quelle altrui, egli anela alle muse ed esprime ciò che c’è dentro di lui, espone la sua anima, non celando nulla. Ultimamente mi ha condotta a questa riflessione un giovane autore, Matteo Autuori, il quale non va letto con i soliti canoni. Questo poeta non si ricollega a nessuno stile precedente che io abbia letto, mi riferisco anche a poeti contemporanei o che ho conosciuto ultimamente; già inoltrandomi nei primissimi versi mi sono sentita sfidata dall’autore, era come se mi dicesse: “Se ancora mi leggerai sappi che non troverai la solita poetica”. Il suo stile è a dir poco scottante, il suo interesse è mettere a nudo le sensazioni dell’uomo (ed anche dell’autore) quelle più scottanti o più fredde che fanno venire la pelle d’oca, con magiche parole riesce a svelarle in “Abbraccio”: “ Pelle contro pelle… Corpi che si amano che barattano emozioni (…) è comunione di carne sangue saliva sudore salate lacrime…”, in quanto non siamo solo spirito, ma anche carne e sangue che vibrano, palpitano nel nostro essere creando infiniti sospiri. La sua poetica è originale, ma allo stesso tempo non declassante! Questa raccolta poetica non è nata per chi rimane fedele e chiuso alle “chiare fresche e dolci acque” (con tutto il rispetto per il nostro Petrarca), ma non condivido il modo di fare poesia di alcuni autori che rimangono arenati ai soliti modi di scrivere, sono molto persuasa a sperimentare, ad aprirsi all’innovazione conservando gelosamente i retaggi della tradizione. Il Nostro sa osare, mostra davvero carattere scrivendo come davvero sente dentro di sé, non si lascia condizionare dalle opinioni di potenziali critici che potrebbero valutarlo con toni negativi. Il nostro poeta è appunto un vento che soffia forte sul lettore che lo scuote dalle membra per farlo riflettere : “ Allontanati, stacca tutte le tue spine, distanzia oppressioni ed oppressori… Crea un tuo utero spaziale modella su te stesso la tua placenta esistenziale e godi…”. “Libeccio” è un titolo strettamente connesso alla storia personale del Nostro, ragazzo del Sud emigrato a Bergamo, pronto a scontrarsi contro varie difficoltà. È un vento che soffia da sud verso il nord, qualcuno che prorompe e arriva con classe facendosi ricordare e sapendosi raccontare, allo stesso tempo anche lo stile è una ventata di novità, un’opera di qualcuno che decide di mostrarsi senza classicismi finti o versi ispirati da surrogate reminiscenze di liceale memoria. Autuori dimostra di sapersi scrollare di dosso i banali pregiudizi sulla poesia che non fanno altro che ammazzare i veri artisti. Il Nostro si mette sullo stesso piano dell’uomo comune e come se ci comunicasse: “Io sono come te. Incarno i tuoi stessi ricordi, i tuoi stessi vissuti, solo che ho il coraggio di raccontarli”, mi ha ricordato l’introduzione ai “Fiori del male” di Charles Baudelaire in cui il “poeta maledetto” si paragona al lettore non elevandosi, perdendo l’aureola come egli stesso racconta, ed è quello che fa Autuori, è il poeta che per sua scelta getta la sua “aureola nel fango”. Una poetica tagliente la sua che squarcia la linea dei ricordi. Un crocevia sinuoso, tratteggiato prorompente che si dispiega attraverso la sua particolare sensibilità. Non ci manda nel pantano di uno stile classicheggiante, il suo è un urlo nella notte più nera, in un’epoca in cui l’uomo ha perso se stesso e dovrebbe ritrovarsi, egli si ritrova con piccante estrosità volgendosi in avanti all’estremo delle sue forze con tutto il coraggio che riserva ancora in “Come funziona la vita?” asserisce : “ Ama smodatamente ogni solleticante sensazione ed ama ancora, fallo con tutte le tue forze… che sia essere umano, che sia animale, che sia nobile oggetto, fallo… e non aver timore di fallire, perché il coraggio porta ad atti estremi, ma l’esser codardi uccide la vita stessa”. Un allarme, un grido di chi è davvero un poeta! Vera anima solitaria che nella foschia della quotidianità caccia la monotonia scagliandosi come dardo contro l’unanimità dell’inutile parvenza dell’essere, Autuori è come se con il vociare stridulo e sguainato esprimesse: “Io ci sono!” con titanica volontà sente il richiamo ai profondi valori dell’umanità che sembrano svanire come vapore, egli li rivendica! Sprigiona una caparbietà incredibile. È come quella Ginestra leopardiana che se ne sta ferma alle pendici del vulcano, pronta per essere distrutta, ma non si arrende. È uno scrittore che ci riconduce alla innegabile materialità di questa vita, traslandola alla spiritualità e captando l’anima come tutt’uno, un unico sentire con il corpo compiendo un tentativo forse raggiunto di simbiosi fra corpo e anima non scissi, ma in questi attimi rubati sono stati furtivamente insieme danzando in questi turbini di versi.

“Fare l’amore è più facce della stessa vita o più vite dietro tante facce diverse” Cit tratta dalla poesia “fare l’amore” di Matteo Autuori.

Sabrina Santamaria

Foto dal web

INTERVISTA A DOMENICO GAROFALO a cura di SABRINA SANTAMARIA

Intervista a Domenico Garofalo

● S.S.: Quando è stato il tuo primo incontro con la letteratura? Raccontami il tuo imprinting con la poesia…

D.G.: Ho iniziato presto, ovvero l’età in cui molti ragazzi iniziavano a scrivere sui diari i loro segreti le loro emozioni i loro innamoramenti. Ti parlo di metà anni ‘80. Inizio con brevi versi scritti su una agenda ritrovata poi nel 2012.

● S.S.: Cosa significa per te essere un poeta? La poesia si avvicina ad un’elevazione dello spirito come sosteneva Platone?

D.G.: A parte il fatto che i poeti hanno ben altra possanza, io non lo sono, per me la poesia è esprimere e dare forma all’anima attraverso schizzi di inchiostro sui fogli bianchi. Mostrare chi sono a chi ha il piacere di seguirmi nella lettura.

● S.S.: Quali consigli daresti ad un giovane scrittore? Qual è a tuo parere la ricetta vincente per un poeta?

D.G.: Scrivere, scrivere, scrivere tutto quello che da dentro spinge per uscire, superando a volte la fase critica della vergogna.

● S.S.: Per te hanno più rilievo la metrica e lo stile o piuttosto il contenuto veicolato da una poesia?

D.G.: Io non seguo metriche o stili. Seguo il sentire che ho dentro. Molte delle mie poesie sono scritte in fasi di trance dove il mio pensiero il mio spirito il mio osservare vanno a cercarsi.

● S.S.: Quale mito della letteratura italiana porti ancora con te e ti ha accompagnato sempre durante la stesura dei tuoi capolavori?

D.G.: Non vorrei deludere nessuno ma i miei miti non sono italiani. Io amo profondamente Pablo Neruda e Henry Charles Bukowski. In diverse poesie escono fuori in modo prepotente e meraviglioso.

● S.S.: L’opera “Caffè schiumato” è per il lettore un dolce invito a vivere la propria quotidianità con incoraggiamento o un punta di lieve ironia?

D.G.: “Caffè schiumato” dice al lettore questo: fai tue le poesie e vivi i tuoi giorni nella consapevolezza che puoi essere felice a tutti i livelli. Amore, amicizia, fratellanza e non per ultimo il sesso.

● S.S.: “Acquarelli” è il tentativo di accostare i tuoi versi alle tinte di colori di un dipinto?

D.G.: “Acquarelli” è il modo di trattare in maniera delicata argomenti come l’amore adolescenziale e materno, importanti nella fase di crescita di ogni essere umano.

● S.S.: Il tuo secondo libro “Cambio matita” ha profondi significati in quanto racchiude tematiche di denuncia sociale. Quali esperienze personali ti hanno spinto appunto a “cambiare matita”?

D.G.: Il desiderio di dire la mia e anche quello di sfatare un luogo comune: i poeti scrivono e raccontano dell’amore. I poeti s’incazzano anche per le ingiustizie e i soprusi di questa poco civile e moderna società. Io ho cercato di raccontare anche questo aspetto.

● S.S.: La pubblicazione del tuo ultimo libro quali stati d’animo ti ha trasmesso? Quali emozioni pensi di suscitare al lettore?

D.G.: Il mio ultimo libro uscito a novembre 2017 è anche il mio primo romanzo. “Chiedi alla neve” il suo titolo. Una storia che da moltissimi anni mi girava e rigirava dentro me. Affrontare il tema dell’anziano e della parte finale della propria vita mi ha affascinato. Cercando di essere possibilmente delicato e rispettoso dei loro sentimenti.

● S.S.: Raccontaci dei tuoi futuri progetti e pubblicazioni…

D.G.: Ora sono preso dal fare conoscere “Chiedi alla neve” con presentazioni e interviste. Ho pronte altre due silloge poetiche e un secondo romanzo in fase di scrittura. Nel prossimo anno uno di questi libri uscirà in stampa.

Voglio chiudere ringraziando, per lo spazio concessomi te Sabrina e tutti i lettori che leggeranno i miei libri donandomi felicità.
Abbiamo bisogno della poesia perché non basta mai l’amore e abbiamo bisogno di credere che non è mai troppo tardi per essere felici.

Intervista a cura di Sabrina Santamaria

NOTA BIOGRAFICA

Domenico Garofalo è nato a Torino nel 1959.
Diplomato in elettronica, lavora come Informatore Medico Scientifico per una nota azienda del parafarmaco della provincia di Milano.
Dopo anni passati a gettare nel cestino i suoi scritti, decide nell’autunno del 2012 di conservare tutto. Il cuore e l’anima lo affascinano nelle loro sfumature, e sono presenti in molte sue poesie.
Ottobre 2013 esce la sua prima silloge poetica “ACQUARELLI” edita da Narrativaepoesia di Roma.
Ha fatto presentazioni a Roma e Torino nell’autunno 2013.
Partecipa ad alcuni concorsi letterari entrando in antologie poetiche come: Ali Penna D’Autore, LCE “ Il volo del poetare “, Associazione Artemia, Premio La Rocca Scaligera.
Nel mese di Aprile 2014 compie un breve tour nelle città di Messina e Reggio Calabria, dove presenta le sue poesie alla Feltrinelli di Messina e alla Libreria Culture di Reggio Calabria.
Con le scuole Medie di Messina indice un concorso per pubblicare nel suo prossimo libro alcune delle poesie composte dai ragazzi.
Nel mese di luglio ha presentato il suo libro nella Terra del Mito a Bacoli (NA) presso la casina Vanvitelliana.
Nel mese di Ottobre a Roma (Palazzo Barberini) presso il Circolo Ufficiali dell’Esercito per continuare a parlare di poesia, e a fine novembre ritorna in quel di Messina per la Commemorazione dei Caduti di Nassiriya.
Ha pubblicato nel mese di marzo 2015 il secondo libro di poesie, “CAMBIO MATITA” con Alter Ego di Viterbo, presentandolo in prima assoluta davanti a un folto pubblico presso la libreria Belgravia di Torino.
Altre tappe dal 25 al 27 settembre a Messina al Circolo “U.Fiore” e alla Feltrinelli, Caltagirone al Circolo “Salotto d’Arte”
Ha ultimato il suo primo romanzo che sarà pubblicato nel mese di novembre 2017 dalla David and Matthaus.
Attualmente lavora al testo del secondo romanzo.
Ha pubblicato con la casa editrice Il Seme Bianco (partner Castelvecchi Editore), nel mese di aprile, 2017 la terza silloge poetica dal titolo “CAFFE’ SCHIUMATO”.
A novembre 2017 è uscito il suo primo romanzo dal titolo “CHIEDI ALLA NEVE” edito dalla DavidandMatthaus.
Il romanzo è stato presentato in prima assoluta alla libreria FELTRINELLI di Torino il 25 gennaio 2018, con ottimo successo di pubblico e vendite.

DOMENICO GAROFALO: IL NEOCREPUSCOLARE PER ANTONOMASIA a cura di SABRINA SANTAMARIA

IL NEOCREPUSCOLARE PER ANTONOMASIA a cura di SABRINA SANTAMARIA

Lo stile di Garofalo è semplice e chiaro. La sua poetica è lineare, il suo linguaggio non è elitario. L’intento di questo autore è raggiungere un vasto numero di lettori, i termini che il Nostro usa appartengono al gergo quotidiano, le sue poesie non hanno versi imperniati da preziosismi sintattici. Egli non è il letterato che si rinchiude in una metrica classicheggiante, i suoi versi non sono imbevuti di numerose figure retoriche, Garofalo getta via lo stile metrico delle rime. Le sue opere non si possono catalogare in un genere letterario ben preciso e specifico, la sua non è esclusivamente poetica, ma è qualcosa di indefinito che si mischia alla prosa, quasi azzarderei definirla prosa-poetica, un genere nuovo, sui generis, il Nostro è come se avesse creato una cesura netta con gli stili poetici della tradizione per creare una maieutica nuova, le sue opere mi sembrano un tentativo nobile ed elegante di mettere nero su bianco i propri vissuti, quasi una prosa intimistica che si scaglia nella banalità della vita reale, ma non resta inerte la trascende, la sublima generando uno stile inedito, libera espressione del “Flusso di coscienza” Jamesiano. Garofalo fa propri i miti della letteratura mittleuropea, infatti egli afferma nell’intervista: “I miei miti non sono italiani”, il lettore già dalle prima lettura di “Acquerelli” lo percepisce, lo respira. La sua prosa-poetica è intrisa di spirito sabiano, molto mi ricorda il “Canzoniere” di Saba, anche egli poeta della chiarezza come sostiene nella sua poesia “Amai”: “Amai trite parole che non uno osava(…)”. D’altronde il letterato non è solo colui che canta o racconta dell’amore, dei sogni e dei sentimenti, ma come sostiene il Nostro chi scrive lo fa perché coglie gli attimi della vita quotidiana con occhi “vigili”, “attenti”, “vispi” e non può permettersi il lusso di rimanere staccato, scisso, avulso dal mondo, dalle problematiche sociali, anzi lo scrittore ha una responsabilità sociale maggiore, un compito superiore rispetto al lettore, il poeta, in generale l’artista ha il compito di esprimere il proprio disappunto, di denunciare le problematiche sociali. Garofalo è molto più in sintonia con scrittori come Emile Zola e la corrente francese del naturalismo ed anche Dickens con il suo “Social Commitment” infatti in romanzi come “Hard Times” e “Oliver Twist” il romanziere inglese denunciava talvolta con qualche punta di ironia le ingiustizie dell’Inghilterra Vittoriana come ad esempio i Parish Workhouses e le “Pour Laws”. In “Cambio matita” l’intenzione di Garofalo è proprio questa, egli passa dalla penna dei sentimenti alla “penna pensante” che non si rassegna, che non tollera il “massacro” dei diritti umani, il nostro autore trova illegittima ed aberrante la pena di morte, la considera contro ogni principio eticamente accettato. I suoi testi mi hanno ricordata ad un’espressione del poeta Sergio Corazzini: “Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non che un piccolo fanciullo che piange. Vedi: non ho che le lacrime da offrire al Silenzio. Perché tu mi dici: poeta? Le mie tristezze sono povere tristezze comuni. Le mie gioie furono semplici, semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei. Oggi io penso a morire.(…)”. Con “Caffè schiumato” mi ha ricondotta immediatamente alla poetica delle piccole cose, delle “cose quotidiane” di Guido Gozzano con la sua signora Felicita (“In me rivive l’animo di Pinocchio forse?”), il nostro si mostra come un sapiente saltimbanco che fornisce al lettore la chiave di volta per gioire delle piccolezze di ogni giorno che arriva, lo salva la sua spiccata spontaneità unita alla sua genuina reattività, caparbietà che si mischia alla vera classe dell’artista col suo spirito che tramuta il tedio giornaliero in qualcosa di veramente unico e speciale: “Forse un caffè schiumato, un caffè schiumato per tutti i cuori del mondo!”. Se dovessi dare un epiteto a Domenico Garofalo lo designerei come un neocrepuscolarista perché scava la felicità, la inventa quasi nell’apparente banalità del reale, così sorridiamo davanti ad un caffè schiumato “ridendo di gusto” vivendo nella pienezza dell’attimo appena vissuto! Sento una vera freschezza d’animo in Garofalo, uomo che con i suoi versi accetta la vita quotidiana e attraverso i suoi versi arricchisce quella dei suoi lettori.

Sabrina Santamaria

QUANDO LA BELLEZZA SCORRE INARRESTABILE: GIOVANNI SEPE

(by I.T.K.)

Quando la bellezza scorre inarrestabile, sgorgando liberamente da ogni parola, nasce la Poesia. Essa non richiede autorizzazioni né specifiche lauree professionali. Pulsa difendendo il proprio valore, quello spontaneo nato da un vero talento. Credo che così sia per Giovanni Sepe: un elettricista nato a Napoli che ho conosciuto in uno dei gruppi letterari su Facebook – precisamente “Poeti italiani del ‘900 e contemporanei”. Sepe crea il suo mondo poetico libero da ogni convenzione e regola, dipinge le emozioni raccolte nei brandelli di parole abissali, profonde di intenso significato e, spesso, di vissuto dolore. I versi non vengono scritti ma scorrono trovando un’estrema armonia tra contenuto senza superflua retorica, linguaggio sobrio e trasparente ma, allo stesso tempo, grande freschezza e innegabile incanto. Ritrovo tanta saggia riflessione e sensibilità in questi versi, che come una morbida coltre di ritrovata beltà scaldano ogni vuoto.

Izabella Teresa Kostka

● NOTA BIOGRAFICA

GIOVANNI SEPE nato a Napoli nell’aprile del 76′ da padre operaio e madre casalinga. I primi anni li trascorre ai quartieri spagnoli,
e in seguito all’evento sismico del’80
alla Riviera di Chiaia, in via Giovanni Bausan dove ebbe i natali il grande Eduardo De Filippo.
Dopo pochi anni segue i vari trasferimenti della famiglia nella più tranquilla provincia.
Studia e si diploma all’ i.t.i.s.
Come perito elettrotecnico, per poi imparare il mestiere che tutt’ora svolge: l’elettricista.
Sposato e padre di ben quattro figli non ha nessun legame, didattico o accademico, con la poesia, né accede alla letteratura.
La sua poesia dunque si muove tra le ombre nuove, una porta aperta sul mare della parola in cui bisogna immergersi per tornare in superficie con qualche grano di sale.

● Alcune poesie scelte

OCCASIONE

Penso alla morte come a un’ ombra sola
che cade floscia tra le rose nuove,
un velo opaco sui mirtilli bruni.
Penso a una voce fioca nelle vene,
lenta come una sera in solitudine
mentre la luna pullula nel cielo.
Penso alla morte e piango silenzioso.
Morire insieme al seme e ai girasoli
farebbe della morte un’occasione.

——–

A MIA MADRE

Non avrei altro intorno,
se non fosse necessario
ripararti il cuore,
che pareti e miserie.

Faccio il gioco del ditale
disertando questo spazio gelido.
E mi ritrovo a inseguire la memoria
e il ritmo del pedale
di una vecchia Singer,
dipanare cotone e speranza,
ticchettando melodia.

Mentre m’incuriosiva vedere
quale prodigio celavano
quelle mani farfalla
che volavano in casa
su ogni cosa acerba,
trovandoci miele.

Ora che i vestiti non si rammendano
e le tue mani tremano
come farfalle impaurite.

———

UNGARETTI

Hai sofferto padre
e ora il tuo dolore è canto
di quell’ombra a lato,
e la parola ferma muove abissi
e plagi e trionfi secolari.
Non hai più briciole
e non sai del tuo nome grande
del prodigio del tuo sangue
ora che Iddio ha chiuso gli occhi tuoi
e l’ali del passero t’involano
alla timida mano.

——-

AL -2

Al meno due del Cardarelli
non c’è voce che la mia
di dentro, da dentro i ricordi.
Un ticchettio d’acqua
sulle piastrelle
risuona i risvegli umidi
che ancora ho sulla fronte.
Più sopra, ai piani buoni
dal letto ventisette
la tua voce
sul mio cuore sa cadere
come la neve.

———-

PAPÀ

Io ero il terzo bacio nel sonno,
la liturgia muta delle tue labbra
svegliava i nostri sogni
inumiditi dal tuo odore.
Quelle volte già sveglio assistevo
alla paralisi di un attimo infinito,
sentivo il tuo fiato
farsi speranza
sulla fronte del giorno.
Era forse la tua forza,
conservarci bambini,
eravamo spunti di girasole
sul tronco di una quercia vaporosa.
Ad ombrello, sotto l’architrave dell’uscio,
ti apristi su noi, quando la terra scosse,
così ti ho sentito in ogni temporale.
Mi raccontavano di un ragazzo ribelle,
un uomo giusto lo è sempre, Papà.
Ora scorgo rughe timide sul tuo viso,
altro non vedo che strade d’amore.

———–

VIZIO ONESTO

Qualche fievole traccia resta ancora:
un neo sulla mano, ora schiarito
nel pugno che respinge un tempo opaco,
le gambe al passo della vita corte
e la voglia di entrare nella scorza.
Un vizio, un maledetto onesto vizio,
degli occhi di affondare nei pistilli
e ritornare vuoti in superficie,
per il male di cogliere dal fiore
un volo di farfalla solitario.
Ora il cuore si svuota di parole,
parole che misuro dentro i versi,
e ancora dalla pelle scovo il sangue.

Giovanni Sepe

Tutti i diritti riservati all’autore

“LE LUCI DELL’AURORA”: LA SILLOGE D’ESORDIO di DAVIDE CARELLA

(by I.T.K)

Oggi, con grande simpatia, vorrei far conoscere a tutti i lettori del nostro blog “Le luci dell’aurora”: la silloge d’esordio di Davide Carella. Un “Fresco germoglio” sicuramente da incoraggiare e da seguire durante il suo, appena inaugurato, percorso letterario. Nel libro di Carella troviamo un ricco collage tematico che “sboccia” attraverso i versi soavi e colmi di sensibilità ( Tu nebbia; Fiore di luna), “matura” e scorre come il tempo ( Granelli di sabbia) per sprofondare nella triste riflessione della lirica “Cadono le maschere” e “Rimorso”. Un linguaggio trasparente rinchiuso nei versi liberi a volte “conditi” con qualche rima vagante (personalmente avrei consigliato di evitarla ma “de gustibus”). Non possiamo ancora parlare di una specifica e ben riconoscibile stilistica personale, ma piuttosto di una ricerca e sperimentazione. Autore spazia tra la poesia illustrativa, quasi paesaggistica e quella più intimista, riflessiva segnata da un tocco di impegno sociale, caratterizzata da una struttura più compatta ed essenziale.

Al nostro giovane Autore auguro tanta soddisfazione e l’infinita ispirazione per il prossimo futuro.

Izabella Teresa Kostka

● Una breve sinossi a cura dell’autore:

“Le luci dell’aurora” è una silloge di poesie che traggono ispirazione dai momenti di vita da me vissuti con particolare intensità, sia di gioia che di dolore.
In tutti i testi utilizzo termini di linguaggio comune, cercando di affrontare argomenti di cui la maggior parte dei lettori possa essere a conoscenza, in modo che le mie poesie siano di facile comprensione per tutti.
In alcune poesie, metafore e similitudini conferiscono allo scritto un duplice significato, sia descrittivo che morale. Ad una prima lettura si può visualizzare nella mente una scena, un momento, come un quadro o una sequenza di immagini, ma ad una lettura più profonda, si possono carpire il paragone con la vita reale, i concetti che voglio trasmettere e i sentimenti in gioco.

● NOTA BIOGRAFICA

Alla mia domanda: “Parlami di Te”, Davide risponde:

“Davide Carella, nato a Milano il 22 Maggio 1984 e residente a Milano.
Diplomato in Elettrotecnica, lavoro presso l’Azienda Milanese dei Servizi Ambientali (AMSA). Come passione, amo scrivere poesie. La mia frase identificativa è che “…nulla è più vero e reale delle emozioni e la poesia è ciò in cui esse si concretizzano”.
Tra i miei hobby preferiti: pescare, andare in moto, visitare castelli e la fotografia e ogni volta che mi è possibile, assistere e partecipare a reading poetici.

Collaborazioni artistiche:
Nel 2015 ho collaborato con l’Associazione Onlus Lord Thomas nella realizzazione del libro “Caro amico ti scrivo”, costituito da poesie di vari autori che hanno aderito al progetto di finanziare la ricerca scientifica per la cura delle malattie neurodegenerative.

Pubblicazioni:
“Le luci dell’aurora”, 2017, edizioni Amande

Partecipazioni:
Ho partecipato, nell’ambito di Book City Milano 2017, al reading poetico “Il verso giusto”, sul tema della legalità e della giustizia con il testo “Teatro d’ombre”. ”

● Alcune poesie tratte dal libro:

NUOVI COLLABORATORI: LUCIA BONANNI

Con grande piacere vorrei dare il mio benvenuto alla nuova collaboratrice del blog: LUCIA BONANNI (poetessa, scrittrice, critico letterario). Auguro alla nostra Collega “Buon lavoro e tanta soddisfazione professionale”.

Izabella Teresa Kostka

NOTA BIOGRAFICA

Lucia Bonanni, nata ad Avezzano (AQ) nel 1951, dopo aver conseguito il diploma di Maturità Magistrale, si dedica all’insegnamento e successivamente si trasferisce in un paese del Mugello, in provincia di FI.
È autrice di poesia, narrativa, critica letteraria, saggistica ed ha all’attivo pubblicazioni di articoli, racconti, saggi e raccolte di poesie oltre a recensioni e prefazioni per testi poetici e narrativi di autori contemporanei. In volume ha pubblicato le sillogi “Cerco l’infinito” e “Il messaggio di un sogno” ed ha all’attivo varie pubblicazioni in antologie poetiche, raccolte tematiche e riviste di letteratura sia in cartaceo che on-line. Svolge il ruolo di giurata in Commissioni di Concorsi Letterari ed ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti in Concorsi nazionali ed internazionali. Ha seguito corsi di fotografia e si dedica al linguaggio fotografico quale complemento dell’arte letteraria.

MASCHERA VENEZIANA*

Tra coriandoli e stelle filanti
inattesa
ti incontro nei campi di pietra.
Mi inquieta
quella posa di dama
dalle dita inguantate
di raso e nastri e piume
a fregiare il cappello.
Di cera il tuo volto
di carta ammollata, vuote
le orbite senza profumo,
carminio le labbra, accese
di rossetto e nero
il mantello che nasconde
la silhouette della tua
maschera veneziana
in una sera di carnevale
in giro tra le calli a cercare
uno spicchio di luna
riflessa nei canali. Batte il tempo
su clessidre senza lancette
e tu da dietro la bauta di pizzo
guardi lo scheletro del mondo
e nascondi lo sdegno di non esser
dea venerata, ma solo figura
di balli in gramaglie. Forse anche tu
nelle notti senza respiro
hai smarrito la mappa del sogno
e la bussola di quel sentimento
che fa di ogni donna
una maschera bella.

*Poesia ispirata al romanzo “Doppio sogno” di Artur Schnitzeler con diversa ambientazione e riferimento alla realtà interiore di quelle donne che subiscono forme di violenza e sono soltanto oggetto di piacere.

Pubblicata sull’antologia benefica “Non uccidere. Caino e Abele dei nostri giorni” a cura di Izabella Teresa Kostka e Lorenzo Spurio (The Writer Edizioni 2017).

Foto personale di Lucia Bonanni.

“CONCHIGLIE CAURIES POETI AFRICANI” DI ABDEL KADER KONATE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Conchiglie Cauries Poeti Africani” di Abdel Kader Konate

“Io non sono nero/ io non sono rosso/ io non sono giallo/ io non sono bianco/ non sono altro che un uomo. Aprimi fratello! Aprimi la porta/ aprimi il tuo cuore/ perché sono un uomo/ l’uomo di tutti i cieli/ l’uomo che ti somiglia!” cit. della poesia “Aprimi fratello!” di Rene Philombe.

Spesso immaginiamo l’Africa come un continente molto lontano da noi, lo pensiamo come un territorio poco fertile, come colonia, come terra assoggettata alle grandi potenze europee, ebbene, questo è in parte vero perché questi assunti la storia ci ha insegnato, sappiamo che i confini dell’Africa non sono geografici, ma politici, cioè divisi a “tavolino” duranti i trattati di pace dalle grandi potenze europee, avvenimenti politici davvero accaduti, basti pensare alle vicende sociopolitiche del novecento. La lettura di questa raccolta poetica ha suscitato in me diverse riflessioni che, a mio modesto parere, potrebbero essere una chiave di volta per comprendere almeno in superfice l’opera di un autore africano. Il titolo “Conchiglie Cauries Poeti africani” mi fa pensare ad una personificazione di un elemento naturale quale è la conchiglia, essa può stare in mare, come in spiaggia, può essere bagnata, oppure esposta continuamente al sole, quindi rimanere anni nella siccità, questa condizione è quella simile al poeta africano; per certi versi può trovarsi in un mare di emozioni, travolto dalla musicalità, dai colori, dai sapori della sua terra, quindi ispirato dalla bellezza del suo continente ha possibilità di salvezza, può emergere ed allo stesso tempo immergersi eterogeneità del bello, ma un uomo sensibile come un poeta può sentirsi travolto dall’immensità delle problematiche sociali, politiche, storiche del continente in cui vive, quindi restare anni in una condizione di aridità sul piano delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti. I nostri poeti africani sono appunto “conchiglie” scagliate nell’immensità dell’universo della loro vita, si precipitano come uomini pieni di umanità e di coraggio, scrutando la “bellezza” laddove un uomo qualunque vedrebbe solo il deserto più assoluto, il silenzio che sgomenta, che percuote gli stati d’animo più fragili, invece i Nostri poeti hanno la forza di prendere la loro penna e narrare, non solo se stessi, ma anche tutti i protagonisti delle loro storie, i posti dove sono vissuti come sono, senza remore o nascondimenti. Le loro poesie sono inviti alla solidarietà, al vero senso di “umanità”, spesso sono dei veri e propri Inni alle loro terre. Nella raccolta poetica sono stati accostati testi di Nelson Mandela e Senghor, autori che conosce anche il mondo letterario occidentale, questa scelta non é solo stilistica, ma ha un profondo significato, perché essa è la volontà piena ed incondizionata di voler creare una linea tra passato, presente e futuro. La storia dell’Africa come continente non è mai affrontata in modo approfondito nelle scuole europee, spesso si fa solo cenno alla segregazione razziale del Sudafrica, ai ku klux klan, agli anni di prigionia dell’ex Presidente del Sudafrica e alla sua lotta non-violenta per l’ indipendenza, tutti avvenimenti pedagogicamente e fenomenologicamente validi da affrontare, ma andrebbero accompagnati da premesse storiche più approfondite e spesso meno etnocentriche. Sarebbe necessario trattare aspetti legati alle loro culture, ai significati più nascosti e misteriosi delle loro culture, un insegnate dovrebbe partire da concetti antropologici sull’eziologia delle parole “mito”, “tribù”, “rito di iniziazione”, “magia”, “religione” e “dono”. L’antropologo Claude Levì-Strauss in “Tristi Tropici” ha sottolineato due modi del mondo occidentale di rapportarsi alla diversità: l’antropoemia e l’ antropofagia. Nel primo caso la diversità non viene accettata, non viene tollerata, le conseguenze di questo atteggiamento conducono a comportamenti xenofobici. Nel secondo caso, invece, l’altro concepito come diverso verrebbe completamente inghiottito, assorbito cultura altrui senza margine di possibilità di conservare nella quotidianità se stesso, il “Diverso” sarebbe quasi “costretto” inconsciamente ad un cambio di “rotta” rendendo ancora di più “inconsistente” la sua storia di vita in cui nell’oblio vi sono usi, costumi, affetti, sentimenti, riti che non può e non deve dimenticare. Proprio per quest’ ultima ragione i nostri poeti africani nei loro scritti hanno inciso musicalmente i loro versi attraverso varie figure retoriche quali anafore, allitterazioni (figure retoriche legate al suono), ma anche sinestesie (figura retorica che consiste nell’accostamento di oggetti, figure, immagini che si ricollegano a sensi percettivi diversi), non mancano in questa raccolta poetica figure retoriche del significato come metafore, similitudini, iperboli e qualche sineddoche. Per quanto riguarda le figure retoriche che riguardano la metrica il lettore più appassionato di una critica attenta della struttura dei versi può individuare il chiasmo, l’anastrofe e l’iperbato. È forte l’esigenza di questi autori di essere riconosciuti come persone al di là dell’appartenenza culturale e geografica, tanto che nelle loro espressioni ho sempre riscontrato la “Personificazione” non solo come figura retorica, ma come slancio vitale che ci conduce all’infinito.

“Dietro ogni sguardo
un infinito
un nome indefinito
un sogno predefinito
un universo, un’illusione, un infinito”.

Ultima strofa della poesia “Illusione” di Abdel Kader Konate.

Sabrina Santamaria
Foto dal web 

POESIA CHE “… fa grondare il sangue”: “SCUCITA VOCE” di LINA LURASCHI by Izabella Teresa Kostka 

(by I.T. Kostka) 

La sofferenza stimola la crescita interiore condita, nel passare del tempo, col silenzio e ammutolito dolore. Lacera l’anima e, come ha detto l’autrice stessa durante la recente presentazione del libro “Scucita voce” (Gilgamesh Edizioni), fa nascere “… la poesia che graffia e fa grondare il sangue”. Lina Luraschi squarcia le coscienze con un bisturi affilato e pungente. I suoi versi ispirano l’immaginazione di ogni lettore rapito e, spesso, turbato dall’intensità espressiva ed emotiva dell’artista. Sicuramente non è la tipica e banale poesia “al femminile”. Attraversando il mondo poetico di Lina sprofondiamo nei meandri della sua complicata, gotica e raffinata sensibilità creativa, nella retrospettiva e inquieta riflessione femminile, nella ribellione e disperazione di una donna colpita da una terribile malattia e, infine, ci ritroviamo nella catartica dimensione dei suoi quasi “surreali” versi. Incomprensibile? No! Credo che, per comprendere pienamente ogni velato intento di Lina Luraschi, ciascuno di noi si debba semplicemente “liberare” da qualsiasi stereotipo e schema letterario, rendere la mente come “un libero e flessibile flusso di energia universale ” seguendo le burrascose maree della sua scrittura: senza pregiudizi né tabu né banali aspettative. La scrittura della Luraschi è come un immenso, astratto mosaico di cui tutti gli elementi vengono allestiti senza regole né precisi suggerimenti durante la lettura (da notare la mancanza di qualsiasi tipo di punteggiatura).  “Scucita voce” attrae e spaventa, incanta e turba, fa riflettere destando le più nascoste paure. Porre le infinite domande… Troveremo mai le risposte? Chissà, la vita è un pellegrinaggio verso l’eterno ignoto in cui svolazzerà soltanto la nostra lontana “scucita voce”.

Lina Luraschi recita alcune sue poesie durante la presentazione del libro “Scucita voce” presso il Circolo Letterario ACARYA a Como, 24.11.2017:

https://youtu.be/R4JRZsdbTyQ

Lina Luraschi a proposito della poesia: 

https://youtu.be/2nZQ2lvAhAc

Lina Luraschi con il Presidente dell’Acarya Antonio Bianchetti.

Alcune poesie tratte dal libro:

“CUORE ZINGARO – AMORE A PRIMA VISTA” vol.I di FRANCESCA GHIRIBELLI a cura di SABRINA SANTAMARIA

“Cuore zingaro- Amore a prima vista” Vol.I di Francesca Ghiribelli

“È una sgualdrina dell’Est è una maledetta zingara”.
Il terzo romanzo di Francesca Ghiribelli mi ha profondamente scossa. Mi sono ricordata di un romanzo che lessi anni fa “Le nevi blu” in cui il protagonista della storia era un bambino che viveva nell’incubo della Russia Staliniana. Gli incubi di questo bambino erano “Stalin e i pidocchi”. Allo stesso tempo mi riportata alle reminiscenze infantili della principessa Anastasia, era rimasta orfana anche lei e nessuno voleva riconoscere le sue origini se non alla fine ricollegandoci alla riproduzione del cartone animato della vicenda. Questa terza pubblicazione è il segno tangibile del forte impegno che l’autrice manifesta sempre accorta, attenta conoscitrice delle vicende storiche del mondo sia della psicologia dell’essere umano, sia delle questioni sociali. Questo romanzo d’amore non è solo una storia amorosa, ma dietro la vicenda sentimentale, d’attrazione fisica vi sono ragioni sociali. La Ghiribelli manifesta in sé stralci della letteratura russa come Leòn Tolstoj mi riferisco soprattutto all’opera “Anna Karenina” ed anche allo studio attento psicologico dei personaggi di Dostoevskij. Questo piccolo libro è un ottimo spunto per riflettere sulla storia dell’Est tanto problematica e piena di colpi di scena. La protagonista del libro è Stana, la Ghiribelli la descrive come una “piccola principessa russa”, ma era un sogno della protagonista che la nostra scrittrice sottolinea: “Sin da bambina sognava di essere una principessa, ma le sue origini erano umili, e davvero non sapeva se la vita l’avrebbe mai accontentata”. Nell’opera ho rintracciato sequenze narrative sapientemente dettagliate dal punto di vista psicologico, i dialoghi fra i due protagonisti è breve a volte, ma intenso, la nostra descrive con cura gli sguardi, le espressioni del volto. È molto preponderante l’intenzione di analizzare freudianamente i personaggi. Stana è una ragazza che non si sente più degna di essere amata, rispettata da alcuno ecco perché rifiuta, rigetta sulle prime le buone intenzioni di Ottavio, l’altro nostro protagonista il quale nonostante provenga da una famiglia nobile e ricca e avesse origini militari mostra il lato più buono di se stesso senza giudicarla. La nostra protagonista non aveva scelto da se stessa la sua vita, il suo avvenire, ma era stata vittima del contesto in cui era vissuta, sua madre era russa, ma il padre era dell’est, questa unione di origini diverse l’avevano resa agli occhi degli altri una “zingara”. Da qui il titolo dell’opera “Cuore zingaro”, questo epiteto “zingaro” ci fa pensare un imbarbarimento delle culture dell’Est, ma non è solo questo l’unico spunto di riflessione del romanzo apparentemente solo sentimentale, la Russia in passato deteneva il potere sulle nazioni circonvicine facendole sue, tanto che prima del 1989 veniva chiamata Urss(Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) assoggettando la Polonia, la Romania, la Jugoslavia, tutti paesi che per culture, lingue, abitudini erano tutti diversi fra loro. Essere russi significava essere “nobili”, mentre appartenere essere rumeni, polacchi, jugoslavi, bielorussi era, forse ancora oggi è sinonimo di “zingaro”, essere di basso ceto, di scarsa considerazione sociale, anche in Italia, in genere vi è il pregiudizio che le donne dell’Est siano persone di malafede, gente poco seria di cui non potersi fidare. Fra l’altro la Ghiribelli sottolinea nelle sue pagine che la Russia è un paese molto vasto ed eterogeneo: “Era nata in un misero villaggio alle porte della popolosa Mosca, ma non aveva mai conosciuto la magia di quella città, che tutti affermava essere meravigliosa.[…]Lei amava essere russa, ma ciò che ripugnava era la goliardia di quella società impavida e usurpatrice di libertà”. I russi si consideravano di “razza” pura, infatti tutti gli uomini dell’est non erano considerati degni di vivere. Ottavio è il personaggio-protagonista che compie un’evoluzione dentro di sé, il suo cuore è duro all’inizio della storia, sente dentro il suo cuore un forte sentimento di rabbia, odio, quasi non volesse amare più. Le parole “cattive” “senza scrupoli” del carceriere penetrarono il suo essere come una spada si sentì trafitto, distrutto da quelle frasi di odio: “Se vuoi ti dico dove sono diretti: all’inferno!”. “Sapete le origini della donna di quel gruppo?”(Stana si trovava tra i prigionieri), “Luride, origini luride, di sicuro”. Ottavio si risentì profondamente ascoltando questi pregiudizi sintomi seri di un progetto di “pulizie etnica” aberrante: “Ottavio era inorridito da quel modo di fare così dannatamente esplicito, crudele, onnipotente e pregò in cuor suo di riuscire a liberare quell’angelo di ragazza”. In questo preciso momento quest’uomo rivendica il suo desiderio di appartenenza come genere umano, mi ha ricordata Einstein quando gli fu chiesto a quale “razza” appartenesse ed il grande scienziato rispose: “razza umana”. “Cuore zingaro” è un romanzo sentimentale che rispecchia l’amore a prima vista, la chimica degli sguardi, l’amore a prima vista, tema tipicamente femminile, ma la nostra autrice ha saputo intrecciare tematiche diverse in un libro piccolo a livello di brossura, ma di grande impatto per il lettore, ella ha saputo unire introspezione psicologica, motivi etico-sociali e politici, infine anche i sentimenti. Dopo “Un’altalena di emozioni”, “Twins’Obsession”, “Cuore zingaro” è la terza pubblicazione in prosa di tutto rispetto. Quest’autrice ha dimostrato di saper emozionare il lettore con la poesia nel caso del primo libro e con la prosa con le altre due pubblicazioni, la sua caratteristica principale è la sensibilità.

Sabrina Santamaria