“SINO ALL’ ULTIMO” di MARIA ROSA ONETO

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“Sino all’ultimo” di Maria Rosa Oneto

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Forse per apprezzare ancora l’esistenza, ci vorrebbe una canzone, scritta a quattro mani. Una sera d’agosto con stelle e lucciole in volo, nel “soffitto” del cielo. Per ritrovare la pace perduta, occorrerebbe farsi accarezzare il cuore, in un giardino pieno di fiori; dove le acque timidamente gorgheggiano, parlandosi d’amore.
Per mettere a tacere il male, bisognerebbe osare vestirsi da bambini. Rompere di colpo il salvadanaio per correre dietro al carrettino dei gelati ( ?). Riuscire ancora a prendere a fiondate le finestre e poi fuggire in fretta, a schiacciare tutti i campanelli della strada.
Andrebbe bene anche una falsa febbricciola, per restare a letto come facevano i malandrini di una volta. Mettere il termometro accanto al fuoco e aspettare che l’asticella del mercurio (quello che più non si usa!) si innalzi sino a sentire il botto.
O saltare di notte nell’orto del vicino (ma chi ce l’ha più l’orto!) e mangiare a crepapelle tutti i frutti di stagione; prima che costui se ne accorga e prenda in mano la scacciacani.
Per essere felici, bisognerebbe svegliarsi presto la mattina e a gambe levate raggiungere il mare e guardare con stupore l’alba alzarsi, vestita di luci e splendidi colori. L’armonia della natura, che mai abbandona, racchiude bellezze infinite, palpiti di stagione che leniscono la tristezza; essenze divine che scivolano nell’anima come una dolce litania da conservare.
La serenità, che tutti ricerchiamo, è una pozione di gioia e di piaceri quotidiani, che crescono spontaneamente accanto a noi e che con indifferenza lasciamo andare.
Ore d’inguaribile sospensione temporale, quando ci aggiriamo stressati, pieni di rabbia e rancore. Tormenti di spiriti inquieti, i cui bisogni e desideri non hanno più limiti per sentirsi appagati. Ricchezza, sperpero e denaro sono le componenti principali di una superficiale beatitudine che in verità mal ci sostiene. La perfezione fisica e l’eterna giovinezza, comprate a colpi di bisturi, con sedute massacranti in palestra e abiti di marca, non risparmia l’essere umano da incidenti di percorso, depressioni, stati d’ansia e patologie psico-fisiche. Nulla ci preserva dalla “sventura” di vivere, dal desiderio di farla finita, dalla voglia di stordirci con droghe e alcolici.
Questo nei confronti di giovani e giovanissimi, come nei riguardi di anziani, portati al vizio e alla ricerca del piacere smodato ad ogni costo.
Oggi, il peso dell’essere al mondo, è causa di deterioramento mentale, violenza domestica, bullismo, separazioni familiari, prepotenza ed egotismo. Pensare a noi stessi senza guardare all’altro, a chi sta peggio in tutti i sensi, è una mostruosa mancanza di compassione e umanità. La perdita del lavoro o la sua totale assenza, rappresentano uno smembramento di dignità e un venir meno degli equilibri interiori. Vivere tanto per farlo, come animali da circo tirati per la catena, è una condizione deplorevole e meschina. “Nutrirsi del proprio pane” è un merito e un appagamento che a tutti dovrebbe toccare.
Nessuno escluso!
Guardiamo, comunque, a ciò che gratuitamente ci è stato donato e che abbiamo preso in prestito per un tempo imprecisato. Godiamo così della carezza del vento, della pioggia che scivola lieve sulle foglie, delle nubi simili a pecorelle smarrite; sentendoci liberi di ridere, sperare e gioire sino all’ultimo istante in cui ci è dato sognare!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

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NON TEMERE di Maria Rosa Oneto

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“NON TEMERE” di Maria Rosa Oneto

Sono nata sulle sponde del Torrente Boate (Rapallo – Genova), in quel liquido chiaro, percorso da anatroccoli e oche. La vegetazione, allora, cresceva sana e aggrovigliata, così come voleva la natura. Un rigagnolo d’acqua, dove allora, le donne facevano il bucato, cantavano d’amore, spettegolando sul vicinato.
Sulla riva più a ridosso della collina, stazionavano due trasandate roulotte di nomadi, che accoglievano adulti e bambini. Tra le finestrelle dell’una e dell’altra, sventolavano panni messi ad asciugare. Indumenti bucati o mal cuciti che sapevano di miseria e stantio.
Spesso, li vedevo colorirsi il volto con una strana mistura, celata in un vasetto di vetro.
Facevano una vita “serena”, appartata senza mai dare fastidio a nessuno. Sovente, mia nonna materna, detta Marinin, regalava loro: verdure, uva, qualche cosciotto di maiale che lei stessa allevava, sino al fatidico giorno della morte assicurata. Li chiamavo: “ghingheri” e questo modo di dire, mi è rimasto appiccicato addosso anche da ragazza, quando gli adulti volevano sfottermi.
Per me bambina, quel luogo, un po’ selvaggio e primitivo, circondato da un magnifico campo da golf, rappresentava: la magia, il senso del fiabesco e della fantasia.
Quelle acque cristalline e sonore, che saltavano sui sassi levigandoli; scorrendo senza tregua sino al mare, erano l’inconscio che non mi era dato percepire. Le vivevo con l’ingenuità infantile, con lo stupore di una meraviglia mai esaurita, con l’orgoglio di possedere un tesoro al quale affidavo: sogni e pensieri troppo grandi per una semplice donnina di pochi anni. Ricordo come fosse ieri: le lucciole in giardino, il gattino bianco che per regalo mi portava tra la bocca un uccellino (con grida a non finire da parte mia); l’orchestrina che nelle sere d’estate richiamava i ballerini in quella piazzola lastricata, dirimpetto a dove abitavo. Le bibite scorrevano a fiumi e il divertimento era assicurato. Qualche volta, anch’io mi sono esibita, cantando al microfono, rossa di vergogna per gli applausi ricevuti. Se già il dolore, mi era amico, il periodo attorno agli anni ’50/60 un po’ lo alleviava, circondata dall’affetto di parenti ed amici e dal bene incondizionato di Tai: meticcio di cane dalla dubbia provenienza. Io e lui, eravamo un’anima sola, una coppia modello anche nell’organizzare baruffe con i gatti randagi o con altri sprovveduti cani. Pareva che lui sapesse che non potevo camminare come gli altri e quando stanca mi sedevo sui gradini, veniva a posare il musetto sulle mie scarpine ortopediche, come a dire:” Non temere, ci sono io, sorellina!”
Bei tempi che porto nel cuore, come una perla dalla preziosità rara.

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Maria Rosa Oneto

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ERA IL TEMPO di Maria Rosa Oneto

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ERA IL TEMPO di Maria Rosa Oneto

Era il tempo dell’aurora e di fragole, umide di rugiada. Nel parco, ancora assonnato, camminavo scalza, facendo salire al cuore l’essenza vera della natura.
Nella chiara luce dell’alba, intrisa in una girandola di colori, leggevo il libro della vita. Le lacrime, i sorrisi, concimati di dolore e passione.
Stranamente, mi sentivo ancora bambina, nonostante qualche capello grigio e la pelle del viso a ragnatela.
Nella mia congenita solitudine, che nessuna genitorialità avrebbe potuto compensare, restavano Pinocchio e Geppetto; la Fata Turchina, la povera Cenerentola e la Carrozza a forma di zucca, variegata d’oro e d’argento.
La fantasia al potere, anche in età adulta, mi portava a sognare, a vedere nell’invisibile una realtà immaginaria, multi uso, modellabile come creta.
L’anima, alla quale spesso mi aggrappavo, restava: pulita, serafica, innocente. Non importava che fosse in un corpo imperfetto, disfatto, tradito da anni di brutture e maldicenze. Covavo dentro: la bellezza del creare e di quel sogno ideale, composto da tasselli cromatici, da suoni e parole, da
giochi d’allegoria e illusione. Il “Lupo cattivo”, “Cappuccetto Rosso”, erano personaggi che mettevano in rilievo il bene dal male. La “Principessa prigioniera in un castello fatato”, lo sforzo umano per raggiungere la meta agognata e godere di serenità e pace interiore.
Quante storie in un’unica storia, più volte riscritta e ripetuta. La bellezza della magia pulita, della vittoria dopo una sconfitta, del riscatto finale, intriso con briciole di pane. Luoghi dell’immaginazione e del non senso, che venivano percepiti e assaporati con infinito amore e con il piacere di dar sollievo alla mente. “Biancaneve e i Sette Nani”,dove compaiono l’invidia, la superbia e il concetto di sopraffazione. Il “Gatto con gli Stivali”, scritto con un linguaggio tipicamente romantico, si prendeva gioco della letteratura del tempo. La sua caratteristica, era quella di nascondere l’orrore, attraverso la comicità e l’ironia.
Al pari di “Barbablù”, che ritrae la vicenda del sanguinario uxoricida nell’immaginario collettivo e finì per essere associata alla figura del serial killer; quanto mai attuale ai nostri giorni. La morale, è quella di non disobbedire mai agli ordini del marito; se non vuoi ritrovarti in mille pezzi in una stanza segregata della casa, insieme alle altre ex consorti.
Il linguaggio metaforico, prettamente ludico, sociale o pedagogico, s’innesta nelle fiabe, dando una svolta anche alla vita reale.
Non a tutte le favole, però, era riservato il lieto fine del “vissero tutti, felici e contenti”; essendo quest’ultime, tratte da vecchi racconti popolari, dove primeggiavano: omicidi, infanticidi, situazioni di cannibalismo e abusi sessuali. In alcune versioni di “Cappuccetto Rosso”, essa, viene raccontata nell’atto di togliersi i vestiti, prima di essere mangiata dal Lupo. Un gesto che è stato metaforicamente associato allo strupro e alla violenza sessuale, come in “Hansel e Gretel”; dove la strega viene bruciata viva nel forno.
Nella dolcissima “Cenerentola”, le due sorellastre, pur di calzare la “scarpetta di vetro”, si tagliano – su consiglio della madre – un dito del piede. A svelare l’inganno, due colombelle che fanno notare al Principe, la copiosa fuoriuscita di sangue dalla scarpina.
La fiaba danese de “Il brutto anatroccolo”, viene spesso considerata un’allegoria delle difficoltà che sperimentano bambini e adolescenti durante la loro crescita. Serve a rinforzare l’autostima dei fanciulli, facendo loro accettare eventuali differenze che li dividono dal “gruppo” o, addirittura, ad essere fieri di tali “diversità” che potrebbero in realtà rivelarsi un dono. Se ne conclude che, nessuno mai dovrebbe essere rifiutato o emarginato come “diverso”. In quanto, a ben guardare, nessuno lo è.
Da questa vicenda, empatica e bene augurale, potrebbero ancor oggi, rinascere aspetti di solidarietà, comprensione e di uguaglianza reciproche. Senza classicismi, disparità ed inutili stereotipi che, appartengono al lato retrogrado dell’utopia e della malvagità umana.

Maria Rosa Oneto

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SCAPPO VIA di Maria Rosa Oneto

“Scappo via”

Ci sarà un cielo da dipingere a nuovo. Porte sfondate ad accogliere il sole. Cocci di esperienza gettati in strada. Rivoluzioni ad issare bandiere e finestre spalancate per far volare i pensieri.
Ci sono anch’io in questo lembo di terra salata. Un miscuglio di odori e spezie che imbalsamano il cuore. La tavola imbandita senza pretese, diventa un altare anche senza candele. È un giorno qualunque, di un anno imprecisato. Corre il tempo su binari affollati.
Ore calde di caffè, consumate in piedi, piene di malanni e filosofia. Escono le parole come nuvole di fumo. Le emozioni divagano e partoriscono alla spinta del vento. Mi vedo bella, senza guardarmi allo specchio. Fuori, passano i pendolari camminando come automi, caricati a molla. I visi già stanchi, le mani al ritmo di samba. I bambini sfrecciano a scuola, usciti dal pulmino, con la voglia di scappare e gettare via i libri. Il Mondo si muove ed io sto ferma. Guardo trasognata l’albero carico di mele e quello strano volatile dispettoso che ripete sino allo sfinito:” Dai che è giorno!” Potessi gli tirerei una scarpa e con un click spegnerei la luce sul “palcoscenico dei burattini”. “Tutti a dormire, un’altra volta!’
La vita aspetta, nascosta in agguato dietro ricordi edulcorati. Mi faccio forza, scendo dal letto, lasciandolo sfatto. Apro il rubinetto e inizia a piovere, quasi per dispetto. Nuvole passeggere rovesciano: risate, dolori, pentole sbattute, tocchi da un pianoforte a coda.
Eccomi, son pronta! Chiudo a doppia mandata la porta e scappo via ad inseguire la gioia di essere viva.

Maria Rosa Oneto

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“GENTE DI RIVIERA” di MARIA ROSA ONETO

Prosa:

“Gente di Riviera”

Per noi Gente di Riviera, il mare è un sogno avverato, una particella di cielo diluita nell’Oceano, un’avventura senza contorni che toglie scampoli alla terra e affonda l’intensità di ogni anima, in un abisso profondo.
Il mare, non è mai silenzioso, indolente, capriccioso al punto tale da non lasciarsi domare.
Sovente, scorre nelle vene, insieme al sangue e si fa vento di Ponente, luccicor dell’alba, stella del mattino che richiama i gabbiani e gli umili viandanti che seguono inesorabili i soliti pensieri.
Il mare, carne della mia carne è lo iodio che turbina il respiro. Salinità allo stato puro che disegna pagliuzze di cristallo sulla pelle nuda.
Trasparenza di onde contorte, schiumature di un verde smeraldo, “spuma da barba” per rose bianche, scarlatte o pennellate di giallo.
Lo vedi, lo senti e ti appartiene come il figlio che hai partorito. Docile, fremente, come donna innamorata. La sua voce son mille sussurri e suoni. Stramberie arcaiche o sonetti di frontiera. Ti parla e tu l’ascolti. L’umiltà dell’acqua cheta, trascinante ingorgo che si espande al largo. Va e ritorna con flusso costante. Catena di montaggio che sfrigola ore, meccanismi, ingranaggi. Si eleva e ripiomba traendo calma, brezza di Levante che avvince gli scogli, la costiera, quell’offerta di case allineate cosi simili ai gelati.
Lo adori perché ci sei nata e ogni notte reciti la sua stessa preghiera. Anche da lontano, ne avverti la presenza. Ride come un giovane stolto, avventato. Piange con rugosità cavernose, quando il buio lo nasconde, lo affligge. Lo abbandona.
Cadono stelle che non si bagnano e restano a galla nel tracciare la rotta ai naviganti, ai pesci muti in eterna lotta con la vita. Raccoglie uomini, donne e bimbi che non hanno paura di attraversare il Mondo. Di notte hanno lo stesso incarnato e uno spirito d’ebano per affrontare i marosi. Lo sapevamo che, il mare, non vuole soltanto scaglie d’argento e voli di aironi. O pipe di vecchi pescatori e messaggi chiusi in bottiglia da secoli in attesa di essere letti.
Il mare, spesso, è un violento usurpatore.
Un demone in gara con l’Inferno. Un mitico guerriero senza Patria e senza Padroni.
La sua presenza, simile a quella di un nobile giustiziere, si estende su questa landa imbarbarita che muore a stento di peccati, vergogne e denari rubati; per rendere ogni essere umano, sempre più debole, inutile e schiavo.
Una vela ancor si estende all’orizzonte e sbuffa: pace e speranza in un azzurro infinito.

MARIA ROSA ONETO

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“IL TEMPO: I SUOI RICORDI” di MARIA ROSA ONETO

PROSA: “Il tempo: i suoi ricordi” di Maria Rosa Oneto.

Ho sempre vestito l’anima di solitudine e malinconia.
Non sono mai stata bambina con riccioli di spensieratezza, poggiati sul cuscino.
Dalle vetrate, dove mi specchiavo, entravano il rumore del mare e un sole capace di stordire il cuore.
Era pur sempre una corsia d’ospedale, piena di pianti, di odori disgustosi e di “trappole” per confondere i pensieri. Ridevo anche senza poter camminare o zoppicando affannata per quei lunghi corridoi dove il silenzio imperava e la paura si stendeva sui muri, sopra le vesti di frati e suore. Di infermiere dal ghigno malefico.
I feti indesiderati, galleggiavano in ampolle di vetro, creando domande senza risposta alle nostre piccole menti innocenti. Il cibo, servito in ciotole di metallo era vomitevole al pari forse di quello dei carcerati. La penombra che invadeva il reparto, sapeva di strani segreti, di bugie edulcorate dalla fantasia, di verità nascoste tra bisturi e garze.
Il ronzio di una “sega” che tagliava i gessi, metteva addosso un terrore sconfinato. Quando avrebbero reciso: un arto, una gamba, un braccio! Tremavano come fiori in un campo di grano. Sottile era l’immagine del dolore. Così impalpabile e trattenuto come una crisalide nell’atto di sbocciare. Scorrevano lacrime, subito asciugate per il timore di essere considerati: inutili, incapaci e fragili. Tenevamo tutto dentro senza pretendere altro. Crescevamo in fretta, non tanto di statura, ma nel desiderio di liberarci, di tornare a casa, di riprenderci la normalità di una vita che purtroppo non sarebbe mai stata normale.
Povere Creature, segnate dal destino, al frantumarsi di sogni appena iniziati. Con la ritrosia di un’adolescenza che turbinava lo spirito, riempiva la pelle di brividi d’amore, provocando una sessualità più letta che goduta.
Spruzzi di erotismo in una speranza familiare sempre più ottusa e chiusa all’esistenza.

Maria Rosa Oneto

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