SCAPPO VIA di Maria Rosa Oneto

“Scappo via”

Ci sarà un cielo da dipingere a nuovo. Porte sfondate ad accogliere il sole. Cocci di esperienza gettati in strada. Rivoluzioni ad issare bandiere e finestre spalancate per far volare i pensieri.
Ci sono anch’io in questo lembo di terra salata. Un miscuglio di odori e spezie che imbalsamano il cuore. La tavola imbandita senza pretese, diventa un altare anche senza candele. È un giorno qualunque, di un anno imprecisato. Corre il tempo su binari affollati.
Ore calde di caffè, consumate in piedi, piene di malanni e filosofia. Escono le parole come nuvole di fumo. Le emozioni divagano e partoriscono alla spinta del vento. Mi vedo bella, senza guardarmi allo specchio. Fuori, passano i pendolari camminando come automi, caricati a molla. I visi già stanchi, le mani al ritmo di samba. I bambini sfrecciano a scuola, usciti dal pulmino, con la voglia di scappare e gettare via i libri. Il Mondo si muove ed io sto ferma. Guardo trasognata l’albero carico di mele e quello strano volatile dispettoso che ripete sino allo sfinito:” Dai che è giorno!” Potessi gli tirerei una scarpa e con un click spegnerei la luce sul “palcoscenico dei burattini”. “Tutti a dormire, un’altra volta!’
La vita aspetta, nascosta in agguato dietro ricordi edulcorati. Mi faccio forza, scendo dal letto, lasciandolo sfatto. Apro il rubinetto e inizia a piovere, quasi per dispetto. Nuvole passeggere rovesciano: risate, dolori, pentole sbattute, tocchi da un pianoforte a coda.
Eccomi, son pronta! Chiudo a doppia mandata la porta e scappo via ad inseguire la gioia di essere viva.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

Foto: Pixabay
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“GENTE DI RIVIERA” di MARIA ROSA ONETO

Prosa:

“Gente di Riviera”

Per noi Gente di Riviera, il mare è un sogno avverato, una particella di cielo diluita nell’Oceano, un’avventura senza contorni che toglie scampoli alla terra e affonda l’intensità di ogni anima, in un abisso profondo.
Il mare, non è mai silenzioso, indolente, capriccioso al punto tale da non lasciarsi domare.
Sovente, scorre nelle vene, insieme al sangue e si fa vento di Ponente, luccicor dell’alba, stella del mattino che richiama i gabbiani e gli umili viandanti che seguono inesorabili i soliti pensieri.
Il mare, carne della mia carne è lo iodio che turbina il respiro. Salinità allo stato puro che disegna pagliuzze di cristallo sulla pelle nuda.
Trasparenza di onde contorte, schiumature di un verde smeraldo, “spuma da barba” per rose bianche, scarlatte o pennellate di giallo.
Lo vedi, lo senti e ti appartiene come il figlio che hai partorito. Docile, fremente, come donna innamorata. La sua voce son mille sussurri e suoni. Stramberie arcaiche o sonetti di frontiera. Ti parla e tu l’ascolti. L’umiltà dell’acqua cheta, trascinante ingorgo che si espande al largo. Va e ritorna con flusso costante. Catena di montaggio che sfrigola ore, meccanismi, ingranaggi. Si eleva e ripiomba traendo calma, brezza di Levante che avvince gli scogli, la costiera, quell’offerta di case allineate cosi simili ai gelati.
Lo adori perché ci sei nata e ogni notte reciti la sua stessa preghiera. Anche da lontano, ne avverti la presenza. Ride come un giovane stolto, avventato. Piange con rugosità cavernose, quando il buio lo nasconde, lo affligge. Lo abbandona.
Cadono stelle che non si bagnano e restano a galla nel tracciare la rotta ai naviganti, ai pesci muti in eterna lotta con la vita. Raccoglie uomini, donne e bimbi che non hanno paura di attraversare il Mondo. Di notte hanno lo stesso incarnato e uno spirito d’ebano per affrontare i marosi. Lo sapevamo che, il mare, non vuole soltanto scaglie d’argento e voli di aironi. O pipe di vecchi pescatori e messaggi chiusi in bottiglia da secoli in attesa di essere letti.
Il mare, spesso, è un violento usurpatore.
Un demone in gara con l’Inferno. Un mitico guerriero senza Patria e senza Padroni.
La sua presenza, simile a quella di un nobile giustiziere, si estende su questa landa imbarbarita che muore a stento di peccati, vergogne e denari rubati; per rendere ogni essere umano, sempre più debole, inutile e schiavo.
Una vela ancor si estende all’orizzonte e sbuffa: pace e speranza in un azzurro infinito.

MARIA ROSA ONETO

Foto Pixabay

“IL TEMPO: I SUOI RICORDI” di MARIA ROSA ONETO

PROSA: “Il tempo: i suoi ricordi” di Maria Rosa Oneto.

Ho sempre vestito l’anima di solitudine e malinconia.
Non sono mai stata bambina con riccioli di spensieratezza, poggiati sul cuscino.
Dalle vetrate, dove mi specchiavo, entravano il rumore del mare e un sole capace di stordire il cuore.
Era pur sempre una corsia d’ospedale, piena di pianti, di odori disgustosi e di “trappole” per confondere i pensieri. Ridevo anche senza poter camminare o zoppicando affannata per quei lunghi corridoi dove il silenzio imperava e la paura si stendeva sui muri, sopra le vesti di frati e suore. Di infermiere dal ghigno malefico.
I feti indesiderati, galleggiavano in ampolle di vetro, creando domande senza risposta alle nostre piccole menti innocenti. Il cibo, servito in ciotole di metallo era vomitevole al pari forse di quello dei carcerati. La penombra che invadeva il reparto, sapeva di strani segreti, di bugie edulcorate dalla fantasia, di verità nascoste tra bisturi e garze.
Il ronzio di una “sega” che tagliava i gessi, metteva addosso un terrore sconfinato. Quando avrebbero reciso: un arto, una gamba, un braccio! Tremavano come fiori in un campo di grano. Sottile era l’immagine del dolore. Così impalpabile e trattenuto come una crisalide nell’atto di sbocciare. Scorrevano lacrime, subito asciugate per il timore di essere considerati: inutili, incapaci e fragili. Tenevamo tutto dentro senza pretendere altro. Crescevamo in fretta, non tanto di statura, ma nel desiderio di liberarci, di tornare a casa, di riprenderci la normalità di una vita che purtroppo non sarebbe mai stata normale.
Povere Creature, segnate dal destino, al frantumarsi di sogni appena iniziati. Con la ritrosia di un’adolescenza che turbinava lo spirito, riempiva la pelle di brividi d’amore, provocando una sessualità più letta che goduta.
Spruzzi di erotismo in una speranza familiare sempre più ottusa e chiusa all’esistenza.

Maria Rosa Oneto

Foto Pixabay