LA STORIA DI UNA RINASCITA:”IL RAGAZZO NELLA STANZA COI SUOI TACCHI ROSSI”  DI ANDREA DONNINI A cura di SABRINA SANTAMARIA

La storia di una rinascita: “Il ragazzo nella stanza coi suoi tacchi rossi” di Andrea Donnini a cura di Sabrina Santamaria.

Raccontare di sé non è sempre facile, nemmeno è un atto spontaneo o incondizionato soprattutto quando si decide di regalare senza filtri frammenti di se stessi a chiunque mettendo nero su bianco la propria vita, le proprie debolezze soprattutto i propri errori. Il romanzo di Andrea Donnini è stato per me uno pugno nello stomaco salvifico, una sberla che mi ha fatto ricordare tutto quello che Dio ha mi ha concesso. “Il ragazzo nella stanza coi suoi tacchi rossi” è una storia che tutti dovrebbero leggere, appassionati della lettura e non, in quanto non è il solito banale romanzo del “ragazzetto” omosessuale che scopre la sua identità di genere e vuole essere accettato per quello che è, questa testimonianza di vita è molto di più di questo banale racconto. Il Nostro Andrea insieme alla penna di Simone Lega mette insieme un mosaico di sentimenti, stati d’animo, eventi amorosi, ma soprattutto dolorosi, turbamenti interiori che lo portano a fare uscire fuori il “mostro” che c’era dentro, quel mostro che dapprima lo stuzzicava, gli solleticava i pensieri e che a metà strada si impossessa di lui. Questo libro l’ho divorato in soli due giorni per la forte impronta che il suo autore ha saputo dare, ha unito un forte scavo psicologico, problematiche sociali, come il giovane Manfredi che avendo rapporti sessuali ha contratto l’aids oppure Guglielmo che si prostituiva il quale alla fine depresso paga il pegno dei suoi peccati con la morte. Ogni personaggio paga il prezzo in proporzione dei suoi errori. Andrea alla fine è l’unico redento, l’unico a salvarsi fra le sue conoscenze e compie un cammino dal peccato alla salvezza. Il nostro giovane è in cerca di fama, successo, soldi, ma nonostante, tutto ciò lo ottiene la sua vita rimane vuota, spenta, al nostro Andrea manca sempre un tassello importante, uno snodo principale senza il quale il protagonista non può vivere, non deve vivere. Bulleggiato a scuola per la sua estrema timidezza, per la sua diversità che già da allora si intuiva il Nostro si sente un fallito, senza speranza: “I compagni arrivarono al punto che mi costringevano a pulirgli le scarpe da ginnastica con la lingua, e se non lo facevo mi chiudevano in bagno al buio, cosa che mi terrorizzava”. Molto fragile e delicato Andrea fin dall’inizio del suo racconto sa imboccare con classe gli eventi più traumatici della sua esistenza, come se si confidasse col lettore per narrargli delle sue pene: il suo asma cronico, che non gli permetteva di vivere una vita normale come tutti i bambini, l’amico di famiglia, il quale all’inizio della vicenda abusò una volta di lui. All’asma sembrava non ci fosse nessuna soluzione e sembrava una condanna inflitta a vita, ma tramite le preghiera e l’intercessione a Gesù, il Nostro viene guarito e liberato per sempre: “Poche parole, non la solita preghiera ripetuta a memoria, ma una supplica fatta con il cuore: “Signore, se tu vuoi, libera questo bambino nel nome di Gesù”. (…) Non ci volle molto. Sentii che qualcosa si staccò dal mio petto. Smisi di ansimare. Respirai. Bei respiri profondi e appaganti”. Molto simile a quello che accade nei Vangeli in cui Gesù dava la vista ai ciechi, dava la voce al muto, faceva saltellare lo zoppo. Nonostante questo miracolo, però, Andrea decide di fare le sue esperienze aprirsi a quello che il mondo offre: illusioni, delusioni, menzogne, sofferenze, bugie, malignità. All’Inferno Dantesco si apre e percorre la voragine infernale fino ad arrivare al fondo, ma toccandolo con mano, prende la sua risalita verso Gesù, verso la salvezza, prova di tutto: sesso, serate in discoteca senza sosta, flirt e persino diventa una drag queen di nome Divina, ma niente di tutto questo gli può donare l’amore e la vera felicità, perché tutte queste cose non sono altro che frivolezze che hanno maschera e dietro di essa si nasconde il loro vero volto. L’ossessione del nostro protagonista sono i tacchi rossi, aveva nell’intimo del suo cuore una foto strappata da una rivista quando era un bambino con un paio di tacchi rossi; ad ogni storia sentimentale, ad ogni delusione egli si rifugiava nella sua stanza con la foto dei tacchi rossi. Possono davvero un paio di tacchi rossi lenire ogni ferita? Quello che possediamo può colmare le nostre carenze affettive? Ovviamente no. A fare da cornice alla vicenda vi sono gli amici di Andrea: Ginevra, Terence, Claudio, Ascanio, Alberto, Achille, Zaira, Monica, Flavio, anche loro si inseriscono in quell’Inferno Dantesco dal quale non ne riescono a risalire, l’unico superstite è solo Andrea, un uomo ferito, sofferto, piegato, ma che alla fine non si spezza e vola in alto come un’aquila, abbraccia la fede come possibilità di redenzione e ci riesce, il suo vuole essere anche un monito, una riprensione alla società contemporanea che ci invita a vivere a modo nostro , a seguire i nostri istinti, Terence incarna bene questa tendenza e mi è sembrato il Lord Henri della situazione come nel romanzo di Oscar Wilde “Il ritratto di Dorian Gray”, ma la storia segue sviluppi diversi, tutti noi lettori sappiamo che il mitico Dorian Gray muore a causa della sua dissolutezza e alla sua vanità volendo essere lui un’opera d’arte, per certi versi il nostro Andrea sembra per tutto il corso del romanzo prendere la stessa piega, ma alla fine si redime, si rende conto della sua pochezza e chiede perdono a Dio accettandolo nella sua vita. Da cristiana evangelica non posso che ammirare Andrea Donnini per il coraggio che ha avuto di pubblicare la sua testimonianza, leggendola si rimane senza fiato e sospesi riflettendo per ore per ore sui capitoli di questo coinvolgente romanzo.
“Ma ringraziato sia Dio perché nel giorno più buio della mia vita, quando ero a un passo dalla fossa, e credetemi, ho veramente toccato il fondo! E ho gridato con tutto il mio cuore, con tutte le forze che avevo, Dio mi ha tirato fuori. Dio mi ha liberato!” Andrea Donnini

Sabrina Santamaria

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“Poveri, ricchi e benestanti” ovvero lo studio critico di Giulio Sacchetti: una inedita concettualizzazione del benessere economico (a cura di Sabrina Santamaria).

“Poveri, ricchi e benestanti” ovvero lo studio critico di Giulio Sacchetti: una inedita concettualizzazione del benessere economico.

Un’analisi attenta e critica della situazione italiana degli ultimi anni, un nuovo modo di considerare l’assetto economico-sociale italiano che vuole concentrarsi davvero sulle reali esigenze della popolazione. Uno studio molto certosino e minuzioso che ricontestualizza totalmente, a mio giudizio, concetti come povertà, ricchezza, benessere economico: “La povertà estrema (o assoluta) è basata su un paniere di consumo minimo, dove non si dispone delle primarie necessità (come acqua, cibo, vestiario ed abitazione). […] La povertà relativa, invece, è la percentuale del reddito medio che fa riferimento ad una soglia convenzionale, adottata intenzionalmente e individuata attraverso il consumo pro capite, o reddito medio, che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello individuale dello stato nazionale”. Lo scopo di Sacchetti è quello di gettare abbagli di luce su una mentalità che vorrebbe attanagliarsi completamente nei meandri della società anche meno abbiente secondo la quale la povertà è solo correlata agli indici di reddito pro capite o ai dati di disoccupazione sociale, in realtà la povertà abbraccia fasce di popolazioni sempre più ampie e non si misura solamente sulla base di possedere uno stipendio oppure no, ma vi sono diverse variabili da considerare e tenere assolutamente presenti: la qualità delle condizioni igienico-sanitarie, la possibilità di potersi permettere le adeguate cure sanitarie ed anche alla facoltà di poter possedere livelli di istruzione oltre la scuola secondaria: “ Scuola, università, lavoro dovrebbero essere i percorsi naturali che, senza pause ed interruzioni, potrebbero consentire al ceto medio di rivitalizzare la propria presenza nella società”. Sacchetti mi ha fatta riflettere molto su queste tematiche che non vanno assolutamente trascurate che riguardano tutto il pianeta. Il nostro autore ci fa notare che il numero dei “nuovi poveri” è aumentato considerevolmente e senza sosta negli ultimi anni del nuovo millennio, l’inflazione è stato un fenomeno che ha influito notevolmente sulle famiglie italiane soprattutto nel ceto medio: “ Il ceto medio, di fronte ai colpi della globalizzazione, che ha imposto profondi cambiamenti, sembra relegato in un angolo e pare, addirittura, che stia uscendo fuori di scena”, ma anche in Europa e negli USA volendo allargarci in modo ampio alla situazione dell’Eu. Lo scopo del Nostro è quello di aprire nuove prospettive e nuovi scenari con occhio clinico e in modo ponderato considerando le ultime statistiche dell’Istat e gli ultimi dati forniti dagli enti più attendibili, mettendoli a confronto in modo critico. Sacchetti mi ha fatto fare dei salti indietro ai miei studi della triennale quando in alcuni corsi di filosofia contemporanea approfondivamo i concetti del filosofo indiano Amartya Sen, il quale ha vinto il premio Nobel nel 1998 per l’economia, il suo criterio delle capacitazioni si incrocia perfettamente con l’itinerario del Nostro. Leggendo questo libro mi è venuto il “banchiere dei poveri” Mahumud Yunus che ha risollevato le sorti del suo paese, anche lui vincitore del Premio Nobel nel 2006, ha finanziato dei prestiti per i suoi compaesani dando loro possibilità di vita migliori.

Sabrina Santamaria

UNO SGUARDO CAPOVOLTO CHE APRE PROSPETTIVE SCONOSCIUTE “CONFUSIONE ILLUMINANTE” DI SERGIO RUSSO a cura di SABRINA SANTAMARIA

Uno sguardo capovolto che apre prospettive sconosciute
“Confusione illuminante” di Sergio Russo.

È possibile rendere concreta la bellezza? I giovani potrebbero farsi portavoce del bello? Autori come Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio, Baudelaire appartengono a quella schiera di letterati che i critici hanno catalogato nell’ampia schiera degli “Esteti”, dei “dandy” con personalità eccentrica. Nella società contemporanea è plausibile poetare sulla bellezza? Si può trasporre in un concetto? A mio giudizio essa è qualcosa di indefinito, di infinito, di inquantificabile, ad oggi possiamo tranquillamente affermare che non esiste una definizione univoca della bellezza perché racchiude diversi aspetti e significati, oso dire che con le nostre opere d’arte la possono sfiorare a mala pena, ma non viene mai raggiunta completamente è inafferrabile e irraggiungibile. La bellezza la possiamo trovare e scrutare nel caos del mondo, non nell’ordine e nella ponderatezza. È questa l’idea che ci vuole dare Sergio Russo, autore giovanissimo, nel suo itinerario mai scandito da ritmi perfetti, la sua è una ricerca di significato che non parte mai da uno sguardo logico, egli trasmuta la realtà che ci circonda, cambia l’usuale in inusuale. È un poeta che ama capovolgere la vita e osservarla con i piedi in aria e la mani per terra, guarda il mondo da un’angolazione nuova, che non esiste, fuori da ogni pensiero umano o da ogni logica, è così che il nostro giovane poeta scandaglia la bellezza del reale scrutandola da un punto di vista che non esisterebbe senza la sua invenzione e la sua penna, è un punto di vista che per certi versi apre varchi di luce ove prima vi era oscurità. Il Nostro è come se prendesse il mondo nelle sue mani lo mescolasse e cambiando l’ordine precostituito delle mode, degli usi e costumi crea una nuova prospettiva che prima era impensabile, ma che adesso crea luce, da qui anche il titolo della raccolta “Confusione illuminante”, infatti in “Così per dire” scrive: “Ti applaudirebbe il pubblico, in una muta esibizione?” e in “Fare e lasciar fare” così il poeta si esprime: “Serve morire per tornare a capire”. “Confusione illuminante” è l’espressione della penna di chi capovolge il consueto, il conosciuto, l’usuale, è come se il poeta ci invitasse a osservare la realtà in modo diverso, in modo capovolto, solo cambiando i nostri scontati punti di vista possiamo scoprire nuove verità su noi stessi e sugli altri, solo così si può fare più luce e chiarezza nei meandri più oscuri di una vita che a volte sembra sfuggirci di mano: “Sii più uomo di chi predica umanità” anche in “Mi chiedevo se sai tenere un segreto” vi è la tendenza al capovolgimento del reale anche nei suoi piccoli aspetti: “Ritrovarla vorrei, vagabondo tra il nero giorno e la bionda notte.” Sergio Russo ha il coraggio di mostrarsi non come il poeta con funzione di mentore per la società che regala al pubblico l’immagine del saggio consigliere, ma egli si mostra come un pagliaccio, un mimo, un saltimbanco, colui il quale con la sua satira crea un modo inedito di vita e ce lo mostra con tutta la sua sincerità senza finzioni o maschere, elimina la distanza anche impercettibile che fra scrittore e lettore mettendosi nella prospettiva di chi legge e non di chi scrive sconvolgendo i piani di osservazioni e come se creasse un “cubismo poetico” catturando tutti i possibili punti di vista, forse anche quelli inesistenti come in “Pagliaccio”: “Sei un comico dalla triste battuta, una risata di disperazione” oppure in “Quell’altra angolazione” ci svela le fragilità più intrinseche di appartenere al genere umano: “Perché non siamo saggi, perché siamo codardi”. “Confusione illuminante” è il tentativo, a mio giudizio, azzeccato di rendere nero su bianco l’immagine di noi stessi e degli altri che costantemente non realizziamo e ci sfugge come un sogno che non sappiamo mai raccontare, Sergio Russo “vola sul nido del cuculo” e ci prova a tessere versi che apparentemente potrebbero sembrare confusi, ma che in realtà aprono varchi in un mondo ancora inesplorato.
“Un’ultima cosa mi resta da dire… con me all’inferno ci vorreste venire?” (cit. “On the highway” S.Russo).

Sabrina Santamaria

● BIOGRAFIA DI SERGIO RUSSO

Sergio Russo, nato a Messina nel 1994, sta concludendo gli studi presso la facoltà di scienze politiche della sua città. Si interessa di scrittura e poesia già dall’età di 16 anni, anche grazie all’influenza del poeta e amico siciliano Filippo Faillaci. Vincitore di vari premi a livello cittadino e regionale, dalle sue poesie lascia spesso emergere passioni diverse come il cinema e la musica. Tra gli altri, cita spesso con profonda ammirazione e gratitudine, l’influenza indiretta di autori come Ungaretti, Pavese, Pasolini. Nel 2014, ha pubblicato per Armando Siciliano Editore la raccolta poetica “Confusione Illuminante”.

● INTERVISTA ALL’AUTORE

S.S.: Il titolo della tua raccolta “Confusione illuminante” è la volontà di voler mettere nero su bianco diverse emozioni apparentemente confuse per “illuminare il lettore”?

S.R.: La confusione dà l’idea di un lavoro da perfezionare. È nella confusione del proprio essere che l’io ritrova se stesso. Anche quando si tocca il fondo si può risalire perché non bisogna mai fermarsi.

S.S.: Quali sono i tuoi miti letterari contemporanei?

S.R.: Non voglio risponderti con la solita retorica, ma dopo autori come Pavese e altri come lui che sono riusciti a mettere a nudo la loro anima non ci sono stati in ambito letterario molti esempi da seguire come miti (mi riferisco ad autori molto conosciuti, non a quelli emergenti) questo è dovuto al fatto che i giovani si mantengono piuttosto defilati da certi ambiti come la letteratura o l’arte.

S.S.: La poesia deve necessariamente seguire uno stile , una metrica?

S.R.: La poesia deve apparire “naturale” come le foglie che crescono sugli alberi. Non ha uno stile preciso il poeta. Egli scopre se stesso e si racconta al lettore.

S.S.: La tua poetica ha un target di riferimento?

S.R.: Sì, penso che potrebbe far riflettere molti giovani della mia generazione per scuoterli dall’apatia per entrare in empatia con loro.

S.S.: Esiste una tua poesia che rispecchi la tua poetica?

S.R.: Il termine poetica è limitativo. Quando ci si esprime non si può sempre seguire un canone. I momenti della vita sono diversi come anche le mie poesie sono differenti e rispecchiano tutte molti significati, non c’è una poesia che possa racchiudere il mio stile perché cambia secondo il mio sentire.

S.S.: Quale compito ha la poesia per te?

S.R.: Non è compito dell’artista soccombere come disse un regista molto famoso come Woody Allen. La poesia può fungere da terapia per scavarsi dentro senza gravare sugli altri.

S.S.: Quando un poeta può sentirsi realizzato?

S.R.: La realizzazione non può arrivare al culmine, mai pienamente. Sentirsi realizzati è un processo in fieri.

S.S.: Da dove viene la tua ispirazione poetica?

S.R.: Il mio rapporto con la poesia è molto intimo. L’ispirazione per certi versi potrebbe definirsi “banale”. Non ha una sintonia con il paesaggio, ma è una ricerca profonda nel mio essere.

S.S.: Quali sensazioni ha suscitato in te la stesura di questa raccolta poetica vista la tua giovane età?

S.R.: Per me scrivere è colmare un vuoto, un bisogno esistenziale del poeta che scandaglia la sua vita con dei versi. È stato come riempire la mia anima.

S.S.: La pubblicazione è una scelta che rifaresti?

S.R.: Pubblicare la mia opera è stato un processo in evoluzione. Quando si scrive i primi tempi è un’esperienza intimistica poi però nasce l’esigenza di rendere noti i propri componimenti, credo sia automatico.

La silloge poetica del crocevia tra “DESIO” e SPIRITUALITÀ “KA_R_MASUTRA” di IZABELLA TERESA KOSTKA a cura di SABRINA SANTAMARIA

La silloge poetica del crocevia tra “desio” e spiritualità.

KA_R_MASUTRA è l’espressione più profonda della femminilità dell’autrice, è il sinodo tra carnalità e spiritualità di una donna come Izabella Teresa Kostka carica di passione, di amore per la letteratura, di una forte spinta all’infinito che la attrae alla bellezza dolce di un verso intriso di significato. Il poetare della Nostra esprime con fermezza il suo attaccamento alla vita, alla passione in tutte le sue forme, all’essere intrinseco femminile che si estrinseca nei desideri dell’umanità. La Nostra sa creare un crogiolo perfetto fra innovazione e tradizione, mostra una grande conoscenza di autori classici, ma allo stesso tempo mostra una grande capacità di “verseggiare” in un modo che appartiene soltanto a lei. Accostandomi a questa raccolta ho avuto l’insolita sensazione di leggere delle poesie molto dense di spiritualità, anzi nell’espressione della carnalità si esplica la forza d’animo accesa della nostra autrice. Al contrario di quello che si potrebbe pensare questa silloge poetica non narra semplicemente di un banale desiderio sessuale della donna oppure dell’intima unione tra maschio e femmina, non è questo il messaggio della nostra poetessa, il suo intento, invece, è quello di mostrare in itinerario completo che parte dal “desio”, ma che si conclude nella dolcezza dello spirito, la particolarità di KA_R_MASUTRA è la sua versatilità, si può passare dal desiderio alla spiritualità e dalla spiritualità al desiderio, sono delle facce della stessa medaglia, componenti indispensabili dell’umanità. Il Karma è una parola che proviene dal sanscrito indiano e indica l’idea della consequenzialità, della successione di causa-effetto, questo è molto indicativo in quanto “desio” e “anima” non completamente scissi, due realtà opposte, invece il messaggio della Nostra è quello di creare un crocevia, un ponte di collegamento fra esse come accade nella poesia “Lovers”: “ S’accoppiavano di notte,/ sul marciapiede,/ avvolti dai cartoni trovati per strada,/ ultimi testimoni del puro amore/ seviziato da tutti in cambio dell’oro” . Poetessa di ampio respiro che ha vinto numerosi premi e riconoscimenti letterari la Nostra ci dimostra di saper unire un’immensa varietà di tematiche, ella pone sopra ogni altro aspetto l’importanza dell’essere donna a prescindere da qualsiasi situazione ella si possa trovare come ad esempio in “Lolita” e in “Puttana” lancia quasi una denuncia sociale per sottolineare che nessuno decide di rivestire un determinato “ruolo sociale” senza l’approvazione del corpo sociale: “Mi chiamate puttana,/eppur varcate ogni confine dei sensi di colpa per palparmi la carne e le calde membra. (…) Ora mi date della puttana?/ Eppur sono io la vostra Padrona!”. Ancora vi è un significato nascosto la femmina è stata considerata da sempre l’istigatrice del male la quale portò l’uomo a peccare, a disobbedire a Dio e a conoscere il bene ed il male. La donna, quindi, è considerata la colpevole del peccato dell’umanità, colei che provocò la cacciata dall’Eden, ma anche in questa tematica la Nostra ci lancia un messaggio: “è davvero la donna colpevole di tutti i mali sulla terra?” Ecco Izabella Teresa Kostka ci sfata dei miti che da sempre si sono protratti nella società non solo orientale, ma anche occidentale; le colpe sono condivise, i mali della società sono il frutto degli errori fatti in comune da tutto il genere umano al di là dell’appartenenza di genere, infatti nel “Prologo: serpente” scrive: “Sssssss_striscerai Umano/ sulla secca Terra nei secoli dell’inferno,/ espulso dalla ricchezza dell’Eden/ sudando come i semplici mortali”. In questi versi è anche presente una personificazione in quanto il serpente è personificato nel genere umano, è come se la tentazione nella quale l’uomo cadde nell’Eden non sia imputabile al serpente, ma all’uomo stesso, avido di peccato. La Nostra ha il desiderio di affrontare qualsiasi tematica nei suoi versi, perché mediante il genere poetico ogni argomento può essere affrontato, il messaggio dell’autrice è comunicare al lettore l’eterogeneità dei temi della poesia che non si ferma solo ad un livello dell’Essere, ma percorre tutto il Sentire dell’Essere intrinsecamente parte inscindibile della propria natura.

Sabrina Santamaria

GLI OCCHI DELL’INFINITAMENTE ALTRO “L’AUTISMO SUSSURRA” di DOLORES SANTORO a cura di SABRINA SANTAMARIA

Gli occhi dell’infinitamente Altro
“L’autismo sussurra” di Dolores Santoro.

“Possiamo entrare noi nella mente di un pipistrello?” si chiedeva lo studioso Nagel, ovviamente sostenendo la tesi che non possiamo in quanto il pipistrello ha una forma mentis diversa che lo porta a vivere un’esistenza altra rispetta alla nostra. Allo stesso tempo Albert Einstein sostenne che ogni persona ha un potenziale di apprendimento suo differente da ogni persona: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.” è ovvio che le sue abilità risulterebbero nulle, ogni individuo è intelligente e sensazionale a modo suo. Alcuni anni fa in Italia i soggetti diversamente abili erano considerati castighi divini o si pensava fossero posseduti dal male, forse non vorrei esagerare, ma alcuni pregiudizi continuano ad esserci ancora oggi, in questa sede mi viene in mente il film “Il figlio della luna” in cui la madre di Fulvio, ragazzo spastico, in tempi diversi da oggi riesce a fare studiare il ragazzo e farlo affermare, missione totalmente impossibile negli anni ’70 nonostante l’art. 3 della nostra Costituzione Italiana entrata in vigore il 1 Gennaio del 1948 sancisce il diritto all’uguaglianza di tutti i cittadini italiani e lo Stato dovrebbe cercare di attenuare ogni ostacolo e fare in modo che questo principio si realizzi. Ma davvero questo principio ad oggi può dirsi realizzato? Veramente le scuole italiane sono attrezzate per accogliere i ragazzi diversamente abili? Gli insegnanti hanno un’adeguata preparazione per questi giovani? Sicuramente rispetto alcuni anni fa abbiamo fatto alcuni passi avanti, ma non dobbiamo certamente rallentare il passo o addirittura fermarci. Ogni volta che affronto la tematica della diversità, cerco di sforzarmi e immaginarla in tutte le sfaccettature (di genere, culturale), in questo articolo mi concentrerò sui giovani o bambini diversamente abili e su quanto loro possano essere una risorsa per la società europea e per la scuola. Il termine “normodotato” mi porta a guardare con un certo sospetto perché quali sono i confini entro i quali qualcuno potrebbe definirsi “normale” e quale il punto d’arrivo in cui una persona potrebbe definirsi “malata” mentalmente, psichicamente? In realtà i confini sono molto labili, non vorrei deludere nessuno con questo assunto. È proprio questo l’invito della nostra autrice Dolores Santoro in “L’autismo sussurra” in cui ci racconta in modo accorto, con dedizione l’esperienza con suo figlio autistico Emanuele, ci narra la scelta sua e di suo marito di non restare nell’anonimato e di “uscire allo scoperto” per crescere insieme e per essere supporto per alcuni genitori che dovevano affrontare la stessa tematica perché i loro figli sono pure autistici. La nostra ha creato un’associazione che si chiama “Notteblu” per venire incontro alla società e per sensibilizzarla su questa tematica molto attuale. Da studente in pedagogia devo estremamente affermare che stimo molto la decisione della nostra autrice. Mi ha molto colpita la sua ostinazione ad agire ed allo stesso tempo l’invito che porge in questo libro a non considerare l’autismo come una malattia, ma come una caratteristica di suo figlio come possono essere “il colore degli occhi o dei capelli”, la Nostra ci racconta risolutamente: “Io non penso più alla guarigione di mio figlio!”, ha imparato che non deve essere necessariamente Emanuele ad entrare nel nostro mondo, ma possiamo provare anche ad entrare nella sua realtà, sua come di ogni altro bambino autistico, in realtà bisognerebbe creare un ponte di incontro, uno sforzo esperienziale che ci aiuta ad avvicinarci a questo modo di essere infinitamente diversi. Solo cosi queste esperienze possono diventare possibilità di crescita e di condivisione per trarne delle risorse piuttosto che dei problemi. La Nostra ha un’accuratezza dei particolari nel descrivere la mente autistica. Lo fa con linguaggio semplice e comprensibile a tutti, ma coglie i punti cardine della mente autistica. Spesso si parla di “Spettro autistico” considerandolo un handicap che affligge le famiglie, il titolo che ha dato al libro ci dà l’idea di qualcosa di delicato, non siamo noi a dover insegnare i nostri precetti ai bambini autistici, ma è l’autismo a volerci raccontare tante cose di sé con dolcezza agli orecchi di chi sa ascoltare. Ci “sussurra” la sua ricchezza di possibilità che può darci! A noi sta l’ascoltare con orecchio attento la sua flebile voce con pazienza e dedizione. È troppo comodo e semplice affibbiare un’etichetta, la nostra missione è accogliere le differenze come valore nelle scuole soprattutto. La scelta di aver inserito nel diario, questo piccolo-grande itinerario, i disegni di Emanuele è stata propedeutica al progetto in quanto trasportano il lettore e fanno da cornice al libro perché anche quelli ci raccontano il modo di vedere il mondo di chi lo guarda con occhi diversi, forse troppo sinceri! Uno sguardo che ingloba tutte le immagini di un oggetto e non generalizza e manca del pensiero astratto. Si respira la sua esperienza vissuta, è palpabile, sperimentata, forse a volte sofferta, ma affrontata con coraggio e col cuore in mano. Si può quasi toccare la sua storia in questo diario. Si ha quasi l’impressione che ad ogni parola letta si asciugasse ogni lacrima versata da Dolores Santoro per lo scoraggiamento iniziale. L’attenzione nella lettura è il regalo più bello che noi possiamo fare all’autrice. Seguire questo dolce itinerario ad ogni pagina ci fa sentire profondamente le angosce, i drammi di questi genitori che hanno avuto la forza dell’aquila per mostrare e raccontare del loro bambino e cimentarsi in questa stupenda avventura. Un’avventura che fa toccare le corde dell’infinito, dell’infinitamente Altro! Perché Noi siamo gli Altri.

“Ma ti chiamavo vita!

Per la stretta sulle braccia
e per il grandissimo tuo sorriso, per la primavera di quei primi sguardi fioriti all’improvviso”

Poesia “Ad Emanuele” di Dolores Santoro

Sabrina Santamaria

I MALEODORANTI VERSI DI VINCENZO CALÒ “STORIA DI UN ALITO DI PUZZOLA” a cura di SABRINA SANTAMARIA.

I Maleodoranti versi di Vincenzo Calò “Storia di un alito di puzzola”.

Marcel Duchamp nel 1917 creò un’opera che si intitolava “Fontana”, ma altro non era che un orinatoio, d’altronde l’arte Dada era un’avanguardia che creava volutamente queste “opere d’arte” in forma di protesta contro la guerra e le ingiustizie sociali. “Arte” non è solamente il gusto per il sublime o per la bellezza come hanno sostenuto i massimi teorici del Naturalismo francese il cui principale esponente era Emile Zola l’”Arte” principalmente deve avere un utile, deve denunciare le problematiche sociali, Zola stesso denunciò il caso Dreyfus in un suo articolo in cui denunciava l’accusa di un uomo ebreo arrestato per spionaggio, in realtà l’uomo era stato messo in carcere solo perché era ebreo e in questo vediamo come i miti dell’antisemitismo si propagavano in Europa prima dell’avvento del Nazismo. Ma i poeti in tutta questa storia che ruolo hanno? Possono abdicare al loro sublime, al loro cantuccio per venire fuori e urlare con i loro versi le perversioni sociali? Spesso mi chiedo chi è davvero il poeta? Chi può essere considerato tale? Chi scrive bene l’italiano? Chi usa molte rime e figure retoriche? Chi sa rispettare pause, accenti e la lunghezza del verso? Forse queste sono ottime qualità che si addicono ad un poeta, è indubbio che è meglio che questi le abbia, ma gli danno in sé l’essenza della poesia. Spesso autori che hanno ricevuto molti Premi, riconoscimenti hanno utilizzato delle espressioni tutt’altro che sublimi o auliche. È il caso di Vincenzo Calò, giovane autore, molto in gamba, ma che respira poesia; un ragazzo capace di formulare un verso in un attimo, anche quando nel quotidiano si esprime, ho avuto modo di scambiare vari e frequenti dialoghi con lui e una qualità che ho apprezzato molto è stata proprio questa tuttavia nelle sue raccolte è stato spesso aspro e duro usando un linguaggio che dai perbenisti potrebbe essere definito non consono per una raccolta poetica come nel caso di “Minacce di Morte”: “Quel tuo essere da curare facendo scodinzolare cuccioli di burla” oppure in “Per reagire”: “Fai luce per questo Novembre bruciato da forti venti di scirocco che provoca furti di droga a metà”. Spesso il Nostro senza mezze misure esprime la verità senza celare nulla al lettore anzi portandolo a riflettere su alcuni perbenismi sociali finti sbattendoci in faccia la verità che non sono i miserabili a distruggere l’economia, ma gli uomini in giacca e cravatta (i politici) apparentemente perfetti come esprime ironicamente in “Quando le ferie son volute”: “La montagna democratica ci suggerisce di dar retta ai direttori artistici a quelli che studiano ancora caratteristiche e qualità dei rocciosi custodi della crisi economica” per certi aspetti anche la poesia “Quand’è molto che non ci si vede” sfiora la stessa tematica: “Per imparare che la povertà non va temuta (…). Ti ferisci accorrendo alla finestra per un mio grido di allarme, nato e vissuto tra le stagioni truccate come le gare d’appalto”. Calò getta anche dei sassolini spigolosi per quanto riguarda il consumismo come in “Maleducazione”: “Spendo lacrime di mucca per sapere cosa vuoi dalla gente bella quanto la vita che guarda da lontano in mezzo ai maiali che si intendono di commercio lanciando clessidre nella fronte spaziosa del cliente che osa consigliare sul diversivo della sera quando il cuore ci spezza le ossa”. Non è nell’acquisto di un bene di consumo che copriamo il vuoto che abbiamo nel cuore, i giovani di oggi i propri disagi acquistando capi di abbigliamento seguendo la logica dell’apparire piuttosto di quella dell’essere e proprio su questo il Nostro lancia il sasso per poi nascondere la mano. “Storia di un alito di puzzola” è un titolo che non avevo immaginato mai potesse esistere per una raccolta poetica al massimo lo avrei pensato per una storia comica, invece questo autore mi ha lasciata piacevolmente sorpresa in quanto ha completamente fuorviato con le regole che secondo il senso comune dovrebbero appartenere al “Bravo poeta” di turno, in molte poesie ho avuto l’impressione che il Nostro lanciasse moltissimi sassi per poi ritrarre la mano esprimendo se stesso con moltissima originalità e stile quasi ricercato direi. La puzzola è quell’animale che puzza nel momento in cui si sente minacciato da qualcosa o qualcuno oppure perché avverte un pericolo, appunto Calò quanto percepisce con tatto fine e sguardo attento realtà sbagliate comincia ad emanare un cattivo odore per la società, deleterio perché “puzza” di sincerità, di lealtà, di genuinità, tutte qualità che non piacciono a chi vorrebbe giocare sporco. Ha, infatti, un “alito” di puzzola perché racconta tanti problemi che molti vorrebbero rimanessero celati. Il suo alito, la sua bocca puzzano al naso di chi vuole continuare a fingere che in fondo il mondo funziona bene, è colpa di alcuni individui che non si sono saputi impegnare ed integrare come alcune correnti di pensiero sostengono in cui vi sono dei soggetti che devono necessariamente soccombere a favore di alcuni membri alfa eletti destinati a conquistare il mondo. Non è così che funziona! Dietro questi deleteri meccanismi sociali vi sono logiche politiche, economiche, di potere che vogliono farci credere che noi siamo “imprenditori di noi stessi” quando invece dipendiamo da un grosso mercato globale in cui non ci sono né vincitori né vinti, ma se ancora continuiamo su questa scia usciremo tutti sconfitti, questo Calò lo sa proprio bene, ecco perché la sua poesia è maleodorante fin dentro il midollo anzi si scaglia contro il vero sudiciume della società. Il Nostro si inserisce nella categoria di molti giovani che si sono distinti dalla massa per essersi espressi a gran voce rischiarando anche verità intime dell’uomo che difficilmente confessiamo appunto nella poesia “Sconfessati” scrive: “Come dei giovani pazzi sprovvisti di commenti tecnici (…). Siamo esperti del tutto per niente”.
“Perché i progetti puzzano di burocrazia per fare colore e togliersi una vita, ma sempre allerta” cit. tratta da “Una struttura che crollerà” di Vincenzo Calò.

Sabrina Santamaria

LO SCOTTANTE “LIBECCIO” DI MATTEO AUTUORI a cura di SABRINA SANTAMARIA

Lo scottante “Libeccio” di Matteo Autuori.

Chi può essere considerato poeta? Colui che si esprime nei suoi versi con un linguaggio sublime, aulico? O colui che si rifà ai canoni classici della poetica (la rima, la lunghezza del verso)? Non vorrei peccare di presunzione nel dire che il vero poeta non è niente di tutto questo. Il poeta è lo spasimante più azzeccato delle sue emozioni e di quelle altrui, egli anela alle muse ed esprime ciò che c’è dentro di lui, espone la sua anima, non celando nulla. Ultimamente mi ha condotta a questa riflessione un giovane autore, Matteo Autuori, il quale non va letto con i soliti canoni. Questo poeta non si ricollega a nessuno stile precedente che io abbia letto, mi riferisco anche a poeti contemporanei o che ho conosciuto ultimamente; già inoltrandomi nei primissimi versi mi sono sentita sfidata dall’autore, era come se mi dicesse: “Se ancora mi leggerai sappi che non troverai la solita poetica”. Il suo stile è a dir poco scottante, il suo interesse è mettere a nudo le sensazioni dell’uomo (ed anche dell’autore) quelle più scottanti o più fredde che fanno venire la pelle d’oca, con magiche parole riesce a svelarle in “Abbraccio”: “ Pelle contro pelle… Corpi che si amano che barattano emozioni (…) è comunione di carne sangue saliva sudore salate lacrime…”, in quanto non siamo solo spirito, ma anche carne e sangue che vibrano, palpitano nel nostro essere creando infiniti sospiri. La sua poetica è originale, ma allo stesso tempo non declassante! Questa raccolta poetica non è nata per chi rimane fedele e chiuso alle “chiare fresche e dolci acque” (con tutto il rispetto per il nostro Petrarca), ma non condivido il modo di fare poesia di alcuni autori che rimangono arenati ai soliti modi di scrivere, sono molto persuasa a sperimentare, ad aprirsi all’innovazione conservando gelosamente i retaggi della tradizione. Il Nostro sa osare, mostra davvero carattere scrivendo come davvero sente dentro di sé, non si lascia condizionare dalle opinioni di potenziali critici che potrebbero valutarlo con toni negativi. Il nostro poeta è appunto un vento che soffia forte sul lettore che lo scuote dalle membra per farlo riflettere : “ Allontanati, stacca tutte le tue spine, distanzia oppressioni ed oppressori… Crea un tuo utero spaziale modella su te stesso la tua placenta esistenziale e godi…”. “Libeccio” è un titolo strettamente connesso alla storia personale del Nostro, ragazzo del Sud emigrato a Bergamo, pronto a scontrarsi contro varie difficoltà. È un vento che soffia da sud verso il nord, qualcuno che prorompe e arriva con classe facendosi ricordare e sapendosi raccontare, allo stesso tempo anche lo stile è una ventata di novità, un’opera di qualcuno che decide di mostrarsi senza classicismi finti o versi ispirati da surrogate reminiscenze di liceale memoria. Autuori dimostra di sapersi scrollare di dosso i banali pregiudizi sulla poesia che non fanno altro che ammazzare i veri artisti. Il Nostro si mette sullo stesso piano dell’uomo comune e come se ci comunicasse: “Io sono come te. Incarno i tuoi stessi ricordi, i tuoi stessi vissuti, solo che ho il coraggio di raccontarli”, mi ha ricordato l’introduzione ai “Fiori del male” di Charles Baudelaire in cui il “poeta maledetto” si paragona al lettore non elevandosi, perdendo l’aureola come egli stesso racconta, ed è quello che fa Autuori, è il poeta che per sua scelta getta la sua “aureola nel fango”. Una poetica tagliente la sua che squarcia la linea dei ricordi. Un crocevia sinuoso, tratteggiato prorompente che si dispiega attraverso la sua particolare sensibilità. Non ci manda nel pantano di uno stile classicheggiante, il suo è un urlo nella notte più nera, in un’epoca in cui l’uomo ha perso se stesso e dovrebbe ritrovarsi, egli si ritrova con piccante estrosità volgendosi in avanti all’estremo delle sue forze con tutto il coraggio che riserva ancora in “Come funziona la vita?” asserisce : “ Ama smodatamente ogni solleticante sensazione ed ama ancora, fallo con tutte le tue forze… che sia essere umano, che sia animale, che sia nobile oggetto, fallo… e non aver timore di fallire, perché il coraggio porta ad atti estremi, ma l’esser codardi uccide la vita stessa”. Un allarme, un grido di chi è davvero un poeta! Vera anima solitaria che nella foschia della quotidianità caccia la monotonia scagliandosi come dardo contro l’unanimità dell’inutile parvenza dell’essere, Autuori è come se con il vociare stridulo e sguainato esprimesse: “Io ci sono!” con titanica volontà sente il richiamo ai profondi valori dell’umanità che sembrano svanire come vapore, egli li rivendica! Sprigiona una caparbietà incredibile. È come quella Ginestra leopardiana che se ne sta ferma alle pendici del vulcano, pronta per essere distrutta, ma non si arrende. È uno scrittore che ci riconduce alla innegabile materialità di questa vita, traslandola alla spiritualità e captando l’anima come tutt’uno, un unico sentire con il corpo compiendo un tentativo forse raggiunto di simbiosi fra corpo e anima non scissi, ma in questi attimi rubati sono stati furtivamente insieme danzando in questi turbini di versi.

“Fare l’amore è più facce della stessa vita o più vite dietro tante facce diverse” Cit tratta dalla poesia “fare l’amore” di Matteo Autuori.

Sabrina Santamaria

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IL BOATO RUGGENTE DELL’ARTE: QUANDO GLI ARTISTI SI INORRIDISCONO a cura di SABRINA SANTAMARIA

Il Boato ruggente dell’arte: quando gli artisti si inorridiscono.

“Siate sempre capaci di sentire nel profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo” cit. di Ernesto Che Guevara

Un grande rivoluzionario come Ernesto Che Guevara affermò: “Vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere”. Vero pacifista, libertario tanto da morire in nome della libertà come i giovani della rivoluzione sessantottina che ripudiavano la guerra e la violenza i quali molti di loro furono pure arrestati. Ultimamente hanno denunciato le stesse problematiche due cantautori Ermal Meta e Fabrizio Moro con il testo musicale “Non mi avete fatto niente” che è un innovativo esempio di una denuncia nell’ambito della musica. Fabrizio Moro ed Ermal Meta decidono di creare a quattro mani un pezzo musicale che possa rimanere inciso nella storia di tutti i migliori cantautori dei tempi. A mio parere uno degli obiettivi dei Nostri è stato quello di dare origine ad un testo che possa scuotere nel profondo l’immaginario collettivo con lo scopo di far riflettere l’opinione pubblica su alcune problematiche di respiro mondiale: la guerra, il terrorismo, in generale se vogliamo la distruzione ingiustificata della violenza. Questo testo è risultato vincitore al Festival di Sanremo, primo posto a mio giudizio, sudato e meritato, non solo per il messaggio veicolato, ma anche per le scelte stilistiche adoperate; il testo di questa canzone mi riconduce mentalmente ad una poesia cantata. Ascoltando con dedizione e con accuratezza possiamo rintracciare figure retoriche come metafore, ossimori, iperboli (“Galassie di persone”). È come se i Nostri dicessero in modo chiaro ed esplicito: “La guerra non è mai un atto legittimo ed ogni modo non può essere mai giustificata. Il terrorismo nemmeno! Non si può ammazzare in nome di un dio, di una religione, di un’idea, è eticamente inaccettabile ed impensabile per un uditorio “sano” moralmente concepire di portare la pace nel mondo con una bomba o con una guerra”. Lo stesso discorso vale per il nostro paese, l’Italia, che manda i suoi soldati per fare le “missioni di pace” ed usano le armi da fuoco, un controsenso! Questa canzone mi ha riportata ai “Corsi e ricorsi storici” vichiani. La storia secondo Vico procede per cicli che si susseguono in un modo sempre uguale ripetendosi in tre cicli: età degli dei, età degli eroi ed età degli uomini. Oggi quale epoca stiamo attraversando? Qualche storico contemporaneo riuscirà a darci una chiave di lettura? E anche se uno studioso avanzasse ipotesi azzardate a proposito cosa potrebbe descriverci? E con quali coordinate storiche? Spesso gli intellettuali del nostro tempo, vedi la Turkle, ci forniscono un’interpretazione che è molto debitrice della posizione rousseauiana cioè: “Progresso-regresso”. Il progresso non ha portato più al benessere della società, il benessere lo ha portato agli albori della tecnologia, adesso la saturazione tecnologica per certi versi ha spaccato il mondo sociale creando: una società a microcosmo che diventa ipertrofica ed opulenta sempre più volubile e concentrata sul predominio dell’avere sull’essere come Erich Fromm ci suggerisce nella sua opera “Avere o essere?” mentre d’altro canto una società a macrocosmo dilaniata dalla miseria più assoluta. Tornando al nostro argomento iniziale pensiamo facilmente che in tutte le epoche ci sono state le ingiustizie e queste sono state denunciate attraverso le arti: musica, pittura, scultura, cinema, teatro e letteratura. Il video di “Non mi avete fatto niente” ha scosso la nostra mente, la nostra coscienza . Fra l’altro se dovessi fare un termine di paragone con un’opera d’arte mi piacerebbe creare un parallelismo con “Guernica” di Pablo Picasso. Sono due forme d’arte completamente diverse perché coinvolgono sensi percettivi completamente eterogenei, una il campo uditivo, l’altra visiva. Al di là di possibili analogie e differenze esse vivono come espressioni d’arte talmente espressive che sono avulse dai loro stessi creatori. Hanno lo stesso obiettivo: denunciare a gran voce gli obbrobri della violenza. La violenza non può essere accettata o considerata come fatto ovvio o normale. Picasso col suo pennello ci narra la triste vicenda della città Guernica colpita dalla guerra civile tra i monarchici guidati dal generale Francisco Franco e i repubblicani, il 26 Aprile del 1937 la città fu rasa al suolo. Lo spazio rappresentato è interno distrutto dal bombardamento. I dettagli sui quali i critici hanno gettato la loro attenzione sono: una figura di donna che sta cercando una candela , un toro, un cavallo grido di una madre che stringe il suo bambino, una donna che corre verso sinistra, un soldato a terra caduto in battaglia tra le mani ha un piccolo fiore segno della pace e della speranza . La lampada rappresenta il lume della ragione che secondo la riflessione del pittore cubista gli uomini contemporanei hanno perso. Proprio alla ragione umana Ermal Meta e Fabrizio Moro si rifanno e si richiamano. La ragione è il lume che l’uomo contemporaneo ha perso, altro che più evoluto! Anche il video della canzone menzionata mostra famiglie e bambini distrutte dalla violenza. “Guernica” rappresenta il grido di dolore universale di tutta l’umanità che nel novecento è stata sconvolta dalle guerre, infatti c’è da riflettere anche sulla scelta del colore, che è quasi un monocromo dalla tonalità grigia. Si rifà molto alle opere medievali perché presenta uno schema triangolare. Sia Picasso, sia i nostri cantautori mi hanno fatto pensare ad un poeta Quasimodo con la sua opera “Uomo del mio tempo”. Individuiamo un carattere fondamentale: “ Il boato ruggente di un grido contro ogni forma di violenza!”
“Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo (…). T’ho visto eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore , senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro la prima volta.” Cit. “Uomo del mio tempo” di Salvatore Quasimodo.

Sabrina Santamaria

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IMPRONTE DI SPIRITUALITÀ E ORFISMO NELLA LIRICA “RICORDO” DI EMANUELE MARCUCCIO a cura di LUCIA BONANNI

IMPRONTE DI SPIRITUALITÀ E ORFISMO
NELLA LIRICA RICORDO DI EMANUELE MARCUCCIO

RICORDO

O tu che lampia volta
della vita ascendi,
o tu che lampia prora
dell’azzurro varchi!
Il sonno m’inabissa profondo,
il mare mi plasma tranquillo,
ricado riverso
nel fianco ritorto,
ricado sommerso
nel freddo glaciale,
quel bianco dolore,
che mi arrossa la faccia,
quel freddo vapore,
che m’avvampa tremendo.

La poesia è il ricordo delle immagini, vissuti evocati dalla memoria con l’uso di parole musicali e di quelle referenti un colore. Chi legge in modo partecipe una poesia diventa un po’ poeta, infatti fare il poeta e diventare poeta sono passaggi di un percorso poetico e l’uno richiede l’esistenza dell’altro. Il diventare poeta è sempre in costante divenire e necessita di esercizio continuo che si connota nel fare il poeta. Non esiste una definizione univoca di poesia perché essa esprime intrecci di emozioni, sensazioni e sentimenti ed il primo fuoco dell’ispirazione é dato dalle percezioni e dal vissuto personale dell’autore. La lirica “Ricordo”, scritta da Emanuele Marcuccio il 28 ottobre del 1994, è una concentrazione di significati, una realtà sublimata in fantasia dove la forza di immagini e contrasti forma una grandezza variabile con posture idiomatiche di saggezza, capacità e sentimento. L’occasione di scrittura di questa lirica non si riferisce ad un ricordo transitorio ovvero ad un soggetto definito, bensì ad un qualcosa di cosmico, di ancestrale e il contenuto si accentua nel messaggio di chiara impronta ascetica. Già il titolo, parola chiave del componimento, introduce elementi narrativi, un tipo di prosa poetica che si caratterizza per logica e fantasia e come nella narrazione si struttura in analessi, metalessi e prolessi, prendendo anche l’evidenza filosofica della tesi, antitesi e sintesi. La messa a fuoco delle immagini è per Marcuccio momento di contemplazione, libertà e sincerità con accento di purezza e senso di appartenenza universale e soltanto pochi versi a comporre questo stato di grazia poetica, idealmente divisibile in tre quartine ed un distico in versi liberi. La prima quartina, impreziosita dal doppio vocativo iniziale, è disseminata dal valore polisemico dell’aggettivo ampia qui inserito come anadiplosi, un raddoppiamento voluto per conferire maggiore rilevanza al significato lessicale, ed ancora dai verbi ascendere e varcare nonché dai sostantivi volta e prora. L’aggettivo ampio, esteso, vasto, di notevole dimensione, è attribuito sia alla superficie ad arco della cupola celeste sia alla parte anteriore dello scafo azzurro, la prora, prua in dialetto genovese, mentre il verbo ascendere, salire, andare dal basso verso l’alto e varcare, oltrepassare, andare oltre insieme alla sacralità della vita e l’azzurro del cielo fanno pensare ad un contesto storico-culturale di conoscenze e avvenimenti nella vita dell’autore che ben conosce la funzione del poeta, sa parlare al cuore degli altri, riesce a cogliere sensazioni e sa dare forma all’analogia. Il vocativo o tu, scritto in anafora, si connota nell’io poetante che si immerge nell’azione meditativa e a guisa di un aedo dell’antichità con un piccolo plettro fa vibrare le corde dell’animo nella più ampia aspirazione di poter elevare la propria anima al di sopra dei miasmi del mondo e varcare la porta dell’azzurro incontaminato. I lemmi prora e azzurro, intese come metonimia nel senso di contiguità spaziale e nel significato di nave e ambiente, è tecnica di sostituzione della parola porta che apre un varco nell’immensità dell’azzurro. L’enjambement, il gioco di suoni, le metafore nominali e quelle dei colori, l’aggettivo metaforico, l’allitterazione e il ritmo sono parte di una metalessi, ma anche di una tesi, in cui il poeta parla e riflette in colloquio intimo con se stesso e con chi legge. Il distico è costruito sulla personificazione e la figura di significato si avvale delle metafore verbali inabissare (con sinomino di sommergere) e plasmare, degli aggettivi profondo e tranquillo ed i sostantivi mare e sonno in gradazione di ampiezza lessicale. Il verbo inabissare, sprofondare in un abisso o nelle profondità del mare, prende il significato di straniamento dalla realtà con valenza di ascetismo. Come i figli di Hypnos che nei sogni portavano forme umane, animali, piante e paesaggi, nei versi del Nostro il sonno si colloca in accezione meditativa, un Phantasos che appare quale medium della fantasia necessaria per una riflessione di senso mentre il mare, archetipo per eccellenza, modella i processi intellettivi e meditativi dell’io lirico. Ma per contrari voleri il soggetto ricade rovesciato su un fianco e affondato nel gelo. Oppure, come si legge nella nota dell’autore, in tutto ciò si può leggere Un’allegoria che ha per tema il giustapporre un’anima che si eleva alle cose celesti a un’altra che ricade nelle cose mondane. Prora come direzione diritta, in traslato retta via; varcare la retta via: andare oltre l’umano, andare oltre l’ordinario. Il significato di ascendere si trova in antitesi con ricadere cioè cadere nuovamente, discendere e l’effetto secondario sta nel lato del corpo che si attorciglia su se stesso ed è di nuovo deformato da un movimento energico e di conseguenza l’essere si ritrova sommerso da un forte senso di smarrimento e solitudine.

La bella sinestesia bianco dolore in apertura della quarta strofa fa aggallare la sofferenza che opprime l’animo e senza alcun riserbo si fa notare nella tinta forte che al pari di un vento di borea imporpora il viso e con suggestione si allaccia alla figura ossimorica del freddo vapore che in modo ostile, avverso, contrario chiude tra le vampe l’intera persona. Il vapore può essere un’esalazione oppure lo stato aeriforme di un addensamento o di una sostanza. Ciò rimanda al senso figurato che in Dante diviene fiamma delle anime beate, scia di stella cadente ed emanazione divina. Tra l’altro la posizione antitetica tra lazione dell’avvampare e il vapore che pur essendo freddo, rende sempre l’idea del caldo, fa pensare all’estasi contemplativa dove il colore della tinta albina evoca il bianco della tunica che veste l’anima purificata, concretezza di spiritualità che nella Cappella Brancacci con grande estro creativo Masaccio rappresenta nella profondità delle figure narranti le storie di San Pietro che guarisce con l’ombra e Il battesimo dei neofiti. Nella gradazione semantica tra arrossa, vapore, avvampa oltre all’idea del calore che ristora e fa maturare emozioni e sentimenti, si ritrova una metafora nominale con significato di identità ed anche una certa idea di chiasmo; così per sillogismo se il vapore é aeriforme allora anche il dolore può diventare aereo ed esalare dal corpo. I dati sensoriali, la frugalità delle rime, le armonie imitative, l’enjambement, le figure sintattiche e quelle di significato, l’accumulazione di idee, la posizione delle parole anche in inizio e fine del componimento, literazione emozionale e la sintesi espositiva fanno di questo componimento un testo di prosa poetica, strutturato sulle cinque W della narrazione (who,what,where,when,why,how), e che lascia libero il lettore di immaginare personaggi, luoghi e tempo come accade nella rappresentazione drammatica del teatro nel teatro, impronta di scrittura usata dall’autore per meglio denominare le caratteristiche analogiche di comprensione del messaggio di umana spiritualità con immagini nitide e suggestioni orfiche. “Ricordo” è una poesia che rimane tra le più care e significative tra quelle scritte dal Nostro , un’ideazione lirica in cui si può leggere la sintesi dell’intera produzione marcucciana, un viaggio che dura da più di vent’anni e si riflette nella prassi del “fare il poeta” e “diventare poeta” perché solo così, come afferma l’autore, si può essere “poeta”. L’andatura narrativa e la rielaborazione concettuale sono talmente ricche di ampiezze spirituali ed intime corrispondenze da far pensare a ciò che insegna Kavafis, quando scrive che nell’arte del poetare la vera ed unica difficoltà sta nel salire il primo scalino: Essere giunto qua non è da poco;/quanto hai fatto non è una piccola gloria perché Se per Itaca volgi il tuo viaggio,/fa voti che ti sia lunga la via,/e colma di vicende e conoscenze e sappi in ogni luogo tenere l’isoletta nella mente perchè ciò che importa è il viaggio e non la meta. E Marcuccio di scalini ne ha saliti talmente tanti da trovarsi tra le Muse del Parnaso e dal suo viaggio verso Itaca torna all’approdo sempre più saggio e sempre più esperto.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve
3 marzo 2017

LUCIA BONANNI per VERSO

“SULLE RIVE DEL TEMPO” di IMMACOLATA ROSSO e LA SUA GRAMMATICA DEL PRESENTE a cura di SABRINA SANTAMARIA.

“Sulle rive del tempo” di Immacolata Rosso e la sua grammatica del Presente a cura di Sabrina Santamaria.

Cos’è il tempo? Tutti per esperienza sappiamo che esso si regge su una linea cronologica di passato, presente e futuro, ma è davvero è solo così che possiamo definirlo? Questa è un’interpretazione capziosa e stereotipata, impacchettata, incapsulata e preconfezionata. In realtà noi siamo perché siamo stati e saremo perché appunto oggi siamo. Proprio da questi assunti la nostra autrice parte, uno dei tanti suoi obiettivi è suscitare questo snodo riflessivo: “Il tempo non è una sterile catena di eventi”. Primo Levi affermò che se avesse dovuto definire il suo tempo lo avrebbe paragonato ad un elastico che si poteva allargare o accorciare secondo il suo stato d’animo. Leggendo questa piccola, ma densa raccolta poetica ho cercato di decodificare, interpretare i molteplici e plurimi significati. La nostra autrice ha messo insieme con un artificio sincretico polisemia di linguaggio unita all’allegorismo e al simbolismo; basta già riflettere sul titolo. La riva è uno spazio di confine un limen tra la terra luogo topografico geograficamente definito e il mare, metafora per eccellenza dell’infinito, dell’immenso, dell’imponderabile, è come se la Nostra con la sua opera ci richiamasse all’attenzione con dei quesiti primitivi, i più antichi del mondo: “In questo momento nel quid ed ora anima sperduta dove sei? Stai ripercorrendo i “sempiterni calli” passati di petrarchiana memoria? Oppure te ne stai appollaiata in modo rassegnato prospettando un immaginario futuro che forse non accadrà? Questi appelli principalmente ella li fa alla sua anima che naviga tre le sponde dei suoi sogni e delle sue rappresentazioni oniriche però la Nostra fa sorgere questi spunti riflessivi anche ai suoi lettori, infatti non ha intitolato la raccolta con un termine al singolare, ma al plurale, il titolo riporta con sé una sana egoità mista ad un’alterità indefinita. Cosa rappresentano le rive? Me lo sono chiesta anche io, addentrandomi è nata dentro di me un’interpretazione, un’allegoria da svelare: la riva è il nostro presente, esso sta al confine tra il passato (la terra definita in cui abbiamo camminato ed abbiamo lasciato le nostre orme, abbiamo perfino forse contato i nostri giorni con gli anni) ed il futuro indefinito, infinito, ancora imperscrutabile come il mare, non conosciamo mica tutte le gocce dell’Oceano Atlantico, nemmeno in generale tutte le insidie che il mare ci potrebbe riservare a questo punto forse abbiamo svelato l’arcano perché il Presente, quasi personificato in questa raccolta poetica, è una linea cronotropa tra il passato che ci ricorda i suoi drammi (anche storici non solo personali) e il futuro incerto, liquido per eccellenza: “Eravamo ormai onda liquida”, la sinestesia “liquidi specchi”, “l’orizzonte liquido” , “Palpitavano nell’aria liquida” infatti la Nostra inserisce spesso questo termine nelle sue poesie. “Oblio” è una parola che compare spesso nei suoi versi: “Abiterò la casa sperduta sui monti, dove il gelo dell’oblio annichilisce l’antica fiamma.”, “E giacemmo nel seno dell’oblio.”, “Moriremo insieme, mentre un dolce oblio si distende sui tuoi occhi socchiusi”, “ (la solitudine) è un crudele spettro che ti rapisce e ti porta via dal sole, nelle nebbie dense dell’oblio”, “Anima e cuore, pelle e pensiero, tutto svanisce nel magico oblio.” , “Tu, sogno acqueo di dolce oblio.” L’oblio è l’assenza di ricordo, la rimozione freudiana completa di un vissuto, questa anafora continua in tutta l’opera ha un profondo significato per la nostra poetessa, solo obliando i propri dolori ci si può catapultare nell’incertezza di ciò che accade, creando una sorta di apocope dei propri ricordi possiamo sperimentare la bramosia del rischio. Molto in linea col pensiero Nietzschiano la Nostra ci sottolinea che i ricordi paralizzano l’azione presente, in “Mentre cammino” fa un richiamo implicito al gregge di Nietzsche: “Vagando tra le leggi in cerca di una fede non trovo il fondamento tra il senso e la morale: io vedo solo greggi di gente che non vede, dimentica del vento, persa nel temporale.” I versi di “Silenzio” ci catapultano nell’agghiacciante cornice dei campi di sterminio: “C’è puzza qui… di indumenti sporchi, di pelle, di odio e di dolore. (…) Non ci sono più uomini, in questo lembo di Male: solo sparvieri e bestie da macello.(…) Asciugati, lacrima inutile: nessuno ti sentirà cadere, lì, in mezzo a tutto quel gas.” Immacolata Rosso ricorre frequentemente alle figure retoriche del significato come gli ossimori e le sinestesie ne sono un esempio “Onirica realtà”, “misericordiosa amnesia”, “sguardi roventi” “morbide onde”, “arcobaleni di cascate”. Alla fine della lettura di questo piccolo itinerario in rime ci rimane un interrogativo: “Il presente può essere dunque vissuto?” Sì, attraverso un artificio particolare che i poeti possiedono più di tutti: “La rappresentazione onirica della realtà” cioè vivere un dolce ossimoro che sublima la nostra vita quotidiana la concretezza dei nostri sogni e non c’è niente di più palpabile di un sogno quando i poeti lo rendono materia sensibile con la loro penna cantando la dolce musica delle loro rime ricche di polisemici versi eternamente interpretabili e mai banali come nel caso della nostra poetessa Immacolata Rosso.

Sabrina Santamaria

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