Il brulichio di catene nascoste: “Una donna in gabbia” di Antonella Polenta (a cura di Sabrina Santamaria)

Il brulichio di catene nascoste: “Una donna in gabbia” di Antonella Polenta
(di Sabrina Santamaria)

Antonella Polenta

Il decorrere della nostra vita si snoda come la bobina di un nastro contenuto in una video cassetta, a volte la pellicola si aggroviglierà e incespicandosi il film dei nostri attimi vissuti si bloccherà non permettendoci di proiettare i fermo immagine degli atti successivi; questa apocope immancabilmente ci crea uno stato d’ansia che, spesso, noi non sappiamo gestire, immortalandoci in cristallizzati granelli di sprazzi vitali noi diveniamo statue di sale infatti così in questo susseguirsi nella nostra prospettiva il presente sarà flemmatico e il futuro inconsistente. La parcellizzazione dei nostri anni, spesso, mortifica la nostra essenza vitale, incatenandoci in prototipi di esseri umani massificati e massificanti e trascuriamo il significato più intrinseco di un termine tanto usato e usurato, ma difficilmente conseguibile nella routine quotidiana: la libertà. Da queste riflessioni ante litteram l’autrice Antonella Polenta si impegna a scrivere e partorire una maieutica socratica di pregevole merito come “Una donna in gabbia” (edito da Bertoni editore); apparentemente, dai primi capitoli, potrebbe sembrare una storia comune narrata da Alina, una giovane laureanda nella facoltà di Farmacia a Roma, la quale ha una sorella maggiore, Agave. Il contesto storico-culturale è quello degli anni ’70, definiti dagli storici “anni di piombo” per i numerosi fenomeni di stragismo politico che si sono verificati. Le due sorelle vivono un ambiente familiare borghese ammantato di idee stereotipate e di modelli preconfezionati e impacchettati “pronti per l’uso”; non reagiranno allo stesso modo in risposta a questo stile educativo, infatti Alina si comporta in modo conforme ai precetti paterni che non ammettono repliche mentre Agave incarna la ribellione giovanile sessantottina, ella è colei che si opporrà alle scelte precostituite del sistema perbenista dell’epoca, a volte anche a caro prezzo. Entrambe avevano letto “Il manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels, solo che Alina era perplessa e scettica sulla concretizzazione dei principi comunisti invece Agave si identificava pienamente con le idee del partito comunista italiano. La voce narrante cioè la sorella minore si trova recisa, rinchiusa dalle imposizioni familiari e sociali, la nostra protagonista vive in una “gabbia d’oro”, incatenata in un recinto ella si trova invischiata e impantanata in una palude, come se stesse sprofondando nelle sabbie mobili senza una via d’uscita oppure come se si trovasse in un tunnel senza una via di fuga, Alina non intravede uno spiraglio di luce nella mentalità oscura e gretta allora decide pirandellianamente di lasciarsi vivere permettendo che l’altro, un “qualunque altro” decida al posto suo. Agave (il suo nome deriva da un determinato tipo di pianta grassa) è l’esatto contrario, ella la ragazza di ventisei anni che non si dà mai per vinta, la sua “lotta di classe” è animata da ardore e zelo giovanile, in guisa di questa Jean D’Arque dei figli dei fiori, Antonella Polenta si schiude il varco per romanzare sulle scorribande sessantottine dei giovani sostenitori del Comunismo o del fascismo (un esempio sono stati i “gruppi universitari fascisti” o Guf ancora oggi ricordati) la presenza di Agave nel romanzo costituisce l’azione genuinamente istintiva del donarsi al mondo, alla vita, all’altro come essere al mondo totalmente diverso, invece Alina è rinchiusa nella sua sfera minimalista: la sua casa, la sua stanza, forse è concentrata nel suo Io ipertrofico? Soprattutto nei primi capitoli vive uno stato di chiusura di pensiero che costituisce la sua “gabbia mentale” impreziosita dalle agiate condizioni economiche. L’ambient narrativo catapulta le riflessioni del lettore sul delitto di Aldo Moro e sulla morte del giovane Peppino Impastato avvenute durante il fervore della nascita delle “grandi ideologie” e dello schieramento dei due partiti politici: i Comunisti e la Democrazia Cristiana. Di rilevante importanza sono le sequenze dialogiche intervallate nel romanzo che contengono delle meritevoli dissertazioni che sono state disquisite a livello artistico, letterario e filosofico; le ostinate argomentazioni filosofiche-cristiane dell’appassionato e onesto Leon (l’amoroso di Alina) che lo rendono apparentemente sicuro delle sue asserzioni vengono a sgretolarsi come un castello di sabbia o a cadere come un muro di cartapesta nel momento in cui si confronta con Mino (uno dei fidanzati di Susanna), medico omeopata, sostenitore della filosofia indiana e della “macrobiotica”, Leon si mostra molto affezionato a quell’architrave sulla quale si sono costruiti secoli di filosofia occidentale (greca e giudaico-cristiana). L’autrice è stata molto sagace inserendo anche degli snodi critici sulla mistificazione dell’arte e ai compromessi che gli artisti spesso sono costretti ad accettare; Alina, preda della morsa dei suoi pregiudizi non comprende i motivi artistici controcorrenti di Guy (pittore amico di Leon) tanto da entrare in contrasto con Leon, questi sostiene che i grandi artisti come Van Gogh o Gauguin sono ancora ricordati perché hanno disobbedito ai canoni artistici della loro epoca e non hanno seguito le mode artistiche del loro momento storico. Tuttavia il romanzo intrattiene il lettore grazie a quel pizzico di ironia e di humor saccenti nella descrizione dei vari personaggi come nel caso del ritratto di Susanna, l’amica di Alina. Fra l’altro man mano che l’ordito narrativo si districa ci sarà un’evoluzione delle protagoniste che sorprenderà il lettore, un rovescio dell’inizio che condurrà alle nuove conquistate consapevolezze di Alina perfino Ruggero, merlo e compagno di infanzia della nostra voce narrante, ottiene la libertà. L’animale è desideroso di volare, come Alina in fondo, ma entrambi provano vertigine e sono implumi. Adelina, “zia” di Susanna e donna anziana, il suo nome è fra l’altro con una radice molto simile, questa veneranda signora sarà lo sprone finale per far abbandonare ad Alina la gabbia o le gabbie che la tenevano prigioniera. Quali avventure vivrà la piccola sorellina minore di Agave? Quali scelte prenderà? E Agave da ribelle incallita si cucirà le ali cerate di Icaro?
“La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare” cit. tratta da “Mi fido di te” di Jovanotti.

Sabrina Santamaria

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Antonella Polenta

L’affermarsi del 3S-Team come inedita idea di cultura Le emozioni vissute al III Memorial “Giampaolo Accardo” di Partanna (di Sabrina Santamaria)

L’affermarsi del 3S-Team come inedita idea di cultura
Le emozioni vissute al III Memorial “Giampaolo Accardo” di Partanna

La cultura nei secoli ha assunto diverse forme e sfaccettature, sfiorando con concretezza e coerenza l’epochè del sublime. Se fossimo costretti a fornire una definizione del termine “cultura” probabilmente tutti noi non formuleremmo allo stesso modo una frase identica e medesima, per tutti gli stessi periodi storici e per tutti i contesti; difatti il significato nascosto dietro questa accezione è intrinseco e infinito, non lo si può certo riassumere in una banale sequenza di periodi, perché, anche se questi fossero articolati, si rischierebbe di ridurre o forse di ghettizzare appunto la cultura stessa.
Viene spontaneo chiedersi: “In questo momento storico-sociale, di quale manifestazione culturale noi necessitiamo?” e ancora “Cosa potrebbe animare il mondo contemporaneo?”. Tanti altri interrogativi simili a questo possiamo continuare a porci, ma se questi quesiti non trovano un riscontro nell’impegno di chi sente l’esigenza di ricostruire i valori, quasi in maniera superomistica, difficilmente ci sarà una crescita cultura che aiuti non solo la Sicilia, ma anche la nostra realtà nazionale.

A prescindere da queste osservazioni, siamo quasi tutti concordi che alla base dell’idea dell’arte, della letteratura, del teatro e del cinema ci siano due “conditio sine qua non” che sono: la collaborazione e la condivisione. Alla base di questa premessa nell’ambito artistico-letterario, quest’anno mi si è aperta una porta inaspettata perché ho avuto l’onore di mettermi in gioco con degli artisti e poeti validi, con i quali ho cominciato un sodalizio artistico e un cammino inedito, che mi hanno condotta passo dopo passo a una insperata fratellanza letteraria.

Questo gruppo che quasi tutti riconoscono come 3S-Team (Sedotti, Sognatori, Seducenti) di cui l’ideatore è Giuseppe Anastasi, poeta di spessore e attore teatrale, nasce dall’amore che noi tutti abbiamo nutrito verso il suo poema epico “La grande Seduzione”. Il 3S-Team (oltre il già citato Giuseppe Anastasi) è composto da: Fabrizio Cacciola, esordiente poeta che in questo ultimo anno è stato pluripremiato in molti concorsi della Sicilia e della Calabria, Tania Galletta, poetessa e scrittrice pluripremiata, Alessandro D’Arrigo, giovane esordiente rapper, Clara Russo, declamatrice molto famosa e dalla sottoscritta Sabrina Santamaria.

Da quando sono entrata a far parte di questo sodalizio culturale, tante sono state le gioie e la crescita che tutti noi, membri del 3S-Team, abbiamo avuto nei nostri rispettivi settori culturali; in particolare abbiamo partecipato recentemente alla III edizione del Concorso letterario Memorial “Giampaolo Accordo”, fondato dalla Dottoressa Maria Giovanna Marrone, insieme al Centro d’arte e cultura “La Clessidra” e che si tiene ogni anno a Partanna. L’evento di per sé emozionante, ha beneficiato del nostro spirito di collaborazione e condivisione, difatti siamo stati premiati in quattro, a partire da Giuseppe Anastasi che ha vinto il primo posto nella sezione “Silloge” con tre poesie: “Lo stolto premio”, “Quando muoiono gli eroi” e “Il dolore perfetto”, a seguire Fabrizio Cacciola che è riuscito a classificarsi al terzo posto con la video-poesia intitolata “Necrosi” nella sezione D e secondo posto nella sezione E con il racconto intitolato “Versi in rema”, mentre la talentuosa Tania Galletta, anche grazie alla fraterna sollecitazione di Giuseppe Anastasi, nella stessa sezione, con il racconto “Due numeri per Carla”, ha convinto la giuria, ottenendo un sorprendente terzo posto, nel mio caso mi è stata conferita una Menzione d’onore per la poesia “Urla lacerate”; tuttavia, nel momento successivo alla sua declamazione, Giuseppe Anastasi ci ha calorosamente invitati a salire sul palco dell’auditorium per festeggiare, in quanto 3S-Team, la vittoria insieme a lui, infatti la vittoria del singolo per noi diventa il trionfo del gruppo, tanto che nell’immaginario artistico-letterario siamo riconosciuti come una monade attiva e coesa.

In genere il poeta è colui che vive una sensazione di solipsismo dell’Io, sente una cesura e chiusura in se stesso, ritraendosi dal mondo esterno per porgere l’orecchio ai versi che il suo animo tormentato sussurra, invece, nel nostro caso, c’é stata una trasmigrazione di intenti, la nostra Tania Galletta direbbe un’osmosi, tanto che ciascun membro beneficia di questa realtà, che esiste grazie a noi stessi che la animiamo, dandole respiri e sospiri come soffi vitali. L’attimo in cui eravamo sul palco i nostri fraterni abbracci hanno scaldato il cuore del pubblico e della platea, tanto che gli altri artisti presenti in sala si sono complimentati con noi, asserendo che siamo un gruppo fantastico.

Non smetteremo mai di apprezzare l’ispirazione nobile di Giuseppe Anastasi, il quale, percependo le nostre qualità in campo letterario, nonché la nostra sensibilità, ha, su parere unanime, deciso di unirci insieme per questa avventura, per competere “con noi” e mai “contro di noi”, affinché possa aver luogo una nostra crescita che non ci mostri confini, bensì orizzonti mai scoperti, riscoprendoci “fratelli e sorelle” della stessa madre: l’Arte.
In questo nuovo traguardo il senso antropologico di “cultura” ha una nuova nascita; su questa lunghezza d’onda l’esperienza del 3S-Team diviene un dono, uno scambio e un prezioso plusvalore, azzarderei affermare, prima di noi, inesistente!

Stiamo spianando un campo che ancora bisogna dissodare, per far crescere e fiorire un’idea di cultura in cui non vi siano vincitori né vinti, affinché si possa carpire la vera essenza dell’animo umano e su questo, e non solo, il 3S-Team si sta impegnando alacremente.

“Non c’è peggior critico di un sedotto per i suoi fratelli e sorelle perché ognuno vuole che l’altro cresca e offra il meglio di sé” cit. di Giuseppe Anastasi Poeta

Sabrina Santamaria

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Foto scattate con l’artista Antonio Barracato.

Archivio fotografico privato

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L’inobliata “Storia d’amore” di Bruno Mohorovich (a cura di Sabrina Santamaria)

Bruno Mohorovich

L’inobliata “Storia d’amore” di Bruno Mohorovich (a cura di Sabrina Santamaria)

“Gli amori ritornano. Sono un lampo che lacera la quiete, il tuono stordente che scuote l’animo, l’imponderabile che svela l’incompiuto” cit. tratta dal prologo “D’IMPROVVISO…PER QUANTO TEMPO” di Bruno Mohorovich.

Mistificare un gioco di ritmi e suoni accordando termini cadenzati all’unisono non è una qualità che si può scorgere in qualsiasi persona così come scavare profondamente nei propri sentimenti per poi scoprire di conoscere se stessi meno di quanto in realtà si potesse immaginare questi, sopracitati, sono due dei tanti obiettivi della letteratura che io definirei terapeutici. Tra i racconti in versi di uno scrittore che decide di immortalare i propri momenti per firmarli in anteprima ci accorgiamo, spesso, che noi, tutti compresi, ci ritroviamo in quei vissuti che sono stati coraggiosamente messi a nudo, soprattutto nel momento in cui la missiva principale è l’amore. Questo sentimento, tanto decantato dai poeti diviene tema e soggetto privilegiato ancora nella nostra contemporaneità. Quali tinte assume l’amore nella società odierna? Possiamo noi riassumere l’amore solo in un mero fluttuarsi di emozioni e sensazioni? Sfiora questi interrogativi la storia in versi di Bruno Mohorovich; autore dalle doti espressive spiccate, il quale prende coscienza del significato connotativo dell’amore, al di là di una mera descrizione denotativa. “Storia d’amore – una fantasia” rientra nel genere poetico in quanto la fantasia amorosa di Bruno Mohorovich è raccontata attraverso dei versi che sono in stile libero, anche se non mancano nei testi mohorovichiani dei preziosissimi sintattici inoltre un altro aspetto predominante dell’opera è quella di essere imbevuta di innumerevoli figure retoriche del suono e del significato, infatti sono disseminate nel testo le allitterazioni, le anafore, l’iperbato, l’anastrofe, la sinestesia e alcune metafore e similitudini, al di sopra di tutto la figura retorica per eccellenza è la personificazione dell’amore stesso in sé e per sé, protagonista non è la donna amata, ma il sentimento verso colei alla quale le nobili avance sono rivolte. Qualche struttura figura retorica della metrica non manca come l’enjambement. Cattura l’attenzione del lettore il fil rouge amoroso che incanta chiunque si accosta a questo stile ossimorico perché sebbene siano dei versi a svelare l’arcano della donna amata possiamo anche riscontrare un andamento prosastico che inebria questa raccolta poetica fornendole un carattere di originalità letteraria in quanto le poesie non sono pensieri e stati d’animo scissi fra loro, ma l’ambient narrativo segue una trama precisa e uno svolgimento infatti “Storia d’amore – una fantasia” è un’opera suddivisa in tre parti: Inizio, Insieme e Fine. L’amore, però, in questo caso comporta uno struggimento tutto interiore, il pathos, che porta a far germogliare nuove consapevolezze, si consuma nelle proiezioni personali del poeta, la trama è un’avventura vissuta nell’inconscio tormentato; in questo caso, tuttavia, l’amore non è pulsione di morte, non coincide col thanatos freudiano, in cui amore e morte sono le facce della stessa medaglia, nel caso del nostro Bruno Mohorovich questo sentimento si affranca dall’impulso distruttivo, ma diventa linfa vitale, sorgente dalla quale scaturiscono le sensazioni più nobili. In guisa di questa chiave interpretativa l’amore, anche quando non è corrisposto, è la fonte più ricca degli impulsi che conducono ogni uomo a rigenerarsi. Nella visione del nostro autore “amare” è un atto incondizionato e libero, al soggetto amoroso non possono essere imposte catene o costrizioni di sorta. Questa narrazione amorosa in versi ci dimostra che il sentimento non si spegne, ma rimane indelebile, infatti esso non si sfalda, non si consuma, non si frantuma, non si disfa, non si scioglie, non si rompe mai del tutto, ecco perché certi amori rimangono dentro la memoria di ognuno di noi, alcuni ricordi restano immortalati, fissi e non sfumano mai. L’oblio, quindi, in sé e per sé non esisterebbe? Gli psicologi insieme ai filosofi hanno cercato di dimostrare la totale assenza di ricordo però la questione è complessa e non si è giunti a una conclusione univoca tanto è vero che l’oblio assume diverse forme: l’oblio di cancellazione, l’oblio delle tracce, l’oblio amnesico, tuttavia in nessun caso andiamo incontro a una totale e completa assenza di ricordo perché alcuni neuroni conservano frammenti di memoria così come asserisce l’autore: “Per quanto amiamo chi abbiamo scelto con cui vivere, comunque i nostri amori, che hanno avuto un finale, non avranno mai veramente una fine”. Al di là di questa breve digressione molto cara alle scienze cognitive tornando al nostro soggetto privilegiato cioè l’autore e la sua narrazione in versi ciò che spicca particolarmente è la sua preparazione letteraria e sociologica di ampio respiro tanto da mettere insieme abilmente il romance e la tematica dei ricordi, della memoria e dell’oblio che ultimamente ha aperto accesi dibattiti fra gli studiosi amalgamando con arguta aspirazione letteraria lo spleen con lo slancio vitale bergsoniano e l’accettazione di vivere nascosto attraverso la pace dei sensi che si avvicina alla scuola di Epicuro e agli insegnamenti stoici.

Sabrina Santamaria

La fantasia poliedrica di Antonio Barracato (a cura di Sabrina Santamaria)

La fantasia poliedrica di Antonio Barracato (a cura di Sabrina Santamaria)

Antonio Barracato

Cenni biografici

Antonio Barracato è laureato con lode all’Accademia delle Belle Arti (in Arti visive e discipline dello spettacolo). Ideatore e direttore del Gruppo i Narratura di Cefalù, esponente del direttivo dell’Associazione SiciliAntica sede di Cefalù, nonché componente del consiglio direttivo con il ruolo di Segretario/Tesoriere dell’Associazione Accademia dei poeti siciliani Federico II.
Ha partecipato al progetto “La vita in versi” patrocinato dal Comune di Cefalù giunto già alla quinta edizione con 284 premi nazionali ed internazionali. È molto sensibile ad alcune problematiche sociali, infatti è stato coinvolto nell’iniziativa di portare la poesia nelle carceri, con la manifestazione “La poesia dentro”, coinvolgendo in maniera attiva i detenuti: nel 2014 e 2015 presso la Casa Circondariale e nel 2017 all’Ucciardone di Palermo.
Ha raccontato, nel maggio 2017, attraverso una sua poesia in vernacolo, “LO SBARCO DI RUGGERO”, nella trasmissione “Viaggio nell’Italia del giro” di Edoardo Camurri andata in onda su RAI2 nazionale .
Ha scritto testi di canzoni otto delle quali fanno parte di un cd edito nel 2018 dal titolo: “Questa terra non ha eroi” e diverse sillogi, il romanzo “Squarci di vita” e opere teatrali. Ha girato come produttore e regista documentari storico-culturali.

Un uomo dall’animo poliedrico
Se dovessi definire con qualche accezione lo stile di questo poliedrico autore non riuscirei a trovare una definizione consona perché non è semplice catalogarlo entro uno stile preciso. L’amore che Barracato nutre verso la cultura è immenso tanto da impegnarsi senza sosta in diversi progetti artistico-letterari e teatrali. Vivere a stretto contatto con la bellezza dell’arte trasforma il nostro autore in un uomo dai tratti polisemici, tanto che non smette di stupire, non soltanto me, ma, anche l’immaginario collettivo che è costituito da un pubblico ansioso di conoscere i frutti delle sue ispirazioni a dir poco geniali.

Sabrina Santamaria

Due poesie a scelta di Antonio Barracato

SCOPRII ME STESSO

Ad un certo punto della vita, scoprii me stesso,
analizzai a fondo il mio pensiero,
mi accorsi come mi vedevo diverso
e, ad onore del vero, mi ritrovai sincero.

Cercai, così, com’ero fatto dentro
guardai con occhi pieni di verità
eliminando ostacoli e barriere
scavai nell’anima con grande intensità.

Rimasi ore ed ore a ricercare
ripercorrendo le strade del passato
e senza indugio o esitazione
liberai il mio io da un fitto filo spinato.

Valutai con attenzione
con la forza del cuore,
limitai ogni umano condizionamento,
dettato, forse, dal mio stesso amore.

Entrai nel mio essere
a fare una sana riflessione
strappando dalla mia mente
ogni personale convinzione.

Non chiesi favori, né scuse,
a costo di farmi male,
volli comprendere e sapere
con onestà neutrale.

Cominciai così a capire
il nostro precario destino,
ciò che muove il mondo,
la forza del disegno divino.

Vidi , allora, in me un certo mutamento,
divenni più lucido e saggio,
percepii la vera realtà
e trovai in me stesso la fonte del coraggio.

SOLO POLVERE

Mi illudevo che la vita fosse uno scrigno
colmo d’ amore, di speranze e positività.
Ma ben presto ho toccato con mano l’ostilità,
il cinismo e la ferocia che nutre noi uomini.

Quello in cui avevo creduto e sognato
si rivelava un’amara e triste illusione
e mi resi conto che l’esistenza era corsa beffarda
per fuggire dalla nostra vera condizione.

I grandi discorsi di chi gestiva il potere
si dimostravano utopie inattuabili,
parole illusorie senza valore,
menzogne gratuite per sedare gli animi.

La violenza si vestiva d’eleganza,
l’arroganza veniva celata da sorrisi ipocriti,
mentre la sete di dominio sposava la prepotenza
e in maniera infida assediava l’anima.

La consapevolezza di tutto ciò
mi allontanava dalle lusinghe d’un futuro migliore
si vanificava il desiderio di continuare a sperare
come pure l’energia di lottare per nobili ideali.

Il genere umano produceva ingannevole polvere
come il germe della vita partoriva infruttuosa cenere,
Dio diventava luce solo nei momenti di sconforto
l’amore veniva considerato un sentimento morto.

Era questo il risultato della nostra evoluzione?
Era questo il frutto del progresso per un mondo migliore?
Perché la ricchezza si era trasformata in pavida miseria?
Come mai il bene era diventato carnefice del male?

Domande legittime ma senza risposte
che si disperdevano in un mare d’indifferenza,
dove manco il vento trovava più la vigoria
per disseminare tutto nel vuoto dell’universo.

Intervista

S.S: La scoperta di te stesso comincia con il tuo “ sbocciare artisticamente”?

A.B: In verità no, già il mio percorso artistico era iniziato sia nel campo fotografico che cinematografico. Ho scoperto me stesso scavando con onestà nella mia interiorità senza concedermi sconti. La cosa più importante che mi proponevo di fare era tutto ciò che desideravo intimamente e quindi guardare al domani con una luce nuova. Direi una forma di rinascita.

S.S: In quale momento della tua vita hai sentito di voler raccontare ai lettori degli “squarci” della tua esistenza?

A.B: Sentivo da tempo l’esigenza di scrivere questo diario di bordo del mio passato. A volte pensavo di non esserne capace, poi ad un tratto mi sono buttato e ho scritto ciò sentivo.

S.S: La letteratura, come la fotografia, quali aspetti del tuo carattere sfiorano?

A.B: La poesia e la narrativa sono la naturale essenza dell’evoluzione fotografica. A un certo punto non mi sono bastate più le immagini avevo bisogno delle parole e quindi un processo dinamico mi ha trascinato verso questa metamorfosi.

S.S: Da ragazzino avresti mai immaginato di pubblicare dei romanzi?

A.B: Da ragazzino penso proprio di no, amavo la fotografia e mi intrigava la divina commedia, a volte, ne recitavo qualche passo significativo, ma nient’altro. Non ci avrei mai scommesso, forse non avevo molta fiducia in me stesso.

S.S: Se dovessi incrociare fotografia e poesia da quale spunto partiresti?

A.B: Ho fatto delle mostre fotografiche con accanto delle poesie, adesso penso che sono delle parti di me che non posso più scindere, ma, mi rendo conto, che possono solo fondersi.

S.S: Secondo te, rispetto agli esordi, quali sono state le tappe principali che hanno permesso che la fotografia si evolvesse?

A.B: Quando ho iniziato a stampare in bianco e nero e vedevo uscire da una bacinella le immagini che avevo catturato una dopo l’altra. Il processo fotochimico diventava qualcosa di spirituale. La fotografia racchiudeva una storia, insomma, come un film.

S.S: La letteratura potrebbe servire a un’anamnesi di una dolorosa esperienza?

A.B: La letteratura per me è vita . Essa è fatta di dolori e di momenti lieti. Non esistono esperienze dolorose, ma, solo, di grande travaglio che ti porta a crescere e a maturare. Il dolore forgia e diventa essenza positiva.

S.S: Se dovessi leggere un romanzo ti soffermeresti di più sulla trama, sulla struttura narrativa o sulle tecniche letterarie? Cosa ami cogliere maggiormente?

A.B: Mi piace fare un’analisi globale. Un bella trama fa un buon film, una bella tecnica dà valore alla sceneggiatura, un’ottima regia fa un capolavoro.

S.S: C’è un obiettivo principale che vorresti raggiungere nel momento in cui ti accingi a comporre una poesia?

A.B: La poesia per me è dolcezza, ma è denuncia, è delicatezza, ma, allo stesso tempo, protesta. Quando scrivo ho moltissimi obbiettivi da raggiungere, ma sempre con grande umiltà, è troppo grande la cultura per trovare un punto d’arrivo.

S.S: Hai, per caso, altre opere in cantiere?

A.B: Moltissime opere: in primis sto realizzando una rivisitazione di tredici canti della “Divina commedia” per farne una trasposizione teatrale, vorrei portare in scena delle piccole mie commedie e, poi, realizzare un cortometraggio sulla violenza all’interno del gruppo familiare, desidero, anche, completare qualche altro romanzo in corso di ultimazione e come sempre scrivere e, ancora, scrivere!

Grazie per la tua gentile attenzione carissima Sabrina

Intervista rilasciata da Antonio Barracato a Sabrina Santamaria

Antonio Barracato

L’autopoiesi del vivere: “Squarci di vita” di Antonio Barracato (a cura di Sabrina Santamaria)

L’autopoiesi del vivere: “Squarci di vita” di Antonio Barracato (a cura di Sabrina Santamaria)

Scrivere un romanzo autobiografico comporta una notevole onestà intellettuale in quanto aprirsi al lettore raccontando di se stessi dischiude molteplici sentieri interpretativi. Il primo step è armarsi di coraggio e scoprire intimamente il proprio sentire. “Squarci di vita” di Antonio Barracato profuma di fiducia, lo scavo interiore è un solco profondo, indelebile che squarcia una demarcazione, pur sempre labile, fra il mondo esterno e l’interiorità dell’io. È un testo dalle “rimembranze” sopite che si risvegliano al pigolio leggero dell’anima. Barracato, quasi, ama confidarsi, con chi lo legge, a volte riesce a entrare nei meandri più inconsci dei suoi vissuti, proprio per questa ragione “Squarci di vita” non è un libro adatto a un target di pubblico cervellotico e razionale, per innamorarsi di questo romanzo bisognerebbe innanzitutto essere in armonia con l’arte. Il nostro autore mette a fuoco la vicenda di una scoperta o di una riscoperta del suo esistere nel mondo. Funge da cornice per la narrazione la contestualizzazione, gli innumerevoli riferimenti a una Sicilia degli anni ’60 e ’70 che noi giovani possiamo, solo, immaginare mentre gli adulti possono ricordare con nostalgia. Capitolo dopo capitolo la descrizione delle vie di Palermo mi ha regalato la sensazione di leggere “Il Commissario Montalbano” di Camilleri oppure “I Malavoglia” di Verga, come noi sappiamo nel primo caso ci addentriamo nel genere poliziesco o giallo mentre nel secondo ci apprestiamo a una lettura di stampo verista, chiaramente il taglio autobiografico dell’autore rende unica la sua opera infatti l’impressione suscitatami dal Nostro è stata la forte pregnanza e influenza di diversi stili romanzeschi. Fra l’altro la passione per la fotografia e la scelta geniale di accostare alcune foto in bianco e nero sono state un fiore all’occhiello per l’andamento prosastico. La narrazione non è per nulla tediosa o noiosa anzi l’emergere del progresso, l’intromissione della televisione nelle case siciliane, la nascita del turismo, la resistenza dei retaggi del passato nelle periferie vengono inseriti sapientemente con una capacità espressiva e padronanza del lessico davvero notevoli e su questa scia l’autore si allinea al neorealismo, una corrente cinematografica, ma che trova un punto di incontro nell’opera di Barracato perché se pure in modo implicito e indiretto egli svela alcune problematiche siciliane: la povertà dei venditori ambulanti, la spensieratezza dei bambini che giocano per strada, ma anche il loro stato di miseria , una scuola molto autoritaria ed elitaria in cui l’autorità dell’insegnante era indiscussa. L’autore traccia una panoramica di un passato recente e su cui ancora dovremmo riflettere perché un uomo senza passato è sulla stessa stregua di un albero piantato alla soglia del terreno senza radici profonde, quindi è un essere umano che non solo è sprovvisto del ricordo, ma anche delle basi per ancorarsi al suo presente, una contemporaneità che ci sfugge come il vento e che, spesso, non siamo in grado di gestire perché corre inesorabilmente alla velocità della luce. Il Nostro vince sull’inerzia e sulla frivolezza del nostro presente sbiascicato sull’inconsistenza liquida dei nostri giorni, se l’esigenza letteraria di Barracato era quella di imprimere una traccia di se stesso sulla terra, un po’ alla Montaigne, egli ha colmato questo senso di vuoto, incompletezza presente, più o meno, in tutti coloro che ad un certo punto del loro cammino esistenziale incontrano la loro stessa vita lasciata in un cantuccio, prendendola per mano, iniziano un percorso e l’arte fa da sfondo a questa autopoiesi.

Sabrina Santamaria

Il mosaico screziato di “I Cannibali di Mao” di Marco Lupis (di Sabrina Santamaria)

Il mosaico screziato di “I Cannibali di Mao” di Marco Lupis (di Sabrina Santamaria)

Ricomporre i pezzi di un puzzle vissuto, ricco di esperienze, è una missione tortuosa e allo stesso tempo impegnata in quanto il lavoro che vi è nascosto impone sempre un coinvolgimento non solo personale, ma, anche, familiare, sociale e politico. Costruire un diario di bordo, apparentemente, potrebbe sembrare un’operazione semplice e banale, invece richiede molta dedizione e obiettività soprattutto nel momento in cui il nostro mestiere si intreccia fortemente con le nostre passioni e ambizioni. “I Cannibali di Mao, la nuova Cina alla conquista del mondo” di Marco Lupis è un testo autorevole perché interseca diverse sfere della vita del suo autore, approcciarsi a un’opera a trecentosessanta gradi non accade sempre, ma quelle rare volte in cui ciò avviene il lettore rimane sorpreso positivamente; la profondità di questo romanzo mi ha accompagnata elegantemente per tutto il percorso di questa splendida scoperta. Lo stile è molto sui generis in quando non si colloca come un semplice reportage e non lo si può annoverare solamente tra i saggi di stampo giornalistico, “I Cannibali di Mao” non ha solo queste qualità, ma incarna in sé anche un surplus, una marcia ulteriore che è determinata principalmente dalla passione che Lupis ha profuso scrivendo questo libro. Tra le righe del testo si respira la sua vocazione per il giornalismo in quanto è ben diverso “fare il giornalista” dall’ “essere giornalista” inoltre il filo conduttore fra i capitoli è costituito dalla storia familiare e personale del nostro autore il quale armoniosamente unisce fattori socio-politici della Cina ed eventi personali di Lupis come la nascita di sua figlia, proprio per questo taglio autobiografico l’impressione suscitatami dal libro è stata quella di avere tra le mani un mosaico screziato. È preponderante già dai primi capitoli la curiosità del Nostro il quale con il suo sguardo investiga e indaga ogni aspetto della realtà anche quello, forse ritenuto più insignificante. Il taglio autobiografico presente nel romanzo impreziosisce l’andamento narrativo e non lo cristallizza in un genere letterario ben preciso e definito. L’analisi accurata e dettagliata dei fatti storico-sociali apre uno spiraglio a dei brandelli di luce in una mentalità occidentale ed eurocentrica che pretende di mettere al centro la cultura occidentale ed europea, una prova è data dalla nostra conoscenza filosofica che si focalizza solamente sui filosofi occidentali, ma poco sappiamo della filosofia orientale. Lo sguardo del nostro autore non è giudicante e non si erge a stabilire quale sia la cultura ideale e perfetta anzi l’interesse per l’orientalismo emerge in Lupis negli anni novanta quando, ancora, la Cina ci sembrava un mondo lontano e sconosciuto, nel 1995 la sua collaborazione con la rivista “Panorama” sarà l’input che lo condurrà in questo rapporto frontale con la Cina, un viaggio che comincerà in quell’anno e che sarà l’opportunità per costatare con i propri occhi la crescita e il cambiamento di un paese che tuttora si sta evolvendo però se adesso noi stiamo assistendo a questa “impennata” della Cina, ormai evidente, Lupis ne aveva predetto la salita ancora agli antipodi prima del nuovo millennio, in quegli anni quando l’entrata della Cina nel mondo dell’economia internazionale ci sembrava solo fantascienza, il titolo “I Cannibali di Mao” deriva da questa evidente ragione, infatti se un tempo i comunisti di Mao, a causa di una carestia mangiarono i bambini adesso la famelicità della Cina assume connotati metaforici, nel XXI secolo l’appetenza cinese è figurata, in particolare l’ascesa cinese è come se volesse ingoiare l’economia e la cultura occidentale, essa si manifesta come un voler riprendere “terreno” e questa rivendicazione cinese a volte si scontra con la visione occidentale che stenta a percepire come un buon auspicio la crescita della Cina quindi questa sensazione di essere “divorati” il Nostro la identifica come una “paura dell’orientale” e avverte l’esigenza di tramutarla in un testo in cui egli si limita a darci le chiavi per prendere coscienza, ma si guarda bene dall’esprimere giudizi di valore. Forse in parte è vera questa rapace evoluzione della Cina? Oppure é il nostro sguardo che ci porta a puntare il dito e farcela giudicare come “divoratrice”? Il viaggio del Nostro diventa, allora, lo spunto primordiale per ripercorrere con ardore le tappe che hanno segnato non solo il cammino della Cina, ma anche il suo coinvolgimento nell’ambito mondiale. Da giornalista ambizioso e caparbio il Nostro scruta e investiga tutte le componenti del territorio cinese dal cinema alla politica, dalla moda all’arte, dall’economia all’istruzione mettendo al vaglio anche la legislazione che regolamenta il tasso di natalità del paese. Uno degli episodi presenti nel testo che più incide, come una lama a doppio taglio nel ritmo narrativo, è sicuramente la manifestazione di Tienanmen; Deng Xiaoping si scagliò con forza contro alcuni dimostranti nel giugno del 1989 usando duramente la violenza contro la propria gente per paura che il regime crollasse a favore della democrazia. L’espediente letterario del Nostro è la prolessi, alla fine di ogni paragrafo viene brevemente anticipato l’argomento della parte successiva, in questo modo l’attenzione del lettore non viene mai smorzata. La bramosia conoscitiva di Lupis, attraverso gli artifici letterari che ho menzionato, si impossessa pagina dopo pagina di chi si approccia all’opera, è indubbio il ruolo super partes dell’autore il quale mette in luce vizi e virtù della Cina, segreti e complotti diplomatici senza minimizzare o amplificare gli eventi storici paragonandoli, per quanto possibile, a quelli occidentali mettendoli sullo stesso piano con un sano comparativismo storico e alla luce dell’engagement frenetico del nostro giornalista “I Cannibali di Mao” è impregnato di disquisizioni riflessive di supremo valore.

Sabrina Santamaria

Tutti i diritti riservati

Foto: Giorgio Perottino

Un’ambasciatrice di versi: Il recital di Clara Russo (a cura di Sabrina Santamaria ed Eduardo Terrana)

Un’ambasciatrice di versi: Il recital di Clara Russo

BIOGRAFIA di RUSSO CLARA

Clara Russo è nata a Messina il 17/10/1962. Vive, lavora e risiede a Messina.
Fin dall’età giovanile è attratta dalla letteratura , per la quale sempre nutrirà grande interesse.
Nell’età matura sviluppa una forte passione per la poesia. Per puro caso approda alla declamazione. Un poeta l’ascolta come declamatrice e ne resta affascinato. Da lì è stato tutto un susseguirsi di incontri di poesia che hanno consentito a Clara Russo di dimostrare le sue notevoli qualità recitative ed espressive e farsi apprezzare come interprete di indiscusso valore non solamente nella sua meravigliosa terra di Sicilia ma anche al di qua dello stretto.
Clara Russo è un’ Artista che rivela grande professionalità. Possiede la grande dote di una voce che riesce a modulare con bravura ed una timbrica che si distingue per espressività.
È la sua una voce che sa interpretare il sentire del poeta, che trasmette emozioni, stupisce, incanta ed arriva all’anima di chi l’ascolta.
Clara Russo sa declamare in modo pregevole e , con voce virtuosa, sa rendere il verso armonioso, come un canto, che affascina l’orecchio e fa sognare.
Le declamazioni poetiche di Clara Russo sono autentici profumi di vita, che la sua voce dolce, cadenzata, suadente, aspirata, armonica, vellutata, rende piacevoli, come le note di una dolce sinfonia. Sono un invito alla fantasia a muovere nel giardino della memoria alla ricerca di ricordi sopiti sotto una spessa coltre di polvere accumulata dal tempo dell’indifferenza. Come un lento procedere lungo i binari della vita accompagnano la memoria in un viaggio dell’anima riscoprendo dolci sensazioni, vibranti emozioni, già vissute ma che tornano a far pulsare il cuore di nuovo entusiasmo di vivere.

Eduardo Terrana

• Nota critica alla video poesia “ A te dolce creatura” di Carmelo Cossa- voce di Clara Russo-

È la tua video poesia: Una radiografia osannante i pregi del tuo saper declamare con voce virtuosa e sapiente delizia che “trasforma la musica dei versi in un canto” che affascina l’orecchio di chi ascolta e fa sognare l’amore vissuto o desiderato se non mai vissuto . “ Sarà ascoltando questa voce che sogneremo l’amore di un verso e lo vivremo! “, recita la poesia, un verso che è un invito all’amore che non è mai peccato sia che ognuno lo sogni sia che lo viva nella realtà sentimentale della propria esistenza. Sogno e amore… Poesia e sogno… Amore e poesia, ecco la triade esistenziale in cui perdersi non per sprofondare nell’abisso ma per elevare l’animo verso la più alta cima del sentimento.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=KvZG0QIyAcQ

Eduardo Terrana

• L’ascesi nel mondo della poesia
Clara Russo è una declamatrice molto ricercata e amata da molti poeti, ultimamente ha donato la sua voce in moltissimi recital poetici, premiazioni dei concorsi, reading poetici e soprattutto nelle video poesie. La sua fama è dovuta alla sua capacità innata di sapersi “tuffare” con eleganza fra i versi dei poeti dando corpus e anima ai testi. La delicatezza della sua voce penetra nella sensibilità di chi la ascolta, la nostra Clara Russo riesce ad attirare l’attenzione nel momento in cui interpreta un’opera, vivifica un testo che si trova nero su bianco, la sua lettura è come un soffio che riesce a risuscitare ogni silloge, anche, magari, quelle definite “obsolete” perché sa decantare versi in modo soave con limpidezza, spesso “ammorbidisce” gli enunciati rendendoli magnificamente gradevoli anche ad un orecchio profano. La Nostra attraverso la sua declamazione conduce l’ascoltatore nel mondo incantato della poesia e gli regala un’immagine scandita dello scavo interiore degli autori conducendolo per mano nell’impenetrabile sentiero dei foschi giardini di chi, con coraggio, decide di scrivere. Ella, allora, diventa la portavoce, il crocevia che consente allo scrittore di entrare passando fra le corde dell’anima dei lettori, Clara Russo scolpisce nella mente dell’ascoltatore le descrizioni delle opere che declama, siano esse poesie o romanzi, poco cambia, oltre al contenuto delle opere lascia un solco profondo la sua interpretazione che sa entrare empaticamente nei vissuti di chi scrive e di chi legge. Declamare non è un compito per nulla semplice in quanto necessita di un’immersione nell’ “essere l’altro” per esprimere la giusta carica emotiva nascosta tra le righe di un componimento, proprio in questa ardua missione si cimenta Clara Russo e visti i risultati direi che osa con successo.

Sabrina Santamaria

• Nota critica alla video-poesia “Brivido di donna” di Nadia Pascucci -Voce di Clara Russo

In questo componimento l’interpretazione delicata e sensuale della voce di Clara Russo si unisce armonicamente con lo stile dei versi che mettono a nudo la sensibilità dell’essere donna. L’andamento crescente della passione che emerge passo dopo passo viene accompagnato da una punta di eleganza e la ritmicità travolgente che risveglia i sensi si abbraccia con un trait d’union alla declamazione della Nostra che coinvolge l’ascoltatore fra i meandri del mondo femminile scoprendo frammento dopo frammento la genuinità del messaggio poetico in cui una donna, Nadia Pascucci, decide di mettersi a nudo, facendo scivolare delicatamente tutti i veli lasciando che l’anima si esprima e si narri per questa ragione questa poesia ha ottenuto una segnalazione di merito al “Premio Internazionale Poesia e Racconti Pina Alessio”. In questa frenesia fatta di versi e pause trova un porto sicuro e meritato l’impegno della nostra declamatrice la quale, imperterrita, non si dà per vinta, ma entra nel vivo della video-poesia strappando ogni traccia di incertezza ed accendendo tutti i barlumi amorosi disseminati nel testo, la sua voce si amalgama per accendere la scintilla focosa descritta ardentemente da Nadia Pascucci, un melange perfetto che trasforma questa video-poesia in un capolavoro.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=9CtovCKNdKY

Sabrina Santamaria

• Nota critica alla video-poesia “Passaporto per il cielo” di Giovanni Malambrì -Voce di Clara Russo

Lo spirito religioso di questa poesia racchiude un grande messaggio cristiano, molto profonda l’espressione finale dei versi che comunicano la chiave per andare al cielo: l’amore, la speranza, la carità. Il pathos del poeta per il sacrificio di Cristo brucia consumandosi fra gli enunciati, in questa circostanza la nostra declamatrice si veste di sacralità e muta il suo stile, qui il suo declamare diviene un sussurro elegiaco, mettendo insieme il sentimento sacro con la tristezza per il sacrificio di Cristo. La forza del componimento è racchiusa nell’inventario fornito ad ogni credente per aver salva la propria anima, c’è un solo modo per arrivare in cielo: seguire il cammino tracciato da Cristo, l’espressione risoluta della Nostra svela il mistero della beatitudine ben delineata da Giovanni Malambrì il quale si è classificato al primo posto al Concorso internazionale di poesia “Sant’Antonio Abate”. Questa video-poesia l’ho associata alle laudi di San Francesco d’Assisi, in cui l’autore narra dell’immortalità dell’anima e di una morte nello spirito, il tema, infatti, per certi aspetti è medievale e scolastico, ma la chiusa finale del testo lo rende biblico, la voce di Clara Russo si innesta autorevolmente, se all’inizio la poesia potrebbe apparire elegiaca la conclusione è pleonastica, la nostra fine dicitrice incorpora all’unisono la fede del poeta il quale crede nel Figliuolo di Dio che ha dato la vista ai ciechi. La Nostra diviene ambasciatrice di questa devotio Deus che Giovanni Malambrì infonde tra le sue righe con ardore. La dedizione di Clara Russo è non indifferente tanto da far innamorare ogni persona della sua candida esposizione.

Link: https://m.youtube.com/watch?v=mfRGmma8Dy0

Sabrina Santamaria

La riflessione trasposta in disegno: Le doti di Naomi Cerra (a cura di Sabrina Santamaria)

“La riflessione trasposta in disegno: Le doti di Naomi Cerra” a cura di Sabrina Santamaria

• Cenni biografici di Naomi Cerra

Naomi Cerra è nata il 27 Novembre del 1987 a Messina. Da sempre innamorata dell’arte in tutte le sue forme, stili e particolarità espressive ha deciso di frequentare l’Istituto d’arte Basile di Messina accostandosi all’arte con dedizione e voglia di apprendere. Approfondisce il suo percorso artistico studiando da autodidatta creando disegni davvero impeccabili. Il suo talento é davvero notevole e mostra una spiccata dote espressiva.

• Nota critica al disegno “Il tempo astratto di Bergson” di Naomi Cerra

Non è mai esistita una tematica tanto più discussa di quella del tempo perché essa si estende a diversi significati, plurimi, molteplici tanto che ancora oggi filosofi, fisici e scienziati non si danno posa per approfondire sempre di più le loro conoscenze. Il tempo dà un senso di incommensurabilità all’essere umano in quanto è astratto non si vede, non si può toccare, forse a mala pena lo si può solo immaginare, ma, a mio modesto parere la mente umana si incontra con i suoi limiti quando cerca di lambire tutte le dimensioni temporali. Nonostante ciò la tematica della temporalità è stata protagonista di molte opere d’arte e di molte speculazioni filosofiche, basti pensare a Salvador Dalì il quale nel suo fatidico dipinto che rappresenta degli orologi che si sciolgono ha voluto trasmettere ai suoi contemporanei l’idea di un tempo degli orologi che non esiste contrapponendo l’immagine di un tempo dell’io, dell’anima molto dilatato e complesso. La nostra Naomi Cerra con semplicità ed essenzialismo ci ripropone lo stessa tema e ci dà uno spunto per poter riflettere su come il nostro essere si proietta o nell’eterna passeità ( termine molto caro ad Heidegger) o in un futuro a volte prossimo a volte troppo lontano. Il disegno di Naomi Cerra, apparentemente un banale orologio da tasca, mi ha ricondotta ad una riflessione sulla rapacità dell’uomo rispetto agli attimi temporali, è come se l’uomo fosse sempre più avido del suo stesso tempo, è come se lo maltrattasse trattandolo come una cosa banale mettendoselo in tasca, invece il nostro tempo andrebbe preservato, curato come una pianta, invece la voracità dell’essere umano comporta uno spreco disimpegnato come se tutto appartenesse all’uomo e fosse un suo diritto a prescindere. L’essenzialità espressiva della Nostra disegnatrice conduce l’osservatore ad una presa di coscienza del suo tempo per considerarlo un “dono” e non sciuparlo ante litteram senza ragione, il tempo è ciò che abbiamo di più prezioso, basterebbe a volte accarezzarlo e imparare dalle lezioni che ci impartisce senza asservirlo.

Sabrina Santamaria

• Note critiche al disegno “Culture allo specchio” di Naomi Cerra

Uno sguardo rivolto all’altra faccia della medaglia? Due mondi che si incontrano anche solo un istante e si guardano? Colpisce immediatamente lo sguardo delle due donne che appaiono nel disegno. Naomi Cerra usa una metafora molto profonda per rappresentare le due culture: La donna. Quest’ultimo aspetto è molto incisivo perché gli uomini difendono e proteggono la loro cultura come se fosse una donna che a loro appartenesse. La tanto agognata cultura diventa, purtroppo, una sorta di marchio di fabbrica che avvinghia il genere umano in una stupida etichetta. Questo disegno può essere analizzato attraverso due chiavi argomentative ambe due valide: ad una prima osservazione del disegno si coglie subito la sensazione di pregiudizio che emerge, le figure che appaiono nell’opera si specchiano, si guardano, ma con sospetto. La seconda chiave per interpretare il messaggio che la Nostra ci comunica è che le donne si proiettano l’una verso l’altra nel senso che nell’una, in realtà si vede l’altra, non c’è in fondo alcuna diversità sostanziale, prima di essere una donna africana ed una occidentale, sono due donne a prescindere! L’uomo prima di appartenere ad una cultura è un essere umano e come tale appartiene in toto a tutta l’umanità. Queste due figure riflettono gli occhi dell’altra, è come se avessero rispettivamente uno specchio in cui vedere la propria medesima figura, pertanto credere di scrutare le differenze è solo una banale illusione costruita ne i secoli dai teorici delle “razze” e del darwinismo sociale di Spencer. Molto profondo lo scarto artistico di Naomi Cerra che riesce con alcuni tocchi di matita a rendere concreti in un disegno le realtà più crude e crudeli del nostro genere. L’abilità stilistica della Nostra si interseca con la sua sensibilità, con la sua volontà a voler rappresentare in un foglio bianco l’intimo dell’animo umano, i suoi disegni( questi tre qui che proposto non sono gli unici) sono impregnati dalla volontà della loro autrice di voler preservare i valori dell’uomo ecco perché spesso i suoi disegni hanno un unico soggetto, sono essenziali, non presentano particolarismi o molti dettagli che potrebbero distrarre l’osservatore dal messaggio principale delle opere. Se potessi sintetizzare il lavoro artistico di Naomi Cerra direi che la sua è un’abnegazione artistica contro la banalità che vorrebbe soffocare l’uomo nel non-senso e nel nulla.

Sabrina Santamaria

• Note critiche al disegno “Il pianto dell’anima” di Naomi Cerra

Cosa rappresenta una lacrima? Qual è il leit motiv che porta una persona a piangere per qualcuno o per qualcosa? Le lacrime sfiorano la punta infinitesimale della sofferenza? Si può davvero rendere concreto il dolore? È frase comune e conosciuta che gli occhi comunicano tutti gli stati d’animo, possono brillare dalla gioia o spegnersi per la tristezza. L’occhio del disegno della nostra Naomi é acceso ed è ricco di molti dettagli, è stato raffigurato con dovizia di particolari: la pupilla, la retina, le ciglia. Ogni piccolo aspetto coglie l’attenzione dell’osservatore che non può che riconoscere il talento della sua autrice. I disegni di Naomi Cerra sono molto tridimensionali perché attraverso l’uso della tecnica del monocromatico emergono i gradi di profondità, non sono disegni piani, piatti, ma si ha la sensazione di poter toccare con le proprie mani i soggetti raffigurati soprattutto nel caso dell’occhio questa esigenza si fa più forte e sentita perché con quale artificio artistico si può trasmettere la sofferenza? Solamente rendendola il più concreta possibile. Un’altra caratteristica di questo disegno é la libertà interpretativa che gli si può attribuire, l’occhio piange è vero, ma i motivi potrebbero essere molteplici e su questo aspetto Naomi Cerra lascia tutto all’immaginazione dell’osservatore. Crea un bel gioco artistico per sviluppare le capacità empatiche degli osservatori dimostrando ai “profani dell’arte” che la cultura, l’educazione alla bellezza non è “quella cosa per la quale il mondo resta tale e quale” proprio per questa ragione bisogna diseducare l’uomo all’atonicità in cui è abituato a vivere nel quotidiano per uscire dalla cappa in cui è incatenato, legami insignificanti che egli stesso ha creato, ma attraverso l’arte, la bellezza, la letteratura si può tornare a “sentire” le corrispondenze baudelairiane per avere l’ essenza dell’ essere e non vivere nei meandri di un’assenza di un essere.

Sabrina Santamaria

L’ANIMO SOSPESO ALLE VARIE DIMENSIONI DELLA VITA: la “VITA TRASVERSALE” di FELICE SERINO (a cura di Sabrina Santamaria)

L’animo sospeso alle varie dimensioni della vita: la “Vita trasversale” di Felice Serino a cura di Sabrina Santamaria

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Guardare oltre per scrutare profondamente il riflesso dell’altro, spingersi al di là di ogni immaginazione possibile; questa profonda sensazione mi ha suscitata la lettura della raccolta poetica di Felice Serino “Vita trasversale e altri versi”, un’eclissi dell’anima che conduce passo dopo passo ad un mosaico ultra mondano che il nostro poeta compone. L’ispirazione alla musa non costituisce solamente un retorico artificio letterario, ma un vero e proprio flatus vocis che accompagna il poeta per tutte le sezioni della raccolta. Il poeta, in questo capolavoro, riflette come uno specchio i sentimenti umani, gli intrinseci bisogni della natura umana, come essere che appartiene all’universo e si sposa con esso, infatti l’uomo è l’ornamento perfetto del cosmo, completamento infinitesimale che unisce il creato a Dio, solo nell’uomo si manifesta quel punto di incontro cruciale con l’Essere Supremo. Serino conia dei neologismi, dei termini che appartengono alle volte al linguaggio della chimica e della fisica, ma che diventano patrimonio inscindibile del suo corredo linguistico. La sua sensibilità osserva la realtà in modo trasversale attraversando i componenti vitali della vitali, come gli antichi greci che studiavano l’archè del mondo e la trovarono negli elementi naturali: acqua, fuoco, terra. Come se il nostro poeta vorrebbe partire all’origine primordiale del mondo per concludere con un’unione armonica e pacifica dell’uomo con il creato e Dio, in “Sogno di Cupido” ci descrive la sua visione: “Vedevo nel tempo di Veneralia in un cielo quasi dipinto splendere carnale fiamma”. Soffermandoci fra i versi di Serino notiamo un forte attaccamento alla vita, ma non solamente alla vita usuale, solita che viviamo, ma ad un atomo di vita che conosciamo quando ci interroghiamo sul significato ultimo del quotidiano, come in “Ondivaghe maceri parole”: “Quando ti rigiri tra le lenzuola ondivaghe maceri parole dove latita il cuore somigli al gabbiano ferito che solo in sogno ritrova il suo mare, la vita altra”. Fuori dal tedio che assilla l’uomo, quel tedio leopardiano che portava il pastore errante dell’Asia a chiedersi il significato del nascere e del morire, quel solipsismo che inquietava il nostro pastore( nel caso leopardiano), in Serino troviamo, invece, la volontà sincera, quasi un’abnegazione, a voler trovare delle assonanze fra l’uomo e l’aria che respira, è presente l’intenzione di creare una sorta di panteismo con il mondo. L’idea del nostro poeta è quella di mettere a soqquadro i modi di osservazione, ecco, perché “Vita trasversale” si tratta di un’appercezione che cerca di unire i vari modi di darsi dell’uomo al mondo, un’unione delle categorie aristoteliche che diventano un’unica sostanza, oltre l’esistenziale heideggeriano. Fenomenologicamente il nostro poeta opera un lavoro coraggioso e accademicamente impegnativo; quello di unire scienza e letteratura. Cerca di agire mettendo in atto un folle volo e compie un salto nel buio, “Vita trasversale” mi ha, anche, suggerito l’idea di un desiderio inconscio verso ciò che è ignoto, come a voler toccare con la punta delle dita l’infinitesimale, l’inquantificabile. Ciò che non può essere quantificato mentalmente può essere soltanto sfiorato solleticando la punta del naso all’infinito, in “Sognarmi” esprime esattamente questa sua esigenza poetica: “Sull’otto orizzontale librarmi etereo piume d’angelo a coperta di cielo”. Un altro aspetto, sicuramente da non trascurare fra le tematiche di Serino è l’onirico, l’incontro appassionato e agognato dell’essere umano col sogno, cosa ci regalano i sogni? Sono sostanza, qualcosa di palpabile? Oppure il loro carattere apparentemente inconsistente li rendono inafferrabili? Il sogno è un altro modo dell’uomo di darsi nell’esistenza, un’unione dell’ in sé e il per sé che diventa fenomeno infatti in “Dove palpita in sogno” racconta al lettore questa esperienza del sé nel dispiegarsi delle sue forme: “Da una dimensione parallela il Sé in me rispecchia la sua primaria origine punto dell’eterno dove palpita il mio sogno di carne e cielo” oppure in “Espansione”: “Il sogno è proiezione? o sei tu veste onirica uscito dal corpo?”. La poesia di Serino esprime un modo arroccato, abbarbicato fra la vita usuale e la vita ignota, le sue poesie esprimono l’animo di chi sta appeso ad un filo sospeso facendo l’equilibrista fra i vari strati consci della vita umana, che sia terrena o celeste questo ancora non lo sappiamo, ma l’esigenza poetica del nostro in questa silloge è quella di cogliere a braccia aperte le dimensioni eterne dell’infinito.

“L’essere si spande si sogna moltiplicato in fiore atomo stella appendice? O espansione è il sogno”

cit. tratta da “Espansione” di Felice Serino

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Sabrina Santamaria

Tutti i diritti intellettuali riservati

SEZIONE POLACCA: RECENZJA ZBIORU WIERSZY p.t. “ZEGAR MELODII” MONIKI KNAPCZYK (autor: Izabella Teresa Kostka)

RECENZJA ZBIORU WIERSZY p.t. “ZEGAR MELODII” MONIKI KNAPCZYK (autor: Izabella Teresa Kostka)

Pisanie recenzji do tomiku poetyckiego nie należy do łatwych zadań, gdyż jak można oceniać uczucia? Właśnie wiersze, w przeciwieństwie do opowiadań, odzwierciedlają najskrytsze refleksje i odkrywają najgłębsze zakamarki ludzkiej wrażliwości, są jak spowiedź w konfesjonale, przy którym stajemy bezbronni i duchowo “nadzy”.

“Zegar melodii” pióra Moniki Knapczyk wydany został w 2018 roku przez założone przez nią wydawnictwo “Inspiracje” i dedykowany jest dwojgu dzieciom autorki. Nie spodziewajcie się jednak, mimo tej dość tradycyjnej dedykacji, tomiku wierszy przeznaczonych dla młodego pokolenia. To tylko pozory! Monika Knapczyk zabiera czytelnika w poetycką podróż zwaną “Życiem”, w którym to jak w kalejdoskopie przeplatają się godziny szczęścia, momenty rozgoryczenia, chwile zwątpienia i refleksji nad ludzką egzystencją, poranki matczynej miłości i noce ukrywanych często obaw. “Zegar melodii” zaskakuje różnorodnością tematyki i emocji, mimo przewagi poezji utrzymanych w klasycznej i rymowanej stylistyce, pojawiają się również wiersze białe, które osobiście uważam za najbardziej interesujące i godne uwagi, gdyż uzewnętrzniają lepiej życiową mądrość i spostrzeżenia autorki.
Zagłębiając się w lekturze tekstów przemierzamy sielankowy i bardzo łagodny wstęp będący w pewnym sensie odą do piękna natury ( “Miałam dziś sen”, “Pieśń poranka”), wraz z wierszami “Przed zachodem” i “Rzeki, które nie płyną” przywołani zostajemy do refleksji nad ludzkim “trwaniem” i przemijaniem, doznajemy gwałtownego przebudzenia czytając pełne żarliwości, gwałtowności i skargi strofy w zaskakującym swym przekazem “A tym, którzy błagają o litość”:

A tym, którzy błagają o litość
Kopniak w twarz
Niech nie żebrzą
Psy przeklęte

… A tym, którzy czekają na świt
Noc wieczna
Słońce ich nie obroni
Świat jest nasz

… A tym, którzy proszą zmiłowania
Męka wiecznego strachu
Tym jest piekło
Więc wyślijmy ich do wszystkich diabłów

… A tym, którzy utracili nadzieję
Wzgarda
Byliście moimi przyjaciółmi
Czeluść was pochłonie, druhowie

… A tym, którzy piszą takie wiersze
Męka wiecznego niespełnienia
Tym jest piekło
Tym jest piekło poetów


Wstrząsający i niespodziewany wiersz, nawiązujący wydźwiękiem i swą siłą werbalną do egzystencjalizmu i “poetów przeklętych”. Bezpośredni i nieupstrzony pustymi retorycznymi ozdobnikami język, który wyprowadza czytelnika z raczej “sielankowatego” i pastelowego początku książki, zapowiadając częste zmiany akcji i nastroju. Po kolejnych bardziej klasycznych lirykach utrzymanych w charakterze ballady i tradycyjnych refleksji o upływającym czasie, ludzkiej egzystencji i śmierci (czyli tzw. Kronos, Kairos i Thanatos), pojawia się kolejny przykłuwajacy mą uwagę tekst “Po powrocie z Warszawy”:

Mój świat jest zielono – złocisto – błękitny
I nie obchodzi mnie wcale
Że tam biurowce
Że dynamiczny rozwój
Że miejsca pracy
Że cudzoziemcy
Że ulice szerokie

Moje miasto jest zielono – złocisto – błękitne
Takie jak lubię
I chociaż pewnie za małe
Za ciche
Za spokojne
Dla tych, co życie nawlekają jak koralik
Na sznury pędzących aut
Chociaż bez szans dla ambitnych
Tych, co wciąż – więcej, wyżej
Kocham je dziką
Irracjonalną miłością

Mój świat jest zielono – złocisto – błękitny
I takim chcę go znać
Już zawsze

W tym utworze przychodzą mi na myśl bezpośrednie analogie z twórczością Wisławy Szymborskiej: pozorna prostota i współczesność języka, tematyka związana z codziennym życiem, przejrzystość lingwistyczna zawarta w białym wierszu o dość zwartej budowie i, w pewnym sensie, lekkie poczucie humoru. Czystość i oszczędność w użyciu przymiotników, dobrze otrzymany rytm i struktura nadają tekstowi zdecydowany charakter, bez nadmuchanego sztucznego pathosu i zbędnego “potoku słów”.
Kolejnymi utworami wartymi zauważenia są z pewnością dwa wiersze, w których znakomicie odczytać można wewnętrzny bunt Autorki. Mam na myśli liryki ” W mojej głowie myśli” i “Pytanie”. Pierwsza z nich zaskoczyła mnie wyjątkowo, gdyż z przyjemnością dopatrzyłam się w niej elementów w zgodzie z Realizmem Terminalnym – włoskim nurtem, o którym często wypowiadam się na łamach polskich czasopism literackich. Z pewnością zbieżność ta była przez Monikę Knapczyk całkowicie niezamierzona, ale nie można ignorować jej istnienia. To przecież czyste “similitudini rovesciate / odwrócone podobieństwa”:

W MOJEJ GŁOWIE MYŚLI

(…) Słowa-klucze
Odmykają znów drzwi
Które chciałam
Zatrzasnąć na zawsze (…)

(…) Plamki pod powiekami
W kolorach dopełniających
Pasma mroku w świetlanej kuli
Wszystkie barwy razem dają światło białe
Ta biel ostra jak skalpel
Kaleczy (…)

Do przytoczenia także tnący jak nóż język wiersza “Pytanie”:

Drę w strzępy gazety
Depczę z pasją książki
Wrzeszczę na przyjaciół
Niszczę telewizor
Wreszcie się przechylam
Przez otwarte okno
Jestem na krawędzi
I tylko patrzę…
Czy lepiej żyć w realnym świecie
Czy nie żyć wcale?

Te dwa utwory, jak i poprzednio przytoczone, wyłamują się całkowicie z całego cyklu i życzyłabym sobie, aby Autorka poświęciła więcej uwagi takiemu agresywniejszemu i bardziej drapieżnemu wyrażaniu myśli. Właśnie w białych wierszach Monika Knapczyk potrafi zaskoczyć bogactwem odczuć, głębią i trafnością metafor oraz analogii, oryginalnością oksymoronów i interesujących figur stylistycznych. Oczywiście nie zamierzam odbierać wartości poezjom utrzymanym w rymach, w formie płynnych tradycyjnych ballad o określonym rytmie i budowie. Doceniam zawsze znajomość kunsztu i zasad klasycznej poetyki, lecz faworyzuję szczególnie mocno poszukiwanie nowej ekspresji artystycznej, indywidualność i bezpośredni, współczesny impakt tekstu. “De gustibus” czyli są gusty i guściki, ale śledząc od lat światowe tendencje, uczestnicząc w wielu sympozjach i międzynarodowych targach wydawniczych, mogę śmiało potwierdzić, iż nastąpił całkowity odwrót od poezji rymowanej na rzecz oszczędności słowa, hermetyzmu, zwartej budowy tekstu i dbałości o czystość formy “białej strofy”. Nie chodzi tu bynajmniej o udziwnienie i sztuczność, ale o rewolucyjne podejście do samego merytorycznego znaczenia słowa. To taka dygresja na marginesie, która nie zamierza krytykować, lecz zasygnalizować bardziej poszukiwane i doceniane elementy we współczesnej poezji.
W wielu zręcznie napisanych balladach i rymowanych poezjach docenić należy z pewnością duży liryzm, naturalność strof i płynność poetyckiej narracji, hedonizm i pewną dozę miłości do ojczystego kraju. Wiersze stwarzają wrażenie konsekwentnych zmian pór roku czyli upływu godzin ludzkiego życia (świt – dzieciństwo, południe – młodość, popołudnie – wiek dojrzały, zmrok – starość). Pięknie obrazują to liryki “Sierpień”, “Zima”, “Ona”, “Zegary”, “Realizm”, “Tak wiele już przeżyć i poznać zdołałam” oraz “Sen”:

Niebo rozbrzmiewa śpiewem aniołów
Na ziemi
Zapada wreszcie latarniana cisza
Gdzieś daleko huczy
Ostatni spóźniony pociąg
Gdzieś blisko ciebie
Cichnie bezsilny
Szloch odrzuconej miłości

Czemu płaczesz, dziecinko?
To jeszcze nie twój czas

Patrz!
Gwiazdy gubią łzy
W kryształowych sadzawkach rozpaczy
Dziś jeszcze nie płacz
Kiedyś umrzeć nie starczy ci sił
A dziś śnij gwiazdy, anioły, pociągi
Dziś śpij

We wszystkich utworach Moniki Knapczyk odczuwamy głęboką wrażliwość, człowieczeństwo, miłość uniwersalną i tę matczyną, refleksyjny stoicyzm na przemian z gwałtownym buntem i oskarżeniem często kapryśnego ziemskiego przeznaczenia.

“Zegar życia” jest z pewnością interesującym i wartym lektury zbiorem poezji, wśród których na uprzywilejowanym miejscu znajdzie się z czytelnik o bardziej tradycyjnym guście, ale i wielbiciele poezji współczesnej wyszukają w nim godne pochwały wiersze. To wielki kalejdoskop uczuć i przeżyć, dziennik podróży i dojrzewania, patchwork o różnorodnych barwach i nastrojach. To karuzela emocji wirujących w rytm bicia zegara, którego nikt z nas nigdy nie będzie potrafił zatrzymać.

Izabella Teresa Kostka
Mediolan, 25.06.2019

Monika Knapczyk podczas jednego z licznych spotkań autorskich