GLI OCCHI DELL’INFINITAMENTE ALTRO “L’AUTISMO SUSSURRA” di DOLORES SANTORO a cura di SABRINA SANTAMARIA

Gli occhi dell’infinitamente Altro
“L’autismo sussurra” di Dolores Santoro.

“Possiamo entrare noi nella mente di un pipistrello?” si chiedeva lo studioso Nagel, ovviamente sostenendo la tesi che non possiamo in quanto il pipistrello ha una forma mentis diversa che lo porta a vivere un’esistenza altra rispetta alla nostra. Allo stesso tempo Albert Einstein sostenne che ogni persona ha un potenziale di apprendimento suo differente da ogni persona: “Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.” è ovvio che le sue abilità risulterebbero nulle, ogni individuo è intelligente e sensazionale a modo suo. Alcuni anni fa in Italia i soggetti diversamente abili erano considerati castighi divini o si pensava fossero posseduti dal male, forse non vorrei esagerare, ma alcuni pregiudizi continuano ad esserci ancora oggi, in questa sede mi viene in mente il film “Il figlio della luna” in cui la madre di Fulvio, ragazzo spastico, in tempi diversi da oggi riesce a fare studiare il ragazzo e farlo affermare, missione totalmente impossibile negli anni ’70 nonostante l’art. 3 della nostra Costituzione Italiana entrata in vigore il 1 Gennaio del 1948 sancisce il diritto all’uguaglianza di tutti i cittadini italiani e lo Stato dovrebbe cercare di attenuare ogni ostacolo e fare in modo che questo principio si realizzi. Ma davvero questo principio ad oggi può dirsi realizzato? Veramente le scuole italiane sono attrezzate per accogliere i ragazzi diversamente abili? Gli insegnanti hanno un’adeguata preparazione per questi giovani? Sicuramente rispetto alcuni anni fa abbiamo fatto alcuni passi avanti, ma non dobbiamo certamente rallentare il passo o addirittura fermarci. Ogni volta che affronto la tematica della diversità, cerco di sforzarmi e immaginarla in tutte le sfaccettature (di genere, culturale), in questo articolo mi concentrerò sui giovani o bambini diversamente abili e su quanto loro possano essere una risorsa per la società europea e per la scuola. Il termine “normodotato” mi porta a guardare con un certo sospetto perché quali sono i confini entro i quali qualcuno potrebbe definirsi “normale” e quale il punto d’arrivo in cui una persona potrebbe definirsi “malata” mentalmente, psichicamente? In realtà i confini sono molto labili, non vorrei deludere nessuno con questo assunto. È proprio questo l’invito della nostra autrice Dolores Santoro in “L’autismo sussurra” in cui ci racconta in modo accorto, con dedizione l’esperienza con suo figlio autistico Emanuele, ci narra la scelta sua e di suo marito di non restare nell’anonimato e di “uscire allo scoperto” per crescere insieme e per essere supporto per alcuni genitori che dovevano affrontare la stessa tematica perché i loro figli sono pure autistici. La nostra ha creato un’associazione che si chiama “Notteblu” per venire incontro alla società e per sensibilizzarla su questa tematica molto attuale. Da studente in pedagogia devo estremamente affermare che stimo molto la decisione della nostra autrice. Mi ha molto colpita la sua ostinazione ad agire ed allo stesso tempo l’invito che porge in questo libro a non considerare l’autismo come una malattia, ma come una caratteristica di suo figlio come possono essere “il colore degli occhi o dei capelli”, la Nostra ci racconta risolutamente: “Io non penso più alla guarigione di mio figlio!”, ha imparato che non deve essere necessariamente Emanuele ad entrare nel nostro mondo, ma possiamo provare anche ad entrare nella sua realtà, sua come di ogni altro bambino autistico, in realtà bisognerebbe creare un ponte di incontro, uno sforzo esperienziale che ci aiuta ad avvicinarci a questo modo di essere infinitamente diversi. Solo cosi queste esperienze possono diventare possibilità di crescita e di condivisione per trarne delle risorse piuttosto che dei problemi. La Nostra ha un’accuratezza dei particolari nel descrivere la mente autistica. Lo fa con linguaggio semplice e comprensibile a tutti, ma coglie i punti cardine della mente autistica. Spesso si parla di “Spettro autistico” considerandolo un handicap che affligge le famiglie, il titolo che ha dato al libro ci dà l’idea di qualcosa di delicato, non siamo noi a dover insegnare i nostri precetti ai bambini autistici, ma è l’autismo a volerci raccontare tante cose di sé con dolcezza agli orecchi di chi sa ascoltare. Ci “sussurra” la sua ricchezza di possibilità che può darci! A noi sta l’ascoltare con orecchio attento la sua flebile voce con pazienza e dedizione. È troppo comodo e semplice affibbiare un’etichetta, la nostra missione è accogliere le differenze come valore nelle scuole soprattutto. La scelta di aver inserito nel diario, questo piccolo-grande itinerario, i disegni di Emanuele è stata propedeutica al progetto in quanto trasportano il lettore e fanno da cornice al libro perché anche quelli ci raccontano il modo di vedere il mondo di chi lo guarda con occhi diversi, forse troppo sinceri! Uno sguardo che ingloba tutte le immagini di un oggetto e non generalizza e manca del pensiero astratto. Si respira la sua esperienza vissuta, è palpabile, sperimentata, forse a volte sofferta, ma affrontata con coraggio e col cuore in mano. Si può quasi toccare la sua storia in questo diario. Si ha quasi l’impressione che ad ogni parola letta si asciugasse ogni lacrima versata da Dolores Santoro per lo scoraggiamento iniziale. L’attenzione nella lettura è il regalo più bello che noi possiamo fare all’autrice. Seguire questo dolce itinerario ad ogni pagina ci fa sentire profondamente le angosce, i drammi di questi genitori che hanno avuto la forza dell’aquila per mostrare e raccontare del loro bambino e cimentarsi in questa stupenda avventura. Un’avventura che fa toccare le corde dell’infinito, dell’infinitamente Altro! Perché Noi siamo gli Altri.

“Ma ti chiamavo vita!

Per la stretta sulle braccia
e per il grandissimo tuo sorriso, per la primavera di quei primi sguardi fioriti all’improvviso”

Poesia “Ad Emanuele” di Dolores Santoro

Sabrina Santamaria

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I MALEODORANTI VERSI DI VINCENZO CALÒ “STORIA DI UN ALITO DI PUZZOLA” a cura di SABRINA SANTAMARIA.

I Maleodoranti versi di Vincenzo Calò “Storia di un alito di puzzola”.

Marcel Duchamp nel 1917 creò un’opera che si intitolava “Fontana”, ma altro non era che un orinatoio, d’altronde l’arte Dada era un’avanguardia che creava volutamente queste “opere d’arte” in forma di protesta contro la guerra e le ingiustizie sociali. “Arte” non è solamente il gusto per il sublime o per la bellezza come hanno sostenuto i massimi teorici del Naturalismo francese il cui principale esponente era Emile Zola l’”Arte” principalmente deve avere un utile, deve denunciare le problematiche sociali, Zola stesso denunciò il caso Dreyfus in un suo articolo in cui denunciava l’accusa di un uomo ebreo arrestato per spionaggio, in realtà l’uomo era stato messo in carcere solo perché era ebreo e in questo vediamo come i miti dell’antisemitismo si propagavano in Europa prima dell’avvento del Nazismo. Ma i poeti in tutta questa storia che ruolo hanno? Possono abdicare al loro sublime, al loro cantuccio per venire fuori e urlare con i loro versi le perversioni sociali? Spesso mi chiedo chi è davvero il poeta? Chi può essere considerato tale? Chi scrive bene l’italiano? Chi usa molte rime e figure retoriche? Chi sa rispettare pause, accenti e la lunghezza del verso? Forse queste sono ottime qualità che si addicono ad un poeta, è indubbio che è meglio che questi le abbia, ma gli danno in sé l’essenza della poesia. Spesso autori che hanno ricevuto molti Premi, riconoscimenti hanno utilizzato delle espressioni tutt’altro che sublimi o auliche. È il caso di Vincenzo Calò, giovane autore, molto in gamba, ma che respira poesia; un ragazzo capace di formulare un verso in un attimo, anche quando nel quotidiano si esprime, ho avuto modo di scambiare vari e frequenti dialoghi con lui e una qualità che ho apprezzato molto è stata proprio questa tuttavia nelle sue raccolte è stato spesso aspro e duro usando un linguaggio che dai perbenisti potrebbe essere definito non consono per una raccolta poetica come nel caso di “Minacce di Morte”: “Quel tuo essere da curare facendo scodinzolare cuccioli di burla” oppure in “Per reagire”: “Fai luce per questo Novembre bruciato da forti venti di scirocco che provoca furti di droga a metà”. Spesso il Nostro senza mezze misure esprime la verità senza celare nulla al lettore anzi portandolo a riflettere su alcuni perbenismi sociali finti sbattendoci in faccia la verità che non sono i miserabili a distruggere l’economia, ma gli uomini in giacca e cravatta (i politici) apparentemente perfetti come esprime ironicamente in “Quando le ferie son volute”: “La montagna democratica ci suggerisce di dar retta ai direttori artistici a quelli che studiano ancora caratteristiche e qualità dei rocciosi custodi della crisi economica” per certi aspetti anche la poesia “Quand’è molto che non ci si vede” sfiora la stessa tematica: “Per imparare che la povertà non va temuta (…). Ti ferisci accorrendo alla finestra per un mio grido di allarme, nato e vissuto tra le stagioni truccate come le gare d’appalto”. Calò getta anche dei sassolini spigolosi per quanto riguarda il consumismo come in “Maleducazione”: “Spendo lacrime di mucca per sapere cosa vuoi dalla gente bella quanto la vita che guarda da lontano in mezzo ai maiali che si intendono di commercio lanciando clessidre nella fronte spaziosa del cliente che osa consigliare sul diversivo della sera quando il cuore ci spezza le ossa”. Non è nell’acquisto di un bene di consumo che copriamo il vuoto che abbiamo nel cuore, i giovani di oggi i propri disagi acquistando capi di abbigliamento seguendo la logica dell’apparire piuttosto di quella dell’essere e proprio su questo il Nostro lancia il sasso per poi nascondere la mano. “Storia di un alito di puzzola” è un titolo che non avevo immaginato mai potesse esistere per una raccolta poetica al massimo lo avrei pensato per una storia comica, invece questo autore mi ha lasciata piacevolmente sorpresa in quanto ha completamente fuorviato con le regole che secondo il senso comune dovrebbero appartenere al “Bravo poeta” di turno, in molte poesie ho avuto l’impressione che il Nostro lanciasse moltissimi sassi per poi ritrarre la mano esprimendo se stesso con moltissima originalità e stile quasi ricercato direi. La puzzola è quell’animale che puzza nel momento in cui si sente minacciato da qualcosa o qualcuno oppure perché avverte un pericolo, appunto Calò quanto percepisce con tatto fine e sguardo attento realtà sbagliate comincia ad emanare un cattivo odore per la società, deleterio perché “puzza” di sincerità, di lealtà, di genuinità, tutte qualità che non piacciono a chi vorrebbe giocare sporco. Ha, infatti, un “alito” di puzzola perché racconta tanti problemi che molti vorrebbero rimanessero celati. Il suo alito, la sua bocca puzzano al naso di chi vuole continuare a fingere che in fondo il mondo funziona bene, è colpa di alcuni individui che non si sono saputi impegnare ed integrare come alcune correnti di pensiero sostengono in cui vi sono dei soggetti che devono necessariamente soccombere a favore di alcuni membri alfa eletti destinati a conquistare il mondo. Non è così che funziona! Dietro questi deleteri meccanismi sociali vi sono logiche politiche, economiche, di potere che vogliono farci credere che noi siamo “imprenditori di noi stessi” quando invece dipendiamo da un grosso mercato globale in cui non ci sono né vincitori né vinti, ma se ancora continuiamo su questa scia usciremo tutti sconfitti, questo Calò lo sa proprio bene, ecco perché la sua poesia è maleodorante fin dentro il midollo anzi si scaglia contro il vero sudiciume della società. Il Nostro si inserisce nella categoria di molti giovani che si sono distinti dalla massa per essersi espressi a gran voce rischiarando anche verità intime dell’uomo che difficilmente confessiamo appunto nella poesia “Sconfessati” scrive: “Come dei giovani pazzi sprovvisti di commenti tecnici (…). Siamo esperti del tutto per niente”.
“Perché i progetti puzzano di burocrazia per fare colore e togliersi una vita, ma sempre allerta” cit. tratta da “Una struttura che crollerà” di Vincenzo Calò.

Sabrina Santamaria

LO SCOTTANTE “LIBECCIO” DI MATTEO AUTUORI a cura di SABRINA SANTAMARIA

Lo scottante “Libeccio” di Matteo Autuori.

Chi può essere considerato poeta? Colui che si esprime nei suoi versi con un linguaggio sublime, aulico? O colui che si rifà ai canoni classici della poetica (la rima, la lunghezza del verso)? Non vorrei peccare di presunzione nel dire che il vero poeta non è niente di tutto questo. Il poeta è lo spasimante più azzeccato delle sue emozioni e di quelle altrui, egli anela alle muse ed esprime ciò che c’è dentro di lui, espone la sua anima, non celando nulla. Ultimamente mi ha condotta a questa riflessione un giovane autore, Matteo Autuori, il quale non va letto con i soliti canoni. Questo poeta non si ricollega a nessuno stile precedente che io abbia letto, mi riferisco anche a poeti contemporanei o che ho conosciuto ultimamente; già inoltrandomi nei primissimi versi mi sono sentita sfidata dall’autore, era come se mi dicesse: “Se ancora mi leggerai sappi che non troverai la solita poetica”. Il suo stile è a dir poco scottante, il suo interesse è mettere a nudo le sensazioni dell’uomo (ed anche dell’autore) quelle più scottanti o più fredde che fanno venire la pelle d’oca, con magiche parole riesce a svelarle in “Abbraccio”: “ Pelle contro pelle… Corpi che si amano che barattano emozioni (…) è comunione di carne sangue saliva sudore salate lacrime…”, in quanto non siamo solo spirito, ma anche carne e sangue che vibrano, palpitano nel nostro essere creando infiniti sospiri. La sua poetica è originale, ma allo stesso tempo non declassante! Questa raccolta poetica non è nata per chi rimane fedele e chiuso alle “chiare fresche e dolci acque” (con tutto il rispetto per il nostro Petrarca), ma non condivido il modo di fare poesia di alcuni autori che rimangono arenati ai soliti modi di scrivere, sono molto persuasa a sperimentare, ad aprirsi all’innovazione conservando gelosamente i retaggi della tradizione. Il Nostro sa osare, mostra davvero carattere scrivendo come davvero sente dentro di sé, non si lascia condizionare dalle opinioni di potenziali critici che potrebbero valutarlo con toni negativi. Il nostro poeta è appunto un vento che soffia forte sul lettore che lo scuote dalle membra per farlo riflettere : “ Allontanati, stacca tutte le tue spine, distanzia oppressioni ed oppressori… Crea un tuo utero spaziale modella su te stesso la tua placenta esistenziale e godi…”. “Libeccio” è un titolo strettamente connesso alla storia personale del Nostro, ragazzo del Sud emigrato a Bergamo, pronto a scontrarsi contro varie difficoltà. È un vento che soffia da sud verso il nord, qualcuno che prorompe e arriva con classe facendosi ricordare e sapendosi raccontare, allo stesso tempo anche lo stile è una ventata di novità, un’opera di qualcuno che decide di mostrarsi senza classicismi finti o versi ispirati da surrogate reminiscenze di liceale memoria. Autuori dimostra di sapersi scrollare di dosso i banali pregiudizi sulla poesia che non fanno altro che ammazzare i veri artisti. Il Nostro si mette sullo stesso piano dell’uomo comune e come se ci comunicasse: “Io sono come te. Incarno i tuoi stessi ricordi, i tuoi stessi vissuti, solo che ho il coraggio di raccontarli”, mi ha ricordato l’introduzione ai “Fiori del male” di Charles Baudelaire in cui il “poeta maledetto” si paragona al lettore non elevandosi, perdendo l’aureola come egli stesso racconta, ed è quello che fa Autuori, è il poeta che per sua scelta getta la sua “aureola nel fango”. Una poetica tagliente la sua che squarcia la linea dei ricordi. Un crocevia sinuoso, tratteggiato prorompente che si dispiega attraverso la sua particolare sensibilità. Non ci manda nel pantano di uno stile classicheggiante, il suo è un urlo nella notte più nera, in un’epoca in cui l’uomo ha perso se stesso e dovrebbe ritrovarsi, egli si ritrova con piccante estrosità volgendosi in avanti all’estremo delle sue forze con tutto il coraggio che riserva ancora in “Come funziona la vita?” asserisce : “ Ama smodatamente ogni solleticante sensazione ed ama ancora, fallo con tutte le tue forze… che sia essere umano, che sia animale, che sia nobile oggetto, fallo… e non aver timore di fallire, perché il coraggio porta ad atti estremi, ma l’esser codardi uccide la vita stessa”. Un allarme, un grido di chi è davvero un poeta! Vera anima solitaria che nella foschia della quotidianità caccia la monotonia scagliandosi come dardo contro l’unanimità dell’inutile parvenza dell’essere, Autuori è come se con il vociare stridulo e sguainato esprimesse: “Io ci sono!” con titanica volontà sente il richiamo ai profondi valori dell’umanità che sembrano svanire come vapore, egli li rivendica! Sprigiona una caparbietà incredibile. È come quella Ginestra leopardiana che se ne sta ferma alle pendici del vulcano, pronta per essere distrutta, ma non si arrende. È uno scrittore che ci riconduce alla innegabile materialità di questa vita, traslandola alla spiritualità e captando l’anima come tutt’uno, un unico sentire con il corpo compiendo un tentativo forse raggiunto di simbiosi fra corpo e anima non scissi, ma in questi attimi rubati sono stati furtivamente insieme danzando in questi turbini di versi.

“Fare l’amore è più facce della stessa vita o più vite dietro tante facce diverse” Cit tratta dalla poesia “fare l’amore” di Matteo Autuori.

Sabrina Santamaria

Foto dal web

IL BOATO RUGGENTE DELL’ARTE: QUANDO GLI ARTISTI SI INORRIDISCONO a cura di SABRINA SANTAMARIA

Il Boato ruggente dell’arte: quando gli artisti si inorridiscono.

“Siate sempre capaci di sentire nel profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo” cit. di Ernesto Che Guevara

Un grande rivoluzionario come Ernesto Che Guevara affermò: “Vale la pena di lottare solo per le cose senza le quali non vale la pena di vivere”. Vero pacifista, libertario tanto da morire in nome della libertà come i giovani della rivoluzione sessantottina che ripudiavano la guerra e la violenza i quali molti di loro furono pure arrestati. Ultimamente hanno denunciato le stesse problematiche due cantautori Ermal Meta e Fabrizio Moro con il testo musicale “Non mi avete fatto niente” che è un innovativo esempio di una denuncia nell’ambito della musica. Fabrizio Moro ed Ermal Meta decidono di creare a quattro mani un pezzo musicale che possa rimanere inciso nella storia di tutti i migliori cantautori dei tempi. A mio parere uno degli obiettivi dei Nostri è stato quello di dare origine ad un testo che possa scuotere nel profondo l’immaginario collettivo con lo scopo di far riflettere l’opinione pubblica su alcune problematiche di respiro mondiale: la guerra, il terrorismo, in generale se vogliamo la distruzione ingiustificata della violenza. Questo testo è risultato vincitore al Festival di Sanremo, primo posto a mio giudizio, sudato e meritato, non solo per il messaggio veicolato, ma anche per le scelte stilistiche adoperate; il testo di questa canzone mi riconduce mentalmente ad una poesia cantata. Ascoltando con dedizione e con accuratezza possiamo rintracciare figure retoriche come metafore, ossimori, iperboli (“Galassie di persone”). È come se i Nostri dicessero in modo chiaro ed esplicito: “La guerra non è mai un atto legittimo ed ogni modo non può essere mai giustificata. Il terrorismo nemmeno! Non si può ammazzare in nome di un dio, di una religione, di un’idea, è eticamente inaccettabile ed impensabile per un uditorio “sano” moralmente concepire di portare la pace nel mondo con una bomba o con una guerra”. Lo stesso discorso vale per il nostro paese, l’Italia, che manda i suoi soldati per fare le “missioni di pace” ed usano le armi da fuoco, un controsenso! Questa canzone mi ha riportata ai “Corsi e ricorsi storici” vichiani. La storia secondo Vico procede per cicli che si susseguono in un modo sempre uguale ripetendosi in tre cicli: età degli dei, età degli eroi ed età degli uomini. Oggi quale epoca stiamo attraversando? Qualche storico contemporaneo riuscirà a darci una chiave di lettura? E anche se uno studioso avanzasse ipotesi azzardate a proposito cosa potrebbe descriverci? E con quali coordinate storiche? Spesso gli intellettuali del nostro tempo, vedi la Turkle, ci forniscono un’interpretazione che è molto debitrice della posizione rousseauiana cioè: “Progresso-regresso”. Il progresso non ha portato più al benessere della società, il benessere lo ha portato agli albori della tecnologia, adesso la saturazione tecnologica per certi versi ha spaccato il mondo sociale creando: una società a microcosmo che diventa ipertrofica ed opulenta sempre più volubile e concentrata sul predominio dell’avere sull’essere come Erich Fromm ci suggerisce nella sua opera “Avere o essere?” mentre d’altro canto una società a macrocosmo dilaniata dalla miseria più assoluta. Tornando al nostro argomento iniziale pensiamo facilmente che in tutte le epoche ci sono state le ingiustizie e queste sono state denunciate attraverso le arti: musica, pittura, scultura, cinema, teatro e letteratura. Il video di “Non mi avete fatto niente” ha scosso la nostra mente, la nostra coscienza . Fra l’altro se dovessi fare un termine di paragone con un’opera d’arte mi piacerebbe creare un parallelismo con “Guernica” di Pablo Picasso. Sono due forme d’arte completamente diverse perché coinvolgono sensi percettivi completamente eterogenei, una il campo uditivo, l’altra visiva. Al di là di possibili analogie e differenze esse vivono come espressioni d’arte talmente espressive che sono avulse dai loro stessi creatori. Hanno lo stesso obiettivo: denunciare a gran voce gli obbrobri della violenza. La violenza non può essere accettata o considerata come fatto ovvio o normale. Picasso col suo pennello ci narra la triste vicenda della città Guernica colpita dalla guerra civile tra i monarchici guidati dal generale Francisco Franco e i repubblicani, il 26 Aprile del 1937 la città fu rasa al suolo. Lo spazio rappresentato è interno distrutto dal bombardamento. I dettagli sui quali i critici hanno gettato la loro attenzione sono: una figura di donna che sta cercando una candela , un toro, un cavallo grido di una madre che stringe il suo bambino, una donna che corre verso sinistra, un soldato a terra caduto in battaglia tra le mani ha un piccolo fiore segno della pace e della speranza . La lampada rappresenta il lume della ragione che secondo la riflessione del pittore cubista gli uomini contemporanei hanno perso. Proprio alla ragione umana Ermal Meta e Fabrizio Moro si rifanno e si richiamano. La ragione è il lume che l’uomo contemporaneo ha perso, altro che più evoluto! Anche il video della canzone menzionata mostra famiglie e bambini distrutte dalla violenza. “Guernica” rappresenta il grido di dolore universale di tutta l’umanità che nel novecento è stata sconvolta dalle guerre, infatti c’è da riflettere anche sulla scelta del colore, che è quasi un monocromo dalla tonalità grigia. Si rifà molto alle opere medievali perché presenta uno schema triangolare. Sia Picasso, sia i nostri cantautori mi hanno fatto pensare ad un poeta Quasimodo con la sua opera “Uomo del mio tempo”. Individuiamo un carattere fondamentale: “ Il boato ruggente di un grido contro ogni forma di violenza!”
“Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo (…). T’ho visto eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore , senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro la prima volta.” Cit. “Uomo del mio tempo” di Salvatore Quasimodo.

Sabrina Santamaria

Foto dal web Pixabay

IMPRONTE DI SPIRITUALITÀ E ORFISMO NELLA LIRICA “RICORDO” DI EMANUELE MARCUCCIO a cura di LUCIA BONANNI

IMPRONTE DI SPIRITUALITÀ E ORFISMO
NELLA LIRICA RICORDO DI EMANUELE MARCUCCIO

RICORDO

O tu che lampia volta
della vita ascendi,
o tu che lampia prora
dell’azzurro varchi!
Il sonno m’inabissa profondo,
il mare mi plasma tranquillo,
ricado riverso
nel fianco ritorto,
ricado sommerso
nel freddo glaciale,
quel bianco dolore,
che mi arrossa la faccia,
quel freddo vapore,
che m’avvampa tremendo.

La poesia è il ricordo delle immagini, vissuti evocati dalla memoria con l’uso di parole musicali e di quelle referenti un colore. Chi legge in modo partecipe una poesia diventa un po’ poeta, infatti fare il poeta e diventare poeta sono passaggi di un percorso poetico e l’uno richiede l’esistenza dell’altro. Il diventare poeta è sempre in costante divenire e necessita di esercizio continuo che si connota nel fare il poeta. Non esiste una definizione univoca di poesia perché essa esprime intrecci di emozioni, sensazioni e sentimenti ed il primo fuoco dell’ispirazione é dato dalle percezioni e dal vissuto personale dell’autore. La lirica “Ricordo”, scritta da Emanuele Marcuccio il 28 ottobre del 1994, è una concentrazione di significati, una realtà sublimata in fantasia dove la forza di immagini e contrasti forma una grandezza variabile con posture idiomatiche di saggezza, capacità e sentimento. L’occasione di scrittura di questa lirica non si riferisce ad un ricordo transitorio ovvero ad un soggetto definito, bensì ad un qualcosa di cosmico, di ancestrale e il contenuto si accentua nel messaggio di chiara impronta ascetica. Già il titolo, parola chiave del componimento, introduce elementi narrativi, un tipo di prosa poetica che si caratterizza per logica e fantasia e come nella narrazione si struttura in analessi, metalessi e prolessi, prendendo anche l’evidenza filosofica della tesi, antitesi e sintesi. La messa a fuoco delle immagini è per Marcuccio momento di contemplazione, libertà e sincerità con accento di purezza e senso di appartenenza universale e soltanto pochi versi a comporre questo stato di grazia poetica, idealmente divisibile in tre quartine ed un distico in versi liberi. La prima quartina, impreziosita dal doppio vocativo iniziale, è disseminata dal valore polisemico dell’aggettivo ampia qui inserito come anadiplosi, un raddoppiamento voluto per conferire maggiore rilevanza al significato lessicale, ed ancora dai verbi ascendere e varcare nonché dai sostantivi volta e prora. L’aggettivo ampio, esteso, vasto, di notevole dimensione, è attribuito sia alla superficie ad arco della cupola celeste sia alla parte anteriore dello scafo azzurro, la prora, prua in dialetto genovese, mentre il verbo ascendere, salire, andare dal basso verso l’alto e varcare, oltrepassare, andare oltre insieme alla sacralità della vita e l’azzurro del cielo fanno pensare ad un contesto storico-culturale di conoscenze e avvenimenti nella vita dell’autore che ben conosce la funzione del poeta, sa parlare al cuore degli altri, riesce a cogliere sensazioni e sa dare forma all’analogia. Il vocativo o tu, scritto in anafora, si connota nell’io poetante che si immerge nell’azione meditativa e a guisa di un aedo dell’antichità con un piccolo plettro fa vibrare le corde dell’animo nella più ampia aspirazione di poter elevare la propria anima al di sopra dei miasmi del mondo e varcare la porta dell’azzurro incontaminato. I lemmi prora e azzurro, intese come metonimia nel senso di contiguità spaziale e nel significato di nave e ambiente, è tecnica di sostituzione della parola porta che apre un varco nell’immensità dell’azzurro. L’enjambement, il gioco di suoni, le metafore nominali e quelle dei colori, l’aggettivo metaforico, l’allitterazione e il ritmo sono parte di una metalessi, ma anche di una tesi, in cui il poeta parla e riflette in colloquio intimo con se stesso e con chi legge. Il distico è costruito sulla personificazione e la figura di significato si avvale delle metafore verbali inabissare (con sinomino di sommergere) e plasmare, degli aggettivi profondo e tranquillo ed i sostantivi mare e sonno in gradazione di ampiezza lessicale. Il verbo inabissare, sprofondare in un abisso o nelle profondità del mare, prende il significato di straniamento dalla realtà con valenza di ascetismo. Come i figli di Hypnos che nei sogni portavano forme umane, animali, piante e paesaggi, nei versi del Nostro il sonno si colloca in accezione meditativa, un Phantasos che appare quale medium della fantasia necessaria per una riflessione di senso mentre il mare, archetipo per eccellenza, modella i processi intellettivi e meditativi dell’io lirico. Ma per contrari voleri il soggetto ricade rovesciato su un fianco e affondato nel gelo. Oppure, come si legge nella nota dell’autore, in tutto ciò si può leggere Un’allegoria che ha per tema il giustapporre un’anima che si eleva alle cose celesti a un’altra che ricade nelle cose mondane. Prora come direzione diritta, in traslato retta via; varcare la retta via: andare oltre l’umano, andare oltre l’ordinario. Il significato di ascendere si trova in antitesi con ricadere cioè cadere nuovamente, discendere e l’effetto secondario sta nel lato del corpo che si attorciglia su se stesso ed è di nuovo deformato da un movimento energico e di conseguenza l’essere si ritrova sommerso da un forte senso di smarrimento e solitudine.

La bella sinestesia bianco dolore in apertura della quarta strofa fa aggallare la sofferenza che opprime l’animo e senza alcun riserbo si fa notare nella tinta forte che al pari di un vento di borea imporpora il viso e con suggestione si allaccia alla figura ossimorica del freddo vapore che in modo ostile, avverso, contrario chiude tra le vampe l’intera persona. Il vapore può essere un’esalazione oppure lo stato aeriforme di un addensamento o di una sostanza. Ciò rimanda al senso figurato che in Dante diviene fiamma delle anime beate, scia di stella cadente ed emanazione divina. Tra l’altro la posizione antitetica tra lazione dell’avvampare e il vapore che pur essendo freddo, rende sempre l’idea del caldo, fa pensare all’estasi contemplativa dove il colore della tinta albina evoca il bianco della tunica che veste l’anima purificata, concretezza di spiritualità che nella Cappella Brancacci con grande estro creativo Masaccio rappresenta nella profondità delle figure narranti le storie di San Pietro che guarisce con l’ombra e Il battesimo dei neofiti. Nella gradazione semantica tra arrossa, vapore, avvampa oltre all’idea del calore che ristora e fa maturare emozioni e sentimenti, si ritrova una metafora nominale con significato di identità ed anche una certa idea di chiasmo; così per sillogismo se il vapore é aeriforme allora anche il dolore può diventare aereo ed esalare dal corpo. I dati sensoriali, la frugalità delle rime, le armonie imitative, l’enjambement, le figure sintattiche e quelle di significato, l’accumulazione di idee, la posizione delle parole anche in inizio e fine del componimento, literazione emozionale e la sintesi espositiva fanno di questo componimento un testo di prosa poetica, strutturato sulle cinque W della narrazione (who,what,where,when,why,how), e che lascia libero il lettore di immaginare personaggi, luoghi e tempo come accade nella rappresentazione drammatica del teatro nel teatro, impronta di scrittura usata dall’autore per meglio denominare le caratteristiche analogiche di comprensione del messaggio di umana spiritualità con immagini nitide e suggestioni orfiche. “Ricordo” è una poesia che rimane tra le più care e significative tra quelle scritte dal Nostro , un’ideazione lirica in cui si può leggere la sintesi dell’intera produzione marcucciana, un viaggio che dura da più di vent’anni e si riflette nella prassi del “fare il poeta” e “diventare poeta” perché solo così, come afferma l’autore, si può essere “poeta”. L’andatura narrativa e la rielaborazione concettuale sono talmente ricche di ampiezze spirituali ed intime corrispondenze da far pensare a ciò che insegna Kavafis, quando scrive che nell’arte del poetare la vera ed unica difficoltà sta nel salire il primo scalino: Essere giunto qua non è da poco;/quanto hai fatto non è una piccola gloria perché Se per Itaca volgi il tuo viaggio,/fa voti che ti sia lunga la via,/e colma di vicende e conoscenze e sappi in ogni luogo tenere l’isoletta nella mente perchè ciò che importa è il viaggio e non la meta. E Marcuccio di scalini ne ha saliti talmente tanti da trovarsi tra le Muse del Parnaso e dal suo viaggio verso Itaca torna all’approdo sempre più saggio e sempre più esperto.

Lucia Bonanni

San Piero a Sieve
3 marzo 2017

LUCIA BONANNI per VERSO

“SULLE RIVE DEL TEMPO” di IMMACOLATA ROSSO e LA SUA GRAMMATICA DEL PRESENTE a cura di SABRINA SANTAMARIA.

“Sulle rive del tempo” di Immacolata Rosso e la sua grammatica del Presente a cura di Sabrina Santamaria.

Cos’è il tempo? Tutti per esperienza sappiamo che esso si regge su una linea cronologica di passato, presente e futuro, ma è davvero è solo così che possiamo definirlo? Questa è un’interpretazione capziosa e stereotipata, impacchettata, incapsulata e preconfezionata. In realtà noi siamo perché siamo stati e saremo perché appunto oggi siamo. Proprio da questi assunti la nostra autrice parte, uno dei tanti suoi obiettivi è suscitare questo snodo riflessivo: “Il tempo non è una sterile catena di eventi”. Primo Levi affermò che se avesse dovuto definire il suo tempo lo avrebbe paragonato ad un elastico che si poteva allargare o accorciare secondo il suo stato d’animo. Leggendo questa piccola, ma densa raccolta poetica ho cercato di decodificare, interpretare i molteplici e plurimi significati. La nostra autrice ha messo insieme con un artificio sincretico polisemia di linguaggio unita all’allegorismo e al simbolismo; basta già riflettere sul titolo. La riva è uno spazio di confine un limen tra la terra luogo topografico geograficamente definito e il mare, metafora per eccellenza dell’infinito, dell’immenso, dell’imponderabile, è come se la Nostra con la sua opera ci richiamasse all’attenzione con dei quesiti primitivi, i più antichi del mondo: “In questo momento nel quid ed ora anima sperduta dove sei? Stai ripercorrendo i “sempiterni calli” passati di petrarchiana memoria? Oppure te ne stai appollaiata in modo rassegnato prospettando un immaginario futuro che forse non accadrà? Questi appelli principalmente ella li fa alla sua anima che naviga tre le sponde dei suoi sogni e delle sue rappresentazioni oniriche però la Nostra fa sorgere questi spunti riflessivi anche ai suoi lettori, infatti non ha intitolato la raccolta con un termine al singolare, ma al plurale, il titolo riporta con sé una sana egoità mista ad un’alterità indefinita. Cosa rappresentano le rive? Me lo sono chiesta anche io, addentrandomi è nata dentro di me un’interpretazione, un’allegoria da svelare: la riva è il nostro presente, esso sta al confine tra il passato (la terra definita in cui abbiamo camminato ed abbiamo lasciato le nostre orme, abbiamo perfino forse contato i nostri giorni con gli anni) ed il futuro indefinito, infinito, ancora imperscrutabile come il mare, non conosciamo mica tutte le gocce dell’Oceano Atlantico, nemmeno in generale tutte le insidie che il mare ci potrebbe riservare a questo punto forse abbiamo svelato l’arcano perché il Presente, quasi personificato in questa raccolta poetica, è una linea cronotropa tra il passato che ci ricorda i suoi drammi (anche storici non solo personali) e il futuro incerto, liquido per eccellenza: “Eravamo ormai onda liquida”, la sinestesia “liquidi specchi”, “l’orizzonte liquido” , “Palpitavano nell’aria liquida” infatti la Nostra inserisce spesso questo termine nelle sue poesie. “Oblio” è una parola che compare spesso nei suoi versi: “Abiterò la casa sperduta sui monti, dove il gelo dell’oblio annichilisce l’antica fiamma.”, “E giacemmo nel seno dell’oblio.”, “Moriremo insieme, mentre un dolce oblio si distende sui tuoi occhi socchiusi”, “ (la solitudine) è un crudele spettro che ti rapisce e ti porta via dal sole, nelle nebbie dense dell’oblio”, “Anima e cuore, pelle e pensiero, tutto svanisce nel magico oblio.” , “Tu, sogno acqueo di dolce oblio.” L’oblio è l’assenza di ricordo, la rimozione freudiana completa di un vissuto, questa anafora continua in tutta l’opera ha un profondo significato per la nostra poetessa, solo obliando i propri dolori ci si può catapultare nell’incertezza di ciò che accade, creando una sorta di apocope dei propri ricordi possiamo sperimentare la bramosia del rischio. Molto in linea col pensiero Nietzschiano la Nostra ci sottolinea che i ricordi paralizzano l’azione presente, in “Mentre cammino” fa un richiamo implicito al gregge di Nietzsche: “Vagando tra le leggi in cerca di una fede non trovo il fondamento tra il senso e la morale: io vedo solo greggi di gente che non vede, dimentica del vento, persa nel temporale.” I versi di “Silenzio” ci catapultano nell’agghiacciante cornice dei campi di sterminio: “C’è puzza qui… di indumenti sporchi, di pelle, di odio e di dolore. (…) Non ci sono più uomini, in questo lembo di Male: solo sparvieri e bestie da macello.(…) Asciugati, lacrima inutile: nessuno ti sentirà cadere, lì, in mezzo a tutto quel gas.” Immacolata Rosso ricorre frequentemente alle figure retoriche del significato come gli ossimori e le sinestesie ne sono un esempio “Onirica realtà”, “misericordiosa amnesia”, “sguardi roventi” “morbide onde”, “arcobaleni di cascate”. Alla fine della lettura di questo piccolo itinerario in rime ci rimane un interrogativo: “Il presente può essere dunque vissuto?” Sì, attraverso un artificio particolare che i poeti possiedono più di tutti: “La rappresentazione onirica della realtà” cioè vivere un dolce ossimoro che sublima la nostra vita quotidiana la concretezza dei nostri sogni e non c’è niente di più palpabile di un sogno quando i poeti lo rendono materia sensibile con la loro penna cantando la dolce musica delle loro rime ricche di polisemici versi eternamente interpretabili e mai banali come nel caso della nostra poetessa Immacolata Rosso.

Sabrina Santamaria

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DOMENICO GAROFALO: IL NEOCREPUSCOLARE PER ANTONOMASIA a cura di SABRINA SANTAMARIA

IL NEOCREPUSCOLARE PER ANTONOMASIA a cura di SABRINA SANTAMARIA

Lo stile di Garofalo è semplice e chiaro. La sua poetica è lineare, il suo linguaggio non è elitario. L’intento di questo autore è raggiungere un vasto numero di lettori, i termini che il Nostro usa appartengono al gergo quotidiano, le sue poesie non hanno versi imperniati da preziosismi sintattici. Egli non è il letterato che si rinchiude in una metrica classicheggiante, i suoi versi non sono imbevuti di numerose figure retoriche, Garofalo getta via lo stile metrico delle rime. Le sue opere non si possono catalogare in un genere letterario ben preciso e specifico, la sua non è esclusivamente poetica, ma è qualcosa di indefinito che si mischia alla prosa, quasi azzarderei definirla prosa-poetica, un genere nuovo, sui generis, il Nostro è come se avesse creato una cesura netta con gli stili poetici della tradizione per creare una maieutica nuova, le sue opere mi sembrano un tentativo nobile ed elegante di mettere nero su bianco i propri vissuti, quasi una prosa intimistica che si scaglia nella banalità della vita reale, ma non resta inerte la trascende, la sublima generando uno stile inedito, libera espressione del “Flusso di coscienza” Jamesiano. Garofalo fa propri i miti della letteratura mittleuropea, infatti egli afferma nell’intervista: “I miei miti non sono italiani”, il lettore già dalle prima lettura di “Acquerelli” lo percepisce, lo respira. La sua prosa-poetica è intrisa di spirito sabiano, molto mi ricorda il “Canzoniere” di Saba, anche egli poeta della chiarezza come sostiene nella sua poesia “Amai”: “Amai trite parole che non uno osava(…)”. D’altronde il letterato non è solo colui che canta o racconta dell’amore, dei sogni e dei sentimenti, ma come sostiene il Nostro chi scrive lo fa perché coglie gli attimi della vita quotidiana con occhi “vigili”, “attenti”, “vispi” e non può permettersi il lusso di rimanere staccato, scisso, avulso dal mondo, dalle problematiche sociali, anzi lo scrittore ha una responsabilità sociale maggiore, un compito superiore rispetto al lettore, il poeta, in generale l’artista ha il compito di esprimere il proprio disappunto, di denunciare le problematiche sociali. Garofalo è molto più in sintonia con scrittori come Emile Zola e la corrente francese del naturalismo ed anche Dickens con il suo “Social Commitment” infatti in romanzi come “Hard Times” e “Oliver Twist” il romanziere inglese denunciava talvolta con qualche punta di ironia le ingiustizie dell’Inghilterra Vittoriana come ad esempio i Parish Workhouses e le “Pour Laws”. In “Cambio matita” l’intenzione di Garofalo è proprio questa, egli passa dalla penna dei sentimenti alla “penna pensante” che non si rassegna, che non tollera il “massacro” dei diritti umani, il nostro autore trova illegittima ed aberrante la pena di morte, la considera contro ogni principio eticamente accettato. I suoi testi mi hanno ricordata ad un’espressione del poeta Sergio Corazzini: “Perché tu mi dici: poeta? Io non sono un poeta. Io non che un piccolo fanciullo che piange. Vedi: non ho che le lacrime da offrire al Silenzio. Perché tu mi dici: poeta? Le mie tristezze sono povere tristezze comuni. Le mie gioie furono semplici, semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei. Oggi io penso a morire.(…)”. Con “Caffè schiumato” mi ha ricondotta immediatamente alla poetica delle piccole cose, delle “cose quotidiane” di Guido Gozzano con la sua signora Felicita (“In me rivive l’animo di Pinocchio forse?”), il nostro si mostra come un sapiente saltimbanco che fornisce al lettore la chiave di volta per gioire delle piccolezze di ogni giorno che arriva, lo salva la sua spiccata spontaneità unita alla sua genuina reattività, caparbietà che si mischia alla vera classe dell’artista col suo spirito che tramuta il tedio giornaliero in qualcosa di veramente unico e speciale: “Forse un caffè schiumato, un caffè schiumato per tutti i cuori del mondo!”. Se dovessi dare un epiteto a Domenico Garofalo lo designerei come un neocrepuscolarista perché scava la felicità, la inventa quasi nell’apparente banalità del reale, così sorridiamo davanti ad un caffè schiumato “ridendo di gusto” vivendo nella pienezza dell’attimo appena vissuto! Sento una vera freschezza d’animo in Garofalo, uomo che con i suoi versi accetta la vita quotidiana e attraverso i suoi versi arricchisce quella dei suoi lettori.

Sabrina Santamaria

L’ETERNITÀ DELLA MORTE DEGLI ETERNI AMORI NARRATI a cura di SABRINA SANTAMARIA

“L’eternità della morte degli eterni amori narrati” a cura di Sabrina Santamaria

“L’amore è una mera questione sentimentale o entrano in gioco fattori socio-culturali?” Questa domanda è stata sempre ridondante nei secoli passati. L’Eros si è barcamenato tra gli angoli mai smussati delle classi sociali, delle caste, delle divisioni sociali. Due persone che si amano possono davvero lottare e vincere in modo incontrastato contro le insidie del contesto in cui vivono? Cosa accade quando due membri culturalmente differenti si incontrano e scatta la famosa scintilla amorosa o colpo di fulmine? Quanta vita può avere la loro storia d’amore? Tutti questi interrogativi ce li siamo posti nel tempo e negli anni. I mass-media, spesso, nei loro film ci danno un’illusione, una parvenza della realtà, soprattutto attraverso le fiction in cui sempre la “povera cenerentola” riesce a coronare il suo sogno di essere una principessa, una nobile attraverso il matrimonio perché l’uomo che si innamora di lei si imbatte contro le insidie e riesce a sposarla; basti pensare alla fiction “Elisa di Rivombrosa”. In tutti i secoli, anche nella antica Grecia, le divinità andavano a cercare le donne per giacere con loro almeno solo una notte, il mito narrato da Platone ci fa riflettere molto sull’attrazione a prima vista, Poros e Penià, lui divinità lei una povera mendicante, si sono uniti per una notte in un momento d’ebbrezza del dio ed generato il loro frutto d’amore: Eros. Quest’ultimo è metafora del filosofo, non è né una divinità, né un comune essere umano, ma un eclettico, colui che non possiede la conoscenza, ma la ricerca costantemente. La scrittrice Jane Austen in “Orgoglio e pregiudizio” ha sapientemente romanzato su questa annosa e secolare questione, infatti i protagonisti della storia sono contrastati fortemente dalle disuguaglianze sociali, ma tra mille peripezie alla fine sappiamo che le sue storie hanno tutte lieto fine, Jane Austen non lascia mai di pessimo d’animo i suoi lettori e forse, a mio giudizio, questa è stata una ricetta vincente della Nostra, una strategia che le ha portato successo. Molto più fosca e dalle tinte molto più aspre è la vicenda Heathcliff e Catherine di “Cime Tempestose” in cui l’ardito sentimento dei due protagonisti ha un prezzo molto alto in quanto i componenti di due famiglie vengono completamente sterminati dalla pazza furia di Heathcliff. La letteratura Occidentale e Orientale è ricca di storie d’amore contrastato: Shakespeare in “Romeo e Giulietta”, tragedia molto famosa, in cui i Montecchi e i Capuleti sono anch’essi “puniti” questa parola risuona alla fine della vicenda nelle espressioni del poliziotto: “All are punished”(Tutti siamo stati puniti). Ariosto nell’ “Orlando Furioso” racconta di una follia d’amore, Orlando impazzisce per un amore non ricambiato, egli si era innamorato perdutamente di Angelica principessa del Catai, l’unico modo per disamorarsi sarà quello di bere nella fonte dell’odio. Anche Dante Alighieri con il Dolce Stil Novo ci descrive l’amore, un sentimento candido e puro in cui la donna veniva descritta come un angelo, infatti nel Sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare” ci descrive la sua Beatrice: “Ella va sentendosi laudare benignamente d’umiltà vestuta e pare che sia una cosa venuta dal cielo in terra a miracol mostrare”, quando parliamo di Dante e dell’amore non possiamo non citare Paolo e Francesca del V canto dell’Inferno, questi due amanti si erano amati fino alla morte, tanto per morire a causa del loro stesso peccato, la lussuria, ma il loro era vero amore tanto da finire all’Inferno insieme e spartirsi le sofferenze. In ogni caso spesso è come se il vero amore coincidesse o con la morte o con la follia, infatti tutti i personaggi delle storie che qui ho avuto modo di analizzare, se contrastati fino alla fine o muoiono o impazziscono, è come se l’Eros profondo abbracciasse la morte, il Thanatos, oppure aprendoci alle opere moderne l’amore se è impedito, porta con sé uno struggente senso di solitudine, un abisso dell’anima dal quale è impossibile poterne uscire. Questo è il caso di Madjiguène Niang nel suo romanzo “La sentenza dell’amore” Mahè e Bebè vivono un amore dilaniato dalle differenze di caste senegalesi che alla fine li porterà ad allontanarsi, Mahè avverte però nel suo intimo uno splin baudelairiano che non la abbandona, perché la distanza da Bebè è stato un dolore forte che non ha potuto digerire. In “Memorie di una geisha” Artur Golden offre al lettore lo stesso panorama: “L’impossibilità di amare”. L’unica cosa che non poteva permettersi una geisha era l’amore, era vietato per lei amare davvero. L’amore in ogni storia dà una sentenza che sia la morte, che sia la follia, che sia la solitudine, questo sentimento ha un prezzo da pagare, una caparra che gli innamorati devono per forza scontare per definirsi agli occhi degli altri tali. Bauman nella nostra società post-moderna ha definiti i sentimenti liquidi. Queste vicende con i suoi eroi ci fanno comprendere che essi possono morire, ma le loro storie rimangono eterne, incise nella storia dell’umanità. E Voi lettori non pensate che i “grandi amori” non muoiono mai rimanendo vivi nelle storie di chi li narra?
“L’amore per me non porterà che un solo nome: Bébé. […] Bébé era l’ossigeno inspirato, necessario alla mia vita, contro l’espulsione dei veleni e del fiele della vita a due..”cit “La sentenza dell’amore” di Madjiguène Niang.

Sabrina Santamaria

Photo web: Francesco Hayez “Bacio” olio su tela

“CONCHIGLIE CAURIES POETI AFRICANI” DI ABDEL KADER KONATE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Conchiglie Cauries Poeti Africani” di Abdel Kader Konate

“Io non sono nero/ io non sono rosso/ io non sono giallo/ io non sono bianco/ non sono altro che un uomo. Aprimi fratello! Aprimi la porta/ aprimi il tuo cuore/ perché sono un uomo/ l’uomo di tutti i cieli/ l’uomo che ti somiglia!” cit. della poesia “Aprimi fratello!” di Rene Philombe.

Spesso immaginiamo l’Africa come un continente molto lontano da noi, lo pensiamo come un territorio poco fertile, come colonia, come terra assoggettata alle grandi potenze europee, ebbene, questo è in parte vero perché questi assunti la storia ci ha insegnato, sappiamo che i confini dell’Africa non sono geografici, ma politici, cioè divisi a “tavolino” duranti i trattati di pace dalle grandi potenze europee, avvenimenti politici davvero accaduti, basti pensare alle vicende sociopolitiche del novecento. La lettura di questa raccolta poetica ha suscitato in me diverse riflessioni che, a mio modesto parere, potrebbero essere una chiave di volta per comprendere almeno in superfice l’opera di un autore africano. Il titolo “Conchiglie Cauries Poeti africani” mi fa pensare ad una personificazione di un elemento naturale quale è la conchiglia, essa può stare in mare, come in spiaggia, può essere bagnata, oppure esposta continuamente al sole, quindi rimanere anni nella siccità, questa condizione è quella simile al poeta africano; per certi versi può trovarsi in un mare di emozioni, travolto dalla musicalità, dai colori, dai sapori della sua terra, quindi ispirato dalla bellezza del suo continente ha possibilità di salvezza, può emergere ed allo stesso tempo immergersi eterogeneità del bello, ma un uomo sensibile come un poeta può sentirsi travolto dall’immensità delle problematiche sociali, politiche, storiche del continente in cui vive, quindi restare anni in una condizione di aridità sul piano delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti. I nostri poeti africani sono appunto “conchiglie” scagliate nell’immensità dell’universo della loro vita, si precipitano come uomini pieni di umanità e di coraggio, scrutando la “bellezza” laddove un uomo qualunque vedrebbe solo il deserto più assoluto, il silenzio che sgomenta, che percuote gli stati d’animo più fragili, invece i Nostri poeti hanno la forza di prendere la loro penna e narrare, non solo se stessi, ma anche tutti i protagonisti delle loro storie, i posti dove sono vissuti come sono, senza remore o nascondimenti. Le loro poesie sono inviti alla solidarietà, al vero senso di “umanità”, spesso sono dei veri e propri Inni alle loro terre. Nella raccolta poetica sono stati accostati testi di Nelson Mandela e Senghor, autori che conosce anche il mondo letterario occidentale, questa scelta non é solo stilistica, ma ha un profondo significato, perché essa è la volontà piena ed incondizionata di voler creare una linea tra passato, presente e futuro. La storia dell’Africa come continente non è mai affrontata in modo approfondito nelle scuole europee, spesso si fa solo cenno alla segregazione razziale del Sudafrica, ai ku klux klan, agli anni di prigionia dell’ex Presidente del Sudafrica e alla sua lotta non-violenta per l’ indipendenza, tutti avvenimenti pedagogicamente e fenomenologicamente validi da affrontare, ma andrebbero accompagnati da premesse storiche più approfondite e spesso meno etnocentriche. Sarebbe necessario trattare aspetti legati alle loro culture, ai significati più nascosti e misteriosi delle loro culture, un insegnate dovrebbe partire da concetti antropologici sull’eziologia delle parole “mito”, “tribù”, “rito di iniziazione”, “magia”, “religione” e “dono”. L’antropologo Claude Levì-Strauss in “Tristi Tropici” ha sottolineato due modi del mondo occidentale di rapportarsi alla diversità: l’antropoemia e l’ antropofagia. Nel primo caso la diversità non viene accettata, non viene tollerata, le conseguenze di questo atteggiamento conducono a comportamenti xenofobici. Nel secondo caso, invece, l’altro concepito come diverso verrebbe completamente inghiottito, assorbito cultura altrui senza margine di possibilità di conservare nella quotidianità se stesso, il “Diverso” sarebbe quasi “costretto” inconsciamente ad un cambio di “rotta” rendendo ancora di più “inconsistente” la sua storia di vita in cui nell’oblio vi sono usi, costumi, affetti, sentimenti, riti che non può e non deve dimenticare. Proprio per quest’ ultima ragione i nostri poeti africani nei loro scritti hanno inciso musicalmente i loro versi attraverso varie figure retoriche quali anafore, allitterazioni (figure retoriche legate al suono), ma anche sinestesie (figura retorica che consiste nell’accostamento di oggetti, figure, immagini che si ricollegano a sensi percettivi diversi), non mancano in questa raccolta poetica figure retoriche del significato come metafore, similitudini, iperboli e qualche sineddoche. Per quanto riguarda le figure retoriche che riguardano la metrica il lettore più appassionato di una critica attenta della struttura dei versi può individuare il chiasmo, l’anastrofe e l’iperbato. È forte l’esigenza di questi autori di essere riconosciuti come persone al di là dell’appartenenza culturale e geografica, tanto che nelle loro espressioni ho sempre riscontrato la “Personificazione” non solo come figura retorica, ma come slancio vitale che ci conduce all’infinito.

“Dietro ogni sguardo
un infinito
un nome indefinito
un sogno predefinito
un universo, un’illusione, un infinito”.

Ultima strofa della poesia “Illusione” di Abdel Kader Konate.

Sabrina Santamaria
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ROBERTO SAVIANO E LA SUA CRITICA DELL’INENARRABILE a cura di SABRINA SANTAMARIA

Roberto Saviano e la sua critica dell’inenarrabile.

“La mafia è una montagna di merda” esclamò il giovane Peppino Impastato negli anni ’70 anche lui stesso come sappiamo fu trucidato dai Boss mafiosi solo per aver avuto il coraggio di affermare la “verità”, la riproduzione cinematografia “I Cento passi” ha scosso moltissimo le nostre coscienze. Quando si parla di “fenomeni mafiosi”, “mafia”, “angherie”, “Camorra”, “Cosa Nostra” non possiamo dimenticarci dei Giudici Falcone e Borsellino. Maria Falcone, sorella del magistrato ammazzato nella strage di Capaci, ha scritto diversi libri per far vivere nell’immaginario collettivo l’immagine del fratello che ha avuto quel tragico destino. Nel 2012 ha scritto con una giornalista, Francesca Barra, uno dei tanti libri di tutto rispetto “Giovanni Falcone un eroe solo” in cui ci racconta la storia di vita del Magistrato dalla giovinezza fino alla tragica morte per dimostrare che ciò che non morirà mai di “Noi” sono le nostre idee, le nostre buone azioni, i nostri ideali. Le nuove generazioni vanno educate alla Legalità, alla civiltà, alla solidarietà, al rispetto di se stessi e degli altri ecco perché altri due grandi autori Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nel 2011 hanno pubblicato una raccolta di lettere di ragazzi di scuola secondaria di primo grado e secondo grado che si intitola “La mafia fa schifo” per sottolineare che i ragazzi non si rassegnano alle prepotenze, alle “angherie” di coloro i quali si sentono più forti, ma in realtà sono deboli. Quando lessi anni fa questo libro lettera dopo lettera mi resi conto di quanto i giovani siano stanchi di vivere in un mondo di omertà, di illegalità, di cattiveria allo stato puro. Ricordiamoci che i giovanissimi sono stati vittima dei fenomeni mafiosi, basti pensare alla vicenda atroce di Graziella Campagna vissuta in provincia di Messina a Saponara ammazzata nel 1985. Saviano, scrittore-giornalista e saggista italiano, ha narrato le vicende “affaristiche” e criminali della camorra nella sua opera “Gomorra” che è stata definita appunto “Un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra e dei luoghi dove questa è nata e vive: la Campania, Napoli, Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Casapesenna, Mondragone e Giuliano”. In “Vieni via con me” lo stesso Saviano critica e mette in luce le inadempienze italiane, le verità agghiaccianti su storie di vita, calamità naturali(come il terremoto in Abruzzo), le incongruenze delle congregazioni religiose cattoliche dei paesini italiani le quali a volte non hanno saputo “puntare i piedi” con i boss mafiosi dei luoghi circonvicini tanto da accettare che fossero fatti i funerali religiosi di mafiosi defunti, proprio questi avvenimenti contorti il Nostro denuncia a gran voce senza remore e senza riserve. Saviano, d’altronde, ha sempre scritto con cognizione di causa denunciando anche un sistema mediatico di “massa” ,appunto, che non fornisce agli italiani le conoscenze, le competenze per comprendere davvero i fenomeni mafiosi, lasciando al buon intendimento del lettore la complicità politica sottaciuta di queste agghiaccianti vicende di cui si è discusso seppur in modo abbozzato in questo articolo. La recente morte del boss Totò Riina è un esempio emblematico degli sproloqui del Nostro Saviano in quanto anche in questo caso vi è stato un forte impatto mediatico: giornali, telegiornali, trasmissioni televisive serali hanno ricordato Riina a mio parere in modo esasperato e inopportuno, hanno ripercorso la sua vita(costellata solo di delitti atroci e crudeli) tappa dopo tappa, sarebbe stato molto più umano e solidale ricordare le sue vittime perché Riina è un capitolo nero, una pagina scritta di rosso(per tutto il sangue che ha sparso) da “ricordare per non dimenticare” per delitti aberranti che ha commesso. Noi italiani dobbiamo concentrarci di più sulle persone che la mafia la combattono e non la assecondano, uno di questi è Roberto Saviano il quale con la sua penna non si stanca mai di rendere “narrabile” ciò che ai molti apparirebbe come “inenarrabile”.
“Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne.” Cit. dal romanzo d’inchiesta “Gomorra” di Roberto Saviano.

Sabrina Santamaria 
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