“IL TEMPO: I SUOI RICORDI” di MARIA ROSA ONETO

PROSA: “Il tempo: i suoi ricordi” di Maria Rosa Oneto.

Ho sempre vestito l’anima di solitudine e malinconia.
Non sono mai stata bambina con riccioli di spensieratezza, poggiati sul cuscino.
Dalle vetrate, dove mi specchiavo, entravano il rumore del mare e un sole capace di stordire il cuore.
Era pur sempre una corsia d’ospedale, piena di pianti, di odori disgustosi e di “trappole” per confondere i pensieri. Ridevo anche senza poter camminare o zoppicando affannata per quei lunghi corridoi dove il silenzio imperava e la paura si stendeva sui muri, sopra le vesti di frati e suore. Di infermiere dal ghigno malefico.
I feti indesiderati, galleggiavano in ampolle di vetro, creando domande senza risposta alle nostre piccole menti innocenti. Il cibo, servito in ciotole di metallo era vomitevole al pari forse di quello dei carcerati. La penombra che invadeva il reparto, sapeva di strani segreti, di bugie edulcorate dalla fantasia, di verità nascoste tra bisturi e garze.
Il ronzio di una “sega” che tagliava i gessi, metteva addosso un terrore sconfinato. Quando avrebbero reciso: un arto, una gamba, un braccio! Tremavano come fiori in un campo di grano. Sottile era l’immagine del dolore. Così impalpabile e trattenuto come una crisalide nell’atto di sbocciare. Scorrevano lacrime, subito asciugate per il timore di essere considerati: inutili, incapaci e fragili. Tenevamo tutto dentro senza pretendere altro. Crescevamo in fretta, non tanto di statura, ma nel desiderio di liberarci, di tornare a casa, di riprenderci la normalità di una vita che purtroppo non sarebbe mai stata normale.
Povere Creature, segnate dal destino, al frantumarsi di sogni appena iniziati. Con la ritrosia di un’adolescenza che turbinava lo spirito, riempiva la pelle di brividi d’amore, provocando una sessualità più letta che goduta.
Spruzzi di erotismo in una speranza familiare sempre più ottusa e chiusa all’esistenza.

Maria Rosa Oneto

Foto Pixabay

“RICORDI” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “Ricordi”

Non sono mai stata bambina, nel senso più ampio del termine.
Quando nasci e a pochi mesi ti colpisce una menomazione fisica, la “tua palestra sperimentale” diventano: gli ospedali, gli sguardi impietosi della gente, l’esperienza che ogni giorno ti viene stampata addosso come una seconda pelle.
La fantasia, che credi di trattenere, è un esercizio mentale per confondere i pensieri e far credere all’anima che tutto possa cambiare.
Da piccolina, venivo additata e derisa come fossi un clown da circo o il risultato di un amplesso diabolico e infernale che mi avesse rovesciato addosso: sfortuna e castighi da sopportare.
Allora, ai miei tempi, neppure troppo lontani, venire al mondo con un handicap corporeo significava: essere isolati, tenuti nascosti, segregati dalla società dei “finti” normali.
Molti, a vedermi, si facevano un segno di croce, sputavano in terra in segno di disprezzo oppure giravano subito lo sguardo per non essere contaminati o reietti. Era l’epoca della religione infarcita di magia e superstizioni. Delle vecchie credenze portate avanti con ignoranza e grettezza di cuore.
La mia intelligenza, da subito vivace ed esuberante, non mi ha impedito di soffrire, di sentirmi avvilita e umiliata come un angelo scartato dal Paradiso.
Il mio unico peccato, era quello di non poter camminare o di avere per pochi minuti un’andatura scorretta e scoordinata, che le varie operazioni hanno sempre più aggravato.
Nonostante questo, ero una bambina “spudorata” e felice con una gran voglia di leggere e capire.
In questo i miei genitori mi hanno sempre aiutata, pur restando limitati (soprattutto mia madre) nel concedermi quel dono infinito, chiamato libertà. Una vita segregata, “punita”, avvilita che mi ha da sempre tenuta lontana dalla fede e dal vuoto bigottismo. Forse, a modo mio, ho riversato preghiere al Cielo. Ho avuto la forza necessaria e con essa la speranza di attendere dalla vita qualcosa di buono. Quasi sempre sono stata delusa; ancor più quando il destino si accaniva su di me come belva feroce.
Ho lottato e attraversato la mia solitudine con il sorriso sulle labbra e la sfrontatezza dell’età.
Certa che in qualche modo sarei stata ricompensata.
Sono ancora qui ad aspettare insieme ad un’amica fidata: la mia carrozzina nera e gialla che non mi abbandona mai!

Maria Rosa Oneto

Foto Pixabay