ERA IL TEMPO di Maria Rosa Oneto

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ERA IL TEMPO di Maria Rosa Oneto

Era il tempo dell’aurora e di fragole, umide di rugiada. Nel parco, ancora assonnato, camminavo scalza, facendo salire al cuore l’essenza vera della natura.
Nella chiara luce dell’alba, intrisa in una girandola di colori, leggevo il libro della vita. Le lacrime, i sorrisi, concimati di dolore e passione.
Stranamente, mi sentivo ancora bambina, nonostante qualche capello grigio e la pelle del viso a ragnatela.
Nella mia congenita solitudine, che nessuna genitorialità avrebbe potuto compensare, restavano Pinocchio e Geppetto; la Fata Turchina, la povera Cenerentola e la Carrozza a forma di zucca, variegata d’oro e d’argento.
La fantasia al potere, anche in età adulta, mi portava a sognare, a vedere nell’invisibile una realtà immaginaria, multi uso, modellabile come creta.
L’anima, alla quale spesso mi aggrappavo, restava: pulita, serafica, innocente. Non importava che fosse in un corpo imperfetto, disfatto, tradito da anni di brutture e maldicenze. Covavo dentro: la bellezza del creare e di quel sogno ideale, composto da tasselli cromatici, da suoni e parole, da
giochi d’allegoria e illusione. Il “Lupo cattivo”, “Cappuccetto Rosso”, erano personaggi che mettevano in rilievo il bene dal male. La “Principessa prigioniera in un castello fatato”, lo sforzo umano per raggiungere la meta agognata e godere di serenità e pace interiore.
Quante storie in un’unica storia, più volte riscritta e ripetuta. La bellezza della magia pulita, della vittoria dopo una sconfitta, del riscatto finale, intriso con briciole di pane. Luoghi dell’immaginazione e del non senso, che venivano percepiti e assaporati con infinito amore e con il piacere di dar sollievo alla mente. “Biancaneve e i Sette Nani”,dove compaiono l’invidia, la superbia e il concetto di sopraffazione. Il “Gatto con gli Stivali”, scritto con un linguaggio tipicamente romantico, si prendeva gioco della letteratura del tempo. La sua caratteristica, era quella di nascondere l’orrore, attraverso la comicità e l’ironia.
Al pari di “Barbablù”, che ritrae la vicenda del sanguinario uxoricida nell’immaginario collettivo e finì per essere associata alla figura del serial killer; quanto mai attuale ai nostri giorni. La morale, è quella di non disobbedire mai agli ordini del marito; se non vuoi ritrovarti in mille pezzi in una stanza segregata della casa, insieme alle altre ex consorti.
Il linguaggio metaforico, prettamente ludico, sociale o pedagogico, s’innesta nelle fiabe, dando una svolta anche alla vita reale.
Non a tutte le favole, però, era riservato il lieto fine del “vissero tutti, felici e contenti”; essendo quest’ultime, tratte da vecchi racconti popolari, dove primeggiavano: omicidi, infanticidi, situazioni di cannibalismo e abusi sessuali. In alcune versioni di “Cappuccetto Rosso”, essa, viene raccontata nell’atto di togliersi i vestiti, prima di essere mangiata dal Lupo. Un gesto che è stato metaforicamente associato allo strupro e alla violenza sessuale, come in “Hansel e Gretel”; dove la strega viene bruciata viva nel forno.
Nella dolcissima “Cenerentola”, le due sorellastre, pur di calzare la “scarpetta di vetro”, si tagliano – su consiglio della madre – un dito del piede. A svelare l’inganno, due colombelle che fanno notare al Principe, la copiosa fuoriuscita di sangue dalla scarpina.
La fiaba danese de “Il brutto anatroccolo”, viene spesso considerata un’allegoria delle difficoltà che sperimentano bambini e adolescenti durante la loro crescita. Serve a rinforzare l’autostima dei fanciulli, facendo loro accettare eventuali differenze che li dividono dal “gruppo” o, addirittura, ad essere fieri di tali “diversità” che potrebbero in realtà rivelarsi un dono. Se ne conclude che, nessuno mai dovrebbe essere rifiutato o emarginato come “diverso”. In quanto, a ben guardare, nessuno lo è.
Da questa vicenda, empatica e bene augurale, potrebbero ancor oggi, rinascere aspetti di solidarietà, comprensione e di uguaglianza reciproche. Senza classicismi, disparità ed inutili stereotipi che, appartengono al lato retrogrado dell’utopia e della malvagità umana.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

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RIFLESSIONI IN PROSPETTIVA: Il Cav. Dott. Eduardo Terrana – il nuovo collaboratore di VERSO e “Italo Calvino – narrativa tra realismo e favola”

Il Cav. Dott. Eduardo Terrana

“VERSO – spazio letterario indipendente” è onorato di dare il suo caloroso benvenuto al nuovo prezioso collaboratore del blog: Il Cav. Dott. Eduardo Terrana – curatore di una rubrica letteraria dal titolo “RIFLESSIONI IN PROSPETTIVA”. Al nostro Redattore auguriamo tante soddisfazioni professionali e una lunga, prolifica permanenza sul sito.

Con rispetto e grande simpatia

Dott.ssa Izabella Teresa Kostka (Caporedattrice di VERSO)

• NOTA BIOGRAFICA

Il Cav. Dott. Eduardo Terrana: è laureato in Scienze Politiche; è insignito di Laurea Honoris causa in Diritto Umanitario internazionale; è specializzato sui Diritti dell’uomo e dei Popoli; è giornalista – saggista – conferenziere; ha svolto e svolge intensa e continua attività in ambito giornalistico, culturale e sociale; ha operato ed opera, nell’apprezzato campo dei “Diritti dell’Uomo e dei Popoli”. Pluriaccademico è, in particolare, insignito di Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Ha tenuto conferenze in varie città in Italia, in Svizzera, in Slovenia, in Messico.

ITALO CALVINO- NARRATIVA TRA REALISMO E FAVOLA

Di Eduardo Terrana

Italo Calvino nasce a Santiago de Las Vegas, vicino a l’Avana (Cuba), nel 1923, da genitori italiani. E’, però, sempre vissuto in Italia.
Dopo studi regolari e laurea in lettere a Torino, si da, giovanissimo, all’attività letteraria, dopo aver partecipato alla Resistenza in Liguria.
Il suo primo romanzo è del 1947: “Il sentiero dei nidi di ragno”, al quale seguiranno “ Ultimo viene il corvo”, 1949; “Il Visconte Dimezzato”, 1952; “ Il Barone Rampante”, 1957; “Il Cavaliere Inesistente”, 1959 ; “I Racconti”, 1958.
Interviene nel dibattito culturale e letterario distinguendosi per lucidità e rigore di analisi, memorabili i “Saggi”: “ Il Midollo del leone”, in “Paragone”,giugno 1955; “Il Mare dell’oggettività”, nel “Menabò 2”, 1959; “La sfida al labirinto”,1961. Nel 1963 scrive “Marcovaldo”, un libro per ragazzi. Con “Le Cosmicomiche”,1965, inizia la fase della sua produzione, definita “scientifica”, che comprende: “ Ti con zero”, 1967; “Le città invisibili”, 1972 e “Il Castello dei destini incrociati”, 1973.
In queste ultime opere Calvino pone il problema del rapporto tra l’opera letteraria ed il lettore, giungendo a concludere che lo schema formale del racconto è una gabbia che racchiude dei contenuti informi del tutto slegati dalla realtà e, pertanto, la sua validità sta solo in ciò che il lettore vi legge. Negli ultimi anni della sua vita soggiorna a lungo a Parigi, venendo così a contatto con le avanguardie letterarie francesi. Con Elio Vittorini fonda il “Menabò”. Muore a Siena nel 1985.
La narrativa di Calvino si sviluppa in molteplici direzioni: rievocazione di episodi della guerra e della Resistenza; parabole filosofico – morali di impronta illuminista;
grotteschi ritratti dei mali della società contemporanea; invenzioni fantascientifiche soffuse di sottili ironie. Nelle sue pagine si alternano realismo e favola: in alcune opere lo scrittore si muove da spunti sociologici, tentando una trascrizione immediata del dato reale; più spesso lo elabora in chiave di moralità o, appunto di favola, che non è evasione, bensì interpretazione del presente e della realtà, dai quali Calvino non distoglie mai lo sguardo. La favola, infatti, è per Calvino uno stampo in cui colare, con apparente distacco da concreti riferimenti storici, i problemi fondamentali dell’uomo.
La dimensione narrativa di Calvino è favolosa e fantastica, dominata da uno straordinario gusto inventivo e dal divertimento per l’intrecciarsi di fantastiche trovate.
E’ però la sua una fantasia che ritrae allegoricamente la condizione dell’uomo contemporaneo, sempre alienato, impedito e impossibilitato a raggiungere l’integrità, la completezza.
Le favole di Calvino si aprono ad una vasta gamma di significati relativi alla condizione umana e storica, sottesa da un impegno razionale di conoscenza e di meditazione sulla realtà storica che mantiene , però, l’interesse per la realtà contemporanea, che lo scrittore trascrive attraverso la mediazione della favola e dell’ironia, ma sempre avendo ben visibile una precisa realtà italiana.
E questo aggancio con la realtà storica ed umana è stata in Calvino costante ed è presente nelle sue ultime opere, definite scientifiche: “Le Cosmicomiche” e “Il Castello del destini incrociati”, dove la vocazione alla favola si apre alla migliore narrativa fantascientifica, dando luogo ad invenzioni, a rapporti, collocati in una prospettiva cosmica.
L’opera di Calvino, che si caratterizza per la vocazione al fiabesco, si inserisce nella narrativa neorealista, passando da un neorealismo a carica fiabesca alla fiaba surrealista, alla fiaba sociologica, alle fiabe cosmiche. Come i neorealisti, Calvino ha la tendenza a rappresentare la realtà problematica del rapporto uomo-società, giungendo alla conclusione che l’uomo contemporaneo è alienato, avendo perso la speranza di dominare la realtà ed il flusso della storia; è impossibilitato a stabilire un rapporto con la realtà, dalla quale, pertanto, fugge; la sua unica funzione è quella produttiva, come se agisse in totale assenza di coscienza.
In tale visione la prospettiva infantile, nel primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno , appare come un accorgimento formale che permette qualsiasi deformazione trasfigurante della realtà; un artificio che rende a Calvino un’integrale libertà d’azione, una possibilità di ridurre realtà e sogno senza che la prima perda consistenza e nettezza di linee. La disposizione stessa con la quale Calvino affronta il tema della Resistenza è lirica e fantastica.
La Resistenza viene vista con gli occhi di un bambino, Pin, che pur maturato in fretta in mezzo alla strada ed alla violenza, tuttavia ha ancora stupori e malinconie e può inserirsi nelle vicende degli adulti con una disposizione fantastica ed avventurosa che carica quelle vicende di un alone favoloso.
Mentre nella produzione resistenziale il partigiano era sempre virtuoso, generoso, eroe, altruista, insomma un personaggio positivo, Calvino assume a protagonista un personaggio negativo, Pin, che vive ai margini della società totalmente privo di coscienza politica, coinvolto nelle Resistenza come in un gioco.
Il titolo, Il sentiero dei nidi di ragno , che appare strano, è un luogo simbolico, infatti i ragni non fanno i nidi, nessuno vede le tane dei ragni, ma Pin conosce proprio il posto dove questa magia si compie, ed è un luogo segreto, inviolabile della cui conoscenza nessuno è degno abbastanza.
E’ il posto per Pin dove può vivere la sua fanciullezza, dove può sentirsi al sicuro.
Ma la guerra, che impedisce a Pin di essere un bambino e che distrugge le leggi della vita, porta la distruzione anche in questo paradiso perduto.
Pin è il protagonista del romanzo, un bambino orfano di entrambi i genitori, allevato dalla sorella prostituta, libero di fare sempre ciò che vuole. E’ un ragazzino scanzonato, garzone del ciabattino Pietromagro, che preferisce però gironzolare per il paese piuttosto che lavorare.
In apparenza è molto sicuro di sé, ma in realtà è pieno di dubbi e di complessi, perché ha una personalità ancora in formazione e in mancanza di una guida stabile non riesce a capire come effettivamente funzioni la realtà. Non si ferma nei suoi scherzi neanche quando capisce di avere esagerato e per questo motivo molti hanno paura di quello che lui potrebbe dire. Nel corso del romanzo vive una serie di esperienze che lo fanno maturare, finché non diventerà un adulto.
Pin ha nella sua esistenza di personaggio una duplice importante funzione: da una parte è la macchina da presa che con gli occhi di un bambino vecchio osserva le strane e misteriose vicende dei grandi, dall’altra è lui stesso una maschera, perché con la sua vita da ragazzino senza famiglia, che sta con i grandi, nasconde un profondo bisogno di affetto e di una amicizia vera per poter condividere il segreto del posto dove i ragni fanno i nidi, condividere cioè la sua fanciullezza.
Le tematiche trattate nel romanzo sono: l’amicizia, la guerra, l’adolescenza
L’amicizia costituisce il filo conduttore del romanzo. Pin, rattristato dal fatto che gli amici dell’osteria non lo prendono in considerazione, si mette alla ricerca di un vero amico, che lo capisca e a cui possa mostrare il magico sentiero dove vanno a finire i nidi di ragno. La ricerca si rivela una continua delusione ma alla fine Pin trova in Cugino, l’unica persona amica al quale mostrare il Sentiero dei nidi di ragno.
Il conflitto mondiale, cruda realtà del novecento, è molto sentito da Calvino, e costituisce il secondo filone del romanzo, che appare alquanto autobiografico.
Lo scrittore infatti ha partecipato alla guerra insieme al fratello in zona di operazione sulle Alpi Marittime. L’esperienza della guerra partigiana risulta decisiva per la formazione umana di Calvino, che nella seconda parte della storia , quando Pin capita nella guarnigione del comandante dei partigiani, Dritto, descrive i timori, le paure e lo stato d’animo prima della battaglia di ciascun milite della guarnigione del comandante dei partigiani, Dritto , dove Pin capita con la sua allegria e la serenità che sa trasmettere.
Tematica importante e ben messa in evidenza nel romanzo è quella dell’adolescenza.
Pin si sente grande, pensa di esserlo diventato prima del tempo ed è proprio il continuo cercare di essere adulto che lo porta ad essere diffidente verso tutti quelli che lo circondano, poiché , nonostante l’aria scanzonata, egli è timido, riservato ed appena si sente deluso o tradito tronca ogni rapporto.
Il romanzo, a mio avviso, potrebbe essere considerato un ottimo documento semi-reale che dimostra in ogni tempo la necessità di tutelare l’infanzia. Il diritto all’infanzia viene indirettamente difeso in queste pagine e viene narrata una verità che ancora oggi esiste.
Sono a tutti note le vicende dei ragazzi-soldato che ogni giorno combattono con delle armi più grandi di loro, in varie parti del mondo, contro un nemico che non conoscono, per una guerra di cui non conoscono le ragioni e che, se anche li conoscessero, non capirebbero data la loro spesso tenera età, e certamente anche loro, come il piccolo protagonista Pin del romanzo di Calvino, hanno il loro sentiero di nidi di ragno, la loro infanzia da difendere e la speranza che anche per loro ci sia un futuro.

Eduardo Terrana

Tutti i diritti riservati all’autore

“DA QUI ALL’ ETERNITÀ” di Maria Rosa Oneto

“Da qui all’Eternità” di Maria Rosa Oneto

E se la morte fosse un “miraggio” di beatitudine infinita dopo un faticoso cammino terreno?!
Difficile dare una risposta concreta a questa domanda. Appare chiaro, che già al primo vagito, l’essere umano, va incontro alla morte. Uscendo dal grembo materno, l’essere, si schiude come un fiore al mattino, pronto a godere di ogni beneficio e sovrastruttura gli venga creata attorno.
Tuttavia, nell’angolo remoto della creazione, staziona il destino – gia scritto nelle stelle, benché sconosciuto – di più non è dato sapere e solo vivendo passo dopo passo, sino all’ultimo respiro, sapremo di essere stati fortunati o meno.
Ma già apprendere che si nasce per morire, attraverso l’invecchiamento del corpo e la sua definitiva decadenza, poco consola.
Ogni cosa che esiste, è destinata a regredire, usurarsi, “rovinarsi”; sino ad essere gettata, fatta a pezzi, trasformata o sostituita con un modello nuovo.
Così la natura, che in primavera, tolto l’involucro invernale, riprende a “respirare” e a sfoggiare tutto il suo splendore sino all’autunno inoltrato.
Dunque: morire, come fatto necessario. Un’occasione che non è possibile rimandare e della quale non si conosce la data. Ogni attimo, può essere quello giusto e come per incanto, dover lasciare tutto: amori, ricchezze, piaceri e dolori.
L’ Uomo, condannato a morire, ne porta il peso sulle spalle e più avanza con l’età, maggiormente ne avverte la malefica presenza. L'”istinto” per la morte, ci dovrebbe far capire, con l’avverarsi della ragione e l’etica morale del peccato, il comportamento da seguire per ritemprarsi di gioia, di benessere e
pace, ogniqualvolta ci sentiamo tristi e abbandonati. Si nasce nudi, fragili e indifesi e si ritorna ad esserlo da anziani. Nel frattempo, si vive male, attorniati da venti di guerra, crudeltà, invidie, gelosie e tragedie di ogni genere. Oggi, al pari del passato.
La vita, come dono prezioso, andrebbe: protetta e sostenuta con indicibile tenerezza e accompagnata nel suo percorso dall’accudimento fraterno, dall’amore e dalla speranza.
Non si diventa grandi, perché così è dato crescere e decidere per mostrarsi autonomi.
Ci si ritrova adulti, quando permangono i sentimenti, l’umanità, la voglia di fare, lo scambio di opinioni con gli altri. Non è richiesta un’eccessiva saggezza – non ne saremmo capaci – È richiesta un’umanità partecipe. Una sorta di resilienza che non ci faccia sentire: inutili, stressati e assenti dal presente.
L’esistenza è un’esperienza a piedi scalzi, dove si deve lottare e penare per non farsi pungere. Il dolore, la malattia, la sofferenza possono diventare maestre d’insegnamento
non solo da un punto di vista cristiano, ma anche per colui che ateo o laico, porta avanti il senso del rispetto, del dovere e della buona creanza.
La morte ci rende uguali e “meschini” più della vita. Non la tieni lontana con i soldi, la prepotenza, l’arroganza. Se fortunati, può essere incantevole, meravigliosa, anche quando non ce ne accorgiamo. Così per il muratore come per l’artista. Ognuno nel proprio ambito individuale.
Sarebbe bello, se alla fine per i buoni e i peccatori lievi, ci fosse una ricompensa ultraterrena. Chissà? Un Mondo alternativo, dove rinnovarsi, tornare ad amarsi, incontrare persone care che non ci sono più. Sarebbe magnifico, ritrovare il proprio corpo abbellito e risanato. Tornare a sognare in una dimensione speciale dove l’Anima canta la propria dolce Eternità!

Maria Rosa Oneto
Tutti i diritti riservati all’autrice

“MISERIA e POVERTÀ” di Maria Rosa Oneto

Miseria e Povertà” di Maria Rosa Oneto

La povertà assoluta o estrema, viene definita tale, quando una comunità o un’intera regione sono costrette a vivere con meno di 1,90 dollari al giorno; il che significa non potersi procurare: cibo, acqua, medicine e ciò che serve per un’esistenza dignitosa.
Il tredici per cento della popolazione mondiale vive (?) in tali condizioni. Vale a dire che 902 milioni di individui (quindici volte la popolazione italiana) soffrono di indigenza e carestia.
Oggi, la povertà si estende a macchia di leopardo e riguarda l’intero Pianeta, da Nord a Sud.
I Paesi più poveri del mondo sono così raggruppati:
* Africa Subsahariana: 42,7 per cento
* Asia meridionale: 18,8 per cento
* Asia orientale e zone del Pacifico: 7,2 per cento
* America Latina e Caraibi: 5,6 per cento.
Questi dati si riferiscono al totale della popolazione che vive in condizioni di povertà estrema.
In particolare, la popolazione dell’Africa Subsahariana che ammonta a circa un miliardo di persone.
Significa, che quasi 430 milioni di esseri umani, giacciono in situazioni di estrema indigenza.
Al giorno d’oggi, 795 milioni di persone, soffrono non solo per carenza di cibo e micronutrienti, ma pure per l’aumento rischioso di contrarre malattie; riducendo così la produttività e impedendo un adeguato sviluppo fisico e mentale.
In Italia, dopo quasi dieci anni di crisi economica, la povertà assoluta è raddoppiata nel 2005. Circa due milioni di soggetti, ovvero il 3,3 per cento della popolazione pativano una siffatta condizione.
Tra il 2011 e il 2013 si è verificato l’incremento più drammatico: in un solo triennio, i poveri assoluti, sono passati dal 4,4 per cento al 7,3% della popolazione.
Nel 2017 erano 8,3 per cento con un aumento ulteriore al presente.
La maggior parte di coloro che vivono in condizioni di povertà assoluta, risiedono nel Mezzogiorno, il 56,1% del totale.
La povertà, è in continuo aumento tra le fasce più giovani della società.
Nel 2007, l’incidenza della povertà tra i giovani, tra i 18 e i 34 anni, era del 2,7%. Attualmente, il dato è più che triplicato e sfiora il 10%. Significa che ad entrare in crisi sono soprattutto le famiglie e i bambini, la categoria più penalizzata.
Si nota che tra il 2005 e il 2014, circa il 70% dei nuclei familiari, ha subito una diminuzione o uno stallo della propria situazione economica, che riguarda addirittura il 97% delle famiglie.
Eurostat, afferma che in Italia, il reddito del quinto dei cittadini più ricchi è 6,3 per cento volte, quello del quinto dei più poveri.
Anche l’Oxfam denuncia le carenza del sistema economico attuale, che “consente solo ad una ristretta cerchia di accumulare ingenti fortune; mentre, sulla Terra centinaia di milioni di persone, lottano per la sopravvivenza con salari da fame”.
L’82 per cento dell’incremento di ricchezza globale, registrato l’anno scorso, è finito nelle casseforti dell’1 per cento più ricco della popolazione. Mentre, la metà più povera del Pianeta (3,7 miliardi di persone) ha avuto lo 0 per cento.
In Italia, a metà del 2017, il 20 per cento più ricco degli Italiani, deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta.
Mentre, il 50% più povero, possedeva solo l’8,5%.
Proseguendo con tali livelli di povertà e disuguaglianza così elevati, si rischia un gravissimo impedimento nello sviluppo del capitale umano, con tutte le conseguenze che ne potranno derivare in termini di stabilità e di pace sociale.

Maria Rosa Oneto

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“EROISMO MALSANO” di Maria Rosa Oneto

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“Eroismo malsano” di Maria Rosa Oneto

Nel corso di quest’ultimi decenni, abbiamo perso parte dell’innata umanità.
Un po’ per l’accrescersi di una forma di egoismo/individualismo narcisistico; un po’ a causa dell’impoverimento di valori morali e di una non buona educazione, già a livello infantile/giovanile.
Mancando giuste regole e dettami positivi, l’individuo, sempre più è andato smarrendo la “gioia” di provare buoni sentimenti; il senso del dovere e della lealtà. La coscienza, senza pentimento, rimane evulsa dalla realtà e spadroneggia per proprio tornaconto. “La vita, non vale niente, mentre, la morte è una sfida per chi non ha nulla da perdere!” Vita e morte, finiscono così per soccombere nel ruolo ambiguo dell’indifferenza e del menefreghismo. Uccidere per pochi euro o per acquistare una dose di eroina, è diventata un’abitudine consueta e ordinaria. Sfogare i propri istinti bestiali su soggetti deboli, indifesi, siano essi: animali o persone, è una forma di “eroismo malsano” del quale vantarsi ed esibire le gesta senza ritegno alcuno. La mancanza di restrizioni e di leggi adeguate o male interpretate, fanno il resto.
Cattivi consiglieri: i mass media, le trasmissioni urlate, la politica falsa e infingarda, i giochi tecnologici che invitano alla violenza, agli estremismi, all’esaltazione della ferocia e del potere.
Oggi, che le emozioni paiono scomparse, insieme ai sentimenti, ci sostentiamo di apparenza, di noncuranza verso gli altri, di assenza di comprensione e misericordia.
Tutto sembra dovuto, al prevalere della boria e dell’arroganza. Più si è poveri di cultura, di onestà intellettuale e morale, ancor meglio prevale il disamore per se stessi e per il prossimo. Si soffre di obesità per eccesso di cibo, con tutte le conseguenze che comporta a livello sanitario, non solo per un bisogno prettamente fisiologico; ma, anche come sinonimo d’ingordigia a carattere psicologico. “Siamo ciò che mangiamo”, nutriti male, quasi deformi, incapaci di muoverci e di fare quattro passi senza usare l’automobile. Si eccede per vizio, per lassismo o per avidità. Stanchi, annoiati, frustati, avviliti nei confronti di una società intera, che peggiora giorno per giorno, e di conseguenza, trascina nel baratro noi stessi.
Perso il dono della lettura, imprigionati alle macchinette “mangiasoldi”, alle carte da gioco, agli oroscopi italiani o cinesi, alle previsioni da burla di fattucchiere e cartomanti… vaghiamo come automi alla ricerca dell’eterna giovinezza. Della felicità ad ogni costo, della facile ricchezza per ritrovare la nostra identità che abbiamo smarrito correndo verso un immaginario Eden di illusione e subdolo benessere. Dicono che “la bellezza salverà il Mondo”, Dio lo volesse! Lo auguro a tutti e anche a me stessa!

Maria Rosa Oneto

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“LA TRIBÙ DELLE ANIME PERSE” di Maria Rosa Oneto

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“La Tribù delle Anime Perse” di Maria Rosa Oneto

In quest’epoca, pervasa dal “decadentismo morale” e dalla smania di possesso, con gran confusione tra reale e virtuale; ciò che appare evidente è lo “smembramento di valori positivi”, in cui tutti siamo caduti. Sembra che, più nulla ci sgomenti, ci terrorizzi o ci faccia inorridire! Siamo abituati al male come il demonio si è adagiato all’Inferno. Nulla di bene ci consola, continuamente tormentati, stressati, sotto torchio.
La violenza fisica e psicologica, pare che sia diventata una ragione esistenziale. Uccidere, viene facile e spontaneo come mangiare un gelato. Persone di ogni età e di varia estrazione sociale s’imbottiscono di droghe, di alcol e psicofarmaci. Una volta al volante: causano morti, incidenti invalidanti, feriti gravi e famiglie rovinate per sempre. Sparatorie, pestaggi, ladrocini, scontri tra tifoserie calcistiche avvengono sia fuori, in strada, che tra le mura domestiche. Donne, bambini, animali inermi, trattati come “oggetti” di nessun valore; che neppure il cassonetto dell’immondizia accoglierebbe piu con umile decenza.
Ovunque, truffe monetarie, scandali riguardanti la pedofilia e la sessualità.
Arroganza e ragionamenti urlati, contraddistinguono l’ambito politico, i giornalisti d’assalto, i mafiosi dei “pizzini” dal grilletto facile.
Una sorta di Circo della sopraffazione, della prepotenza, dove giocano la loro parte, individui con maschere di carne e le anime obese, flaccide come foie gras
L’anormalità che diventa “normale”, spiegata da “tronisti”, mestieranti della finta democrazia, da omuncoli dal successo facile, da venditori d’illusioni che sfiatano parole, al posto del fumo.
Il bullismo che oltre a raggruppare adolescenti e ragazzini di pari età (con l’appoggio spesso dei genitori) oggi, sconfina nel sadismo e nella tortura. Per noia, per vigliaccheria, per grettezza mentale e assenza di cuore, diventa una “goduria” dar fuoco a un barbone, spezzare a bastonate il collo di un cigno maschio; vessare per anni un povero cristo”, malato psichico, sino a condurlo alla morte con calci e pugni, nell’indifferenza generale. Il tutto filmato con il cellulare e condiviso in rete, al pari di una prodezza eroica di cui vantarsi.
Da questa società amorfa e narcotizzata, rifatta di plastica dalla testa ai piedi, ma che cosa vogliamo aspettarci! NULLA! O solo il peggio.
Mancano: rispetto, regole severe, formazione civica e sentimentale. Manca la famiglia (ma quale?) che dia il buon esempio; che sappia discernere il bene dal male, che si riscopra nuovamente genitrice/genitore, capace di educare, correggere, punire.
Siamo davanti a un “branco” di smidollati, che non sanno leggere un libro, parlare italiano, pur vestendo griffato e con i capelli tagliati all’ultima moda. La “Tribù” delle “anime perse”, infestano le periferie e le metropoli di lordume, movida e sterco umano.
Siamo colpevoli, Noi adulti, a non aver insegnato, tramandato, il senso della buona educazione, del sacrificio e dell’onesta’ che, sempre appagano pur nella desolazione e nella più nera povertà.

Maria Rosa Oneto

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“SI VEDRÀ” di Maria Rosa Oneto

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“Si vedrà” di Maria Rosa Oneto

Non c’è che vento in questa sera malinconica e dolente.
Giro per casa, faccio qualcosa, sento un po’ di musica e poi mi siedo sul divano.
Ho voglia di tenere gli occhi chiusi e la mente sgombra da pensieri.
I battiti del cuore, vivono per conto loro e sembrano sedati, edotti o semplicemente pazienti. Sgranocchio qualche biscotto e butto giù un sorso di Lambrusco amabile. La testa mi fa male e anche le palpebre soffrono di pesantezza. Il vento, come uno strano mostro mitologico, si infiltra tra le liste delle tapparelle con l’intenzione di stradicarle. Urla, impreca, bestemmia come uno spirito che non ha pace.
È tanta la sua furia, maldestra, impetuosa, accigliata. Mi sento al riparo, nonostante, lui, faccia scempio dei vasi sul terrazzino e i panni sullo stendino rischino di volare via.
Ho tutta la notte per trovare misericordia e scivolare in un sonno ristoratore. Mi spoglio, mi lavo, indosso il pigiama da cartone animato e vado a letto. Son già le 23,40. Accendo la televisione e mi commuovo davanti ad un fatto di cronaca. “Come siamo diventati “bastardi” – penso – spargendomi la crema sul viso. “Questo Mondo è proprio uno schifo!” Omicidi, stupri, faide di quartiere, spaccio di droga, incursione in negozi e case a mano armata. “Basta, non voglio più pensare, altrimenti prendo una pistola e mi sparo.
Dicono che presto, la Terra esploderà; tutto verrà distrutto, annientato, cancellato e la Giustizia di Dio trionferà. Avremo così altri cieli e nuove terre dove stare. Non sono troppo certa di tutto questo e resto perplessa, quasi ipnotizzata davanti al paralume d’argento che manda fuori una flebile luce.
Mi distendo nella calda leggerezza delle coperte e nel fascino retrò delle lenzuola ricamate. Quanta tenerezza percorre il corpo e anche l’anima ne beve avidamente. Persino il vento ha perduto la sua aggressività e mugolando senza ritmo, pare finalmente quietarsi, rabbonirsi.
Spero di dormire e fare bei sogni. Domani il sole sorgerà e come ogni volta che mi sveglio, dirò:” Oggi è un altro giorno… Si vedrà!”
Buona Notte!

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“LE MALATTIE MENTALI” di Maria Rosa Oneto

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“Le Malattie Mentali” di Maria Rosa Oneto.

La vita scorre sbuffando come un treno a vapore.
Ogni giorno, ripetiamo gli stessi gesti, identici, consunti, logoranti.
Siamo marionette senza saperlo. Capaci del “libero arbitrio”, ma non di vera scelta.
Stressati, collerici, sempre più violenti e disumani.
A quanto riporta l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), il peso complessivo dei disturbi mentali, continua ad espandersi con un impatto notevole sulla salute e sui principali aspetti: sociali, umani, economici che riguardano tutti i Paesi del mondo.
Codesti sono caratterizzati da una combinazione di pensieri anomali, percezioni, emozioni, comportamenti e relazioni con gli altri. Tra quelli maggiormente diffusi riscontriamo: depressione, disturbo affettivo bipolare, schizofrenia, psicosi, demenza, disabilità intellettive e autismo.
La depressione è una delle cause primarie di disabilità in tutto il mondo. Ne soffrono circa 300 milioni di persone. Le donne, rispetto agli uomini, sono quelle più colpite.
Il disturbo affettivo bipolare e la schizofrenia, riguardano, la prima, circa 60 milioni di individui. La seconda: 23 milioni a livello globale. La demenza, al momento, conta cinquanta milioni di vittime.
L’Oms, dichiara che sull’intero pianeta, il 10-20% di bambini e adolescenti, soffre di disagi mentali e che le condizioni neuropsichiatriche sono la principale causa di disabilità.
La metà di tutte le patologie mentali, inizia all’età di 14 anni, a detta degli esperti. Mentre 3/4 di queste, comincia verso i 25 anni. Se non trattate adeguatamente, tali condizioni, possono influenzare pesantemente sullo sviluppo dei giovani e sulla possibilità di vivere in maniera soddisfacente e produttiva;
una volta diventati adulti.
Il divario tra la necessità di trattamento e la sua reale offerta, è molto ampio in tutto il Mondo. Nei Paesi a basso e medio reddito, il 76-85% dei soggetti con disturbi mentali non riceve alcun trattamento. Mentre, in quelli ad alto reddito, si scende a valori che variano tra il 35-50%.
I disturbi psicotici, come la schizofrenia, il delirio, i disturbi dell’umore (come quello bipolare, la depressione maggiore) ; disturbi d’ansia, anoressia, bulimia nervosa, quelli associati all’uso di sostanze tossiche e all’alcol, costituiscono un importante problema di Sanità pubblica.
Si presenta in tutte le classi di età, sono associati a difficoltà nelle attività quotidiane, nel lavoro, nei rapporti familiari e interpersonali e sono all’origine di elevati costi sociali ed economici, sia per le persone colpite che per i loro cari.
In tale ambito, sia la scuola (intesa non solo come luogo dove apprendere contenuti, ma anche come contesto dove poter sviluppare like skills) che la famiglia, la comunità locale e il sistema sanitario nazionale ricoprono un ruolo determinante e decisivo.
In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), porta avanti molteplici attività di ricerca, sorveglianza, di prevenzione e comunicazione nel chiaro intento di garantire la salute mentale ad un numero sempre più crescente di popolazione.

Maria Rosa Oneto

“TI SCRIVO” di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

Monologo “Ti Scrivo” di Maria Rosa Oneto

Ti scrivo una lettera senza parole; fatta di vento, lacrime e sospiri.
Ho atteso a lungo, prima di scriverla, per esprimere al meglio ciò che sentivo.
Sopra un foglio di carta non pregiata, ho radunato: il mio silenzio, il tic tac dell’orologio appeso al muro, qualche vecchio pupazzo ormai malandato.
Su ogni riga splendeva il sole, le ore cancellate con la biro, il vacuo frinire della televisione e un pezzo di cioccolata a forma di cuore.
Non l’ho voluta far vedere a nessuno, come se in essa ci fosse impressa una parte invisibile dell’anima mia. A poco a poco, si radunavano i ricordi, memorie di una fanciullezza assurda e biricchina. Gli odori sacri di una volta che sapevano di pane appena sfornato, di salsedine e pesce appena pescato. Si rideva di nulla e il ridere faceva buon sangue. Era un trastullo da poco, che non costava niente e ti faceva sentire allegra.
La “medicina del buon umore” veniva ancor più portata in giro dopo ogni Festival di San Remo. Si “sbraitava” come dannati, già il giorno dopo, e non esisteva più, come per magia, nessuna classe sociale.
Tutti, credevamo di saper cantare, bastava dar fiato alla bocca e la giornata iniziava. “Vecchio scarpone, quanto tempo è passato. Quante illusioni fai rivivere tu, quante canzoni sul tuo passo ho cantato che non scordo più!”
Oppure: “Lo sai che i papaveri son alti alti alti
sei nata paperina che cosa ci vuoi far!”
Sino ad arrivare a quella considerata la più “perversa”: “Son qui, tra le tue braccia ancor avvinta come l’edera. Son qui, respiro il tuo respir son l’edera legata al tuo cuor!.”
Strofette, oggi, considerate puerili e non adatte ai tempi attuali, tecnologici ma dissennati.
Ti scrivo una lettera senza parole, infarcita con i ricami dell’alba e il solfeggio dei tramonti.
Le stelle già occhieggiano curiose. Le palpebre si abbassano alla notte che verrà.
Sogni d’oro e che il domani sia migliore sino all’Eternità!

Maria Rosa Oneto

“L’UMANITÀ IN DECLINO” di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

“L’Umanità in declino” di Maria Rosa Oneto

L’Uomo, venuto al Mondo da un gesto d’amore, nel corso della sua vita terrena, ricercherà di continuo, sino all’ultimo giorno, il senso stesso dell’esistenza.
Essere felici vivendo, è un connubio agognato da molti e forse mai raggiunto.
L’insoddisfazione, il mancato appagamento di taluni sogni o desideri, il venir meno di un adeguato patrimonio o al contrario, un esubero di ricchezza, possono generare: depressione, bulimia e tristezza. Non si è mai contenti di nulla e sempre pronti a desiderare altro; a salire sulle vette più ardite in corsa con il tempo.
Da sempre, l’Umanità, pervasa da smanie di grandezza, ha disseminato: guerre, ruberie, schiavizzato e martirizzato interi popoli allo scopo di accrescere il proprio tornaconto. Ogni scusa era buona per inscenare un conflitto e ammazzare altri fratelli: un confine che andava esteso, una razza che non era degna di esistere, una popolazione indigena da convertire e rendere così misera da non poter più reagire. Molti soprusi, sono stati commessi in nome di un Dio benevolo e misericordioso. Per portare più adepti alla Chiesa, per oltraggiare le tradizioni di antiche civiltà piene di riconoscenza e lode verso il Creato.
L’Uomo, da peccatore congenito qual è, anche in epoca recente, non ha abbandonato il suo concetto di violenza e di supremazia sugli altri. Nuove insoddisfazioni sono sorte, più attuali e moderne. Oggi, è la società stessa, o meglio una certa “branca” del potere che ti dirige, riducendoti a brandelli, affiancata dai mass media e dalla pubblicità.
Droga, alcool, abuso di psicofarmaci, chirurgia estetica sfrenata, bullismo, violenza trasmessa in rete, aberrazioni sessuali di ogni genere stanno portando l’Umanità allo sfacelo. Si vive da dannati, pervasi da istinti omicidi, pronti al ladrocinio anche da benestanti; assatanati e blasfemi in casa e fuori, tra la gente. L’amore! L’amore ti può strangolare, gettare dalle scale oppure darti fuoco come ad una bambola di pezza. Genitorialità in declino che perdona ai figli ogni omissione, anche la più cruenta, perché loro stessi non sono mai stati veri genitori, capaci di assumersi doveri e responsabilità che tale condizione comporta.
Un quadro disastroso, dunque, a guardarlo da ogni angolatura.
Verrebbe da pensare “È
finita” se nel cuore non brillasse l’ennesima fiammella di speranza che ti fa dire: “Presto tutto cambierà!”

Maria Rosa Oneto