Ritratti: Poetica di Anna Maria Dall’Olio

La stimolante inquietudine dei versi graffianti, contemporanei ed estremamente espressivi rinchiusi in un linguaggio schietto e sorprendente.

Anna Maria Dall’Olio (Pescia, 1959).

Laureata in Lingue e in Lettere, esperantista, si è dedicata alla narrativa breve, alla poesia e alla scrittura drammaturgica.

Nel 2018 ha vinto il 3o premio del Concorso internazionale “FEI” per la traduzione in esperanto di “Su una sostanza infetta” di Valerio Magrelli. Nel 2005 ha vinto il 2o premio del Concorso internazionale “Hanojo-via Rendevuo”, patrocinato dal governo vietnamita, accanto a molti altri riconoscimenti ottenuti in Italia nel corso della sua carriera.

La sua pubblicazione più recente è Evoluzioni (Il Convivio, 2019), preceduta da: Segreti (Robin, 2018), Sì shabby chic (La Vita Felice, 2018), L’acqua opprime (Il Convivio, 2016), Fruttorto sperimentale (La Vita Felice, 2016); Latte & limoni (La Vita Felice, 2014), L’angoscia del pane (LietoColle, 2010) e Tabelo (Edistudio, 2006), dramma in lingua esperanto. Recensioni e articoli di critica sono stati raccolti in Le sirene di cartone di Anna Maria Dall’Olio (Editrice Totem, 2017).

Due poesie scelte (in allegato anche in jpg per questioni dovute alla grafica)

Arte fabbrile

scintille sprizzate dal tasto
– entropia d’arte febbrile –
catrame si riversa sulla carta
come sangue sull’asfalto

piombo s’allenta
dondola a brezza di pinguino

oggetti quotidiani
riciclati in strutture 3D
in precipitati dalla stampante

come la tassa che ti calca il collo
ti porta in terra di nessuno
ti denuda come continrosso

oggetti già ben definiti
– cosa mai la definizione –
già fluidi come ketchup

sintetico/organico finemente
finalmente
per nuove essenze
per nuove esistenze

Appunti d’iperestetica

bello giusto utile oltre oltre oltre …
grandine, le immagini gocciano
gocciano
gocciano
la diagnosi, anestesia da estasi,
l’arte penetra l’etere del mondo
il pianeta s’annuvola di bello
bellezza a rivoli sul commerciale,
l’esperienza estetica odierna
non più ancorata all’arte
vibra oltre il limite, tende all’al di sopra,
infine libera da lacci
libra la modernità liquida
oscilla in continuo oltre andare,
l’autore finora demiurgo
dissolto nelle collaborazioni
attende metamorfosi impreviste
ora dinamico lo spettatore,
vesti sguardi scambiati
(destinatari interagenti)
sempre si modella l’opera d’arte,
piovono nel lavoro estetico
arte artisti e ricezione dell’arte,
di fronte al frutto del lavoro estetico
l’arte non fugga non s’apparti
sia bene produttivo utile
suggerisca esperienze consapevoli,
l’etica fiorirà da forma
l’etica salverà il sentire.

Tutti i diritti riservati all’autrice

Pubblicato anche su “Alessandria Today”:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2020/05/06/ritratti-poetici-anna-maria-dallolio/?preview=true

#RealismoTerminale RITRATTI: Valeria Di Felice

#realismoterminale #ritratti

Valeria Di Felice (1984) fonda nel 2010 la Di Felice Edizioni.
Ha pubblicato le sillogi L’antiriva (2014), Attese (2016) e Il battente della felicità (2018, seconda edizione 2019). Le sue poesie sono state tradotte in arabo, spagnolo e romeno e sono state pubblicate in Marocco (2012), negli Emirati Arabi (2015), in Romania (2016), in Palestina e Giordania (2017), in Tunisia (2020).
Nel 2016 ha curato l’antologia poetica La grande madre. Sessanta poeti contemporanei sulla Madre, nel 2017 la miscellanea di critica e poesia Alta sui gorghi, nel 2019 il libro intervista Antonio Camaioni. Nell’ordine del caos. Nel 2018 ha tradotto, in collaborazione con Antonella Perlino, i racconti della scrittrice marocchina Fatiha Morchid, L’amore non è abbastanza.
È socia fondatrice della Casa della poesia in Abruzzo – Gabriele D’Annunzio.

Poesie inedite (Realismo terminale)

La macchia di caffè

Nell’ora dell’insonnia,
pigiama di sudore,
si è srotolata la pellicola notturna
e così sei andata via, mia cara gioia.

Hai lasciato la pista dove correvi
sognando l’oro del giorno
e il drone del risveglio è precipitato
in una macchia di caffè.

Il guardrail

Ho guardato troppo a lungo il passato
nello specchietto retrovisore,
e ho urtato il guardrail della rabbia,
la macchina si è compressa
come una scatoletta di alici senza mare.

Mentre provavo ad uscire dall’ingombro
ho visto che la strada cambiava direzione

sono scesa lo stesso, con le scarpe sull’asfalto,
per fare la curva senza la lattina dell’incidente.

Il cucù della bellezza

La bellezza è esplosa come il cucù
a mezzogiorno, rompendo la monotonia
di una stanza di paure.
È uscita cantando l’ora esatta,
dopo essersi alzata dalla sedia della ripetizione.

I tergicristalli

La spiaggia stasera è un materasso di sabbia
e le tue braccia sono la spalliera dorata del letto
mentre baci i tergicristalli impazziti dei miei occhi.

Tutti i diritti riservati all’autrice

Pubblicato anche sul portale giornalistico Alessandria Today:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2020/05/03/ritratti-del-realismoterminale-poesie-di-valeria-di-felice/?preview=true

Valeria Di Felice

#RealismoTerminale, Ritratti: Tre poesie inedite di Annachiara Marangoni

(by Izabella Teresa Kostka)

Oggi, a distanza di dieci anni dalla pubblicazione del Manifesto del Realismo Terminale al Salone del libro di Torino e dall’entrata ufficiale del Movimento del RT nel panorama letterario italiano e internazionale, sempre più autori aderiscono alla sua stilistica e seguono con entusiasmo il suo carismatico fondatore M° Guido Oldani. Le nuove voci poetiche si accendono come i fari fendinebbia sulla tangenziale, proseguono il viaggio verso le terre da esplorare. Con piacere presento oggi la poetessa veronese Annachiara Marangoni.

~

Annachiara Marangoni, l’autrice veronese è pedagogista, vive e lavora a Trento da circa 20 anni, attualmente dirige una cooperativa sociale che si occupa di disabilità intellettiva. Primariamente di formazione scientifica, poi umanistica, non ha mai smesso di amare nel linguaggio la ricerca letteraria e l’arte.
Autrice di due volumi di poesia editi da Montedit – Milano, “Nerooro” del 2013 e “Il corpo Folle” del 2019, sta seguendo un percorso con il maestro Guido Oldani, padre del Realismo Terminale. Gli inediti presentati sono inclusi nel laboratorio RT.

Annachiara Marangoni

~
Natura & natura

Il mondo è un grosso scatolone,
nelle specie confeziona la Natura
rotolando eternamente intorno al sole.
Una doccia annaffia l’abito del verde
che via via si indossa ogni stagione.
Dall’armadio della flora,
come maschera
il fogliame dona,
disegnando i profili della terra.
Come un vecchio frigorifero staccato
il ghiacciaio scioglie il cioccolato
in un lento movimento dentro al tempo.

Cinema vuoto

Sono pensierosa
i tempi rumoreggiano in poca aria.
Un vento caldo spazzola la mente
allenata come fosse una palestra
impasto olio e luce
e dipingo uno spicchio di finestra.
La parete è un cinema vuoto
dove danno l’ultimo film muto
e i corpi degli altri, manichini
saltellano a due metri di distanza.
Corrono nel perimetro della mascherina
le parole in varechina.

Anestesie

E ora che stiamo stretti sulla scrivania
come pratiche inevase,
da un composto a due
l’amore è una presa in carico.
Nell’aperitonda dei locali
le paure virano in disincanto
un po’ stordite da diverse anestesie.
L’uomo è poco meno d’un cestino da picnic
senza roba dentro.
Non rimane che partire sopra un viaggio nuovo
farsi spedire in altro dizionario
per cantare in certi modi tutto quanto.

Annachiara Marangoni

Tutti i diritti riservati all’autrice

Pubblicato anche sul portale giornalistico Alessandria Today di Pier Carlo Lava:

https://alessandria.today/2020/04/28/ritratti-del-realismoterminale-poesie-di-annachiara-marangoni/

Annachiara Marangoni

VERSO consiglia: “Poesie morali” di Massimo Del Zio

Su Alessandria Today consigliamo l’articolo sul poeta Massimo Del Zio e alcune sue liriche tratte dalla raccolta “Poesie morali”. Per leggere seguite il link:

https://alessandria.today/2020/04/27/ritratti-tre-liriche-scelte-tratte-da-poesie-morali-di-massimo-del-zio/

Massimo Del Zio

Tre poesie scelte di Antonio Laneve

TEMPI DISPARI

Sorvolo tempi dispari
arcobaleni in bianco e nero
decimati dalle ombre
in cerca di facili agonie
nelle crepe dei miei incubi.

Questa blasfema vastità
ringhia contro stelle nude
lasciandomi inerme
ad attendere debolezze
lontano da tutti gli abbracci.

L’era dei rubini spenti
ha lasciato schegge di sole
conficcate sottocute,
chissà che maschera avrei ora
se avessi dato retta ai desideri

TORNERÒ

Tornerò attraverso partenze
dove non sono mai stato
e non vedrò il cosmo
da una scia di parole
per ingabbiare nebulose
solo come vanto
al cospetto degli elementi.

Conquisto a tentoni
le mie impronte vocali
sulle corde d’un infinito
che ridisegna frontiere
quando si mette in ascolto
delle incoscienze umane.

Mai affacciarsi all’eternità
senza una sfida.

PELLEGRINO

Viaggio senza un nome
attaccato al suono
d’un eterno richiamo.

Invento destinazioni
per tracciare parole
col sudore dei sogni
e curiosa ignoranza
a spingere passi
oltre pigra sapienza.

Immobile taccio
fedele ai miei dubbi
osservo passerelle
d’umanità totale.

Respiro tramonti
mentre il domani
non è ancora cenere.

~

Antonio Laneve

Tutti i diritti intellettuali riservati all’autore

Nota biografica

Antonio Laneve nasce artisticamente come fotografo, soprattutto di paesaggi e immagini “astratte”. Solo in un secondo momento è nato l’amore per la poesia; le prime liriche risalgono alla fine degli anni ’90, culminati con la pubblicazione di due raccolte: “La rivincita delle nuvole” e “Alter ego” (Ed. Marna). Rimane inattivo per un lungo periodo, dopodiché riprende a scrivere e pubblica la raccolta di racconti brevi: “L’iper lì – viaggio surreale dentro a un centro commerciale”, raccontando con ironia la sua esperienza lavorativa tra le merci di un Ipermercato. Diverse poesie hanno trovato spazio su varie antologie. Pubblica la raccolta “Convergenze” a gennaio 2018 edito da Centro Tipografico Livornese, libro scritto a quattro mani con Barbara Rabita. La sua ricerca poetica si muove spesso al di fuori degli schemi sentimentali canonici, dando la precedenza alle distorsioni della realtà quotidiana, alle contraddizioni del genere umano e a una profonda e onesta (a tratti impietosa) ricerca interiore, rasentando l’invettiva anche nei confronti di se stesso. Con simili tematiche è quasi “costretto” a scrivere di continuo, liriche brevi e schiette, musicali nel ritmo (la musica del resto è sua grande alleata nell’ispirare nuove immagini) e lontane dai compromessi della comune retorica. Una nuova silloge potrebbe vedere la luce entro breve, tra una lettura e l’altra, senza mai attenuare la sua vigilanza sul mondo.

Il poeta Antonio Laneve

RITRATTI POETICI: CARLA ABENANTE

Carla Abenante, foto Umberto Barbera “Verseggiando sotto gli astri di Milano”

Carla Abenante nasce a Napoli a novembre del 1961. Ha trascorso i suoi anni a Pompei e a Milano. Inizia a scrivere da piccola. Ha ricevuto molti riconoscimenti, menzioni e premi sia come poetessa che come autrice e scrittrice. Partecipa a corsi di formazione di scrittura sia creativa che teatrale, per migliorare l’arte dello scrivere, organizza eventi culturali come il Poetry Slam, partecipa da anni ad eventi culturali come il “Verseggiando sotto gli astri di Milano”. Un suo racconto è stato pubblicato sul volume della Rai Eri legato al concorso radiofonico Rai Radio Uno Plot Machine. Ha pubblicato racconti e poesie in varie antologie.

Tre poesie scelte tratte dalla silloge “Ombre di pensieri”.

LEGGERAI DI ME

Leggerai le mie lacrime
nei versi scritti dal dolore.
Leggerai i miei sorrisi
sulle foto dei miei viaggi
Leggerai la mia vita
nelle pieghe delle rughe.
Leggerai nei racconti,
se vorrai sapere di me.
Leggerai di me
sulle pagine del libro
scritto dal destino,
quando i miei passi
saranno finiti,
quando il volto sorridente
sarà un ricordo,
quando gli occhi
abbasseranno le palpebre.
quando la mia vita
sarà spenta.

SBARRE INVISIBILI

Circondata da sbarre invisibili
file in cerchio di umani,
soffoco nella gabbia dell’indifferenza,
non una mano tesa all’affetto
né un aiuto concreto nel peregrinare.
Sguardi di pietra distratti,
rivolti dove giace l’effimero,
vuoto indegno nella sofferenza
affamata del calore familiare d’amore.
Tagliare le sbarre è l’obiettivo,
camminare stringendo i denti
incontro alla pala raccattatrice,
rattoppando i cocci delle ferite,
accogliendo la mano tesa dell’amore.

NUTRIMENTO VITALE DELLA TERRA

Lungo la vita camminiamo
sulle sabbie mobili dell’incognita,
rapiti da eventi diversi
consapevoli ma ignari del momento,
sperato lontano nel tempo,
dopo lungo calvario, improvvisamente,
o per sopraggiunta età avanzata,
saremo inghiottiti negli abissi profondi
diventando corpo rigido o cenere,
saremo in eterno
nutrimento vitale della terra.

Tutti i diritti riservati all’autrice

PROSA: “RAVIOLUSCION” di DANIELE OSSOLA

Daniele Ossola, foto: Umberto Barbera. “Verseggiando sotto gli astri”, Teatro Polivalente di Sandigliano 2019.

RAVIOLUSCION

Quand’ero piccina, avevo circa 6-7 anni, i miei genitori mi spedivano, di solito durante le vacanze estive quasi fossi un pacco, da mia nonna in campagna.
Salivo, con la mia fedele bambola di pezza, su una sgangherata corriera che partiva da Piazza Castello e, in quattro ore, mi portava in uno sperduto paese della bassa mantovana. Ad attendermi c’era il figlio del mungitore, di nome Agide, il quale si preoccupava di portarmi alla cascina percorrendo lunghe, a volte tortuose e sconnesse, strade in terra battuta, seduti su un nero calesse a due posti con tettuccio in tela che ci riparava dal sole del mezzogiorno.
Iniziava così una vita fatta di odori di stalla, di maiali e di cenere del camino che veniva usata per lavare, in grandi catini di legno, le lenzuola che poi svettavano alte su corde che univano i filari di uva americana.
Tutti i giorni, mentre gli uomini erano nei campi con i trattori, io trascorrevo il mio tempo con nonna Cecca.
Mi ricordo ancora oggi che nella fattoria non c’erano altri bambini e così neanche l’ombra di un giocattolo a disposizione, ma ero attratta dalle macchine, da tutto quanto si potesse muovere. Così come, abituata a Milano dove rimanevo incollata alle finestre del salotto a vedere scorrere il traffico di Corso Buenos Aires, anche qui restavo con gli occhi sgranati mentre la nonna faceva la pasta per poi preparare i ravioli con il ripieno di pollo e prosciutto.
Ravioli tutti i giorni! Oggi la definirei una “ravioluscion” dove l’universo maschile era governato da un’autorità riconosciuta e riverita: la nonna. E quella macchina che lei usava era, in assoluto, il mio fantastico gioco principale perché, mentre facevo l’assistente in modo goffo e impacciato, la mia fantasia correva durante la preparazione di quelle palle di pasta. Siccome ero piccola, vedevo tutte le cose più grandi del normale.
Mi rivedo quando, estasiata, ammiravo Nonna Papera. Così avevo chiamato questa macchina interessante. Le avevo affibbiato tale appellativo perché vedevo la parte alta prominente come se fosse il becco di una papera.
Era una grande macchina Regina, in metallo cromato con luccicanti bordi rossi, staticamente piazzata nell’angolo di uno dei lati più corti del vasto tavolo rettangolare da lavoro, posto in mezzo all’ampia cucina che si affacciava sull’aia della cascina. Lei guardava, in modo veramente autoritario, i suoi servitori dall’alto del suo ruolo e della sua posizione.
Burro, acqua, farina, sale, uova e prosciutto erano allineati inchinandosi e sottomettendosi in attesa delle disposizioni della Regina. Quando poi la pasta usciva dalla cigolante macchina in sottili, gialle, strette e lunghissime strisce, io immaginavo queste come se fossero una serie di autostrade, senza barriere per il pagamento del pedaggio. Queste strisce cadevano sopra un bianco tappeto di farina che copriva il grande tavolo.
Nonna Cecca, con un piccolo attrezzo di metallo a disco zigrinato, tagliava le autostrade in piccoli giardini quadrati ed io mettevo nel loro centro delle piccole palline di carne, quasi fossero dei cespugli di rose, di gardenie o di mimose.
Poi, assistevo alla grande trasformazione: da piccoli giardini in piccoli, grassi e divertenti soldatini senza gambe, con le braccia incrociate dietro la loro schiena. Con gli occhi da adulta, mi posso immaginare una grande e splendida armata con soldati in tenuta mimetica di colore nocciola chiaro, come i militari dell’Afrika Korps, perfettamente allineati in una grande piazza battuta da una tempesta di neve (farina, ovviamente) che continuava a scendere sopra i loro elmetti in una scena di assoluto silenzio. Nessun Generale Rommel urlava ordini. Batterie di carri armati e cannoni (rappresentati dagli utensili di lavoro della nonna) componevano il quadro di questa strana adunata gastro-militare.
Poi, un poco alla volta e in modo ordinato, i soldati andavano a fare il bagno in un grande pentolone pieno di acqua bollente e salata che li faceva gonfiare e diventare più grossi, più belli, più lucidi e con un gustoso profumo; un aspetto che prima, quando erano allineati sulla bianca piazza, non avevano di certo.
Nella mia ingenuità, corroborata da una fervida fantasia, pensavo: “Certo che i soldati sono come le donne! Pur di piacere si lavano, si profumano, fanno vedere i muscoli, quasi debbano andare al Teatro alla Scala … mah!”
Dopo il bagno, un’abbondante manciata di soldati si metteva a sedere, in cerchio, dentro un bianco piatto fondo aspettando la compagnia del burro fuso, del saporito Parmigiano che pioveva in abbondanza assieme a una foresta di foglie di salvia appena colte.
Il momento culminante della storia di questi soldati era la trasformazione in deliziosi ravioli che velocemente entravano nelle bocche degli affamati contadini, tornati dai campi dopo una mattina di duro lavoro.
Per sancire l’apprezzamento dell’eccellente qualità dei ravioli, partiva una serie di rutti rumorosi ritmicamente alternati con differenti tonalità, quasi fossero le note di un canto Gregoriano tipo quelli che si ascoltano, ancora oggi, nella Basilica di Sant’Andrea a Mantova.
Il potere del mio gioco infantile è consistito nella trasformazione delle palle di pasta in autostrade, ridottesi poi in piccoli giardini, mutati dopo in fieri soldati e, finalmente, in gustosi ravioli!
Anch’io ho assistito e partecipato alla mia piccola “ravioluscion” con la perfetta integrazione tra uomo e macchina esaltati da due miti femminili di riferimento: nonna Cecca e nonna Papera, ovvero la “Regina”.

Daniele Ossola, tutti i diritti riservati all’autore

• NOTA BIOGRAFICA

Daniele Ossola ha vissuto per molti anni a Milano, dove si è laureato in Economia e Commercio all’Università Cattolica.
Iscritto all’Ordine dei Giornalisti di Milano è stato direttore del periodico “Il Gabbiano”.
La grande passione per il teatro amatoriale lo ha portato a fondare e a dirigere, metà anni ’80, “La Cumpagnia del fil da fer” formata da adolescenti e per la quale ha scritto le sceneggiature e curato la regia.
Ha fatto parte della “Compagnia Teatrale Isprese” che proponeva spettacoli in dialetto varesino, in qualità di aiuto-regista e attore. Oltre che sceneggiature teatrali ha scritto fiabe, racconti e romanzi.
Ha coordinato laboratori teatrali di dizione e postura, ed è docente di Scrittura Creativa presso l’UNITRE (Università delle Tre Età) di Sesto Calende (VA).
Vincitore e finalista in numerosi Concorsi Letterari nazionali e internazionali.

Opere pubblicate:

STORIE DI TANTI – raccolta di racconti (BookSprint Edizioni)
PRIMO PREMIO al Concorso “Città di Siena” organizzato dalla Casa Editrice Il Leccio – Sezione Opere Inedite.
TERZO PREMIO al Concorso “La Pergola d’arte” di Firenze – Sezione e-book.
FINALISTA al Premio Letterario ”Villotte: storie in cammino… un cammino di storia” – Sezione e-book

GRIGLIATA PER UN CADAVERE – romanzo thriller (BookSprint Edizioni)
FINALISTA al premio Letterario Internazionale “Gaetano Cingari” Sezione Narrativa Inedita organizzato dalla Casa Editrice Leonida.
PRIMO PREMIO al Concorso “Milano International” Sezione Narrativa Inedita organizzato dalla Casa Editrice Pegasus Cattolica.
MENZIONE D’ONORE al Premio Culturale Nazionale ”Milano Verticale – Le Torri del 2000”.

L’INCUBO DI CAPITAN UNCINO – commedia brillante in tre atti (Il Convivio Editore)
SEGNALAZIONE DI MERITO al Concorso “Teatro Inedito Giuseppe Borgese” con relativa pubblicazione da parte de Il Convivio Editore nella sezione “Ars Theatralis”.

CHE SCOPERTA!!! – commedia brillante in tre atti (Il Convivio Editore)
DIPLOMA D’ONORE e targa, FINALISTA con relativa pubblicazione da parte de Il Convivio Editore nella sezione “Ars Theatralis”.
PODIO 2^ CLASSIFICATA al Premio Culturale Nazionale “San Bernardino alle Ossa – La Milano gotica” sezione Opera Teatrale.

LA PECHERONZA – raccolta di racconti (Aletti Editore)
MENZIONE DI MERITO al Premio Internazionale “Maria Cumani Quasimodo” con pubblicazione da parte di Aletti Editore nella sezione “Emersi – Narrativa”.
MENZIONE DI MERITO al Concorso “Giglio Blu” (FI).
INTRIGHI ALLA ROCCA DI ANGERA – romanzo giallo storico (Macchione Editore)
FINALISTA al Premio Letterario “Sirmione Lugana 2018” nella sezione C – Narrativa Inedita.
MERITEVOLE di pubblicazione al “4° Premio Internazionale Salvatore Quasimodo”.

Pubblicato anche sul portale giornalistico Alessandria Today di Pier Carlo Lava:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2019/11/07/angolo-di-prosa-daniele-ossola-ravioluscion/?preview=true

Due poesie scelte di Giacomo Picchi

Giacomo Picchi

FOLLE SPERANZA

Figurati Bologna nella sera
sul rosso del tramonto un fiocco scioglie
una candela che fiorisce il ghiaccio
ti tocca dove Dio puntò la mano.
Figurati mattoni nel mio petto
portici schiusi per i tuoi racconti
conditi da schiamazzi d’Adriatico.

Figurati lassù sulle due torri
le braccia verso un cielo di bisogni
respiri il vento, porta via la nebbia
su quelle mani merlate di vita
che compagni leggeri fanno in fretta
allattati a speranze, cantando i rosari.

Per noi la vita è in ferie nella notte
in sottovesti di seconda mano
lenzuola di una madre senza dote
scaldate sopra il nostro abbraccio strano
fra te e l’innocente tentazione
scolpita sulla dignità dei pezzi
voltandomi chiedevo “Tu che pensi?”.

Se i tuoi capelli un giorno avrai salati
con tramonti o montagne americane
Bologna sarà come marmo chiaro
ci accudirà tenendoci per mano
portandoci come bambini nati
al nostro nuovo asilo di Amore lacerato.

MURI DI PIETRA

Tra lettere e sfondi variopinti
ti ho vista a distanza
mentre ti parlavi e mi dicevi
che sei come un bruno muro
di pietra. Diviso tra venature
come fiumi duri, solcato
dalla malta del passato che tiene
su insieme i tuoi sassi
a difesa dell’anima.
Come un pozzo intorno
come un dritto fondale
di granita durezza.
Ma tu sei una roccia che splende
e sfila sulla pellicola del passato
facendo mostra
di una bellezza fragile
come una goccia di guazza
sul filo d’erba che si bagna di sole
nel mattino di inverno.
Non c’è differenza e tutti siamo muri
siamo scalate effimere e corpi
ondeggianti nelle nebbie
che tra tempo e tempo ci illudono
di compiangerci o realizzarci
oppure avere un senso.
E in mezzo a queste convinzioni acerbe
tra le righe del non esserci
quello che conta è come ci sgretoliamo,
conta se ci facciamo sabbia
per le carezze del vento che arriva
e che vuole portarci via.

Giacomo Picchi

• Nota biografica

Giacomo Picchi è nato a Figline Valdarno (Firenze) nel 1987 e vive a Pavia. Si è laureato in Scienze Politiche presso la Facoltà Cesare Alfieri dell’Università di Firenze, si occupa di Risorse Umane e ha lavorato in alcune importanti multinazionali. Appassionato di letteratura e poesia, le sue liriche sono apparse sull’Antologia del Premio Letterario “Ossi di Seppia” 2019, sulle Antologie “Bouquet” e sulla rivista Luogos, edite entrambe dall’Associazione Culturale Giglio Blu di Firenze, di cui è socio. Nel 2019 ha ricevuto una menzione speciale per la poesia inedita al Premio Letterario Nazionale “Città di Conza della Campania” e nello stesso anno ha vinto il Premio Letterario Internazionale “J. Prevért” con la silloge inedita intitolata “Muri”, che sarà pubblicata nel 2020 dalla Casa Editrice Montedit.

RITRATTI: CIRO BRUNO, il guerriero invincibile in nome della poesia

(di Izabella Teresa Kostka)

Quando la passione per le Muse impregna ogni cellula del nostro corpo non possiamo fare a meno dell’arte. Diventiamo guerrieri e dedichiamo con devozione tutte le forze per venerare il suo altare.

Ciro Bruno appartiene alla corte di Apollo da anni, il suo amore per la poesia si trasmette sia nei versi scritti che in un progetto radiofonico dedicato alla poesia “PROKSIME DE POEZIO” alla RADIO GLADYS. Dotato di un intelletto poliedrico e di un’anima sensibile e raffinata non si accontenta di poco, ma cammina a testa alta verso il compimento di ogni suo desiderio, prosegue con grazia e determinazione il proprio cammino artistico e professionale. In seguito pubblico la nota biografica e tre poesie scelte del nostro protagonista.

BIOGRAFIA

Ciro Bruno

Ciro Bruno, un poeta contemporaneo nato nel giugno del 1961 nella città di Napoli.
Iniziato a scrivere dalla spontaneità del suo essere,
descrive immagini ed espressioni con una scrittura tanto torrenziale quanto aritmica e suggestiva.
La grafica lapidaria sottolinea toni foschi, pur sempre attenuati con immagini levigate ed emozioni stupefacenti e nostalgiche. Nella pluritematicità descrittiva la concezione della vita è omogenea, perché le emozioni risultano tutte stagliate su un fondo melanconico, innervato da espressioni di forza suggestiva che sorprende e talora sgomenta.
Concetti originali, stilemi ricercati, ridondanze lessicali, sapientemente distribuite,
formano un quadro emotivamente severo e pessimistico e, tuttavia, profondo e sublime.
La realtà è filtrata attraverso rimembranze psichiche
che tendono a dissolversi in un mondo fatto di desideri evanescenti.

TRE POESIE SCELTE

MI CHIEDONO

Mi chiedono a volte di saltare il fosso nel quale cadde la strafottenza
e volteggiare su me stesso,
acchiappando al volo quel che resta dell’umanità
aleggiante in una pessima aria inquinata
resto però esterrefatto perché, quando sto per cadere con il culo per terra,
sento che qualcuno ha messo un cuscino tra me e il catrame,
sì, quello nel quale il sudore della gente cade ogni momento,
con la speranza di raffreddare un po’ il cammino.
Mi avvio verso la prossima crociata, o meglio una nuova buca,
questa volta incontro l’unto prima di raggiungere il baratro,
capisco che acerbe lingue non son passate a slinguare il sentiero,
quindi anche stavolta scivolo aleggio e ancor volteggio
sniffando nauseabonde esalazioni,
attrazioni per insetti sconosciuti,
graziosi a vederli, sembrano farfalle,
che disastro!
I colori delle scarpe calzate durante i tragitti son diversi,
che stupido a non accorgermi,
il cuoio piange lacrime di illusi, temerari ecologisti,
si spiegano le profonde impronte lasciate su ciò che resta di un umido prato.
È devastante doversi aggrappare ai consigli di un filantropo,
per me che son diventato un viaggiante tra ateismo e la stronzaggine più assoluta,
ribellione nata dal soffoco opprimente nel quale son costretto a stare.
Raccolgo fresche radici per innestarle
nella volontà di virtuali macerie
ciò che resta dopo ogni scoppio causato da un lascito piovuto dal cielo.
E un’altra fossa si riempie di schiumosa bava,
persa da bocche in corsa,
che un tempo venivano arse da un sole inviolato.
Cosa non si capisce ancor dal silenzio voluto da chi ci sta distruggendo
giorno dopo giorno
domare un po’ la cecità e poter scriver ancor con piume e inchiostro
la parola
Basta!
Tagliar le loro gole ai piedi di feci animalesche
sentir la puzza del vero per poi seppellirla in una voragine
questa volta scavata dalla ribellione
e poi spostare il vento che incallisce le mani
quando lo accarezzi per sentirne di nuovo la sua freschezza
sensazione vivente di nuovo
per l’uomo ed il resto del mondo.

FUORI DALLE MURA

Il buio fuori dalle mura,
cavalli… galoppano nella mia mente
zoccoli non calpestano la terra.
Il silenzio fuori dalle mura,
l’ansia opprime la forza che uso per alzar lo sguardo verso i tuoi occhi
le mani tirano le briglie,
devo restar lontano dal sapor della tua bocca.
Il puzzo dell’abbandono fuori dalle mura,
frutta marcia caduta da dipinti alberi,
schiacciata da un carro di paese, lava nudi piedi,
che conducono un corpo sognante, tra scheletri d’animali,
o forse d’Esseri smagriti perche’ uccisi dall’emorragia del peccato.
Il grido di piacere fuori dalle mura,
è di color fragola la veste che copre le forme di una divina
il tuono la spaventa, ed il pelo di cui è coperta
reclama l’estensione di piumate ali
da protrarre verso l’azzurro fulmine.
Il canto non si ode fuori dalle mura,
mastico parole accumulate,
mentre le salivavi nel mio corpo,
l’esplosione d’esse verso nuvole di ghiaccio
venivano gelate anche si,
prima ch’esse si impadronissero
di melodiose note.
E mi trascino fuori dalle mura,
nel voltarmi guardo con timidezza
un fantasma baciato dai riflessi della luna,
era la luce che non vedevo,
quella che avrebbe dovuto scaldare il nostro stare insieme
nel luogo in cui il fremente voler dei nostri avi
era preposto a generare amore.
Lasciando l’odio fuori dalle mura…

LA SERPE

La serpe che imitava i movimenti della tua mano destra,
mentre raccoglievi le ultime viole,
lasciava presagire che l’inferno era li a pochi attimi dal pensiero.
Il tuo corpo non era inginocchiato, sul prato ti sei adagiata a gambe larghe,
ed i lunghi capelli erano Irti verso il ciel,
quasi a voler trafiggere le poche nubi rimaste,
esse sentinelle un no! Imperativo.
Piu’ in la le giostre suonavano allegria,
il contesto colmato da grida di fanciulli,
faceva ancor sperar i soliti vecchi balbuzienti,
che le chiese un giorno,
potessero ancor gremirsi d’Anime bianche,
in momenti di noia e frastuono interno.
Ed or fai fatica ad alzarti la terra quasi ti trattiene,
alle foglie di ortica piace attirare la carne poco assolata
e già, la lunga gonna che da sempre ha celato le gambe,
poca luce ha lasciato traspirar
quasi come le bestemmie hanno fatto col tuo pensar.
Una donna molto più vecchia dei tuoi anni,
ma non dei sospiri che fai udir al vento,
gestisce con leggerezza, la fioritura del campo confinante,
nel quale spiccano croci senza nomi,
ma colorate al punto giusto,
tanto da miscelarsi ai riflessi visti nelle lacrime che versi;
ogni goccia bagna petali ed ogni petalo ricorda l’anagrafe celata
a chi i silenzi ricerca.
Il tuo modo di essere ha seguito la povertà di cultura
e la non dignità di Persona,
quella che non ti ha spiegato mai nessuno
prima di prendere la strada del non ritorno.
Nel gergo delle armi,
il tonfo di un sanguineo corpo che cade su altri cadaveri già marci,
è buon segno, il bottino si arricchisce e le unghie crescono a dismisura,
soprattutto quelle dei piedi,
…. il suolo è fertile si sa’!
E giunge sul capo dei gendarmi l’aquilone porta bandiera,
si impegnano d’un tratto a cercar chi tiene il filo
Impossibile raggiungere l’obbiettivo,
esso ha inizio nell’infinito
e l’origine vien negata a chi la cerca per la distruzione.
È giusto così,
c’è chi con maestria femminile
distrae la serpe con la mano del falso peccato,
la futura ribellione non è giocoliera e non appartiene ad alcuna religione
è mancina.

Ciro Bruno

Tutti i diritti riservati all’autore

Ciro Bruno all’emittente radiofonica Radio Gladys durante la registrazione del programma “PROKSIME DE POEZIO”

RITRATTI: TANIA SANTURBANO “LA PRIMA CAMERA”

(by I.T.Kostka)

Quando il talento trabocca da ogni parola scritta, scelta con attenzione dedicata a ogni sua velata sfumatura e significato. “La prima camera” – il dipinto poetico di impatto forte e graffiante, stravolgente come il famoso quadro “Guernica” di Picasso. La scrittura di Tania Santurbano non evita il dolore, anzi, lo mette in evidenza attraverso un linguaggio originale, realistico e, spesso, sorprendente. Tutte le cicatrici e grida di una guerra crudele e senza misericordia. La via crucis dell’umanità sempre più folle e spietata. Il Golgota senza risurrezione.

Izabella Teresa Kostka, 2019

La prima camera ( di Tania Santurbano)

Scoppierà la guerra
e non saremo addestrati per morire.

Con ogni probabilità il cielo lavorerà per far scendere le bombe.
Gli alberi saranno disposti dal vento per raccogliere plastica e cadaveri.

Ci saranno uffici e corsie d’ospedale con alcuni centimetri di metri cubi d’aria per respirare.
Ci sarà il mare con le sue vetrine illuminate piene di bottiglie.
E tanti Taxi senza autisti,fermi nei cimiteri.

Al centro del mondo,con i rami senza frutta e con l’anidrite carbonica e le reti metalliche.

Una notte più lunga della morte, dove non servirà aprire alla terra le gambe per fare l’amore.

Tutti fermi, sotto un cielo a cui hanno tolto le stelle.
Non sembrerà un lavoro così duro morire.

Tania Santurbano

Tutti i diritti riservati all’autrice

La poetessa Tania Santurbano