LA POESIA DALL’ HABITUS EMOTIVO: “PAROLE SPORCHE” di DOMENICO GAROFALO a cura di Sabrina Santamaria

La poesia dall’habitus emotivo: “Parole sporche” di Domenico Garofalo a cura di Sabrina Santamaria

Quanti modi conosciamo per purificarci il nostro stato d’animo triste e pessimo? A volte una condizione depressiva potrebbe impadronirsi di noi fino ad atrofizzare il nostro essere, spesso a causa di un lutto, di una delusione o di una perdita non riusciamo a rielaborare il lutto e rimaniamo ingarbugliati dentro la gabbia dei nostri pensieri negativi. Comunemente sappiamo che facendo emergere le motivazioni del nostro malessere o raccontando a qualcuno dei nostri drammi potremo probabilmente sentirci risollevati e, sicuramente, ci farà l’effetto di sentirci meno soli. Dopo la lettura di “Parole sporche” scritto da Domenico Garofalo ho traslato il mio punto di vista, in quanto, senza rendercene conto, l’arte, la poesia, la musica possono fungere, alle volte, come catarsi dell’anima, come strumenti per far fuoriuscire lo sgomento che ci tiene legati alla rabbia o alla tristezza. Davanti ad un foglio bianco possiamo comporre poesie o qualsiasi testo narrativo che potrebbero salvare il loro stesso autore. Oggi ci troviamo sempre dinnanzi la solita retorica se la poesia possa salvare il mondo, le nuove generazioni, ma, in realtà, la poesia coadiuva a far emergere il poeta stesso affossato nelle sabbie mobili della sua stessa esistenza, da questa angolatura ci rendiamo conto che la poesia, forse in genere la letteratura, si tramutano in una mano invisibile tesa verso il suo stesso autore. La poesia, come il nostro Domenico Garofalo, ci dimostra è una catarsi dell’anima umana, poco importa se il poeta usi un linguaggio aulico, semplici, complesso, in vernacolo o se il testo poetico sia in rima o in stile libero, in questa sede chi scrive accompagna con la sua mano i tormentati strepiti del suo cuore che non osa indugiare a rimirar su stesso in un viaggio interiore che poeticamente viene codificato su carta. È come se il testo poetico non fosse più arazionale o senza emozioni, ma è come se i versi poetici indossassero l’habitus di un’emozione: la rabbia, la gioia, la tristezza, la malinconia. “Parole sporche” è una raccolta poetica che profuma da rito di purificazione, dai riti orgiastici o dionisiaci; l’autore anche nel momento peggiore, nel momento in cui tocca il fondo con le mani non si rassegna e trova una scorciatoia per riemergere. È probabile che molti critici letterari non definiscano la poesia del Nostro degna di essere definita tale, perché alcuni lettori potrebbero definirla scarna di contenuti e povera anche dal punto di vista stilistico. In realtà sforzandosi a leggerla tra le righe la poetica di Garofalo è tutt’altro che vuota di contenuti; sono innumerevoli i testi in cui leggiamo una profonda critica alla società come “Baracche, baraccopoli e baldracche” oppure in cui percepiamo un senso profondo di malinconia lieve che ondeggia a ticchettii fra i versi di alcune poesie. Non sono poesiole i testi di Domenico Garofalo per molteplici motivi; intanto perché questo libro è la sua quinta pubblicazione e il nostro autore ha già dimostrato in altri lavori la sua capacità di saper spaziare da un argomento all’altro, come nel caso di “Cambio matita”, ma adesso il Nostro esige uno scarto linguistico diverso perché è giunto ad una fase stilistico-letteraria che è mutata, vuoi perché un poeta si evolve durante il percorso del suo cammino e i suoi versi possono assumere tinte più accese o più atone. Mi sono piacevolmente immersa in “Parole sporche” perché ho costatato un tentativo da parte del suo autore di mostrarsi per quello che si è, senza timore del giudizio altrui. Una delle prime raccolte poetiche che io abbia letto in cui il lettore non troverà: il mare, l’aurora, le ali, il cielo, le stelle, il sole, la luna o l’amore. Per quanto possano emozionare le tematiche poc’anzi citate, ma, spesso, mi sono resa conto che molti testi poetici mancano di originalità stilistica e pur non volendo alcune espressioni diventano ripetitive, bacate e usurate. Nel libro di Garofalo si impone la quotidianità che, spesso, ci mette sotto scacco e ci domina. La rinuncia all’amore come atto supremo e la rievocazione della fisicità, traspare quasi un antiromanticismo per antonomasia, un tema ormai che tracciato il suo percorso in poesia e non ha più nulla di nuovo da dirci. Garofalo ricerca un nuovo campo tematico su cui comporre i suoi testi, un campo minato direi in cui nessun artista vorrebbe metterci piede. Il Nostro potrebbe catalogarsi fra gli indici dei poeti maledetti, forse il suo testo potrebbe trovarsi fra i libri proibiti però l’autore ha il coraggio di oggettivizzare l’Es freudiano che vive dentro di noi, ma che molti non vorrebbero riconoscere come facente parte perché ci inselvatichisce, tuttavia è proprio fra i “civilizzati” che accadono le peggiori cattiverie dell’umanità in cui a causa di molti cinici muoiono milioni di bambini nel mondo a causa delle guerre, delle pestilenze e della fame. Il Nostro a questa riflessione vuole indurci: dalla critica ai colletti bianchi alla povertà indotta, dal rimpianto di un’epoca che è stata alla macchinizzazione tecnomorfa dell’umanità che svilisce la sensibilità dell’uomo. Nello spazio creato da Garofalo la letteratura è un momento terapeutico in cui ogni attimo di vita deve necessariamente essere immortalato a prescindere se esso sia piacevole o sgradevole quel che conta in guisa è narrare e narrarsi, mi ha ricondotta alla sofferta Alda Merini che divenne poetessa dopo l’internamento in manicomio oppure a Virginia Woolf che frequentò dei corsi per la scrittura terapeutica o al tormentato Van Gogh il quale anelava ad un posto sociale negato infine al poeta Hölderlin. Il nostro autore decide di tendere la mano al sostegno dell’arte che talvolta può essere una valvola di sfogo e non motivo di sfoggio della propria bravura o talento, il Nostro apre una sfida che tanti autori hanno temuto di lanciare: la libertà di esprimersi come atto di purificazione dello spirito, infatti la poesia imprime su carta gli stati d’animo mentre il suo autore esprime il suo mondo interiore apparentemente illeggibile. Possiamo concludere che Domenico Garofalo abbia vinto la sfida? Sarebbe una conclusione affrettata rispondere che l’abbia vinta, sicuramente ha giocato ogni ultimo granello poetico nell’impari sfida dei versi amati ed usurati.

Sabrina Santamaria

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Intervista a Carmine Laurendi: Quando il pathos diventa talento a cura di Sabrina Santamaria.

Intervista a Carmine Laurendi: Quando il pathos diventa talento a cura di Sabrina Santamaria.

• Alcuni cenni su Carmine Laurendi

Carmine Laurendi è un giovane poeta che in questi ultimi anni ha pubblicato due raccolte poetiche: “Ti pensu notti e ghiornu Bagnara” e “Ogni cosa cu so tempo”, spesso nelle sue liriche esalta l’amore per il suo paese natio, Bagnara oppure snocciola con grande stile spunti e riflessioni attuali e di carattere sociale.

S.S: Quando è stato il tuo primo incontro con la poesia?

C.L: Mi sono avvicinato alla poesia subito dopo la morte di mio padre. Grazie ad essa sono riuscito a liberarmi del peso che mi portavo dentro.

S.S: A quale poeta della letteratura ti sei ispirato maggiormente? Sempre se c’è uno stile che più di tutti ti ha affascinato…

C.L: Non mi ispiro a un poeta o a uno stile in particolare. La mia poesia nasce spontaneamente, da un attimo, da un pensiero o da una riflessione. Apprezzo tuttavia l’ermetismo di Salvatore Quasimodo, e recentemente ho iniziato a leggere con passione le opere di un poeta originario della mia terra, Vincenzo Spinoso.

S.S: Cosa ti ha particolarmente spinto a pubblicare due raccolte poetiche?

C.L: L’idea di pubblicare le mie raccolte poetiche è nata dai commenti, dai suggerimenti e dalle critiche costruttive dei miei amici e dei miei compaesani. Dal loro interesse sono scaturiti i miei libri.

S.S: Secondo te cosa la poesia può ancora trasmettere alle nuove generazioni?

C.L: Alle nuove generazioni la poesia può ancora trasmettere un’idea di bellezza, di purezza, di spontaneità, valori quanto mai necessari in questo mondo confuso.

S.S: Quale potrebbe essere il suo messaggio?

C.L: La mia vena poetica ha origine dal luogo in cui sono nato, dalle mie origini e dallo studio costante. Contestualmente cerco sempre di essere aperto verso altre culture e nuovi orizzonti.

S.S: Le poesie, spesso, hanno risvolti dal punto di vista sociale… Per quali fenomeni sociali pensi che la poesia possa essere incisiva?

C.L: La poesia è una forma d’arte, e come tutte le arti potrebbe allontanare i giovani dalla strada, attirando la loro attenzione e offrendogli una speranza. In questo senso, mi sento di poter affermare che la poesia ha un ruolo salvifico.

S.S: Al centro delle tue liriche metti sempre il tuo paese natio, Bagnara, pensi che lo spirito del poeta sia quello di mettere al centro i luoghi in cui viviamo? Oppure bisogna essere “cittadini del mondo”?

C.L: Io parlo del mio paese non perché sia speciale, ma perché lo amo. Questo amore lo rende unico. Allo stesso modo chi legge le mie poesie, attraverso le mie parole rivive l’amore per il proprio paese e le proprie origini.

S.S: Secondo te la poesia è il sentimento più profondo dell’essere umano? Oppure è il frutto di un’erudizione attenta e continua?

C.L: Sono due espressioni simbiotiche, nel senso che la poesia nasce spontaneamente come espressione profonda dell’anima, ma poi si evolve in erudizione, come allenamento costante.

S.S: Qual è il ruolo del poeta nella società attuale? E rivestendo questo ruolo come potrebbe agire?

C.L: Il poeta non deve ergersi a giudice, né pontificare. Nella società odierna il poeta deve essere soprattutto una persona umile che cerca di far riflettere il pubblico attraverso i suoi pensieri e le sue emozioni.

S.S: Per esprimere con i colori o con la musica la tua poetica a quale quadro o composizione musicale ti riferiresti?

C.L: Le opere di Renato Guttuso esprimono al meglio il mio modo di fare poesia. Vi ringrazio per questa opportunità che mi avete regalato, mi avete reso ospite su questo blog stupendo. Alla prossima.

INTERVISTA a MARIA TERESA DE DONATO: Narratrice della fisiologia dell’amore (a cura di Sabrina Santamaria)

Maria Teresa De Donato

Intervista a Maria Teresa De Donato: Narratrice della fisiologia dell’amore, a cura di Sabrina Santamaria.

• NOTE BIOGRAFICHE

Maria Teresa De Donato, Ph.D. è nata a Roma, dove ha vissuto, studiato e lavorato fino all’inizio del 1995, prima di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti.
Dopo essersi diplomata presso l’Istituto tecnico del turismo “J. F. Kennedy”, Maria Teresa ha frequentato per due anni la facoltà di Magistero – dipartimento di lingue e letteratura straniere moderne presso l’Università “La Sapienza” di Roma, abbandonandola alla fine del secondo anno, perché non si sentiva particolarmente motivata a proseguire i suoi studi. Allo stesso tempo studia anche giornalismo alla scuola superiore di giornalismo “Accademia”.
Una volta negli Stati Uniti, Maria Teresa riprese i suoi studi in giornalismo e si laureò presso l’American College of Journalism. La sua natura estremamente versatile ed eclettica, la sua grande varietà di interessi e il suo approccio olistico e multiculturale non solo alla salute ma, ancor più, alla vita stessa le ha permesso nel corso degli anni di pubblicare opere di diversa natura.

S.S: Quale immagine di te vuoi veicolare ai lettori?

T.D.D: Desidero veicolare un’immagine che corrisponda quanto più possibile a chi sono nella realtà, come donna e come autrice: una persona eclettica, che ha una veduta olistica e multidisciplinare della vita; che si pone delle domande ‘universali’ a cui cerca di dare delle risposte, magari approcciando il tema da prospettive non comuni e seguendo ragionamenti non convenzionali. Il mio scopo, almeno negli intenti, è sempre quello di aiutare il lettore, di ispirarlo, di aumentare in lui la consapevolezza e di motivarlo ad intraprendere modi di pensare ed azioni positivi affinchè possa vivere una vita più equilibrata, serena, felice e gratificante e contribuire anche lui alla creazione di un mondo migliore.

S.S:I tuoi personaggi quali parti di te incarnano?

T.D.D: Oltre alle caratteristiche indicate sopra, sicuramente la passionalità, la capacità di analisi, l’attenta osservazione della realtà che li circonda e dei comportamenti umani, oltre ad un profondo senso della sacralità e della spiritualità – che per me non hanno nulla a che vedere con il concetto di ‘religione’, ma prescindono da esso – nonché dell’Amore, non solo Eros, ma inteso nella più ampia accezione del termine. Tutto ciò mi ha sempre affascinata.

S.S: Con i tuoi romanzi quale target di lettori vorresti raggiungere?

T.D.D: Oceano di Sensi, il mio primo romanzo fiction, che ho pubblicato di recente, è rivolto, per i suoi contenuti, ad un pubblico adulto (maggiorenni). Benché nelle mie intenzioni iniziali non avessi pianificato di scrivere un romanzo erotico, quando poi mi sono trovata ad approfondire gli aspetti legati alle relazioni sentimentali di Claudia, la protagonista, ho ritenuto, proprio per la mia veduta olistica della Vita e del Mondo, di non poter escludere la sessualità, che comunque è sempre stata e rimane una componente fondamentale del rapporto di coppia. Infatti, affinché l’individuo abbia una vita veramente felice, equilibrata ed appagante sotto ogni aspetto, ritengo che Amore e Sessualità debbano andare di pari passo e complementarsi, proprio come nel simbolo Yin e Yang, piuttosto che prescindere l’uno dall’altra. Come conseguenza di questa mia veduta, il romanzo ha finito con il diventare profondamente erotico. Tanti sono, comunque, anche i riferimenti storici e le domande e gli aspetti introspettivi presenti in esso, quindi il romanzo può piacere ad un vasto pubblico di lettori aventi preferenze ed interessi diversi.
Il secondo romanzo, che sto ultimando ed è di prossima pubblicazione, ha un carattere autobiografico-storico-genealogico, una sorta di “memoir”, molto ricco, profondo ed altrettanto interessante, a mio avviso, che può affascinare un pubblico molto vasto, composto di donne, uomini, adolescenti, insomma sia di coloro che hanno preceduto o vissuto certi eventi storici, sia quello composto dalle generazioni più giovani che magari scopriranno attraverso la sua lettura i nei, ma anche “il patrimonio” e “la ricchezza culturale e delle tradizioni” di un mondo e di una società, sotto molti aspetti più semplici e migliori, in cui sono nati, cresciuti e si sono mossi i loro genitori e i loro nonni e a cui molti della mia generazione e di quelle che mi hanno preceduta guardano con una certa nostalgia, consapevoli di quanto sia andato perduto.

S.S:Cosa ti ha ispirata alla scrittura di “Oceano di sensi”?

T.D.D: Molti fattori: La vita e le esperienze di donne in generale che hanno sofferto e sono state abbandonate dal proprio uomo, magari con figli che hanno dovuto crescere poi da sole; l’aver conosciuto persone che, benché di origini italiane, sono nate e cresciute in Libia dove sono rimaste fino al colpo di stato di Gaddafi, in seguito al quale hanno dovuto abbandonare il Paese e rientrare in Italia come ‘profughe’; le varie sfaccettature dell’Amore, delle relazioni, della sessualità; l’imprevedibilità della Vita che, come diceva mia zia Anna Maria “Ha più fantasia di noi”. Tutto può essere motivo di ispirazione per me: una frase detta, un’esperienza vissuta direttamente o indirettamente, un ragionamento fatto con una persona, magari sconosciuta, in treno o in aereo, una riflessione fatta prima di addormentarmi la sera o mentre camminavo…

S.S:Nel tuo ultimo romanzo racconti della colonizzazione libica. Sei affascinata dalla cultura africana?

T.D.D: Sì, ma non solo da quella africana. I miei erano amanti della cultura, dei libri, dei viaggi. Mio padre, che è stato per decenni socio della Società Geografica Italiana e socio vitalizio del Touring Club Italiano, sin da bambina mi ha portata a vedere documentari e mostre su culture e popoli stranieri. Questo ha spianato la strada ai miei successivi studi linguistici e turistici. Sono sempre stata affascinata dalle culture straniere, così diverse per molti aspetti dalla nostra. Credo che tale conoscenza, se fatta con una mente aperta al confronto e ricettiva, costituisca una ricchezza unica, immensa e da tesoreggiare. La cultura africana è sicuramente quella che conosco meno e che, nei limiti imposti dal romanzo, ho cercato di approfondire, o quantomeno di avvicinare e descrivere quanto più possibile.

S.S: La tua protagonista Claudia è la tua alter ego o la tua antitesi?

T.D.D: Entrambe le cose. Prevalentemente la mia alter ego, ma non in tutti gli aspetti. Ad esempio con Giorgio, l’ex marito, io sarei stata molto dura, mentre lei, al contrario, si è limitata ad accettare passivamente le sue scelte con tutte le conseguenze del caso. Io sarei stata molto più combattiva. In questo senso ritengo che le differenze tra noi non dipendano tanto da fattori generazionali, ma soprattutto da personalità diverse. In alcuni casi, quindi, Claudia rappresenta più la mia antitesi.

S.S: Secondo te è possibile nel mondo trovare un uomo come Eugenio o è l’esasperazione impossibile del desiderio di ogni donna?

T.D.D: Premettendo che la perfezione, almeno come la intende la maggioranza delle persone, ed il “Principe azzurro” non esistono, secondo me è possibile, anzi, possibilissimo. Il problema a mio avviso è un altro ed io lo identificherei in due aree: 1) La Vita, l’Universo, Dio – o come lo/la vogliamo chiamare – sa perfettamente ciò di cui ognuno di noi ha bisogno; non ciò che semplicemente ‘desidera’, ma ciò che a livello profondo il suo cuore, la sua anima, la sua natura cerca, richiede per essere felice ed avere una vita appagante. Ma noi ci conosciamo veramente? Sappiamo veramente chi siamo e di cosa abbiamo realmente bisogno? Detto questo, perché ogni ‘Claudia’ abbia il proprio ‘Eugenio’ occorre, quindi, colmare questa lacuna e sintonizzarci con l’Universo (=con il nostro Io più profondo), acquistando maggiore consapevolezza e conoscenza di chi realmente siamo ed aspettare. L’Amore, quello con la A maiuscola non va ricercato; non dobbiamo andare a caccia di nessuno. Al contrario, sarà l’Amore che verrà a noi: dobbiamo solo coltivarlo in noi stesse/i ed essere pronte/i a riconoscerlo e ad accettarlo quando si presenterà. Questo ci porta al secondo aspetto da tenere in considerazione e che spesso preclude al Vero Amore la possibilità di manifestarsi o di trovare posto nella nostra vita, e cioè 2) la paura di restare sole/i e l’erronea convinzione che per essere felici si debba necessariamente stare in coppia. Questo modo di pensare e di operare crea ansia e spinge troppe persone a gettarsi precipitosamente e a capofitto in relazioni con individui con cui non c’è affinità di alcun tipo o se c’è (come possono essere l’attrazione fisica ed i rapporti sessuali appaganti almeno in un primo momento) è superficiale e non destinata a durare nel tempo, proprio perché non soddisfacendo l’individuo a tutti i livelli (mente, corpo e spirito) questi finisce, inconsapevolmente, con l’agire come un bambino piccolo che, in tempi record, perde interesse per un “giocattolo” e passa a quello successivo. Queste relazioni ben presto si manifestano per quello che sono in realtà e cioè una scelta sbagliata.
Per ogni Claudia esiste, quindi, il proprio Eugenio e viceversa.

S.S: Cos’è per te l’amore? Cosa significa amare per te?

T.D.D: L’Amore, quello vero, quello con la A maiuscola e di qualsiasi tipo si tratti, incluso quindi quello Eros, ossia quello che lega due persone sentimentalmente come nel rapporto di coppia, è la vera e più grande forza dell’Universo. È pura energia, come d’altronde lo è ogni altra cosa, visibile o invisibile che sia: si tratta di un’energia positiva, costruttiva, che permea tutto, smuove tutto e supera qualsiasi barriera permettendo ai più meravigliosi ‘miracoli’ di aver luogo. Per me amare, significa vibrare in sintonia con questa energia e riuscire a manifestarla nella mia vita al meglio delle mie possibilità ed in ogni ambito: nei confronti di me stessa, nel rapporto di coppia, verso i miei familiari, amici, conoscenti, l’Umanità in generale, l’Universo e quello che molti tra noi concepiscono come Dio a prescindere da come Lo/La definiscano – Il Campo, la Consapevolezza Suprema, l’Energia Cosmica, la Mente Universale, Yahweh, Geova, Allah o altro.

S.S: Raccontami della tua storia letteraria…

T.D.D: Ho iniziato a scrivere da giovanissima. I miei primi articoli apparvero nel Giornale In Cammino mentre frequentavo le scuole elementari. Dal 1980 al 1982, oltre a frequentare l’Università ‘La Sapienza’, Facoltà di Magistero – Lingue e Letterature Straniere Moderne, che però ho abbandonato alla fine del secondo anno per mancanza di interesse, ho studiato presso la Scuola Superiore di Giornalismo ‘Accademia” collaborando al tempo stesso, come Assistente Editoriale, alla revisione e all’aggiornamento di tre volumi di geografia turistica di un mio ex professore dell’Istituto Tecnico per il Turismo.
Successivamente, una volta trasferitami negli USA e non potendo lavorare per motivi di burocrazia, ne ho approfittato per riprendere a coltivare questo mio grande sogno: scrivere. Ho seguito prima un corso di scrittura per non-fiction organizzato dal Writer’s Digest e poi mi sono diplomata presso l’American College of Journalism. Sono stata autrice di alcune poesie, tra cui “Darkness” (Tenebre), “Ocean of Senses” (Oceano di Sensi) e “Night of Love” (Notte d’Amore). Le prime due sono state pubblicate negli USA dalla Cader Publishing sull’antologia Etchings nel 2000. “Ocean of Senses” ha ottenuto una Honorable Mention nell’estate del 2000 ed è stata pubblicata anche sull’antologia Ovations nell’estate del 2001, ottenendo, sempre nel 2001 il President’s Award of Literary Excellence, ed è apparsa anche sul N. 13 del periodico italiano L’Etruria (15/08/2002), nello spazio dedicato alla cultura.
Negli anni ho collaborato, in qualità di scrittrice freelance, content manager, editor-in-chief (caporedattrice), ricercatrice bibliografica, e/o traduttrice, con riviste e giornali vari sia americani sia europei.
Dal 1995 ad oggi ho svolto un’intensa attività di scrittura che può essere riassunta come segue:

• Traduttrice della raccolta di Poesie MAGMA (di Alessandra Trotta) (2002);
• Autrice dell’articolo sul Tumore uterino (Mioma), pubblicato dalla rivista online di Omeopatia Hpathy (2013): http://hpathy.com/clinical-cases/case-study-abdominal-mass/ ;
• Autrice dell’articolo sull’Asma bronchiale in un bambino di 18 mesi, pubblicato dalla rivista online di Omeopatia Hpathy (2015): http://hpathy.com/clinical-cases/asthmatic-bronchitis-in-an-18-month-old-boy/ ;
• Autrice di The Dynamics of Disease and Healing – The Role That Perception and Beliefs Play In Our Health and Wellness (2015) (Le Dinamiche della Malattia e della Guarigione – Il Ruolo che Percezione e Convinzioni rivestono nella nostra Salute e nel nostro Benessere);
• Coautrice (Denis Gorce-Bourge) di DARE TO RISE – Reshaping Humanity by Reshaping Yourself (2016) (OSA ELEVARTI – Rimodellare l’Umanità Rimodellando Te Stesso) – Un libro ispiratore-motivatore, di sviluppo personale, sul potere dell’Amore incondizionato e sull’importanza della consapevolezza, della presa di coscienza e dell’auto-responsabilità per cambiare la propria vita e quella degli altri;
• Autrice di PTSD: Conquering The Invisible (2015) (Disordine da Stress Post-traumatico: Conquistare l’Invisibile);
Autrice di Conquistare l’Invisibile – Approccio Olistico al PTSD (2015);
• Autrice di PTSD: Conquering The Invisible (Kindle) (2016);
• Autrice di Conquistare l’Invisibile – Approccio Olistico al PTSD (Kindle) (2016);
• Autrice di Disease and Healing Dynamics (Kindle) (2016) – Versione ridotta e kindle di The Dynamics of Disease and Healing – The Role That Perception and Beliefs Play In Our Health and Wellness (2015);
• Coautrice (Dr.ssa Anneli Sinkko, Ministro di Culto) di Hunting for The TREE of LIFE – A Spiritual Journey in the Garden Traditions (2016) (Andando a caccia dell’ALBERO della VITA – Un Viaggio Spirituale nelle Tradizioni del Giardino);
• Autrice di MENOPAUSE – The best years of my life (2018) (Paperback and Kindle Editions);
• Autrice di MENOPAUSA – I migliori anni della mia vita (2018) (Edizioni cartacea e kindle);
• Autrice di Ocean of Senses – a fiction story (2019). (Edizioni cartacea e kindle)
• Autrice di Oceano di Sensi – romanzo fiction (2019). (Edizioni cartacea e kindle).
Di recente, e precisamente il 25 febbraio 2019, su Protagonista Donna – Il magazine delle donne è stato pubblicato il mio articolo Texas. Il Sud da esplorare. Il mio articolo Co-creare la propria realtà – Lezione di coaching con Maria Teresa De Donato, Dottoressa in Salute Olistica sarà pubblicato su CLASS24 il 2 aprile.

Chi desiderasse avere la lista completa dei miei libri o ordinarli può visitare la seguente pagina Amazon:

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Al momento sto lavorando a varie pubblicazioni che affrontano tematiche diverse e che spero di ultimare quanto prima e di realizzare sia in italiano sia in inglese. Il mio prossimo libro sarà proprio il romanzo autobiografico-storico-genealogico che ho menzionato prima. Altri lavori “bollono in pentola”.
Sono anche un’appassionata blogger e pubblico regolarmente i miei articoli sul mio blog:

http://holistic-coaching-dedonato.blogspot.com/

in italiano, inglese e tedesco.

Coloro che volessero saperne di più possono visitare la mia Pagina di Autore Amazon su

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e contattarmi attraverso i miei siti, blogs e sui vari social networks tra cui Facebook, Linkedin e Twitter.
Sarò ben lieta di entrare in contatto con i miei lettori.
Ringrazio la redazione di “Verso – Spazio letterario indipendente” per avermi regalato questa opportunità per raccontare di me. Alla prossima!

Tutti i diritti riservati agli autrici

L’ENGAGEMENT PITTORICO DI MORENA MEONI a cura di SABRINA SANTAMARIA

CENNI BIOGRAFICI DI MORENA MEONI

Ha frequentato il liceo artistico di Brera. Ha iniziato la carriera artistica nel 1969 sempre a Milano e nel 1972 si è trasferita a Messina continuando la sua attività artistica. Ha vinto diversi concorsi poetici e di arte pittorica. Morena Meoni dipinge con le sue mani, non usa pennelli e questa caratteristica la rende originale ed unica.

• ALI SPEZZATE

ALI SPEZZATE, olio su tela 70×50

Hai spezzato le mie ali
Incurante del mio essere donna
Hai calpestato i miei sogni le mie ambizioni, la mia dignità, mi hai reso invisibile, il nulla nel nulla.
La mia anima grida immersa nel sangue di ferite che più non sanano.
Il mio talento soffocato non potrai mai annullare scorre nelle mie vene fa parte di me donandomi la forza.
Tu dici d’amarmi, l’amore non è schiavitù, è un donarsi all’altro, l’amore ti fa sentire viva.
Hai spezzato le mie ali, le raccolgo anche se ferite
riprendo a volare e tu resterai solo nel nulla.

Poesia di Morena Meoni

• Critica artistica al dipinto “Ali Spezzate” di Morena Meoni

Si può quantificare il valore che si logora come l’espressione più usurpata del suo esistere? “Ali Spezzate” di Morena Meoni impersona in un dipinto una vita distrutta, stracciata, usurata, azzerata dal “braccio forte”. La Nostra mette in essere sulla tela un figura che potrebbe essere una donna, ma anche un angelo in lacrime che piange la sua vita annientata ed è affranta per la brutalità dell’essere umano sempre più cinica. Il volto non è tutto visibile, solo di profilo si intravede il dolore della donna-angelo. Lo sfondo è tinteggiato di nero e di rosso, colori emblematici che simboleggiano il lutto (il nero la morte) e la violenza (il rosso il sangue). Le ali bianche che sono segno di purezza della vita innocente che è stata trucidata nel corpo, ma, secondo i casi nell’animo, presentano evidenti sfumature di sangue, anche la schiena dell’essere sublime che piange le sue ali sanguina; non lascia intendere all’osservatore che si tratta di una ferita che si rimargina, al contrario è uno squarcio, un taglio profondo che rimane aperto. La posizione appare china e rannicchiata, fa trasparire il pathos emergente dallo scavo interiore di un’esistenza soffocata dalla perfidia umana. Il corpo della donna-angelo è sinuoso e le sue curve sono proporzionate tanto da suscitarmi il ricordo liceale della “Venere di Cnido” appartenente alle sculture risalenti all’età Greca del V secolo a.C. Lo sfondo mi ha ricordato Munch per la sua essenzialità, ma in questo caso non si tratta di un urlo, ma di un singhiozzare lacrimante a causa dell’atrocità dell’ “Homo homini lupus” che non ha pietà. Il pianto è la commiserazione verso la natura umana che ha perso quasi del tutto il significato intrinseco del vivere. In un momento storico come il nostro in cui imperano ancora i femminicidi e la violenza sulle donne, il messaggio straziante e straziato di Morena Meoni è quanto mai attualissimo, fermo restando che le “Ali Spezzate” raffigurano anche, ma non solo il talento negato ed affogato! Ci coinvolge nella sofferenza radicata la Nostra in una battaglia contemporanea in cui lei non si dà per vinta.

Sabrina Santamaria

• IL MIMO

IL MIMO, olio su tela 100×70

Un cilindro, un fiore, una maschera.
Appari nell’ ombra silenzioso, solo il tuo bianco volto
ove traspare il dolore, la gioia, l’amore.
Nel silenzio tenebroso, le tue mani raccontano
una storia, la tua storia, la nostra storia.
Arte antica ove l’emozione si fonde nel silenzio dell’ anima trasportando nel vento come un viandante, la poesia, donando a un pubblico senza volto, una lacrima, un sorriso, un’emozione.
Quando lo spettacolo finisce, resti solo sul palcoscenico della vita, per sempre, il mimo.

Poesia di Morena Meoni

• Critica artistica al dipinto “ Il Mimo” di Morena Meoni

“Nel cammino della tua vita ti accorgerai a tue spese che incontrerai molte maschere e pochi volti” scrisse Pirandello. È una maschera o un volto “Il Mimo” di Morena Meoni? È una pantomima azzeccata della nostra quotidianità in cui tutti recitiamo più o meno implicitamente nel palcoscenico dell’esistenza. Noi viviamo o ci guardiamo vivere? Recitiamo un ruolo in cui inconsciamente fingiamo di essere chi siamo o ci personifichiamo? Questo dipinto mostra, a mio parere, l’omologazione e il conformismo imperante del XXI secolo; la Nostra con la sua arte che le fa da padrona mette sotto accusa i pilastri principali della nostra società che ci impone determinati canoni da seguire: la cura estetica, le mode casual e gli stili culinari. I “membri di scarto” divengono ghettizzati come devianti in quanto non si uniformano a questi modelli. La maschera del “mimo” è finzione che nasconde la verità che andrebbe scavata, ricercata “sporcandosi le mani”: le mani che lasciano il dubbio se appartengano al mimo oppure no sono il dettaglio principale dell’opera perché fungono da elemento ossimorico del dipinto come invito all’uomo contemporaneo di impegnarsi senza riserve per non divenire un’ameba arazionale, inoltre sebbene il mimo appaia inespressivo ed enigmatico a chi non osa scrutare col binocolo della profondità di uno sguardo e incredibilmente finto che fissa il vuoto, le mani fanno emergere la fatica fisica e morale dell’essere umano, in quanto a tratti appaiono logorate, sebbene il mimo appaia asessuato, le mani sono quelle di una donna. L’opera appare come un’immagine riflessa in uno specchio in cui si concentra la critica meoniana senza filtri o veli perché solo misurandosi con lo specchio del suo vivere l’uomo contemporaneo può ritrovare la bussola perduta del suo sentire sommamente etico.

Sabrina Santamaria

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LO SGORGARE DI UN AMORE: “OCEANO DI SENSI” di MARIA TERESA DE DONATO a cura di Sabrina Santamaria

Lo sgorgare di un amore: “Oceano di sensi” di Maria Teresa De Donato (in lingua italiana e inglese)

Percorrere il baricentro delle proprie emozioni e sensazioni significa giungere ad una maturità piena e consapevole. È un traguardo non sempre facile ed ovvio. L’amore come sentimento pienamente vissuto dal corpo e dall’anima è il sintagma completo del benessere psico-fisico dell’essere umano. A volte senza amore una persona può incamminarsi in un marasma di giornate senza coscienza permettendo che la vita trascorra inutilmente in un percorso monotono ed apatico; Claudia, la protagonista del romanzo “Oceano di sensi”, finirà per molti anni per imbattersi in un vivere piatto ed a-emozionale, un incontro casuale marcherà per sempre il suo esistere, la sua storia amorosa con Eugenio. Vivere una storia sentimentale e una relazione amorosa è la stessa cosa? Essere coinvolti interamente nell’amore succede a chiunque? Cosa significa amore? Questi ed altri interrogativi si pone la nostra autrice, Maria Teresa De Donato, nei panni del suo personaggio femminile Claudia. Quest’ultima è una donna che ogni uomo avrebbe voluto sposare: passionale, dolce, sensibile, sensuale e colta. La nostra protagonista è molto socievole, spigliata ed intelligente, ha un ottimo rapporto con i genitori, Rosaria e Franco, i quali la adorano. Alcuni eventi distruggeranno la serenità della Nostra. Maria Teresa De Donato ha qualità spiccate in quanto accompagna con la sua voce narrante il lettore coinvolgendolo nel setting narrativo attraverso un andamento fluido, scorrevole, ma non retorico; chi legge sente di essere preso per mano dall’autrice la quale con flebile e colloquiale voce accompagna mano per mano i suoi lettori tra le pagine del suo romanzo. “Oceani di sensi” è un sommesso fiume emotivo messo a nudo nel cuore di una donna ferita che ha un’unica esigenza: l’essere raccontata. Maria Teresa De Donato compone, a mio giudizio, la sua ordita trama su due principali tessuti narrativi: la tematica storico-sociologica e la tematica amorosa. Per quanto riguarda il primo snodo tematico la Nostra ha inquadrato il suo romanzo in un tempo del racconto che va dai primi anni del novecento fino agli anni settanta, fanno da cornice della vicenda: il fascismo, le campagne di colonizzazione di Mussolini, la sottomissione libica verso l’Italia. Arricchiscono e fanno da ornamento al romanzo i diversi riferimenti storici( che ho particolarmente apprezzato),l’impero romano durante le campagne di conquista dell’imperatore Settimio Severo il quale occupò la Libia, in quanto hanno conferito all’opera ricchezza di contenuto e sono stati espedienti letterari per una caratterizzazione psicologica dei personaggi. L’altro tema preponderante del romanzo è l’amore, aspetto reso particolareggiato in quanto si mette a nudo l’esigenza dell’incontro con l’altro con pienezza di anima e corpo; la nostra autrice non accetta l’idea, ancora oggi diffusa, di un amore avulso dal corpo, asettico e platonico. L’amore è “qualcosa di magico” scrive nel romanzo, ancora non del tutto spiegabile in termini scientifici, è inconscio e in quanto tale rende gli esseri umani che lo provano totalmente vitali, se vissuto pienamente nei bisogni che la sensualità del corpo richiama porta benessere a chi lo prova e non una condizione di schiavitù e di banali doveri affettivi. La Nostra, altresì, ci mette in guardia dal pensare che il sentimento amoroso rasenti la spiritualità e tocchi solo l’apice dell’orgasmo. Ella ci esprime, attraverso le riflessioni di Claudia, che l’amore è l’unione perfetta e sincronizzata di due spiriti che diventano uno solo mediante il contatto dei corpi. Lo sfondo dell’opera non costituisce un banale alogico romanzo rosa, “Oceano di sensi” è uno straripare di sensazioni dei personaggi che avvolgono in una leggera e accattivante lettura l’attenzione di chi legge attirando del tutto la sua curiosità. È un libro scritto per chi sa ancora sperare nei sentimenti profondi dell’anima e per chi, magari, vuole ripercorrere il canto delle muse di tutti i secoli in cui l’amore signoreggia affinché la fine di una storia non comporti una completa fossilizzazione dell’essere. Il messaggio che Maria Teresa De Donato ci lascia ha un’impronta forte; ci suggerisce che dopo una fine c’è pur sempre un inizio e dobbiamo sempre avere dei motivi per vivere ogni stralcio di attimo la nostra esistenza perché ci rende consapevoli di chi siamo noi stessi abbracciando i fermi immagine della nostra storia rischiando i nostri vissuti nella difficile quanto mai imprevedibile partita senza tempo e senza misure delle nostre scelte che potrebbero costarci lacrime, ma marcano la nostra identità senza rimpianti. La nostra autrice conduce davanti al suo lettore un oceano denso di sentimenti puramente umani che si esplicano con eleganza ed armonia fra le pagine del testo in cui i suoi personaggi Claudia ed Eugenio si imbattono nel vortice di una passione profonda scegliendo di provare delle emozioni fino in fondo senza rimpiangere di aver trattenuto lo sgorgare sinuoso di una scintilla che scatta rarissime volte in due cuori che imparano ad amarsi davvero.

Sabrina Santamaria

The gushing of a love: “Ocean of Senses” by Maria Teresa De Donato

Following the center of gravity of one’s emotions and sensations means reaching a full and conscious maturity. It is a goal that is not always easy and obvious. Love as a feeling fully lived by the body and the soul is the complete syntagma of the psycho-physical well-being of the human being. Sometimes, without love, a person can start down alone in a chaos of days without awareness and allow life to go by unnecessarily in a monotonous and apathetic way. Claudia, the protagonist of the novel “Ocean of Senses”, will end up for many years living a flat and unemotional life; a chance encounter will forever mark her existence, her love story with Eugenio. Is living a love story and a love affair the same? Does being completely involved in love happen to anyone? What does love truly mean? These and other questions asks our author, Maria Teresa De Donato, herself through her female character Claudia. The latter is the woman every man would like to have, to marry: passionate, sweet, sensitive, sensual and cultured. Our protagonist is very sociable, self-confident and intelligent; she has an excellent relationship with her parents, Rosaria and Franco, who love her dearly. Some events, though, will destroy the serenity of our protagonist.
Maria Teresa De Donato has strong qualities in that she accompanies the reader with her narrating voice, involving him in the narrative setting through a fluid, fluent, but not rhetorical trend; the one who reads feels to be taken by the hand by the author who with feeble and colloquial voice accompanies her readers hand in hand through the pages of her novel. “Ocean of Senses” is a subdued emotional river laid bare in the heart of a wounded woman who has only one need: to tell her story. Teresa De Donato composes, in my opinion, her warp plot on two main narrative fabrics: the historical-sociological theme and the amorous theme. With regard to the first thematic junction, the Author has framed her novel in a time of the story that goes from the early twentieth century to the seventies: fascism, the colonization campaigns of Mussolini, the Libyan submission to Italy are the frame of the story; the various historical references (which I particularly appreciated) of the Roman Empire that conquered Libya enrich and adorn the novel, as they give the work a wealth of content and act as literary expedients for a psychological characterization of the characters. The other preponderant theme of the novel is love, an aspect described in detail as it exposes the need for the encounter with the other as fullness of soul and body; our author does not accept the idea, still widespread today, of a love detached from the body, aseptic and platonic. Love is “something magical”, she writes in the novel, still not entirely explainable in scientific terms, it is mysterious and, as such, makes the human beings who are able to experience it totally vital, if fully lived according to the needs that the sensuality of the body recalls; it brings a state of well-being to those who experience it and not a condition of slavery and banal emotional duties. The Author likewise warns us against thinking that the feeling of love borders on spirituality and touches only the climax of orgasm.
She states, through Claudia’s reflections, that love is the perfect and synchronized union of two spirits who become one through the union of the bodies. The background of the work does not constitute a banal romance novel without logic: “Ocean of Senses” is a flood of sensations of the characters that wraps the attention of the reader in a light, yet captivating reading, attracting his curiosity. It is a book written for those who still know how to hope for the profound feelings of the soul and for those who, perhaps, wish to rekindle their hope towards love so that the end of a story does not culminate in a complete fossilization of the being. The message that Maria Teresa De Donato leaves us has a strong imprint: it suggests that after an end there is always a new beginning and we must always have reasons for living each moment of our existence, because it makes us aware of who we truly are; for embracing the still images of our history; for risking our experiences, in the difficult, unpredictable, timeless and measureless life match of our choices that could bring us much sorrow, and yet mark our identity without regrets. Our Author leads her reader to an ocean full of purely human feelings that unfold with elegance and harmony between the pages of the text in which her characters, Claudia and Eugenio, run into the vortex of a deep passion, and choose to fully live their emotions without regretting having withheld the sinuous gushing of a spark that shoots very rarely in two hearts that learn how to really love one another.

Sabrina Santamaria

“Una vita in bianco e nero” di Marco Messina: L’urlo strozzato dell’io (a cura di Sabrina Santamaria)

“Una vita in bianco e nero” di Marco Messina: L’urlo strozzato dell’io

Immaginate di pennellare il quadro della vita con colori accesi, vivi, in modo policromatico, però, mentre state per terminare il vostro bel capolavoro qualcuno per capriccio non fa altro che imbrattarlo ed insozzarlo di nero, voi cari lettori come vi sentireste? L’analisi della raccolta “Una vita in bianco e nero” del giovane talentuoso poeta Marco Messina mi ha suscitato questa visione; il poeta cerca di colorare la sua esistenza con colori pastello e vivaci, ma la banalità della vita reale lo costringe a portare un habitus in “bianco” e “nero”. Il Nostro si sente intrappolato nell’inutile macchina sociale in cui si scontra quotidianamente, il giovane poeta si rassegna di fronte all’inconsistente mondo caratterizzato dalla superficialità e dalla sorprendente rapacità del già dato? Ogni istante per i comuni esseri umani si appiattisce e diventa passato, quegli attimi di quegli orologi che misurano il tempo con una logica aritmetica? Il poeta investiga la realtà e non accetta la opulenta razionalità che massifica il pensiero rendendo gli uomini macchine per trasformare ogni desiderio realizzabile in un “tutto e subito”. Marco Messina sente dentro di sé uno slancio vitale bergsoniano che non potrà mai incastrarsi con le logiche omologanti della società massificata. I suoi componimenti poetici esprimono delle urla strozzate, dei gridi esistenziali trattenuti sul filo di lama e riversati su carta. In alcune poesie è stato sublimato il singhiozzare spezzato di un’anima troppo “pura” e “candida” che non riesce ad amalgamarsi nella plebaglia che preferisce l’apparire piuttosto che l’essere. Come finirà per un poeta che perde la sua fantasia si chiede Marco Messina? Ben consapevole che il vero artista può solo sopravvivere in una società che continuamente calpesta il suo essere fragile. Il Nostro non si riconosce facente parte di un corpo sociale che diviene facendosi anonimo, come una notte senza luna e senza stelle. Torniamo, allora, ai miti del poeta reietto sociale che mette ai margini della società? Nel caso di Marco Messina ci immergiamo oltre questa prospettiva in quanto egli non sta ai margini, ma per lui la marginalità non esiste perché la trascende creandosi uno squarcio visivo artistico che appartiene solo al poeta e a coloro che sanno bussare alla porta di questo panorama. L’Io nei versi si impone con il coraggio di chi ha sete di vittoria, ben consapevole di un probabile scacco, ma lo spirito militante è sempre sul campo di battaglia pronto a difendersi nella sua trincea di speranza. Mi ha trasmesso l’immagine suggestiva della “Ginestra” leopardiana in cui “umane sorti progressive” non giovano a nulla, ma portano l’ego umano a ipertrofizzarsi senza, tuttavia, averne alcun diritto. Il Nostro si muove sulla falsa riga dell’Ulisse Joyciano il quale vorrebbe ergersi ad eroe contemporaneo però il “dado è tratto” e rimane un essere inconsistente nel suo piccolo mondo quotidiano perché l’inconsistenza della realtà lo pervade. L’Io-eroe contemporaneo emerge e riemerge dal mare magnum del soffocante oblio presentificato che non vorrebbe lasciare tracce inghiottendo l’uomo nella frivolezza di istanti parcellizzati distruggendo la più profonda impronta umana: l’amore. Amore desiderato, spesso agognato dal poeta, lo cerca, non lo trova ed infine lo sogna. L’Io, infine, è lacerato, scucito, stracciato, un Io che rimane solo al centro del suo universo. Se la prima raccolta di Marco Messina raccontava di una storia del pensiero, “Una vita in bianco e nero” trasmuta di un piano ontologico, qui non è più solo il pensiero a narrare e narrarsi, ma il poeta trasfonde i piani trasformando in grafemi gli stati d’animo, i drammi del giovane Werther goethiano in Marco Messina diventano ritmi poetici: la vita del poeta viene resa in “bianco” e “nero” attraverso gli sguardi divoratori degli altri, dell’ “anonima” schiera che tarpa le ali a chi si ostina a sognare di sfiorare una cometa con la punta di una penna incrociando le rime libere che apostrofano il dramma di un giovane che è reso libero solo dalla poesia, questo è Marco Messina.

Sabrina Santamaria

Marco Messina

GIUSEPPE ANASTASI il “CUBISTA” della LETTERATURA a cura di SABRINA SANTAMARIA

Giuseppe Anastasi il “Cubista” della letteratura a cura di Sabrina Santamaria.

Immaginate di leggere un poema epico, mistico, biblico, provocatorio, socio-filosofico, in realtà “La Grande Seduzione” è un quadro cubista che schiude immaginari plurimi di lettura, “figlia” dell’impegno riflessivo di un poeta, Giuseppe Anastasi, pronto a narrare con un linguaggio cinquecentesco attraverso l’endecasillabo, un mito: la “caduta di Lucifero nell’Inferno”, la Seduzione primordiale (operata da Lucifero nei confronti angeli che caddero nell’abisso, divenendo demoni a causa della loro “corruzione”) quindi ancor prima che Dio creasse: l’universo, il cielo, la terra, il creato, l’uomo. Il Serpente Antico che sedusse Eva a mangiare il frutto dell’albero “proibito”, della conoscenza del “bene” e del “male”, vorrebbe innestarsi nella nostra mente e nel nostro cuore, quindi nel contesto quotidiano ed in toto nella società moderna, mondiale e globalizzata. Anastasi ci racconta un evento primordiale, che tutti conosciamo, ma che nessuno osò mai narrare, poetare, raccontare, dipingere in una tela, scolpire o trattare come tematica filosofica. L’“Apoteosi” di Anastasi pubblicata tra il 7/11/2016 (uscita web) e il 10/12/2016 (presentazione ufficiale), è un’auto-produzione “anacronistica” e attuale al tempo stesso, costituita da dieci canti dal linguaggio dotto, comprensibile e con dettagliate guide alla lettura. Buona Scoperta!
Sabrina Santamaria

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Note biografiche:

Giuseppe Anastasi nasce a Messina il 21 Giugno del 1978. Con una formazione tecnica e nessuno studio accademico, liberamente da autodidatta, il giovane siciliano sceglie il proprio bagaglio culturale spaziando da Hesse a Dante, da Proust a Pirandello. Poeta pluripremiato in ambito regionale e non solo, e per citare esclusivamente i primi posti, “Carlo Labisi” 2015, “Poesia da Contatto” 2016, Boccavento 2018, “Carlo Labisi” 2018 e “Bagnara è Poesia” 2018.

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Intervista a Giuseppe Anastasi

SS: La lettura del tuo poema “La Grande Seduzione” mi ha ricondotta ad una riflessione socio-politica che tu, tacitamente tra le righe compi: il male siamo noi? Si tratta solo di una mia interpretazione?

GA: Le interpretazioni sono svariate, ovviamente la tua è molto azzeccata. Ti dirò, l’aspetto bizzarro dell’opera è che essa rappresenta tante cose, ad esempio un professore di liceo ha interpretato il “Dragone” come la rappresentazione della tecnologia, mentre mi limitai a chiedere all’illustratrice Giada Bognolo, di fargli indossare un’armatura simile a quella di un cavaliere dello Zodiaco.

SS: Il tuo poema lo considero davvero intrinsecamente “Tuo”, in quanto l’aspetto stilistico (la metrica, i versi, la rima) apparentemente è obsoleto, ma, in realtà, tu attingi dai “grandi” letteratura italiana creando in modo originale, al tempo stesso, una “figlia” dei nostri tempi…

GA: Riguardo al linguaggio ho cercato di ricalcare gli stili poetici che usano una metrica precisa, non per capriccio o per stupida pedanteria intellettuale, ma perché lo esigeva un poema epico-religioso a tratti mistico, ho cercato infatti di “salire sulle spalle dei grandi”, usando canoni classici, ma rivisitandoli , quindi il linguaggio risulta fruibile, alla stregua di un “buon vestito” da far indossare alla mia opera.

SS: Quando si discute del tuo stile poetico, spesso viene paragonato a quello del “Sommo Dante”, alla Divina Commedia e al linguaggio trecentesco(latino, volgare). Forse più che lo stile, tu riprendi le tematiche della Divina Commedia(ogni sesto Canto delle Cantiche dantesche affrontano temi politici) forse proprio su questo aspetto hai trovato maggiore ispirazione?

GA: Sì, riguardo alla critica della società sono stato spietato nel raccontare la società attuale, anzi, direi, mi son fatto un po’ beffe del contesto socio-culturale odierno. La Grande Seduzione è un poema abbastanza provocatorio ed il mio sesto canto ha non pochi riferimenti al nazismo e alla figura di Adolf Hitler, ma il perché lo lasceremo scoprire ai lettori… (sorride sornione)

SS: Tu hai letto molto approfonditamente la Bibbia, si carpisce che tu hai “assorbito” col cuore e con la mente i simbolismi e le allegorie dei Testi biblici, come per esempio il libro del profeta Isaia e la sua descrizione degli angeli, Serafini e Cherubini. Questa è la ragione, forse, per la quale definiscono mistica la tua cantica?

GA: Sì, la Bibbia l’ho letta “tutta”, è chiaro che mi sono rifatto ai testi apocalittici e ai libri profetici come “Daniele”, infatti, nelle loro visioni vi era descritta la “Fine dei Tempi”. Io volendo narrare l’ “Antefatto”, come tutto ebbe inizio, a livello numerologico ho utilizzato una numerologia che potesse rievocare la Bibbia, ma anche i testi ebraici. La ricerca è stata abbastanza ampia.

SS: Lévinas, Rosenzweig e Buber sono i tre autori più studiati, letti e meditati di tutta la filosofia ebraica e in generale della filosofia morale. Tu scruti, investighi, il “volto” dell’Altro, quel “Tu” che ti sta davanti, sia essere umano o Eterno, non lo allontani, ma così facendo, lo avvicini a te?

GA: Pur non avendo studiato filosofia, mi sono spesso ritrovato a dover rispondere a domande molto stimolanti da questo punto di vista, tanto da appassionarmi alla speculazione su tematiche filosofiche. All’interno dell’opera si potrebbero leggere tra le righe anche Pirandello e Marcel Proust, anzi anticipo ai miei lettori che tra le prossime opere in pubblicazione “Dare Dere Dire Dore Dure” sarà ancora più carica di filo-poesia. L’ idea di una visione da offrire all’altro è sempre stata una mia prerogativa e l’ho voluto mettere su carta, infatti da “La grande seduzione” in molti hanno colto spunti di riflessione diversi.

SS: Tu apri un ampio dibattito su tematiche che hanno già trattato autori come Sartre(l’ “Inferno sono gli altri), Husserl(il padre della Fenomenologia), Heidegger (“Essere e Tempo”)…

GA: La “Grande Seduzione” è sotto forma di racconto, ma il prossimo libro sarà molto più ostico, non ti nascondo che ho molti dubbi sulla pubblicazione di questo poema filosofico, troverai materiale in più rispetto a quello che già hai riscontrato e mi farà piacere sottoportelo. Ti ringrazio per la tua analisi perché mi fa comprendere che ho centrato alcuni argomenti, con i quali ero interessato a stimolare i miei lettori. Ancora oggi mi capita di domandarmi se le immagini sono arrivate in me prima delle parole, o se siano state queste ultime a generare le visioni d’insieme o particolareggiate che fossero.

SS: Hai voluto creare un’opera dai “possibili punti di vista ”, proprio come uno dei massimi esponenti del cubismo, ovvero Picasso, fece nella pittura, infatti oltre i dieci canti, hai sentito la necessità di corredare l’opera con guide alla lettura, schiudendo ancor di più immaginari fra il limite del fantastico e mistico…

GA: Le guide alla lettura sono state una necessità evidente, poiché mi auguro sinceramente che l’opera sopravviva al suo autore e che un giorno vi si accosti anche un pubblico molto giovane. Offrire una visione terza esplicativa, o a tratti addirittura contestatrice, favorirà maggiormente la libera interpretazione.

SS: È stato desiderio di originalità il tuo?

GA: Non proprio. Volevo dare qualcosa che all’umanità mancava, nella letteratura classica e moderna, c’era un’apocope, una mancanza, un vuoto inspiegabile ed io volevo colmarlo. Chiamatela fiducia in sé stessi, superbia, testardaggine, ma volevo provarci e credo di esserci riuscito, o almeno di esserci andato vicino. (sorride ancora)

SS: Quali saranno i tuoi progetti futuri per quest’opera?

GA: Una trasposizione teatrale è già in embrione, ma sarà un processo lungo. Mi rincuora avere accanto, in questa piccola grande impresa poeti come Fabrizio Cacciola e Tania Galletta, nonché la fine dicitrice Clara Russo, con i quali si è ormai creato qualcosa in più di un semplice sodalizio. Ti ringrazio sinceramente Sabrina per il tuo impegno, sperando di averti offerto una visione in più.

SS: È stato un piacere! Alla prossima stimolante scoperta!

Intervista rilasciata da Giuseppe Anastasi a Sabrina Santamaria

INTERVISTA A VINCENZO CALÒ a cura di SABRINA SANTAMARIA

BIOGRAFIA

Vincenzo Calò è nato a Francavilla Fontana (Brindisi) nell’82. Diplomatosi come ragioniere, ha al suo attivo molti riconoscimenti letterari. Nel 2011 ha pubblicato una raccolta di poemetti dal titolo “C’è da giurare che siamo veri…” per Albatros/Il Filo Editore, nel 2014 la silloge “In un bene impacchettato male” grazie alla deComporre Edizioni, e nel 2016 “Storia di un alito di puzzola”, una raccolta ipercontemporanea di versi anch’essa, per la Winx Edizioni (ordinatela pure scrivendo a info@davidandmatthaus.it !). In campo pseudogiornalistico cura diversi servizi promozionali tra arte, cultura e filosofia spicciola: per esempio, conduce assieme a Giuseppe Di Summa il programma webradiofonico “Le letture che non ti aspetti”, trasmesso via Speaker; collabora principalmente col periodico romano “L’Attualità”, la testata online “Roma Capitale Magazine” e nel tempo libero con un blog, “Suoni del Silenzio”, opera del cantautore Antonio Di Lena. Si è cimentato in rappresentazioni teatrali e musicali: ha partecipato come comparsa a due cortometraggi; assieme al primo responsabile dell’ass. socio/culturale Koinòs, Antonio Maria Karelias Ferriero, si è esposto su YouTube con la serie “Cazzeggiando in sospensione”, curando un laboratorio (sperimentale) psico/culturale; e, sempre per conto della Koinòs, è l’artefice della Poesaggistica, più nello specifico di “All’anima di… Francavilla!”: trattasi di una “passeggiata col poeta”, per le vie del suo paese d’origine, per mezzo della quale ripropone tutto ciò che gli frulla da una vita nella testa, condizionato dal contesto urbano, purché ascoltato da concittadini e turisti davvero curiosi. Dal 2017 intrattiene i bambini animando le piazze italiane nelle vesti del pagliaccio Vincent, grazie alla realtà circense “Anthony and Vincent Show”, fondata anch’essa con Antonio Di Lena. Inoltre ha contribuito alla sceneggiatura di un film non ancora prodotto, ed è l’amministratore del gruppo fb di “Reading Mania”: un’occasione come poche per essere presi in considerazione al fine di organizzare reading letterari, con la partecipazione di vari scrittori a singoli e singolari eventi.

INTERVISTA

S.S.: Secondo te fare Poesia è un atto inconscio, incondizionato o richiede meditazione e una profonda ricerca interiore?

V.C.: È ciascuna di queste accezioni, a seconda del risultato che vuoi ottenere, in presenza o in assenza di un pubblico improvvisato o ricercato.
Perciò urge valutare tutti i pro e i contro dei tempi moderni, cogliere una qualsivoglia evoluzione che si rende veloce a tal punto da non accorgersi della precocità in certi casi, ed essere così pronti ad affrontare le parole come segni o addirittura graffi da sviluppare.
È tutta una questione da armonizzare portandoci all’ascolto di un caos arrecato da diritti e doveri che stanno diventando impraticabili a forza di non ammettere più ch’è importante apprendere qualcosa di nuovo sempre, anche insegnando operazioni matematiche.
Per poi dipendere dall’Ispirazione, che deve essere stupefacente per ritrovare il senso di ogni limite, per ritagliarsi sempre quel tempo, quando ci sentiamo come dei bambini, specie dinanzi alla criminalità, ch’è sempre più aggressiva e disperata.

S.S.: Come sente il poeta l’Amore, come lo percepisce?

V.C.: Come un lavoro per obiettivi, scollegato dal fattore tempo; da fare perfettamente, per rimanere una fonte naturale di emozioni, anche di notizie sui post di chicchessia, e far uscire la sostanza dalla forma dell’ultimo problema che ti fa battere il cuore del Pensiero, roba da esplodere e generare il contemporaneo in un attimo, in chi sa di contatto.
Come una vera sfida; che lega la lingua all’immagine di soggetti sradicati da territori industrializzati, famiglie arricchitesi investendo apparentemente su scelte fondate, di una vita che si calcola in percentuale, ma che necessita d’essere rappresentata all’istante per produrre efficientemente, straordinariamente.
Come la legittimità di reagire almeno quando siamo in pericolo di vita.

S.S.: La società contemporanea dovrebbe riscoprire i vecchi valori? Se sì, in tal senso cosa potrebbe fare l’artista?

V.C.: Succede con l’idea di stabilirsi emotivamente nell’ingiudicabile marasma del precariato, e cioè con la bravura soggettiva nel raccontare delle bugie oggettive… avendo a che fare con la gente, di che creare tra individui che si legano per ipocrisia, che riescono di nascosto a “sbancare” il lunario, ovvero l’ego, e quindi non con un popolo, con una questione utopica, rielaborabile dalla Politica sapendo di non essere in grado di focalizzare la paura di odiare in un mondo di disparità ricavato di conseguenza. I vecchi valori sono come delle radici profonde in un campo incolto, che ci divertiamo a strappare sfruttando dei lavoratori, o addirittura i nostri simili se continuiamo a non riconoscere il fatto di poter amare qualcuno/a/+; di viaggiare possedendo qualcosa, a costo di svanire nella gentilezza, nell’aria che dobbiamo respirare.
Ci vuole della sana leggerezza per toccare di nuovo l’insano profondo, e far riflettere in segreto sulla bontà d’animo da sviluppare per sorprendere sempre e solo chi vogliamo bene.

S.S.: I giovani di oggi, soprattutto gli adolescenti, sembrano disinteressati alla Letteratura, cosa potrebbero fare gli scrittori per destarli da quest’apatia?

V.C.: Rendere singolari delle presentazioni di libri tristemente singole, contaminandole artisticamente e svolgendole persino nei salotti privati, in modo informale apparentemente… basterebbe anche unirle, se non calamitare l’attenzione sui movimenti di un gruppo di amici prima che di scrittori, per non dare modo di pensare che sia necessario vendere un’immagine del tutto individuale spodestando gli altri a scapito dei contenuti magari (e perché no storie di svariato genere letterario, con protagonisti genitori e/o insegnanti incapaci di allearsi per far tornare all’essenziale i giovani e salvarli dal populismo, dalle paure dei poveri che si raggruppano alle parole d’ordine, troppo spesso e volentieri pronunciate dagl’insegnanti del superfluo, roba da crescere male, aspirando semmai a vivere alla meno peggio, che tanto l’importante è crescere appunto, cioè non venire accompagnati a scuola da genitori che per esempio ulteriore, ritenendo che lavarsi non sia chic, digrignano i denti per la Cassazione che stenta ad ammettere i risarcimenti in caso di disservizi nella raccolta dei rifiuti?)… e mettendo comunque così la pulce nell’orecchio ai grandi della Letteratura, che dovrebbero per legge aprire i loro eventi dando modo agli emergenti di esprimersi (come fa ultimamente Saviano) e non di competere essendoci pochissimi posti a disposizione per la ribalta.

S.S.: Il tuo “Storia di un alito di puzzola” è un grido sommesso verso la decadenza sociale e morale degli ultimi tempi?

V.C.: E’ un gioco di parole fermate poeticamente, consultando la tv per un anno sull’attualità in veste pubblica e pensando contemporaneamente ai sentimenti che scateniamo in privato.
Lo si può fare fino a immaginare di masticare la coscienza civile da emarginati; una mentina dimenticabile dalla massa ma non dall’Individuo che si può tranquillamente reputare indifferente ai fatti comuni tanto esasperati dai media quanto annientati dalle verità che ci si annoia però a riconoscere raccontando tutto ciò che siamo per gli altri.

S.S.: Cos’è per te lo stupore di fronte alla bellezza?

V.C.: Apprendere all’improvviso che il male di vivere non consiste nella paura di sbagliare, ma nel fuggire da essa.
Sentirsi di avere bisogno di definire dei lavori gravosi, di fare attenzione a non dire la parola chiave a chi non se la merita, ch’è Eccesso, per crescere, per rendere produttivo un grande patrimonio, quello italiota, affinché non faccia la fine della musica per esempio, soffocata dal rap; come se fossimo condannati al successo per non dire al fallimento delle istituzioni, che dovrebbero avere il vero ruolo educativo.

S.S.: Poetare per te è puro frutto che nasce da una penna innocente? È qualcuno che si solleva tra la massa e decide di far sentire la sua voce?

V.C.: È una pratica svolgibile per non avere dubbi sulla gratuità di una conversazione dato ch’è sempre più complicato distinguere gli abusi dalle provocazioni.
Una poesia può incantare anche se strattonati da colpe assunte, acclarate, ma che si aggravano col silenzio degl’innocenti.
È ridicolo imporsi poetando, verrebbe meno la sensibilità che serve per plasmare la curiosità che proviene dall’esterno se ti comporti in modo insolito, rinfrescando la memoria sull’indispensabile, pacificamente; consapevoli che tutto più finire perché è giusto definirsi prima o poi dal punto di vista concettuale, per dare un senso alle idee, che poi così possono cambiare per sincerarci meglio sulle strette di mano, e continuare a osservare la semplicità dei gesti, mentre si lascia sconvolgere dalla natura delle cose.

S.S.: Parlami di una poesia che dedicheresti al tuo lettore privilegiato.

V.C.: Premesso che le poesie (non è più obbligatorio schematizzarle, persuadendo con la rima, e rischiando di sottodimensionare gli umani sensi allegramente, ricordiamolo… come anche usare le parole!) si dividono almeno secondo me in interessanti (e quindi non importa che siano belle o brutte, alla faccia degli esteti desterebbe piuttosto meraviglia e impreziosirebbe il buongusto già l’intento di sensibilizzare su di una tematica, se insolita meglio ancora, e di tagliarsi dunque con un frammento di Coscienza, ignari della provenienza se l’attimo è fuggente), e indifferenti (mi riferisco a quelle prettamente nostalgiche, come ad aver dimenticato che ci sia uno e più cuori che ancora battono, e di certo mai a vuoto)… allora, premesso tutto ciò, mi torna in mente quella più complessa forse della mia ultima raccolta edita: “O come 0”, in cui mi soffermo in movimento solitario (la O e lo 0 mi suggestionano come la forma della ruota, non so voi!) sulla rassegnazione di molti a proposito della mancanza di alternative in molti, vitali contesti, e di conseguenza della variabilità del valore numerico, reso ahinoi assoluto, a tal punto da volerci stare dentro alla O e allo 0, e godere della malafede, dell’essere limitati… sottosopra, con la testa che gira al minimo urto, e non alla minima carezza…!

S.S.: Quale consiglio dai a chi si accosta alle tue opere per entrare nel vivo dei tuoi versi?

V.C.: Abbi la libertà di leggermi e rileggermi (e se proprio hai il terrore di perderti nel nulla torna ai titoli delle opere), senza che ci si senta giudicati, e cioè inferiori o superiori.
Tanto il tempo con me non si restringe, perché non vado compreso, bensì percepito, piacevolmente, quando meno te l’aspetti, quando la solitudine ha suonato male.
Perché le condizioni di vita cambiano e quindi storicamente ci si deve adeguare, ma presentabili come dei sogni nel cassetto, intenti a chiacchierare su rifiuti irrimediabili visto che si legifera senza fantasticare, cioè senza essere in odore di santificazione con l’accantonamento dei propri interessi.
Mettiti comodo, in ogni dove, come un segreto tra le mie parole; e ti accorgerai che l’onestà intellettuale va riempita nuovamente, emotivamente di istantanee che hanno un prima e un dopo, ossia il diritto a manifestarsi e a confermarsi con in mezzo il dovere di non passare per banale, come quel debito pubblico che nessuno riesce a prendere in considerazione.

S.S.: Raccontami dei tuoi prossimi progetti letterari.

V.C.: Meglio di no, culturalmente bisogna solo concretizzare, le spiegazioni semmai vengono dopo, quando si è in balia degli eventi, ossia delle sorprese una volta fatte…!
Grazie per lo spazio concessomi, e statemi bene!

Vincenzo Calò

Intervista rilasciata da Vincenzo Calò a Sabrina Santamaria

LA STORIA DI UNA RINASCITA:”IL RAGAZZO NELLA STANZA COI SUOI TACCHI ROSSI”  DI ANDREA DONNINI A cura di SABRINA SANTAMARIA

La storia di una rinascita: “Il ragazzo nella stanza coi suoi tacchi rossi” di Andrea Donnini a cura di Sabrina Santamaria.

Raccontare di sé non è sempre facile, nemmeno è un atto spontaneo o incondizionato soprattutto quando si decide di regalare senza filtri frammenti di se stessi a chiunque mettendo nero su bianco la propria vita, le proprie debolezze soprattutto i propri errori. Il romanzo di Andrea Donnini è stato per me uno pugno nello stomaco salvifico, una sberla che mi ha fatto ricordare tutto quello che Dio ha mi ha concesso. “Il ragazzo nella stanza coi suoi tacchi rossi” è una storia che tutti dovrebbero leggere, appassionati della lettura e non, in quanto non è il solito banale romanzo del “ragazzetto” omosessuale che scopre la sua identità di genere e vuole essere accettato per quello che è, questa testimonianza di vita è molto di più di questo banale racconto. Il Nostro Andrea insieme alla penna di Simone Lega mette insieme un mosaico di sentimenti, stati d’animo, eventi amorosi, ma soprattutto dolorosi, turbamenti interiori che lo portano a fare uscire fuori il “mostro” che c’era dentro, quel mostro che dapprima lo stuzzicava, gli solleticava i pensieri e che a metà strada si impossessa di lui. Questo libro l’ho divorato in soli due giorni per la forte impronta che il suo autore ha saputo dare, ha unito un forte scavo psicologico, problematiche sociali, come il giovane Manfredi che avendo rapporti sessuali ha contratto l’aids oppure Guglielmo che si prostituiva il quale alla fine depresso paga il pegno dei suoi peccati con la morte. Ogni personaggio paga il prezzo in proporzione dei suoi errori. Andrea alla fine è l’unico redento, l’unico a salvarsi fra le sue conoscenze e compie un cammino dal peccato alla salvezza. Il nostro giovane è in cerca di fama, successo, soldi, ma nonostante, tutto ciò lo ottiene la sua vita rimane vuota, spenta, al nostro Andrea manca sempre un tassello importante, uno snodo principale senza il quale il protagonista non può vivere, non deve vivere. Bulleggiato a scuola per la sua estrema timidezza, per la sua diversità che già da allora si intuiva il Nostro si sente un fallito, senza speranza: “I compagni arrivarono al punto che mi costringevano a pulirgli le scarpe da ginnastica con la lingua, e se non lo facevo mi chiudevano in bagno al buio, cosa che mi terrorizzava”. Molto fragile e delicato Andrea fin dall’inizio del suo racconto sa imboccare con classe gli eventi più traumatici della sua esistenza, come se si confidasse col lettore per narrargli delle sue pene: il suo asma cronico, che non gli permetteva di vivere una vita normale come tutti i bambini, l’amico di famiglia, il quale all’inizio della vicenda abusò una volta di lui. All’asma sembrava non ci fosse nessuna soluzione e sembrava una condanna inflitta a vita, ma tramite le preghiera e l’intercessione a Gesù, il Nostro viene guarito e liberato per sempre: “Poche parole, non la solita preghiera ripetuta a memoria, ma una supplica fatta con il cuore: “Signore, se tu vuoi, libera questo bambino nel nome di Gesù”. (…) Non ci volle molto. Sentii che qualcosa si staccò dal mio petto. Smisi di ansimare. Respirai. Bei respiri profondi e appaganti”. Molto simile a quello che accade nei Vangeli in cui Gesù dava la vista ai ciechi, dava la voce al muto, faceva saltellare lo zoppo. Nonostante questo miracolo, però, Andrea decide di fare le sue esperienze aprirsi a quello che il mondo offre: illusioni, delusioni, menzogne, sofferenze, bugie, malignità. All’Inferno Dantesco si apre e percorre la voragine infernale fino ad arrivare al fondo, ma toccandolo con mano, prende la sua risalita verso Gesù, verso la salvezza, prova di tutto: sesso, serate in discoteca senza sosta, flirt e persino diventa una drag queen di nome Divina, ma niente di tutto questo gli può donare l’amore e la vera felicità, perché tutte queste cose non sono altro che frivolezze che hanno maschera e dietro di essa si nasconde il loro vero volto. L’ossessione del nostro protagonista sono i tacchi rossi, aveva nell’intimo del suo cuore una foto strappata da una rivista quando era un bambino con un paio di tacchi rossi; ad ogni storia sentimentale, ad ogni delusione egli si rifugiava nella sua stanza con la foto dei tacchi rossi. Possono davvero un paio di tacchi rossi lenire ogni ferita? Quello che possediamo può colmare le nostre carenze affettive? Ovviamente no. A fare da cornice alla vicenda vi sono gli amici di Andrea: Ginevra, Terence, Claudio, Ascanio, Alberto, Achille, Zaira, Monica, Flavio, anche loro si inseriscono in quell’Inferno Dantesco dal quale non ne riescono a risalire, l’unico superstite è solo Andrea, un uomo ferito, sofferto, piegato, ma che alla fine non si spezza e vola in alto come un’aquila, abbraccia la fede come possibilità di redenzione e ci riesce, il suo vuole essere anche un monito, una riprensione alla società contemporanea che ci invita a vivere a modo nostro , a seguire i nostri istinti, Terence incarna bene questa tendenza e mi è sembrato il Lord Henri della situazione come nel romanzo di Oscar Wilde “Il ritratto di Dorian Gray”, ma la storia segue sviluppi diversi, tutti noi lettori sappiamo che il mitico Dorian Gray muore a causa della sua dissolutezza e alla sua vanità volendo essere lui un’opera d’arte, per certi versi il nostro Andrea sembra per tutto il corso del romanzo prendere la stessa piega, ma alla fine si redime, si rende conto della sua pochezza e chiede perdono a Dio accettandolo nella sua vita. Da cristiana evangelica non posso che ammirare Andrea Donnini per il coraggio che ha avuto di pubblicare la sua testimonianza, leggendola si rimane senza fiato e sospesi riflettendo per ore per ore sui capitoli di questo coinvolgente romanzo.
“Ma ringraziato sia Dio perché nel giorno più buio della mia vita, quando ero a un passo dalla fossa, e credetemi, ho veramente toccato il fondo! E ho gridato con tutto il mio cuore, con tutte le forze che avevo, Dio mi ha tirato fuori. Dio mi ha liberato!” Andrea Donnini

Sabrina Santamaria