IL RUMORE UCCIDE di Eduardo Terrana

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IL RUMORE UCCIDE di Eduardo Terrana

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera la contaminazione acustica un problema ecologico e di salute pubblica, alla stregua dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo.
Viene rilevato che il rumore produce un’azione tossica sulla persona e sulla collettività, e pertanto :
“ Se in breve volgere di tempo l’uomo non riuscirà ad isolarsi, a riposare, per disinquinare il proprio udito dai rumori, la funzione uditiva dei nostri figli e dei nostri nipoti sarà abnormemente ridotta anche in età relativamente giovane, tanto che determinati suoni o musiche potranno a loro non giungere più”.
Tali previsioni oltremodo realistiche trovano fondamento nei fatti che si verificano tutti i giorni nelle nostre città, che sempre più prese dalla “civiltà dei rumori”, sono ormai degli autentici inferni sonori.
Si è ormai prossimi al livello di guardia.
Il valore di 120 decibel costituisce il limite oltre il quale può essere leso in modo irrimediabile l’orecchio, e comunque costituisce la soglia del dolore.
Se si considera che l’udibilità inizia a zero decibel, che a 19 decibel corrisponde il frusciare delle foglie nel bosco, che a 60 decibel il tono elevato o alterato della voce umana già disturba alquanto, che a 80 decibel il rumore dei tram agli incroci, già si fa pesante e può essere deleterio per l’udito se protratto per lungo tempo, e che i 90 decibel prodotti all’interno di una officina meccanica è già insopportabile, si può comprendere quanto sia dannoso una intensità di suono amplificato a 120 decibel prodotto in una sala di discoteca , che può danneggiare, in modo transitorio o permanente, la funzione uditiva del 30-50%.
Come non soffermarsi a riflettere allora sui risultati acquisiti da vari istituti di fisiologia di diversi stati che hanno accertato che un rumore di 110 decibel prodotto per un secondo toglie a un individuo la capacità di decisione per mezzo minuto , e che rumori dell’intensità di 115 decibel, agenti per qualche minuto sul cervello umano, producono un elettroencefalogramma simile a quello di un epilettico?
Come restare insensibili e inattivi di fronte alle rivelazioni della scienza che, nel mentre ci ammonisce che il rumore non intacca solamente l’udito ma disturba anche fortemente l’intero organismo ed in modo determinante il sistema nervoso, ci pone davanti gli effetti di avvelenamento prodotti dal rumore: l’astenia, la debolezza, l’insonnia, la depressione, l’inquietudine?
Il rumore inoltre contribuisce alla ipertensione, predispone alle malattie cardio-circolatorie e gastrointestinali, nonché all’insorgere dell’ulcera.
Il rumore è causa altresì di perdita di memoria e riduce la prontezza dei riflessi.
Il rumore prodotto da: ululati di sirene, stridore di freni, sferragliare di tram e treni, rimbombare di aerei, auto e moto, colpi di clacson sempre più nevrotici e rabbiosi, lo sbatacchiare ineducato di portiere, di bidoni della spazzatura degli appositi camion, e ancora martelli pneumatici, perforatrici, radio e televisori a tutto volume, e lo stesso vociare delle persone al telefonino, oggi si abbatte come uno tsunami sull’uomo e sulla collettività .
L’inquinamento acustico nelle nostre città è stimato ormai sulla media di 95 decibel, con minimi da 79-80 e massimi da 110 – 120 decibel.
Ormai drogati dal rumore, l’uomo e la collettività sembrano essersi assuefatti al fracasso infernale ed assordante degli ambienti urbani, al punto che sembrano manifestare paradossalmente fastidio per il silenzio, tanto da piombare, se isolati dal rumore, in una angoscia mortale.
Questo essere drogati da rumore investe allora precise sfere di competenze quella legislativa- istituzionale in primis e quella delle amministrazioni locali, poi, chiamati ad un ruolo legislativo e regolamentare di prevenzione che tarda a decollare, capace di avviare una adeguata campagna formativa ed informativa che dovrebbe poggiare, chiamandoli direttamente in causa, anche sulle due maggiori agenzie educative: la famiglia e la scuola .
Il rumore può uccidere! Serve un antidoto, che riduca la lunga lista di attesa di drogati da rumore e li riporti ad una dimensione di vita e di rapporto a misura d’uomo, in cui possa essere ritrovata il gusto pacato e sereno del conversare, oggi invece sempre più gridato, in famiglia come in tv, e perché possa essere ancora colta la poesia della natura, come il frusciare delle foglie nel bosco, che diletta l’orecchio e distende l’organismo.

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Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore

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MEDITERRANEO UN MARE MALATO DA PROTEGGERE DALL’EGOISMO E DALL’INQUINAMENTO (di Eduardo Terrana)

MEDITERRANEO UN MARE MALATO DA PROTEGGERE
DALL’EGOISMO E DALL’INQUINAMENTO

(di Eduardo Terrana)

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Lo guardiamo con stupore il nostro mare mediterraneo nelle belle giornate di sole e ne ammiriamo la serena distesa infinita, l’acqua limpida e trasparente, gli scorci incantevoli e i colori fantastici.
Una visione che ricrea la vista, una realtà che da piacevole refrigerio al corpo.
Ma il proverbio “ non è tutto oro quello che luccica “ vale anche per il Mare Nostrum , custode di tante ricchezze ma anche di tante tragedie umane e afflitto da tanti problemi.
Sono tante le persone , pescatori e marinai, che hanno da sempre riposto in questo mare le loro speranze di vita e di sostentamento, il sogno della loro vita. Sono tante le persone, i migranti, che a questo mare hanno affidato la speranza di un futuro migliore, che non sempre , però, ha avuto buon esito e spesso si è risolto in tragedia.
Sono però anche tante le persone che ogni giorno violano i diritti del mediterraneo, minacciandone la salute e quella dei suoi abitanti.
Ne consegue che non è limpido del tutto il colore azzurro del mare, maculato dal colore della morte dei tanti affogati che custodisce nelle sue acque, come non sono pure e immuni da insidie le sue chiare acque per gli effetti del grave inquinamento che ormai lo minaccia.
Un aspetto critico del mare è oggi rappresentato dalle vicende umane dei migranti che tragicamente si consumano sulle sue acque.
Così il Mediterraneo, bello a vedersi e a godersi, mostra il volto inusuale di un campo di battaglia, dove si accumulano feriti, morti e dispersi e fa da eco allo S.O.S dei disperati che vogliono sopravvivere e invece affogano.
È un S.O.S che arriva al cielo quello delle persone che finiscono in acqua, perché il gommone di salvataggio non regge il peso e affonda. E’ lo S.O.S di chi muore non di chi li sfrutta, che dopo aver preso i soldi del viaggio verso la speranza poi li abbandona lontano dai luoghi di approdo, sempre meno pronti e disposti ad ospitarli. E ci sono donne, anche incinte, e bambini tra quei morti.
Una tragedia che si registra ormai con tale frequenza che ha abituato all’indifferenza.
E facciamo il bagno nelle acque di questo mare che dà sempre meno pesci e sempre più restituisce cadaveri, anche di bambini.
I numeri parlano chiaro. Secondo l’O.I.M, (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), nell’ultimo quinquennio il triste primato delle vittime sarebbe di 15.000 morti. Ma ci saranno altri gommoni della speranza sul mare e purtroppo altri morti, anche perché gli Stati membri della Unione Europea hanno deciso in questi anni di attuare politiche di disimpegno e di non intervento di salvataggi in mare.
E sulle onde del mare che copre quei cadaveri senza vita mentre si leva da un lato la sensibilità di chi vuole celebrarli con un giorno alla memoria , dall’altro sembra ironico e beffardo che tutti appaiano smemorati nel decidere di affrontare seriamente il problema.
Altro aspetto critico del mare mediterraneo è rappresentato dall’’inquinamento che, non diversamente dalla realtà e dallo stato in cui versano ormai tutti i mari del mondo, ha raggiunto ormai il punto di crisi, che ne fa un mare sempre più soffocato dalla plastica e da altri agenti inquinanti . Ogni anno 570 mila tonnellate di plastica finiscono nelle sue acque e l’inquinamento cresce annualmente ad un ritmo tale che lascia prevedere , entro il 2050 , un inquinamento da plastica di oltre due milioni e mezzo di tonnellate.
In tutto il mar Mediterraneo, si stima, siano presenti non meno di 250 miliardi di frammenti di plastica.
Sono sempre più diffusi le immagini di grossi mammiferi marini, ritrovati morti anche sulle spiagge del mediterraneo con il ventre pieno di plastica. Una indagine recente di Legambiente con “Goletta Verde”, ha rilevato che il 96% dei rifiuti galleggianti nei nostri mari è plastica sotto forma di: buste (16,2%) , bottiglie (2,5%), e altri prodotti di plastica usa e getta quali posate, piatti, bicchieri. E non solo ma altri rifiuti inquinanti sono stati individuati in teli (9,6%), reti e lenze (3,6%), frammenti di polistirolo (3,1%).
Destano sempre più sensazione le immagini di pesci, anche di piccole dimensioni, uccisi da frammenti di plastica e di uccelli che muoiono per lo stesso motivo.
Una emergenza su cui il W.W.F. lancia l’allarme rilevando che entro il 2050 nel mediterraneo, come in tutti i mari del mondo, ci sarà più plastica che pesce. Si consideri ancora che negli ultimi trenta anni si sono registrati 27 sinistri navali nel mediterraneo che hanno versato in mare oltre 272.000 tonnellate di petrolio con effetti inquinanti gravissimi . Il rilascio di idrocarburi ha sempre effetti tossici e fisici molto negativi sulle specie animali e vegetali dell’ambiente marino, come anche sull’uomo.
Si considerino altresì le migliaia di sostanze tossico – nocive che vengono rilasciate in mare dalle navi in transito con ulteriori conseguenti effetti negativi sull’ecosistema e danni ambientali gravi difficilmente calcolabili. Si consideri infine che altra forma di inquinamento, che spesso non si manifesta in maniera evidente, è l’inquinamento biologico da microrganismi patogeni, causato dagli scarichi abusivi da terra.
Una emergenza , quindi, che a livello governativo deve trovare , da parte dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, attenzione e soluzione con l’introduzione, nei rispettivi sistemi legislativi, di apposite leggi, che possano avere un incisivo effetto drenante sull’errato modo di servirsi del mare mediterraneo da parte dell’uomo in modo egoistico e dannoso.
In memoria di tutti i caduti del nostro mare, è stata istituita , nel 2017, la “Giornata internazionale del mare mediterraneo”, che si celebra ogni anno l’8 luglio, anche con lo scopo di focalizzare l’attenzione sui problemi geo-politici dell’area mediterranea e di contribuire ad eliminarne lo sfruttamento malsano delle risorse da parte di tanta gente senza scrupoli, che causano povertà, disuguaglianza, discriminazione, migrazioni.
La “Giornata Internazionale del Mar Mediterraneo dedicata ai caduti” diventi, pertanto, non un rituale celebrativo senza senso, ma una giornata di seria riflessione per tutti.

Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore

Eduardo Terrana

LUCI ED OMBRE DEL NOSTRO IO di Eduardo Terrana

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LUCI ED OMBRE DEL NOSTRO IO
(di Eduardo Terrana)

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È dalle ombre che nasce la luce. Luce ed ombra sono le facce del nostro IO, perché ognuno di noi ha in sé la luce che ci fa essere la persona pubblica della vita di tutti i giorni, mentre l’altra, l’ombra, è la persona nascosta nel subconscio che nega la prima , alias la luce, e può espandersi sino allo stesso livello e oltre fino ad agire in modo indipendente. Questo lato oscuro, che è in ognuno di noi, celato a noi stessi, ci invia messaggi negativi e ci fa sminuire la portata dei nostri sentimenti. Siamo allora portati a credere ai messaggi negativi che il nostro lato oscuro ci invia oppure a lasciarci portare al traino da essi.
Ci convinciamo allora che in noi c’è qualcosa di sbagliato, che non siamo a posto, che valiamo poco o, addirittura, che non sappiamo amare. Nascono pertanto angosce, dubbi, ossessioni, tormenti. Espressioni angosciate tipo: “ sto attraversando un momento delicato – non nego che il tutto mi causa molta sofferenza e delusione” rivelano in ognuno gli impulsi negativi del lato oscuro. Perché succede questo? Perché inconsciamente ognuno di noi è portato a negare, a rifiutare e a reprimere i messaggi negativi del proprio lato oscuro, perché impediscono di vedere la luce dei propri sentimenti e di essere felice o di vivere serenamente una bella storia d’amore. Ma questo si traduce in una negazione della nostra seconda metà del nostro Io e ciò è impossibile, perché luce ed ombra sono in noi le due facce del nostro Essere Persona. Se infatti, da un lato: “L’Ombra è ciò che una persona non desidera essere”, (Jung), dall’altra : “Ci si deve addentrare nell’oscurità per poter emanare la propria luce”(Jung). Il che vuol dire che invece di cercare di reprimere la nostra ombra, dobbiamo svelare, fare nostre, abbracciare proprio le cose che abbiamo più paura di affrontare, e riconoscerle come qualità che ci appartengono.
“L’ombra custodisce l’essenza del nostro Essere, i nostri doni più preziosi”, sostiene il maestro spirituale Lazaris, secondo il quale finché continuiamo a nasconderci, a mascherarci e a proiettare ciò che abbiamo dentro di noi, non abbiamo la libertà di essere né di scegliere. I sentimenti che abbiamo represso non vogliono altro che essere integrati nel nostro Io, e sono dannosi solo quando sono repressi, perché in questo caso possono presentarsi all’improvviso nei momenti meno opportuni e danneggiarci nelle aree della vita per noi più importanti.
Afferma Og Mandino, «Amerò la luce perché mi mostra la strada, tuttavia sopporterò l’oscurità perché mi mostra le stelle.» E le stelle,si sa, risplendono di luce propria. Siamo tutti sempre portati a rilevare e a soffermarci sui difetti, trascurando che i cosiddetti difetti, ovvero tutte le cose che non ci piacciono di noi come di una persona, sono invece risorse straordinarie che possediamo. Ma non le vediamo in tale ottica, piuttosto le amplifichiamo in senso negativo.
Allora con animo sereno e facendo leva sul dialogo, sulla forza della sopportazione e dell’accettazione, basterà ricercare la migliore intesa ricercando i tanti punti deboli per trasformarli in punti forti e i lati negativi in lati positivi. Come fare? Tenendo sempre bassi i toni e alzando il volume dell’introspezione perché si possa fare appello a quei tratti della personalità in proporzioni adeguate al momento, con la volontà e la predisposizione dell’animo e della mente a valutare le dosi delle meravigliose qualità presenti nell’uno e nell’altra. Convivere ,alias stare insieme e amarsi , vuol dire solo questo: sapersi accettare per quello che si è senza forzare cambiamenti ma costruire insieme, mattone dopo mattone, il proprio edificio d’amore.
L’importante è non difettare nella qualità dei prodotti, alias sentimenti, che utilizziamo per le fondamenta.

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Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace

Diritti riservati all’autore

DONNA PACE, DIRITTI UMANI ED EQUITÀ DI GENERE (di Eduardo Terrana)

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DONNA PACE, DIRITTI UMANI ED EQUITÀ DI GENERE di Eduardo Terrana

La Pace, intesa come verità, giustizia e libertà, costituisce l’espressione più alta dell’aspirazione e dell’impegno di ogni essere umano e dei popoli del mondo. Per la donna rappresenta ancora la speranza più grande di crescita, di progresso, di sviluppo, perché ancora non si è giunti al traguardo dell’affermazione su scala mondiale di tali diritti.
La realtà della donna, come persona, presenta nel mondo contemporaneo ancora aspetti e situazioni di grande criticità e contraddizione, tanto che si può affermare che il processo di maturazione e di realizzazione della donna, libera di godere e di esercitare uguali diritti civili, politici e sociali, appare un obiettivo ancora non realizzato, perché molti diritti ed aspettative delle donne vengono ancora disattesi.
La realtà delle cifre, secondo i dati aggiornati dall’ONU, rileva su scala mondiale che la povertà femminile è sempre più in aumento e la condizione femminile è contrassegnata da violenze, abusi, soprusi, stupri, rapimenti, umiliazioni, negazioni, discriminazioni, che vengono ancora inflitte alla donna e le vietano il valore della dignità e il possesso e l’esercizio dei diritti.
I dati evidenziano, dal 2005 al 2016, che: il 19% delle donne tra i 15 e i 49 anni di età ha sperimentato violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner intimo; i matrimoni precoci non diminuiscono, con una età media che si attesta sui 15 anni; la pratica delle mutilazioni dei genitali femminili rimane molto diffusa e interessa una ragazza su tre tra i 15 e i 19 anni di età. Le donne risultano sempre più impegnate nel lavoro agricolo, domestico e di assistenza con retribuzioni più basse rispetto agli uomini, con scarse opportunità di accesso alla carriera e alla vita pubblica, politica e manageriale. La gestione del potere registra prevalentemente la presenza dell’uomo e non della donna.
Le cifre dicono ancora: che in tanti Paesi del mondo, le bambine e le ragazze ancora incontrano ostacoli e subiscono forti discriminazioni nell’accesso alla scuola primaria e secondaria, in particolare nell’Africa sub sahariana, in Australia e in Asia occidentale; che in Nord Africa, una donna su cinque occupa un posto di lavoro retribuito in settori non agricoli; che solo in 46 paesi le donne sono presenti nei parlamenti nazionali.
I dati dicono, pertanto: quanto la condizione della donna ancora contrasti con le affermazioni dello Statuto dell’ONU che dichiara sia la uguaglianza dei diritti tra uomini e donne, sia la dignità e il valore della persona umana; quanto la disuguaglianza di genere persista e impedisca alle donne di accedere in modo paritario a diritti di base ed opportunità ; quanto ancora freni il contributo delle donne allo sviluppo sociale ed economico dei singoli territori; quanto rilevi, altresì, la quasi totale assenza di una volontà comune e di una legislazione sovranazionale che sostenga con forza l’uguaglianza tra gli esseri umani ed individui il genere femminile come elemento non discriminatorio. I dati ci dicono però anche quanto è ancora lunga la strada che le donne devono percorrere per affermare “ l’equità di genere”, dopo 44 anni dalla Prima Conferenza mondiale dell’ONU sulle donne, tenutasi, nel 1975 a Città del Messico, a cui seguirono poi quelle di Copenaghen (1980), Nairobi (1985), Pechino (1995), New York (2000) e Milano (2015). La condizione della Donna evidenzia, pertanto, una situazione per niente positiva e confortante se vista in prospettiva, verso l’appuntamento prossimo del 2030 quando si terrà la prossima Conferenza Mondiale sulle donne. Tale realtà mette in risalto: da un lato, che resta ancora non attuato il pieno rispetto e la piena realizzazione della donna nella sua persona, nella sua dignità, nella sua specificità e nella sua diversità di essere donna, e dall’altro, che resta soprattutto ancora da realizzare il riconoscimento della donna come soggetto Giuridico Internazionale. A fronte di tale situazione va rilevato che la parità di genere, però, non è solo un diritto umano fondamentale, ma la condizione necessaria per un mondo prospero, sostenibile e in pace. Garantire alle donne e alle ragazze parità di accesso all’istruzione, alle cure mediche, a un lavoro dignitoso, così come la rappresentanza nei processi decisionali, politici ed economici, costituisce la base imprescindibile per promuovere economie sostenibili, di cui potranno beneficiare le società e l’umanità intera.
La necessità che vengano individuati dei modi per attribuire potere, responsabilità, rappresentatività alle donne, tale che esse possano introdurre le proprie priorità e i propri valori nei processi decisionali a tutti i livelli, in condizione di pari dignità con gli uomini, era già stata evidenziata nel 1995 dalla Conferenza delle donne di Pechino, che aveva riconosciuto il diritto delle donne ad essere coinvolte nel processo decisionale su vari aspetti dello sviluppo quali: l’ambiente, i diritti umani, la popolazione e lo sviluppo sociale, riconoscendo al contempo sul fronte della uguaglianza dei sessi, la necessità di spostare l’accento dalla donna al concetto di genere: riconoscendo che l’intera struttura della società e tutte le relazioni fra uomini e donne all’interno di essa, devono essere rivalutate ; e affermando che solo una simile fondamentale ristrutturazione della società e delle sue istituzioni potrebbe consentire alle donne la piena attribuzione del potere e delle responsabilità necessarie ad assumere il loro giusto posto come partner paritarie degli uomini in tutti gli aspetti dell’esistenza.
Questo cambiamento costituisce una forte riaffermazione del fatto che i diritti delle donne sono da considerare diritti umani nel loro significato più pieno e che l’uguaglianza dei sessi rappresenta un tema di interesse universale, di cui beneficiano tutti.
Pechino afferma, pertanto, che non può esserci progresso di diritti umani senza progresso dei diritti delle donne, perché questa è una condizione imprescindibile per la giustizia sociale e costituisce il solo modo per costruire una società sostenibile, giusta e sviluppata.
L’obiettivo, pertanto, per la donna di essere riconosciuta in modo pieno come soggetto politico, nazionale ed internazionale, e quindi acquisire potere, insieme all’obiettivo di raggiungere l’uguaglianza tra donne ed uomini, sono condizioni necessarie per raggiungere la sicurezza politica, sociale, economica, culturale , ed ambientale.
In tale ottica la Piattaforma per l’Azione scaturita dalla Conferenza di Pechino individua dodici aree di crisi che vengono viste come i principali ostacoli al progresso femminile e che richiedono quindi l’adozione di iniziative concrete da parte dei governi e della società civile, nonché l’impegno delle donne perché vengano rimossi .
Queste aree di crisi sono : la povertà, l’istruzione e la formazione, la salute, la violenza , i conflitti armati e altri tipi di conflitti , la partecipazione economica, la partecipazione al potere e ai processi decisionali, i meccanismi istituzionali, nazionali ed internazionali; i diritti umani; i mezzi di comunicazione; l’ambiente e lo sviluppo; le bambine.
La Conferenza di Pechino segna pertanto più di un punto a favore della causa della donna perché assicura , da un lato, “ il rispetto dei diversi valori religiosi, etici, culturali , degli individui e dei loro paesi “; e afferma, dall’altro, in maniera esauriente, la globalità delle questioni delle donne all’interno di un approccio generale ai diritti, riconoscendo , in particolare, che i diritti umani delle donne sono “ una parte inalienabile, integrante ed indivisibile dei diritti umani “, e confermando, al contempo, l’impegno di affrontare direttamente la questione centrale della violenza contro le donne.
La Conferenza di Pechino quindi : ha raccolto le novità più significative delle istanze delle donne incentrate per lo più sulla valorizzazione della differenza di genere come stimolo per una critica alle forme attuali dello sviluppo e della convivenza sociale, ed ha, conseguentemente, elaborato un programma coerente che ruota attorno a tre parole chiavi: Genere e differenza – Empowerment – Mainstraming. Genere e differenza, nel senso che per costruire una parità di opportunità ed uno sviluppo equo e sostenibile, è necessario mettere al centro delle politiche la reale condizione di vita delle donne e degli uomini, che è diseguale e diversa.
In tale accezione bisogna allora valutare l’impatto delle politiche sulle reali condizioni di vita di donne ed uomini, sapendo che esse sono tra loro disuguali e diversi.
Empowerment, nel senso di attribuire potere e responsabilità alle donne attraverso il perseguimento delle condizioni per una loro presenza diffusa nelle sedi in cui si assumono decisioni rilevanti per la vita della collettività.
Mainstraming, nel senso di una prospettiva fortemente innovativa per quanto attiene la politica istituzionale e di governo. Essa tende ad inserire una prospettiva di genere : e cioè il punto di vista delle donne, in ogni scelta politica, in ogni programmazione, in ogni azione di governo. Tutto ciò nell’ottica: che il rafforzamento del potere di azione delle donne e la loro piena partecipazione su basi paritarie a tutti i settori della vita sociale, inclusa la partecipazione ai processi decisionali, sono fondamentali per il raggiungimento dell’uguaglianza, dello sviluppo e della pace; che i diritti delle donne sono diritti fondamentali della persona; che la parità di diritti, di opportunità e di accesso alle risorse, l’uguale condivisione di responsabilità nella famiglia tra uomini e donne ed una armoniosa collaborazione tra essi, sono essenziali per il benessere loro e delle loro famiglie;
che l’eliminazione delle povertà, per mezzo di una crescita economica sostenuta, dello sviluppo sociale, della protezione dell’ambiente e della giustizia sociale, richiede la partecipazione delle donne allo sviluppo economico e sociale, la parità delle opportunità e la piena ed uguale partecipazione delle donne e degli uomini in qualità di protagonisti e beneficiari di uno sviluppo sostenibile avente al centro l’Essere Umano; che la pace a livello locale, regionale, nazionale e mondiale può essere raggiunta ed è strettamente legata al progresso delle donne, perché esse sono un motore fondamentale di iniziative per la soluzione di conflitti e per la promozione di una pace durevole.
Tutto ciò costituisce un ulteriore largo fronte di rivendicazione e di impegno per le donne del terzo millennio!
L’UNICEF, peraltro, ha sempre affermato : che le donne hanno un ruolo centrale nella comunità; che per aiutare i bambini e le bambine è necessario sostenere le loro madri; che investire nelle bambine vuol dire contribuire a cambiare il futuro delle nuove generazioni . Affermazioni queste che ribadiscono: che i diritti delle donne sono diritti umani e che la prospettiva di genere, ( inteso come sesso femminile , quindi differente , biologicamente, dal genere maschile), va applicata a tutte le politiche di sviluppo. L’uguaglianza di genere, facendo un ulteriore passo avanti, deve diventare , pertanto, il fine dello sviluppo , in quanto la donna, non più solo beneficiaria dell’aiuto, diventi parte integrante dei progetti di sviluppo, nei quali può finalmente portare il suo particolare contributo. La speranza futura per togliere dalla dipendenza maschile, dalla discriminazione, dalla violenza, dal fango in cui l’uomo da sempre ha collocato la donna, è riposta nella prossima “ Conferenza mondiale sulle donne ” , che mira a promuovere “Le donne in un mondo del lavoro in evoluzione “ attraverso il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e nello specifico : l’obiettivo che si incentra sull’accesso globale alla formazione di qualità e all’apprendimento continuo, ( obiettivo n.4); e l’obiettivo che si focalizza sull’uguaglianza di genere e sull’empowerment, ( maggior potere ), delle donne e delle ragazze, ( obiettivo n.5). In tal modo si spera che il progresso verso l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne, ancora molto lento, possa avere una concreta accelerazione verso i traguardi da raggiungere.
Traguardi che si riassumono brevemente nella realizzazione dei seguenti punti: Eliminare ovunque ogni forma di discriminazione, di violenza, compreso il traffico di donne e lo sfruttamento sessuale nei confronti di donne e ragazze; Eliminare ogni pratica abusiva come il matrimonio combinato, il fenomeno delle spose bambine e le mutilazioni genitali femminili; Riconoscere e valorizzare la cura e il lavoro domestico non retribuito, fornendo un servizio pubblico, infrastrutture e politiche di protezione sociale e la promozione di responsabilità condivise all’interno delle famiglie, conformemente agli standard nazionali; Garantire piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership ad ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica; Garantire accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti in ambito riproduttivo; Avviare riforme per dare alle donne uguali diritti di accesso alle risorse economiche così come alla titolarità e al controllo della terra e altre forme di proprietà, ai servizi finanziari, eredità e risorse naturali, in conformità con le leggi nazionali; Rafforzare l’utilizzo di tecnologie abilitanti, in particolare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per promuovere l’emancipazione della donna; Adottare e intensificare una politica sana ed una legislazione applicabile per la promozione della parità di genere e l’emancipazione di tutte le donne e bambine, a tutti i livelli.
Bisogna prendere atto che le donne hanno molto da offrire alla famiglia, alla società, all’umanità e possono essere le promotrici di un nuovo codice etico per un millennio di pace, che si fondi sulla giustizia, sull’equità, sullo sviluppo, sulla democrazia, sul rispetto della identità e della dignità della persona e dei popoli.
Le donne, però, possono essere altresì i costruttori di una nuova società che affondi le sue radici in una cultura di pace e contribuire così , d’intesa donne ed uomini, alla realizzazione del rispetto delle diversità, che oggi riveste una vitale importanza. Solo comprendendo e stabilendo nuove relazioni tra gli esseri umani, infatti, sarà possibile costruire società nelle quali la diversità linguistica e culturale sia rispettata.
Oggi purtroppo non diventa ancora possibile che la normativa relativa ai diritti della donna conosca, in un futuro non lontano, delle evoluzioni e delle trasformazioni che riflettano più da vicino lo sforzo di ricerca e l’esigenza verso una “ Identità culturale” che la donna incomincia appena a precisare.
Considero, infatti, che il discorso sulla “identità culturale della Donna” non ha ancora trovato la sua sede di formulazione come “diritto” da riconoscersi. E ciò costituisce, a mio avviso, un altro obiettivo importante di rivendicazione e d’impegno per le donne.
Premesso che il primo diritto della donna resta ancora oggi quello di essere se stessa, va evidenziato che l’attuale fase corrisponde al momento dello sviluppo pieno della personalità femminile, in quanto si delinea l’eventualità di un ulteriore riconoscimento, quello del diritto alla diversità.
Il discorso sui diritti della donna e quindi anche quello relativo alla identità culturale, deve dunque prendere avvio dall’analisi della personalità femminile e tenere presente da un lato i tratti fondamentali che la Donna, in quanto Essere Umano, ha in comune con l’uomo e dall’altro la ricchezza delle caratteristiche peculiari che la rendono distinta.
Uguaglianza di condizioni e possibilità di sviluppo diversi sono quindi i due termini entro cui necessariamente si svolge ancora il discorso sui diritti della donna che, a distanza di circa 50 anni dalla costituzione delle Nazioni Unite e a dispetto dei numerosi impegni presi dagli Stati membri, ancora non vede appieno rispettati, difesi e definiti come universali, inalienabili, indivisibili, i propri diritti umani.
Il significato dei termini: Universali, inalienabili, indivisibili, sono di rilevante importanza per affrontare la tematica della Donna ed Equità di Genere, perché:
Corrispondono alla sostanza della dignità dell’Essere Umano e quindi anche della donna, in quanto si riferiscono alla soddisfazione dei bisogni essenziali, all’esercizio della libertà, alle sue relazioni con altre persone: e quindi sempre o dovunque alla Persona ed alla sua piena dimensione umana, intesa universalmente, nell’unità di corpo e di anima, di cuore e di coscienza, di intelletto e di volontà;
Delineano la tutela e la valorizzazione della Persona Umana e quindi anche della Persona Donna, in quelle che sono le sue prerogative anche spirituali e le sue potenzialità globalmente intese nel rispetto di quella “universalità” che è la caratteristica peculiare dei diritti umani e del loro radicarsi;
e Rappresentano la realtà universale di un’idea di Persona Umana , e quindi anche di Persona Donna, che è portatrice di una sua originale impronta e di elementi costitutivi e distintivi propri, ma che ancora, in quanto tale, non è dato universalmente riscontrare.
E’ in tale contesto che va cercata , ritengo, la risposta al tema “ Donna: Pace, diritti Umani ed Equità di genere”.
Perché sta in questo il cogliere da un lato il senso della pace e dello sviluppo come opportunità di crescita della donna, e dall’altro la base d’impegno da parte delle Donne di essere capaci: di suscitare occasioni di dialogo e di confronto; di aiutare a praticare la cultura della tolleranza e della solidarietà per chi si differenzia da noi per razza, cultura, credenze religiose, ma, soprattutto, di contribuire allo sviluppo della civiltà e della cultura dell’amore, alla vita, alla non violenza, alla tenerezza, che ripudia l’egoismo, lo spreco, lo sfruttamento e l’amoralità e consente di guardare, con gli occhi di Donna, alla tematica, ancora oggi in primo piano, dei diritti umani e delle loro violazioni.
Tutto ciò però potrà effettivamente realizzarsi se l’Uomo sarà capace di apportare un sostanziale cambiamento nel suo modo di pensare e di agire nel senso di considerare la Donna una Persona, titolare di diritti oltre che di doveri, diversa solo nel genere rispetto all’uomo, ma per il resto in tutto e per tutto uguale a lui. L’Uomo, pertanto, non ha il diritto di vantare nessuna superiorità sulla donna o, ancora peggio, di considerarla una sua proprietà.
Eduardo Terrana

ANGOSCIA, DECLINO, RIPIEGAMENTO e SOFFI DI SPERANZA NEL “DITTICO POETICO” LEOPARDI – MARCUCCIO (di Lucia Bonanni)

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ANGOSCIA, DECLINO, RIPIEGAMENTO e SOFFI DI SPERANZA NEL “DITTICO POETICO” LEOPARDI – MARCUCCIO (di Lucia Bonanni)

“A se stesso” (Giacomo Leopardi)
“A Giacomo Leopardi” (Emanuele Marcuccio)

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Nato il 29 giugno del 1798 a Recanati, un piccolo borgo dell’entroterra marchigiano, Giacomo Leopardi è il primo di cinque figli. Suo padre, il conte Monaldo, lo asseconda negli studi, ma dopo aver sperperato gran parte del patrimonio di famiglia, è la madre ad occuparsi dell’amministrazione domestica. A soli dieci anni Giacomo inizia a comporre i primi testi poetici e le prime prose, traduce le Odi di Orazio e la precocità del suo ingegno conferma il cimento e l’armonia nel cimentarsi nei vari campi del sapere. Quelli che trascorre il giovane Leopardi sono anni di studio matto e disperatissimo, che sotto alcuni aspetti compromettono sia la salute sia l’aspetto fisico del poeta che, secondo alcuni critici, non rimasero come rapporto tra vita strozzata e pessimismo, ma divennero strumento conoscitivo del condizionamento che la natura può esercitare sull’uomo. Da autodidatta il Nostro studia il greco, l’ebraico, le lingue moderne ed inizia a scrivere un diario, lo Zibaldone di pensieri in cui raccoglie riflessioni, appunti e speculazioni filosofiche e più tardi dà avvio alle Operette morali, stampate a Milano nel 1827.
Il mese di novembre del 1822 segna la data della prima partenza da Recanati verso Roma, Milano, Bologna, e Firenze dove il poeta interviene nel dibattito culturale che gli offre anche la possibilità di prendere le distanze da un certo tipo di intellettuali che riservano pareri incompatibili con le sue idee e le sue convinzioni. A Firenze stipula contratti con l’editore Stella, come accade tempo dopo con l’editore Starita di Napoli dove scrive “La ginestra”, che gli garantiscono una rendita mensile ed una certa autonomia dalle sovvenzioni paterne.
Il 1828 è l’anno dei grandi idilli, a Pisa compone “Risorgimento” e “A Silvia”, ma nel mese di novembre è costretto a far ritorno a Recanati a causa della morte del fratello Luigi e di altre incombenze familiari. Nel ritrovare i luoghi e gli oggetti dell’età giovanile, nell’animo del poeta si genera un moto di emozioni e ricordi che lo portano a vedere con sguardo diverso quella che egli aveva sempre considerato la prigionia giovanile. Da tale esperienza derivano i Canti maggiori quali “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, mentre la lirica “A se stesso” è ispirata dall’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, incontrata nel capoluogo toscano.
Leopardi muore a Napoli nel 1836 e finì di XXXIX anni la vita/ per continue malattie miserrima, come lo ricorda l’iscrizione sulla lapide, dettata da Pietro Giordani che nell’epitaffio ne esalta anche la grandezza di filologo ammirato fuori d’Italia/ [e] scrittore di filosofia e di poesie altissimo. Un poeta immenso e sublime, come immenso può essere “L’Infinito” in cui la parola idillio assume significato di visione più che di veduta, infatti il paesaggio, il colle è visto nella sua essenzialità, uno spazio solitario dove il poeta siede in stato contemplativo, e la siepe che limita la visuale, dà luogo all’immaginazione. Spazi, silenzi, quiete con la vastità senza confini che si fingono nel pensiero del poeta in opposizione con ciò che è indefinito e finito come poesia del vero e dell’eternità, determinata dall’infinito temporale ([…] mi sovvien l’eterno) con l’anima che cerca un senso di meraviglia in cui si smarrisce la mente e la voce misteriosa e immateriale del vento ([…] e la presente/ e viva, e il suon di lei) evoca l’estensione del tempo, un topos dove il poeta crea una specie di alterità, anche a livello lessicale con parole indefinite, equilibrate, timbriche e piacevoli.
Da evidenziare in Leopardi è l’uso degli endecasillabi sciolti ed una certa avversione verso la forma chiusa del sonetto, ritenuta priva di novità e su cui sembra ritornare in modo del tutto originale attraverso un modello celato che conferisce senso di compiutezza enunciativa all’idillio de “L’Infinito”. E nell’espressione figurata del naufragar è doveroso annoverare un pensiero idilliaco di Emanuele Marcuccio: «Che meraviglia! È la mia poesia preferita, di tutte quelle mai scritte. Ogni volta che la rileggo, mi perdo in quel mare di Infinito».
E quel suo perdersi nell’immensità del sentire, del silenzio e della quiete, crea una poesia cosmica che si realizza sulla percezione e si risolve in esiti di elevata dialettica e singolare dolcezza.

Il canto XXVIII A se stesso appartiene al Ciclo di Aspasia”, una serie di poesie ispirate all’amore non corrisposto per la suddetta Targioni Tozzetti, conosciuta durante il suo ultimo viaggio a Firenze e alla quale il poeta aveva attribuito lo pseudonimo di Aspasia. Il componimento si colloca nel punto più alto dell’intero ciclo e rappresenta angoscia, declino e ripiegamento su se stesso e soltanto con “La ginestra” a questo atto di rinuncia ad essere nel mondo si opporrà il senso della dignità umana come risposta al dolore, al cedimento e alla morte. Pur nel cupo risentimento verso se stesso, il poeta sente la necessità di guardarsi intorno e mescolarsi tra gli uomini onde ritrovare quella speranza e quel desiderio ormai spenti nel cuore, luogo principe di turbamenti e illusioni.
Nella lirica la percezione dell’esistenza non è altro che noia e dolore e il mondo è soltanto fango e niente è degno di appartenere alle vibrazioni dell’animo: «Tacqueta omai. Dispera/ l’ultima volta». Il climax discendente di questi versi è voce di annullamento di sentimenti e quel disperare per un’ultima volta si avvicina al mito della speranza come ultima dea che Foscolo enuncia ne “I Sepolcri”. Pertanto l’unica cosa lecita e positiva che resta, è la morte perché di nascosto la Natura tesse insidie, disinganni, e disperazione.
I versi frammentati, a volte aspri, spezzati e quasi scarni del componimento non formano una partizione in strofe, ma un’unica strofa, articolata in tre parti simmetriche, diversamente dalla strofa, o lassa, della canzone libera leopardiana. I sedici versi della lirica si dividono in dieci endecasillabi e sei settenari e sono disposti in gruppi di cinque e sei versi e soltanto per l’infinita vanità del tutto è concesso l’endecasillabo, derogando dallo schema normativo per conferire valore al significato intrinseco del verso.
Con l’uso di tale architettura Leopardi intende celare la struttura equilibrata della lirica in modo che siano l’orecchio e l’animo e non l’occhio a cogliere il messaggio compositivo. Con la sintassi spezzata e il frantumarsi della metrica mediante l’uso frequente dell’enjambement Leopardi crea un tipo di misura per l’occhio e un’altra per l’orecchio e nell’opposizione tra unità metriche e frasi sintattiche il tessuto ritmico si rivela e si nasconde, affidando al lettore la chiave interpretativa dei singoli versi.
La lirica A Giacomo Leopardi di Emanuele Marcuccio, qui in dittico con quella del poeta di Recanati, trova ispirazione, come ci avverte l’autore in nota, dall’incipit (“Or poserai per sempre,/ stanco mio cor”) e si enuncia quale richiamo all “eterno illuminator affinché continui a posare uno sguardo benevolo sugli spiriti vaganti e dolenti. Il componimento marcucciano, come nei poemi classici, assume valore di invocazione alla musa quale guida alla ragione e al fuoco dell’ispirazione e il costrutto sintattico e quello metrico rivelano il mondo interiore del poeta e soggettiva diviene la visione del tempo e dello spazio in cui il Nostro rivive sentimenti e stati d’animo.
L’anello di congiunzione tra i due testi poetici è la dimensione del pessimismo, in Leopardi, ma anche in Marcuccio, definito cosmico perché tipico dell’uomo e contrapposto a quello storico. Lo stile dell “infaticabile poeta palermitano è molto ricercato sia a livello lessicale, sintattico e retorico sia nella ricerca attenta di un contesto linguistico, che si colloca tra la tradizione classica e quella volgare e che il Nostro usa come strumento di conoscenza. Nei suoi anni di studi, scrittura, valutazione e revisione dei suoi elaborati Marcuccio mostra curiosità nuova e consapevolezza per l’evoluzione del proprio pensiero; così dalla prima stagione della sua poesia, con diversa coscienza e immutata passione giunge a rinnovare stile e linguaggio di scrittura.
La scansione in endecasillabi, novenari e settenari degli otto versi che formano il componimento si dispone in una partizione di due strofe di cinque e tre versi, ambedue terminanti con i puntini di sospensione ([S]pirto errante…// […] spira…), qui non usati come reticenza, bensì nel significato di un finale aperto che lascia maggior spazio interpretativo. Il sostantivo spirto, variante poetica di “spirito”, accostato all’aggettivo flebil e al participio errante, mutando l’interpretazione di senso, diviene linea guida per l’intero componimento, mentre il movente interpretativo dell’aggettivo flebil, dal latino “flēbĭlis”, nell’accezione lessicale di “commovente”, “infelice”, “triste”, “dolente”, “piangente”, “degno di essere compianto”, forma una locuzione illustrativa dell’ingegno e della fisionomia della vita del poeta di Recanati, per la maggior parte trascorsa nella dimora del natio borgo selvaggio, mentre i suoi versi imperituri saranno guida all’animo errante ovvero inappagato, dell’uomo che, a causa della sua cecità culturale si sposta di qua e di là senza alcuna capacità di poter gustare la bellezza dell’arte poetica.
Il participio errante non può non richiamare il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” la cui stesura si impernia su due entità, l’una inanimata e lontana, la luna, e l’altra animata e vicina, il gregge, entrambi compagni del pastore che trascorre la notte seduto su un sasso ad ammirare la luna, cercando di interpretare misteri e trovare il perché della solitudine e della noia.
Nella seconda strofa del componimento Marcuccio pone in analogia Leopardi con la vergine luna, pura e intatta come la dea Diana, che circonda gli esseri umani di un alone luminoso, di un aura divina, equilibrata di meraviglia nel vasto mare delle illusioni. A chiusura del verso e a conclusione del componimento la dicitura … spira…, formula alchemica dal senso allargato di “soffiare”, “respirare”, “emanare” in modo favorevole e propizio frasi e parole poetiche da pronunciare con soffio leggero. Ma in tale espressione si annida anche il desiderio di vedere nuove realtà, incontrare persone e conversare con l’ambiente circostante, come succede nel tumulto dei sentimenti che agitano l’animo dei due poeti, l’uno costretto e isolato nel borgo recanatese e l’altro immerso nella salsa bellezza marina della sua Palermo.
Il componimento di Marcuccio, plasmato su un tipo di poesia immaginativa e sentimentale, rinnova le tematiche care a Leopardi, a sostegno di una morale volta alla riflessione filosofica, che insegna a saper distinguere la sofferenza dalla convinzione del dolore, il giudizio dalla verità, la natura delle illusioni dai disincanti annunciati dal destino, condizione ineludibile a cui l’uomo deve sottostare nel suo iter umano. E anche Marcuccio come Leopardi per mezzo della misura metrica e sintattica vuol celare quel male di vivere di impronta montaliana che gli deriva dal suo modo di essere e da quel senso di malinconica appartenenza alle cose della natura. Il suo canto è formato da un’alternanza di versi brevi e versi lunghi, ritmati da un tipo di musicalità appoggiata su forme allitteranti e assonanze e consonanze, anche tra parole gestite attraverso quel moto interiore che si converte in invocazione per Giacomo Leopardi, che il Nostro definisce “il [suo] grande maestro di Poesia” e che, oltre al suo modo di poetare gli ha mostrato la via per nuove scritture, sempre degne di attenzione e apprezzato valore poetico.

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Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 8 dicembre 2017

* Il dittico poetico, rivisitato in una accezione a due voci dal poeta Emanuele Marcuccio e da lui definito come una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. Il presente saggio è in pubblicazione, in Dipthycha 4. Corrispondenze sonore, emozionali, empatiche… si intessono su quel foglio di vetro impazzito…, quarto volume del progetto poetico-antologico Dipthycha (2013; 2015; 2016) su idea e cura di Emanuele Marcuccio a scopo benefico.

• Bibliografia

AA.VV., Storia intertestuale della letteratura italiana, a cura di Angelo Marchese, DAnna, 1990.
AA.VV., Testi nella storia, a cura di Cesare Segre e Clelia Martignoni, Mondadori, 1992.

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A SE STESSO *

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
cheterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanità del tutto.

Giacomo Leopardi
(1798 – 1837)

* Giacomo Leopardi, Canti, Laterza, 1917, p. 106. Il presente dittico poetico è proposto da Emanuele Marcuccio.

A GIACOMO LEOPARDI *

Or posa, stanca mano,
e il flebil spirto ancor risuona…
riluce ancora il verso tuo immortale…
o eterno illuminator dell’uman cieco
spirto errante…
Infondi ancor, su noi mortali,
aura divina del meraviglioso
mare di mille illusioni… spira…

Emanuele Marcuccio

* Ispirato dall’incipit di “A se stesso” di Giacomo Leopardi: «Or poserai per sempre,/ stanco mio cor.» [N.d.A.]

IL XXI SECOLO COME IL MEDIOEVO È ANCORA TORTURA di Eduardo Terrana

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26-6-19- Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime della Tortura

IL XXI SECOLO COME IL MEDIOEVO
È ANCORA TORTURA

Quella confessione estorta con la violenza è una ferita per la democrazia, una sconfitta per il diritto.

(di Eduardo Terrana)

Sembra inverosimile che ancora oggi, a 19 anni dall’inizio del terzo millennio, si debba parlare ancora di tortura. Invece è proprio così. La tortura, come altri trattamenti inumani o degradanti, è una pratica reale del nostro tempo con una diffusione che abbraccia i cinque continenti.
Il fine è sempre lo stesso praticare la violenza o il terrore psicologico per estorcere informazioni o far confessare gravi crimini.
La tortura incute terrore, annienta il fisico e la psiche, estorce senza tenere in alcuna considerazione la dignità e la libertà della persona e lo fa con violenza.
Le tecniche di tortura sono varie e sono state impiegate in tutte le epoche con sistemi e strumenti degni della peggiore mente criminale che si possa concepire.
I sistemi di tortura medioevali, come le macchine del dolore, oggi non si usano più, ma la ferocia degli aguzzini specializzati nell’infliggere il maggior dolore possibile è rimasta e si è anche affinata perché alla tortura fisica ha abbinato la tortura psicologica che fa uso di nuove tecniche molto sofisticate.
Le modalità del supplizio oggi prevedono duri pestaggi, fustigazioni, accecamenti e amputazioni, ma anche l’applicazione di scosse elettriche, anche nelle parti intime, e la rottura di arti. Il torturatore picchia, strangola, stupra e si serve di vari attrezzi, bastoni, stracci imbevuti di sostanze chimiche, congegni elettrici, materiali arroventati, per infliggere il massimo della sofferenza possibile.
Accanto alla tortura prevalentemente fisica, si registra anche la tortura psichica che devasta la mente.
Sono a tutti noti le immagini raccapriccianti dei sistemi di tortura praticati nel centro di detenzione statunitense della Base di Guantánamo dove i prigionieri venivano sottoposti: a luci accecanti, a temperature gelide, o a restare incappucciati per mesi o costretti all’isolamento visivo ed acustico per lunghi periodi, o a essere costretti a rimanere in posizioni di stress per vari giorni, o a essere privati del cibo o costretti a stare svegli.
Diversi Stati poi sottopongono i detenuti a prolungati periodi di isolamento, ignorando agli stessi il diritto ad accedere a un legale o a ricevere cure mediche.
Amnesty International redige ogni anno un rapporto che dà il quadro generale della situazione dell’applicazione della tortura nel mondo. Risulta che sono tante le realtà in cui la dignità umana non viene rispettata. Citiamo, in particolare, tra i Paesi che fanno pesante ricorso alla tortura: Turchia, Russia, Iran, Egitto, Israele, Palestina, Siria, Stati Uniti, Filippine, rilevando, tra l’altro, l’aberrante situazione esistente in Siria, dove il detenuto può essere sottoposto a oltre 30 possibili metodi di tortura, dai pestaggi su ogni parte del corpo e sui piedi, spesso con spranghe di silicone o di metallo e cavi elettrici, all’uso di varie altre tecniche dolorosissime.
Si dibatte sulla opportunità della tortura quale efficace strumento d’indagine. Al di là di ogni opinione umana valga, comunque, la considerazione che l’individuo sottoposto a tortura, pur di evitare la sofferenza e il dolore, si dichiara disposto a dire tutto, ad ammettere qualunque colpa e a giurare anche il falso.
Resta il dubbio, pertanto, che l’obiettivo della tortura più che la ricerca della verità, estorta con la violenza, sia la distruzione della persona e di ogni sua motivazione politica o legame affettivo per cancellare ogni forma di opposizione o di dissidenza.
È a questo fine che viene praticata dai governi contro ipotetici nemici armati o in dubbio di colpevolezza.
Per motivi di sicurezza interna o di difesa dal terrorismo, gli Stati, anche i più virtuosi, possono in qualsiasi momento varare provvedimenti restrittivi e detentivi e sistemi repressivi, operando nel silenzio e tenendone all’oscuro l’opinione pubblica.
In nome della lotta al terrorismo e col pretesto della sicurezza la tortura ha ottenuto una certa riabilitazione perché ritenuta utile per ottenere informazioni.
Negli Stati Uniti, ad esempio, sin dagli anni Ottanta, la Corte Suprema americana ha stabilito che la tortura è contro la legge in base all’ottavo emendamento della Costituzione americana. Quindi è vietata ogni forma di pena crudele. La norma però non trova più applicazione in quanto il dipartimento di Giustizia americano, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, ha inteso introdurre la sospensione del divieto quando si tratta di ottenere “informazione di intelligence da parte di combattenti catturati.”
Si consideri ancora che la tortura è anche un prodotto altamente tecnologico, un business che garantisce ottimi affari. Nel mondo attualmente operano oltre 100 aziende specializzate nella produzione di strumenti di tortura.
Nel 1997 le Nazioni Unite hanno designato il 26 giugno come “Giornata Internazionale a Sostegno delle Vittime della Tortura”, dopo che il 26 giugno 1987 era entrata in vigore la “ Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura”. Questo documento internazionale, che ha ribadito il divieto all’utilizzo della tortura come un diritto inderogabile, è stato ratificato da 146 dei 193 paesi membri dell’ONU.
Il 60% dei paesi democratici che hanno firmato la convenzione ONU contro la tortura del 1984 continuano, però, ad applicarla.
Circa metà della popolazione mondiale vive sotto governi che praticano la tortura.
In conclusione non si può non considerare che sono trascorsi 35 anni dall’adozione dell’Assemblea generale dell’ONU, nel 1984, della “Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura”, ma il testo, di fatto, è rimasto una mera enunciazione di principio. Il numero dei paesi che l’hanno ratificato, impegnandosi a prevenire e punire la tortura, è solo di poco superiore a quello dei paesi in cui la tortura viene applicata sempre nel silenzio più assoluto, lontano da occhi ed orecchie indiscreti. È difficile definire, pertanto, realmente i contorni del fenomeno e farne un identikit preciso. Resta il fatto che la tortura è una realtà del nostro tempo inumana, degradante, vergognosa, comunque la più crudele violazione dei diritti umani.
Anche quest’anno, pertanto, la Giornata Internazionale della celebrazione del 26 giugno sia un’opportunità per esprimere solidarietà alle vittime della tortura e alle loro famiglie, ma sia occasione anche per riaffermare i diritti inalienabili e la dignità di ciascun uomo e ciascuna donna; e altresì occasione per riaffermare, da un lato, l’impegno, che si progredisca nella lotta contro la tortura e il trattamento crudele, degradante e inumano, ovunque si verifichino e , dall’altro, l’impegno che l’Umanità voglia progredire nel suo cammino di civiltà nel rispetto dei diritti dell’Uomo e dei Popoli.

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Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Paci

Tutti i diritti riservati all’autore

ARCHITETTURA E REALISMO TERMINALE di Tania Di Malta

ARCHITETTURA E REALISMO TERMINALE di Tania Di Malta

Nel mondo esistono diversi fenomeni di architettura spontanea che caratterizzano i territori. Sono l’espressione della vita e della cultura dei vari popoli, che pure in stili e modi di costruire differenti, hanno in comune il legame con i contesti ambientali e le loro risorse naturali, ognuno nella sua tipicità e in stretta continuità con il luogo di appartenenza. Anche qui in Italia abbiamo esempi eccellenti, come i sassi di Matera, i Nuraghe in Sardegna, i Trulli di Alberobello, i Dammusi di Lampedusa e Pantelleria ecc.
Purtroppo negli ultimi decenni si è assistito a un progressivo cambio di scenario. Dagli insediamenti spontanei della tradizione si e passati verso quelli che vengono definiti: insediamenti spontanei del disagio. Baraccopoli, favelas, bidonville. Accomunate dalla mancanza di infrastrutture e programmazione urbanistica, hanno comunque anche loro collocazione geografica, ambientale, comunità di appartenenza e materiale di scarti industriali del luogo, utilizzati per le costruzioni di fortuna. Se da una parte tutto questo viene visto come fenomeno difficilmente governabile, dove i rifiuti vengono riutilizzati per abitazioni/rifugio, ultimamente gli esperti del settore guardano con attenzioni le soluzioni architettoniche provvisorie ricavate dagli scarti metropolitani, accatastati in zone pericolose, dove comunque la gente vive e si ingegna per trovare soluzioni sostenibili anche in luoghi dove il degrado urbano diventa una delle ferite più drammatiche di questo millennio. Paradossalmente, mentre prima i modelli di riferimento erano portatori di una sorta di bello ideale delle varie epoche, oggi e domani, saranno le bidonville a indicarci le soluzioni più sostenibili per non soccombere. Probabilmente tutto ripartirà da lì, dal disagio umano più profondo.
Il Realismo Terminale punta le sue ”Luci di posizione” proprio verso questi profondi e complessi cambiamenti del mondo.

“La gente si accatasta nelle metropoli come le abitazioni nelle favelas”.

Guido Oldani

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Per avere l’opinione di un professionista del settore, sul rapporto fra architettura e realismo terminale, ho voluto interpellare l’architetto Paolo Provasi. Solitamente siamo abituati a vederlo nelle vesti di raffinato musicista con la bravissima Roberta Turconi, nel duo “I Poeticanti”, questa volta ho voluto consultarlo in funzione alla sua professione di architetto e conoscitore del realismo terminale.

Ecco la sua analisi:

ARCHITETTURA e REALISMO TERMINALE – BREVE RIFLESSIONE

Essendo l’attenzione del Realismo Terminale rivolta verso l’evoluzione del rapporto tra società e ambiente, è inevitabile che i riferimenti all’urbanistica e all’architettura siano molto pertinenti. Se poi consideriamo le case, o meglio i palazzi e i grattacieli, come gli “oggetti” dell’architettura, innumerevoli sarebbero le riflessioni in merito. L’architettura che si sviluppa in verticale per sottrarre meno suolo alla natura, in realtà ha sempre favorito l’accatastamento delle persone, in questo caso una sopra l’altra. Inoltre, la stessa, assume una valenza positiva di primato dell’oggetto sulla natura: si pensi allo “skyline” che viene cercato dagli amministratori delle città come modello di progresso e di evoluzione urbanistica da ammirare e contemplare. Come scrive Giuseppina Biondo nella sua tesi di laurea da Italo Calvino al Realismo Terminale, passando per il Mitomodernismo (relatore il Prof Giuseppe Langella) già lo scrittore, in una Cosmicomica, fa questa similitudine rovesciata: “…una New York con una sua Manhattan che s’allunga fitta di grattacieli lucidi come setole di nylon d’uno spazzolino da denti nuovo nuovo”. Il “verde “ viene confinato, confezionato, come un accessorio da esibire. Qualche architetto pensa di posare qualche pianta sui terrazzi e/o sulla sommità del palazzo/grattacielo con il risultato di rendere la natura oggetto. Sembra quasi un inconscio tentativo di espiare un peccato, la colpa di aver trasformato l’ambiente, di aver sottratto natura in favore dell’oggetto. Anche all’interno di queste strutture possiamo trovare elementi di riflessione e riferimento alle tematiche del Realismo Terminale come, ad esempio, la domotica che rende “intelligenti” apparecchi ed impianti a tal punto che sono essi stessi a dialogare con l’uomo e non viceversa. Come già detto, innumerevoli sarebbero gli spunti che ognuno può elaborare su questo rapporto tra architettura e Realismo Terminale. Una riflessione può essere quella che, come osserva Anthony Reid nella prefazione del libro “Architettura senza architetti” di John May, quando l’uomo ha dovuto misurarsi con la necessità di crearsi da solo un riparo, la natura aveva il primato sia in termini di forme che di materiali utilizzati; l’architettura spontanea ha sviluppato la creatività umana attraverso uno stretto rapporto con la natura con “un impatto più lieve sui nostri fragili ecosistemi”. Studiare questa architettura “ci aiuta a ripercorrere le origini degli edifici contemporanei, e a capire perché spesso non rispondono alle nostre esigenze umane fondamentali”. E in riferimento al concetto di “terminale”, forse è il momento, ormai non più procrastinabile per l’architettura, di sviluppare e applicare in modo davvero incisivo l’idea di sostenibilità, tanto sbandierata ma in realtà attuata in modo superficiale e strumentale.

(Paolo Provasi, architetto)

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Ispirata dalle considerazioni di Paolo Provasi, sugli architetti che posano qualche pianta sui terrazzi e sulle sommità dei grattacieli, per espiare il senso di colpa di avere sottratto dignità alla natura in favore all’oggetto, propongo la visione ironica di una giovane artista vegana, che ci dimostra come anche in cucina, in un piatto vegano, uno sguardo lucido e ironico, possa racchiudere in una sola immagine un’infinità di significati. L’esagerazione della frutta sui palazzi al posto delle piante, mi sembra molto in linea con la visione ironica che contraddistingue il R.T. Anche il piatto, in riferimento a chi continua a credere che la terra sia… piatta, indica una nuova realtà di accatastamento di idee e concetti rimessi in discussione, con cui questo secolo dovrà confrontarsi, spesso senza rete, in un paesaggio sempre in cambiamento. La ricerca della sostenibilità è un problema globale, i giovani ne sono coscienti. Il realismo terminale include tutti questi processi e se ne fa portavoce.

Taniuska / Tania Di Malta

25.06.2019

Tutti i diritti riservati all’autrice

IL FUTURISMO NEL CLIMA DI RINNOVAMENTO ARTISTICO-LETTERARIO DEL PRIMO NOVECENTO (di Eduardo Terrana)

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IL FUTURISMO
NEL CLIMA DI RINNOVAMENTO ARTISTICO-LETTERARIO
DEL PRIMO NOVECENTO

(di Eduardo Terrana)

Il Futurismo, di cui si ricorda quest’anno la centodecima ricorrenza dalla nascita, si inserisce, come movimento artistico-letterario, nel clima di rinnovamento del primo novecento di cui espressione significativa sono le riviste fiorentine : Il leonardo, Il regno, Hermes, Lacerba, L’unità, La voce.
La sua importanza sta nella funzione di rottura svolta rispetto ai rigidi schemi della tradizione, contribuendo così a spianare la strada a nuove e più significative sperimentazioni poetiche tra cui in particolare l’ermetismo.
È un movimento di avanguardia letteraria e artistica la cui nascita coincide con il primo dei manifesti programmatici dell’iniziatore Filippo Tommaso Marinetti, apparso il 20 febbraio del 1909 su “ Le Figaro”, ed esaurisce la carica innovativa nell’arco di un decennio, espandendosi nel periodo in Francia, dove ebbe influenza sul poeta Guillaume Apollinaire, in Svizzera ed in Russia dove riscontrò l’interesse e la sensibilità poetica di Vladimir Majakovskij.
Il futurismo influenza non solo la letteratura ma anche altre arti, elaborando per ognuna un manifesto programmatico, così: per la letteratura elabora il manifesto tecnico della letteratura futurista del 1912, firmato da Marinetti; per la pittura, il I° ed il II° manifesto della pittura futurista del 1912; per la musica, il manifesto dei musicisti futuristi del 1910; per il teatro, il manifesto del teatro futurista sintetico del 1915.
Gli intellettuali dell’avanguardia futurista ostentano un atteggiamento sdegnoso nei confronti della realtà comune e dei valori classici tradizionali.
In linea con il nuovo gusto di un pubblico avido di novità , si sforzano di essere originali ad ogni costo.
Esaltano l’ebbrezza di vivere momenti di fugace appagamento; mostrano disprezzo per tutto ciò che è debole o sentimentale; reagiscono alla caduta di ideali della loro epoca inneggiando alla tecnologia della società capitalistica ed agli aspetti esteriori della moderna società industriale e proponendo una fiducia fermissima nel futuro e nella civiltà delle macchine.
In linea con i fatti storici e le nuove tendenze ideologiche del momento, protese al culto della persona, all’esaltazione della virilità, del coraggio e dell’ardimento, i nuovi Intellettuali affermano gli ideali della forza, del moto, della vitalità, del dinamismo, dello slancio; esaltano l’amore del pericolo, l’abitudine all’energia, il culto per il coraggio e l’audacia; ostentano ammirazione per la velocità; propugnano la lotta contro il passato, affermando “ noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie”; si fanno paladini del movimento aggressivo, del passo di corsa, dello schiaffo e del pugno; ed esaltano il mito della violenza e della guerra, considerata la “ sola igiene del mondo “, il militarismo, il patriottismo e il disprezzo della donna.
“ Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia ed alla temerarietà; il coraggio, l’audacia, la ribellione saranno elementi essenziali della nostra poesia”, si legge testualmente nel “Manifesto del Futurismo”, di Marinetti, che inneggia alla velocità e sostiene che la “La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all’uomo”, e compito del poeta è quello di prodigarsi “con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali; non vi è più bellezza se non nella lotta.”
Il nuovo Movimento proclama di combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica ed utilitaristica e di cantare le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa, le marce delle rivoluzioni nelle capitali moderne e il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri.
Scopo del Movimento è quello di lanciare per il mondo il manifesto di violenza avvolgente e incendiaria su cui si fonda il Futurismo con l’obiettivo di liberare il paese dalla cancrena di professori, archeologi, ciceroni e antiquari che hanno ridotto “l’Italia a un mercato di rigattieri”.
Questi contenuti caratterizzano il Futurismo come espressione del dinamismo del mondo moderno che esalta e celebra “ la civiltà della macchina” , perché solo ad una velocità elevata si può avere una diversa percezione del paesaggio e si possono attingere sensazioni nuove dal mondo della scienza e della tecnica.
Questi contenuti, pertanto, andavano espressi in un modo nuovo, con una nuova Poetica, perciò Marinetti : rigetta le regole della grammatica e della sintassi tradizionale, dell’ortografia e della punteggiatura, proponendo la tecnica delle parole in libertà, cioè senza alcun legame grammaticale – sintattico fra di loro, senza organizzarle in frasi e in periodi; rigetta l’uso di aggettivi ed avverbi e propone la disposizione casuale dei sostantivi usati, in modo da suggerire l’immagine che descrivono; propone l’uso del verbo all’infinito e i collegamenti analogici, ma, in particolare, propugna la distruzione nella letteratura dell’uso dell’IO e ogni riferimento psicologico ad esso da sostituire con l’ossessione lirica della materia.
È quello futurista il manifesto di una letteratura e di un’arte rivoluzionarie che intende nascondere i nuovi miti del progresso che avanza trionfante,la velocità, l’automobile, la città industriale, gli aeroplani, il dominio tecnologico dell’uomo sulla materia e al contempo accoglie e glorifica ogni tipo di violenza, di lotta e di distruzione di ogni valore tradizionale e celebra la guerra perché “ elimina i deboli dal mondo “.
La produzione poetica del Futurismo, nei suoi autori più significativi :
Aldo Palazzeschi; Corrado Govoni e lo stesso teorico del movimento futurista Filippo Tommaso Marinetti, ispirata, pertanto, all’ottimismo, alla gioia di vivere aggressiva e prepotente, non si può dire che lasci pagine di poesia vera.
Si caratterizza da un lato per la celebrazione dell’audacia creativa, della vita dinamica attiva, e dall’altro per la testimonianza dello spirito nuovo che aleggia nell’ Europa del primo novecento, avida di dimostrare la sua forza ed al cui orizzonte già si profilano l’ombra della croce uncinata e della svastica.

Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

Diritti Riservati All’Autore

PERCHÉ PARLARE DI LEONARDO SCIASCIA (articolo di Eduardo Terrana)

Leonardo Sciascia, foto: Wikipedia

PERCHÉ PARLARE DI LEONARDO SCIASCIA

(Articolo di Eduardo Terrana)

L’8 gennaio di quest’anno avrebbe compiuto 99 anni. Dico di Leonardo Sciascia, uno dei maggiori e più rappresentativi scrittori della letteratura italiana del XX secolo, nato a Racalmuto, ( Ag), l’8-gennaio 1921 e morto a Palermo il 20-11-1989.
Perché parlarne? Perché non è possibile, a mio avviso, eludere il confronto con la capacità di analisi e previsione che rendono gli scritti di Sciascia, scrittore, saggista e giornalista, fortemente attuali.
Una produzione letteraria, quella di Sciascia, il cui insegnamento, incentrato sull’affermazione di valori imprescindibili quali sono: la ragione, la giustizia e la libertà, sta nella forza e nel coraggio di dire no alle menzogne, ai poteri occulti, all’ambiguità, che sono gli strumenti attraverso cui forze nascoste, che operano nella clandestinità, come la mafia, fanno di tutto, pur di annichilire il pensiero ed eludere ogni traccia di verità.
Parlare quindi di Sciascia lo ritengo non solo un atto di doveroso rispetto alla grandiosità della sua opera letteraria, ma opportuno, perché Sciascia ha saputo leggere nella realtà umana, sociale e politica del suo tempo come pochi e lo ha fatto in maniera da rendere questa realtà evidente, manifesta, usando un linguaggio asciutto, schietto, vero, senza fronzoli o ricerche verbali particolari.
Povertà,Crisi della ragione, Mafia, Fame di Giustizia, sono tematiche che Sciascia ha affrontato con attenta analisi critica, con profondo senso morale, con alto impegno civile, per cui si può dire che le sue sono pagine rivelatrici di una realtà universale.
Aprire, infatti, una finestra sulla narrativa di Sciascia è come affacciarsi sulla attualità del mondo.
Il volto della povertà nella sua Regalpetra è il volto della povertà che si riscontra ancora oggi in molte parti del mondo.
La condizione di povertà dei suoi scolari, figli di zolfatari, di salinari e di contadini, e dei loro padri, che guadagnano molto meno di un maestro di scuola o di un impiegato statale, tanto da apparire un’offesa alla dignità della persona lo sciopero di quest’ultimi per l’aumento della retribuzione ,come scrive lo stesso Autore, sono pagine che si adattano alla descrizione di ogni condizione di povertà dei nostri tempi: dei diseredati, degli emarginati e dei bambini poveri delle favelas, delle bidonvilles, delle baraccopoli, dei ghetti metropolitani di molte città e di tutti gli stati del mondo e di esempi se ne potrebbero fare ad iosa,. Sono pagine, quelle descritte da Sciascia nelle sue opere: “Le Parrocchie di Regalpetra” e “Cronachette”, che tracciano la radiografia della miseria umana che è tale in ogni grande o piccola città del mondo. E lui il Maestro, che ai suoi figli è riuscito ad assicurare da mangiare e da studiare, si sente oppresso ed oppressore insieme.
Ed ancora: la condizione di miseria e di fatica, della vita quotidiana e del lavoro, reso senza gratitudine e riconoscimento della propria dignità di persona, dello zolfataro, del salinaro, del contadino, è la stessa degli analoghi lavoratori che ancora oggi non vedono in varie parti del mondo giusta considerazione e remunerazione della loro condizione umana e del loro lavoro. Ciò connota Sciascia di una dimensione umana particolare: essere Amico degli oppressi, oltre che un osservatore critico attento alla questione-sociale.
Ed ancora: la crisi della ragione che ancora oggi genera i mostri della mafia e del terrorismo. “Il buio della ragione produce mostri”, scriveva Goya, due secoli fa, e Sciascia “ce lo ricorda con le sue profezie basate su niente altro che l’analisi spassionata dei fatti”, come scrive nel libro “La memoria di Sciascia”, lo scrittore messicano Federico Campbell, grande amico ed estimatore di Sciascia, che ha conosciuto personalmente e del quale in Messico ha tradotto le opere. Crisi della ragione alla quale Sciascia si oppone fermamente, scrive infatti in “ Le Parrocchie di Regalpetra “: “ Credo nella ragione umana e nella libertà e nella giustizia che dalla ragione scaturiscono.
Ed ancora: la mafia, governo ombra che gestisce il potere con la paura e la violenza e paralizza la vita delle persone, e gli intrighi politici, gli imbrogli, gli intrecci tra politica e malaffare, che nella narrativa di Sciascia, soprattutto nel romanzo “Il Giorno della Civetta”, offrono il quadro desolante di una società malata, di una politica corrotta , di una corruzione variamente rappresentata, diffusa che obbliga le persone a vivere una vita mutilata, privi della libertà di operare e di esprimersi.
Ed ancora la fame di giustizia, che si leva da più parti senza trovare adeguata attenzione, considerazione e giusta risposta e a farne le spese sono sempre i più deboli.
Credo sia questa una risposta accettabile, anche se non esauriente, alla domanda: perché parlare di Leonardo Sciascia.

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Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

Diritti riservati all’autore

GIOVANNI PASCOLI: I TEMI DELLA SUA POESIA di Eduardo Terrana

GIOVANNI PASCOLI: I TEMI DELLA SUA POESIA

Il poeta Giovanni Pascoli. Foto: Wikipedia

di Eduardo Terrana

La poesia di Giovanni Pascoli è segnata dalle vicende familiari, tragiche e dolorose e dalle deludenti esperienze di vita del poeta. Pascoli vive un’infanzia spensierata,in una casa spaziosa della tenuta “La Torre” dei principi Torlonia, di cui il padre è amministratore. All’età di 12 anni, però, perde il padre, assassinato da un ignoto,che non sarà mai individuato. Negli anni successivi si aggiungono altri lutti familiari:
la sorella, la madre e due fratelli.
La morte della madre segna un’ombra di dolore incancellabile nell’animo del poeta, che la considera la tragedia maggiore, perché viene meno il nucleo familiare: il “nido”.
Questa precoce esperienza di dolore e di morte sconvolge l’anima del poeta e segna il crollo di un mondo d’innocenza e di infanzia serena a cui sempre il Pascoli aspirerà con immutata nostalgia. D’ora in poi il suo proposito sarà sempre di riformare il nido familiare originario.
Alle tragedie familiari si sommeranno altre profonde delusioni che arriveranno al poeta dal fallimento dei miti del suo tempo: il mito del progresso tecnico e sociale del genere umano, che aveva generato speranze ed entusiasmi di miglioramento; il mito della scienza liberatrice di ogni male e di ogni dolore.
Tutto ciò concorre a generare nell’animo e nella mente del Pascoli una nuova stagione di tristezza esistenziale del vivere e di angoscia profonda.
Le pagine poetiche si fanno espressione di vera e propria paura per i tempi nuovi che si annunziano: per il disastro che sta per cogliere il genere umano; per le enormi e mostruose metropoli che stanno sorgendo, viste come strumenti e sedi della schiavitù dell’uomo; per la scienza , che è alla base di tutto questo e che non ha dato né la felicità né la liberazione dell’uomo dal male e dalle fatiche.
Pascoli matura allora: il sentimento doloroso della vita, la certezza che la sofferenza è alla radice del nostro vivere e che il male è prodotto degli uomini che complicano con la miseria dei loro contrasti la scena oscura e dolorosa del mondo.
Concretizza, quindi, il suo rifiuto della realtà e della ragione, della storia e della scienza, del progresso tecnico e scientifico, in un ripiegamento intimistico che assume la forma della fuga nell’infanzia, del desiderio del rifugio piccolo, ma sicuro, nella casa = nido, dove sentirsi isolato ma tranquillo rispetto ad una realtà che non capisce e quindi teme, ed in cui si fa anche forte il vagheggiamento della campagna e delle umili cose, scenario sul quale proiettare inquietudini e smarrimenti.
Deriva da ciò un’ immagine del Pascoli di poeta solitario, che manifesta il suo totale rifiuto della condizione adulta e della vita di relazione al di fuori del caldo e protettivo “nido familiare”; che regredisce a forme di emotività e sensibilità infantili, che si pongono in antitesi con la visione matura della realtà; immerso nella campagna vasta e silenziosa, ed inteso a descrivere le rivelazioni delle cose, da cui scaturiscono i vari simboli che ricorrono nella sua poesia, che si indirizza in un’unica direzione: la scoperta dell’infanzia.
Il poeta, in Pascoli, coincide con il “ Fanciullino” che è dentro di noi e che permane dentro di noi anche quando dall’infanzia siamo cronologicamente lontani, l’età veramente poetica è, quindi, quella infantile.
Questo “Fanciullino”, alla luce sogna cose mai viste, parla con le cose della natura: bestie, alberi, sassi, nuvole, stelle, e riesce a cogliere la loro musica; vede “ tutto con meraviglia”, come fosse la prima volta, e scopre la poesia che c’è nelle cose. Il poeta, pertanto, non ha bisogno di creare nulla di nuovo; ha solo bisogno di scoprire il particolare poetico che già c’è in natura, ma questo lo può fare solo se è capace di guardare alle cose con occhi puri, come se le vedesse per la prima volta, proprio con il modo di guardare del “Fanciullino”, e quindi il poeta è colui che sa dare voce a questo “Fanciullino”, che ne usa le qualità per il bene di tutti gli uomini.
Il poeta deve solo ricordare e ripetere le impressioni che provò da bambino, e la poesia gli serve solo per dare ad ogni cosa il suo nome, come fanno i bambini.
L’atteggiamento puro del “Fanciullino” permette, allora, al poeta di penetrare nel mistero della realtà, colto non attraverso la logica ma attraverso l’intuizione ed espresso con linguaggio non razionale.
In tal senso la poetica del “Fanciullino” trova, oltre alla “analogia”, un suo necessario strumento nel “simbolo” utilizzato come metodo di scoperta della poesia della realtà e del mistero insondabile che circonda la vita degli esseri e del cosmo. La funzione del simbolo è proprio quella di far comprendere il significato delle cose nella realtà, attraverso collegamenti apparentemente logici fra oggetti diversi oppure cogliendone
l’affinità associando colori, profumi, suoni o parole scelte non secondo il loro significato concreto ed oggettivo, ma per le suggestioni che sono in grado di evocare.
Ne consegue una costruzione poetica non regolata dall’intelletto e dalla morale, ma da un tumulto di impressioni, di sensazioni, di parole , sapientemente calcolati.
Tutta la poesia del Pascoli tende al simbolo per esprimere quelle verità di carattere generale sul senso dell’esistenza umana che non la scienza ma solo l’intuizione, lo sguardo senza pregiudizi e disinteressato del “Fanciullino”, può raggiungere. Ecco allora che: il “cuculo”, uccello che non si crea il suo nido, ma che occupa il nido degli altri, simboleggia l’immagine dell’assassino del padre; “l’aratro dimenticato” in mezzo
al campo diventa il corrispettivo di una vita solitaria, di uno stato d’animo pervaso di malinconia e di tristezza; “l’albero spoglio e contorto” diventa il simbolo dell’angoscia dell’uomo; “i fiori” diventano il simbolo della solitudine, della incomunicabilità dell’esistenza umana; “l’ala bianca di un gabbiano” diventa il simbolo che rappresenta la famiglia e la sua capacità di proteggere l’uomo dal male e dalle angosce esterne; la “siepe” simboleggia il desiderio del Pascoli ad una vita indipendente dall’esterno; il “campo santo” simboleggia la presenza costante dei morti, sempre presenti nella vita del Pascoli, che, continuamente, ritornano confondendosi con i vivi. Ma è “il nido” il simbolo più rappresentativo della poesia del Pascoli. Il “nido vuoto” diventa il simbolo della casa vuota dalle presenze familiari, il luogo che lo preserva dalla vita violenta e
difficile da affrontare e dove trovare tranquillità e serenità. Rappresenta il luogo degli affetti e il rifugio sicuro contro la cattiveria umana; ma soprattutto rappresenta la purezza, la bontà, il candore e l’innocenza dell’infanzia, ovvero il nido non disfatto, la famiglia prima dell’uccisione del padre, prima dell’intervento brutale degli uomini e della storia che disarticola quel legame naturale.
Il nido però è anche il simbolo del riparo offerto dalla natura contro la violenza della storia, pertanto è legato al polo positivo della campagna e della serena semplicità della vita contadina, contrapposto alla vita traumatica della città, dove gli uomini si riuniscono solo per farsi del male. Questi simboli assumono la particolare connotazione
di esprimere e soddisfare il bisogno di sicurezza e di protezione dall’esterno che alberga nell’animo e nella mente del Pascoli e lo riportano a un mondo chiuso, ricco di affetti tranquilli, capace di offrire un rifugio dal caos e dalla violenza del mondo esterno, da lui desiderato. A questi simboli il poeta circoscrive tutta quanta la sua esistenza.
Della poetica del Pascoli colpiscono tante cose: la genuinità e la purezza della sua poesia che guarda al “Fanciullino” ed invita alla fratellanza ed all’amore universale; la sua riscoperta dell’infanzia, sentita come candore, bontà, confidente rapporto col mondo; i suoi sentimenti verso la famiglia e la sua affettuosa partecipazione ad essa; il suo rispetto della natura e la sua totale adesione ad essa; l’amore per la vita della campagna; la realistica rappresentazione dell’ambiente contadino e le cose umili, che
divengono come un rifugio dall’ansia della morte, presenza continua nella vita del poeta; il suo ideale umanitario di pace; il suo essere scevro da ogni discriminazione verso la persona, così come in natura non fa differenza tra animali e cose: il fiore, l’ape, lo stelo, l’albero, tutti riflettono il mistero e il miracolo dell’esistenza, che il poeta cerca di guardare con gli occhi e lo stupore del “Fanciullino”, quasi che la poesia fosse ogni volta una prima scoperta del mondo.
Questi motivi si trovano un po’ dovunque in tutte le opere del Pascoli. Ma colpisce in particolare quanto si legge in “Odi ed Inni”, dedicata dal poeta ai giovani, ai quali, nella prefazione, si rivolge: “affinché non accettano le divisioni e gli schematismi, ogni gretta separazione del bene e del male, del giusto dall’ingiusto; perché s’avvedano come facilmente si possa vivere ossessi dal demone della cupidigia e della rivalità e non essere allora uomini di pace; perché sappiano che dubitare, indagare, provare, non significa essere privi d’alcuna fede.”
Queste parole esprimono un forte impegno morale da cui traspare evidente integrità e purezza d’intenti e sono da leggere, in chiave moderna, da parte dei giovani, come un invito a vivere la loro vita nel rispetto di principi e valori, in onestà di pensiero e coerenza d’azione, avendo sempre rispetto di sé e degli altri, e, mai disdegnando il dubbio, tendere sempre alla ricerca della verità.

Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

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