“SCATTI QUOTIDIANI” nella PROSA POETICA di DAVIDE MORELLI

(by I.T.K.)

Sono scatti quotidiani ripresi con una penna per diventare immortali: prosa poetica oppure acquerelli contemporanei nati da uno spiccato senso di appartenenza ai luoghi della vita di ogni giorno. Una specie di diario informale in cui Davide Morelli raccoglie gli istanti dell’umano vissuto così familiare a ciascuno di noi.

Sembra il ragazzo della porta accanto e i suoi “schizzi letterari” rispecchiano la sua / nostra realtà senza pretese, le immagini verbali vengono trasmesse con semplicità e naturalezza.

Si sfogliano con piacere le parole di Morelli, ci si ritrova facilmente coi piedi per terra senza sentirsi diversi. Tutto diventa ARTE, merita di essere raccontato, ricordato, assaporato come una focaccia in un giorno qualsiasi.

Ci piace questa scrittura diretta senza trucco, distante da ogni pathos e retorica artificiale. Davide Morelli non spiazza ma accoglie, offre “da bere” come un amico e questa purezza d’espressione diventa irresistibile.

Izabella Teresa Kostka, 2019

TRE TESTI SCELTI

Stanziale:

Non andrò mai ad Alassio. Non tornerò a Follonica. Nessuno mi invierà cartoline da là. Non idealizzo più paesi e città lontane. Mi basta questo entroterra, questa pianura. Non ho bisogno di andare lontano per sentirmi solo, nuovo o assurdo. Mi basta la mia cittadina. Mi dicono ancora qualcosa le sue strade, i suoi cortili, i suoi sottopassaggi, i suoi ponti. Mi dice ancora qualcosa la mia cittadina, anche se so a memoria i suoi posti e i suoi luoghi di ritrovo. Tutti i posti in cui sono stato non rappresentano più desideri e neanche causano nostalgia. Questa cittadina ha già visto abbattere tutti i miei sogni. Non prendo più treni. Mi limito ad osservare la gente che vi scende e vi sale. Un tempo il predellino era sinonimo di libertà. I viaggi non mi appassionano più. Sono molto più abitudinario e stanziale. Un tempo per me Pontedera era solo un dormitorio. La mia cittadina non è più paese e non è ancora città. Qui si conosce tante persone di vista e per sentito dire. È difficile fare amicizia. Ci si tiene stretti gli amici di infanzia, gli amici di una vita. Qui le persone si incontrano spesso sul corso. Io di tanto in tanto passo davanti all’ospedale o davanti al cimitero e ringrazio Dio di essere lì senza un motivo particolare, solo per sgranchirmi le gambe. Ogni tanto chiedo se ci sono novità. Raramente succede qualcosa. Qui la vita scorre a rilento rispetto alle grandi città. Pontedera è baricentrica. È vicina a Firenze, Livorno, Pisa, Lucca, il mare. Ora c’è anche la circonvallazione e tante rotonde hanno sostituito i vecchi semafori. Ad una certa ora però il centro è quasi deserto. C’è una sorta di coprifuoco. Starò qui forse fino a che la morte non verrà a prendermi. Ho sempre pensato che Dio o chi per lui accende e spegne le vite con la stessa facilità con cui noi accendiamo o spegniamo la luce nelle nostre stanze. Per il resto si invecchia o si muore. Terzo escluso. Forse qui la vita continuerà ad essere sempre uguale.

Lettera durante un microrisveglio:

– Mi sono svegliato da poco. Ho già dormito diverse ore. Mi sono svegliato di soprassalto. Ho fatto un incubo ma non mi ricordo niente al risveglio. Alle otto ero già a letto, anche se sai che ho dei microrisvegli. Ho mangiato una sfoglia comprata alla Coop. Ho bevuto un poco di acqua. Mi sono fatto la barba. È una sensazione molto piacevole farsi la barba dopo che il barbiere ti ha fatto le basette. Ho usato la matita emostatica. Niente di che. Per farmi i capelli ho speso quindici euro. Sono andato da un barbiere nuovo, abbastanza vicino a casa. Gli ho detto di farmi i capelli molto corti ma non come un naziskin. Ha riso. I miei capelli prima erano una massa informe. A volte penso di essere troppo trasandato. Il vecchio barbiere forse è morto. Aveva ottantacinque anni circa ad occhio e croce. Ora c’è questo che ha aperto bottega da poco tempo a poche decine di metri da dove aveva il negozio il vecchio. Il barbiere è un tipo sulla quarantina. Per fortuna non si è messo a chiacchierare. Era tutto concentrato sul suo lavoro o forse più semplicemente si sapeva fare gli affari suoi. Non ha ancora mobili e neanche aria condizionata. Teneva la porta aperta; mi è sembrato un tipo tranquillo e simpatico. Sai che prima di me c’era un novantenne a farsi i capelli? Ma anche dopo di me c’era un altro novantenne. L’età media si è allungata. Si conoscevano tra di loro. Erano tutti e due ancora autonomi e in buona salute. Si sono messi a parlare. Entrambi c’erano ancora con la testa e ad entrambi era stata rinnovata la patente. In sottofondo alla radio passavano Azzurro cantata da Adriano Celentano e scritta da Paolo Conte. Alle nove di mattina di un giorno feriale dal barbiere vanno soprattutto pensionati e disoccupati. Azzurro era una canzone del 1968: l’anno della contestazione giovanile, l’anno del parricidio. Quella canzone invece rammentava perfino di un prete all’oratorio. I sessantottini forse l’avranno definita piccolo-borghese. Chissà se aveva significato qualcosa quella canzone per i due vecchietti? Chissà che aveva significato per loro? Chissà come erano e cosa facevano loro nel 1968? Ogni tanto mi vengono questi pensieri metafisici quando ascolto una bella canzone o guardo un quadro. Era venuto il mio turno. Guardavo allo specchio come mi tagliava i capelli. Procedeva speditamente. Usava la macchinetta. Ho pagato il conto. Mi sono catapultato fuori. Era una nuova giornata afosa. Aria bassa. Il sole spioveva giù dai tetti. Guardavo vetri, finestre, tapparelle dei palazzi. Poco distante c’era l’ospedale. Poi più in là la ferrovia. Ieri sera mi ha telefonato il mio unico amico qui a Pontedera. Andremo a prendere un gelato insieme prossimamente. Gli ho detto che non trovavo nessun lavoro: cercano persone in età di apprendistato o persone con esperienza pluriennale. Qui è crisi. Così pensavo, mentre guardavo dal finestrino i campi di grano di cui piccioni si cibano in abbondanza. Non sopporto l’estate perché è caldo e ci sono i forasacchi pericolosi per il mio lagotto. Già una volta è stato operato. Non farò vacanze. Neanche un giorno. Non andrò da nessuna parte. Per ora è tutto. Vado a farmi un caffè.

Con mio padre:

È sabato. Dobbiamo fare rifornimento di GPL. Fermiamoci al distributore. Speriamo che sia aperto. Prendiamo quella strada che porta alle colline. Quella strada tortuosa da cui si vedono i calanchi, una serie di agriturismi e le macchine parcheggiate di chi caccia i cinghiali. Tu vai sempre avanti, anche se ci sono molti bivi. Non ti distrarre a guardare gli aerei. Per questo motivo ci sono stati diversi incidenti. Non prendere per la discarica. Questa strada fatta di saliscendi continui. Questa strada trafficata da turisti stranieri. Ogni tanto si vede passare dei pullman di altre nazionalità. Queste colline in fiore che viste da lontano si stagliano contro il cielo terso. Queste colline inondate da raggi di sole obliqui a questa ora del giorno. Alla fine troveremo un borgo con un hotel di lusso e una casa colonica in fase di ristrutturazione. Non è assolutamente detto che un volto simmetrico sia più bello degli altri. Scusatemi se salto di palo in frasca. Sono solo libere associazioni nelle ore di libera uscita. Io stesso mi sono condannato alla prigionia. Deve essere divertente annodare dei fili di aquilone. Deve essere divertente calpestare castelli di sabbia prima che ci pensino le onde del mare. Giorno dopo giorno mi sono costruito la mia cella. Stai attento quando arrivi a Montaione perché ci sono degli anziani che passeggiano al bordo della strada. Un tempo stringevo i pugni nelle tasche dalla rabbia, mentre camminavo nella nebbia. Ora è scomparsa la rabbia ed è sopraggiunta la rassegnazione. Guarda le case, le strade. Pensa a quanta gente c’è al mondo ma pensa anche a quanta solitudine c’è al mondo. Ognuno ha avuto i suoi cortili, le sue balere, i suoi istanti che voleva fermare. Tra me e te ventisei anni di differenza. Tu sei della prima generazione che non ha visto la guerra. Io figlio del benessere, poi impoverito. Forse tra pochi anni sarò povero. Tra pochi anni non ci saremo più e saranno poche le persone che ci ricorderanno. Forse dei parenti molto lontani. La mano di Dio ci schiaccerà come degli insetti. Ma ora babbo, è sabato. Andiamo in quelle colline che sanno di sangue e di morte. Poi ritorneremo a casa come se niente fosse.

NOTA BIOGRAFICA

Davide Morelli è nato a Pontedera nel 1972. Si è laureato in psicologia con una tesi sul mobbing. Alcuni suoi testi sono apparsi su “Nazione indiana”, “La mosca”, “Iris news”, “Poetarum silva”, “Il filo rosso”, “Poesia ultracontemporanea”, “Scuola di poesia”(rubrica del quotidiano “La stampa”), “Il segnale”, “Cartesensibili”, “Poesia da fare”, “La clessidra”, “L’ombra delle parole Rivista letteraria internazionale”, “Il sasso nello stagno”, “Yawp” (giornale di letterature e filosofie), “L’altrove-appunti di poesia”, “Larosainpiu”(blog letterario di Salvatore Sblando), “L’ottavo”, “Limina mundi”, “Scrittinediti”, “Osservatorio letterario”, “Poliscritture.it”, “Pi-greco trimestrale di conversazioni poetiche”, “L’archetipo”, “Erbafoglio”, “Il paradiso degli orchi”, “Segreti di Pulcinella”, “Ammirazioni” (di Roberto Corsi), “Oggifuturo”, “Inverso”, “Poiein”, “Sesto senso poesia”(a cura di Felice Serino). Un suo saggio breve intitolato “Scrivere” è stato pubblicato su Vicoacitillo. Il suo “Manifesto dell’impoesia” è stato pubblicato su “Yale Italian Poetry” per un’inchiesta internazionale sulla prosa poetica. 48 sue quartine sono state pubblicate su “Italian poetry review” x(rivista di poesia italiana della Columbia University). Ha pubblicato due ebook su LaRecherche.it: “Dalla finestra” e “Varie ed eventuali”. Ha pubblicato l’ebook “Cuore improduttivo” su Le stanze di carta. Collabora con il blog letterario Le stanze di carta(lestanzedicarta.blogspot.com). È un ex commerciante. Attualmente è disoccupato.

L’articolo pubblicato anche sul blog giornalistico “Alessandria Today”:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2019/09/09/scatti-quotidiani-nella-prosa-poetica-di-davide-morelli/?preview=true

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IL RUMORE UCCIDE di Eduardo Terrana

Foto: Pixabay

IL RUMORE UCCIDE di Eduardo Terrana

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera la contaminazione acustica un problema ecologico e di salute pubblica, alla stregua dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo.
Viene rilevato che il rumore produce un’azione tossica sulla persona e sulla collettività, e pertanto :
“ Se in breve volgere di tempo l’uomo non riuscirà ad isolarsi, a riposare, per disinquinare il proprio udito dai rumori, la funzione uditiva dei nostri figli e dei nostri nipoti sarà abnormemente ridotta anche in età relativamente giovane, tanto che determinati suoni o musiche potranno a loro non giungere più”.
Tali previsioni oltremodo realistiche trovano fondamento nei fatti che si verificano tutti i giorni nelle nostre città, che sempre più prese dalla “civiltà dei rumori”, sono ormai degli autentici inferni sonori.
Si è ormai prossimi al livello di guardia.
Il valore di 120 decibel costituisce il limite oltre il quale può essere leso in modo irrimediabile l’orecchio, e comunque costituisce la soglia del dolore.
Se si considera che l’udibilità inizia a zero decibel, che a 19 decibel corrisponde il frusciare delle foglie nel bosco, che a 60 decibel il tono elevato o alterato della voce umana già disturba alquanto, che a 80 decibel il rumore dei tram agli incroci, già si fa pesante e può essere deleterio per l’udito se protratto per lungo tempo, e che i 90 decibel prodotti all’interno di una officina meccanica è già insopportabile, si può comprendere quanto sia dannoso una intensità di suono amplificato a 120 decibel prodotto in una sala di discoteca , che può danneggiare, in modo transitorio o permanente, la funzione uditiva del 30-50%.
Come non soffermarsi a riflettere allora sui risultati acquisiti da vari istituti di fisiologia di diversi stati che hanno accertato che un rumore di 110 decibel prodotto per un secondo toglie a un individuo la capacità di decisione per mezzo minuto , e che rumori dell’intensità di 115 decibel, agenti per qualche minuto sul cervello umano, producono un elettroencefalogramma simile a quello di un epilettico?
Come restare insensibili e inattivi di fronte alle rivelazioni della scienza che, nel mentre ci ammonisce che il rumore non intacca solamente l’udito ma disturba anche fortemente l’intero organismo ed in modo determinante il sistema nervoso, ci pone davanti gli effetti di avvelenamento prodotti dal rumore: l’astenia, la debolezza, l’insonnia, la depressione, l’inquietudine?
Il rumore inoltre contribuisce alla ipertensione, predispone alle malattie cardio-circolatorie e gastrointestinali, nonché all’insorgere dell’ulcera.
Il rumore è causa altresì di perdita di memoria e riduce la prontezza dei riflessi.
Il rumore prodotto da: ululati di sirene, stridore di freni, sferragliare di tram e treni, rimbombare di aerei, auto e moto, colpi di clacson sempre più nevrotici e rabbiosi, lo sbatacchiare ineducato di portiere, di bidoni della spazzatura degli appositi camion, e ancora martelli pneumatici, perforatrici, radio e televisori a tutto volume, e lo stesso vociare delle persone al telefonino, oggi si abbatte come uno tsunami sull’uomo e sulla collettività .
L’inquinamento acustico nelle nostre città è stimato ormai sulla media di 95 decibel, con minimi da 79-80 e massimi da 110 – 120 decibel.
Ormai drogati dal rumore, l’uomo e la collettività sembrano essersi assuefatti al fracasso infernale ed assordante degli ambienti urbani, al punto che sembrano manifestare paradossalmente fastidio per il silenzio, tanto da piombare, se isolati dal rumore, in una angoscia mortale.
Questo essere drogati da rumore investe allora precise sfere di competenze quella legislativa- istituzionale in primis e quella delle amministrazioni locali, poi, chiamati ad un ruolo legislativo e regolamentare di prevenzione che tarda a decollare, capace di avviare una adeguata campagna formativa ed informativa che dovrebbe poggiare, chiamandoli direttamente in causa, anche sulle due maggiori agenzie educative: la famiglia e la scuola .
Il rumore può uccidere! Serve un antidoto, che riduca la lunga lista di attesa di drogati da rumore e li riporti ad una dimensione di vita e di rapporto a misura d’uomo, in cui possa essere ritrovata il gusto pacato e sereno del conversare, oggi invece sempre più gridato, in famiglia come in tv, e perché possa essere ancora colta la poesia della natura, come il frusciare delle foglie nel bosco, che diletta l’orecchio e distende l’organismo.

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Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Diritti riservati all’autore

L’ANIMO SOSPESO ALLE VARIE DIMENSIONI DELLA VITA: la “VITA TRASVERSALE” di FELICE SERINO (a cura di Sabrina Santamaria)

L’animo sospeso alle varie dimensioni della vita: la “Vita trasversale” di Felice Serino a cura di Sabrina Santamaria

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Guardare oltre per scrutare profondamente il riflesso dell’altro, spingersi al di là di ogni immaginazione possibile; questa profonda sensazione mi ha suscitata la lettura della raccolta poetica di Felice Serino “Vita trasversale e altri versi”, un’eclissi dell’anima che conduce passo dopo passo ad un mosaico ultra mondano che il nostro poeta compone. L’ispirazione alla musa non costituisce solamente un retorico artificio letterario, ma un vero e proprio flatus vocis che accompagna il poeta per tutte le sezioni della raccolta. Il poeta, in questo capolavoro, riflette come uno specchio i sentimenti umani, gli intrinseci bisogni della natura umana, come essere che appartiene all’universo e si sposa con esso, infatti l’uomo è l’ornamento perfetto del cosmo, completamento infinitesimale che unisce il creato a Dio, solo nell’uomo si manifesta quel punto di incontro cruciale con l’Essere Supremo. Serino conia dei neologismi, dei termini che appartengono alle volte al linguaggio della chimica e della fisica, ma che diventano patrimonio inscindibile del suo corredo linguistico. La sua sensibilità osserva la realtà in modo trasversale attraversando i componenti vitali della vitali, come gli antichi greci che studiavano l’archè del mondo e la trovarono negli elementi naturali: acqua, fuoco, terra. Come se il nostro poeta vorrebbe partire all’origine primordiale del mondo per concludere con un’unione armonica e pacifica dell’uomo con il creato e Dio, in “Sogno di Cupido” ci descrive la sua visione: “Vedevo nel tempo di Veneralia in un cielo quasi dipinto splendere carnale fiamma”. Soffermandoci fra i versi di Serino notiamo un forte attaccamento alla vita, ma non solamente alla vita usuale, solita che viviamo, ma ad un atomo di vita che conosciamo quando ci interroghiamo sul significato ultimo del quotidiano, come in “Ondivaghe maceri parole”: “Quando ti rigiri tra le lenzuola ondivaghe maceri parole dove latita il cuore somigli al gabbiano ferito che solo in sogno ritrova il suo mare, la vita altra”. Fuori dal tedio che assilla l’uomo, quel tedio leopardiano che portava il pastore errante dell’Asia a chiedersi il significato del nascere e del morire, quel solipsismo che inquietava il nostro pastore( nel caso leopardiano), in Serino troviamo, invece, la volontà sincera, quasi un’abnegazione, a voler trovare delle assonanze fra l’uomo e l’aria che respira, è presente l’intenzione di creare una sorta di panteismo con il mondo. L’idea del nostro poeta è quella di mettere a soqquadro i modi di osservazione, ecco, perché “Vita trasversale” si tratta di un’appercezione che cerca di unire i vari modi di darsi dell’uomo al mondo, un’unione delle categorie aristoteliche che diventano un’unica sostanza, oltre l’esistenziale heideggeriano. Fenomenologicamente il nostro poeta opera un lavoro coraggioso e accademicamente impegnativo; quello di unire scienza e letteratura. Cerca di agire mettendo in atto un folle volo e compie un salto nel buio, “Vita trasversale” mi ha, anche, suggerito l’idea di un desiderio inconscio verso ciò che è ignoto, come a voler toccare con la punta delle dita l’infinitesimale, l’inquantificabile. Ciò che non può essere quantificato mentalmente può essere soltanto sfiorato solleticando la punta del naso all’infinito, in “Sognarmi” esprime esattamente questa sua esigenza poetica: “Sull’otto orizzontale librarmi etereo piume d’angelo a coperta di cielo”. Un altro aspetto, sicuramente da non trascurare fra le tematiche di Serino è l’onirico, l’incontro appassionato e agognato dell’essere umano col sogno, cosa ci regalano i sogni? Sono sostanza, qualcosa di palpabile? Oppure il loro carattere apparentemente inconsistente li rendono inafferrabili? Il sogno è un altro modo dell’uomo di darsi nell’esistenza, un’unione dell’ in sé e il per sé che diventa fenomeno infatti in “Dove palpita in sogno” racconta al lettore questa esperienza del sé nel dispiegarsi delle sue forme: “Da una dimensione parallela il Sé in me rispecchia la sua primaria origine punto dell’eterno dove palpita il mio sogno di carne e cielo” oppure in “Espansione”: “Il sogno è proiezione? o sei tu veste onirica uscito dal corpo?”. La poesia di Serino esprime un modo arroccato, abbarbicato fra la vita usuale e la vita ignota, le sue poesie esprimono l’animo di chi sta appeso ad un filo sospeso facendo l’equilibrista fra i vari strati consci della vita umana, che sia terrena o celeste questo ancora non lo sappiamo, ma l’esigenza poetica del nostro in questa silloge è quella di cogliere a braccia aperte le dimensioni eterne dell’infinito.

“L’essere si spande si sogna moltiplicato in fiore atomo stella appendice? O espansione è il sogno”

cit. tratta da “Espansione” di Felice Serino

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Sabrina Santamaria

Tutti i diritti intellettuali riservati

LUCI ED OMBRE DEL NOSTRO IO di Eduardo Terrana

Foto: Pixabay

LUCI ED OMBRE DEL NOSTRO IO
(di Eduardo Terrana)

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È dalle ombre che nasce la luce. Luce ed ombra sono le facce del nostro IO, perché ognuno di noi ha in sé la luce che ci fa essere la persona pubblica della vita di tutti i giorni, mentre l’altra, l’ombra, è la persona nascosta nel subconscio che nega la prima , alias la luce, e può espandersi sino allo stesso livello e oltre fino ad agire in modo indipendente. Questo lato oscuro, che è in ognuno di noi, celato a noi stessi, ci invia messaggi negativi e ci fa sminuire la portata dei nostri sentimenti. Siamo allora portati a credere ai messaggi negativi che il nostro lato oscuro ci invia oppure a lasciarci portare al traino da essi.
Ci convinciamo allora che in noi c’è qualcosa di sbagliato, che non siamo a posto, che valiamo poco o, addirittura, che non sappiamo amare. Nascono pertanto angosce, dubbi, ossessioni, tormenti. Espressioni angosciate tipo: “ sto attraversando un momento delicato – non nego che il tutto mi causa molta sofferenza e delusione” rivelano in ognuno gli impulsi negativi del lato oscuro. Perché succede questo? Perché inconsciamente ognuno di noi è portato a negare, a rifiutare e a reprimere i messaggi negativi del proprio lato oscuro, perché impediscono di vedere la luce dei propri sentimenti e di essere felice o di vivere serenamente una bella storia d’amore. Ma questo si traduce in una negazione della nostra seconda metà del nostro Io e ciò è impossibile, perché luce ed ombra sono in noi le due facce del nostro Essere Persona. Se infatti, da un lato: “L’Ombra è ciò che una persona non desidera essere”, (Jung), dall’altra : “Ci si deve addentrare nell’oscurità per poter emanare la propria luce”(Jung). Il che vuol dire che invece di cercare di reprimere la nostra ombra, dobbiamo svelare, fare nostre, abbracciare proprio le cose che abbiamo più paura di affrontare, e riconoscerle come qualità che ci appartengono.
“L’ombra custodisce l’essenza del nostro Essere, i nostri doni più preziosi”, sostiene il maestro spirituale Lazaris, secondo il quale finché continuiamo a nasconderci, a mascherarci e a proiettare ciò che abbiamo dentro di noi, non abbiamo la libertà di essere né di scegliere. I sentimenti che abbiamo represso non vogliono altro che essere integrati nel nostro Io, e sono dannosi solo quando sono repressi, perché in questo caso possono presentarsi all’improvviso nei momenti meno opportuni e danneggiarci nelle aree della vita per noi più importanti.
Afferma Og Mandino, «Amerò la luce perché mi mostra la strada, tuttavia sopporterò l’oscurità perché mi mostra le stelle.» E le stelle,si sa, risplendono di luce propria. Siamo tutti sempre portati a rilevare e a soffermarci sui difetti, trascurando che i cosiddetti difetti, ovvero tutte le cose che non ci piacciono di noi come di una persona, sono invece risorse straordinarie che possediamo. Ma non le vediamo in tale ottica, piuttosto le amplifichiamo in senso negativo.
Allora con animo sereno e facendo leva sul dialogo, sulla forza della sopportazione e dell’accettazione, basterà ricercare la migliore intesa ricercando i tanti punti deboli per trasformarli in punti forti e i lati negativi in lati positivi. Come fare? Tenendo sempre bassi i toni e alzando il volume dell’introspezione perché si possa fare appello a quei tratti della personalità in proporzioni adeguate al momento, con la volontà e la predisposizione dell’animo e della mente a valutare le dosi delle meravigliose qualità presenti nell’uno e nell’altra. Convivere ,alias stare insieme e amarsi , vuol dire solo questo: sapersi accettare per quello che si è senza forzare cambiamenti ma costruire insieme, mattone dopo mattone, il proprio edificio d’amore.
L’importante è non difettare nella qualità dei prodotti, alias sentimenti, che utilizziamo per le fondamenta.

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Eduardo Terrana
Conferenziere internazionale su diritti umani e pace

Diritti riservati all’autore

TRE LIRICHE di MARIA ROSA ONETO

Foto: Pixabay

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AMARSI

Amarsi, è forse,
una passione senza vento.
Un abbaglio di cuore
che ferisce e sconvolge.
Movenze di carne,
di mani aggrappate
al silenzio.
Di frasi sfumate
al sapore di un bacio.
Amarsi, è forse,
una malattia senza tempo.
Un’oasi colma d’acqua corrente.
Un pertugio dove interrare
il veleno del tempo.
Amarsi, è forse,
un garbuglio d’incoscienza,
dove antiche vestali,
siedono ridendo,
come nature morte!

DESIO UMANO

E fummo vento,
gocce di pioggia
su davanzali istoriati.
Altalene strette
fra ginocchia di vetro.
Fronde d’alberi maestosi,
cortecce disegnate
a sangue,
radici nella pietra viva.
E fummo canto,
tormento di una stagione
arrivata in ritardo.
Brina a scolpire
la gioia del silenzio,
nel brivido tenace
del desio umano!

CUORE DI PANE

Ho scritto poesie
sulla carne
martoriata dal dolore.
Seminato fiordalisi
sulla terra di nessuno.
Scoperchiato il tetto
per raccogliere
il cielo e fiocchi
di pudore nella notte
oscura.
Come gatta randagia
ho partorito in strada
gli amori mai vissuti,
i sogni trattenuti
nella bacheca dei pensieri,
le miti illusioni al volo
di una falena.
Quanta luce ho raccolto
per farne dono
a chi non vedeva!
Umile
con il cuore di pane,
a spargere preghiere e
spruzzi d’incenso
su piaghe mai guarite!

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Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

DONNA PACE, DIRITTI UMANI ED EQUITÀ DI GENERE (di Eduardo Terrana)

Foto: Pixabay

DONNA PACE, DIRITTI UMANI ED EQUITÀ DI GENERE di Eduardo Terrana

La Pace, intesa come verità, giustizia e libertà, costituisce l’espressione più alta dell’aspirazione e dell’impegno di ogni essere umano e dei popoli del mondo. Per la donna rappresenta ancora la speranza più grande di crescita, di progresso, di sviluppo, perché ancora non si è giunti al traguardo dell’affermazione su scala mondiale di tali diritti.
La realtà della donna, come persona, presenta nel mondo contemporaneo ancora aspetti e situazioni di grande criticità e contraddizione, tanto che si può affermare che il processo di maturazione e di realizzazione della donna, libera di godere e di esercitare uguali diritti civili, politici e sociali, appare un obiettivo ancora non realizzato, perché molti diritti ed aspettative delle donne vengono ancora disattesi.
La realtà delle cifre, secondo i dati aggiornati dall’ONU, rileva su scala mondiale che la povertà femminile è sempre più in aumento e la condizione femminile è contrassegnata da violenze, abusi, soprusi, stupri, rapimenti, umiliazioni, negazioni, discriminazioni, che vengono ancora inflitte alla donna e le vietano il valore della dignità e il possesso e l’esercizio dei diritti.
I dati evidenziano, dal 2005 al 2016, che: il 19% delle donne tra i 15 e i 49 anni di età ha sperimentato violenza fisica e/o sessuale da parte di un partner intimo; i matrimoni precoci non diminuiscono, con una età media che si attesta sui 15 anni; la pratica delle mutilazioni dei genitali femminili rimane molto diffusa e interessa una ragazza su tre tra i 15 e i 19 anni di età. Le donne risultano sempre più impegnate nel lavoro agricolo, domestico e di assistenza con retribuzioni più basse rispetto agli uomini, con scarse opportunità di accesso alla carriera e alla vita pubblica, politica e manageriale. La gestione del potere registra prevalentemente la presenza dell’uomo e non della donna.
Le cifre dicono ancora: che in tanti Paesi del mondo, le bambine e le ragazze ancora incontrano ostacoli e subiscono forti discriminazioni nell’accesso alla scuola primaria e secondaria, in particolare nell’Africa sub sahariana, in Australia e in Asia occidentale; che in Nord Africa, una donna su cinque occupa un posto di lavoro retribuito in settori non agricoli; che solo in 46 paesi le donne sono presenti nei parlamenti nazionali.
I dati dicono, pertanto: quanto la condizione della donna ancora contrasti con le affermazioni dello Statuto dell’ONU che dichiara sia la uguaglianza dei diritti tra uomini e donne, sia la dignità e il valore della persona umana; quanto la disuguaglianza di genere persista e impedisca alle donne di accedere in modo paritario a diritti di base ed opportunità ; quanto ancora freni il contributo delle donne allo sviluppo sociale ed economico dei singoli territori; quanto rilevi, altresì, la quasi totale assenza di una volontà comune e di una legislazione sovranazionale che sostenga con forza l’uguaglianza tra gli esseri umani ed individui il genere femminile come elemento non discriminatorio. I dati ci dicono però anche quanto è ancora lunga la strada che le donne devono percorrere per affermare “ l’equità di genere”, dopo 44 anni dalla Prima Conferenza mondiale dell’ONU sulle donne, tenutasi, nel 1975 a Città del Messico, a cui seguirono poi quelle di Copenaghen (1980), Nairobi (1985), Pechino (1995), New York (2000) e Milano (2015). La condizione della Donna evidenzia, pertanto, una situazione per niente positiva e confortante se vista in prospettiva, verso l’appuntamento prossimo del 2030 quando si terrà la prossima Conferenza Mondiale sulle donne. Tale realtà mette in risalto: da un lato, che resta ancora non attuato il pieno rispetto e la piena realizzazione della donna nella sua persona, nella sua dignità, nella sua specificità e nella sua diversità di essere donna, e dall’altro, che resta soprattutto ancora da realizzare il riconoscimento della donna come soggetto Giuridico Internazionale. A fronte di tale situazione va rilevato che la parità di genere, però, non è solo un diritto umano fondamentale, ma la condizione necessaria per un mondo prospero, sostenibile e in pace. Garantire alle donne e alle ragazze parità di accesso all’istruzione, alle cure mediche, a un lavoro dignitoso, così come la rappresentanza nei processi decisionali, politici ed economici, costituisce la base imprescindibile per promuovere economie sostenibili, di cui potranno beneficiare le società e l’umanità intera.
La necessità che vengano individuati dei modi per attribuire potere, responsabilità, rappresentatività alle donne, tale che esse possano introdurre le proprie priorità e i propri valori nei processi decisionali a tutti i livelli, in condizione di pari dignità con gli uomini, era già stata evidenziata nel 1995 dalla Conferenza delle donne di Pechino, che aveva riconosciuto il diritto delle donne ad essere coinvolte nel processo decisionale su vari aspetti dello sviluppo quali: l’ambiente, i diritti umani, la popolazione e lo sviluppo sociale, riconoscendo al contempo sul fronte della uguaglianza dei sessi, la necessità di spostare l’accento dalla donna al concetto di genere: riconoscendo che l’intera struttura della società e tutte le relazioni fra uomini e donne all’interno di essa, devono essere rivalutate ; e affermando che solo una simile fondamentale ristrutturazione della società e delle sue istituzioni potrebbe consentire alle donne la piena attribuzione del potere e delle responsabilità necessarie ad assumere il loro giusto posto come partner paritarie degli uomini in tutti gli aspetti dell’esistenza.
Questo cambiamento costituisce una forte riaffermazione del fatto che i diritti delle donne sono da considerare diritti umani nel loro significato più pieno e che l’uguaglianza dei sessi rappresenta un tema di interesse universale, di cui beneficiano tutti.
Pechino afferma, pertanto, che non può esserci progresso di diritti umani senza progresso dei diritti delle donne, perché questa è una condizione imprescindibile per la giustizia sociale e costituisce il solo modo per costruire una società sostenibile, giusta e sviluppata.
L’obiettivo, pertanto, per la donna di essere riconosciuta in modo pieno come soggetto politico, nazionale ed internazionale, e quindi acquisire potere, insieme all’obiettivo di raggiungere l’uguaglianza tra donne ed uomini, sono condizioni necessarie per raggiungere la sicurezza politica, sociale, economica, culturale , ed ambientale.
In tale ottica la Piattaforma per l’Azione scaturita dalla Conferenza di Pechino individua dodici aree di crisi che vengono viste come i principali ostacoli al progresso femminile e che richiedono quindi l’adozione di iniziative concrete da parte dei governi e della società civile, nonché l’impegno delle donne perché vengano rimossi .
Queste aree di crisi sono : la povertà, l’istruzione e la formazione, la salute, la violenza , i conflitti armati e altri tipi di conflitti , la partecipazione economica, la partecipazione al potere e ai processi decisionali, i meccanismi istituzionali, nazionali ed internazionali; i diritti umani; i mezzi di comunicazione; l’ambiente e lo sviluppo; le bambine.
La Conferenza di Pechino segna pertanto più di un punto a favore della causa della donna perché assicura , da un lato, “ il rispetto dei diversi valori religiosi, etici, culturali , degli individui e dei loro paesi “; e afferma, dall’altro, in maniera esauriente, la globalità delle questioni delle donne all’interno di un approccio generale ai diritti, riconoscendo , in particolare, che i diritti umani delle donne sono “ una parte inalienabile, integrante ed indivisibile dei diritti umani “, e confermando, al contempo, l’impegno di affrontare direttamente la questione centrale della violenza contro le donne.
La Conferenza di Pechino quindi : ha raccolto le novità più significative delle istanze delle donne incentrate per lo più sulla valorizzazione della differenza di genere come stimolo per una critica alle forme attuali dello sviluppo e della convivenza sociale, ed ha, conseguentemente, elaborato un programma coerente che ruota attorno a tre parole chiavi: Genere e differenza – Empowerment – Mainstraming. Genere e differenza, nel senso che per costruire una parità di opportunità ed uno sviluppo equo e sostenibile, è necessario mettere al centro delle politiche la reale condizione di vita delle donne e degli uomini, che è diseguale e diversa.
In tale accezione bisogna allora valutare l’impatto delle politiche sulle reali condizioni di vita di donne ed uomini, sapendo che esse sono tra loro disuguali e diversi.
Empowerment, nel senso di attribuire potere e responsabilità alle donne attraverso il perseguimento delle condizioni per una loro presenza diffusa nelle sedi in cui si assumono decisioni rilevanti per la vita della collettività.
Mainstraming, nel senso di una prospettiva fortemente innovativa per quanto attiene la politica istituzionale e di governo. Essa tende ad inserire una prospettiva di genere : e cioè il punto di vista delle donne, in ogni scelta politica, in ogni programmazione, in ogni azione di governo. Tutto ciò nell’ottica: che il rafforzamento del potere di azione delle donne e la loro piena partecipazione su basi paritarie a tutti i settori della vita sociale, inclusa la partecipazione ai processi decisionali, sono fondamentali per il raggiungimento dell’uguaglianza, dello sviluppo e della pace; che i diritti delle donne sono diritti fondamentali della persona; che la parità di diritti, di opportunità e di accesso alle risorse, l’uguale condivisione di responsabilità nella famiglia tra uomini e donne ed una armoniosa collaborazione tra essi, sono essenziali per il benessere loro e delle loro famiglie;
che l’eliminazione delle povertà, per mezzo di una crescita economica sostenuta, dello sviluppo sociale, della protezione dell’ambiente e della giustizia sociale, richiede la partecipazione delle donne allo sviluppo economico e sociale, la parità delle opportunità e la piena ed uguale partecipazione delle donne e degli uomini in qualità di protagonisti e beneficiari di uno sviluppo sostenibile avente al centro l’Essere Umano; che la pace a livello locale, regionale, nazionale e mondiale può essere raggiunta ed è strettamente legata al progresso delle donne, perché esse sono un motore fondamentale di iniziative per la soluzione di conflitti e per la promozione di una pace durevole.
Tutto ciò costituisce un ulteriore largo fronte di rivendicazione e di impegno per le donne del terzo millennio!
L’UNICEF, peraltro, ha sempre affermato : che le donne hanno un ruolo centrale nella comunità; che per aiutare i bambini e le bambine è necessario sostenere le loro madri; che investire nelle bambine vuol dire contribuire a cambiare il futuro delle nuove generazioni . Affermazioni queste che ribadiscono: che i diritti delle donne sono diritti umani e che la prospettiva di genere, ( inteso come sesso femminile , quindi differente , biologicamente, dal genere maschile), va applicata a tutte le politiche di sviluppo. L’uguaglianza di genere, facendo un ulteriore passo avanti, deve diventare , pertanto, il fine dello sviluppo , in quanto la donna, non più solo beneficiaria dell’aiuto, diventi parte integrante dei progetti di sviluppo, nei quali può finalmente portare il suo particolare contributo. La speranza futura per togliere dalla dipendenza maschile, dalla discriminazione, dalla violenza, dal fango in cui l’uomo da sempre ha collocato la donna, è riposta nella prossima “ Conferenza mondiale sulle donne ” , che mira a promuovere “Le donne in un mondo del lavoro in evoluzione “ attraverso il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e nello specifico : l’obiettivo che si incentra sull’accesso globale alla formazione di qualità e all’apprendimento continuo, ( obiettivo n.4); e l’obiettivo che si focalizza sull’uguaglianza di genere e sull’empowerment, ( maggior potere ), delle donne e delle ragazze, ( obiettivo n.5). In tal modo si spera che il progresso verso l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne, ancora molto lento, possa avere una concreta accelerazione verso i traguardi da raggiungere.
Traguardi che si riassumono brevemente nella realizzazione dei seguenti punti: Eliminare ovunque ogni forma di discriminazione, di violenza, compreso il traffico di donne e lo sfruttamento sessuale nei confronti di donne e ragazze; Eliminare ogni pratica abusiva come il matrimonio combinato, il fenomeno delle spose bambine e le mutilazioni genitali femminili; Riconoscere e valorizzare la cura e il lavoro domestico non retribuito, fornendo un servizio pubblico, infrastrutture e politiche di protezione sociale e la promozione di responsabilità condivise all’interno delle famiglie, conformemente agli standard nazionali; Garantire piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership ad ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica; Garantire accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti in ambito riproduttivo; Avviare riforme per dare alle donne uguali diritti di accesso alle risorse economiche così come alla titolarità e al controllo della terra e altre forme di proprietà, ai servizi finanziari, eredità e risorse naturali, in conformità con le leggi nazionali; Rafforzare l’utilizzo di tecnologie abilitanti, in particolare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per promuovere l’emancipazione della donna; Adottare e intensificare una politica sana ed una legislazione applicabile per la promozione della parità di genere e l’emancipazione di tutte le donne e bambine, a tutti i livelli.
Bisogna prendere atto che le donne hanno molto da offrire alla famiglia, alla società, all’umanità e possono essere le promotrici di un nuovo codice etico per un millennio di pace, che si fondi sulla giustizia, sull’equità, sullo sviluppo, sulla democrazia, sul rispetto della identità e della dignità della persona e dei popoli.
Le donne, però, possono essere altresì i costruttori di una nuova società che affondi le sue radici in una cultura di pace e contribuire così , d’intesa donne ed uomini, alla realizzazione del rispetto delle diversità, che oggi riveste una vitale importanza. Solo comprendendo e stabilendo nuove relazioni tra gli esseri umani, infatti, sarà possibile costruire società nelle quali la diversità linguistica e culturale sia rispettata.
Oggi purtroppo non diventa ancora possibile che la normativa relativa ai diritti della donna conosca, in un futuro non lontano, delle evoluzioni e delle trasformazioni che riflettano più da vicino lo sforzo di ricerca e l’esigenza verso una “ Identità culturale” che la donna incomincia appena a precisare.
Considero, infatti, che il discorso sulla “identità culturale della Donna” non ha ancora trovato la sua sede di formulazione come “diritto” da riconoscersi. E ciò costituisce, a mio avviso, un altro obiettivo importante di rivendicazione e d’impegno per le donne.
Premesso che il primo diritto della donna resta ancora oggi quello di essere se stessa, va evidenziato che l’attuale fase corrisponde al momento dello sviluppo pieno della personalità femminile, in quanto si delinea l’eventualità di un ulteriore riconoscimento, quello del diritto alla diversità.
Il discorso sui diritti della donna e quindi anche quello relativo alla identità culturale, deve dunque prendere avvio dall’analisi della personalità femminile e tenere presente da un lato i tratti fondamentali che la Donna, in quanto Essere Umano, ha in comune con l’uomo e dall’altro la ricchezza delle caratteristiche peculiari che la rendono distinta.
Uguaglianza di condizioni e possibilità di sviluppo diversi sono quindi i due termini entro cui necessariamente si svolge ancora il discorso sui diritti della donna che, a distanza di circa 50 anni dalla costituzione delle Nazioni Unite e a dispetto dei numerosi impegni presi dagli Stati membri, ancora non vede appieno rispettati, difesi e definiti come universali, inalienabili, indivisibili, i propri diritti umani.
Il significato dei termini: Universali, inalienabili, indivisibili, sono di rilevante importanza per affrontare la tematica della Donna ed Equità di Genere, perché:
Corrispondono alla sostanza della dignità dell’Essere Umano e quindi anche della donna, in quanto si riferiscono alla soddisfazione dei bisogni essenziali, all’esercizio della libertà, alle sue relazioni con altre persone: e quindi sempre o dovunque alla Persona ed alla sua piena dimensione umana, intesa universalmente, nell’unità di corpo e di anima, di cuore e di coscienza, di intelletto e di volontà;
Delineano la tutela e la valorizzazione della Persona Umana e quindi anche della Persona Donna, in quelle che sono le sue prerogative anche spirituali e le sue potenzialità globalmente intese nel rispetto di quella “universalità” che è la caratteristica peculiare dei diritti umani e del loro radicarsi;
e Rappresentano la realtà universale di un’idea di Persona Umana , e quindi anche di Persona Donna, che è portatrice di una sua originale impronta e di elementi costitutivi e distintivi propri, ma che ancora, in quanto tale, non è dato universalmente riscontrare.
E’ in tale contesto che va cercata , ritengo, la risposta al tema “ Donna: Pace, diritti Umani ed Equità di genere”.
Perché sta in questo il cogliere da un lato il senso della pace e dello sviluppo come opportunità di crescita della donna, e dall’altro la base d’impegno da parte delle Donne di essere capaci: di suscitare occasioni di dialogo e di confronto; di aiutare a praticare la cultura della tolleranza e della solidarietà per chi si differenzia da noi per razza, cultura, credenze religiose, ma, soprattutto, di contribuire allo sviluppo della civiltà e della cultura dell’amore, alla vita, alla non violenza, alla tenerezza, che ripudia l’egoismo, lo spreco, lo sfruttamento e l’amoralità e consente di guardare, con gli occhi di Donna, alla tematica, ancora oggi in primo piano, dei diritti umani e delle loro violazioni.
Tutto ciò però potrà effettivamente realizzarsi se l’Uomo sarà capace di apportare un sostanziale cambiamento nel suo modo di pensare e di agire nel senso di considerare la Donna una Persona, titolare di diritti oltre che di doveri, diversa solo nel genere rispetto all’uomo, ma per il resto in tutto e per tutto uguale a lui. L’Uomo, pertanto, non ha il diritto di vantare nessuna superiorità sulla donna o, ancora peggio, di considerarla una sua proprietà.
Eduardo Terrana

“SINO ALL’ ULTIMO” di MARIA ROSA ONETO

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“Sino all’ultimo” di Maria Rosa Oneto

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Forse per apprezzare ancora l’esistenza, ci vorrebbe una canzone, scritta a quattro mani. Una sera d’agosto con stelle e lucciole in volo, nel “soffitto” del cielo. Per ritrovare la pace perduta, occorrerebbe farsi accarezzare il cuore, in un giardino pieno di fiori; dove le acque timidamente gorgheggiano, parlandosi d’amore.
Per mettere a tacere il male, bisognerebbe osare vestirsi da bambini. Rompere di colpo il salvadanaio per correre dietro al carrettino dei gelati ( ?). Riuscire ancora a prendere a fiondate le finestre e poi fuggire in fretta, a schiacciare tutti i campanelli della strada.
Andrebbe bene anche una falsa febbricciola, per restare a letto come facevano i malandrini di una volta. Mettere il termometro accanto al fuoco e aspettare che l’asticella del mercurio (quello che più non si usa!) si innalzi sino a sentire il botto.
O saltare di notte nell’orto del vicino (ma chi ce l’ha più l’orto!) e mangiare a crepapelle tutti i frutti di stagione; prima che costui se ne accorga e prenda in mano la scacciacani.
Per essere felici, bisognerebbe svegliarsi presto la mattina e a gambe levate raggiungere il mare e guardare con stupore l’alba alzarsi, vestita di luci e splendidi colori. L’armonia della natura, che mai abbandona, racchiude bellezze infinite, palpiti di stagione che leniscono la tristezza; essenze divine che scivolano nell’anima come una dolce litania da conservare.
La serenità, che tutti ricerchiamo, è una pozione di gioia e di piaceri quotidiani, che crescono spontaneamente accanto a noi e che con indifferenza lasciamo andare.
Ore d’inguaribile sospensione temporale, quando ci aggiriamo stressati, pieni di rabbia e rancore. Tormenti di spiriti inquieti, i cui bisogni e desideri non hanno più limiti per sentirsi appagati. Ricchezza, sperpero e denaro sono le componenti principali di una superficiale beatitudine che in verità mal ci sostiene. La perfezione fisica e l’eterna giovinezza, comprate a colpi di bisturi, con sedute massacranti in palestra e abiti di marca, non risparmia l’essere umano da incidenti di percorso, depressioni, stati d’ansia e patologie psico-fisiche. Nulla ci preserva dalla “sventura” di vivere, dal desiderio di farla finita, dalla voglia di stordirci con droghe e alcolici.
Questo nei confronti di giovani e giovanissimi, come nei riguardi di anziani, portati al vizio e alla ricerca del piacere smodato ad ogni costo.
Oggi, il peso dell’essere al mondo, è causa di deterioramento mentale, violenza domestica, bullismo, separazioni familiari, prepotenza ed egotismo. Pensare a noi stessi senza guardare all’altro, a chi sta peggio in tutti i sensi, è una mostruosa mancanza di compassione e umanità. La perdita del lavoro o la sua totale assenza, rappresentano uno smembramento di dignità e un venir meno degli equilibri interiori. Vivere tanto per farlo, come animali da circo tirati per la catena, è una condizione deplorevole e meschina. “Nutrirsi del proprio pane” è un merito e un appagamento che a tutti dovrebbe toccare.
Nessuno escluso!
Guardiamo, comunque, a ciò che gratuitamente ci è stato donato e che abbiamo preso in prestito per un tempo imprecisato. Godiamo così della carezza del vento, della pioggia che scivola lieve sulle foglie, delle nubi simili a pecorelle smarrite; sentendoci liberi di ridere, sperare e gioire sino all’ultimo istante in cui ci è dato sognare!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

ANGOSCIA, DECLINO, RIPIEGAMENTO e SOFFI DI SPERANZA NEL “DITTICO POETICO” LEOPARDI – MARCUCCIO (di Lucia Bonanni)

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ANGOSCIA, DECLINO, RIPIEGAMENTO e SOFFI DI SPERANZA NEL “DITTICO POETICO” LEOPARDI – MARCUCCIO (di Lucia Bonanni)

“A se stesso” (Giacomo Leopardi)
“A Giacomo Leopardi” (Emanuele Marcuccio)

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Nato il 29 giugno del 1798 a Recanati, un piccolo borgo dell’entroterra marchigiano, Giacomo Leopardi è il primo di cinque figli. Suo padre, il conte Monaldo, lo asseconda negli studi, ma dopo aver sperperato gran parte del patrimonio di famiglia, è la madre ad occuparsi dell’amministrazione domestica. A soli dieci anni Giacomo inizia a comporre i primi testi poetici e le prime prose, traduce le Odi di Orazio e la precocità del suo ingegno conferma il cimento e l’armonia nel cimentarsi nei vari campi del sapere. Quelli che trascorre il giovane Leopardi sono anni di studio matto e disperatissimo, che sotto alcuni aspetti compromettono sia la salute sia l’aspetto fisico del poeta che, secondo alcuni critici, non rimasero come rapporto tra vita strozzata e pessimismo, ma divennero strumento conoscitivo del condizionamento che la natura può esercitare sull’uomo. Da autodidatta il Nostro studia il greco, l’ebraico, le lingue moderne ed inizia a scrivere un diario, lo Zibaldone di pensieri in cui raccoglie riflessioni, appunti e speculazioni filosofiche e più tardi dà avvio alle Operette morali, stampate a Milano nel 1827.
Il mese di novembre del 1822 segna la data della prima partenza da Recanati verso Roma, Milano, Bologna, e Firenze dove il poeta interviene nel dibattito culturale che gli offre anche la possibilità di prendere le distanze da un certo tipo di intellettuali che riservano pareri incompatibili con le sue idee e le sue convinzioni. A Firenze stipula contratti con l’editore Stella, come accade tempo dopo con l’editore Starita di Napoli dove scrive “La ginestra”, che gli garantiscono una rendita mensile ed una certa autonomia dalle sovvenzioni paterne.
Il 1828 è l’anno dei grandi idilli, a Pisa compone “Risorgimento” e “A Silvia”, ma nel mese di novembre è costretto a far ritorno a Recanati a causa della morte del fratello Luigi e di altre incombenze familiari. Nel ritrovare i luoghi e gli oggetti dell’età giovanile, nell’animo del poeta si genera un moto di emozioni e ricordi che lo portano a vedere con sguardo diverso quella che egli aveva sempre considerato la prigionia giovanile. Da tale esperienza derivano i Canti maggiori quali “Le ricordanze”, “La quiete dopo la tempesta”, “Il sabato del villaggio”, il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, mentre la lirica “A se stesso” è ispirata dall’amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti, incontrata nel capoluogo toscano.
Leopardi muore a Napoli nel 1836 e finì di XXXIX anni la vita/ per continue malattie miserrima, come lo ricorda l’iscrizione sulla lapide, dettata da Pietro Giordani che nell’epitaffio ne esalta anche la grandezza di filologo ammirato fuori d’Italia/ [e] scrittore di filosofia e di poesie altissimo. Un poeta immenso e sublime, come immenso può essere “L’Infinito” in cui la parola idillio assume significato di visione più che di veduta, infatti il paesaggio, il colle è visto nella sua essenzialità, uno spazio solitario dove il poeta siede in stato contemplativo, e la siepe che limita la visuale, dà luogo all’immaginazione. Spazi, silenzi, quiete con la vastità senza confini che si fingono nel pensiero del poeta in opposizione con ciò che è indefinito e finito come poesia del vero e dell’eternità, determinata dall’infinito temporale ([…] mi sovvien l’eterno) con l’anima che cerca un senso di meraviglia in cui si smarrisce la mente e la voce misteriosa e immateriale del vento ([…] e la presente/ e viva, e il suon di lei) evoca l’estensione del tempo, un topos dove il poeta crea una specie di alterità, anche a livello lessicale con parole indefinite, equilibrate, timbriche e piacevoli.
Da evidenziare in Leopardi è l’uso degli endecasillabi sciolti ed una certa avversione verso la forma chiusa del sonetto, ritenuta priva di novità e su cui sembra ritornare in modo del tutto originale attraverso un modello celato che conferisce senso di compiutezza enunciativa all’idillio de “L’Infinito”. E nell’espressione figurata del naufragar è doveroso annoverare un pensiero idilliaco di Emanuele Marcuccio: «Che meraviglia! È la mia poesia preferita, di tutte quelle mai scritte. Ogni volta che la rileggo, mi perdo in quel mare di Infinito».
E quel suo perdersi nell’immensità del sentire, del silenzio e della quiete, crea una poesia cosmica che si realizza sulla percezione e si risolve in esiti di elevata dialettica e singolare dolcezza.

Il canto XXVIII A se stesso appartiene al Ciclo di Aspasia”, una serie di poesie ispirate all’amore non corrisposto per la suddetta Targioni Tozzetti, conosciuta durante il suo ultimo viaggio a Firenze e alla quale il poeta aveva attribuito lo pseudonimo di Aspasia. Il componimento si colloca nel punto più alto dell’intero ciclo e rappresenta angoscia, declino e ripiegamento su se stesso e soltanto con “La ginestra” a questo atto di rinuncia ad essere nel mondo si opporrà il senso della dignità umana come risposta al dolore, al cedimento e alla morte. Pur nel cupo risentimento verso se stesso, il poeta sente la necessità di guardarsi intorno e mescolarsi tra gli uomini onde ritrovare quella speranza e quel desiderio ormai spenti nel cuore, luogo principe di turbamenti e illusioni.
Nella lirica la percezione dell’esistenza non è altro che noia e dolore e il mondo è soltanto fango e niente è degno di appartenere alle vibrazioni dell’animo: «Tacqueta omai. Dispera/ l’ultima volta». Il climax discendente di questi versi è voce di annullamento di sentimenti e quel disperare per un’ultima volta si avvicina al mito della speranza come ultima dea che Foscolo enuncia ne “I Sepolcri”. Pertanto l’unica cosa lecita e positiva che resta, è la morte perché di nascosto la Natura tesse insidie, disinganni, e disperazione.
I versi frammentati, a volte aspri, spezzati e quasi scarni del componimento non formano una partizione in strofe, ma un’unica strofa, articolata in tre parti simmetriche, diversamente dalla strofa, o lassa, della canzone libera leopardiana. I sedici versi della lirica si dividono in dieci endecasillabi e sei settenari e sono disposti in gruppi di cinque e sei versi e soltanto per l’infinita vanità del tutto è concesso l’endecasillabo, derogando dallo schema normativo per conferire valore al significato intrinseco del verso.
Con l’uso di tale architettura Leopardi intende celare la struttura equilibrata della lirica in modo che siano l’orecchio e l’animo e non l’occhio a cogliere il messaggio compositivo. Con la sintassi spezzata e il frantumarsi della metrica mediante l’uso frequente dell’enjambement Leopardi crea un tipo di misura per l’occhio e un’altra per l’orecchio e nell’opposizione tra unità metriche e frasi sintattiche il tessuto ritmico si rivela e si nasconde, affidando al lettore la chiave interpretativa dei singoli versi.
La lirica A Giacomo Leopardi di Emanuele Marcuccio, qui in dittico con quella del poeta di Recanati, trova ispirazione, come ci avverte l’autore in nota, dall’incipit (“Or poserai per sempre,/ stanco mio cor”) e si enuncia quale richiamo all “eterno illuminator affinché continui a posare uno sguardo benevolo sugli spiriti vaganti e dolenti. Il componimento marcucciano, come nei poemi classici, assume valore di invocazione alla musa quale guida alla ragione e al fuoco dell’ispirazione e il costrutto sintattico e quello metrico rivelano il mondo interiore del poeta e soggettiva diviene la visione del tempo e dello spazio in cui il Nostro rivive sentimenti e stati d’animo.
L’anello di congiunzione tra i due testi poetici è la dimensione del pessimismo, in Leopardi, ma anche in Marcuccio, definito cosmico perché tipico dell’uomo e contrapposto a quello storico. Lo stile dell “infaticabile poeta palermitano è molto ricercato sia a livello lessicale, sintattico e retorico sia nella ricerca attenta di un contesto linguistico, che si colloca tra la tradizione classica e quella volgare e che il Nostro usa come strumento di conoscenza. Nei suoi anni di studi, scrittura, valutazione e revisione dei suoi elaborati Marcuccio mostra curiosità nuova e consapevolezza per l’evoluzione del proprio pensiero; così dalla prima stagione della sua poesia, con diversa coscienza e immutata passione giunge a rinnovare stile e linguaggio di scrittura.
La scansione in endecasillabi, novenari e settenari degli otto versi che formano il componimento si dispone in una partizione di due strofe di cinque e tre versi, ambedue terminanti con i puntini di sospensione ([S]pirto errante…// […] spira…), qui non usati come reticenza, bensì nel significato di un finale aperto che lascia maggior spazio interpretativo. Il sostantivo spirto, variante poetica di “spirito”, accostato all’aggettivo flebil e al participio errante, mutando l’interpretazione di senso, diviene linea guida per l’intero componimento, mentre il movente interpretativo dell’aggettivo flebil, dal latino “flēbĭlis”, nell’accezione lessicale di “commovente”, “infelice”, “triste”, “dolente”, “piangente”, “degno di essere compianto”, forma una locuzione illustrativa dell’ingegno e della fisionomia della vita del poeta di Recanati, per la maggior parte trascorsa nella dimora del natio borgo selvaggio, mentre i suoi versi imperituri saranno guida all’animo errante ovvero inappagato, dell’uomo che, a causa della sua cecità culturale si sposta di qua e di là senza alcuna capacità di poter gustare la bellezza dell’arte poetica.
Il participio errante non può non richiamare il “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” la cui stesura si impernia su due entità, l’una inanimata e lontana, la luna, e l’altra animata e vicina, il gregge, entrambi compagni del pastore che trascorre la notte seduto su un sasso ad ammirare la luna, cercando di interpretare misteri e trovare il perché della solitudine e della noia.
Nella seconda strofa del componimento Marcuccio pone in analogia Leopardi con la vergine luna, pura e intatta come la dea Diana, che circonda gli esseri umani di un alone luminoso, di un aura divina, equilibrata di meraviglia nel vasto mare delle illusioni. A chiusura del verso e a conclusione del componimento la dicitura … spira…, formula alchemica dal senso allargato di “soffiare”, “respirare”, “emanare” in modo favorevole e propizio frasi e parole poetiche da pronunciare con soffio leggero. Ma in tale espressione si annida anche il desiderio di vedere nuove realtà, incontrare persone e conversare con l’ambiente circostante, come succede nel tumulto dei sentimenti che agitano l’animo dei due poeti, l’uno costretto e isolato nel borgo recanatese e l’altro immerso nella salsa bellezza marina della sua Palermo.
Il componimento di Marcuccio, plasmato su un tipo di poesia immaginativa e sentimentale, rinnova le tematiche care a Leopardi, a sostegno di una morale volta alla riflessione filosofica, che insegna a saper distinguere la sofferenza dalla convinzione del dolore, il giudizio dalla verità, la natura delle illusioni dai disincanti annunciati dal destino, condizione ineludibile a cui l’uomo deve sottostare nel suo iter umano. E anche Marcuccio come Leopardi per mezzo della misura metrica e sintattica vuol celare quel male di vivere di impronta montaliana che gli deriva dal suo modo di essere e da quel senso di malinconica appartenenza alle cose della natura. Il suo canto è formato da un’alternanza di versi brevi e versi lunghi, ritmati da un tipo di musicalità appoggiata su forme allitteranti e assonanze e consonanze, anche tra parole gestite attraverso quel moto interiore che si converte in invocazione per Giacomo Leopardi, che il Nostro definisce “il [suo] grande maestro di Poesia” e che, oltre al suo modo di poetare gli ha mostrato la via per nuove scritture, sempre degne di attenzione e apprezzato valore poetico.

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Lucia Bonanni

San Piero a Sieve (FI), 8 dicembre 2017

* Il dittico poetico, rivisitato in una accezione a due voci dal poeta Emanuele Marcuccio e da lui definito come una composizione di due poesie di due diversi autori, scritte indipendentemente, anche in tempi diversi, e accomunate dal medesimo tema in una sorta di corrispondenza empatica. Il presente saggio è in pubblicazione, in Dipthycha 4. Corrispondenze sonore, emozionali, empatiche… si intessono su quel foglio di vetro impazzito…, quarto volume del progetto poetico-antologico Dipthycha (2013; 2015; 2016) su idea e cura di Emanuele Marcuccio a scopo benefico.

• Bibliografia

AA.VV., Storia intertestuale della letteratura italiana, a cura di Angelo Marchese, DAnna, 1990.
AA.VV., Testi nella storia, a cura di Cesare Segre e Clelia Martignoni, Mondadori, 1992.

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A SE STESSO *

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
cheterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanità del tutto.

Giacomo Leopardi
(1798 – 1837)

* Giacomo Leopardi, Canti, Laterza, 1917, p. 106. Il presente dittico poetico è proposto da Emanuele Marcuccio.

A GIACOMO LEOPARDI *

Or posa, stanca mano,
e il flebil spirto ancor risuona…
riluce ancora il verso tuo immortale…
o eterno illuminator dell’uman cieco
spirto errante…
Infondi ancor, su noi mortali,
aura divina del meraviglioso
mare di mille illusioni… spira…

Emanuele Marcuccio

* Ispirato dall’incipit di “A se stesso” di Giacomo Leopardi: «Or poserai per sempre,/ stanco mio cor.» [N.d.A.]

NON TEMERE di Maria Rosa Oneto

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“NON TEMERE” di Maria Rosa Oneto

Sono nata sulle sponde del Torrente Boate (Rapallo – Genova), in quel liquido chiaro, percorso da anatroccoli e oche. La vegetazione, allora, cresceva sana e aggrovigliata, così come voleva la natura. Un rigagnolo d’acqua, dove allora, le donne facevano il bucato, cantavano d’amore, spettegolando sul vicinato.
Sulla riva più a ridosso della collina, stazionavano due trasandate roulotte di nomadi, che accoglievano adulti e bambini. Tra le finestrelle dell’una e dell’altra, sventolavano panni messi ad asciugare. Indumenti bucati o mal cuciti che sapevano di miseria e stantio.
Spesso, li vedevo colorirsi il volto con una strana mistura, celata in un vasetto di vetro.
Facevano una vita “serena”, appartata senza mai dare fastidio a nessuno. Sovente, mia nonna materna, detta Marinin, regalava loro: verdure, uva, qualche cosciotto di maiale che lei stessa allevava, sino al fatidico giorno della morte assicurata. Li chiamavo: “ghingheri” e questo modo di dire, mi è rimasto appiccicato addosso anche da ragazza, quando gli adulti volevano sfottermi.
Per me bambina, quel luogo, un po’ selvaggio e primitivo, circondato da un magnifico campo da golf, rappresentava: la magia, il senso del fiabesco e della fantasia.
Quelle acque cristalline e sonore, che saltavano sui sassi levigandoli; scorrendo senza tregua sino al mare, erano l’inconscio che non mi era dato percepire. Le vivevo con l’ingenuità infantile, con lo stupore di una meraviglia mai esaurita, con l’orgoglio di possedere un tesoro al quale affidavo: sogni e pensieri troppo grandi per una semplice donnina di pochi anni. Ricordo come fosse ieri: le lucciole in giardino, il gattino bianco che per regalo mi portava tra la bocca un uccellino (con grida a non finire da parte mia); l’orchestrina che nelle sere d’estate richiamava i ballerini in quella piazzola lastricata, dirimpetto a dove abitavo. Le bibite scorrevano a fiumi e il divertimento era assicurato. Qualche volta, anch’io mi sono esibita, cantando al microfono, rossa di vergogna per gli applausi ricevuti. Se già il dolore, mi era amico, il periodo attorno agli anni ’50/60 un po’ lo alleviava, circondata dall’affetto di parenti ed amici e dal bene incondizionato di Tai: meticcio di cane dalla dubbia provenienza. Io e lui, eravamo un’anima sola, una coppia modello anche nell’organizzare baruffe con i gatti randagi o con altri sprovveduti cani. Pareva che lui sapesse che non potevo camminare come gli altri e quando stanca mi sedevo sui gradini, veniva a posare il musetto sulle mie scarpine ortopediche, come a dire:” Non temere, ci sono io, sorellina!”
Bei tempi che porto nel cuore, come una perla dalla preziosità rara.

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Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

POESIA POLACCA: SEI LIRICHE SCELTE di MARIAN JEDLECKI / SZEŚĆ POEZJI WYBRANYCH MARIANA JEDLECKIEGO

(di Izabella Teresa Kostka)

La poesia contemporanea polacca ha tanti volti e sfumature che come le onde del Mar Baltico lambiscono gli abissi della sensibilità umana. Proprio dalla bellissima città di Kołobrzeg, situata sulle sponde del mare, giungono i versi del poeta Marian Jedlecki conosciuto anche come “Marcin Jodłowski”.

La sua poetica è contenuta nelle poche ma essenziali parole scelte sempre con cura ed attenzione ai minimi dettagli, priva di interpunzione scorre interrottamente come le maree. Lascia tanto spazio all’immaginazione, all’interpretazione libera e “non forzata” di ogni singolo verso. Ogni strofa mette in evidenza la profonda riflessione esistenziale e la malinconia nordica. L’eterno dilemma del senso della vita e dell’umano pellegrinare, le domande senza risposta in dialogo / monologo con Dio e la spiritualità intensa di ogni parola arrivano direttamente al cuore, diventando parte integra di ciascuno di noi.

In seguito pubblico alcune sue poesie scelte nella mia traduzione.

Izabella Teresa Kostka, Milano giugno 2019

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Polska poezja współczesna ma wiele oblicz i odcieni, które jak fale Morza Bałtyckiego obmywają głębiny ludzkiej wrażliwości. To właśnie z pięknego miasta Kołobrzeg, położonego nad brzegiem morza, docierają do nas wersy poety Mariana Jedleckiego, znanego także jako “Marcin Jodłowski”.

Wiersze zawarte w niewielu esencjalnych słowach, dobranych zawsze z uwagą i dbałością o każdy szczegół, pozbawione interpunkcji falują nieprzerwanie jak morskie przypływy. Pozostawiają wiele miejsca na wyobraźnię i wolną interpretację każdego zdania. Każda fraza uzewnętrznia głęboką, egzystencjalną refleksję i północną melancholię. Wieczny dylemat o sensie życia i ludzkiej pielgrzymki, pytanie bez odpowiedzi w dialogu / monologu z Bogiem i intensywna duchowość każdego słowa docierają bezpośrednio do serca, stając się stałą częścią każdego z nas.

Izabella Teresa Kostka, Mediolan 2019

Załączam sześć poezji wybranych Mariana Jedleckiego w moim tłumaczeniu.

GŁUCHOTA

Głucha jest noc mrok mgła
głuchy krzemień i drut kolczasty
głuche morze i puchacz
noc zbędna z nieobecności i pytań

ślepa jest noc i kamienie
ślepy kret co w ziemi ryje
ślepe są twoje włosy

niema jest nędza
pieśń świerszczy na łące
niema przędza i powietrze

kaleka tu cała natura
kalekie wołanie o pomoc
kaleki ten co tworzy krzyk

więc kto widzi?
kto słyszy?
kto woła?
chyba nie Bóg
a to też moja wina?

SORDITÀ

Sorda è la notte il buio la nebbia
sorda la selce e il filo spinato
sordo il mare e il gufo
la notte superflua di assenze e domande

cieca è la notte e le pietre
cieca la talpa che nella terra scava
ciechi sono i tuoi capelli

muta è la miseria
il canto delle cicale nel campo
muto il filato e l’aria

disabile tutta la natura
disabile un grido d’aiuto
disabile chi genera l’urlo

allora chi vede?
chi sente?
chi chiama?
forse non l’Iddio
anche questa è colpa mia?

WIRUS

Wyłączam telefon
juz nic nie chcę wiedzieć
przykre zdarzenia
zniekształcone prawdy
przeżute poglądy i odczucia
suponowane przez retuszerów
wypowiedziane myśli
przetransponowane słowa
zamieniane beznadziejnie
bezwiednie?
na swój obraz podobieństwo?
świadome nienawiści?
ze strachu?
przed czym?
bo nienawiść to dżuma
którą stworzyliście i rodzi strach określony
który teraz ma naszą twarz
a to wirus osobowości
na czas niepojęty
na wynos
na wprost na wszelki wypadek

VIRUS

Spengo il telefono
non voglio sapere più niente di
spiacevoli avvenimenti
verità contorte
masticati punti di vista e sentimenti
suggeriti dagli opinionisti
pronunciati pensieri
trasportate parole
scambiate senza speranza
all’insaputa?
alla propria immagine?
gli odi voluti?
della paura?
di cosa?
perché l’odio è peste
che avete generato e crea una paura ben definita
che ora ha il nostro volto
è il virus della personalità
al tempo inconcepibile
da asporto
dritto per ogni evenienza

PRZEMYŚLENIE 6

Każdego nowego dnia
wracamy do tej samej codzienności
tylko podświadomość jej zmienna
dopełniamy obrazy
naszego widzenia
naszych odczuć
naszej ułudy

wszystko co odchodzi ginie w wieczności
staje się tym samym szczególnie drogie
przez sekundę momentu wszechświata
wszystko co stworzył człowiek
jest dyskusyjne
jakie to nieszczęście
że człowiek umie niszczyć
afirmuje i odchodzi
święty zbrodniarz –
ecco homo

RIFLESSIONE 6

Ogni nuovo giorno
torniamo alla stessa quotidianità
soltanto il suo subconscio è mutevole
completiamo le immagini
della nostra percezione
del nostro sentire
della nostra illusione

tutto ciò che se ne va sparisce nell’eternità
diventa allo stesso tempo estremamente caro
per un secondo del momento dell’universo
tutto quello ch’è stato creato dall’uomo
è discutibile
peccato
che l’uomo sappia distruggere
ammira e si allontana
il sacro delinquente –
ecco homo

W PIJANEJ DRODZE DO EDENU

Ileż to razy śmiałem się pijany
aby ukryć łzy
ileż już masz róż
które wkładałem ci w dłonie
by nie pokazać ci miła
żem w potyczce z życiem
a mój powóz stacza się
w koleiny czasu aż po osie

kiedy słyszę jak wokół mnie
chce runąć świat
i widzę jak przyszłość
w którą wiarę kładłem
spada jak liść w jesiennej szarudze
ech kelner –
proszę podaj mi spokoju w dużej szklance
pomiędzy linią napięć
a roztrzepotaniem skrzydeł
w drodze do Edenu

SUL SENTIERO EBBRO VERSO L’EDEN

Quante volte ho riso ebbro
per nascondere le lacrime
quante sono le rose
che ti abbia messo nelle mani
per non farti vedere Cara
che sono in battaglia con la vita
e la mia carozza scivola
nei solchi del tempo fino all’asse

quando sento come intorno a me
vuole crollare il Mondo
e vedo come il futuro
nel quale ho posto la fede
cade come una foglia nella pioggia autunnale
eh cameriere –
portami per favore la tranquillità in un bicchiere
tra la linea delle tensioni
e lo svolazzare delle ali
sul sentiero verso l’Eden

TAK NA MARGINESIE

Nie jestem prochem
nie obrócę się w niego
w proch –
nie jestem niebem z nieba
jestem sam dla siebie niebem
i mój szklisty strop
jestem sam dla siebie ziemią
tak jak gleba z gliny
nie uciekłam znikąd do znikąd
i nie wrócę tam

oprócz samego siebie nie znam innej doli
w wzdętym nadmuchu wiatru
i w spękaniu skał
muszę siebie tutaj i tam
siebie rozproszonego
znaleźć

COSÌ A MARGINE

Non sono cenere
non ritornerò ad essa
alla cenere –
non sono cielo del cielo
sono cielo per me stesso
e il mio soffitto vitreo
sono terra per me stesso
come il suolo dal fango
non sono fuggito dal nulla al nulla
e non ci tornerò

a parte me stesso non conosco un altro destino
in un soffio gonfio del vento
e nelle crepe delle rocce
devo me stesso qui e ora
disperso
ritrovare

DZIADEK

Tkwił całe życie w Życiu
najpierw w łonie parę miesięcy
potem ssał pierś
komunia wojsko obłuda
kartki żywnościowe
był dziadkiem z obowiązku
uczciwość
ostatnich dziesięć lat konania
był sobą
i już go nie ma

NONNO

Esisteva tutta la vita nella Vita
all’inizio nel grembo per parecchi mesi
poi ciucciava il seno
la prima comunione il servizio militare la falsità
la regolamentazione del cibo
faceva il nonno per dovere
onestà
gli ultimi dieci anni di agonia
era se stesso
e già non c’è più

Marian Jedlecki

Poesie scelte dalla raccolta in lingua polacca “Ingrediencje / Ingredienti”

Traduzione: Izabella Teresa Kostka, Milano / Mediolan 2019

Tutti i diritti riservati all’autore

Prawa autorskie zastrzeżone

NOTA BIOGRAFICA

MARIAN JEDLECKI nato a Wieluń (Polonia), animatore culturale, ex marinaio. Scrive saggi, racconti, poesie. Sta per pubblicare il suo prossimo libro dedicato ai tempi delle avventure da marinaio, una raccolta di saggi “Myśli niepokorne / Pensieri ribelli” e tra sillogi poetiche “Sklejone marzenia / Sogni incollati”, “Alienacje / Solitudini” e “Półprawdy / Le mezze verità”. Risiede a Kołobrzeg, la città marittima in cui è il Presidente della filiale dell’Associazione degli Autori Polacchi.

Ha pubblicato nei seguenti almanacchi: “Dźwirzyńskie Lato Literackie / Estate Letteraria di Dźwirzyno”, “Świętokrzyski kwartalnik literacki / Il trimestrale letterario di Świętokrzyce”, sulle riviste “Nieznany świat / Mondo sconosciuto”, “Flesz / Flash”, “Kulisy Kołobrzeskie / Le quinte di Kołobrzeg” e anche durante la “Hybertiada” a Kołobrzeg nel 2009.

Le sue poesie troverete sul blog:

https://marcin50.wordpress.com

MARIAN JEDLECKI urodzony w Wieluniu, wieloletni animator kultury, przez wiele lat był marynarzem. Ten okres swojego życia – przygodę z morzem – wspomina ze szczególnym sentymentem.
Pisze opowiadania, felietony, poezję. Przygotowuje do wydania kolejną powieść z okresu marynarskiej przygody, zbiór esejów “Myśli Niepokorne” oraz trzy tomiki wierszy – ” Sklejone Marzenia”, „Alienacje” i “Półprawdy”. Mieszka w Kołobrzegu. Jest prezesem Stowarzyszenia Autorów Polskich o/Kołobrzeg.

Dotychczas publikował w almanachach – “Dźwirzyńskie Lato Literackie”, w „Literackim Kwartalniku Świętokrzyskim”, w czasopismach “Nieznany Świat”, “Flesz”, w “Kulisach Kołobrzeskich”, a także we wrześniu, w czasie Herbertiady w Kołobrzegu w 2009 roku.
Jego utwory znajdują się także na blogu:

https://marcin50.wordpress.com

Marian Jedlecki