17 giugno 2019 – GIORNATA MONDIALE CONTRO LA DESERTIFICAZIONE E LA SICCITÀ. LA TERRA A ELEVATO RISCHIO DI DESERTIFICAZIONE GLOBALE (di Eduardo Terrana)

17 giugno 2019 – GIORNATA MONDIALE CONTRO LA DESERTIFICAZIONE E LA SICCITÀ.

LA TERRA A ELEVATO RISCHIO DI DESERTIFICAZIONE GLOBALE (di Eduardo Terrana)

WWF

È un S.O.S che non può restare inascoltato quello che ci viene dal nostro pianeta Terra sempre più in agonia per l’incalzare dei problemi gravi che lo affliggono: abuso di azoto e fosforo, acidificazione degli oceani, buco dell’ozono , cambiamento climatico, fusione dei ghiacci, inquinamento dell’aria, perdita della biodiversità, scorie radioattive, sovrappopolazione, spreco energetico, spreco di acqua dolce, uso del suolo e deforestazione.
Causa generatrice di sofferenza per il pianeta sono anche la desertificazione e la siccità.
La desertificazione oggi è un problema mondiale.
La percentuale di suolo la cui fertilità appare del tutto o in parte compromessa si stima ammonti, ad oggi, al 75% della superficie terrestre e si incrementa di anno in anno.
Il 40% delle terre emerse del Pianeta è minacciato dalla desertificazione, denuncia il Wwf.
Si stima che una superficie pari a 1,2 miliardi di ettari, l’11% della superficie vegetale della Terra, negli ultimi 45 anni è stata fortemente degradata dalle attività agricole dell’uomo. Si stima altresì che circa 12 milioni di ettari di terra fertile ogni anno venga trasformata in deserto.
Un dato particolarmente preoccupante se si pensa alla necessità basilare di sfamare una popolazione mondiale in costante crescita.
Il fenomeno appare consistente in Africa, dove è degradato circa il 65% dei terreni agricoli , in America latina (51%), in Asia (38%) e nell’America settentrionale (34%). Ma anche vaste zone dell’Europa non esclusa l’Italia sono interessate dal fenomeno desertificazione che si aggrava sempre di più.
Le cause della desertificazione sono da attribuire a fenomeni naturali quali: la siccità, l’erosione provocata dalle piogge intense, i cambiamenti climatici , che influiscono sulla capacità di accumulo dell’acqua con conseguente perdita di elementi nutrivi indispensabili alla crescita delle piante ed al mantenimento economico delle attività agricole. Alla desertificazione contribuisce però anche l’opera distruttiva dell’uomo ed in particolare gli incendi, l’urbanizzazione, l’inquinamento, lo sfruttamento eccessivo dei bacini acquiferi esistenti in superficie e sotterranei.
Altre cause generatrici di desertificazione sono anche la distruzione delle foreste e degli altri habitat naturali che proteggono i suoli, e la cattiva gestione dei suoli stessi e, inoltre, lo sfruttamento intensivo dei suoli a scopo agricolo.
Le conseguenze della desertificazione, rileva l’ONU, sono molto gravi e spesso irreversibili: la perdita di biodiversità, l’impoverimento dei suoli e la perdita di fertilità, l’aumento dei fenomeni erosivi e degli smottamenti, la contaminazione dei terreni e le manifestazioni climatiche, la salinizzazione cioè l’accumulo nel suolo di sali solubili che compromettono la sua qualità fisica e biologica.
Le ricadute della desertificazione in termini di vivibilità per gli esseri umani sono estremamente critiche.
L’esistenza e la sopravvivenza di oltre un miliardo di persone in oltre cento nazioni sono seriamente messe a rischio dal momento che la coltivazione e il pascolo diventano meno produttivi. Inoltre il degrado dei suoli incide fortemente sulla capacità dei terreni di produrre grano, minacciando la possibilità di soddisfare le esigenze alimentari della popolazione in crescita. Un dato ci da l’idea della enormità del problema. Il grano da solo rappresenta l’alimento che fornisce il 75% del cibo di tutta la Terra.
Il problema della produttività dei suoli è pertanto serio ed urgente. Riguarda la sopravvivenza delle persone, ma anche degli animali, perché i terreni, privi di acqua, diventano inutilizzabili sia per l’agricoltura che per il pascolo.
Per ultimo, ma non di minore importanza, va rilevato che l’accelerazione che oggi si riscontra nella deforestazione per ricavare nuovi terreni a scopo agricolo ed industriale renderà sempre più difficile mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.
Non meno preoccupante è il fenomeno della siccità che origina dalla scarsità delle precipitazioni su un arco di tempo esteso, ma concorrono a determinare il fenomeno anche la deforestazione ed il riscaldamento globale.
La scarsità idrica, in specie se prolungata nel tempo, può causare rilevanti conseguenze nei settori dell’agricoltura e della pastorizia con riduzione dell’estensione dei campi coltivati, distruzione dei raccolti, perdita di interi greggi e mandrie.
La siccità incide anche notevolmente sui livelli e sulle caratteristiche delle acque di fiumi, laghi e sorgenti con ripercussioni gravi sugli ecosistemi naturali ed i settori industriale e domestico. Risulta determinante nei processi di degrado del suolo e desertificazione e può condurre a rilevanti conseguenze ambientali, economiche e sociali quali: diminuzione della quantità d’acqua destinata alle industrie, desertificazione, tempeste di sabbia. Ed ancora impoverimento ed esaurimento delle scorte di beni di acqua e cibo, con conseguente proliferazione di povertà e fame che possono generare tensioni sociali e anche guerre per l’accaparramento di beni di prima necessità; e, inoltre, carestie e conseguenti migrazioni di massa.
Procedendo di questo passo la degradazione del suolo, se correlato alla desertificazione, alla scarsità delle risorse idriche ed alla siccità, avrebbe nel giro di qualche decennio conseguenze disastrose.
Senza interventi immediati e risolutivi già entro il 2050, l’avanzare della degradazione del suolo potrebbe produrre un crollo della produzione agricola mondiale, pari al 10%, con prospettive drammatiche in particolare per Paesi a forte densità abitativa come Cina, India e Africa sub sahariana. L’effetto immediato della scarsità delle risorse disponibili, sarebbe lo sfollamento di 700 milioni di persone, cifra che vista in prospettiva, al 2100, lieviterebbe enormemente tenendo conto anche dell’aumento della popolazione mondiale ormai prossima ai nove miliardi di persone.
E’ auspicabile pertanto che si proceda senza tentennamenti e rinvii per affrontare il problema secondo le raccomandazioni della “Convenzione contro la desertificazione e la siccità” siglata dagli Stati nel 1994 che invita ad evitare l’ulteriore ampliamento dei deserti esistenti, come anche la formazione, l’espansione o il peggioramento della sterilità dei suoli e della aridità dei terreni di vaste zone del Pianeta, che costituiscono una serie minaccia per la sopravvivenza delle specie e per la sicurezza alimentare.
La realtà della desertificazione ormai è tale che non ammette più alibi. Il Pianeta è a rischio desertificazione globale. Necessita con urgenza mettere al centro dell’agenda politica internazionale il tema della tutela dei suoli intensificando gli sforzi. E’ dovere di tutti intervenire per preservare il pianeta .
E’ in quest’ottica che si celebra oggi, 17 giugno, la Giornata Mondiale contro la desertificazione e la siccità.
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Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

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GIUSEPPE UNGARETTI, ruolo e significato nella poesia italiana del ‘900 (di Eduardo Terrana).

Giuseppe Ungaretti. Foto: Wikipedia

GIUSEPPE UNGARETTI
Ruolo e significato nella poesia italiana del ‘900

La poesia come esigente espressione di un sentire poetico in cui cercare e trovare libertà.

di Eduardo Terrana

Ricorre oggi il 131° anniversario dalla nascita del poeta Giuseppe Ungaretti, nato ad Alessandria d’Egitto, l’8 febbraio 1888, da genitori originari della Toscana, e morto a Milano nella notte del 2 giugno 1970.
L’itinerario poetico di Giuseppe Ungaretti è segnato dal notevole influsso dell’esperienza maturata dal poeta in Francia, a Parigi, dove il contatto con le avanguardie artistiche e la conoscenza, soprattutto, della poesia simbolista di Mallarmé, gli fa prendere coscienza di sé e lo rivela a se stesso.
Nello sviluppo della sua maturazione poetica è possibile cogliere tre momenti distinti:
una prima fase riconducibile all’esperienza bellica; una seconda fase riconducibile alla sua conversione religiosa; ed infine una terza fase contrassegnata dal dolore.
In tale successione creativa prendono forma e consistenza le sue raccolte poetiche, la prima delle quali è “ Il Porto Sepolto “, pubblicata nel 1916. Il titolo della raccolta si riferisce ad un porto realmente esistente nei pressi di Alessandria d’Egitto, ma ha un significato simbolico . Per il poeta “ Il Porto Sepolto “ è il mistero , l’assoluto alla cui ricerca tendere con la speranza di approdarvi come in un porto di pace.
La raccolta costituisce la testimonianza più alta e più sofferta della poesia italiana sulla prima guerra mondiale.
Anche il titolo della seconda raccolta “ L’Allegria” è allusivo. La guerra è come un naufragio della vita, i superstiti del naufragio sono presi da una sorta di ebbrezza per lo scampato pericolo e superano lo sgomento ed il dolore con la fede e la speranza di un domani migliore. Il poeta definisce l’opera un diario e precisa “non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta”, e la raccolta contiene infatti le impressioni del poeta-soldato Ungaretti, che ha vissuto in prima persona la vicenda tragica e traumatica della prima guerra mondiale.
Il fatto di condividere con gli altri soldati un’esistenza “ al grado minimo “ di vivibilità e sostenibilità ed il costante pericolo di morte comporta un sentimento di fratellanza che unisce le persone e rende coese le loro relazioni.
Sul tema della fratellanza la poesia de “ L’Allegria “ insiste molto, rappresentando una condizione esistenziale dell’essere, particolarissima e resa in una lingua poetica altrettanto essenziale ed in una metrica frantumata, dove la parola assume rilevo e valore di rivelazione , con caratteristiche oltremodo uniche ed originali.
Si afferma così nella poesia di Ungaretti un valore: la vita, e un protagonista: l’uomo, un connubio tra parola e vita che è una significativa dichiarazione di poetica.
Tant’è che nel 1942 dovendo scegliere un titolo per l’edizione di tutte le sue opere Ungaretti opterà per “ Vita di un Uomo “.
I versi della poesia “ Commiato “ sono l‘espressione di tale modo di intendere la poesia come bellezza di parola, in cui si fondono in splendida sintesi il mondo, l’umanità, la vita, i contenuti di una poesia che vuole identificarsi in un messaggio di fraternità e di amore, quale nutrimento vitale per tutti. Di fronte all’immane tragedia della guerra scatenata dalle ideologie materialiste degli uomini si fa netta nel poeta la scelta per una vera poesia che, in contrasto con il momento storico vissuto, trovi la forma adeguata per “ annunziare ed attestare la venuta, la predicazione, la passione, la crocifissione, la morte la resurrezione del Messia ”.
Ed ancora “ La poesia riafferma sempre, è la sua missione, la integrità, l’autonomia, la dignità della persona umana”.
La parola è dunque per Ungaretti atto di verità, che, sfrondata di ogni termine superfluo e di ogni punteggiatura, vuole esprimere, in brevissimi versi, la verità essenziale che dimora nella profondità dell’animo e della realtà.
Ungaretti si definisce “ Uomo di pena” per l’ansia di vivere , per la coscienza della fragilità umana e la tensione verso Dio.
Vorrebbe e si sforza di sentirsi, “ una docile fibra dell’universo “, ( poesia: Fiumi ), ma avverte i limiti umani e al dolore, che è nelle cose e nella vita ,oppone amore e fratellanza.
Ricerca il poeta: la comunione con gli uomini e non l’isolamento; la fede nella religione tradizionale e non la solitudine esistenziale. Accetta la pena di vivere ma non l’angoscia del vivere.
Nelle liriche della raccolta “ Sentimento del Tempo ”, che costituisce, dopo
“ L’Allegria”, il secondo momento evolutivo della sua poesia, Ungaretti sviluppa le sue riflessioni sulla condizione dell’uomo, sul tempo e sulla morte , e le sue meditazioni religiose.
Sentimento del tempo significa sentimento del veloce scorrere del tempo, del rapido fluire delle persone e delle cose amate, da cui poi, come per contrasto , originano la nostalgia del passato ed un più forte attaccamento alla vita.
La raccolta è testimonianza anche del riaccostamento del poeta alla fede, al sentimento di Dio, in cui l’angoscia esistenziale del poeta sembra trovare finalmente quiete .
La terza fase dello sviluppo della poesia di Ungaretti è costituita da “Il Dolore”, “Un Grido e Paesaggi”, “La Terra Promessa” e il “Taccuino del Vecchio”.
Questa fase è rappresentata da poesie colme di straziante tenerezza scritte in morte del figlio e che si volge ad una fase di profonda meditazione, attraverso una rete sempre più fitta di riflessioni sul destino dell’uomo.
Ungaretti sembra guardare alla sua vita e più in generale alla storia degli uomini con il distacco, la malinconia, l’ironica saggezza dell’avanzata maturità e della vecchiaia.
Meditazione dunque dell’uomo sul vivere proprio e sul vivere di tutti , ed il cui sentimento, che pulsa forte nell’animo ed urge di essere espresso, si traduce in un canto libero, solenne, naturale.


Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

Tutti i diritti intellettuali riservati all’autore

ANGOLO DI POESIA: MARIA ROSA ONETO e la sua SFIDA POETICA col REALISMO TERMINALE

Foto: Pixabay

(by I.T.K.).

Continua la sperimentazione e la sfida, un gioco ribelle con un po’ di ironia con la stilistica del Realismo Terminale. Per Voi i nuovi pensieri terminali della poetessa Maria Rosa Oneto.

LA DENTIERA

La dentiera
galleggiava nel bicchiere
come feto abortito,
reperto archeologico
per addetti agli scavi.
La bocca
sbavava colla
e catrame.
Gengive marmoree
trituravano
il ghiaccio del frigo,
l’aria condizionata.
Mosche e zanzare
facevano corteo
in quelle fauci
spalancate.
Sorrideva la dentiera
tra le sgrinfie
del gatto di casa!
E l’uomo russava
ebro di vecchiaia!

LA FUGA

Gradini
in corsa
per le scale.
Tegole sbalzate
arrostite dal fumo.
Vetri saltati
in strada
come per un brindisi
di Capodanno.
Muri simili a foglie
dell’autunno.
Lingue di fuoco
attorcigliate
alle grida della gente.

Fu una fuga d’amore
all’odore acre del gas!

UN ULTIMO SPASMO

La telecamera
illuminò la scena
con occhi di vetro.
Scorreva vita –
biglia rossa
nell’ultimo gioco
di una donna agonizzante.
Uomini di plastica –
novelli figuranti –
le giravano attorno
senza calpestare le impronte.
Utensili, ferri da chirurgo,
fiato corto
dentro maschere assettiche.
Un ultimo spasmo
al compiersi della morte,
all’ironia sguaiata
di una telecamera spenta.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti intellettuali riservati

RITRATTI: GIANFRANCO ISETTA – l’orologiaio della parola

Gianfranco Isetta

(by I.T.Kostka)

In questa rubrica presento diversi mondi poetici e contemplo variegate stilistiche contemporanee, dedico molta attenzione alla sperimentazione e alle novità letterarie ma, lo ammetto con tanta ammirazione, leggendo le opere di Gianfranco Isetta provo sempre una profonda estasi paragonabile alla lettura delle liriche di Giacomo Leopardi. Come disse il Grande Maestro “La poesia malinconica e sentimentale è un respiro dell’anima” ed è così nel caso di Isetta il quale, nei suoi intimistici e riflessivi versi, sfida l’arte poetica con grande agilità e fascino simile a quello leopardiano: mai nessun eccesso o espressione superflua, la struttura delle opere è sempre mirata ed evidenziata con trasparenza grazie all’uso raffinato ed essenziale di ogni parola scritta. La poesia di Isetta non grida ma, basandosi su una profonda riflessione e retrospettiva, scava nelle profondità della psiche umana sfiorando gli abissi e le corde più nascoste. Isetta non commette mai l’errore di cedere alla pomposa e inutile retorica né alle vuote descrizioni, è come un orologiaio della parola che sottopone un lettore ad una precisa analisi ed emozione con ogni strofa. È un caso raro perché non siamo mai sazi delle liriche di Isetta, al contrario, la loro essenza diventa sollievo e una specie di droga nella nostra rumorosa e aggressiva quotidianità.

Izabella Teresa Kostka, Milano 2019

ALCUNE POESIE SCELTE di GIANFRANCO ISETTA

(FINGERE DI CHIEDERLO ALLA LUNA)

Ho rimediato parole ogni giorno
tra i sassolini e le foglie ingiallite
come fossero voci in letargo
onde sismiche a propagarsi intorno
pronte alla luce che pure ci inganna.

E adesso che ne sarà del mio sangue? (1)
Che penseranno gli uccelli migranti
del mio stare con la ruggine ai piedi!
Non c’è un nulla a cui potersi aggrappare,
forse qualche promessa che si rinsaldi
lasciandola al sole ad asciugare.

E se arrivasse la notte, che dire…
proviamo a gustare qualcosa di vuoto.
Io fingerò di chiederlo alla luna
poi mi nasconderò tra i ciuffi d’erba
e nel mostrarmi e scomparire, il tempo
potrebbe dirci se possiamo scegliere.
O forse c’è un non-tempo che rapprende?

*

(1) cit. Paul CELAN

(CAPITA)

Capita

di voler chiuse le finestre agli occhi
che si levano sempre fissi e uguali
senza un progetto per vincere il vuoto.

Capita d’invecchiare, come neve
sporcata dalle polveri sottili,
su una linea curva che s’attorciglia
sempre più, come un nido sotto gronda.

Capita che il chissà cosa e il quando,
che ci attende, non sempre ci riguardi
e poi capita che l’incontri al varco

Capita.

(CI SONO ACCENNI DI NOIA)

Per il paese s’ascoltano suoni
come voci di venti d’Occidente
c’è chi dice siano imposte annoiate
recitanti dalle finestre aperte.

Ne ha contezza la notte
quando la luna s’infiltra
con la sua lenza di luce
sui vetri già svelati.

Noi ci si incontra per questa ragione,
non per sconfiggere il tedio che incombe
o consolarci le menti confuse
ma a simulare più dense esistenze.

COME FOGLIA

Rivedo d’esser stato come foglia.
pur come foglia che col vento sale.
Ora che tocco a terra lento, e spenta
ogni ragione per puntare al cielo,
m’ accovaccio al caldo delle mie sere
disteso sulle membra rugginose.

Se sembra irraggiungibile l’interno
di un tempo che si pensa sogno eterno
è buona solitudine da accogliere
quella che mi accompagna ad una soglia
dove c’è sempre un ramo che mi invita
ad un ritorno che metta germogli.

*

(Pur come foglia, che col vento sale,
verso di Giovanni Della Casa
da LE RIME E I VERSI LATINI)

BIO – BIBLIOGRAFIA

Gianfranco Isetta è nato a Castelnuovo Scrivia (AL) nel 1949. Ha conseguito il diploma di laurea in Statistica presso l’Università Cattolica di Milano. Ora in pensione, è stato Direttore amministrativo dell’Istituto Scolastico Comprensivo di Castelnuovo Scrivia. Per 10 anni è stato sindaco del suo paese promuovendo il rilancio del Centro Internazionale di Studi Matteo Bandello sulla Letteratura rinascimentale, presieduto dal prof. Giorgio Barberi Squarotti.

Ha pubblicato: SONO VERSI SPARSI (Joker, Novi Ligure 2004), STAT ROSA (Puntoacapo, Novi Ligure 2008), entrambi i libri arricchiti da interventi di Giorgio Bárberi Squarotti. Il terzo volume “INDIZI… forse” è una raccolta antologica introdotta da un saggio critico di Luca Benassi, Nel 2014 esce PASSAGGI CURVI- Poesie non euclidee (Puntoacapo – Pasturana ) con prefazione di Alessandra Paganardi e postfazione di Ivano Mugnaini. È del 2015 una plaquette del pittore Adalberto Borioli con alcuni testi poetici di Isetta. Questa pubblicazione fa parte di una serie da collezione che vede presenti tra gli altri Fabio Pusterla, Giampiero Neri, Franco Loi, Maurizio Cucchi, Gilberto Isella, Donatella Bisutti, Vivian Lamarque, Patrizia Valduga. Ha partecipato e partecipa a numerosi incontri di poesia in varie parti d’Italia e tiene incontri di poesia con gli alunni della Scuole medie e superiori in varie località. Recensioni importanti sui suoi libri sono presenti in riviste come POESIA Rivista internazionale di poesia di Crocetti Editore, LA MOSCA di Milano, VERNICE LETTERARIA di Torino, MOLTINPOESIA di Milano, MANGIALIBRI on line, POETRYDREAM on-line, COMPITU RE VIVI on-line CRITICA LETTERARIA on line LA RECHERCHE di Roma, IL SEGNALE di Milano SENECIO di Napoli (con cui collabora). È presente in varie antologie e raccolte, nazionali.

RICONOSCIMENTI PRINCIPALI OTTENUTI

Finalista nelle Edizioni 2004 e 2012 del Premio di poesia Jacques Prevert, selezionato al premio David M.Turoldo del 2009. Selezionato al Premio Nabokov 2012. Finalista nell’edizione 2012 del Premio nazionale Carver. Ha vinto il Premio nazionale di poesia “ Andrea il Pisano” di Pontedera, Finalista al Premio Nazionale Laurentum a Roma per il libro “Stat rosa” e finalista con menzione speciale della giuria per la poesia inedita “Come uno scialle”. “Stat rosa” ha vinto (ex-aequo) la XXIV edizione del Premio internazionale di poesia e letteratura dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. Ha vinto nel 2013 la III Edizione del Concorso Nazionale Letterario Oubliette 03 con il libro “INDIZI … forse”. Premio speciale della giuria “Corrado Alvaro ” del Concorso “Colori e parole 2012” a cura del Centro Studi Accademia Internazionale G.Leopardi per la silloge di poesie “Del tempo, il caso e il senso”. Nel 2014 una sua silloge poetica 3^ al Premio Internazionale di poesia “G. De Scalzo” a Sestri Levante. Nel 2017 gli è stato assegnato il Premio speciale del Salotto letterario per la poesia sempre a Sestri Levante e tre suoi testi hanno ottenuto riconoscimenti al Premio letterario biennale internazionale “Pensieri e parole d’Oltrepò” . Suoi testi hanno ricevuto nel 2015 e nel 2016 una menzione speciale del Premio letterario La recherche Il giardino di Babuk-Proust en Italie a Roma. Sempre nel 2016 è stato finalista due volte al Premio internazionale di Letteratura e poesia Città di Recco, nel 2016 un suo testo ha conseguito il Premio speciale al Premio letterario nazionale Lampi di Poesia a Torino. Ha vinto nel 2017 la IX edizione del prestigioso Premio Internazionale di poesia città di Acqui Terme con il libro “Passaggi curvi – poesie non euclidee”. Nel 2017 ha ricevuto la menzione speciale al IX Premio internazionale di poesia Don Luigi di Liegro a Roma per la poesia “Invecchiano le nuvole” e il Diploma d’onore con mezione speciale al Premio intenazionale Michelangelo Buonarroti III edizione per il libro “Passaggi curvi – poesie non euclidee” . Il libro “Gigli a colazione” (Puntoacapo editrice 2017) ha ricevuto la segnalazione di merito al Premio internazionale di poesia Europa in versi 2018, e sempre nel 2018 il 2^ premio al concorso internazionale il CASENTINO, fondato da Carlo Emilio Gadda. Vincitore assoluto del VII Premio nazionale “L’arte in versi” organizzato dall’Associazione culturale Euterpe di Jesi. Altri riconoscimenti ottenuti nel 2019 Il Sigillo di Dante a Sarzana, Il Litorale a Marina di Massa, la Medaglia d’onore al Premio Di Liegro a Roma e menzione d’onore al premio Internazionale di Poesia Città di Moncalieri, finalista 4^ classificato al Premio nazionale Albero Andronico. È membro della Giuria del Concorso nazionale di poesia e narrativa “GUIDO GOZZANO” dal 2013. Scrive e collabora, sul Blog giornalistico nazionale ALGANEWS, diretto dal giornalista Rai Lucio Giordano con uno spazio riservato alla poesia.

Tutti i diritti intellettuali riservati.

L’articolo pubblicato anche sul blog giornalistico “Alessandria Today”:

https://alessandriatoday.wordpress.com/2019/06/15/ritratti-gianfranco-isetta-lorologiaio-della-poesia/?preview=true

POESIA: “ROTTAMI” (ispirata al Realismo Terminale) di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

(by I.T.Kostka)

È una grande soddisfazione vedere le valenti voci poetiche sfidare e sperimentare, con entusiasmo, la stilistica del Realismo Terminale – corrente artistica creata da Guido Oldani. Ci vuole grinta, ispirazione, fantasia e tanto coraggio. Tutte quelle doti, arricchite con una bella dose di spiccato talento, possiede sicuramente la poetessa Maria Rosa Oneto.

Compito compiuto con successo e… un po’ di brividi.

Buona lettura!

“ROTTAMI” (testo ispirato al Realismo Terminale)

Come pali
lungo i binari
restammo inchiodati
al vento.
Le gonne di cartapesta
pesanti di pioggia.
L’arrivo del treno
spezzò la notte
in un groviglio
di rottami.
Corpi sezionati
in laboratorio,
scarti per topi
senza fame.
Valigie sparse,
tracce di rossetto
sulla camicia bianca.
Urla di madri
all’abbaglio dei flash!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

LA PAURA SI VINCE di EDUARDO TERRANA

Foto: Pixabay

LA PAURA SI VINCE AFFRONTANDOLA
di Eduardo Terrana

Non ce ne accorgiamo neanche ma succede che ad un certo momento, ci scopriamo inquieti, ansiosi , timorosi, presi da trepidazione o da un pensiero che ci assorbe totalmente, in breve siamo preoccupati, uno stato d’animo oggi diffusissimo e quotidiano.
Ma perché lo siamo? Lo siamo, per la famiglia e per l’avvenire dei figli, per la salute, per il lavoro, per i problemi che ci crea la vita quotidiana, per i soldi che non bastano mai, per l’aspettativa di vita, per i rapporti con i vicini, per i disservizi e per tutto quello che non funziona nella società e mille altre ragioni ancora.
Di fatto siamo preoccupati per qualcosa che non dipende da noi e davanti al quale ci sentiamo sprovveduti e senza difesa. Freud distingueva tra preoccupazione e paura, definendo la preoccupazione la reazione a qualcosa che non si conosce e quindi l’ignoto e la paura uno stato d’animo rivolto verso qualcosa che si conosce.
La paura ce la portiamo dietro dall’infanzia: la paura del buio, la paura dei fantasmi, degli estranei. E’legata all’istinto di conservazione e rappresenta la reazione suscitata da una situazione di pericolo vera o immaginaria. E’ un fenomeno naturale che con la crescita e la maturazione generalmente si riesce a controllare di volta in volta che qualcosa dall’esterno provoca la sensazione di paura.
Ma recita un detto che la peggiore paura è quella di avere paura. Che succede allora in questo caso? Ovvero quando non si ha una normale tolleranza nei confronti della paura? Succede che scatta la preoccupazione, ovvero la reazione a qualcosa che non possiamo controllare o che non conosciamo, che avvertiamo come troppo pesante da portare e quindi siamo portati ad evitare o a nascondere.
La preoccupazione quindi produce l’effetto di distrarre dalla paura evitando il pensiero di tutto ciò che non è sotto il nostro controllo. Ne deriva che la preoccupazione viene vista, erroneamente, quasi come benefica perché ci allontana dal problema ma in realtà così non è. Mentre la cognizione della paura ci permette, affrontandola, di accettarla e di auto rassicurarci, la preoccupazione agisce al contrario, resistendo alla paura non ci fa vedere il problema e ci lascia in una situazione di insicurezza. Con il passare del tempo però le paure nascoste si amplificano e diventano difficili da gestire.
Non è contraddittorio dire che la paura è più utile della preoccupazione che invece è priva di utilità.
La paura è inevitabile ma può essere sfruttata positivamente, affrontandola, perché ci svela la natura del problema aiutandoci, così, nella crescita personale e nella espansione della emotività, mentre la preoccupazione, evitabile, non può mai essere sfruttata in modo produttivo, anzi può diventare un pericolo dannoso.
Il problema non è vivere senza paura ma non considerare la paura un nemico. Abituiamoci allora a gestire le nostre paure ed educhiamo i nostri figli a farlo, affrontando con loro, sin da quando sono nella fase della crescita, sempre il problema con il dialogo o con l’aiuto di un esperto. Non è opportuno mai nascondere il problema o tentare di ignoralo. La scelta migliore è affrontarlo. Preoccuparsi non serve e non aiuta.
Ognuno di noi affronta tante situazioni difficili nella vita e di paure ne vive tante.
Non bisogna allora mai voltare la faccia . Bisogna evitare di ingigantire il problema e impegnarsi per risolverlo. Non sempre è facile. Ma dialogando con se stessi alla fine si viene a capo delle situazioni. E’ sempre opportuno evitare di trovarsi in balia degli avvenimenti e di lasciarsi prendere dalla preoccupazione che, sempre presente, è pronta ad aggredirci senza che ce ne accorgiamo.
Allora è opportuno riflettere su ogni situazione e problema serenamente, in antitesi alle proprie proiezioni mentali, immaginarie e/o negative, cercando di dare alle proprie riflessioni positività. Questo eviterebbe di sentirci nulli ed impotenti dinanzi ai tanti problemi della vita che chiedono di essere risolti. L’esperienza è una grande maestra perché ci insegna che la vita reale va vissuta giorno dopo giorno e affrontata giorno dopo giorno, senza mai anticipare il problema e neanche trascurarlo quando si presenta.
Affrontare il presente è importante, dico il proprio presente, preoccuparsene però non ha senso perché più pregnante è la necessità di dare risposta al problema nel momento in cui la realtà lo richiede e quel momento va affrontato con decisione, con senso di realismo, responsabilità, maturità e soprattutto con coraggio.
Questa razionalità permette di vivere e di vedere il proprio futuro con un buon senso di ottimismo anche perché in tale ottica non preoccupano neanche le sorprese negative dei propri simili. Fanno parte della vita e sono, pertanto, da considerare come le lancette dell’orologio del nostro spazio temporale, reale ed affettivo, che ci permettono di regolare il flusso e la portata delle nostre emozioni, relazioni ed esperienze. Certamente fanno riflettere e talvolta creano anche dispiaceri per le delusioni che si portano dietro, ma non sofferenza e preoccupazione.
Sarà opportuno allora evitare illusioni e riserve mentali e concedersi con ampia disponibilità, poi aspettare gli eventi e decidere, a seconda delle risposte che arrivano dalle persone e dalla vita, cosa rottamare o conservare ma, soprattutto, cosa valga la pena di essere preso seriamente in considerazione e quindi meritevole di attenzione, riflessione e del massimo impegno.

Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

Tutti i diritti riservati all’autore

GIOVANNI PASCOLI: I TEMI DELLA SUA POESIA di Eduardo Terrana

GIOVANNI PASCOLI: I TEMI DELLA SUA POESIA

Il poeta Giovanni Pascoli. Foto: Wikipedia

di Eduardo Terrana

La poesia di Giovanni Pascoli è segnata dalle vicende familiari, tragiche e dolorose e dalle deludenti esperienze di vita del poeta. Pascoli vive un’infanzia spensierata,in una casa spaziosa della tenuta “La Torre” dei principi Torlonia, di cui il padre è amministratore. All’età di 12 anni, però, perde il padre, assassinato da un ignoto,che non sarà mai individuato. Negli anni successivi si aggiungono altri lutti familiari:
la sorella, la madre e due fratelli.
La morte della madre segna un’ombra di dolore incancellabile nell’animo del poeta, che la considera la tragedia maggiore, perché viene meno il nucleo familiare: il “nido”.
Questa precoce esperienza di dolore e di morte sconvolge l’anima del poeta e segna il crollo di un mondo d’innocenza e di infanzia serena a cui sempre il Pascoli aspirerà con immutata nostalgia. D’ora in poi il suo proposito sarà sempre di riformare il nido familiare originario.
Alle tragedie familiari si sommeranno altre profonde delusioni che arriveranno al poeta dal fallimento dei miti del suo tempo: il mito del progresso tecnico e sociale del genere umano, che aveva generato speranze ed entusiasmi di miglioramento; il mito della scienza liberatrice di ogni male e di ogni dolore.
Tutto ciò concorre a generare nell’animo e nella mente del Pascoli una nuova stagione di tristezza esistenziale del vivere e di angoscia profonda.
Le pagine poetiche si fanno espressione di vera e propria paura per i tempi nuovi che si annunziano: per il disastro che sta per cogliere il genere umano; per le enormi e mostruose metropoli che stanno sorgendo, viste come strumenti e sedi della schiavitù dell’uomo; per la scienza , che è alla base di tutto questo e che non ha dato né la felicità né la liberazione dell’uomo dal male e dalle fatiche.
Pascoli matura allora: il sentimento doloroso della vita, la certezza che la sofferenza è alla radice del nostro vivere e che il male è prodotto degli uomini che complicano con la miseria dei loro contrasti la scena oscura e dolorosa del mondo.
Concretizza, quindi, il suo rifiuto della realtà e della ragione, della storia e della scienza, del progresso tecnico e scientifico, in un ripiegamento intimistico che assume la forma della fuga nell’infanzia, del desiderio del rifugio piccolo, ma sicuro, nella casa = nido, dove sentirsi isolato ma tranquillo rispetto ad una realtà che non capisce e quindi teme, ed in cui si fa anche forte il vagheggiamento della campagna e delle umili cose, scenario sul quale proiettare inquietudini e smarrimenti.
Deriva da ciò un’ immagine del Pascoli di poeta solitario, che manifesta il suo totale rifiuto della condizione adulta e della vita di relazione al di fuori del caldo e protettivo “nido familiare”; che regredisce a forme di emotività e sensibilità infantili, che si pongono in antitesi con la visione matura della realtà; immerso nella campagna vasta e silenziosa, ed inteso a descrivere le rivelazioni delle cose, da cui scaturiscono i vari simboli che ricorrono nella sua poesia, che si indirizza in un’unica direzione: la scoperta dell’infanzia.
Il poeta, in Pascoli, coincide con il “ Fanciullino” che è dentro di noi e che permane dentro di noi anche quando dall’infanzia siamo cronologicamente lontani, l’età veramente poetica è, quindi, quella infantile.
Questo “Fanciullino”, alla luce sogna cose mai viste, parla con le cose della natura: bestie, alberi, sassi, nuvole, stelle, e riesce a cogliere la loro musica; vede “ tutto con meraviglia”, come fosse la prima volta, e scopre la poesia che c’è nelle cose. Il poeta, pertanto, non ha bisogno di creare nulla di nuovo; ha solo bisogno di scoprire il particolare poetico che già c’è in natura, ma questo lo può fare solo se è capace di guardare alle cose con occhi puri, come se le vedesse per la prima volta, proprio con il modo di guardare del “Fanciullino”, e quindi il poeta è colui che sa dare voce a questo “Fanciullino”, che ne usa le qualità per il bene di tutti gli uomini.
Il poeta deve solo ricordare e ripetere le impressioni che provò da bambino, e la poesia gli serve solo per dare ad ogni cosa il suo nome, come fanno i bambini.
L’atteggiamento puro del “Fanciullino” permette, allora, al poeta di penetrare nel mistero della realtà, colto non attraverso la logica ma attraverso l’intuizione ed espresso con linguaggio non razionale.
In tal senso la poetica del “Fanciullino” trova, oltre alla “analogia”, un suo necessario strumento nel “simbolo” utilizzato come metodo di scoperta della poesia della realtà e del mistero insondabile che circonda la vita degli esseri e del cosmo. La funzione del simbolo è proprio quella di far comprendere il significato delle cose nella realtà, attraverso collegamenti apparentemente logici fra oggetti diversi oppure cogliendone
l’affinità associando colori, profumi, suoni o parole scelte non secondo il loro significato concreto ed oggettivo, ma per le suggestioni che sono in grado di evocare.
Ne consegue una costruzione poetica non regolata dall’intelletto e dalla morale, ma da un tumulto di impressioni, di sensazioni, di parole , sapientemente calcolati.
Tutta la poesia del Pascoli tende al simbolo per esprimere quelle verità di carattere generale sul senso dell’esistenza umana che non la scienza ma solo l’intuizione, lo sguardo senza pregiudizi e disinteressato del “Fanciullino”, può raggiungere. Ecco allora che: il “cuculo”, uccello che non si crea il suo nido, ma che occupa il nido degli altri, simboleggia l’immagine dell’assassino del padre; “l’aratro dimenticato” in mezzo
al campo diventa il corrispettivo di una vita solitaria, di uno stato d’animo pervaso di malinconia e di tristezza; “l’albero spoglio e contorto” diventa il simbolo dell’angoscia dell’uomo; “i fiori” diventano il simbolo della solitudine, della incomunicabilità dell’esistenza umana; “l’ala bianca di un gabbiano” diventa il simbolo che rappresenta la famiglia e la sua capacità di proteggere l’uomo dal male e dalle angosce esterne; la “siepe” simboleggia il desiderio del Pascoli ad una vita indipendente dall’esterno; il “campo santo” simboleggia la presenza costante dei morti, sempre presenti nella vita del Pascoli, che, continuamente, ritornano confondendosi con i vivi. Ma è “il nido” il simbolo più rappresentativo della poesia del Pascoli. Il “nido vuoto” diventa il simbolo della casa vuota dalle presenze familiari, il luogo che lo preserva dalla vita violenta e
difficile da affrontare e dove trovare tranquillità e serenità. Rappresenta il luogo degli affetti e il rifugio sicuro contro la cattiveria umana; ma soprattutto rappresenta la purezza, la bontà, il candore e l’innocenza dell’infanzia, ovvero il nido non disfatto, la famiglia prima dell’uccisione del padre, prima dell’intervento brutale degli uomini e della storia che disarticola quel legame naturale.
Il nido però è anche il simbolo del riparo offerto dalla natura contro la violenza della storia, pertanto è legato al polo positivo della campagna e della serena semplicità della vita contadina, contrapposto alla vita traumatica della città, dove gli uomini si riuniscono solo per farsi del male. Questi simboli assumono la particolare connotazione
di esprimere e soddisfare il bisogno di sicurezza e di protezione dall’esterno che alberga nell’animo e nella mente del Pascoli e lo riportano a un mondo chiuso, ricco di affetti tranquilli, capace di offrire un rifugio dal caos e dalla violenza del mondo esterno, da lui desiderato. A questi simboli il poeta circoscrive tutta quanta la sua esistenza.
Della poetica del Pascoli colpiscono tante cose: la genuinità e la purezza della sua poesia che guarda al “Fanciullino” ed invita alla fratellanza ed all’amore universale; la sua riscoperta dell’infanzia, sentita come candore, bontà, confidente rapporto col mondo; i suoi sentimenti verso la famiglia e la sua affettuosa partecipazione ad essa; il suo rispetto della natura e la sua totale adesione ad essa; l’amore per la vita della campagna; la realistica rappresentazione dell’ambiente contadino e le cose umili, che
divengono come un rifugio dall’ansia della morte, presenza continua nella vita del poeta; il suo ideale umanitario di pace; il suo essere scevro da ogni discriminazione verso la persona, così come in natura non fa differenza tra animali e cose: il fiore, l’ape, lo stelo, l’albero, tutti riflettono il mistero e il miracolo dell’esistenza, che il poeta cerca di guardare con gli occhi e lo stupore del “Fanciullino”, quasi che la poesia fosse ogni volta una prima scoperta del mondo.
Questi motivi si trovano un po’ dovunque in tutte le opere del Pascoli. Ma colpisce in particolare quanto si legge in “Odi ed Inni”, dedicata dal poeta ai giovani, ai quali, nella prefazione, si rivolge: “affinché non accettano le divisioni e gli schematismi, ogni gretta separazione del bene e del male, del giusto dall’ingiusto; perché s’avvedano come facilmente si possa vivere ossessi dal demone della cupidigia e della rivalità e non essere allora uomini di pace; perché sappiano che dubitare, indagare, provare, non significa essere privi d’alcuna fede.”
Queste parole esprimono un forte impegno morale da cui traspare evidente integrità e purezza d’intenti e sono da leggere, in chiave moderna, da parte dei giovani, come un invito a vivere la loro vita nel rispetto di principi e valori, in onestà di pensiero e coerenza d’azione, avendo sempre rispetto di sé e degli altri, e, mai disdegnando il dubbio, tendere sempre alla ricerca della verità.

Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

Tutti i diritti riservati all’autore

SIAMO GELOSI? PARLIAMONE! – di EDUARDO TERRANA

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SIAMO GELOSI? PARLIAMONE!
di Eduardo Terrana

Chi può dire di non essere o di non essere stato geloso almeno una volta nella vita? Ma da cosa nasce la gelosia, perché siamo o diventiamo gelosi? Si afferma che non c’è amore senza gelosia e quindi i due sentimenti rimandano l’uno verso l’altro, ma, in realtà, la gelosia non è un sintomo d’amore, ma un fattore di insicurezza. È piuttosto una risposta emotiva alla paura di perdere qualcuno a cui siamo particolarmente legati da un forte sentimento e al quale vogliamo molto bene, ma la casistica è molto più ampia e più varia. La si può riscontrare all’interno di una coppia, ma anche tra fratelli, parenti, amici, colleghi di lavoro e in altri ambiti. La gelosia, però, tra innamorati è il classico più diffuso. Si fonda sull’idea sbagliata, conscia o inconscia, che qualcuno ci possa o ci debba appartenere in esclusiva, perché ci piace e lo desideriamo solo per noi, perché ci fa stare bene e lo vogliamo sempre vicino tutto per noi, perché magari ci ricrea e ci diletta ma il suo saper divertire lo vogliamo gestire come pare e piace solo a noi per il nostro piacere e godimento.
Si fonda, però, anche sul timore che si possa essere abbandonati o esclusi, ovvero essere oggetto di scarsa attenzione o considerazione. Bisogna allora partire dall’idea e vivere di conseguenza che l’Altro: fratello, sorella, compagno/a, fidanzato/a, coniuge, partner, amico/a, collega che sia, non è un OGGETTO , di cui impossessarsi, ma è un SOGGETTO, una PERSONA, un IO PENSANTE con il quale bisogna ricercare e stabilire un rapporto di equilibrio. L’ espressione, spesso reiterata sino all’ossessione: “ sono preoccupato/a per te “ oppure il chiedere continuamente :“ mi ami? … che fai?… dove sei?… con chi sei?… mi pensi?… farai tardi? … sei già al lavoro?… quando torni a casa?… cosa stai scrivendo?… con chi parlavi al telefono … con chi stai chattando su fb…?” e così via, non giustificano la gelosia, ma rivelano solo un difetto di iperprotezione, che inconsciamente nasconde il desiderio di tenere il partner possessivamente legato a sé.
E questo è la causa prima del fallimento di molte unioni, unitamente alla incapacità di sviluppare un dialogo maturo, responsabile e improntato al rispetto della indipendenza, dell’ autonomia, fisica e psichica, della persona verso al quale viene indirizzato il proprio sentimento o il proprio interesse. L’essere iperprotettivi o gelosi non è sinonimo d’amore. Ogni persona è giusto che abbia diritto a vivere la propria vita in autonomia e libertà, senza necessariamente subire i controlli o le censure del partner. Dire “ti amo” non vuol dire “ sono il tuo detective”. Ognuno, che sia uomo o donna, ha il diritto di vivere, di pensare, di fare e di decidere in assoluta libertà. La libertà nella coppia, fondata sulla reciproca fiducia , è presupposto basilare di equilibrio e di armonia e quindi di felicità, nella vita e nel rapporto di coppia.
Nella relazione d’amore la paura, spesso esagerata e ossessiva, di perdere la persona che si ama significa che non si è felici con se stessi e sicuri dei propri sentimenti e pertanto che il nostro benessere dipenda dallo stare con qualcuno del quale si vuole essere il pensiero primo ed esclusivo. Questo atteggiamento o modo di pensare è dannoso del proprio IO, perché manifesta che la persona è infelice. Allora costruire sulla FIDUCIA e sul DIALOGO, costante e continuo, nel rispetto della indipendenza del partner, accettandone i difetti e valorizzandone i pregi, con assoluta obiettività di visione e di analisi, e soprattutto accettare e comprendere i reciproci sentimenti e parlarne, ricercando la migliore integrazione dell’uno con l’altro, penso sia un relativo modo per affrontare le proprie debolezze e soprattutto il difetto della gelosia. Nello specifico l’Amore è il sentimento più bello che può esistere tra due esseri viventi. Viviamolo sempre in assoluta serenità secondo il principio che amare è donare.

Eduardo Terrana
Conferenziere Internazionale su Diritti Umani e Pace

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ERA IL TEMPO di Maria Rosa Oneto

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ERA IL TEMPO di Maria Rosa Oneto

Era il tempo dell’aurora e di fragole, umide di rugiada. Nel parco, ancora assonnato, camminavo scalza, facendo salire al cuore l’essenza vera della natura.
Nella chiara luce dell’alba, intrisa in una girandola di colori, leggevo il libro della vita. Le lacrime, i sorrisi, concimati di dolore e passione.
Stranamente, mi sentivo ancora bambina, nonostante qualche capello grigio e la pelle del viso a ragnatela.
Nella mia congenita solitudine, che nessuna genitorialità avrebbe potuto compensare, restavano Pinocchio e Geppetto; la Fata Turchina, la povera Cenerentola e la Carrozza a forma di zucca, variegata d’oro e d’argento.
La fantasia al potere, anche in età adulta, mi portava a sognare, a vedere nell’invisibile una realtà immaginaria, multi uso, modellabile come creta.
L’anima, alla quale spesso mi aggrappavo, restava: pulita, serafica, innocente. Non importava che fosse in un corpo imperfetto, disfatto, tradito da anni di brutture e maldicenze. Covavo dentro: la bellezza del creare e di quel sogno ideale, composto da tasselli cromatici, da suoni e parole, da
giochi d’allegoria e illusione. Il “Lupo cattivo”, “Cappuccetto Rosso”, erano personaggi che mettevano in rilievo il bene dal male. La “Principessa prigioniera in un castello fatato”, lo sforzo umano per raggiungere la meta agognata e godere di serenità e pace interiore.
Quante storie in un’unica storia, più volte riscritta e ripetuta. La bellezza della magia pulita, della vittoria dopo una sconfitta, del riscatto finale, intriso con briciole di pane. Luoghi dell’immaginazione e del non senso, che venivano percepiti e assaporati con infinito amore e con il piacere di dar sollievo alla mente. “Biancaneve e i Sette Nani”,dove compaiono l’invidia, la superbia e il concetto di sopraffazione. Il “Gatto con gli Stivali”, scritto con un linguaggio tipicamente romantico, si prendeva gioco della letteratura del tempo. La sua caratteristica, era quella di nascondere l’orrore, attraverso la comicità e l’ironia.
Al pari di “Barbablù”, che ritrae la vicenda del sanguinario uxoricida nell’immaginario collettivo e finì per essere associata alla figura del serial killer; quanto mai attuale ai nostri giorni. La morale, è quella di non disobbedire mai agli ordini del marito; se non vuoi ritrovarti in mille pezzi in una stanza segregata della casa, insieme alle altre ex consorti.
Il linguaggio metaforico, prettamente ludico, sociale o pedagogico, s’innesta nelle fiabe, dando una svolta anche alla vita reale.
Non a tutte le favole, però, era riservato il lieto fine del “vissero tutti, felici e contenti”; essendo quest’ultime, tratte da vecchi racconti popolari, dove primeggiavano: omicidi, infanticidi, situazioni di cannibalismo e abusi sessuali. In alcune versioni di “Cappuccetto Rosso”, essa, viene raccontata nell’atto di togliersi i vestiti, prima di essere mangiata dal Lupo. Un gesto che è stato metaforicamente associato allo strupro e alla violenza sessuale, come in “Hansel e Gretel”; dove la strega viene bruciata viva nel forno.
Nella dolcissima “Cenerentola”, le due sorellastre, pur di calzare la “scarpetta di vetro”, si tagliano – su consiglio della madre – un dito del piede. A svelare l’inganno, due colombelle che fanno notare al Principe, la copiosa fuoriuscita di sangue dalla scarpina.
La fiaba danese de “Il brutto anatroccolo”, viene spesso considerata un’allegoria delle difficoltà che sperimentano bambini e adolescenti durante la loro crescita. Serve a rinforzare l’autostima dei fanciulli, facendo loro accettare eventuali differenze che li dividono dal “gruppo” o, addirittura, ad essere fieri di tali “diversità” che potrebbero in realtà rivelarsi un dono. Se ne conclude che, nessuno mai dovrebbe essere rifiutato o emarginato come “diverso”. In quanto, a ben guardare, nessuno lo è.
Da questa vicenda, empatica e bene augurale, potrebbero ancor oggi, rinascere aspetti di solidarietà, comprensione e di uguaglianza reciproche. Senza classicismi, disparità ed inutili stereotipi che, appartengono al lato retrogrado dell’utopia e della malvagità umana.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

ANGOLO DI POESIA: TRE LIRICHE di MARIA ROSA ONETO

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(by I.T.Kostka)

Quando le parole diventano sfogo dei nostri turbamenti e mali interiori trasformandosi in arte di rara bellezza…

Quando ogni pensiero scava negli abissi dell’anima sfiorando le corde più intime…

Accade sempre così quando addentriamoci nel mondo dei versi di Maria Rosa Oneto.

Buona lettura!

TRE POESIE SCELTE

LASCERÒ

Lascerò
il mio cuore d’amante
alla Terra
perché se ne sazi
con ingordigia.
Spargerò il sangue
di una vita intera
a dar rigoglio alle foglie,
nutrimento di radici
che scavano nel profondo
alla ricerca dell’oro.
Sarò tronco
d’alberi maestosi
che a primavera
accolgono nidi.
Humus fertile
portato dall’acqua dei fiumi
per incidere germogli
e sonni invernali
fra brividi di freddo.
Stenderò la pelle
dove i folletti
cercano casa,
nell’intrico dei boschi
dove la luna non bada!

ME NE ANDRÒ

Me ne andrò,
truccata da bambola,
la veste corta,
la bocca accigliata.
Me ne andrò
in un giorno qualunque
quando il sole
danza,
precipitando in mare.
Me ne andrò
ridendo e scherzando,
con un paio di baffi
appiccicati con la colla.
Me ne andrò
senza gridare
alcun nome.
Tra le dita,
l’ultima sigaretta.
Non piangerò
lacrime di dolore,
né sussulti di rabbia
sul cuscino a fiori.
Me ne andrò
in punta di piedi…
senza disturbare nessuno!

ACCOGLIMI

Accoglimi, Signore,
come migrante
alla deriva.
Ho trangugiato
acqua salata
e pane rancido
ad ogni lacrima
versata.
Accoglimi, Signore,
come figlia di nessuno.
Peccatrice di sogni,
di amori sbagliati.
Gemella prediletta
del Tuo Golgota.
Accoglimi
senza fare domande,
senza puntare il dito,
con braccia stese
a dar luce all’Anima.
Sarò nuda
come quando sono nata.
Gravata di mali,
di pesi non voluti.
Sarò donna di poca fede,
al cospetto del Tuo
Volto.
Sincera e vera
come ho vissuto.
Accoglimi lo stesso…
Saprò farmi
perdonare,
aggrappata
ad un lembo di Cielo!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice