“L’ANIMA DEL PENSIERO” DI MARCO MESSINA a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“L’anima del pensiero” di Marco Messina

Questo libro è una breve raccolta di poesie in cui viene messo in risalto l’animo del giovane poeta; i versi contenuti in essa sono l’esempio chiaro e tangibile che il concetto di bellezza non ha generazione, non ha età, non ha confini territoriali o socio-culturali. Le poesie di questo giovane autore sono caratterizzate da un forte pathos, sentimentalismo, a tratti anche realismo, ma soprattutto ciò che il lettore prova approcciandosi a questi testi è un forte senso del dolore, ma anche l’amore profondo per la vita. Questi enunciati si interrogano sul significato, a volte misterioso, dell’esistenza. La poesia “Libero” contenuta in codesta raccolta, esprime appunto il desiderio incondizionato di volare con la fantasia; egli dice : ”Non sono un prigioniero”, con questa frase vuole sottolineare l’importanza di essere liberi dai vizi che ci rendono prigionieri, come la menzogna che il poeta stesso sottolinea. Un’altra poesia ad effetto è “Piove”, descrive il dolore, lo stato di pericolo, l’incombenza di una madre che in preda ad un alluvione è costretta a far salvare sua figlia e sacrificare la sua stessa vita, come sottolineano i seguenti versi: “Devi salvarti tu figlia mia, se la tua anima sarà salva lo sarà anche la mia”, l’autore esprime con le sue parole sommesse, cariche di emotività, l’importanza del sacrificio di un genitore. 
Io credo che la poesia per i giovani sia uno dei più bei mezzi di espressione, per comunicare i propri stati d’animo, le proprie emozioni, i propri sentimenti.

Poesia “Piove” 

Piove, piove forte
sei accanto a tua madre
che ti stringe forte.
L’acqua penetra nelle porte
tutto è sommerso,
tutto è disperso.
Lei ti copre ,ti protegge
é il tuo angelo custode.
La pioggia continua
e tutto va in rovina.
Hai paura, tanta paura.
Piangi,piangi perché lei soffre.
Le sussurri:”Mamma stringimi forte”.
La speranza è ormai persa.
Ma tua madre ha coraggio 
vuole portarti in salvo.
Ti prende in braccio,
ti spinge sul tetto,prova a seguirti.
Ma l’acqua sale sempre di più,
sta per travolgerla.
Ti sussurra piangendo :
“Devi salvarti tu figlia mia,
se la tua anima sarà salva 
lo sarà anche la mia”.

Questo testo stupendo ricorda le vite di chi in circostanze così orrende non è riuscito a salvarsi, ma l’animo dell’autore non estrinseca soltanto il dolore, ma anche la condizione del poeta che si sente un disadattato sociale, un incompreso dalla massa come ai tempi dei “poeti maledetti”, ad esempio Baudelaire, che descrive la condizione del poeta paragonandola a quella di un gabbiano o quando narra la vicenda della “perdita dell’aureola”, Marco Messina esprime la sua diversità,la sua particolare sensibilità attraverso la poesia “Libero”.

Non ho paura
non sono un prigioniero.
Non temo gli altri,
scrivo solo ciò che vero.
Mi sento libero
di osare
mi sento libero 
di raccontare, 
mi sento libero 
di emozionare.
Sono libero
dalla menzogna
e mai prigioniero 
della vergogna
perché non complice
di una carogna.
Sono un uomo che scrive
per passione,
Sono un uomo che vuol parlare
alle persone.
Sono un uomo che non si arrende,
perché non so cos’è un perdente.
Sono libero di odiare 
ciò che non so amare.

In questi versi scritti in un linguaggio molto semplice e colloquiale il poeta sottolinea la libertà che tutti coloro che scrivono dovrebbero possedere, la libertà di scrivere ciò che è vero, di scrivere per emozionare, per affascinare e non essere, invece, asserviti ad una casa editrice o ad un giornale che comandano ciò che bisogna scrivere. È un invito ad essere liberi anche se disapprovati solo in questo modo non si riceverà un falso elogio, ma la società proverà invidia o stima per il proprio coraggio.
Per ulteriori curiosità è sempre possibile visitare la pagina Facebook dell’autore che si intitola: 
“Poesie di Marco Messina”.

Sabrina Santamaria 

Foto dal web 

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IL 3° QUADERNETTO POETICO “LA CENA DELLE EFFE” a cura di Roberto Marzano 

( by I.T.Kostka) È appena uscito il 3° quadernetto poetico a cura di Roberto Marzano “La cena delle Effe “. All’interno un bel viaggio artistico attraverso i cibi, le golosità, le cucine, i nostri vizi e tante tante appetitose fotografie. Credete di trovare qualche riffinata ricetta? Può darsi, ma il contenuto dell’ebook risulta piuttosto sorprendente e stimolante. Roberto Marzano, come sempre, riesce a offrire ai lettori un caleidoscopio multicolore di artisti per niente banali! Per non parlare della grafica assai “frizzante” e fresca come un bicchiere di prosecco. Buona lettura e…   bon appétit. 

L’ebook da scaricare gratuitamente dai siti Issu e Calameo: 

https://issuu.com/robertomarzano/docs/3___quadernetto_poetico_-_la_cena_d

http://ita.calameo.com/read/0030497326d0d01d03aaf

CENA (con ironia)

Ho bisogno
d’assaporarti come il sangue di Cristo
diventando la Maddalena dei nostri tempi.

Mi stendo sull’altare dell’ultima cena
per nutrire le membra dei peccatori.

Assaggiatemi
rinunciando all’ingresso nel noioso Eden.

ACQUA

Sgorga
dal pozzo della dimenticanza
per saziare le labbra invernali,

depura gli stagnanti sensi di colpa
che scorrono tra i ruscelli fatti di rughe.

Affonda qualsiasi dolore.

PANE (l’urlo del disoccupato)

Pretendo il pane quotidiano
come i piedi il suolo della fresca terra
eppur vietate i miei diritti
spingendomi nel baratro dei disperati.

Voi, seduti nei comodi uffici
abbuffati di tasse e di grasse imposte,
diventerete un giorno cibo per i vermi
e nessuno s’accorgerà della vostra mancanza.

Scarti dell’Universo.

 

(Izabella Teresa Kostka,  2017)Per “La cena delle Effe ” a cura di Roberto Marzano

Diritti riservati.

INTERVISTE VIP: GUIDO OLDANI (poeta, padre del Realismo Terminale) a cura di Izabella Teresa Kostka 

INTERVISTA AL MAESTRO GUIDO OLDANI (poeta, padre del Realismo Terminale) a cura di Izabella Teresa Kostka 

Un compito emozionante quello di intervistare uno dei personaggi più significativi e importanti della poesia italiana del Novecento: il Maestro Guido Oldani, padre del Realismo Terminale, nato nel 1947 a Melegnano in provincia di Milano; per riassumere in poche parole il suo valore artistico, cito testualmente uno stralcio dell’articolo pubblicato su “La mia poesia” (http://www.andrealucani.it/guido-oldani.html): ” (…) attualmente  una delle voci poetiche internazionali più riconoscibili (…)”.

Eviterò di trascrivere l’intera biografia dell’artista, che può essere consultata integralmente dal sopra citato link e sul sito “La Poesia Italiana del Novecento” (http://www.italian-poetry.org/oldani.htm)

1 – I.T.K.:  Buongiorno Maestro Oldani, innanzitutto vorrei ringraziarLa per aver accettato di partecipare a questa intervista e per la disponibilità nei confronti dei lettori che non vedono l’ora di approfondire la Sua preziosa conoscenza. Guido Oldani, fanciullo, è nato appena dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, muovendo i Suoi primi passi nel cuore della nebbiosa Pianura Padana ricca di risaie. Caro Guido, raccontaci un po’ della tua infanzia e soprattutto spiega come è nata la passione per la scrittura. 

G.O.: Sono nato sulla riva del fiume Lambro, da cui prendevo il pesce durante le esondazioni e in cui intingevo i piedi durante la calura. Del resto, proprio in un fiume ho imparato a nuotare e forse, l’idea di farlo controcorrente, è diventata un archetipo della mia esistenza, pratica e teorica. La nebbia era la piscina in cui nuotava l’anima. Mi ci sono sempre trovato bene, considerandola un privilegio per il pensiero: una specie di pensatoio. La mia è una terra ricca di verde, che è, è vero, il colore della povertà ma anche quello della speranza, determinante virtù teologale. Ho imparato a conoscere e distinguere bene le stagioni fra di loro, forse per questo considero Vivaldi il maggior musicista che sia mai vissuto. Il bello della mia infanzia, mio padre era operaio, è stata la fatica disumana per conoscere adeguatamente la lingua italiana, così, già da piccolo leggevo i quotidiani giornalmente ed avevo il dizionario della lingua italiana come secondo vangelo. La passione per la scrittura nasce insieme a questa ossessione per apprendere le parole. 

2 – I.T.K.:  Quali erano i tuoi “Maestri del passato” preferiti, quelli che, forse, hanno influenzato di più la tua crescita interiore e anche quella come poeta?

G.O.: Ho amato molto i narratori russi dell’800, così come Stendhal de “Il Rosso e il nero” e  “Sotto il sole di Satana” di Bernanos, che certamente hanno fatto parte della mia crescita interiore. La poesia, invece, restando nel 900, credo debba qualcosa a Clemente Rebora, Osip Mandelstam e Cesare Pavese di “Lavorare stanca”. 

3 – I.T.K.: Hai scritto sulle principali riviste letterarie del Novecento, pubblicando nel 1985 la prima raccolta ufficiale  “Stilnostro” (CENS). Quale avvenimento ha fatto nascere in Te la voglia di “fare il poeta” per professione e quali erano i tuoi scopi principali come artista? Cosa intendevi trasmettere attraverso le tue opere?

G.O.: Ho avuto familiari artisti: musicisti, scultori e pittori. Nessun letterato. Sono un uomo per la totalità. Le cose fatte con orari stability e quindi parziali mi sono sempre parse come un pressapochistico dilettantismo. Ho bisogno dei sempre e degli assoluti. Mi innamoro perdutamente solo di quello che non è in vendita e che non si può comprare. Mi piacerebbe poter credere di aver contribuito a rendere appetibile l’idea dell’interminabilità dell’esperienza umana ed artistica.

4 – I.T.K.: Dopo “Stilnostro” (1985) sono state edite numerose raccolte poetiche tra cui “Sapone” (Kamen 2001) e “La betoniera” (LietoColle 2005), inoltre sei presente sulle pagine di alcune importantissime antologie pubblicate da Garzanti, Einaudi e Mondadori. Come è maturata la tua scrittura e quali mutamenti ha subito nel tempo? Avevi già in mente un progetto concreto riguardante la nascita di un nuovo movimento,  di una fresca e “rivoluzionaria” estetica stilistica? 

G.O.: La mia scrittura è fatta essenzialmente di due periodi. Il primo è quello dei gerundi e dei participi passati, che riescono a ritagliare descrizioni potenti e girare intorno alla possibilità dell’assoluto. Un’esperienza nobile quanto pericolosa, perché è come far camminare insieme la luce e le ciabatte. Il secondo periodo è quello del Realismo terminale. All’inizio non avevo progetti ma, duellando con la vita, lei ti massacra e ti fa crescere di statura ma soprattutto la vista.

5 – I.T.K.: Nel 2010 è uscito un tuo saggio intitolato “Il Realismo Terminale”, che è stato tradotto anche negli Usa. Sei considerato ideatore e padre della similitudine rovesciata e dell’appena citato “Realismo Terminale”. Spiegaci meglio la genesi e il significato di questi termini, potresti focalizzare le caratteristiche principali del nuovo movimento che ha cambiato la letteratura contemporanea per sempre?

G.O.: Il termine Realismo ha mille significati. Io intendo esclusivamente quello che si ha nel terzo millennio, allorché la maggior parte degli abitanti del pianeta vivono nelle betoniere delle metropolis, in continuo mescolamento con gli oggetti, che insieme a loro si vanno accatastando progressivamente. Per Terminale si intende che i popoli si avviano a concludere il viaggio dell’ammucchiamento nelle metropoli. Questa situazione irreversibile, muta irreversibilmente noi e i nostri linguaggi, credo in tutte le arti. Credo che si diventi un po tutti progressivamente Realisti terminali, come tutti gli uccelli, se non sono dei tacchini, sono destinati a volare.

6 – I.T.K.: Credi che le stilistica del R.T. possa rispecchiare pienamente i nostri tempi inquieti, aiutando a esprimere tutto il disagio e la “claustrofobica sottomissione agli oggetti” di cui siamo schiavi? È la ribellione e l’urlo del poeta oppure la naturale e progressiva trasformazione dello stile e del linguaggio? Oppure si tratta di una vera filosofia?

G.O.: Questa è una domanda molto forte, perché se da una parte ci si sottomette progressivamente agli oggetti, al contempo una parte di noi si ribella e, come per destino lieto e fatale, si va totalmente modificando la nostra comunicazione. Sicuramente ciò è anche materiale per i  filosofi, anche se al momento sembra prevalere l’ignoranza volgare dei cuochi. 

7 – I.T.K.: Nel 2016 hai curato insieme a Salvatore Contessini e Diana Battaggia il volume intitolato “Verso  il Realismo Terminale. Novecento non più”, edito da La Casa Felice Edizioni. Un progetto coraggioso che come intento desiderava invitare i poeti all’approccio con questa stilistica.  Alle selezioni degli elaborati hanno risposto molti scrittori e poeti dei nostri tempi, tra cui anche la sottoscritta: come giudichi l’antologia pubblicata? Siamo stati capaci di avvicinarci in modo soddisfacente al “nucleo” della similitudine rovesciata e del R.T.? Puoi giudicare positivamente le poesie selezionate oppure si percepisce soltanto una sperimentazione basata sulle linee guida del movimento? 

G.O.: L’antologia 900 non più è stata come dissodare un terreno nel deserto, per farvi nascere una foresta. Si tratta di una esperienza naturale e significativa, che ha permesso di rinvenire testi e autori, alcuni dei quali non fatico a immaginare potranno integrarsi nel movimento, che, avendo una sua intrinseca natura dialettica, non può che vedere con molto favore questo prezioso poetare in atto.

8 – I.T.K.: Sei sicuramente tra i personaggi di più grande rilievo letterario nazionale e internazionale dei nostri tempi. Purtroppo, come ben sappiamo, la poesia è considerata come unarte in uno stato di profonda crisi d’identità: come consideri i poeti contemporanei italiani nel panorama europeo ed internazionale? La loro voce si distingue tra la folla oppure spariscono nel vuoto? Si può scoprire e proporre ancora qualcosa di nuovo oppure tutto è già stato “scritto e inventato”?

G.O.: Temo che la poesia italiana subisca una grave ipoteca del 900. È come se non ci si rendesse conto che fra il secondo e il terzo millennio cè di mezzo un infinito. Vedo molti poeti, persino con baldanza, essere trascinati al guinzaglio del 900. Sgombrare il cadavere del 900 dai nostri piedi è l’unica possibilità nella quale abbiamo totale fiducia, perché niente è già stato scritto e inventato di quello che abbiamo incominciato a fare insieme.

9 – I.T.K.:  Nei tempi dei social network la scrittura e la poesia sono diventate forma di un particolare esibizionismo. Scrivono quasi tutti e pubblicano on-line effettuando una vera “caccia ai like”. Secondo te è la strada giusta? Qual è il tuo parere sullo sviluppo di questa forma d’arte mediatica? Ha qualche significato e valore che possa influenzare la crescita della “vera e buona scrittura “? Cosa pensi di numerosi reading, Slam Poetry e concorsi che nel nostro Bel Paese proliferano senza limite? 

G.O.: C’è un fenomeno di scrittura di massa, in atto nei social network così come nella pagina. Credo che i concorsi siano sostanzialmente dannosi: una specie di dittatura del niente esercitata sul nulla. Le esperienze di slam poetry, come le altre che ho citato, vanno considerate nella loro interezza, nel loro assiepamento, nella loro moltitudine complessiva. Sono opera in sè, come il mosaico nelle arti figurative. Da queste situazioni, le singole voci devono però prendere il largo, decollando singolarmente o in piccoli gruppi di significazione. Alla fin fine, la poesia è come il respiro. Esso è individuale; un’esperienza di vita esattamente come l’arte e in particolare la poesia.

10 – I.T.K.:  Come artista, poeta e soprattutto come Uomo, quale consiglio daresti alle giovani generazioni di esordienti? Che cosa significa “il successo e l’affermazione “? Nel mondo soggiogato dal lucro si può ancora parlare di “carriera poetica”? 

G.O.: Basta che finisca una trasmissione televisiva e il conduttore, notissimo a milioni di persone, il giorno dopo è sparito nel nulla. La poesia non ha mai avuto molto a che fare con l’esperienza finanziaria. Tuttavia, quello che so, è che vi sono poeti magari scomparsi nel disagio, ma che ricordiamo con deferenza a secoli e millenni di distanza. Non riesco a fare memoria di un solo banchiere che sia stato coetaneo dei maestri citati. Davvero incredibile la carriera poetica.

11 – I.T.K.: Maestro Oldani, Ti ringrazio di cuore per il prezioso contributo che ci hai dato e credo profondamente che la Tua arte sopravviverà e continuerà a stimolare le menti dei futuri “freschi germogli” della letteratura. È stato un enorme onore e piacere ospitarTi sulle pagine di questa intervista.  Ringrazio con stima e affetto per il tempo dedicato ai nostri lettori. Alla prossima volta!

 
Intervista rilasciata dal maestro Guido Oldani a Izabella Teresa Kostka per la rivista letteraria “Euterpe” e per il blog “Verso – spazio letterario indipendente”.

Settembre 2017

Tutti i diritti riservati agli autori. 

Foto dalla pagina ufficiale Facebook del poeta

INTERVISTA A CARMINE LAURENDI a cura di SABRINA SANTAMARIA 

Carmine Laurendi è un giovane poeta che in questi ultimi anni ha pubblicato due raccolte poetiche: “Ti pensu notti e ghiornu Bagnara” e “Ogni cosa cu so tempo”, spesso nelle sue liriche esalta l’amore per il suo paese natio, Bagnara oppure snocciola con grande stile spunti e riflessioni attuali  e di carattere sociale.

S.S.: Quando è stato il tuo primo incontro con la poesia?

Mi sono avvicinato alla poesia subito dopo la morte di mio padre. Grazie ad essa sono riuscito a liberarmi del peso che  mi portavo dentro.

S.S.: A quale poeta della letteratura ti sei ispirato maggiormente? Sempre se c’è uno stile che più di tutti ti ha affascinato…

Non mi ispiro a un poeta o a uno stile in particolare. La mia poesia nasce spontaneamente, da un attimo, da un pensiero o da una riflessione. Apprezzo tuttavia l’ermetismo di Salvatore Quasimodo, e recentemente ho iniziato a leggere con passione le opere di un poeta originario della mia terra, Vincenzo Spinoso.

S.S.: Cosa ti ha particolarmente spinto a pubblicare due raccolte poetiche?

L’idea di pubblicare le mie raccolte poetiche è nata dai commenti, dai suggerimenti e dalle critiche costruttive dei miei amici e dei miei compaesani. Dal loro interesse sono scaturiti i miei libri.

S.S.: Secondo te cosa la poesia può ancora  trasmettere alle nuove generazioni?

Alle nuove generazioni la poesia può ancora trasmettere un’idea di bellezza, di purezza, di spontaneità, valori quanto mai necessari in questo mondo confuso.

S.S.: Quale potrebbe essere il suo messaggio?

La mia vena poetica ha origine dal luogo in cui sono nato, dalle mie origini e dallo studio costante. Contestualmente cerco sempre di essere aperto verso altre culture e nuovi orizzonti. Le mie poesie, spesso, hanno risvolti dal punto di vista sociale…

S.S.: Per quali fenomeni sociali pensi che la poesia possa essere incisiva?

La poesia è una forma d’arte, e come tutte le arti potrebbe allontanare i giovani dalla strada, attirando la loro attenzione e offrendogli una speranza. In questo senso, mi sento di poter affermare che la poesia ha un ruolo salvifico.

S.S.: Al centro delle tue liriche metti sempre il tuo paese natio, Bagnara, pensi che lo spirito del poeta sia quello di mettere al centro i luoghi in cui viviamo? Oppure bisogna essere “cittadini del mondo”?

Io parlo del mio paese non perché sia speciale, ma perché lo amo. Questo amore lo rende unico. Allo stesso modo chi legge le mie poesie, attraverso le mie parole rivive l’amore per il proprio paese e le proprie origini.

S.S.: Secondo te la poesia è il sentimento più profondo dell’essere umano? Oppure è il frutto di un’erudizione attenta e continua?

Sono due espressioni simbiotiche, nel senso che la poesia nasce spontaneamente come espressione profonda dell’anima, ma poi si evolve in erudizione, come allenamento costante.

S.S.: Qual è il ruolo del poeta nella società attuale? E rivestendo questo ruolo come potrebbe agire ?

Il poeta non deve ergersi a giudice, né pontificare. Nella società odierna il poeta deve essere soprattutto una persona umile che cerca di far riflettere il pubblico attraverso i suoi pensieri e le sue emozioni.

S.S.: Per esprimere con i colori o con la musica la tua poetica a quale quadro  o composizione musicale ti riferiresti?

Le opere di Renato Guttuso esprimono al meglio il mio modo di fare poesia. 

Vi ringrazio per questa opportunità che mi avete regalato , mi avete reso ospite su questo blog stupendo. Alla prossima. 

L’intervista a cura di Sabrina Santamaria, 2017.

VERSO CONSIGLIA: IL 2° ANNIVERSARIO DEL PROGRAMMA “VERSEGGIANDO SOTTO GLI ASTRI DI…” A COMO IL 13.10.2017

LA SERATA STRAORDINARIA A COMO – LA VERA UNIONE DELLE ARTI “ALLA CORTE DI APOLLO ” il 2° Anniversario del programma “Verseggiando sotto gli astri di…”:

– 21 poeti selezionati dal bando
– 6 gruppi per totale 9 artisti musicisti e cantautori 
– 2 attrici / performer teatrali
– un breve intervento letterario sulla “Unione delle arti”. 

Ospite d’Onore di altissimo rilievo: GUIDO OLDANI (padre del Realismo Terminale)

E… tante tantissime emozioni. Non mancate! 

13 ottobre ore 18.00
Salone Enrico Musa dell’Associazione Carducci 
Viale Cavallotti 7, COMO
INGRESSO LIBERO (sala offre circa 250 posti)
Cena facoltativa (su prenotazione)

Per qualsiasi info potete contattare: verseggiando.eventi@yahoo.it

Conducono:
Izabella Teresa Kostka e Lina Luraschi

“IL TESTAMOUR O DEI RIMEDI ALLA MALINCONIA” di MARC SORIANO. Recensione a cura di SABRINA SANTAMARIA 

Recensione “Il testamour o dei rimedi alla malinconia” di Marc Soriano.

Quest’opera racconta un grosso dramma; l’autore, Marc Soriano, soffre di una malattia incurabile, la miastenia; con gli anni non riesce a deglutire il cibo, infatti si alimenterà grazie al sondino naso-gastrico. Tutti i medici all’inizio della sua sventura gli diagnosticavano una semplice depressione, ma in effetti vomita il cibo e grazie all’ausilio di determinati controlli riesce a comprendere che è affetto da un tumore incurabile.

La narrazione dell’opera non è continua, ma spezzettata, fatta da componimenti lirici scritti non solo da Soriano, ma anche dalle figlie Véronique e Isabelle le quali esprimono tutto il dolore di vedere un padre che diventa un vegetale. Di origine francese, il grande Soriano, é un brillante insegnante, i suoi alunni lo ricordano come un uomo dalle ampie prospettive, comprensivo, capace di esprimere il vero senso dell’insegnamento, cioè trasmettere ai ragazzi lezioni di vita attraverso l’esemplarità, come afferma la pedagogista Nosari. 

L’esperienza di Soriano insegna al lettore che bisogna amare la vita anche quando la morte ci attraversa. Quest’opera ha vinto la morte perché il suo autore è rimasto vivo nel cuore di tutti. 

Ecco alcune parti del testo che a mio giudizio meritano di essere attenzionate:

“Trascinato via da un cavallo pazzo attraverso foreste e colline.

Respiro ansimando al ritmo di zoccoli incerti e potenti.

Gli alberi si diradano, vomiti di vulcani, zolfatare, discese improvvise a rotto di collo, poi la caduta ed un calore intenso.

Allora affiorano alcune parole  che mi sono state dette e ripetute.

Tieni duro, non mollare, ti pensiamo sempre, siamo con te, fatti coraggio. E il mio respiro diventa più regolare, il mio cuore ritrova piano piano il suo ritmo quasi normale. Ancora una volta loro mi hanno salvato, il cavallo marcia al piccolo trotto,al passo.

Quante volte ancora riusciremo a controllarlo?”;

“Non sopporto più il rumore del mio cuore, non va più bene, si arresta di colpo, sembra una mantice di fucina, mi sveglia: sono io, mi dice, l’avresti mai creduto che ero tuono ed orchestra? 

Ascolto é vero non é più un cuore, ma chiasso e furore, una campana a martello. 

Gli chiedo cosa vuole, lui raddoppia i colpi senza rispondere. Allora sento l’abbaiare dei cani il suono del corno il galoppo dei cavalli é la preda in pasto ai cani la condanna a morte. Di chi? Per chi? Ma non mi risponde e raddoppia il suo baccano. Non sopporto più il rumore del mio cuore.” 

Ho trovato molto commovente questo scritto di Isabelle che si intitola “Libertà”:

“Libertà provvisoria 
improvvisata

Libertà 

io ti addomestico

con le mie mani

serrate su di te

sono la tua più dolce prigione improvvisata e imprevedibile

Se un giorno mi rinserro nel tepore

delle tue notti

se somiglio 

a una parure

preziosa perché

piccola

e fragile, ricordati 

se ritorno 

non ci sarà nulla da dire

che non somigli a questa sofferenza

neppure scambiare il mio posto con il suo

oh come vorrei con i denti e con le unghie

strappando al suo corpo

Uomo e donna a un tempo

non mi ha affatto concepita normale 

è vero, all’inizio,

né uomo né donna,

umana, semplicemente,

e così tenera

sentirti

le parole furono per me il latte paterno 

E così cos’altro

se oggi, in questo stesso istante,

ti raccontassi questa storia

forse appena abbozzata 

al momento 

del mio ultimo minuto 

Libertà 

ma la storia non é finita 

perché il “tuo nome”

perché no?

mi ricordo

nascosta a metri  sottoterra

in quest’altra vita

che non risale se non a pochi giorni

Avevo, ingannata forse,

avevo in me, scintillante come neve sotto la luna,

come le tue pupille a volte,alla luce,

questo sentimento di 

Libertà 

la tua fronte é liscia

non una ruga

e tuttavia hai l’età 

del tempo che resta

é certamente per questo 

vedi

anche per questo 

che passo tanto spesso

la mia mano nei tuoi capelli 

Omaggio 

Oh disperazione.”

Véronique, a sua volta, si é impegnata a scrivere questa fantastica poesia:

“Cos’è morire?”

Morire, 

cos’è

quest’acino d’uva che cresce

che cresce 

e che si raggrinza fino a diventare

vinacciolo?

Marcire, morire,

é quando ti lascio

il mio corpo si tende,

ho male, ho freddo

tu mi uccidi a distanza

la tua tenerezza en rasoir

morire per tutte le parole,

morire senza le tue carezze,

e i tuoi occhi a specchio.

Morire disperata

Questa camera d’albergo,

Un letto, un copriletto

Un tavolo, e io

in un angolo

che traccio  febbrilmente

Il nostro antro sigillato

Queste gocce di pioggia

che stillano a una a una

tristezza alla mia finestra

rivivo tutte le nostre confidenze

la tua vita,soprattutto la tua vita

io non esisto più 

ti ascoltavo

memoria automatica

fra l’incudine 

e il martello

fra l’ombra

e il doppio 

soffrire 

la prigione

l’umiliazione

l’odio ingiustificato

il sorriso innocente

beffardo

soffrire per te

il soffrire al tuo posto

filantropia esacerbata

semplicemente

forse 

la paura di vivere.
Isabelle: “Se te ne vai”

in questo incubo no decido più su nulla

sono loro

con lui

l’unico, l’ insostituibile.

Se te ne vai

ancora una volta non avrò deciso su nulla 

non scelto di vivere

non scelto di vederti morire

Se te ne vai

mi sgualcisci, ti riprendi, mi laceri

mi getti

mi scavi mi àncori

mi metti in delirio 

mi dispensi

mi muri

mi chiudi e perdi la chiave 

mi rinserri 

mi org-asma-tichi,

le grandi, quelle di San Marco

Sono loro

tue

le tue parole.

Sabrina Santamaria 
Foto dal web