“LA VITA È” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “La vita è”

La vita è dono. Grazia del Signore per chi crede.
Riconoscimento di un bene destinato a finire e per questo da gustare e centellinare.
La vita è speranza e regalo d’amore. Miracolo di due corpi infusi di Spirito Santo. Benedizione, caduta dall’alto per dare alla Terra sfogo del proprio sentire.
La vita è una strada da percorrere, lunga o breve che sia, ad occhi spalancati sulle bellezze del Creato. Profumo di stagioni mai colte. Fragranza di acerbi campi, dove divagando passerotti in gran fermento
La vita è un regalo, spesso inaspettato. Una foresta di bagliori che riflette il mare. Un susseguirsi di emozioni e gioie felpate. Di risate dimenticate all’ombra dei sentieri. Per ogni nuovo vagito, si riaccende la speranza, la malattia si affievolisce, le lacrime scompaiono e ritorna il sereno.
La vita è bramosia del cuore. Canto di un’anima a primavera. Dolce frammento di Eterno, conservato in tasca come un quadrifoglio portafortuna. La vita è leggenda, canovaccio di illusioni, trame d’affetto e bene vero. Talvolta, vergata con il sangue, altre volte con zucchero o veleno. La vita si tramanda di generazione in generazione, senza falsità e brutali inganni.
Con inchiostro indelebile, traccia il solco da seguire per trovare un’umanità più reale e vera. Per non lasciare nulla di intentato alla capacità intellettiva dell’essere; per modificare la psicologia turbata di chi è nato diverso non per sua scelta. La vita è ricompensa certa anche per chi non può camminare e corre, vola con estro e fantasia.
La vita non muore mai completamente. In ogni momento ci aiuta ad avere coraggio, pazienza, perseveranza. Nell’Aldilà, per chi crede, porgeremo ancora poesie. Dipingeremo colori con l’arcobaleno, canteremo canzoni di fiato e armonia. Saremo “santi” pur avendo peccato, con i nostri banali difetti e le solite ipocrisie. Saremo, forse, perdonati e resi gloriosi per sempre nella Pace dei Cieli.

Maria Rosa Oneto

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“DOV’È L’UOMO” di MARIA ROSA ONETO

“Dov’è l’uomo” di MARIA ROSA ONETO

Dov’è l’uomo, padre e padrone di un tempo che subliminava la passione con l’arroganza? Dov’è l’uomo che alla vista di una caviglia femminile scoperta aveva un sussulto di erotismo? Dov’è finito il maschio rude, inesperto, analfabeta e poco pulito, che con le mani sozze di concime portava avanti la famiglia e per distrarsi giocava a carte o beveva un bicchiere di vino? Che fine ha fatto l’uomo: minatore, artigiano, servo dei signori, vestito di stracci rivoltati, con poche lire in tasca e pochi grilli in testa? Dov’è finito l’uomo di casa, dedito al lavoro e alla famiglia? L’uomo che non si ammalava mai e che risparmiava pochi centesimi per regalare una schiocchezza alla moglie o per comprarsi un pacchetto di sigarette.
Oggi abitiamo il mondo della violenza, dell’inciviltà e della mala creanza. Nessuno vuole più bene a nessuno. Già da bambini, si viene educati al menefreghismo, all’intolleranza, al bullismo, alla “legge che governa il più forte”. Guai a mostrarsi: deboli, teneri di cuore, altruisti, disposti ad aiutare, a comprendere e sorreggere chi sta peggio di noi! Già da decenni, l’uomo, estromesso del ruolo di marito e padre, è scivolato nella china dell’autodistruzione. Relegato ai margini di un contesto familiare quasi del tutto inesistente, ha perso “mordente”, autorevolezza e persino, identità sessuale.
L’uomo esteta di se stesso, frivolo e narcisista o l’altro, rosicchiato dalla depressione, dall’indolenza e da vizi spesso non manifesti, eccolo diventare: violento, stupratore, delinquente. Di questa trasformazione, una delle cause principali (a mio modesto parere) va addebitata anche alle donne, dalla “rivoluzione femminista in poi”. Il discorso si farebbe lungo e complesso, di non facile spiegazione.
Aver relegato l’uomo, il maschio, in una condizione subordinata ne ha infranto: i valori, la stessa dignità e quel sacro fuoco d’amore e passione che lo distinguevano nel passato.
Di lui, resta ben poco,
se non la speranza di un “nuovo sentire!”

Maria Rosa Oneto

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“GRAZIE A TE” di MARIA ROSA ONETO

Prosa poetica: ” Grazie a Te”

Grazie a Te che la vita rinnovi su balconi fioriti di gardenie.
Negli anfratti sinuosi di ruscelli in piena.
Sopra colline che il sole incendia e le nuvole fanno da “coperchio”.
Grazie a Te che splendi d’acqua sorgiva e rifletti il cielo in una mano.
Carezze impetuose rilasciate dal vento su alberi che la stagione ha ingiallito.
Mi siedo in silenzio a bere l’onda di un mare in eterno movimento.
Non batto ciglio all’avvicinarsi del temporale, che accende di fulmini ogni tempesta.
Attendo la quiete di un giorno qualunque come fosse il primo o l’ultimo che ci attende.
In penombra, un libro mi accompagna lontano dove il deserto si fa campagna, pianura assetata da mandrie scalpitanti. Grattacielo che punta in alto, a rincorrere i sogni tra palloncini colorati.
Grazie a Te che mi sei Madre, benefica e maliarda.
Sorella amorevole, sempre attenta e prodiga.
Fanciulla vestita a festa, anche quando il pallore della vecchiaia morde le guance.
Il fiato si accorcia e la fiamma di una candela spegne lo sguardo.
Grazie a Te che sai vincere il rammarico e la nostalgia.
I ricordi consumati e stanchi. La noia messa sulle spalle come una sciarpa senza ricami.
Ancora Ti cerco, fra il pensiero e l’affanno, alla meraviglia del bello, creato ad arte.
Nella visione dionisiaca di un fiore tramutato in farfalla. In carteggi di tenebre che offuscano il sonno. Nei taciti risvegli dietro una persiana chiusa. Negli amori consumati in fretta e subito dimenticati. Nelle ore che non passano mai e in quelle che scrivo per lasciare qualcosa di me.
Grazie a Te, Speranza, Ti aspetto sempre con fare insistente, invocandoTi a voce alta, perché sia Fede, l’Amore che ho per Te.

Maria Rosa Oneto

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“GENTE DI RIVIERA” di MARIA ROSA ONETO

Prosa:

“Gente di Riviera”

Per noi Gente di Riviera, il mare è un sogno avverato, una particella di cielo diluita nell’Oceano, un’avventura senza contorni che toglie scampoli alla terra e affonda l’intensità di ogni anima, in un abisso profondo.
Il mare, non è mai silenzioso, indolente, capriccioso al punto tale da non lasciarsi domare.
Sovente, scorre nelle vene, insieme al sangue e si fa vento di Ponente, luccicor dell’alba, stella del mattino che richiama i gabbiani e gli umili viandanti che seguono inesorabili i soliti pensieri.
Il mare, carne della mia carne è lo iodio che turbina il respiro. Salinità allo stato puro che disegna pagliuzze di cristallo sulla pelle nuda.
Trasparenza di onde contorte, schiumature di un verde smeraldo, “spuma da barba” per rose bianche, scarlatte o pennellate di giallo.
Lo vedi, lo senti e ti appartiene come il figlio che hai partorito. Docile, fremente, come donna innamorata. La sua voce son mille sussurri e suoni. Stramberie arcaiche o sonetti di frontiera. Ti parla e tu l’ascolti. L’umiltà dell’acqua cheta, trascinante ingorgo che si espande al largo. Va e ritorna con flusso costante. Catena di montaggio che sfrigola ore, meccanismi, ingranaggi. Si eleva e ripiomba traendo calma, brezza di Levante che avvince gli scogli, la costiera, quell’offerta di case allineate cosi simili ai gelati.
Lo adori perché ci sei nata e ogni notte reciti la sua stessa preghiera. Anche da lontano, ne avverti la presenza. Ride come un giovane stolto, avventato. Piange con rugosità cavernose, quando il buio lo nasconde, lo affligge. Lo abbandona.
Cadono stelle che non si bagnano e restano a galla nel tracciare la rotta ai naviganti, ai pesci muti in eterna lotta con la vita. Raccoglie uomini, donne e bimbi che non hanno paura di attraversare il Mondo. Di notte hanno lo stesso incarnato e uno spirito d’ebano per affrontare i marosi. Lo sapevamo che, il mare, non vuole soltanto scaglie d’argento e voli di aironi. O pipe di vecchi pescatori e messaggi chiusi in bottiglia da secoli in attesa di essere letti.
Il mare, spesso, è un violento usurpatore.
Un demone in gara con l’Inferno. Un mitico guerriero senza Patria e senza Padroni.
La sua presenza, simile a quella di un nobile giustiziere, si estende su questa landa imbarbarita che muore a stento di peccati, vergogne e denari rubati; per rendere ogni essere umano, sempre più debole, inutile e schiavo.
Una vela ancor si estende all’orizzonte e sbuffa: pace e speranza in un azzurro infinito.

MARIA ROSA ONETO

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“IL TEMPO: I SUOI RICORDI” di MARIA ROSA ONETO

PROSA: “Il tempo: i suoi ricordi” di Maria Rosa Oneto.

Ho sempre vestito l’anima di solitudine e malinconia.
Non sono mai stata bambina con riccioli di spensieratezza, poggiati sul cuscino.
Dalle vetrate, dove mi specchiavo, entravano il rumore del mare e un sole capace di stordire il cuore.
Era pur sempre una corsia d’ospedale, piena di pianti, di odori disgustosi e di “trappole” per confondere i pensieri. Ridevo anche senza poter camminare o zoppicando affannata per quei lunghi corridoi dove il silenzio imperava e la paura si stendeva sui muri, sopra le vesti di frati e suore. Di infermiere dal ghigno malefico.
I feti indesiderati, galleggiavano in ampolle di vetro, creando domande senza risposta alle nostre piccole menti innocenti. Il cibo, servito in ciotole di metallo era vomitevole al pari forse di quello dei carcerati. La penombra che invadeva il reparto, sapeva di strani segreti, di bugie edulcorate dalla fantasia, di verità nascoste tra bisturi e garze.
Il ronzio di una “sega” che tagliava i gessi, metteva addosso un terrore sconfinato. Quando avrebbero reciso: un arto, una gamba, un braccio! Tremavano come fiori in un campo di grano. Sottile era l’immagine del dolore. Così impalpabile e trattenuto come una crisalide nell’atto di sbocciare. Scorrevano lacrime, subito asciugate per il timore di essere considerati: inutili, incapaci e fragili. Tenevamo tutto dentro senza pretendere altro. Crescevamo in fretta, non tanto di statura, ma nel desiderio di liberarci, di tornare a casa, di riprenderci la normalità di una vita che purtroppo non sarebbe mai stata normale.
Povere Creature, segnate dal destino, al frantumarsi di sogni appena iniziati. Con la ritrosia di un’adolescenza che turbinava lo spirito, riempiva la pelle di brividi d’amore, provocando una sessualità più letta che goduta.
Spruzzi di erotismo in una speranza familiare sempre più ottusa e chiusa all’esistenza.

Maria Rosa Oneto

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“UNICA MADRE” di MARIA ROSA ONETO

Poesia: “Unica madre”

Non siamo
che tremuli
fili di seta
allo scalpiccio
del vento.
Accorati
spargiamo unguenti
sulle ferite.
Risate
squilibrate
dietro
maschere di cera.
Lacrime di cristallo
nelle notti
abbandonate.
Siamo
tessere di ragno
in cui si specchia
il tramonto.
Follie
da cinemascope
coccolano mimi
persi per strada.
Enigmi
occupano il sereno
e avventure
prive di sonoro
dentro mura
abbacinante d’amore.
Siamo
fili spezzati
da una nota sola.
Rinchiusi
in simulacri
di grettezza e malore.
Moriamo
al cinguettio
di un attimo sospeso.
Ancora figli
di un’unica madre.

Maria Rosa Oneto

Diritti riservati all’autrice

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IL MALE DEL SECOLO di MARIA ROSA ONETO

Titolo: IL MALE DEL SECOLO

Le malattie, il dolore fisico, la morte, una volta che vengono incapsulare nella nostra forma mentis, divengono il baratro esistenziale nel quale sprofonda la coscienza.
Il ragionamento, la capacità di discernere, l’età adulta, inevitabilmente, ci mettono davanti alla realtà del pensiero che pensa. A mano a mano, che la gioventù decade, sfiorisce, portandosi via: sogni proibiti, fantasie assurde e illusioni senza confine, la paura della sofferenza e del degrado corporeo avanzano, impossessandosi di quei circuiti mentali, dove poco prima, nessun “tremore” o disagio sembravano albergare.
La visione della sofferenza, fisica o psichica, dell’handicap e della disabilità variamente espressa, inducono le persone a chiudere gli occhi. A voltare la testa. A voler ignorare a tutti i costi, che la “differenza” esiste e non soltanto in casa degli altri. Mai come in questi ultimi, recenti, periodi esistenziali, l’Uomo, si è riscoperto bestia (con gran rispetto per gli animali che danno amore e dedizione, senza chiedere nulla in cambio). Bestia, senza sentimento e ritegno. Infagottato nel proprio cinico individualismo, che lo rende impermeabile ad ogni emozione e buon senso. “Non mi occupo d’altro, tranne che di me stesso!” sembra ripetere come un mantra l’Uomo insensibile e disonesto. L’intera Umanità se vogliamo dirla chiara. Il concetto della perfezione, della bellezza, della giovinezza e del benessere ad ogni costo, la fanno da padrone; gettando in un angolo tutto il resto. Famiglie allargate, spaiate, “arcobaleno”, hanno distrutto il concetto di parentela e quella sana alleanza di antica memoria, dove non era concesso a nessuno di non essere accudito. O di venir relegato in un ospizio tanto per togliersi dall’imbarazzo. O cacciato per strada come a regalare una croce all’altrui destino. Oggi, che viviamo di apparenza e di relazioni tecnologiche, chiusi nel recinto di pseudo amori e di affettività senza impegni, la malattia e il dolore, fanno ancora più terrore. Le notizie che giungono dai canali televisivi e dalla stampa, ci hanno resi amorfi, impermeabili, assetici a qualunque tragico evento.
Persino ” la morte” si è trasformata in un “gioco da ragazzi”, in una “battaglia” da videogames, in una “sfida
per bulletti di quartiere”.
L’utilizzo smodato di alcol e droga da parte di giovani e giovanissimi, hanno permesso il proliferare di abitudini incivili, barbare e detestabili. Mancando l’attitudine al bene, al rispetto e all’amore si viene a negare il senso stesso dell’esistere; sino a naufragare in una deriva perversa, fatta di oblio e nullità.

Maria Rosa Oneto

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“INGÓLF ARNARSON – DRAMMA EPICO IN VERSI LIBERI. UN PROLOGO A CINQUE ATTI” DI EMANUELE MARCUCCIO

Comunicato – Presentazione

«Questo ho voluto fare scrivendo il dramma: sognare e perdermi nella meraviglia di una storia d’amore e morte, di guerra e di pace, di luce e di tenebre, di sogno e di libertà. Una terra, in una dimensione parallela e contemporanea al periodo storico, assolutamente verosimili.»

Emanuele Marcuccio, dalla nota di Introduzione, p. 23.

Si presenta a Catania alle 11:30 sabato 23 giugno 2018 presso Mondadori Bookstore di Piazza Roma 18 «Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi. Un Prologo e cinque atti», opera poetica e teatrale di ambientazione islandese di Emanuele Marcuccio, edita per i tipi della marchigiana Le Mezzelane Casa Editrice. Il libro raccoglie un lavoro iniziato fin dal maggio 1990 e terminato nell’aprile 2016 con un totale di 2380 versi per un lavoro di diciannove anni escludendo i sette complessivi di interruzione.

Relazionerà il critico letterario, poeta e scrittore Lorenzo Spurio, Presidente dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, nonché prefatore del libro. La presentazione si inserisce nel corso di una rassegna di due giorni di Poesia tra Messina e Catania, organizzata dalla stessa associazione.
Scrive Spurio nella Prefazione: «La cesellatura dei versi liberi operata dall’autore, lo studio attento dei caratteri, la descrizione circostanziata e puntuale delle scene, l’esatta orchestrazione degli avvenimenti sono ingredienti tutti concatenati tra loro che dimostrano in maniera assai stupefacente il grande lavoro prodotto da Emanuele, non solo fine poeta, ma anche studioso della forma, ricercatore del bello, costruttore di una trama frastagliata e avvincente, creatore di un’epopea cavalleresca anacronistica alla nostra letteratura kitsch e improntata al consumo. Marcuccio, sulla spinta di una suggestione profonda verso l’Islanda – terra mai visitata ma vissuta emotivamente tramite apparati storici e documentari – è riuscito ad entrare nell’anima di un popolo, a fornircene la trama, a vivificare un periodo storico molto distante dalla nostra contemporaneità» (pp. 26-27)

Interverranno come correlatori:
Francesca Luzzio, poetessa e critico letterario, autrice della Quarta di copertina dove scrive: «Un non so che di magico e di unico, pur nella presenza di topos epici, promana dai versi del dramma, «Ingólf Arnarson» di Emanuele Marcuccio che con abilità metamorfica, sa ricreare nel suo animo una pluralità di sentimenti e ragionamenti quali i personaggi progressivamente vivono ed esprimono; insomma, per dirla con Aristotele, indossa l’habitus e il conseguente agire dei vari personaggi con abilità davvero unica. […] La forma drammatica rende ancora più interessante e coinvolgente l’epicità degli eventi narrati: guerra, potere, fama, amore, religione, morte sono alcune delle categorie umane che s’intrecciano e si sviluppano in un contesto incantato quale solo la nebbiosa isola d’Islanda poteva offrire. […] Narrazione e poesia confluiscono e scorrono leggeri nella fluidità lessicale e metrica che Emanuele Marcuccio ha saputo elaborare sia che descriva la verde Islanda, sia che narri di combattimenti ed azioni o di stati d’animo eterogenei, quali solo l’uomo sa vivere e concretizzare nel suo agire».

Giusi Contrafatto, poetessa e Presidente dell’Ass. Culturale Caffè Letterario Convivio di Caltagirone (CT);

Luigi Pio Carmina, poeta e scrittore, curatore del blog culturale Cultura Comunità Conoscenza Curiosità.

Sarà presente l’autore.

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/577067589342368/

SCHEDA DEL LIBRO

TITOLO: Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi
SOTTOTITOLO: Un Prologo e cinque atti
AUTORE: Emanuele Marcuccio
PREFAZIONE: Lorenzo Spurio
POSTFAZIONE: Lucia Bonanni
NOTA STORICA: Marcello Meli
NOTA DI QUARTA: Francesca Luzzio
OPERA IN COPERTINA: Alberta Marchi
EDITORE: Le Mezzelane
GENERE: Poesia/Teatro
PAGINE: 188
ISBN: 9788899964634
COSTO: € 10,90

Info:
Short-link vendita:

https://goo.gl/vr5kwB

informazioni@lemezzelane.eu
http://www.lemezzelane.eu
3403405449

marcuccioemanuele90@gmail.com
http://www.emanuele-marcuccio.com

NOTA BIOGRAFICA

Emanuele Marcuccio (Palermo, 1974) è autore di quattro sillogi: tre di poesia – “Per una strada” (2009), “Anima di Poesia” (2014); “Visione” (2016) – e una di aforismi “Pensieri Minimi e Massime” (2012). È redattore delle rubriche di Poesia “Il respiro della parola” e di Aforismi “La parola essenziale” della rivista di letteratura Euterpe. Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti. È stato ed è membro di giuria in concorsi letterari nazionali e internazionali. È presente in “L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012)” (2013). È ideatore e curatore del progetto poetico “Dipthycha” di dittici “a due voci”, del quale sono editi tre volumi antologici (2013; 2015; 2016) a scopo benefico. Nel 2016 completa un dramma epico in versi liberi pubblicato nel 2017 per i tipi della marchigiana Le Mezzelane, di argomento storico-fantastico, ambientato in Islanda (IX sec. d.C.). Cura il blog Pro Letteratura e Cultura. Di prossima pubblicazione un quarto volume del progetto “Dipthycha”.

“LA VOCE DELL’ANIMA” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “La Voce dell’Anima”

La Voce dell’Anima, ha un intercalare profondo, silente. Un sussurro lieve che scuote la notte come una tempesta improvvisa. Un miagolio assordante che rimbomba nel profondo simile ad un eco, carico di bugie, peccati e sensi di colpa.
Diluvia pensieri, parole accennate, nodi scorsoi dai quali penzolano: verità nascoste, melodrammi interiori, bagagli di emozioni lasciati portare via dal tempo.
La Voce dell’Anima, possente e affannata reclama perdono e pazienza. Fa riflettere e battere il petto nel momento della disperazione. Torna a ciclo continuo quando la depressione ti ha preso per mano e in maniera squilibrata e logorante mette in mostra il “ciarpame” che l’esistenza ti ha rovesciato addosso. Il decadere dei sentimenti e delle emozioni più vere, trasformano l’Anima nel “Pozzo buio delle Allucinazioni”, dove nulla sembra vero e la menzogna è un angelo cornuto.
Volentieri, ci mostriamo falsi, infingardi. Dediti a giocare a dadi con il cuore. Capaci di indossare uno scafandro, un abito monastico o la “divisa da eroi”. L’arte del trasformismo, la bravura dell’attore che recita a memoria, delle lacrime versate per finta pietà a colorare la menzogna, rappresentano il baratro più grande dove l’Anima umana sprofonda, invecchiata e rugosa.
La Voce dell’Anima, che conserva dolori, umiliazioni e ferite sanguinolenti viene liberata quando la verità trionfa. Si piange senza timore di mostrare le proprie emozioni. Si ride in quella forma consolatoria che diventa: appagamento, comunicazione, debito ormai risarcito.
La Voce dell’Anima può servirsi della gestualità corporea femminile per farsi capire e amare. Diventa così: donna, madre, amica, sorella di un unico sentire. Si vive di Anima e ad Essa ci si affida. Nel momento dello sconforto, della solitudine, dell’abbandono, nei periodi tragici che accompagnano il destino. Dialogare e stare in ascolto della propria Anima, è una metodologia spirituale e psicologica. Nel silenzio la Voce Interiore a lei si affida, senza ingombri, senza timori. Non diventa un soliloquio per pazienti isterici, bensì una sorta di confessione, di “svisceramento”, di sottomissione alla parte più intima e divina del Nostro stare al Mondo.

Maria Rosa Oneto

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“LETTERE” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “Lettere”

Ci sono lettere, che non scriveremo mai. Altre, che resteranno chiuse nei meandri fumosi della memoria.
Altre che non verranno mai spedite per pudore, per vergogna. O semplicemente gettate via per abitudine o per non spendere neppure un centesimo.
Lettere intrise d’amore, di passione. Fogli dove il dolore si squaglia come neve al sole. Frasi che le lacrime hanno confuso, profanato come lo smoccolare lento di una candela. Parole d’odio e rancore, virgolettate per non cadere nel volgare. Messe fra parentesi come un’equazione algebrica.
Lettere di menti malate, piene di scarabocchi e di ferite fatte con il pennino. Pensieri sull’esistenza e sul perché della morte di un filosofo in cerca di speme e fortuna. Autori, fuori stagione, che vergano la carta con inchiostro di china, imprimendovi la bocca sdentata e le mani usurate dall’invidia. Lettere sminuzzate in piccoli pezzi, gettate dalla finestra a disperdersi come coriandoli al vento.
Fiumi di parole che non hanno più suono. Sciabolate di spiriti persi che all’apparir del giorno sconfiggono i mulini a vento e le orme dei soliti passanti.
Lettere umide di piacere, di abbracci che hanno reciso la pelle. Di tremori reverenziali a guardarsi nudi, agghindati di peccati. Nell’ombra tremano persino le stelle e quei fiocchi di poesia deposti a sera sugli alberi ingialliti.
Parole. Soltanto parole, lievi come zucchero filato.
Dannose più del veleno gettato in cantina per uccidere i topi.
Lettere chiuse in bottiglia che l’Oceano inghiotte e rigetta con moto perpetuo. Diari spillati anno dopo anno che la solitudine ha sigillato per non essere mai aperti, toccati.
Lettere diventate testi di canzoni. Trame per un regista che riprende l’azione e a voce alta redarguisce gli attori
Parole messe a dimora nell’angolo segreto del cuore.
Inquietudini tracciate a matita e subito cancellate.

Maria Rosa Oneto

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