“UNICA MADRE” di MARIA ROSA ONETO

Poesia: “Unica madre”

Non siamo
che tremuli
fili di seta
allo scalpiccio
del vento.
Accorati
spargiamo unguenti
sulle ferite.
Risate
squilibrate
dietro
maschere di cera.
Lacrime di cristallo
nelle notti
abbandonate.
Siamo
tessere di ragno
in cui si specchia
il tramonto.
Follie
da cinemascope
coccolano mimi
persi per strada.
Enigmi
occupano il sereno
e avventure
prive di sonoro
dentro mura
abbacinante d’amore.
Siamo
fili spezzati
da una nota sola.
Rinchiusi
in simulacri
di grettezza e malore.
Moriamo
al cinguettio
di un attimo sospeso.
Ancora figli
di un’unica madre.

Maria Rosa Oneto

Diritti riservati all’autrice

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IL MALE DEL SECOLO di MARIA ROSA ONETO

Titolo: IL MALE DEL SECOLO

Le malattie, il dolore fisico, la morte, una volta che vengono incapsulare nella nostra forma mentis, divengono il baratro esistenziale nel quale sprofonda la coscienza.
Il ragionamento, la capacità di discernere, l’età adulta, inevitabilmente, ci mettono davanti alla realtà del pensiero che pensa. A mano a mano, che la gioventù decade, sfiorisce, portandosi via: sogni proibiti, fantasie assurde e illusioni senza confine, la paura della sofferenza e del degrado corporeo avanzano, impossessandosi di quei circuiti mentali, dove poco prima, nessun “tremore” o disagio sembravano albergare.
La visione della sofferenza, fisica o psichica, dell’handicap e della disabilità variamente espressa, inducono le persone a chiudere gli occhi. A voltare la testa. A voler ignorare a tutti i costi, che la “differenza” esiste e non soltanto in casa degli altri. Mai come in questi ultimi, recenti, periodi esistenziali, l’Uomo, si è riscoperto bestia (con gran rispetto per gli animali che danno amore e dedizione, senza chiedere nulla in cambio). Bestia, senza sentimento e ritegno. Infagottato nel proprio cinico individualismo, che lo rende impermeabile ad ogni emozione e buon senso. “Non mi occupo d’altro, tranne che di me stesso!” sembra ripetere come un mantra l’Uomo insensibile e disonesto. L’intera Umanità se vogliamo dirla chiara. Il concetto della perfezione, della bellezza, della giovinezza e del benessere ad ogni costo, la fanno da padrone; gettando in un angolo tutto il resto. Famiglie allargate, spaiate, “arcobaleno”, hanno distrutto il concetto di parentela e quella sana alleanza di antica memoria, dove non era concesso a nessuno di non essere accudito. O di venir relegato in un ospizio tanto per togliersi dall’imbarazzo. O cacciato per strada come a regalare una croce all’altrui destino. Oggi, che viviamo di apparenza e di relazioni tecnologiche, chiusi nel recinto di pseudo amori e di affettività senza impegni, la malattia e il dolore, fanno ancora più terrore. Le notizie che giungono dai canali televisivi e dalla stampa, ci hanno resi amorfi, impermeabili, assetici a qualunque tragico evento.
Persino ” la morte” si è trasformata in un “gioco da ragazzi”, in una “battaglia” da videogames, in una “sfida
per bulletti di quartiere”.
L’utilizzo smodato di alcol e droga da parte di giovani e giovanissimi, hanno permesso il proliferare di abitudini incivili, barbare e detestabili. Mancando l’attitudine al bene, al rispetto e all’amore si viene a negare il senso stesso dell’esistere; sino a naufragare in una deriva perversa, fatta di oblio e nullità.

Maria Rosa Oneto

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“INGÓLF ARNARSON – DRAMMA EPICO IN VERSI LIBERI. UN PROLOGO A CINQUE ATTI” DI EMANUELE MARCUCCIO

Comunicato – Presentazione

«Questo ho voluto fare scrivendo il dramma: sognare e perdermi nella meraviglia di una storia d’amore e morte, di guerra e di pace, di luce e di tenebre, di sogno e di libertà. Una terra, in una dimensione parallela e contemporanea al periodo storico, assolutamente verosimili.»

Emanuele Marcuccio, dalla nota di Introduzione, p. 23.

Si presenta a Catania alle 11:30 sabato 23 giugno 2018 presso Mondadori Bookstore di Piazza Roma 18 «Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi. Un Prologo e cinque atti», opera poetica e teatrale di ambientazione islandese di Emanuele Marcuccio, edita per i tipi della marchigiana Le Mezzelane Casa Editrice. Il libro raccoglie un lavoro iniziato fin dal maggio 1990 e terminato nell’aprile 2016 con un totale di 2380 versi per un lavoro di diciannove anni escludendo i sette complessivi di interruzione.

Relazionerà il critico letterario, poeta e scrittore Lorenzo Spurio, Presidente dell’Associazione Culturale Euterpe di Jesi, nonché prefatore del libro. La presentazione si inserisce nel corso di una rassegna di due giorni di Poesia tra Messina e Catania, organizzata dalla stessa associazione.
Scrive Spurio nella Prefazione: «La cesellatura dei versi liberi operata dall’autore, lo studio attento dei caratteri, la descrizione circostanziata e puntuale delle scene, l’esatta orchestrazione degli avvenimenti sono ingredienti tutti concatenati tra loro che dimostrano in maniera assai stupefacente il grande lavoro prodotto da Emanuele, non solo fine poeta, ma anche studioso della forma, ricercatore del bello, costruttore di una trama frastagliata e avvincente, creatore di un’epopea cavalleresca anacronistica alla nostra letteratura kitsch e improntata al consumo. Marcuccio, sulla spinta di una suggestione profonda verso l’Islanda – terra mai visitata ma vissuta emotivamente tramite apparati storici e documentari – è riuscito ad entrare nell’anima di un popolo, a fornircene la trama, a vivificare un periodo storico molto distante dalla nostra contemporaneità» (pp. 26-27)

Interverranno come correlatori:
Francesca Luzzio, poetessa e critico letterario, autrice della Quarta di copertina dove scrive: «Un non so che di magico e di unico, pur nella presenza di topos epici, promana dai versi del dramma, «Ingólf Arnarson» di Emanuele Marcuccio che con abilità metamorfica, sa ricreare nel suo animo una pluralità di sentimenti e ragionamenti quali i personaggi progressivamente vivono ed esprimono; insomma, per dirla con Aristotele, indossa l’habitus e il conseguente agire dei vari personaggi con abilità davvero unica. […] La forma drammatica rende ancora più interessante e coinvolgente l’epicità degli eventi narrati: guerra, potere, fama, amore, religione, morte sono alcune delle categorie umane che s’intrecciano e si sviluppano in un contesto incantato quale solo la nebbiosa isola d’Islanda poteva offrire. […] Narrazione e poesia confluiscono e scorrono leggeri nella fluidità lessicale e metrica che Emanuele Marcuccio ha saputo elaborare sia che descriva la verde Islanda, sia che narri di combattimenti ed azioni o di stati d’animo eterogenei, quali solo l’uomo sa vivere e concretizzare nel suo agire».

Giusi Contrafatto, poetessa e Presidente dell’Ass. Culturale Caffè Letterario Convivio di Caltagirone (CT);

Luigi Pio Carmina, poeta e scrittore, curatore del blog culturale Cultura Comunità Conoscenza Curiosità.

Sarà presente l’autore.

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/577067589342368/

SCHEDA DEL LIBRO

TITOLO: Ingólf Arnarson – Dramma epico in versi liberi
SOTTOTITOLO: Un Prologo e cinque atti
AUTORE: Emanuele Marcuccio
PREFAZIONE: Lorenzo Spurio
POSTFAZIONE: Lucia Bonanni
NOTA STORICA: Marcello Meli
NOTA DI QUARTA: Francesca Luzzio
OPERA IN COPERTINA: Alberta Marchi
EDITORE: Le Mezzelane
GENERE: Poesia/Teatro
PAGINE: 188
ISBN: 9788899964634
COSTO: € 10,90

Info:
Short-link vendita:

https://goo.gl/vr5kwB

informazioni@lemezzelane.eu
http://www.lemezzelane.eu
3403405449

marcuccioemanuele90@gmail.com
http://www.emanuele-marcuccio.com

NOTA BIOGRAFICA

Emanuele Marcuccio (Palermo, 1974) è autore di quattro sillogi: tre di poesia – “Per una strada” (2009), “Anima di Poesia” (2014); “Visione” (2016) – e una di aforismi “Pensieri Minimi e Massime” (2012). È redattore delle rubriche di Poesia “Il respiro della parola” e di Aforismi “La parola essenziale” della rivista di letteratura Euterpe. Ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti. È stato ed è membro di giuria in concorsi letterari nazionali e internazionali. È presente in “L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio (1990-2012)” (2013). È ideatore e curatore del progetto poetico “Dipthycha” di dittici “a due voci”, del quale sono editi tre volumi antologici (2013; 2015; 2016) a scopo benefico. Nel 2016 completa un dramma epico in versi liberi pubblicato nel 2017 per i tipi della marchigiana Le Mezzelane, di argomento storico-fantastico, ambientato in Islanda (IX sec. d.C.). Cura il blog Pro Letteratura e Cultura. Di prossima pubblicazione un quarto volume del progetto “Dipthycha”.

“LA VOCE DELL’ANIMA” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “La Voce dell’Anima”

La Voce dell’Anima, ha un intercalare profondo, silente. Un sussurro lieve che scuote la notte come una tempesta improvvisa. Un miagolio assordante che rimbomba nel profondo simile ad un eco, carico di bugie, peccati e sensi di colpa.
Diluvia pensieri, parole accennate, nodi scorsoi dai quali penzolano: verità nascoste, melodrammi interiori, bagagli di emozioni lasciati portare via dal tempo.
La Voce dell’Anima, possente e affannata reclama perdono e pazienza. Fa riflettere e battere il petto nel momento della disperazione. Torna a ciclo continuo quando la depressione ti ha preso per mano e in maniera squilibrata e logorante mette in mostra il “ciarpame” che l’esistenza ti ha rovesciato addosso. Il decadere dei sentimenti e delle emozioni più vere, trasformano l’Anima nel “Pozzo buio delle Allucinazioni”, dove nulla sembra vero e la menzogna è un angelo cornuto.
Volentieri, ci mostriamo falsi, infingardi. Dediti a giocare a dadi con il cuore. Capaci di indossare uno scafandro, un abito monastico o la “divisa da eroi”. L’arte del trasformismo, la bravura dell’attore che recita a memoria, delle lacrime versate per finta pietà a colorare la menzogna, rappresentano il baratro più grande dove l’Anima umana sprofonda, invecchiata e rugosa.
La Voce dell’Anima, che conserva dolori, umiliazioni e ferite sanguinolenti viene liberata quando la verità trionfa. Si piange senza timore di mostrare le proprie emozioni. Si ride in quella forma consolatoria che diventa: appagamento, comunicazione, debito ormai risarcito.
La Voce dell’Anima può servirsi della gestualità corporea femminile per farsi capire e amare. Diventa così: donna, madre, amica, sorella di un unico sentire. Si vive di Anima e ad Essa ci si affida. Nel momento dello sconforto, della solitudine, dell’abbandono, nei periodi tragici che accompagnano il destino. Dialogare e stare in ascolto della propria Anima, è una metodologia spirituale e psicologica. Nel silenzio la Voce Interiore a lei si affida, senza ingombri, senza timori. Non diventa un soliloquio per pazienti isterici, bensì una sorta di confessione, di “svisceramento”, di sottomissione alla parte più intima e divina del Nostro stare al Mondo.

Maria Rosa Oneto

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“LETTERE” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “Lettere”

Ci sono lettere, che non scriveremo mai. Altre, che resteranno chiuse nei meandri fumosi della memoria.
Altre che non verranno mai spedite per pudore, per vergogna. O semplicemente gettate via per abitudine o per non spendere neppure un centesimo.
Lettere intrise d’amore, di passione. Fogli dove il dolore si squaglia come neve al sole. Frasi che le lacrime hanno confuso, profanato come lo smoccolare lento di una candela. Parole d’odio e rancore, virgolettate per non cadere nel volgare. Messe fra parentesi come un’equazione algebrica.
Lettere di menti malate, piene di scarabocchi e di ferite fatte con il pennino. Pensieri sull’esistenza e sul perché della morte di un filosofo in cerca di speme e fortuna. Autori, fuori stagione, che vergano la carta con inchiostro di china, imprimendovi la bocca sdentata e le mani usurate dall’invidia. Lettere sminuzzate in piccoli pezzi, gettate dalla finestra a disperdersi come coriandoli al vento.
Fiumi di parole che non hanno più suono. Sciabolate di spiriti persi che all’apparir del giorno sconfiggono i mulini a vento e le orme dei soliti passanti.
Lettere umide di piacere, di abbracci che hanno reciso la pelle. Di tremori reverenziali a guardarsi nudi, agghindati di peccati. Nell’ombra tremano persino le stelle e quei fiocchi di poesia deposti a sera sugli alberi ingialliti.
Parole. Soltanto parole, lievi come zucchero filato.
Dannose più del veleno gettato in cantina per uccidere i topi.
Lettere chiuse in bottiglia che l’Oceano inghiotte e rigetta con moto perpetuo. Diari spillati anno dopo anno che la solitudine ha sigillato per non essere mai aperti, toccati.
Lettere diventate testi di canzoni. Trame per un regista che riprende l’azione e a voce alta redarguisce gli attori
Parole messe a dimora nell’angolo segreto del cuore.
Inquietudini tracciate a matita e subito cancellate.

Maria Rosa Oneto

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“SCARPE ROSSE” a cura di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “Scarpe rosse”

In Italia, sono oltre 100 le donne che vengono uccise da uomini che dicono di amarle.
Ai femminicidi si aggiungono violenze quotidiane che comprendono: molestie, aggressioni, pestaggi, “turbamenti psicologici”, sfregi con l’acido.
Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita, hanno subito una forma di abuso.
Le donne, uccise da un uomo con cui hanno o hanno avuto un rapporto affettivo o familiare, non sono in diminuzione.
Nel 2016 se ne sono contate 120. Nel 2017 la media è di una vittima ogni tre giorni.
Dall’inizio del 2018 ad oggi, in Italia, sono state più di 84 quelle ammazzate.
Negli ultimi dieci anni, le donne uccise nel nostro Paese, sono state 1.740, di cui 1.215 (il 71,9%) in famiglia.
Sempre secondo i dati Istat, in Italia, sono 3 milioni e 466 mila, le donne che nel corso della loro esistenza, hanno subito stalking e persecuzioni di vario tipo.
Di queste, 2 milioni e 151 mila, sono vittime di atti persecutori da parte dell’ex partner. Il 78% di coloro che hanno subito stalking, non lo hanno mai rivelato. Negli ultimi quattro anni, più del 25% degli omicidi commessi, sono femminicidi, con 86 donne uccise solo nel periodo dal primo gennaio al trenta settembre 2017 e un quarto delle denunce archiviate.
Questo dato emerge dalla relazione conclusiva della Commissione parlamentare sul femminicidio, approvata all’unanimità il 6 febbraio 2018. Nel testo anche varie proposte avanzate dalle varie parti politiche: dall’introduzione “dell’omicidio di identità” all’aumento dei fondi messi a disposizione del Piano Antiviolenza. Si parla di “omicidio di identità”, quando la violenza comporta “lesioni personali gravissime” con deformazione o sfregio permanente del volto, specie se consumate mediante l’utilizzo di sostanze corrosive, quali l’acido. Si propone di considerare il femminicidio come un omicidio “consumato per motivi di genere” e si suggerisce all’attuale Parlamento di ritenere come delitto doloso, le molestie sessuali sui posti di lavoro.
In molti Paesi, fra cui l’Italia, il 25 novembre si celebra la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. A volerla è stata l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999. L’intento dell’ONU era quello di sensibilizzare le persone rispetto a questo argomento e dare supporto alle vittime. La data del 25 novembre è stata scelta in ricordo dell’uccisione delle sorelle Mirabal, avvenuta nel 1960 a Santo Domingo perché si opponevano alla dittatura del regime di Rafael Leonidas Trujillo. In loro memoria, il 25 novembre del 1981 ci fu il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche. In tutto il mondo, il 25 novembre viene celebrato con il colore arancione, tanto che si parla anche di Orange Day. Un Women l’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere lo ha scelto come simbolo di un futuro in cui le donne saranno liberate dalla violenza degli uomini. Nel nostro Paese all’arancione è preferito il rosso. Emblema della lotta italiana contro la violenza alle donne, sono le “scarpe rosse”, abbandonate in molte piazze del nostro Territorio. Il “gesto” lanciato dall’artista messicana Ilina Chauvet è stato ideato grazie ad una sua installazione, nominata appunto Zopatos Rojas che ha fatto il giro del mondo.

Maria Rosa Oneto

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“RICORDI” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “Ricordi”

Non sono mai stata bambina, nel senso più ampio del termine.
Quando nasci e a pochi mesi ti colpisce una menomazione fisica, la “tua palestra sperimentale” diventano: gli ospedali, gli sguardi impietosi della gente, l’esperienza che ogni giorno ti viene stampata addosso come una seconda pelle.
La fantasia, che credi di trattenere, è un esercizio mentale per confondere i pensieri e far credere all’anima che tutto possa cambiare.
Da piccolina, venivo additata e derisa come fossi un clown da circo o il risultato di un amplesso diabolico e infernale che mi avesse rovesciato addosso: sfortuna e castighi da sopportare.
Allora, ai miei tempi, neppure troppo lontani, venire al mondo con un handicap corporeo significava: essere isolati, tenuti nascosti, segregati dalla società dei “finti” normali.
Molti, a vedermi, si facevano un segno di croce, sputavano in terra in segno di disprezzo oppure giravano subito lo sguardo per non essere contaminati o reietti. Era l’epoca della religione infarcita di magia e superstizioni. Delle vecchie credenze portate avanti con ignoranza e grettezza di cuore.
La mia intelligenza, da subito vivace ed esuberante, non mi ha impedito di soffrire, di sentirmi avvilita e umiliata come un angelo scartato dal Paradiso.
Il mio unico peccato, era quello di non poter camminare o di avere per pochi minuti un’andatura scorretta e scoordinata, che le varie operazioni hanno sempre più aggravato.
Nonostante questo, ero una bambina “spudorata” e felice con una gran voglia di leggere e capire.
In questo i miei genitori mi hanno sempre aiutata, pur restando limitati (soprattutto mia madre) nel concedermi quel dono infinito, chiamato libertà. Una vita segregata, “punita”, avvilita che mi ha da sempre tenuta lontana dalla fede e dal vuoto bigottismo. Forse, a modo mio, ho riversato preghiere al Cielo. Ho avuto la forza necessaria e con essa la speranza di attendere dalla vita qualcosa di buono. Quasi sempre sono stata delusa; ancor più quando il destino si accaniva su di me come belva feroce.
Ho lottato e attraversato la mia solitudine con il sorriso sulle labbra e la sfrontatezza dell’età.
Certa che in qualche modo sarei stata ricompensata.
Sono ancora qui ad aspettare insieme ad un’amica fidata: la mia carrozzina nera e gialla che non mi abbandona mai!

Maria Rosa Oneto

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“IL SANGUE” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “Il sangue”

Il sangue scendeva dai dirupi come giovane cerbiatto, impavido e curioso; che dopo aver travalicato le montagne,
la boscaglia, giungeva sino ai bordi di città.
Era il sangue di donne smembrate per “troppo amore”. Fatte a pezzi con mani da macellaio. Gettate vive dalla finestra senza un lamento. Un tuffo al cuore.
Era il sangue di neonati gettati nella spazzatura come cibo avariato. Lasciati agonizzare per ore dentro un sacchetto di celofan; volutamente abbandonati come si fa per i cani in autostrada.
È sangue innocente, profumato di madre, di latte cagliato e di lavanda in fiore.
Scorre sul selciato, assorbito dalla terra, irrorando piante, tombini, gli angoli ammuffiti dei palazzi antichi.
È sangue innocente, forse santificato, scambiato per possesso, per omertà, assenza di bontà.
Uomini assatanati, disturbati nella coscienza, “porci in grado di volare” che rivendicano una mascolinità fatta di dominio, abusi e violenza.
“Padri e padroni” con un retaggio di barbarie alle spalle e un curriculum di guerre, di stupri e oltraggi a non finire.
Ai Nostri tempi, il modello virile, non è cambiato. Nel caso, peggiorato.
L’uomo, messo in disparte o trascurato in molti settori dell’esistenza; ritiene ancora che uccidere, sfregiare, violentare siano caratteristiche di forza o marchio di sudditanza per la compagna che gli resta accanto o vorrebbe lasciarlo.
È sangue che urla e grida vendetta. Giustizia. Pietà cristiana.
È sangue dove l’Amore si è fermato, incompreso; talvolta avvilito e deriso.
È lo stesso sangue da cui siamo state partorite. Scintilla di Dio che si compie nel ventre femminile e a cui l’uomo infonde speme.
È sangue di fratellanza e comunione con il Creato.
Linfa vitale per crescere e sognare.
Patrimonio dell’Umanità intriso di tradizioni e cultura. Ebbro di passioni, di “fuoco”, d’intelligenza e creatività.
“Spendendo il mio sangue, farò di Te l’inchiostro rosso a cui affidare la mia Poesia!”

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

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“IL FILO DI LANA” di MARIA ROSA ONETO

Titolo: “Il filo di lana”

La vita è un viaggio nell’immaginario. Un sortilegio spesso senza fortuna. Una tempesta da attraversare di corsa, quando il vento strappa le vesti e sei nuda davanti al destino.
La vita è un dono d’amore. Una carezza stesa al sole, la scatola di un puzzle con tante tesserine da sistemare.
Ti prende per mano e ti sorride nell’ingenuità dell’infanzia o quando la mente resta bambina. È una strega camuffata da fatina per ogni lacrima lasciata cadere in strada. O nel silenzio ovattato di nero di un monolocale.
Si vive con la speranza stirata in cortile, sopra pile di libri che vorrebbero insegnarti ad essere felice. Studi, giochi, lavori dando un senso compiuto al “mestiere di esistere”. Ognuno ne ha uno e alcuni segretamente nascosti. Con aria di sfida, affrontiamo le incognite, gli incidenti di percorso. Da soli o assiepati ad una folla di amici e parenti. L’amore, ci giuda, spesso anche la pazzia. Siamo gentili e cortesi. Spesso irascibili e affannati. Cresciamo ricercando la felicità, i dolci piaceri dell’amore, la ricchezza economica e intellettuale. Possediamo case dove mai abiteremo. Tuguri della fame e della pestilenza, dove esordisci già vecchio, pronto alla morte con le pupille pervase da una luce immensa e il ventre deformato dalla carenza di cibo e acqua.
Viviamo diventando grandi, grandi di età. Portiamo in testa, arroganza, spavalderia, voglia di fare. Il lussureggiare dei sensi arriva spogliandoti di vergogna e castità. Questo amore, assurdo e sconvolgente, ti fa conoscere i piaceri della carne, la sensualità di due corpi frementi, il desiderio assurdo dell’Eternità. Tu e l’altro a passeggiare il Mondo, a inventare filastrocche e canzoni, a gustare la meraviglia del tempo, per chi di tempo ne ha da sprecare.
Sogni imbastiti con il cuore. Sentimenti da copiare e disfare. “Nulla si crea, nulla si distrugge!” Il cammino procede e si interseca a variegate figure di giovani, bambini, anziani.
Crediamo di non essere più soli di quando siamo nati. Gli anni travalicano i pensieri, i desideri, la malinconia. La senilità è un traguardo per chi crede che porterà a Dio. Quello che è certo che da lì inizia la fine inesorabilmente. Attimo dopo attimo, collezionando: dolori, rimpianti, vuoti di memoria, rughe e inganni. Ingobbiti come alberi senza radici. Fragili e indifesi come bimbi appena nati. Malinconici, perversi e rabbiosi nel rimpiangere il passato.
E non ci resta che cantare, appesi ad un sottile filo di lana.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

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MARIA ROSA ONETO E LA SUA NUOVA RUBRICA “PENSIERI E GIOCHI DI PAROLE”

Carissimi Lettori!

Con grande gioia vorrei dare il mio benvenuto alla nuova collaboratrice del blog “Verso”: MARIA ROSA ONETO poetessa, scrittrice e giornalista freelance. Con la pubblicazione di oggi inauguriamo la Sua nuova rubrica personalizzata intitolata “PENSIERI E GIOCHI DI PAROLE”, dedicata ai racconti, alle riflessioni, agli articoli vari tra la narrativa, la poesia e il giornalismo. Auguro buon lavoro alla nostra Cara Maria Rosa e tante profonde emozioni a tutti i Lettori del sito.

Izabella Teresa Kostka

● NOTA BIOGRAFICA DI MARIA ROSA ONETO

Maria Rosa Oneto, nasce a Rapallo (GE). L’amore per la scrittura e la Poesia si manifestano prestissimo nella Sua vita.
L’ambiente in cui cresce, dove il mare e la bellezza del paesaggio tolgono il respiro, le fanno superare i momenti di solitudine e smarrimento.
Disabile sin dalla nascita, ottenuto il Diploma Magistrale, continua per diletto gli studi. Ottiene numerosi Premi e Riconoscimenti in vari Concorsi Letterari. Pubblica personali Sillogi e Antologie poetiche con altri Autori.

Per “Pensieri e Giochi di Parole.”

ATTENDO

Son qui, in questo giacimento di cuore, che regala sofferenza e pensieri tardivi. Respiro l’aria che vagandomi attorno, raccoglie: ruscelli, canti di bimbi, cinguettii di uccelli a primavera.
Ammiro la vastità del cielo, quello scorrimento di nubi, simile alla transumanza.
Vado oltre, al di sopra del nulla, dove i sogni cercano rifugio.
Lo spazio si amplia, diventa Mondo del Divino e dell’Eterno.
Mi lascio incantare da quell’azzurro fluido che i tormenti dilata; ricuce le speranze, frantumando il tempo dell’oggi e della lontananza.
Anime dissolte nel vento. Corpi inceneriti senza più sostanza.
Voci scomparse all’improvviso. Abbracci che si sono persi dopo essersi trasformati in alberi secchi.
Anche le foglie sono cadute, nel tremolio del rimpianto.
Soli a guardare la vita, che odora ancora di latte e marmellata. Tracce di un rosso vivo su labbra silenziose. Mani da lavoro con i calli della fatica e una giostra di parole in fuga.
Sono morta e risorta dall’alba al tramonto, veleggiando sulle sponde di un mare sconfinato che riprende le onde.
Nel riflesso che trafigge lo sguardo, ho impugnato la penna come una lama acuminata.
Ho versato parole di sangue su un foglio nudo che la fame aveva macchiato. Ancora abbraccio me stessa come fossi una bambola di pezza negli scarti in soffitta.
Attendo la sera, raccontando fiabe davanti allo specchio.

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice