AMO IL SILENZIO (di Maria Rosa Oneto)

AMO IL SILENZIO (di Maria Rosa Oneto)

Il silenzio non ha note. Rabbrividisce nella notte oscura. Parla alla natura con un linguaggio muto, che sa di ringraziamento e preghiera.
Al chiaro di luna o sotto un gravido cielo cosparso di nubi, fa eco al cuore. Tace la città, le famiglie con i bambini addormentati, i pensatori del nulla, i lavoratori con i segni sulle mani, i ladri di professione senza un alibi da inventare, i poeti che nella mente conservano: creatività e un sano dolore per il domani.
Nulla par muoversi o respirare. Soltanto il vento, fischia tra le persiane, come un giovinetto in vena di scherzare. Nelle stanze, la luce è spenta o fievole, velata da una stoffa gettata a caso. Sui muri, talvolta, si disegnano strane ombre che il respiro ingigantisce, percuote o trattiene, quali spiriti del passato.
Il silenzio, solitario e ripetitivo, a ben ascoltarlo, lenisce le ferite, gli occhi umidi di pianto, le angosce a lungo trattenute. È un balsamo, un placebo, che viene propinato gratis e non ha controindicazioni. In esso, possiamo: nasconderci, illuderci, sperare, realizzare sogni e desideri. Persino “truccare” il destino che ci ferisce o le solite incombenze quotidiane.
Trarre dal silenzio, una sorta di guida spirituale, serve a recuperare vigore, distendere i nervi,
placare gli istinti più bestiali. Talvolta, la mente, stanca di ascoltare e incasellare parole, desidera il silenzio come le formiche, il pane per nutrirsi.
La meditazione, le forme del pensiero, la riflessione, debbono trovare sintesi e armonia per potersi esprimere. Nel frastuono, nel caos, tutto si decompone, s’inaridisce e muore.
Ascoltando il silenzio, diventa possibile: ritrovarsi, conoscersi nel profondo, perdonarsi e amarsi.
Anche la Terra, vuole il suo silenzio, quando un albero cade, un animale ferito perde la vita, un paesaggio o un habitat vengono sconvolti dall’avidità dell’uomo. È un “silenzio piegato”, senza risorse, annichilito che tuttavia, di punto in bianco saprà risorgere.
Nelle trame del silenzio, ci riscopriamo ancora bambini, assetati di sapienza, fantasia e conoscenza. Desiderosi di toccare la luna con un dito. In grado di provare affetto sincero, tenerezza e misericordia.
Amo questo silenzio, dove esploro i limiti dell’anima, le personali “chiusure”, le domande senza risposta, il senso vero della sofferenza.
In silenzio ricucio le ferite, i drammi già recitati, i miraggi volati tra le stelle e il mio essere donna davanti al sole che ride!

Maria Rosa Oneto, diritti intellettuali riservati all’autrice

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IL DECADENTISMO E LE SUE POETICHE (di Eduardo Terrana)

IL DECADENTISMO E LE SUE POETICHE (di Eduardo Terrana)

Tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, si registra in campo letterario un sostanziale cambiamento. Il poeta entra in crisi vedendo fallire gli obiettivi di guida che aveva durante il Romanticismo e si scopre incapace di risolvere i mali della società.
Si sente emarginato. Subisce, allora, un ripiegamento in se stesso che si traduce in un atteggiamento vittimistico e d’impotenza nell’affrontare, non da protagonista, le varie esperienze della vita. Il poeta perde, così, la sua fiducia nella ragione e si sente pervaso dal senso della sconfitta. Prova a guardarsi intorno e scopre un curioso interesse verso il mondo del mistero. A questo mondo, allora, cerca di intendere ed anatomizzare il proprio sentire, e, isolandosi sempre più in una sdegnosa solitudine, solo circondato dalla bellezza e dall’arte , da vita ad una poesia fortemente intimistica e staccata dal contesto sociale.
L’atteggiamento di questi poeti, fu definito “decadente” dalla critica ufficiale, che lo usò in senso dispregiativo, perché esaltava l’individuo e rifiutava gli ideali della società costituita, la fiducia in un mondo più giusto, l’impegno politico e perché esprimeva il turbamento ed il disorientamento delle coscienze, la crisi dei valori e la sensazione di crollo di una civiltà.
Il termine, recepito dai nuovi poeti come un titolo di merito proprio del disprezzo dei critici, venne poi adottato ufficialmente per esprimere la poetica del loro movimento letterario: “il Decadentismo”, e rappresentare lo stato d’animo da loro espresso caratterizzato: dal tedio della vita e dal senso di vuoto e del nulla, dal desiderio di autodistruzione, ovvero da una non volontà.
Sostanziale e antitetica, pertanto, appare la differenza del poeta decadente rispetto al poeta romantico, che si muove secondo i seguenti obiettivi guida:
la rivalutazione del sentimento e della passione; l’affermazione della fantasia; l’esaltazione delle differenze individuali; il rifiuto della ragione, attraverso cui l’uomo poteva risolvere ogni problema, sia sotto l’aspetto dell’analisi interiore, ricercando ed analizzando sentimenti e passioni, sia sotto l’aspetto storico e sociale dell’analisi del reale; l’aspirazione ad evadere dalla realtà, perché la sente come una prigione che lo spinge a cercare i valori assoluti: Dio, l’amore perfetto, gli ideali più alti della Patria e dell’Umanità; il bisogno di una Unità nazionale; il recupero dell’importanza della storia; la religione, intesa come rivalutazione della fede cristiana, perché si avverte il bisogno di dare un significato alla propria vita; la letteratura, che deve essere popolare con un fine didattico e deve consentire la conoscenza delle verità; l’arte,che deve trovare la fonte d’ispirazione nelle tradizioni del popolo; la storia, attraverso cui gli uomini devono capire se stessi e la loro origine; la Natura, vista come oggetto di rappresentazioni pittoriche e letterarie.
In contrapposizione a questa poetica il poeta decadente manifesta il rifiuto del mito della Ragione, che giudica uno strumento di ricerca inadeguato e sostiene che le verità più profonde si colgono coi sensi ed i misteri si svelano con l’intuizione; e inoltre:il senso di solitudine; l’incapacità di comunicare con gli altri; la stanchezza spirituale; la mancanza di ideali.
Diversamente, inoltre, dal poeta romantico, che aveva reagito alle sue delusioni con un atteggiamento eroico ed aveva manifestato una forte volontà di lotta per i suoi ideali e per un’opera di costruzione nella società, il poeta decadente si lascia vincere dal senso di smarrimento, ed è vittima di un languore che lo priva di ogni energia, di ogni combattività, di slanci creativi, che lo portano all’abbandono di ogni ideale e ad un pessimismo radicale.
Un atteggiamento che esprime il rifiuto della società industriale, che aliena l’individuo e lo depriva della sua dignità, e la sfiducia verso la scienza, che non appare più tanto certa e sicura.
Una realtà che il poeta in particolare avverte negativamente con uno stato d’animo che lo fa sentire in conflitto con se stesso e con gli altri, e che tenta di superare attraverso la poesia e per mezzo dell’arte, in una visione estetizzante della vita e di un mondo idealmente perfetto.
Il Decadentismo, pertanto presenta una nuova spiritualità, fondata sul sentimento ossessivo del mistero e dell’irrazionalità, che ripudia la ragione in nome delle forze oscure del subcosciente che prevalgono sul sentimento e sostiene che la conoscenza della realtà non è possibile attraverso l’esperienza, la ragione, la scienza, ma soltanto attraverso la poesia, il cui carattere di intuizione irrazionale e immediata può attingere il mistero ed esprimere le rivelazioni dell’ignoto.
La poesia, allora, perde il suo carattere rappresentativo della realtà storica e sociale, di idealità sociali e civili, e diviene la più alta forma di conoscenza, perché è suprema illuminazione, momento di rivelazione dell’Assoluto, atto vitale che sa: cogliere le arcane analogie che legano le cose; scoprire la realtà che si nasconde dietro le loro effimere apparenze; esprimere i presentimenti che affiorano dal fondo dell’anima.
In tale accezione la parola, allora, perde la sua funzione di comunicazione logica e razionale e di rappresentazione di sentimenti ed immagini concreti ed assume un valore puramente evocativo dell’impressione intima che suscita per la sua virtù di ricreare, attingendo alla profondità del subconscio, la zona più remota e buia dell’anima, sensazioni in maniera suggestiva.
Nasce così la poesia del frammento rapido e illuminante, denso di significati simbolici, che si propone di fornire una maggiore consapevolezza del mistero, inteso non più come rivelazione della ragione o della scienza ma come indicazione di stati anormali ed irrazionali dell’esistere: la malattia, il delirio, il sogno, l’allucinazione.
In tale accezione il “Decadentismo” rappresenta l’esasperazione della tendenza alla contemplazione di un mondo connesso alle tematiche della vita interiore, del mistero e del sogno, e all’espressione di un soggettivismo estremo.
Da questa nuova condizione di spirito si sviluppano, in momenti diversi, varie correnti letterarie, tutti aventi, però, come denominatore comune una nuova tipologia di poeta: il Veggente, ovvero colui che vede e sente mondi arcani ed invisibili in cui chiudersi per ricercare e scoprire l’universale corrispondenza e analogia delle cose.
Non più, pertanto il poeta vate del romanticismo o promotore della scienza nell’illuminismo o cantore della bellezza nel rinascimento, ma un poeta più proiettato
alla scoperta del sé interiore e del mistero, variamente interpretati e vissuti, da cui originano le due fondamentali poetiche del Decadentismo: il Simbolismo e l’Estetismo e da questo il Panismo.
Il Simbolismo, come dimostrazione della dimensione dell’inconscio.
L’Estetismo, come esaltazione del culto della bellezza.
Il Panismo, come tendenza del confondersi e mescolarsi con il “Tutto” e con “l’Assoluto”.
In Italia, il Simbolismo ebbe il suo rappresentante di spicco in Giovanni Pascoli, nel quale la connotazione decadente si evidenzia nel senso profondo del mistero che egli avverte e dal quale si sviluppa la “poetica del fanciullino”.
L’Estetismo ed il Panismo, ebbero in Gabriele D’Annunzio il migliore interprete, e ne sono espressione, rispettivamente, il romanzo “Il Piacere” e l’opera Alcyone.

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

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Tre poesie di Maria Rosa Oneto

“Sono in trappola”

Il sole entra
a disegnare:
cattedrali e
minareti.
Lascia la sua impronta
su tende annerite
dal fumo.
Sul letto
ho cosparso:
trattati di filosofia
che non leggevo
da una vita.
Rosari di madreperla
dove la luce
si rinfrange in briciole
di onnipotenza.
Regna il disordine
e il balletto delle dita
fra pensieri
allucinati.
Sento il cuore
andarsene a scovare
il mare.
Colgo il suo profumo
invadere le labbra,
scarnificare la pelle,
godere d’amore
nell’incavo dei seni.
Hanno chiuso
i battenti: le cattedrali,
i minareti.
Il mare è scomparso
dietro una cortina
di ferro.
Sono in trappola
e rosicchio formaggio,
insieme a spazi
di noia, che non hanno
colore!

“Senza senso”

Le ore cadono
lente,
ubriache di sole.
Il mattino
è un volo di rondini
in cerca di un destino.
Il ritorno dell’alba
come un romanzo
rosa,
racconta d’intrighi
d’amore,
d’arguzie e
peripezie.
Si desta il cielo
con note delicate
e fragranze di tono
che il giorno
dirada.
L’azzurro compare
come un vecchio
mendicante
che della gioventù
ha fatto vezzo.
Non porta abiti
eleganti, né gioielli
per adornare il cuore.
Si veste di nembi
e di nuvole, ladre
di vento.
Ovunque volgo
lo sguardo,
trascina il pensiero,
l’emozione che ritorna,
cocci di illusione
per dare speranza.
Azzurro è il
mio pianto,
a lavare la condanna,
di un vivere
senza senso!

“Rimani”

Resta
fra queste mani
modellate
d’argilla.
Nell’ingiustizia
che corona il tempo.
Sui Crocifissi
dove si scioglie
il sangue.
Resta
a farmi compagnia,
dove il dolore
ha messo radici
per far crescere
un fiore di spine.
Rimani
dove il silenzio
ottenebra il cuore
e la voce
è un sussurro
disperato.
Non scappare
dalla mia pazzia
che è genialità
allo stato puro.
Affonda
i tuoi occhi
nella mia anima,
che ancora desta,
rimugina: languori,
canti di primavera
nell’aria tersa.
Resta a far
crescere l’amore
prima che la notte
ci porti via!

Maria Rosa Oneto, tutti i diritti riservati all’autrice

La poetessa Maria Rosa Oneto

La prosa sensuale di Fabio Adso Da Melk: “La fermata dell’autobus e altri racconti” (a cura Sabrina Santamaria)

La prosa sensuale di Fabio Adso Da Melk: “La fermata dell’autobus e altri racconti” (a cura Sabrina Santamaria)

La narrazione è un filtro che si impregna di contenuti che la nostra società, spesso, veicola; lo scrittore e l’artista esprimono con veemenza i disagi socio-culturali e molti casi, nel corso dei secoli, l’artista “maledetto” o fuori dagli schemi veniva tacciato di immoralità o di follia, ne abbiamo chiari esempi nella storia: Caravaggio, Torquato Tasso, Hölderlin, Vincent Van Gogh, Wilde, Pasolini e tanti altri autori i quali, tutt’oggi, gli studenti approfondiscono le loro opere. Nella letteratura contemporanea, anche inconsciamente, noi lettori tracciamo una linea di demarcazione fra ciò che, a nostro parere, potrebbe essere definita cultura alta e cultura bassa come se alcune tematiche o argomenti avessero una priorità rispetto ad altri, ma forse questo è un errore? Nel fare questa considerazione probabilmente scadiamo in un giudizio di valore? Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una evoluzione della letteratura infatti i contenuti dei romanzi descrivono molto di più il disagio giovanile e i cambiamenti che si verificano all’interno delle famiglie, basti pensare che le coppie che decidono di sposarsi diminuiscono sempre di più e stanno aumentando esponenzialmente i numeri di persone omosessuali che si uniscono per abitare sotto lo stesso tetto. “La fermata dell’autobus e altri racconti” di Fabio Adso Da Melk è un’antologia costituita da dieci racconti carica di questo speculum letterarium in cui l’autore si dissolve e si trasforma in altro da sé; la sua identità riesce a mettersi da parte per far emergere le vicende dei suoi personaggi che desiderano essere “raccontati”, essi spasimano, ansimano in quanto anelano ad avere uno spazio, anche virtuale, in cui possano essere autenticamente se stessi tuttavia l’encomiabile sforzo dell’autore, il quale è onnisciente, non è vano, ma non è mai del tutto esaustivo perché, ho sempre amato credere da lettrice incallita, che i protagonisti delle vicende che noi raccontiamo diventano materia e sostanza “altre” e hanno un’anima che non è quella del loro autore, detto in altri termini i personaggi assumono forme che non sempre sono quelle dello scrittore; potrei azzardare dicendo che un libro che noi scriviamo è simile a un figlio che partoriamo, egli proviene da noi, ma non sarà mai tale e quale al suo creatore! Fabio Adso Da Melk attraverso sapienti artifici di straniamento diviene la voce narrante di diverse prose in cui i protagonisti vivono la loro sfera intima e privata in un’atmosfera disincantata; i loro inconsci passionali ed erotici urlano in un’epopea in cui l’erotismo fagocita e sembra volesse annientare l’essere umano reso a oggetto delle passioni carnali che prova, ma nel provare intensamente un’emozione sia un uomo sia una donna sono, in ogni caso, perdenti? Anche in queste considerazioni potrebbero entrare in gioco forti implicazioni di carattere morale però il nostro autore non intende suscitare disquisizioni di tal riguardo infatti fra le sue intenzioni vi è certamente il proposito di far vivere intensamente i suoi eroi che si barcamenano nella società liquida in cui siamo immersi volenti o nolenti; per Fabio Adso Da Melk non esistono “buoni” o “cattivi” libri così come non si possono annoverare fra le storie narrate quelle “morali” e quelle “immorali”, sulla scia dell’aforisma di Oscar Wilde, egli, come una seduta psicanalitica, partorisce delle vicende in cui uomini e donne, usando un’espressione freudiana, vivono a trecentosessanta gradi il disagio della civiltà. La rigidità delle regole, degli schemi prestabiliti e delle strutture e sovrastrutture di pensiero appesantiscono l’infermiera ligia al dovere lavorativo e matrimoniale la quale poi devierà dalla routine quotidiana, nel racconto “Infermiera di notte” a predominare è l’incanto notturno di una notte eterna nella memoria che ha regalato emozioni che durano una vita intera, in “Principe azzurro” l’insegnante privato non ha più un’intesa emotiva e sentimentale con il suo partner e per questa ragione la cinquantenne con la forza della sua immaginazione entra in un regno fantastico in cui crea una sorta di teletrasporto fra il regno e la terra, anche in questa circostanza il fulcro dei desideri si riversa sempre sul proibito, su ciò che molti definirebbero, oltre inusuale e anormale, fuori da ogni logica del buonsenso perfino in “Relazione aperta” predomina questo leitmotiv tanto è vero che Marco e Jessica agli occhi dei molti sono considerati una coppia che sta insieme solo carnalmente senza un profondo sentimento che li unisce giacché nell’immaginario collettivo il pizzico di gelosia e di possessività è un elemento propedeutico a dimostrare l’amore. La sfera intima prevale in ogni racconto, sebbene sia onnipresente una sorta di libertinaggio sessuale, se vogliamo aggettivarlo come tale, ci accorgiamo che c’è un’ossimorica relazione fra i modi a volte sfrontati dei personaggi sempre aperti nelle loro esclamazioni rispetto ai contesti prevalentemente chiusi, gli spazi sono spesso quelli delle mura domestiche; in ogni capitolo vi è ricerca spasmodica di liberi costumi per abbracciare uno stile di vita fuori dai generis, tuttavia è il protagonista di questa antologia è l’Eros scrutato da quasi tutti i possibili punti di vista; è questi come personificazione un comune denominatore. L’atmosfera è onirica e surreale, una chiara scelta letteraria per donare una sensazione mista fra sogno e realtà. Fabio Adso Da Melk scardina ogni piano teologico della fisicità(il suo stile assomiglia molto a quello del romanzo “Paolo il caldo” di Brancati) per giungere a molteplici traguardi teleologici, in tal senso l’autore parte da Orfeo per percorrere i sentieri di un Eros che si erge a un’ontologia archetipica che non rinuncia alla piena sua esplicitazione.

Sabrina Santamaria

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Immagine tratta dal racconto “Il Tronco”

“Pensieri di oggi” di Maria Rosa Oneto

“Pensieri di oggi” di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

È un’assenza liquida, quella in cui sto vivendo. Lacrime si spargono come grandine sulle case. File di bare, accatastate alla rinfusa, mostrano la fragilità dell’essere umano. Un Virus micidiale, come falce tagliente, toglie rami appena sbocciati. Foglie rinsecchite dall’inverno, che conservano nel profondo, i ricordi della Storia e di quella Libertà, a lungo sognata. Famiglie decimate da un “treno in corsa”, che transita sbuffando e mai si ferma alle implorazioni dei Fedeli.
Preghiere consumate fra le mani che odorano di tristezza e malinconia. Camici trasparenti, occhiali protettivi e mascherine su volti massacrati di stanchezza e paura. Si fugge dalla realtà di ogni giorno, imbalsamati e fragili come quando siamo venuti al mondo. Non c’è rispetto, né pietà per chi in silenzio affronta l’alba di un nuovo Mondo: sconosciuto e beffardo come un assassino che non verrà mai colto in fragrante.
Sorrido al sole che fa capolino dalla finestra. Anche questa meraviglia della Natura, mi turba, mi sconvolge. Mi sento, orfana di speranze, anche se sopra il davanzale spumeggiano fiori, dai colori fraterni e balsamici. Per troppo tempo, abbiamo consentito che i poveri, i “dimenticati” “gli ultimi” vivessero per strada sotto coperte di cartone o teli di fortuna. Abbiamo affamato un terzo degli abitanti della Terra, depredandoli dei loro averi, sfruttandoli, considerandoli merce di scarto ove gettare l’immondizia dei ricchi, dei potenti, dei Signori della Guerra. Bambini denutriti, ricoperti di mosche e malattie tropicali, bombardati e perseguitati in ogni modo; violentati, espiantati degli organi, venduti per pochi centesimi ai “villeggianti della pedofilia e della sessualità deviata”.
L’intero Pianeta, la Nostra Grande Madre, rigogliosa di bellezza e di ogni ben di Dio, è stata seviziata, bruciata, intossicata, rovinata ovunque si volga lo sguardo.
Si resta smarriti ad ogni flagello che si abbatte sul Creato. Gran parte dell’Umanità, seppellita dal cemento e dal potere, cammina con le ginocchia piegate, la mente allucinata e la coscienza mai sazia di peccare. Una volta in piu, penso alla mia esistenza: umile e cagionevole come un timido respiro.
Eppure, benché in disparte e sola, non temo la malattia, la morte. Troppe ne ho passate, per ritrovarmi: delusa o smarrita. Colgo il giorno in un abbraccio di vento e oltre i vetri, dipingo pensieri con i colori dell’arcobaleno!

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Il sinolo antichità-tecnologia nel poeta Vincenzo Cinanni (a cura di Sabrina Santamaria)

Il sinolo antichità-tecnologia nel poeta Vincenzo Cinanni
(a cura di Sabrina Santamaria)

Cenni biografici di Vincenzo Cinanni

Il poeta Vincenzo Cinanni

Vincenzo Cinanni, soprannominato lo “Scriban poeta”, è nato 47 Anni fa, a Palizzi, in provincia di Reggio Calabria. Fin da giovane ha sentito forte la passione per la letteratura. Ha partecipato a Concorsi Poetici Nazionali ed Internazionali. È Attualmente amministratore di 17 Pagine Web su Facebook. Ha collaborato, in passato, cfon poetesse e scrittrici. Si dichiara: “Innamorato dell’ AMORE”. Nel 2015 ha scritto la silloge “Anatemi del passato”, opera autopubblicata. Nel novembre 2019 ha collaborato per la pubblicazione scopo benefico dell’antologia “Tra Nenie e Canti” edita dall’associazione culturale “La Luna nera”. La raccolta poetica “Introteca” è la sua seconda pubblicazione.
Il fautore dell’antica tecnologia Lo Scriban poeta è un autore che unisce l’amore per le lettere classiche insieme alle potenzialità del web. Nel suo impegno letterario albergano l’attenzione profusa per ciò che è antico, desueto e obsoleto e la fiducia che egli nutre per la comunità virtuale e per l’ubiquità del cyberspazio. Cultore dell’austerità del passato egli crea un ponte inevitabile per collegarsi alle vie del futuro sfruttando i social network come risorsa e come motore pulsante della società contemporanea, infatti per questa caratteristica preponderante possiamo annoverare Vincenzo Cinanni fra i poeti che si pongono l’obiettivo di aprirsi all’ipotetico “domani” con coraggio e onestà intellettuale.

Sabrina Santamaria

Intervista a Vincenzo Cinanni

S.S: Come è germogliato in te l’amore per la poesia?

V.C: Saluto tutti i Lettori e Nauti. Mi chiamo Vincenzo Cinanni, ho 47 anni e sono un poeta. Ritengo che il primo seme che potesse somigliare ad una poesia, sia stata una semplice filastrocca scritta da bambino.

S.S: Scrivere per te è un’arte terapeutica?

V.C: La scrittura per me è parte della mia giornata. Talvolta, anche durante gli impegni contingenti, mi fermo a meditare, e porre sul nudo, bianco foglio ciò che penso di me e del mondo.

S.S: Quali sono i temi preponderanti della raccolta poetica “Introteca”?

V.C: Sabrina, mi hai posto la domanda da un milione di euro. Dunque, non credo vi sia un fil rouge, che possa legare ogni composizione. INTROTECA è diviso in 2 parti, “Anatemi dal passato”, che è l’elaborazione della mia autopubblicazione del 2015, e “Sensazioni Dinamiche”. Parlo di me, parlo della realtà che sento. Questo posso rivelare ai lettori.

S.S: Per quale motivo intrinseco ti sei attribuito l’epiteto “ Scriban poeta”?

V.C: La ragione di questo Pseudonimo trova risposta nel mio piacere di scrivere col calamo, la mia fedele penna, per come si direbbe all’ “antica”.

S.S: Quanto la tua passione per la poesia rispecchia la tua storia personale?

V.C: Trovo che le mie vicende umane abbiano battuto la medesima strada del mio, iter poetico, in fieri.

S.S: Con l’ausilio dei tuoi versi filosofeggi anche?

V.C: Ho compiuto studi classici, al liceo. Poi, ho intrapreso la strada delle lingue straniere. Parlo e scrivo, in inglese e francese. Ho studiato la Filosofia degli Antichi e dei Moderni. Mi limito ad essere poeta scrivente.

S.S: C’é stata un’evoluzione stilistica fra la tua opera “Anatemi del passato” e la tua ultima pubblicazione?

V.C: Credo proprio di sì. Alcune vicende personali, hanno favorito la mia maturazione letteraria.

S.S: Hai scritto dei testi poetici inediti nel senso che non sono pubblicati?

V.C: Dopo aver pubblicato, nello scorso novembre, in occasione della Giornata Internazionale Contro la Violenza di Genere, caduta il giorno 25, ora, mi sto dedicando al progetto di un secondo libro di poesia. Gli inediti, li lascio nel cassetto.

S.S: Senti la necessità di far da mentore ai tuoi lettori?

V.C: Mi piacerebbe che i lettori di “INTROTECA”, conoscessero lo Scriban poeta, tramite i miei elaborati. In conclusione di questa itervista, Voglio ringraziare la gentile, Signora, scrittrice Sabrina Santamaria. Auguro A Lei ed A Tutti i Lettori, Buone Feste! Alla prossima.

S.S: Grazie carissimo Vincenzo. In bocca al lupo per i tuoi progetti letterari e alla prossima!

Intervista rilasciata dal poeta Vincenzo Cinanni a Sabrina Santamaria

“IL MALE DI VIVERE” di MARIA ROSA ONETO

“Il Male di Vivere” di Maria Rosa Oneto

Foto: Pixabay

Abbiamo perso il senso dell’amore, volato via dal cuore come rondini in volo.
Abbiamo perso l’umanità di un tempo, fatta di confronto e di temperanza.
Abbiamo perso il dono del silenzio, che si nutriva di parabole e speranza.
Abbiamo smarrito il prestigio dell’eleganza, posato come un guanto bianco su barattoli di vernice.
Ci siamo abbruttiti, rinsecchiti, “storpiati” dal gusto di possedere, defraudare, rubare, togliere ai più miseri per allargare le pance sempre più gonfie dei “maiali a due zampe”! L’orgoglio, la rivalsa, i pregiudizi, offuscano le menti. I beceri, vengono trasformati in innovativi fautori dell’intellighenzia che spazia ovunque, devastando e compiendo scempi. Si è scarnificato il senso del dovere, la buona creanza, la parola saggia e adeguata all’occorrenza. Tutti pronti a sbraitare, ad affondare, a prevalere sull’altrui ragionamento. Il “bullismo televisivo” ancor più feroce di quello sociale, rosica le menti, accresce le divergenze, rendendo inutile e sterile ogni dialogo. “Bestie umane” prive di logica. Assetate di sangue e drammi individuali. Speculazioni che affrontano l’altrui dolore come merce di scambio. Si tende a fare spettacolo sulle disgrazie del popolo a colpi di share. Più aumenta l’audience e il guadagno cresce, tanto più viene sezionato il cadavere, l’ambiente famigliare, lavorativo; la vita privata. Finire in prima pagina, oggi, è un gioco da ragazzi , una sorta di videogame dove tutti si possono confrontare.
Abbiamo perso, l’onestà del fare, le sane abitudini, le tradizioni popolari; il senso del rispetto e della buona educazione. In famiglia, non esistono più i valori di una volta, quel senso abnegazione, di sacrificio e riconoscenza dei bambini verso gli adulti o di chi rappresentava: le Forze dell’Ordine, il Medico, il Professore o il Sacerdote della Parrocchia locale. Oggi, si sbraita come lupi o peggio ancora per un brutto voto. Si aggrediscono infermieri al Pronto Soccorso. Si prende a botte il Mister per una partitella di calcio da quattro soldi. Siamo diventati, “cannibali” di noi stessi e di chi ci passa accanto. Donne fatte a pezzi per in raptus di gelosia. Bambini picchiati, usati come scudi umani, espiantati degli organi, schiavizzati, defraudati dell’intimità sessuale o fatti morire di fame.
Abbiamo perso: l’intelletto e la ragione. Passeggeri senza confini di un mondo allo sfascio. Viviamo molto spesso d’illusioni, di sogni immaturi, di rivalse nei confronti di una gioventù passata.
Il cuore, non sa più regalare emozioni, è un muscolo che batte nel fremito stantio del tempo che passa. Ognuno, rovesciato sul proprio cellulare; nell’intento di non vedere, capire, affrontare il presente. Burattini senza occasioni (che non siano quelle dell’alcol e della droga) incapaci di stupirsi davanti alla meraviglia di un fiore che nasce, all’impalpabile evanescenza di un tramonto sul mare, al gorgheggio di un bimbo di pochi mesi.
Ognuno con la mente chiusa. Distanti da una vera realizzazione personale. Ottenebrati da “modelli sbagliati”,
da eroi della negatività, da falsi profeti dell’inganno e del turpiloquio.
A ben guardare, la difficoltà dell’esistere, ricadere sulle spalle dei più deboli. Di coloro i quali, resi invisibili, non hanno mezzi né denaro per difendersi e vengono oscurati con una semplice pennellata di catrame.
Il male di vivere, sta in un pugno chiuso dove neppure il sole può entrare!

Maria Rosa Oneto

Tutti i diritti riservati all’autrice

Il brulichio di catene nascoste: “Una donna in gabbia” di Antonella Polenta (a cura di Sabrina Santamaria)

Il brulichio di catene nascoste: “Una donna in gabbia” di Antonella Polenta
(di Sabrina Santamaria)

Antonella Polenta

Il decorrere della nostra vita si snoda come la bobina di un nastro contenuto in una video cassetta, a volte la pellicola si aggroviglierà e incespicandosi il film dei nostri attimi vissuti si bloccherà non permettendoci di proiettare i fermo immagine degli atti successivi; questa apocope immancabilmente ci crea uno stato d’ansia che, spesso, noi non sappiamo gestire, immortalandoci in cristallizzati granelli di sprazzi vitali noi diveniamo statue di sale infatti così in questo susseguirsi nella nostra prospettiva il presente sarà flemmatico e il futuro inconsistente. La parcellizzazione dei nostri anni, spesso, mortifica la nostra essenza vitale, incatenandoci in prototipi di esseri umani massificati e massificanti e trascuriamo il significato più intrinseco di un termine tanto usato e usurato, ma difficilmente conseguibile nella routine quotidiana: la libertà. Da queste riflessioni ante litteram l’autrice Antonella Polenta si impegna a scrivere e partorire una maieutica socratica di pregevole merito come “Una donna in gabbia” (edito da Bertoni editore); apparentemente, dai primi capitoli, potrebbe sembrare una storia comune narrata da Alina, una giovane laureanda nella facoltà di Farmacia a Roma, la quale ha una sorella maggiore, Agave. Il contesto storico-culturale è quello degli anni ’70, definiti dagli storici “anni di piombo” per i numerosi fenomeni di stragismo politico che si sono verificati. Le due sorelle vivono un ambiente familiare borghese ammantato di idee stereotipate e di modelli preconfezionati e impacchettati “pronti per l’uso”; non reagiranno allo stesso modo in risposta a questo stile educativo, infatti Alina si comporta in modo conforme ai precetti paterni che non ammettono repliche mentre Agave incarna la ribellione giovanile sessantottina, ella è colei che si opporrà alle scelte precostituite del sistema perbenista dell’epoca, a volte anche a caro prezzo. Entrambe avevano letto “Il manifesto del partito comunista” di Marx ed Engels, solo che Alina era perplessa e scettica sulla concretizzazione dei principi comunisti invece Agave si identificava pienamente con le idee del partito comunista italiano. La voce narrante cioè la sorella minore si trova recisa, rinchiusa dalle imposizioni familiari e sociali, la nostra protagonista vive in una “gabbia d’oro”, incatenata in un recinto ella si trova invischiata e impantanata in una palude, come se stesse sprofondando nelle sabbie mobili senza una via d’uscita oppure come se si trovasse in un tunnel senza una via di fuga, Alina non intravede uno spiraglio di luce nella mentalità oscura e gretta allora decide pirandellianamente di lasciarsi vivere permettendo che l’altro, un “qualunque altro” decida al posto suo. Agave (il suo nome deriva da un determinato tipo di pianta grassa) è l’esatto contrario, ella la ragazza di ventisei anni che non si dà mai per vinta, la sua “lotta di classe” è animata da ardore e zelo giovanile, in guisa di questa Jean D’Arque dei figli dei fiori, Antonella Polenta si schiude il varco per romanzare sulle scorribande sessantottine dei giovani sostenitori del Comunismo o del fascismo (un esempio sono stati i “gruppi universitari fascisti” o Guf ancora oggi ricordati) la presenza di Agave nel romanzo costituisce l’azione genuinamente istintiva del donarsi al mondo, alla vita, all’altro come essere al mondo totalmente diverso, invece Alina è rinchiusa nella sua sfera minimalista: la sua casa, la sua stanza, forse è concentrata nel suo Io ipertrofico? Soprattutto nei primi capitoli vive uno stato di chiusura di pensiero che costituisce la sua “gabbia mentale” impreziosita dalle agiate condizioni economiche. L’ambient narrativo catapulta le riflessioni del lettore sul delitto di Aldo Moro e sulla morte del giovane Peppino Impastato avvenute durante il fervore della nascita delle “grandi ideologie” e dello schieramento dei due partiti politici: i Comunisti e la Democrazia Cristiana. Di rilevante importanza sono le sequenze dialogiche intervallate nel romanzo che contengono delle meritevoli dissertazioni che sono state disquisite a livello artistico, letterario e filosofico; le ostinate argomentazioni filosofiche-cristiane dell’appassionato e onesto Leon (l’amoroso di Alina) che lo rendono apparentemente sicuro delle sue asserzioni vengono a sgretolarsi come un castello di sabbia o a cadere come un muro di cartapesta nel momento in cui si confronta con Mino (uno dei fidanzati di Susanna), medico omeopata, sostenitore della filosofia indiana e della “macrobiotica”, Leon si mostra molto affezionato a quell’architrave sulla quale si sono costruiti secoli di filosofia occidentale (greca e giudaico-cristiana). L’autrice è stata molto sagace inserendo anche degli snodi critici sulla mistificazione dell’arte e ai compromessi che gli artisti spesso sono costretti ad accettare; Alina, preda della morsa dei suoi pregiudizi non comprende i motivi artistici controcorrenti di Guy (pittore amico di Leon) tanto da entrare in contrasto con Leon, questi sostiene che i grandi artisti come Van Gogh o Gauguin sono ancora ricordati perché hanno disobbedito ai canoni artistici della loro epoca e non hanno seguito le mode artistiche del loro momento storico. Tuttavia il romanzo intrattiene il lettore grazie a quel pizzico di ironia e di humor saccenti nella descrizione dei vari personaggi come nel caso del ritratto di Susanna, l’amica di Alina. Fra l’altro man mano che l’ordito narrativo si districa ci sarà un’evoluzione delle protagoniste che sorprenderà il lettore, un rovescio dell’inizio che condurrà alle nuove conquistate consapevolezze di Alina perfino Ruggero, merlo e compagno di infanzia della nostra voce narrante, ottiene la libertà. L’animale è desideroso di volare, come Alina in fondo, ma entrambi provano vertigine e sono implumi. Adelina, “zia” di Susanna e donna anziana, il suo nome è fra l’altro con una radice molto simile, questa veneranda signora sarà lo sprone finale per far abbandonare ad Alina la gabbia o le gabbie che la tenevano prigioniera. Quali avventure vivrà la piccola sorellina minore di Agave? Quali scelte prenderà? E Agave da ribelle incallita si cucirà le ali cerate di Icaro?
“La vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare” cit. tratta da “Mi fido di te” di Jovanotti.

Sabrina Santamaria

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Antonella Polenta

QUEGLI OCCHI SPENTI ALLA LUCE – QUEI CORPI STRAPPATI ALLA VITA. TRAFFICO DI ORGANI DELITTO CONTRO LA PERSONA (di Eduardo Terrana)

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QUEGLI OCCHI SPENTI ALLA LUCE – QUEI CORPI STRAPPATI ALLA VITA

TRAFFICO DI ORGANI DELITTO CONTRO LA PERSONA

(di Eduardo Terrana)

Ci sono realtà che non si ha piacere di conoscere, ci sono storie che non si ha voglia di leggere, e posso anche comprenderlo, perché sono le realtà e le storie delle aberrazioni, delle efferatezze, perpetrate da gente senza scrupoli sulla persona umana che si preferisce ignorare perché disturbano la sensibilità, perché si è di norma portati a non accettare l’idea che l’essere umano possa volere e praticare il male al proprio simile, ma ciò è esattamente quanto succede in molte parti del mondo.
E quello che sgomenta è che il bersaglio di queste squallide e tragiche azioni sono sempre più spesso i bambini, in particolare quelli che sono più indifesi, che vivono la loro giornata per strada o nelle capanne di fango delle bidonvilles, rimediate dai loro genitori, quando ci sono, per ripararsi dalle intemperie in uno spazio di pochi metri quadrati, privi di tutto tranne che della miseria.
Sono questi bambini, che giocano nel fango, che mangiano se e quando, che bevono l’acqua sporca dei pantani intrisa dei rifiuti e delle tossicità più impensabili, la caccia preferita dei mercanti predatori d’organi che li rapiscono, strappandoli con violenza anche dalle braccia delle loro mamme, oppure li comprano per pochi centesimi di euro, ma che al cambio vale qualche migliaio della loro povera moneta, carpendo la buona fede delle loro mamme, per destinarli al turpe mercato dei trapianti. Un mercato che frutta ottimi guadagni, oltre un miliardo e mezzo di dollari annui, si stima, e che è in espansione.
E così soprattutto i piccoli, poveri, emarginati, bambini vengono catturati per poi essere uccisi dopo essere stati spogliati dei loro organi.
Il traffico d’organi è una cruda amara realtà molto preoccupante. Due sono i canali attraverso cui avviene il mercato illecito.
Il primo registra l’uccisione o il sequestro violento della persona per prelevare organi e tessuti da vendere. In tale fattispecie prevale esclusivamente l’uso della forza. La vittima preferita normalmente è il bambino di strada.
È una realtà agghiacciante quella che lascia intravedere il tragico mondo del traffico di organi di bambini che si consuma tra omertà e miseria indicibile. Soffermiamo la nostra attenzione a due casi limiti. che riguardano bambini di età compresa fra i 4 e i 15 anni che vengono usati come pezzi di ricambio per poi essere buttati per strada o nei fossati e divenire pasto degli animali randagi. Succede in Afghanistan ma anche in Mozambico, in particolare nell’area di Nampula – Nanialo – Nacala, dove secondo fonti non ufficiali ma attendibili, sarebbero scomparsi e non sempre ritrovati il 75% dei bambini di strada, tutti mutilati degli occhi e degli organi interni e in qualche caso anche del cervello. Il fenomeno del rapimento e della uccisione di minori a fini illeciti, però, lo ricordiamo, presenta ambientamenti, connotazioni e sfaccettature molto più estese.

Il secondo canale si riferisce all’espianto di organi dietro pagamento di denaro. Nella fattispecie persone povere, spinte dalla disperazione, vendono per pochi soldi un loro organo.
India, Nepal, Pakistan, Cina, Colombia, Argentina, Messico, Brasile, Sud Africa, Thailandia, Filippine, Russia, Iraq, Afganistan, Palestina, sono i Paesi dove il fenomeno del traffico illegale di organi risulta essere più diffuso, ma il fenomeno va molto al di là di quanto si possa immaginare, non ne sono esenti, sembra, neanche i Paesi ad alta civilizzazione.
Evidenziamo in particolare che in Nepal la gente dei villaggi fortemente indebitata e il gran numero di vedove disperate costituiscono i serbatoi più ricchi di questo commercio; in Brasile ed in Perù è fiorente l’attività di trapianto clandestino; in Cina, in Iran, in Arabia Saudita e in Giappone la compravendita di organi tra vivi è stata legalizzata. Un quadro veramente scandaloso. Per non parlare dei casi in cui vengono messi al mondo bambini solo per destinarli al mercato degli organi.
Si specula solo e sempre più sulla disperazione e sull’impotenza della povera gente. E il fenomeno cresce e moltiplica i guadagni degli sfruttatori in sprezzo degli allarmanti appelli dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e di tutte le più importanti associazioni mediche del mondo e delle norme internazionali in materia di diritti umani che condannano quelle pratiche perché costituiscono una grave violazione dei diritti dell’essere umano.
Non ci sono parole e non ci sono neanche soluzioni destinate a risolvere totalmente il problema anche perché dove c’è domanda c’è mercato e gli affari illeciti prosperano perché i compratori non mancano e sono la gente ricca disposta a comprarsi, anche pagando decine di migliaia di dollari, una seconda occasione di vita.
Si pensi che in alcuni paesi come India, Brasile, Pakistan e Cina è così semplice trovare un rene che si sta assistendo ad un crollo dei prezzi. Si consideri altresì che nella sola Europa ci sono oltre 120 mila pazienti in dialisi e circa 40 mila in attesa di un trapianto non facilmente disponibile, e tutti in lista d’attesa, anche per anni.
Non è difficile immaginare che chi se lo può permettere cerchi la soluzione al mercato clandestino di organi che offre di tutto reni, fegati, cuori e presidi ospedalieri illegali, gestiti da organizzazioni criminali internazionali. Trattasi di persone disperate che pensano solo a risolvere il loro problema e non vogliono porsi il problema morale e legale della provenienza di ciò che compra. Eppure molti di quegli organi, tra l’altro, vengono anche dall’Africa espiantati dal corpo di migranti rapiti ed uccisi in Etiopia, Eritrea, Sudan, Somalia.
In cifre il traffico di organi, secondo il Global Financial Integrity, uno dei massimi Centri di analisi mondiali sui flussi finanziari illeciti, registra numeri impressionanti:
il business annuale del traffico illegale di organi nel mondo varia da un minimo di 700 milioni ad un massimo di 1,4 miliardi di dollari; ogni anno vengono praticati circa 12.000 trapianti illegali nel mondo a fronte di 118.000 trapianti legali;
il guadagno di un trafficante che vende un organo al mercato nero è di circa 15.000 dollari; il valore medio della cifra di riscatto da pagare per un rapito varia da un minimo di 5.000 dollari ad un massimo di 14.000 dollari.
Non v’è dubbio che nella mappa dei problemi più urgenti da affrontare e risolvere quella del traffico d’organi in generale ma dei minori in particolare costituisce l’emergenza per antonomasia, che denuncia una relativa verità incontestabile e cioè che i bambini non costituiscono ancora una priorità per i governi del mondo.
E così i bambini continuano a rimanere un esercito di piccoli esclusi, per i quali sicurezza, crescita, sanità, scuola, protezione dalle forme più degradanti ed avvilenti di sfruttamento anche sessuale, restano problemi aperti ed insoluti.
Vale allora ricordare ai tanti che governano le sorti del mondo, ma che in tema di bambini mostrano di essere miopi o di corta o labile memoria, le parole del premio Nobel per la Pace Betty William: “L’unico strumento che abbiamo per cambiare il mondo sono i bambini e le donne. La più grande impresa della mia vita non è stata vincere il Nobel ma crescere i miei figli.”

Eduardo Terrana
Saggista e Conferenziere internazionale su diritti umani e pace
Tutti i diritti riservati all’autore

L’affermarsi del 3S-Team come inedita idea di cultura Le emozioni vissute al III Memorial “Giampaolo Accardo” di Partanna (di Sabrina Santamaria)

L’affermarsi del 3S-Team come inedita idea di cultura
Le emozioni vissute al III Memorial “Giampaolo Accardo” di Partanna

La cultura nei secoli ha assunto diverse forme e sfaccettature, sfiorando con concretezza e coerenza l’epochè del sublime. Se fossimo costretti a fornire una definizione del termine “cultura” probabilmente tutti noi non formuleremmo allo stesso modo una frase identica e medesima, per tutti gli stessi periodi storici e per tutti i contesti; difatti il significato nascosto dietro questa accezione è intrinseco e infinito, non lo si può certo riassumere in una banale sequenza di periodi, perché, anche se questi fossero articolati, si rischierebbe di ridurre o forse di ghettizzare appunto la cultura stessa.
Viene spontaneo chiedersi: “In questo momento storico-sociale, di quale manifestazione culturale noi necessitiamo?” e ancora “Cosa potrebbe animare il mondo contemporaneo?”. Tanti altri interrogativi simili a questo possiamo continuare a porci, ma se questi quesiti non trovano un riscontro nell’impegno di chi sente l’esigenza di ricostruire i valori, quasi in maniera superomistica, difficilmente ci sarà una crescita cultura che aiuti non solo la Sicilia, ma anche la nostra realtà nazionale.

A prescindere da queste osservazioni, siamo quasi tutti concordi che alla base dell’idea dell’arte, della letteratura, del teatro e del cinema ci siano due “conditio sine qua non” che sono: la collaborazione e la condivisione. Alla base di questa premessa nell’ambito artistico-letterario, quest’anno mi si è aperta una porta inaspettata perché ho avuto l’onore di mettermi in gioco con degli artisti e poeti validi, con i quali ho cominciato un sodalizio artistico e un cammino inedito, che mi hanno condotta passo dopo passo a una insperata fratellanza letteraria.

Questo gruppo che quasi tutti riconoscono come 3S-Team (Sedotti, Sognatori, Seducenti) di cui l’ideatore è Giuseppe Anastasi, poeta di spessore e attore teatrale, nasce dall’amore che noi tutti abbiamo nutrito verso il suo poema epico “La grande Seduzione”. Il 3S-Team (oltre il già citato Giuseppe Anastasi) è composto da: Fabrizio Cacciola, esordiente poeta che in questo ultimo anno è stato pluripremiato in molti concorsi della Sicilia e della Calabria, Tania Galletta, poetessa e scrittrice pluripremiata, Alessandro D’Arrigo, giovane esordiente rapper, Clara Russo, declamatrice molto famosa e dalla sottoscritta Sabrina Santamaria.

Da quando sono entrata a far parte di questo sodalizio culturale, tante sono state le gioie e la crescita che tutti noi, membri del 3S-Team, abbiamo avuto nei nostri rispettivi settori culturali; in particolare abbiamo partecipato recentemente alla III edizione del Concorso letterario Memorial “Giampaolo Accordo”, fondato dalla Dottoressa Maria Giovanna Marrone, insieme al Centro d’arte e cultura “La Clessidra” e che si tiene ogni anno a Partanna. L’evento di per sé emozionante, ha beneficiato del nostro spirito di collaborazione e condivisione, difatti siamo stati premiati in quattro, a partire da Giuseppe Anastasi che ha vinto il primo posto nella sezione “Silloge” con tre poesie: “Lo stolto premio”, “Quando muoiono gli eroi” e “Il dolore perfetto”, a seguire Fabrizio Cacciola che è riuscito a classificarsi al terzo posto con la video-poesia intitolata “Necrosi” nella sezione D e secondo posto nella sezione E con il racconto intitolato “Versi in rema”, mentre la talentuosa Tania Galletta, anche grazie alla fraterna sollecitazione di Giuseppe Anastasi, nella stessa sezione, con il racconto “Due numeri per Carla”, ha convinto la giuria, ottenendo un sorprendente terzo posto, nel mio caso mi è stata conferita una Menzione d’onore per la poesia “Urla lacerate”; tuttavia, nel momento successivo alla sua declamazione, Giuseppe Anastasi ci ha calorosamente invitati a salire sul palco dell’auditorium per festeggiare, in quanto 3S-Team, la vittoria insieme a lui, infatti la vittoria del singolo per noi diventa il trionfo del gruppo, tanto che nell’immaginario artistico-letterario siamo riconosciuti come una monade attiva e coesa.

In genere il poeta è colui che vive una sensazione di solipsismo dell’Io, sente una cesura e chiusura in se stesso, ritraendosi dal mondo esterno per porgere l’orecchio ai versi che il suo animo tormentato sussurra, invece, nel nostro caso, c’é stata una trasmigrazione di intenti, la nostra Tania Galletta direbbe un’osmosi, tanto che ciascun membro beneficia di questa realtà, che esiste grazie a noi stessi che la animiamo, dandole respiri e sospiri come soffi vitali. L’attimo in cui eravamo sul palco i nostri fraterni abbracci hanno scaldato il cuore del pubblico e della platea, tanto che gli altri artisti presenti in sala si sono complimentati con noi, asserendo che siamo un gruppo fantastico.

Non smetteremo mai di apprezzare l’ispirazione nobile di Giuseppe Anastasi, il quale, percependo le nostre qualità in campo letterario, nonché la nostra sensibilità, ha, su parere unanime, deciso di unirci insieme per questa avventura, per competere “con noi” e mai “contro di noi”, affinché possa aver luogo una nostra crescita che non ci mostri confini, bensì orizzonti mai scoperti, riscoprendoci “fratelli e sorelle” della stessa madre: l’Arte.
In questo nuovo traguardo il senso antropologico di “cultura” ha una nuova nascita; su questa lunghezza d’onda l’esperienza del 3S-Team diviene un dono, uno scambio e un prezioso plusvalore, azzarderei affermare, prima di noi, inesistente!

Stiamo spianando un campo che ancora bisogna dissodare, per far crescere e fiorire un’idea di cultura in cui non vi siano vincitori né vinti, affinché si possa carpire la vera essenza dell’animo umano e su questo, e non solo, il 3S-Team si sta impegnando alacremente.

“Non c’è peggior critico di un sedotto per i suoi fratelli e sorelle perché ognuno vuole che l’altro cresca e offra il meglio di sé” cit. di Giuseppe Anastasi Poeta

Sabrina Santamaria

Tutti i diritti riservati all’autrice

Foto scattate con l’artista Antonio Barracato.

Archivio fotografico privato

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