“CONCHIGLIE CAURIES POETI AFRICANI” DI ABDEL KADER KONATE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Conchiglie Cauries Poeti Africani” di Abdel Kader Konate

“Io non sono nero/ io non sono rosso/ io non sono giallo/ io non sono bianco/ non sono altro che un uomo. Aprimi fratello! Aprimi la porta/ aprimi il tuo cuore/ perché sono un uomo/ l’uomo di tutti i cieli/ l’uomo che ti somiglia!” cit. della poesia “Aprimi fratello!” di Rene Philombe.

Spesso immaginiamo l’Africa come un continente molto lontano da noi, lo pensiamo come un territorio poco fertile, come colonia, come terra assoggettata alle grandi potenze europee, ebbene, questo è in parte vero perché questi assunti la storia ci ha insegnato, sappiamo che i confini dell’Africa non sono geografici, ma politici, cioè divisi a “tavolino” duranti i trattati di pace dalle grandi potenze europee, avvenimenti politici davvero accaduti, basti pensare alle vicende sociopolitiche del novecento. La lettura di questa raccolta poetica ha suscitato in me diverse riflessioni che, a mio modesto parere, potrebbero essere una chiave di volta per comprendere almeno in superfice l’opera di un autore africano. Il titolo “Conchiglie Cauries Poeti africani” mi fa pensare ad una personificazione di un elemento naturale quale è la conchiglia, essa può stare in mare, come in spiaggia, può essere bagnata, oppure esposta continuamente al sole, quindi rimanere anni nella siccità, questa condizione è quella simile al poeta africano; per certi versi può trovarsi in un mare di emozioni, travolto dalla musicalità, dai colori, dai sapori della sua terra, quindi ispirato dalla bellezza del suo continente ha possibilità di salvezza, può emergere ed allo stesso tempo immergersi eterogeneità del bello, ma un uomo sensibile come un poeta può sentirsi travolto dall’immensità delle problematiche sociali, politiche, storiche del continente in cui vive, quindi restare anni in una condizione di aridità sul piano delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti. I nostri poeti africani sono appunto “conchiglie” scagliate nell’immensità dell’universo della loro vita, si precipitano come uomini pieni di umanità e di coraggio, scrutando la “bellezza” laddove un uomo qualunque vedrebbe solo il deserto più assoluto, il silenzio che sgomenta, che percuote gli stati d’animo più fragili, invece i Nostri poeti hanno la forza di prendere la loro penna e narrare, non solo se stessi, ma anche tutti i protagonisti delle loro storie, i posti dove sono vissuti come sono, senza remore o nascondimenti. Le loro poesie sono inviti alla solidarietà, al vero senso di “umanità”, spesso sono dei veri e propri Inni alle loro terre. Nella raccolta poetica sono stati accostati testi di Nelson Mandela e Senghor, autori che conosce anche il mondo letterario occidentale, questa scelta non é solo stilistica, ma ha un profondo significato, perché essa è la volontà piena ed incondizionata di voler creare una linea tra passato, presente e futuro. La storia dell’Africa come continente non è mai affrontata in modo approfondito nelle scuole europee, spesso si fa solo cenno alla segregazione razziale del Sudafrica, ai ku klux klan, agli anni di prigionia dell’ex Presidente del Sudafrica e alla sua lotta non-violenta per l’ indipendenza, tutti avvenimenti pedagogicamente e fenomenologicamente validi da affrontare, ma andrebbero accompagnati da premesse storiche più approfondite e spesso meno etnocentriche. Sarebbe necessario trattare aspetti legati alle loro culture, ai significati più nascosti e misteriosi delle loro culture, un insegnate dovrebbe partire da concetti antropologici sull’eziologia delle parole “mito”, “tribù”, “rito di iniziazione”, “magia”, “religione” e “dono”. L’antropologo Claude Levì-Strauss in “Tristi Tropici” ha sottolineato due modi del mondo occidentale di rapportarsi alla diversità: l’antropoemia e l’ antropofagia. Nel primo caso la diversità non viene accettata, non viene tollerata, le conseguenze di questo atteggiamento conducono a comportamenti xenofobici. Nel secondo caso, invece, l’altro concepito come diverso verrebbe completamente inghiottito, assorbito cultura altrui senza margine di possibilità di conservare nella quotidianità se stesso, il “Diverso” sarebbe quasi “costretto” inconsciamente ad un cambio di “rotta” rendendo ancora di più “inconsistente” la sua storia di vita in cui nell’oblio vi sono usi, costumi, affetti, sentimenti, riti che non può e non deve dimenticare. Proprio per quest’ ultima ragione i nostri poeti africani nei loro scritti hanno inciso musicalmente i loro versi attraverso varie figure retoriche quali anafore, allitterazioni (figure retoriche legate al suono), ma anche sinestesie (figura retorica che consiste nell’accostamento di oggetti, figure, immagini che si ricollegano a sensi percettivi diversi), non mancano in questa raccolta poetica figure retoriche del significato come metafore, similitudini, iperboli e qualche sineddoche. Per quanto riguarda le figure retoriche che riguardano la metrica il lettore più appassionato di una critica attenta della struttura dei versi può individuare il chiasmo, l’anastrofe e l’iperbato. È forte l’esigenza di questi autori di essere riconosciuti come persone al di là dell’appartenenza culturale e geografica, tanto che nelle loro espressioni ho sempre riscontrato la “Personificazione” non solo come figura retorica, ma come slancio vitale che ci conduce all’infinito.

“Dietro ogni sguardo
un infinito
un nome indefinito
un sogno predefinito
un universo, un’illusione, un infinito”.

Ultima strofa della poesia “Illusione” di Abdel Kader Konate.

Sabrina Santamaria
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POESIA CHE “… fa grondare il sangue”: “SCUCITA VOCE” di LINA LURASCHI by Izabella Teresa Kostka 

(by I.T. Kostka) 

La sofferenza stimola la crescita interiore condita, nel passare del tempo, col silenzio e ammutolito dolore. Lacera l’anima e, come ha detto l’autrice stessa durante la recente presentazione del libro “Scucita voce” (Gilgamesh Edizioni), fa nascere “… la poesia che graffia e fa grondare il sangue”. Lina Luraschi squarcia le coscienze con un bisturi affilato e pungente. I suoi versi ispirano l’immaginazione di ogni lettore rapito e, spesso, turbato dall’intensità espressiva ed emotiva dell’artista. Sicuramente non è la tipica e banale poesia “al femminile”. Attraversando il mondo poetico di Lina sprofondiamo nei meandri della sua complicata, gotica e raffinata sensibilità creativa, nella retrospettiva e inquieta riflessione femminile, nella ribellione e disperazione di una donna colpita da una terribile malattia e, infine, ci ritroviamo nella catartica dimensione dei suoi quasi “surreali” versi. Incomprensibile? No! Credo che, per comprendere pienamente ogni velato intento di Lina Luraschi, ciascuno di noi si debba semplicemente “liberare” da qualsiasi stereotipo e schema letterario, rendere la mente come “un libero e flessibile flusso di energia universale ” seguendo le burrascose maree della sua scrittura: senza pregiudizi né tabu né banali aspettative. La scrittura della Luraschi è come un immenso, astratto mosaico di cui tutti gli elementi vengono allestiti senza regole né precisi suggerimenti durante la lettura (da notare la mancanza di qualsiasi tipo di punteggiatura).  “Scucita voce” attrae e spaventa, incanta e turba, fa riflettere destando le più nascoste paure. Porre le infinite domande… Troveremo mai le risposte? Chissà, la vita è un pellegrinaggio verso l’eterno ignoto in cui svolazzerà soltanto la nostra lontana “scucita voce”.

Lina Luraschi recita alcune sue poesie durante la presentazione del libro “Scucita voce” presso il Circolo Letterario ACARYA a Como, 24.11.2017:

https://youtu.be/R4JRZsdbTyQ

Lina Luraschi a proposito della poesia: 

https://youtu.be/2nZQ2lvAhAc

Lina Luraschi con il Presidente dell’Acarya Antonio Bianchetti.

Alcune poesie tratte dal libro:

ROBERTO SAVIANO E LA SUA CRITICA DELL’INENARRABILE a cura di SABRINA SANTAMARIA

Roberto Saviano e la sua critica dell’inenarrabile.

“La mafia è una montagna di merda” esclamò il giovane Peppino Impastato negli anni ’70 anche lui stesso come sappiamo fu trucidato dai Boss mafiosi solo per aver avuto il coraggio di affermare la “verità”, la riproduzione cinematografia “I Cento passi” ha scosso moltissimo le nostre coscienze. Quando si parla di “fenomeni mafiosi”, “mafia”, “angherie”, “Camorra”, “Cosa Nostra” non possiamo dimenticarci dei Giudici Falcone e Borsellino. Maria Falcone, sorella del magistrato ammazzato nella strage di Capaci, ha scritto diversi libri per far vivere nell’immaginario collettivo l’immagine del fratello che ha avuto quel tragico destino. Nel 2012 ha scritto con una giornalista, Francesca Barra, uno dei tanti libri di tutto rispetto “Giovanni Falcone un eroe solo” in cui ci racconta la storia di vita del Magistrato dalla giovinezza fino alla tragica morte per dimostrare che ciò che non morirà mai di “Noi” sono le nostre idee, le nostre buone azioni, i nostri ideali. Le nuove generazioni vanno educate alla Legalità, alla civiltà, alla solidarietà, al rispetto di se stessi e degli altri ecco perché altri due grandi autori Nicola Gratteri e Antonio Nicaso nel 2011 hanno pubblicato una raccolta di lettere di ragazzi di scuola secondaria di primo grado e secondo grado che si intitola “La mafia fa schifo” per sottolineare che i ragazzi non si rassegnano alle prepotenze, alle “angherie” di coloro i quali si sentono più forti, ma in realtà sono deboli. Quando lessi anni fa questo libro lettera dopo lettera mi resi conto di quanto i giovani siano stanchi di vivere in un mondo di omertà, di illegalità, di cattiveria allo stato puro. Ricordiamoci che i giovanissimi sono stati vittima dei fenomeni mafiosi, basti pensare alla vicenda atroce di Graziella Campagna vissuta in provincia di Messina a Saponara ammazzata nel 1985. Saviano, scrittore-giornalista e saggista italiano, ha narrato le vicende “affaristiche” e criminali della camorra nella sua opera “Gomorra” che è stata definita appunto “Un viaggio nel mondo affaristico e criminale della camorra e dei luoghi dove questa è nata e vive: la Campania, Napoli, Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Casapesenna, Mondragone e Giuliano”. In “Vieni via con me” lo stesso Saviano critica e mette in luce le inadempienze italiane, le verità agghiaccianti su storie di vita, calamità naturali(come il terremoto in Abruzzo), le incongruenze delle congregazioni religiose cattoliche dei paesini italiani le quali a volte non hanno saputo “puntare i piedi” con i boss mafiosi dei luoghi circonvicini tanto da accettare che fossero fatti i funerali religiosi di mafiosi defunti, proprio questi avvenimenti contorti il Nostro denuncia a gran voce senza remore e senza riserve. Saviano, d’altronde, ha sempre scritto con cognizione di causa denunciando anche un sistema mediatico di “massa” ,appunto, che non fornisce agli italiani le conoscenze, le competenze per comprendere davvero i fenomeni mafiosi, lasciando al buon intendimento del lettore la complicità politica sottaciuta di queste agghiaccianti vicende di cui si è discusso seppur in modo abbozzato in questo articolo. La recente morte del boss Totò Riina è un esempio emblematico degli sproloqui del Nostro Saviano in quanto anche in questo caso vi è stato un forte impatto mediatico: giornali, telegiornali, trasmissioni televisive serali hanno ricordato Riina a mio parere in modo esasperato e inopportuno, hanno ripercorso la sua vita(costellata solo di delitti atroci e crudeli) tappa dopo tappa, sarebbe stato molto più umano e solidale ricordare le sue vittime perché Riina è un capitolo nero, una pagina scritta di rosso(per tutto il sangue che ha sparso) da “ricordare per non dimenticare” per delitti aberranti che ha commesso. Noi italiani dobbiamo concentrarci di più sulle persone che la mafia la combattono e non la assecondano, uno di questi è Roberto Saviano il quale con la sua penna non si stanca mai di rendere “narrabile” ciò che ai molti apparirebbe come “inenarrabile”.
“Il container dondolava mentre la gru lo spostava sulla nave. Come se stesse galleggiando nell’aria, lo sprider, il meccanismo che aggancia il container alla gru, non riusciva a domare il movimento. I portelloni mal chiusi si aprirono di scatto e iniziarono a piovere decine di corpi. Sembravano manichini. Ma a terra le teste si spaccavano come fossero crani veri. Ed erano crani. Uscivano dal container uomini e donne.” Cit. dal romanzo d’inchiesta “Gomorra” di Roberto Saviano.

Sabrina Santamaria 
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INTERVISTA A FRANCESCA GHIRIBELLI SULL’OPERA “TWINS OBSESSION” a cura di SABRINA SANTAMARIA

INTERVISTA A FRANCESCA GHIRIBELLI SULL’OPERA “TWINS OBSESSION”

● Sinossi romanzo

Il diario di una donna dalle sfumature ossessive, dove in ogni riga albergano le sue più profonde paure e i suoi famelici dubbi.
Un’ossessione, come una specie di apnea, dalla quale a tratti sembra fuoriuscire e in altri momenti ricadere come un peso morto, ma sarà proprio il dialogo con il suo diario a mostrarle faccia a faccia i suoi più profondi tormenti fino ad arrivare a scoprire la verità su una inquietante storia.
La storia di se stessa e dell’indimenticabile legame con la persona più importante della sua vita.

● Note biografiche

Francesca Ghiribelli è ragioniera programmatrice. Fin dai sei anni ha coltivato la passione per la poesia e la scrittura. Ha ricevuto molti riconoscimenti nazionali nel suo percorso letterario, pubblicando anche un libro di poesie illustrate (Un’altalena di emozioni, Bancarella Editrice). L’autrice gestisce un blog (www.francescaghiribelli.blogspot.it), ed è stata insignita “SCUDIERO DELL’UNIONE MONDIALE DEI POETI” dal Cavaliere Silvano Bortolazzi per il suo impegno dimostrato nel campo della letteratura. L’autrice ha pubblicato il suo primo romanzo ‘TWINS OBSESSION-IL DIARIO DI UNA GEMELLA OSSESSIONE’ edito SACCO ARDUINO EDITORE DI ROMA. Il suo primo romanzo d’amore “Cuore zingaro – Amore a prima vista Vol.I” è stato pubblicato da Il seme bianco di Roma.

La seguente intervista aiuterà i lettori a comprendere la passione profonda che l’autrice nutre per la letteratura e a cogliere quelle che sono state le ispirazioni che l’hanno portata a scrivere questo suo nuovo romanzo, genere differente rispetto alla sua raccolta poetica “Un’altalena di emozioni”, già precedentemente recensita nel blog “Verso – spazio letterario indipendente”.

S.S.: Da dove nasce per te questo amore appassionato per la letteratura?

F.G.: Il mio amore per la letteratura e per la lettura in generale nasce fin da piccola. Quando avevo pochi mesi sfogliavo già libri illustrati per bambini, dove le figure colorate attiravano il mio sguardo rapito da quelle storie su carta. Se pensiamo che dei semplici fogli rilegati fra loro possano incantare un lettore, possiamo davvero dire che il libro resta e sarà sempre un’invenzione meravigliosa. L’unica invenzione che dà voce ai nostri sogni.

S.S.: Il personaggio del tuo romanzo potrebbe essere paragonato a quale mito della letteratura del Novecento?

F.G.: Una domanda davvero interessante e particolare. Diciamo che non mi sono ispirata a nessun tipo di mito della letteratura del Novecento e quindi il personaggio non può essere paragonato a nessun genere già esistente. Un’idea nuova arrivata dalla mia ispirazione inaspettatamente e all’improvviso.

S.S.: Come mai dopo la tua opera “Un’altalena di emozioni” hai deciso di cambiare matita e scrivere un romanzo?

F.G.: Dopo la pubblicazione del mio primo libro di poesie ‘Un’altalena di emozioni’ mi sono dedicata a poesia e a narrativa contemporaneamente. Di solito come tutti gli scrittori emergenti si inviano molti manoscritti in valutazione a varie case editrici e per caso ho voluto inviare questo tipo di nuovo romanzo che si differenzia dalle solite trame d’amore, che scrivo a sfondo storico o contemporaneo. Così è stata la volta buona, perché la Arduino Sacco Editore di Roma ha scelto proprio questo genere, dicendo che era molto particolare e che valeva la pena pubblicare. Da parte mia, sono rimasta stupita, visto che pensavo di saper scrivere meglio narrativa di altro tipo.

S.S.: Il tuo personaggio é un tuo alter ego? L’altra gemella potrebbe essere paragonata alla letteratura?

F.G.: Il personaggio della protagonista di ‘Twins Obsession’ non è un alter ego, né mio né di altre persone. E direi neanche una possibile altra gemella paragonata alla letteratura. Io la accomunerei alla singolare storia di una donna, dove i dubbi e le paure di un passato che non ricorda come suo, possano accomunare a volte la vita di tutti noi. Possiamo non ricordare per un vuoto improvviso di memoria, ma possiamo anche non voler ricordare per un particolare trauma subito o addirittura perché ci fa troppo male scoprire la verità che appartiene alla nostra vita quotidiana.

S.S.: Il fatto di dare un tono un po’ “paranormale” alla tua opera lo hai fatto per un tuo bisogno di trascendenza?

F.G.: Il lato paranormale del libro non è stato cercato volontariamente, anzi è venuto spontaneo passo dopo passo. Niente di trascendentale, anzi il mio credo è cattolico e credo non volendo sia stato questo a voler regalare alla storia un profondo significato esistenziale. Avere la consapevolezza, che la morte non può essere evitata, e riuscire a non perdere definitivamente le persone che amiamo. Non le perdiamo mai completamente, nonostante gli errori compiuti nella nostra vita.

S.S.: Per il pensiero che esistono altre vite al di là della vita materiale dei corpi?

F.G.: La materialità dei corpi oltre la vita e l’esistenza di altre vite dopo la morte riguarda più una religione trascendentale e non quella cattolica in cui credo. Io credo nell’esistenza di una dimensione paradisiaca dove potremo ritrovare i nostri cari dopo aver abbandonato questo mondo, ovvero nella resurrezione delle anime e dei corpi. La morte non è la fine di un tutto, ma una seconda possibilità per rincontrare chi abbiamo perso durante il nostro cammino terreno.

S.S.: Qual è stata la molla che ha fatto scattare in te questo pensiero di scrivere di una “gemella ossessionata”?

F.G.: Una domanda molto complicata anche per la sottoscritta che ha scritto il romanzo. La prima ispirazione è arrivata attraverso l’immagine di una donna sola rinchiusa in casa e abbandonata a se stessa, mentre la parte della gemella ossessionata è arrivata soltanto dopo i primi capitoli. Tutto è giunto quando ho dovuto scegliere l’identità della persona a cui la protagonista scrive e quest’idea della gemella mi sembrava molto promettente e curiosa.

S.S.: A quale target di lettori lo consiglieresti? Quale stato d’animo vorresti risollevare, divertire, distrarre con questo libro?

F.G.: Il mio romanzo è aperto a tutti i tipi di lettori che amano leggere, soprattutto narrativa contemporanea, ma ovviamente potrebbe piacere di più a chi ama i libri scritti in forma epistolare e a chi ama un po’ di mistery psicologico e surreale. Coloro che preferiscono unire realtà e paranormale attraverso una lettura che incuriosisce ad andare avanti per spingere il lettore a scoprire la verità fino all’ultima pagina. Le persone che lo hanno letto finora mi hanno detto proprio che la sua scorrevolezza e la sua trama ti spingono a restare incollato alle pagine per sapere come finirà. E per una come me, che non credeva neanche di poter arrivare ad una pubblicazione romanzesca, è una bellissima soddisfazione, credetemi. Vorrei che la mia opera potesse distrarre e al contempo lasciare il segno.

S.S.: Quale emozione ha suscitato in te la scrittura di questo romanzo, genere completamente diverso al primo tuo libro?

F.G.: Devo dire che nasco con la poesia, genere che preferisco in assoluto, ma posso confermare di essermi divertita a scrivere ‘Twins Obsession’, anzi per l’ispirazione giunta velocemente e improvvisamente sono riuscita a scriverlo in circa tre mesi. La stesura è stata emozionante, sorprendente e indimenticabile.

S.S.: Perché hai voluto dare al libro una forma diaristica?

F.G.: Questa è la prima opera a cui dedico una forma epistolare e diaristica. Non mi sono posta troppe domande, l’idea è arrivata di getto ed era l’unico modo per rendere la narrazione speciale e intima. Il lettore, anche quello che ama leggere di meno, credo possa preferire una forma narrativa più semplice come quella del diario. Un diario può essere interpretato bene da tutti e ogni lettore entra meglio nella storia. E poi tutti prima o poi abbiamo appuntato i nostri pensieri in un diario o in piccola agenda! Una forma di scrittura che avvicina il mondo prima o poi.

S.S.: Visto che ti occupi anche di recensire le opere altrui, se dovessi recensire la tua opera, quali aspetti metteresti in rilevanza?

F.G.: Già, da sempre mi dedico con passione a recensire opere altrui sul mio blog, soprattutto di autori emergenti italiani. Penso che soltanto leggendo possiamo arricchirci meglio, ogni libro esistente ci può regalare qualcosa di nuovo e utile per la nostra vita. Ogni storia ha la propria anima da donare. L’autore non può giudicare da solo la propria opera, anzi dovrebbero essere gli altri a commentare positivamente o negativamente con un parere sincero. Soltanto così chi scrive con passione può crescere e migliorare. L’unica cosa che posso dire a chi mi leggerà o recensirà è di tener presente il particolare genere del mio romanzo, potrebbe essere un piccolo punto in più che lo differenzia, perché unisce generi diversi: narrativa contemporanea, mistery psicologico e paranormale. Buona lettura!

Sabrina Santamaria

RITRATTI: VERONICA LIGA “PERESTROIKA POETICA”

(by I.T.Kostka) Come un vento fresco dell’Est arriva sulle pagine del nostro blog la poetessa di origine russa: Veronica Liga.  Innamorata fin dall’acerba giovinezza della cultura italiana, ha scelto il Bel Paese come “Seconda Patria”. Un’ interessante artista di variopinte sfumature: sviluppa e fa percepire la sua poliedricità attraverso i versi originali, stimolanti e, spesso, sorprendenti. Apprezza il simbolismo:  possiamo notarlo in numerose analogie mitologiche, ma non disdegna qualche verso in rima (usata piuttosto come un effetto sonore, un ironico scherzetto  linguistico, una divertente parentesi creativa), sperimenta con la forma costruendo le proprie liriche in piena libertà d’espressione. Volete mettere un’etichetta sulla sua scrittura? Nulla di più difficile. Veronica Liga cambia come un camaleonte, stuzzicando ogni lettore senza inibizioni. Personalmente percepisco una certa dose di ribellione e di estrema indipendenza nei suoi versi, la grande forza di carattere che sgorga dalle sue poetiche creazioni come la storica “Perestroika”. Non riuscite a fermarla!  Un linguaggio moderno, quello della Liga, con alcuni segni dei nostri multietnici e multiculturali tempi (qualche parola in inglese, come all’epoca dell’internet accade, rende più contemporanea e “quotidiana” la dialettica). La Liga partecipa spesso alle letture poetiche e agli Slam Poetry. Questa ricca attività influenza anche i suoi scritti: la loro struttura ed espressività sono ben adattabili al palcoscenico, alle performance live molto popolari tra le giovani generazioni  (Slam, Angelico Certame, maratone poetiche etc.etc.). “Verso – spazio letterario indipendente ” accoglie con piacere questa scintillante e “imprevedibile” artista. In bocca al lupo Veronica!

● NOTA BIOGRAFICA 

Veronica Liga nasce e si laurea in lingue a San Pietroburgo. La sua adolescenza coincide con gli anni dei grandi cambiamenti – la “Perestroika”, la caduta dei regimi socialisti nel mondo. Dalla più tenera età nutre una passione per la lingua e la cultura italiana – passione che ha determinato le sue scelte di lavoro e di vita. Dopo aver visitato e girato l’Italia innumerevoli volte, nel 2003 si stabilisce in provincia di Como, dove ancora oggi vive e lavora come interprete. Trova naturale scrivere in quella lingua nella quale comunica e pensa al momento dell’ispirazione. Da anni collabora con diversi portali letterali, frequenta dei circoli culturali lombardi e non solo. I suoi testi sono stati musicati dal gruppo irpino “Nuove forme di Poesia”, dalla cantautrice modenese Almax, dal brianzolo Paolo Fan e dal francese Roudoudou. A maggio del 2011 con OTMA Edizioni pubblica il suo primo libro “Le parole sono segnali stradali”. Nel titolo sta la sua filosofia: “Le parole non possono trapiantare l’esperienza di un altro. Diventano però un dono prezioso – ed una missione per chi le genera – se vissute in questa chiave: come Segnali Stradali che indirizzano i pensieri, le vibrazioni verso i luoghi affini, condivisibili. Verso l’Incontro.”. A novembre del 2014 pubblica con “David and Matthaus edizioni” il secondo libro “Regolazione termica” dove continua ad esplorare il tema della ricerca del calore del Contatto.

● Alcune poesie scelte:

SABBIE MOBILI

Sabbie mobili
                   in un’invisibile clessidra…
Sabbie mobili
                   che bruciano i piedi…
Sabbie mobili
                   dove finisce ogni scarto ed ogni gemma…
Sabbie mobili
                   dove è dolce affogare…

Vorrei raggiungere
Il gelo permanente,
Romperlo, sbriciolarlo,
Mescolarlo alla sabbia calda!

E invece
scivolo con un fruscio
strisciando sulla superficie,
trascinata
dalle sabbie mobili

*

SOBRIETÀ MATTUTINA

La mattina
cambia le luci
e la scena –
Torna a cuccia
la iena…

Ti ritrovi
con un abito da sera
tanto zozzo
che pare ci sia scesa in miniera!..

La mattina
il risveglio tira
fuori dall’imballaggio
i tuoi nuovi compagni di viaggio:
i ricordi di ieri…

Li hai portati a letto
(addormentata in fretta)
senza accorgerti di loro,
forse senza amore…

Ma oramai c’è poco da fare:
starete insieme
finché Alzheimer non vi separi!

*

EVOLUZIONE DI UNA CORNICE

Volevo incorniciare il tuo nome
con le pietre preziose
dai migliori designer

Poi optai per una cornice nera
da fare con la biro nera.

Pensavo di riquadrare il tuo nome in nero
Poi smussai gli angoli.

Lo stavo cerchiando
Mi fermai a metà cornice,
Ad un mezzo cerchio:
Come un sorriso
sotto il tuo nome.

Ripassai più volte la biro sul sorriso
Che diventava sempre più spesso
Fino a trasformarsi in una barchetta.

Ci ho appoggiato il tuo nome
E l’ho affidato alle onde.

*

UN ABBOZZO DISPETTOSO

Presi un foglio bianco d’autrice,
un inchiostro con la schiuma,
una penna con la piuma
e ci scrissi: SONO FELICE.

Poi piegai il foglio in fretta
con l’inchiostro ancora fresco
per mandare la circolare
Urbi et orbi un messaggio solare!

Ma l’inchiostro non era asciutto
e si sparse dappertutto
nella fuga lasciando le orme
del messaggio oramai deforme,

E trovai fra le mie dita
un ammasso di carta sgualcita
ricoperto con le chiazze
dalle tinte e dalle forme pazze.

E ne feci una pallina
con dispetto da ragazzina,
E la getto contro i muri nemici
Fra di me e me felice!

*

MISSIONE PERSEO
(dedicata a tutti i fanatici sotto varie bandiere)

In una notte d’agosto che non finisce mai,
con 10 giorni che mancano sempre alla mia nascita,
aspettando il Sol-Leone che non sorge più
osservo lo sciame delle Perseidi
aritmico come tutti i pianti

è una lenta caduta degli dei
che volano senza più allenare le ali,
senza più valutare l’altitudine nel fumo tossico
senza rendersi conto se volano ancora nel cielo
o già negli inferi

Gli immortali prendono
la reminiscenza nera
mentre la testa del nemico
è attaccata al corpo e tenuta alta

Gli eroi che combattono i draghi
iniziano a ruggire, a coprirsi di squame
prima ancora che il drago nemico
perda la prima goccia di sangue

E non so se è più pericoloso
voltar loro le spalle e lasciarli fare
o guardar loro negli occhi e lasciarsi contagiare
da un virus che cambia i nomi e le parvenze
alla velocità del buio
e c’è spazio per tutti
in quel buco nero del suo dominio

Eppure c’è un mezzo per affrontarlo,
suggerito da Atena a Perseo:
lo scudo divino
LO SPECCHIO!

Tutti i diritti riservati all’autrice.

STORIE D’AMORE FRA SCRITTORI: SIBILLA ALERAMO E DINO CAMPANA a cura di LINA LURASCHI  (per “Giramondo culturale”) 

PER  “ GIRAMONDO CULTURALE : STORIE D’AMORE FRA SCRITTORI “

Sibilla Aleramo e Dino Campana

 Dino Campana nasce a Marradi nel 1885 e Sibilla Aleramo( 1876 ) che di nome faceva Rina Faccio, si incontrarono per la prima volta nel 1916, lui aveva 31 anni, lei 40. Il primo era un poeta barbaro, folle, ossessionato, soprannominato “ il matto “ del paese sin dall’adolescenza, ma studiò fino ad iscriversi all’università. Sempre inquieto, partiva, fuggiva per viaggi misteriosi in Argentina, come testimoniato in alcuni suoi versi .

Lei era una donna fatale, bella, famosa e desiderata aveva tessuto storie d’amore con una serie di scrittori piuttosto famosi ; ha già pubblicato “Una donna”, manifesto per decenni del femminismo italiano. 

Anche il nome che si è scelta è tutto un manifesto programmatico, Aleramo è infatti l’anagramma di “amorale”, così si sente lei: spudorata, scandalosa,  autodidatta, scrittrice senza censure,  avversa ad ogni tipo di conformismo. 

Nel libro autobiografico, Sibilla racconta la sua adolescenza difficile, con l’abbandono da parte del padre, la demenza della madre e poi la vita adulta, il matrimonio “riparatore” con un marito non stimato, fino alla decisione di abbandonarlo, rinunciando dunque all’adorato figlio Walter. Qui finisce il romanzo e qui è tutto il suo dramma, attualissimo.

 Lui ha già subito ricoveri per crisi ossessive, le sue condizioni di salute destano preoccupazioni e i suoi “Canti Orfici” hanno ricevuto tiepide critiche e si rende conto che con la sola poesia non si può vivere, libro difficile e stratificato, fatto ti poesie e prose, di racconti di viaggio brevi ed onirici. È una delle storie d’amore più tormentate della nostra letteratura.

Sibilla arriva in quel piccolo paesino, Marridi , perché sedotta dalla bellezza dei Canto Orfici di Campana: da qui nascerà una passione furibonda, nonostante Dino soffrisse di una malattia venerea, la sifilide che portò anche  la sua malattia mentale a peggiorare, sempre più preda di folli ossessioni. 

 La follia iniziale di Dino è nella gelosia, soprattutto perché conosce sin troppo bene gli amanti di Sibilla – Carrà, Prezzolini, Soffici, Papini. Lei, grande conquistatrice , donna  eccentrica, scrittrice, dice d’amarlo e probabilmente lo ama davvero di un amore che solamente una come lei potrebbe concepire.
Lui, autolesionista  le chiede dei suoi amanti e lei ammette dando origine ad un  tormentato periodo di litigi e lasciando sgomenti chi vi assiste . La loro storia prosegue, finché nel gennaio del 2017  le condizioni della malattia di Dino non peggiorano ed è costretto ad essere rinchiuso in un ospedale. Tra i due inizia un rapporto epistolare: Sibilla lo cerca e rifugge, Dino la insegue ma non la trova.. finché ad un certo punto Sibilla non smise davvero di cercarlo ma, ormai, Campana non era più in grado né di vivere né di scrivere. Lui morì nel 1932, nell’ospedale psichiatrico dove fu internato, mentre Sibilla continuò a scrivere e a dedicarsi ai suoi giovani amanti fino al giorno della sua morte nel 1960.

Lina Luraschi 

Foto dal web

L’antologia poetica “DONNE – VOCI NEL VENTO” a cura di FORTUNATA CAFIERO DODDIS

“Donne – voci nel vento”  a cura di Fortunata Cafiero Doddis

La donna è quel soffio che porta vita, la forza, il motore propulsore della società, senza l’essere femminile l’uomo non potrebbe riprodursi, non potrebbe sopravvivere. È la donna colei che insegna ad amare, che sa sorridere, che sa combattere nonostante una marea di problemi vorrebbero soffocarla. In molte epoche l’essere femminile è stato considerato inferiore, portatore di deficit oppure semplicemente non una persona che per caratteristiche fisiche, psicologiche non poteva stare alla stessa stregua. Nella storia troviamo esempi di donne che hanno mostrato molta forza e coraggio, molto più degli uomini, basti pensare a Giovanna D’Arco, alle Suffragette, a tutte le donne che hanno fatto la Resistenza durante il periodo Fascista in Italia. Proprio l’Italia è uno di quei paesi in cui la donna non aveva diritti fino a pochi anni fa infatti le donne hanno votato per la prima volta il 2 Giugno del 1946 nel referendum per scegliere fra monarchia o repubblica e per votare l’assemblea costituente, una data molto recente paragonata a tutta la storia dell’umanità. Nella società ateniese il genere femminile era poco considerato, anzi veniva giudicato inferiore anche il filosofo e matematico Pitagora indicava la donna con il numero due, numero pari quindi considerato imperfetto, secondo la scuola pitagorica la donna poteva raggiungere la sua perfezione solo con il matrimonio , l’uomo veniva designato con il numero tre, dispari , dunque perfetto. Nella polis le madri, mogli non potevano prendere parte alla vita politica, non dovevano lavorare, la loro unica possibilità era quella di essere madri e mogli. La donna doveva vivere nella casa, luogo privilegiato perché chiuso avulso dai giudizi sociali e critiche. Facendo salti avanti nella storia la scrittrice Jane Austin non si sposò mai, la sua società del buon costume non permetteva ad una donna di essere artista, scrittrice, pittrice perché quella era roba da uomini, l’esperienza cinematografica del film “Chocolat” ci fa riflettere molto su questa tema, la protagonista senza marito era madre di una bambina , ella gestiva un negozio, ma veniva considerata da tutti come suscitatrice di peccati, una persona senza moralità, non degna di considerazione. Nel novecento in Italia la prima donna medico è stata Maria Montessori anche lei oggetto di critica, soprattutto del Fascismo, il suo metodo pedagogico venne considerato troppo scientifico tanto che nel nostro paese fu conosciuto molti anni dopo. Arrivando ad oggi anche ora possiamo dire che il cammino per i riconoscimenti dei diritti della donna deve fare ancora molta strada, in alcuni paesi, come quelli orientali il sesso “debole” non può andare in bicicletta, non può avere la patente, non il libero accesso agli studi, all’università come nei paesi occidentali. Nella parte occidentale del mondo, però, le discriminazioni sono più sottili, la donna non viene sempre valorizzata, il suo corpo diventa merce, appare nel palinsesti televisivi e viene oltraggiato, ostentato, mostrato solo per attrarre i telespettatori, la donna mette il suo corpo a nudo, spesso non sono apprezzate le qualità creative, mentali dell’essere femminile, ma le sue forme fisiche. A dispetto di tutto questo molte di noi si sono opposte a questa “carneficina” dimostrando che non siamo solo un corpo che si offra, ma siamo anima, spirito, arte, creatività, sogni, intelligenza e sensibilità. “Donne” è un’antologia poetica scritta da diverse scrittrici, pittrici che hanno deciso di mettere insieme i loro talenti per creare qualcosa che lascia il segno, che rimane tangibile in ogni uomo, nessuno può arrecarsi il diritto di dire che questa antologia è mediocre, nemmeno banale in quanto rimarca l’incanto dell’essere “femmina”, l’appartenenza al proprio genere vista non come vergogna, ma onore. Dieci talenti: Rosanna Affronte, Tina Andaloro, Fortunata Cafiero Doddis, Katia Donato Masciari, Silvana Foti, Teresa Fresco, Maria Morganti Privitera, Giulia Maria Sidoti, Teresa Vadalà Fierro e Angela Viola, sono fenomeni che si sono uniti, hanno donato la loro arte per lasciarci un ricordo di loro, una traccia indelebile che non si cancella, rimanendo scolpita nel patrimonio dell’umanità.  I loro enunciati sono tutti diversi, hanno tematiche profonde, talvolta nostalgiche, ricchi di amore, sensibilità, legame di cuore con la vita.  Rosanna Affronte con i suoi versi della poesia “Cara Meg” mette a nudo la sua nostalgia per i tempi passati, per la sua infanzia, la poetessa ricorda la sua fanciullezza, per certi aspetti vorrebbe tornare negli anni passati, ma sa che in fondo è rimasta legata alla sua casa di un tempo. Tina Andaloro Giordano nel suo componimento “Sarà Domani” esprime  profonda speranza per il futuro, per il giorno seguente, è fiduciosa in ciò che le accadrà perché pone amore nei suoi sogni, molto appassionata del poeta Foscolo ha scritto una poesia che si intitola “Sera” come il poeta settecentesco la paragona ad un “serafico angelo” che le dà pace: “mi concedi e il cuor s’allenta ai soliti gesti rituali che smorzano quel senso di antica nostalgia”. La Doddis, invece, pone fede in Dio come unica possibilità di salvezza in “Genesi” scrive: “Nella sfida di giorni di fiele misuro la mia fede Signore”.   La Masciari mette nero su bianco le sue incertezze, i misteri del suo esistere che diventano una chiave di volta della sua penna diventando il cavallo di battaglia della sua carriera letteraria come in “I misteri della notte” e “Incertezze”. Silvana Foti è pervasa  dall’infinto della bellezza della terra, mi ricorda Leopardi con i Idilli, la poesia “Infinito” ha molti sembianti con l’idillio leopardiano, questi versi sono emblematici: “Abbandonando la mente a faticosi pensieri di inutile esistenza, fiduciosa di ritrovarti ancora tra gli infiniti spazi senza tempo”, gli “infiniti spazi” mi ricordano i “sovrumani silenzi” leopardiani. La fresco  si sente sempre più vicina al suo destino come segno indelebile della sua esistenza, in “Sorriso di cartapesta” la nostra si rifugia nel suo passato per scappare da un presente che non ha futuro tipico dell’essere umano del ventunesimo secolo che si sente al vertice di una parabola discendente,  nella poesia “Destino” vi è la consapevolezza di voler fare propri gli avvenimenti futuri anche se l’incertezza pervade il suo stato d’animo: “Mi aggrappo al mio destino. Che ne farò dei miei giorni.”  Maria Morganti Privitera  è una donna molto legata alle sue origini, alla sua terra, tanto da decantarla in ogni sua poesia, ma ella sa anche delle inadempienze che pervadono la sua terra come la mafia, una piaga sociale che ancora ci fa male e ci schiaccia, infatti nella lirica “Sicilia” cita i giudici Falcone e Borsellino, piangendo la sua Sicilia che si trova piegata “sotto la bocca degli infami”. La Sidoti mi ricorda le poesie di Alfieri e Baudelaire ella scrive: “Se leggi i miei versi t’accorgi che versi non sono ma pietre. Epigrammi scritti su pietre di lava.”  Troviamo la crudezza di Alfieri e l’asprezza baudelairiana in questi soli versi. La Fierro ha uno spirito carducciano  la lettura dei suoi versi mi ha fatta pensare al piccolo dante e alla sua “pargoletta” mano, consiglio le poesie “L’ulivo” e “Senza attesa di alba”, infine la nostra Angela Viola ci fa riflettere e ci porta alla nostra realtà che non è prescritta, definita, ma è indefinita, in “Quel bisogno d’infinito” ci ricorda che in fondo noi siamo infinito, il nostro legame con Dio è indissolubile: “Ho quel bisogno d’immenso, d’infinito di eterno che Tu solo, Dio, puoi colmare.” “Nell’immensità del cielo” si ricollega alla tematica della poesia precedente, il cielo, la neve , il mare ci danno l’idea della nostra immensità, dell’infinito di cui facciamo parte. Il lettore alla fine di questo excursus comprenderà che la donna è molto di più di quello che i mass-media possono far sembrare, la donna è la spinta, la musica dolce che di un cantore innamorato. Ella è colei che porta chiarezza, che si mostra con beltà solo se si sente amata, non è un oggetto o un desiderio, ricordandoci di Dante e del dolce Stil Novo è una creatura angelica venuta in terra a “miracol mostrare”.

Sabrina Santamaria 
Foto presa dal Globus Magazine 

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“DENTRO ME STESSO” DI RENATO DI PANE a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“Dentro me stesso” di Renato Di Pane

Renato Di Pane è un uomo dalla profonda sensibilità, pieno di valori, ciò che ama più di tutto è la cultura, la poesia, condividere versi poetici ed emozioni profonde. La silloge che ha scritto parte da uno scavo interiore, da un’analisi attenta della sua vita. Fanno da corollario in questa raccolta poetica di ampio respiro  le persone piu care a lui; la moglie Ruslana della quale è follemente innamorato, il padre,ormai perso, ma mai dimenticato, gli amici. Il principale protagonista, pero, è il poeta stesso il quale con sapienti tecniche stilistiche svela se stesso, non cela la sua esistenza e il suo vissuto, ma lo mette a nudo, si fa conoscere pienamente dal lettore affinché quest’ultima possa entrare in un mondo diverso dal suo, per creare quell’essere-nel-mondo Heideggeriano che non è solo filosofare ,ma è,a mio modesto parere, una chiave di volta per stare bene con se stessi e con gli altri, è un con-esserci, che prescinde da ogni logica umana, da ogni fondamentalismo, da ogni opinione. Renato Di Pane svela un mistero importante che a volte rimane celato ad ognuno di noi, il segreto che egli ci mostra è la nostra umanità, siamo essere umano dobbiamo amarci, rispettarci, ascoltarci reciprocamente, mai attaccarci. Alcune sue poesie esprimono il senso di angoscia che il loro autore prova di fronte a certe problematiche sociali, come la guerra, la povertà, la miseria. La poesia “Il mio pensiero” è un esempio dello sguardo sensibile che Di Pane ha nei confronti del mondo dove viviamo: “Il mio pensiero va alle famiglie disagiate, quelle che fanno fatica pure a mangiare. Il mio pensiero va a quella povera gente, che ha solo un cuore stanco delle prepotenze.[…] Il mio pensiero va a tutti quei bambini, vittime di abusi e violenze senza fine…Il mio pensiero va a chi si sente onnipotente, perché in fondo della vita non ha mai capito niente.” Queste parole non sono solo un flatus vocis o uno strepitus sillabarum, citando le parole dei dotti universitari, ma sono molto di più, sono il segno di un grande senso della vita, di un amore provato dal poeta a trecento sessanta gradi. In questa Silloge il lettore trova la volontà del suo autore-narratore di scrivere nero su bianco il testamento della sua anima lasciato ai posteri con molta dedizione. “Dentro me stesso” è la volontà cieca, arazionale, ma propedeutica di narrare con coraggio e senza mezze misure i propri patimenti, nostalgie, due poesie che Di Pane dedica al padre ci fanno comprendere, sentire il pathos ci rende deboli, ma allo stesso tempo capaci di lottare contro le battaglie del nostro vissuto, le poesie “Oltre la luce” e “Quel che ho perduto”  hanno come tema la perdita del padre, mai dimenticato e sempre presente nella poetica del nostro autore. In “Quel che ho perduto” Di Pane esprime questi versi: “Ora una lacrima scende leggera, mentre i miei versi mi escon dal cuore, questa poesia te la dedico è vera, riposa in pace mio gran genitore.”, mentre in “Oltre la luce”  è la nostalgia a farsi sentire profondamente in chi legge: “[…] in questo turbine di emozioni mal celate, in questo fuoco che riscalda la mia anima, vorrei abbracciarti, accarezzarti, dirti tante cose…Ma so che sei felice in mezzo agli alberi, una distesa verde che ricopre ogni cosa, un prato di amore che ti invita alla dolcezza, un sogno di una notte qualunque che addormenta i tuoi sensi.”  Sono sempre le forti emozioni che fanno di un uomo un poeta, sono le sofferenze, la tristezza, quel velo di malinconia leggero che pervade la vita che portano un essere umano a scrivere e narrare i suoi turbamenti, ci danno il coraggio di parlare di noi, di descriverci, di mostrarci, non solo i nostri punti di forza, ma anche le nostre paure, ansie, angosce piu fitte, il poeta è solo un porta voce delle problematiche piu intense del mondo. Di Pane  sostiene sempre che il suo sogno è quello di “arrivare al cuore della gente” di carpire la sensibilità di chi legge ebbene quella è la missione della poesia, di chi scrive, di chi riempie un foglio bianco e nudo. Credo che il nostro abbia centrato il punto, toccato con mano il vero scopo di chi mette a nudo la sua anima, non deve farlo per mostrare le sue doti, ma deve essere il “messaggero” dell’umanità, senza presunzione, ma deve suscitare interrogative e non risposte impacchettate o preconfezionate, deve smuovere la polvere nella nostra mente e farci sentire l’autenticità del nostro essere , per dirla sempre come  Heidegger. Di pane ha ben compreso che non è un premio letterario che ci fa una persona migliore, anche se questa raccolta poetica ha ottenuto la segnalazione di Merito alla V Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Himera”, ma la grandezza di chi scrive sta nel saper trasmettere arte, gioia di vivere, sentimenti, emozioni, suscitare ricordi.  La Silloge “Dentro me stesso” è un altro tassello importante della nostra umanità, con questa raccolta si inserisce un altro tassello importante alla produzione letteraria di Di Pane che comincia con la prosa e finisce con la poesia, davvero un gran bel traguardo. Questo libro si avvicina molto alla filosofia ebraica per certi aspetti, Buber autore dell’opera “Io e Tu” immagina un rapporto molto vicino con il mondo trascendente, con Dio, mentre il nostro poeta questa relazione “Io e Tu” la crea col lettore instaurando in quest’ultimo quell’immagine fissa, quel “volto” dell’altro dal qual secondo il filosofo Lévinas non si può prescindere.

Sabrina Santamaria 

I FRESCHI GERMOGLI: LAURA CALABRÒ

(by I.T.Kostka) Eppure non è morta quella forte voglia di poetare, di condividere le turbolenze e le inquietudini di un animo creativo. Quello spirito artistico di una ventenne fanciulla nata e avvolta nel calore di Messina. Passionale e intensa, come la Sicilia, vaga tra la ricerca e le classiche influenze, tra la riflessione e il giovane incolmabile ardore, tra le grida e le domande nate dalla sua penna. Un linguaggio incisivo, a volte con qualche dose di stilistica esaltazione dovuta alla dolce giovinezza, ma sicuramente di grande impatto emotivo. Laura Calabrò merita l’attenzione e con simpatia accogliamo i versi di questa esordiente artista nella nostra rubrica dedicata ai FRESCHI BOCCIOLI della letteratura. Al talento della giovane poetessa auguriamo una lunga e prolifica fioritura. 

● NOTA BIOGRAFICA

Laura Calabrò è nata a Messina il 12 aprile 1997, attualmente frequenta la facoltà di Scienze dell’informazione a Messina. È appassionata di giornalismo, ha avuto da sempre la passione per la scrittura, in particolare il suo amore per la poesia è nato per caso circa quattro anni fa quando si accinse a scrivere la sua prima poesia.

● Alcune poesie scelte:

“CARO THEO”

Scrivo per dei ciechi,
leggo a dei sordi,
nessuno comprende.
“Caro Theo..”
Solo la vista del
cielo mi fa sognare;
“Caro Theo..”
Solo dopo l’orizzonte
trovo la serenità.
Do vita a parole 
simili a crepe sui muri.
La mia penna seppur
consumata non smette di
dipingere parole su
un foglio ormai
troppo stanco.

*

L’INGANNEVOLE CUORE

Staccati da questo
corpo, oh anima!
Non vedi le brutture a cui
esso è soggetto?
Lascialo, lascialo morire,
dentro di sé ha un mostro
che lo divora, che
lo lacera.
Dentro il suo petto batte
il peggiore dei
mali.
Lascialo dov’è, incatenato
come Prometeo, lascia che
l’aquila divori
non il fegato,
ma il cuore,
costui è la causa
di una moltitudine
di mali, merita di
non esistere.
Anima, non avere compassione
dell’ingannevole cuore!
Ha una forza sovrumana,
lotta come un esercito
di arditi guerrieri,
resiste come uno scoglio
che s’affaccia sul mare
in tempesta,
seduce quanto la voce
di donna e uccide
senza pietà come la morte.
Non dargli ascolto, liberatene
piuttosto, oh anima, prima
che il suo nero
dolor invada ogni membra
dell’intelletto tuo.

*

LA SCALA INFINITA DI PENROSE

Al di sopra
di quest’ involucro
danzano le galassie
all’unisono;
le stelle si
preoccupano di
brillare sempre
più intensamente;
gli angoli oscuri
di quest’ universo
s’addolciscono e
alla vista appaiono
meno spaventosi.
Noi, invece,
camminiamo goffi,
muovendo i nostri
passi pesanti
su quest’infinita scala
di Penrose;
ci adagiamo su
quest’ intenso moto che
appaga i nostri
desideri distrutti.
Siamo degli esseri
stanchi, curvi
ma continuiamo a trascinarci
verso un finale
senza lieto fine.

Laura Calabrò

Tutti i diritti riservati all’autrice

“L’ANIMA DEL PENSIERO” DI MARCO MESSINA a cura di SABRINA SANTAMARIA 

“L’anima del pensiero” di Marco Messina

Questo libro è una breve raccolta di poesie in cui viene messo in risalto l’animo del giovane poeta; i versi contenuti in essa sono l’esempio chiaro e tangibile che il concetto di bellezza non ha generazione, non ha età, non ha confini territoriali o socio-culturali. Le poesie di questo giovane autore sono caratterizzate da un forte pathos, sentimentalismo, a tratti anche realismo, ma soprattutto ciò che il lettore prova approcciandosi a questi testi è un forte senso del dolore, ma anche l’amore profondo per la vita. Questi enunciati si interrogano sul significato, a volte misterioso, dell’esistenza. La poesia “Libero” contenuta in codesta raccolta, esprime appunto il desiderio incondizionato di volare con la fantasia; egli dice : ”Non sono un prigioniero”, con questa frase vuole sottolineare l’importanza di essere liberi dai vizi che ci rendono prigionieri, come la menzogna che il poeta stesso sottolinea. Un’altra poesia ad effetto è “Piove”, descrive il dolore, lo stato di pericolo, l’incombenza di una madre che in preda ad un alluvione è costretta a far salvare sua figlia e sacrificare la sua stessa vita, come sottolineano i seguenti versi: “Devi salvarti tu figlia mia, se la tua anima sarà salva lo sarà anche la mia”, l’autore esprime con le sue parole sommesse, cariche di emotività, l’importanza del sacrificio di un genitore. 
Io credo che la poesia per i giovani sia uno dei più bei mezzi di espressione, per comunicare i propri stati d’animo, le proprie emozioni, i propri sentimenti.

Poesia “Piove” 

Piove, piove forte
sei accanto a tua madre
che ti stringe forte.
L’acqua penetra nelle porte
tutto è sommerso,
tutto è disperso.
Lei ti copre ,ti protegge
é il tuo angelo custode.
La pioggia continua
e tutto va in rovina.
Hai paura, tanta paura.
Piangi,piangi perché lei soffre.
Le sussurri:”Mamma stringimi forte”.
La speranza è ormai persa.
Ma tua madre ha coraggio 
vuole portarti in salvo.
Ti prende in braccio,
ti spinge sul tetto,prova a seguirti.
Ma l’acqua sale sempre di più,
sta per travolgerla.
Ti sussurra piangendo :
“Devi salvarti tu figlia mia,
se la tua anima sarà salva 
lo sarà anche la mia”.

Questo testo stupendo ricorda le vite di chi in circostanze così orrende non è riuscito a salvarsi, ma l’animo dell’autore non estrinseca soltanto il dolore, ma anche la condizione del poeta che si sente un disadattato sociale, un incompreso dalla massa come ai tempi dei “poeti maledetti”, ad esempio Baudelaire, che descrive la condizione del poeta paragonandola a quella di un gabbiano o quando narra la vicenda della “perdita dell’aureola”, Marco Messina esprime la sua diversità,la sua particolare sensibilità attraverso la poesia “Libero”.

Non ho paura
non sono un prigioniero.
Non temo gli altri,
scrivo solo ciò che vero.
Mi sento libero
di osare
mi sento libero 
di raccontare, 
mi sento libero 
di emozionare.
Sono libero
dalla menzogna
e mai prigioniero 
della vergogna
perché non complice
di una carogna.
Sono un uomo che scrive
per passione,
Sono un uomo che vuol parlare
alle persone.
Sono un uomo che non si arrende,
perché non so cos’è un perdente.
Sono libero di odiare 
ciò che non so amare.

In questi versi scritti in un linguaggio molto semplice e colloquiale il poeta sottolinea la libertà che tutti coloro che scrivono dovrebbero possedere, la libertà di scrivere ciò che è vero, di scrivere per emozionare, per affascinare e non essere, invece, asserviti ad una casa editrice o ad un giornale che comandano ciò che bisogna scrivere. È un invito ad essere liberi anche se disapprovati solo in questo modo non si riceverà un falso elogio, ma la società proverà invidia o stima per il proprio coraggio.
Per ulteriori curiosità è sempre possibile visitare la pagina Facebook dell’autore che si intitola: 
“Poesie di Marco Messina”.

Sabrina Santamaria 

Foto dal web